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Ilenia Marin

Al cuore delle cose

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AL CUORE DELLE COSE Copyright © 2010 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2010 Ilenia Marin ISBN: 978-88-6307-333-1 In copertina: immagine proposta dall’Autore Finito di stampare nel mese di Dicembre 2010 da Logo srl Borgoricco - Padova


A chi mi ha dedicato il cuore delle cose


A un certo punto della vita c’è una strada del ritorno. Questa strada passa per Asolo e qui sembra fermarsi, quasi. Abbandonare una vita avventurosa o meno colorata, segnata da cicatrici quotidiane anche non visibili è un ritorno a casa: è il bisogno di una casa. Lo spazio dove la misera estensione del corpo che è il nostro bagaglio più pesante e più leggero ha la necessità di un posto per rinchiudersi e fermarsi per molti istanti. Manlio Brusatin


Eleonora

E pensare che quella sera proprio non aveva voglia di uscire. Era stato per fare un piacere a Giulia che aveva indossato la gonna nuova (quella con i colori dell’autunno), si era truccata e, sentendosi non troppo convinta nell’insieme, era uscita di casa con la sensazione che la serata sarebbe dovuta andare diversamente, magari sdraiata sul divano in cerca di un film decente dal quale lasciarsi coinvolgere. Invece era stata coinvolta (ma è proprio il termine giusto?) da Tadzio, da quel suo atteggiamento istrionico nel declamare le poesie che scriveva, dall’enfasi esasperata dei suoi atteggiamenti sul palcoscenico e dal suo essere così semplicemente complesso una volta sceso dal piedistallo teatrale. Tadzio stava uscendo dall’anonimato che, usualmente, circonda i poeti. I suoi testi arrabbiati e malinconici, stridenti e melodici avevano come caratteristica intrinseca il riuscire a raggiungere l’intimo personale, a svegliare quel barlume di coscienza di vita che in Eleonora, da un po’ di tempo, si era assopito. E che aveva bisogno di essere riportato alla superficie. Fu un’ora e mezzo di presa di coscienza, di ritorno alla realtà, di risveglio alla vita. Ascoltare le poesie di Tadzio e la sua voce mobile, a tratti cupa come le profondità del mare, quell’unione perfetta di contenuto e forma che rende alla vita la sua semplicità, l’aveva fatta sentire in pace con se stessa e in perfetta comunione con la compagnia di amici che le sedeva accanto in teatro. Dopo la rappresentazione, due parole scambiate con il poeta e un brindisi alla sua carriera in ascesa, seduti ai tavoli dell’Enoteca situata sotto i portici di


fronte al teatro asolano, Eleonora era ritornata a casa con una doppia consapevolezza: sarebbe tornata a scrivere e avrebbe cercato una seconda occasione d’incontro con Tadzio. Non aveva, ancora, la coscienza se fossero state quelle mani che lisciavano spesso i capelli (capelli tardo estivi, quasi autunnali nei riflessi) o la luce allo stesso tempo autentica e ironica che brillava negli occhi del poeta ad attirarla, ma a un certo punto della rappresentazione Eleonora aveva sentito quella voce e aveva visto quegli occhi e quelle mani. Per un attimo era entrata in lui, aveva riempito con la propria vita la bolla, la piccola (ma fondamentale) increspatura di assenza di significato che circonda, inevitabilmente, le poesie ed era certa che l’analogia che Tadzio aveva cercato di ricreare con le parole coincidesse con la propria, fulminea, intuizione. Arrivò a casa in uno stato di emozionata agitazione. Si tolse le scarpe, accese una sigaretta (tutte le fotografie di Simone de Beauvoir che aveva collezionato ritraevano la donna nell’atto di scrivere circondata dal fumo denso di una sigaretta) prese la stilografica e annotò: Mi muovo furtiva languida di paura, irrigidita dal piacere di vivere e dall’anelito al volo supremo; con una mano sul seno e una sul cuore penso a uno a tutti a nessuno, perdendomi in me nel labirinto perfetto dei miei pensieri,


crepuscolo di ricordi aurora di domani. Dopo aver scritto si sentÏ per un attimo liberata, leggera nell’anima. Si addormentò subito.


