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Via Cairoli, 95 Giovinazzo 70054 (Ba) Edito da Ass. Amici della Piazza Iscr. Trib. di Bari n. 1301 del 23/12/1996 Part. IVA 05141830728 Iscr. al REA n.401122 Telefono e Fax 080/394.79.20 IND.INTERNET:www.giovinazzo.it E_MAIL:lapiazza@giovinazzo.it Fondatore Sergio Pisani direttore responsabile Sergio Pisani redazione Porzia Mezzina - Agostino Picicco - Alessandra Tomarchio - Damiano de Ceglia - Marianna La Forgia - Daniela Stufano - Nico Bavaro - Angelo Guastadisegni Rossella Tiribocchi - Mimmo Ungaro Matilde Restaino - Diego de Ceglia Onofrio Altomare - Michele Carlucci corrispondenti dall’estero Vito Bavaro - Nick Palmiotto Giuseppe Illuzzi - Rocco Stellacci stampa - L’Immagine (Molfetta) progetto grafico - Ass. Amici della Piazza Grafica pubblicitaria: C. Morese responsabile marketing & pubblicità: Roberto Russo tel. 347/574.38.73

ABBONAMENTI Giovinazzo: 10 Euro Italia: 20 Euro Estero: 60 Euro Gli abbonamenti vengono sottoscritti con c.c postale n.80180698 o con vaglia postale o assegno bancario intestato ad:

ASS. AMICI DELLA PIAZZA II TRAV. MARCONI,42 70054 GIOVINAZZO (BA) ITALY La collaborazione é aperta a tutti. La redazione si riserva la facoltà di condensare o modificare secondo le esigenze gli scritti senza alterarne il pensiero. Gli articoli impegnano la responsabilità dei singoli autori e non vincolano in alcun modo la linea editoriale di questo periodico.

Finito di stampare il 24/11/2009

editor Pensavamo che Giovinazzo fosse stata investita, seppur di striscio, dalla direttrice che andava da Cogne a Garlasco passando per Erba e Novi Ligure. Pensavamo male. I riflettori dei media sul casoPerugia non si sono spenti con la stessa velocità con cui si sono accesi. Sono arrivati - ahinoi - anche le feroci tragedie, altri omicidi irrisolti, efferati delitti con mutilazioni persino delle mani. E’ arrivato anche sputtanopoli a rovistare nella spazzatura tra prostitute e trans, politici, cocaina e ricatti ma i riflettori su Perugia sono rimasti sempre accesi. E si coloreranno ancor di più come luci di un albero di Natale dopo il 5 dicembre, giorno del giudizio. Tutta colpa di quell’irrefrenabile istinto da pasticcio d’inchiostro chiamato «scarabocchio». Ogni giorno uno scarabocchio diverso. Tutti scrivono tutto. Uno scarabocchio qui, uno scarabocchio lì spalmato sempre e solo sul caso di Perugia. Insomma, se per Cesare Pavese «lavorare stanca», «scarabocchiare» per i cronisti giudiziari che si occupano del caso di Perugia non stanca, anzi diverte, solletica la pruderie di chi legge. Se vi manca il cioccolatino-perugina per soddisfare il vostro languorino, se con il binocolo non riuscite a spiare tutte le ultim’ora da Perugia, navigate su Google e inserite due parole chiave: omicidio and Perugia. Vi saranno serviti 10 piani di morbidezza su carta igienica. Peccato che la morbidezza sarà solo una sensazione virtuale. Qui scoprirete che i per-

sonaggi-chiave non sono solo due come le parole-chiavi ma tanti carneade in cerca d’autore. E giù scarabocchi su scarabocchi che trasformano un fatto in un caso in maniera tale che l’attenzione degli spettatori resti sempre vigile, anzi cresca la voglia di particolari, fossero anche i più raccapriccianti. E la spirale si avvita. Per chi invece la morbidezza la vuole toccare per mano, è sufficiente comprare un’edizione di un quotidiano o di un magazine locale, nazionale o straniero (preferibilmente britannico o americano), puntare l’indice sulla rubrica ‘cronache italiane’, srotolare con cura e soffermarsi. Qui la morbidezza te la servono su carta ruvida, riciclata o patinata. La annusi, la allontani e la riavvolgi. Ogni giorno da Perugia è uno scarabocchio diverso. Tanti scarabocchi in due anni fan-