La mattina seguente aveva un sapore diverso dalle precedenti. Eleonora si alzò con la sensazione che qualcosa era inesorabilmente cambiato nella sua vita. Avvertiva nell’intimo che la gioia di vivere si stava percettibilmente impossessando di lei e questo la faceva sentire entusiasta. Ma cos’era successo? Cos’era cambiato dalla serata trascorsa al Teatro dei Rinnovati? Era Tadzio quella nuova presenza che sentiva? Le era entrato dentro a tal punto? Indossò un vestito nero senza maniche, si truccò leggermente, mise al collo e ai lobi delle orecchie le perle, salì in macchina e andò a fare colazione al Caffè Centrale di Asolo. Dopo aver ordinato un caffè americano e una brioche lasciò che i ricordi della sera prima e le emozioni che ne scaturivano la riempissero. Dal fondo della sua coscienza cominciava a emergere la consapevolezza di provare un sentimento misto di ammirazione e di invidia nei confronti di Tadzio. Ammirava il suo coraggio nel salire su un palco e lasciarsi scoprire, tramite le proprie poesie, da persone sconosciute; Eleonora aveva intuito che l’ironia sorniona dipinta sul volto del poeta era la sua maschera, un modo per esorcizzare il contatto con l’estraneità del pubblico, ma anche il vessillo del coraggio che lo aveva spinto a cercare la poesia della (nella?) vita. Invidiava proprio quel coraggio di farsi leggere, di mostrare a tutti il proprio testo (la narrazione personale della propria esistenza) e di chiedere, a chiunque ne avesse voglia, di entrargli dentro anche solo per la durata di una sensazione. Sorseggiando il caffè si chiese se lei avrebbe mai avuto il coraggio di scrivere seriamente. Avrebbe mai avuto il coraggio di vivere veramente la vita per la quale sentiva di essere nata, di prendere in mano la penna e conoscersi, scavarsi a fondo nell’intimo per liberare quelle pieghe di esistenza che avvertiva ma che non erano ancora segni adatti a essere letti, caricati di significato, per poi essere liberati? Nel sole estivo della mattina asolana, Eleonora pensò allo spirito libero da auto-costrizioni della propria infanzia, alla facilità con cui, allora, comunicava tramite la scrittura. Doveva ritrovare quel rapporto felice, doveva riappropriarsi di se stessa. Sentì montare dentro


un’onda di emozioni. Estrasse dalla borsa la penna e il taccuino che non aveva dimenticato di prendere dall’entrata di casa e scrisse: Il mondo. Nel mondo la terra. Sulla terra un paese. Nel paese una collina. Sulla collina una casa bianca. Dentro la casa bianca una ragazza col cuore che trema e dentro il cuore l’infrangersi lento delle onde di un mare impressionista impallidito dalla luna. Davanti alla casa bianca una ragazza con grandi occhi e grandi mani spalancate verso la pianura verde di campi e verso le luci di una grande città che lei conosce ma gli altri non vedono. Accanto alla casa bianca una strada e una valle che nasconde un ruscello e sulla strada e sulla valle passi di bambina, di ragazzina, di ragazza; ruote di bicicletta, di pattini, di motorini; perle di lacrime, diamanti di sorrisi. Sopra la casa bianca una donna che non conosco. Sopra la donna la vita. La casa bianca era la sua, quella dove aveva abitato da piccola con i genitori e dove abitava anche ora, ma da sola, dopo che i suoi aveva-


no deciso di trasferirsi al mare, lontano dalla gioiosa marca trevigiana. La donna era lei: per raggiungere la vita doveva conoscersi, colmare le distanze, non proteggersi dalla vita stessa.


Giulia aveva conosciuto Tadzio per caso, a una cena con amici in comune. Erano entrati in sintonia e tra di loro si era creata quella simbiosi priva di aspettative sentimentali alla quale riesce a credere solamente chi la prova. Non fu difficile per Eleonora carpire alla propria migliore amica l’informazione che le serviva: Tadzio avrebbe recitato le sue poesie a Treviso il sabato sera successivo. Era solamente martedì. Sabato, per Eleonora, significava l’eternità. Trascorse i pomeriggi ascoltando la musica di Donovan, con la gatta nera acciambellata a fianco, cercando di immaginare cosa sarebbe successo durante e dopo lo spettacolo. Tadzio l’avrebbe nuovamente incantata? Si sarebbe ricreato l’incontro magico della sua anima con quella, ancora quasi sconosciuta, del poeta dai capelli autunnali? Si sarebbe riscoperta a tremare osservando la bocca di Tadzio che giocava, in modo innocente e per questo carico di sensualità, con la propria maschera e le proprie parole? Forse l’alchimia non ci sarebbe più stata. Meglio. Un problema in meno. A trentatré anni un sentimento (amore? passione? coup de foudre?) non corrisposto per un artista, un poeta in cerca di smarrimenti, può rivelarsi fatale. Questo pensava. Nella serata di giovedì organizzò una cena con un gruppo assortito di amici. Voleva inaugurare la nuova veranda che dava sul bosco e sulle colline, e non c’era occasione migliore di una sera estiva. Alle venti e trenta il tramonto stava sbiadendo inondando il cielo e la cima delle colline di una luce bionda e turchese e le cicale accompagnavano la danza delle lucciole. Eleonora, seduta ad aspettare gli ospiti, fumava una sigaretta e pensava alla magia di quell’incanto: la natura colorata e allo stesso tempo quasi notturna rispecchiava perfettamente il suo stato d’animo. Indossava un paio di jeans, un top colorato e cangiante e i sandali che aveva comprato a Città del Capo due anni prima. I lunghi capelli castani si erano asciugati all’aria dopo lo shampoo e si


stavano arricciando scomponendosi: per ogni riccio un capriccio, così la canzonava sua madre quando lei era piccola. La cena fu un efficace diversivo per i pensieri di Eleonora: lo spritz versato a fiumi negli ampi bicchieri dell’aperitivo aveva liberato gli animi, e la musica, ballata fino a tardi sulla terrazza illuminata solo da candele, aveva aiutato i corpi a sciogliersi dalle tensioni. Ciascuno degli invitati aveva steso la pasta per la propria pizza e l’aveva condita a piacimento, divertendosi a infornarla e trasformando la terrazza in una pizzeria all’aria aperta. Giulia non aveva tolto il proprio sguardo dalla padrona di casa: riusciva a captare l’inquietudine della sua migliore amica, che spesso si appartava entrando nel bosco come se fosse attirata da quell’oscurità nella quale sembrava volesse perdersi. Avrebbe voluto parlarle, sondare le profondità dei suoi occhi in cerca di una chiave di lettura per quel comportamento, ma sapeva che non era ancora giunto il momento delle confidenze. Eleonora (Giulia lo sapeva bene) era sempre stata, fin da bambina, una creatura dalla personalità complessa: terrestre e allo stesso tempo celestiale, spirituale e panica, mistica e concreta. Sempre in cerca di tensione. «Cerco la vita» le rispondeva quando tentava di chiederle cosa continuasse a inseguire «quella vera, quella mia». Giulia immaginava, dietro lo sguardo lucido e rassegnato dell’amica, il comporsi di un sentimento nuovo: «spero non sia Tadzio» le augurò «Eleonora, non conosci la sua vita...non durerebbe tra di voi». La serata terminò sulle note di An american prayer dei Doors. La compagnia di amici, inebriata dal whiskey irlandese con cui aveva innaffiato il dopocena e dalla musica, si separò con gli auguri per una serena notte e con il proposito di festeggiare ancora l’estate sulla terrazza che si affaccia sul bosco. Giulia, accomiatandosi da Eleonora con un abbraccio carico di affetto, la guardò con occhi interrogativi e la sua domanda silenziosa ottenne, come unica risposta, l’abbassarsi dello sguardo dell’amica.


Eleonora, stesa sul letto circondata dal buio della sua camera, guardò fuori dalla finestra aperta sulla campagna sottostante e si lasciò accarezzare dalla luce lunare. Pensò ai suoi genitori lontani nella casa al mare e a se stessa, sola, nella grande casa in collina. Accese la luce breve di una candela, prese taccuino e stilografica e scrisse: L’uomo nel recinto si rende conto di non essere libero solo quando vede, di notte, l’orizzonte del cielo confondersi con il mare. Si sarebbe mai liberata definitivamente? Intanto aveva scritto, e questo era vita.


Il sabato mattina Eleonora si svegliò da un incubo. Aveva sognato Tadzio chiuso dentro una camera d’albergo mentre lei era fuori dalla porta nell’atto di ascoltarlo recitare una delle sue poesie. A un tratto aveva sentito la voce del poeta affievolirsi e chiedere aiuto; lei era riuscita a entrare nella camera buia (un antro malefico) e aveva visto Tadzio steso su di un letto con una siringa conficcata nel braccio. Avvicinatasi, senza alcuna indecisione ma con delicatezza aveva tolto l’ago, aveva accarezzato la testa dell’uomo e gli aveva sussurrato di non preoccuparsi: lo avrebbe aiutato lei. Nel sogno lo aveva chiamato amore e gli aveva chiesto di seguirla. L’incubo lasciò, nel risveglio di Eleonora, una sottile sensazione di malinconia e di ineluttabilità. La sua vita era cambiata dalla sera della rappresentazione al Teatro dei Rinnovati. L’incontro con Tadzio le sembrava sempre più un fatto inevitabile. Aveva bisogno di lui per risvegliarsi dal torpore morfinico che le avvolgeva la vita. Si preparò il caffè e lo bevve all’aperto, circondata dal verde degli alberi estivi illuminati dal sole. La sua mente navigava ancora sulla scia incognita e mobile del sogno. Guardando all’orizzonte la campagna striata di vigne e frumento cercò con la mano il foglio e la stilografica che da qualche tempo non dimenticava più e scrisse: Letto Notte Incanto

Rotto Pianto Vuoto. Nuoto nell’onda nota al mare solo che al cielo nero si unisce scuro.


Cupo Fondo Antro Buio Bosco Atro. Cerco nel mio cuore il solo mare che unisce rare le nostre menti e i corpi ardenti di fiamme amare.

Lo spettacolo cominciava alle ventuno e trenta. Eleonora raggiunse il parco della villa comunale deputata a quel tipo di rappresentazioni e si sentì subito fuori luogo, isolata. All’entrata allungò lo sguardo verso il palco allestito al centro del bellissimo parco secolare. Le panchine erano disposte in più file. Ebbe un attimo di smarrimento: dove si sarebbe seduta? perché non aveva chiesto a qualcuno dei suoi amici di accompagnarla? perché non c’era Giulia con lei? Coppie di innamorati, compagnie di amici e coniugi di ogni età stavano prendendo posto di fronte al palco. Eleonora chiese al barman un calice di prosecco fermo e paglierino e si diresse verso uno dei pochi posti rimasti liberi, in seconda fila. Non si era mai sentita tanto coraggiosa. Senza tentennamenti aveva preso in mano le redini della propria vita e si stava dirigendo imperterrita verso la sua meta: aveva sete di conoscere, capire, comunicare con Tadzio. Si sentiva limpida come l’abito bianco giacca-pantalone che aveva scelto di indossare, e


desiderosa di sondare le profondità blu degli occhi di Tadzio: dei pesci decoravano la blusa sottogiacca e il foulard di seta colorata che le abbracciava il collo. Al termine dello spettacolo il poeta scese dal palco e si appartò a lato delle impalcature accendendosi una sigaretta. Eleonora si guardò intorno e vide sguardi d’intesa tra la gente desiderosa di farsi autografare la raccolta di poesie appena acquistata. Fece un respiro profondo chiudendo per un attimo gli occhi e si avvicinò a Tadzio. Lui la accolse con un abbraccio, la baciò avvicinando le labbra alla sua guancia e sussurrò il suo nome Eleonora per due volte. Una fila di persone meravigliate stava aspettando il proprio turno. Ti è piaciuto?...ancora? Ti trovo in giro, dopo? Beviamo qualcosa insieme, ci tengo. L’attesa non fu certo delle più brevi. Tadzio ottemperava (egregiamente e generosamente pensava Eleonora) al dovere sociale delle pubbliche relazioni celando la stanchezza dietro a un sorriso tra l’ironico e il rassegnato. Lei se ne stava in disparte, seduta sull’ultima delle panchine a sinistra del palco non più illuminato dalle luci dei riflettori. La gente sembrava aver capito che stava aspettando Tadzio e la guardava di sottecchi mormorando. Eleonora avrebbe voluto essere vestita di scuro, magari di marrone, per potersi mimetizzare con la corteccia degli alberi poco distanti. Dopo un’ora di attesa fremente, due birre e l’ennesima sigaretta Eleonora decise di andarsene. Odiava sentirsi osservata e sapersi sola, tanto più che aveva parcheggiato dall’altra parte del centro cittadino e a quell’ora della notte aveva il timore di fare brutti incontri. Rassegnata, prese la borsa e si incamminò verso l’uscita. Era quasi arrivata al cancello quando avvertì dei passi dietro di lei. Te ne vai? Tadzio l’aveva seguita. Rimarrei, ma ormai è tardi. Sono sola e ho parcheggiato da tutt’altra parte della città, vicino a Porta Santi Quaranta. I suoi occhi scesero in fondo al blu degli occhi di Tadzio.


Bevi ancora qualcosa con me e con lo staff d’organizzazione. Poi ti accompagno a prendere la macchina, a patto che tu faccia lo stesso con me. Ho parcheggiato dalla parte opposta alla tua. Tadzio fece la sua richiesta sorridendo, si voltò e lei lo seguì. S’incamminarono verso il parcheggio avvolti da un’oscurità complice, appena rischiarata dalla luce antica dei lampioni. Camminavano lentamente, vicini ma senza sfiorarsi. Le vecchie case affacciate sul lungo Sile traspiravano l’umidità della sera estiva e i loro muri erano coperti di edera e di gelsomini. Questo profumo significa casa, per me sussurrò Eleonora come tra sé e sé, inalando l’afrore carnoso che proveniva da quei minuscoli fiori bianchi. E si stupì subito di quella confidenza così intima e allo stesso tempo semplice e naturale. La tua casa materiale o la casa dell’identità? chiese Tadzio continuando a guardare davanti a sé. Entrambe rispose Eleonora, pensando ai gelsomini che profumavano l’estate della sua casa in collina e alle sue passeggiate asolane. Io abito un non-luogo. La mia casa è la mia anima, ma quando penso alla casa dell’identità visualizzo un piccolo paese del Trentino...sottovoce, Tadzio le aveva regalato una scheggia di segreto personale. Camminarono raccontandosi. Il poeta sorrise al pensiero del segnalibro di Eleonora (la fotografia, scattata pochi mesi prima al cimitero di Montparnasse, della tomba semplice e bianca che raccoglieva i resti di Sartre e di Simone de Beauvoir) e lei accolse con silenzio sacrale il racconto del distacco doloroso che accompagnava la nascita di ogni poesia di Tadzio. Arrivarono al parcheggio. Saliti in macchina, Eleonora sperava di non dover interrompere troppo presto quell’incontro. Tadzio, forse, stava facendo lo stesso pensiero e giocava silenzioso con il cambio. Fuori, il nulla. FINE ANTEPRIMA CONTINUA...


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