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no 10 metri di morbidezza. Resta da capire se la carta stampata sia nata come genere codificato dell’entertainment prima dell’avvento della car ta igienica. La questione è annosa ma ragionevolmente si può giungere alla conclusione che si tratti di un cane che si morde la coda: la Terza Pagina esiste dall’inizio del 20° secolo, la spazzatura che solletica la morbosità del pubblico solo dopo la caduta del fascismo. Prima, radio e giornali non potevano parlare di delitti e suicidi. Il regime non poteva permettere che passasse l’immagine dell’Italia come di un Paese dove non c’era ordine e disciplina e tramite la censura cercava di evitare che si diffondesse ogni tipo di allarme sociale. Oggi l’agenda del giornale non riesce a farne a meno dello spettacolo

granguignolesco mentre della Terza Pagina è stata relegata quasi in coda al giornale e molte volte per motivi di spazio non viene pubblicata. Quando da Perugia si pubblica spazzatura, nascono le ambiguità che alimentate dalla credulità popolare si diffondono in un tam tam di voci. Nei piccoli paesi come Giovinazzo è un passaggio quasi naturale quello per cui la diceria assurge a verità rovinando spesso la vita a chi delle calunnie è vittima. Me se il condannare senza prove, l’additare ingiustamente, il mettere in giro voci false possono essere considerati degli atteggiamenti rozzi, provinciali, sintomi di arretratezza culturale, gli stessi atteggiamenti diventano illegali quando ad assumerli è la stampa. E di fronte ad un’informazione con tanti rotoli di carta igienica ci si lamenta - giustamente - della distruzione della reputazione, l’annientamento della credibilità, l’assassinio di una persona non nel suo corpo, ma nella sua identità morale, professionale, sociale. Nei paesi anglosassoni si punisce severamente la character assassination. In Italia c’è tanta letteratura e ancora più tavole rotonde - a dimostrazione che le buone intenzioni ci sono tutte - sull’etica e la deontologia del cronista. Ma quando si scende nel concreto il principio garantista per cui si è innocenti fino a condanna definitiva è si-

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stematicamente ignorato. Che si tratti del premier o del governatore della regione-Lazio, o - figuriamoci - di un ragazzo che gli amici reputano «un romanticone, uno che crede ancora in una lunga storia d’amore». Bravo ragazzo o premier, non fa differenza: il gusto per l’allarmismo è nel dna di chi fa giornalismo perché «è la gente che lo vuole» dove la gente sta per pubblico, cioè per consumatore finale. Ma in questi due anni sul caso di Perugia la stampa ha superato la frontiera dell’indecenza. Sono stati scritti piani e piani di morbidezza ma nessun cronista si è fermato un attimo ad interpretare quello che è il dolore dei famigliari per una ragazza barbaramente uccisa. Dicevamo: la stampa ha superato la frontiera dell’indecenza. Ma anche della volubilità. Prendi Repubblica ad esempio, il giornalone di De Benedetti. Due anni fa scriveva: «Il diavolo, effettivamente, veste Prada. E indossa occhiali senza montatura, sciarpe colorate, pulloverini pastello. Ha sguardi innocenti, fa giochi stupidi…». Un accostamento agghiacciante a distanza di due anni se leggiamo com’è radicalmente cambiata la posizione di Repubblica stralciando passi dell’ultimo servizio: «Le orme di scarpe rilevate sulla scena del crimine e attribuite dalla Scientifica allo studente di Giovinazzo appartengono in realtà a Rudy Guede […]. Nonostante i dubbi e l’assenza di prove certe (non c’è traccia di rapporti tra Rudy, Amanda e Raffaele, movente e dinamica sono tutt’ora avvolti nel mistero) l’esito del processo appare scontato…». Avete capito? Adesso Repubblica cambia l’asse sul quale ruota il male, prima era irriconoscibile e si nascondeva dietro un ragazzo perbene, adesso Raffaele non è più il Diavolo che veste Prada, ma l’equazione è sempre quella: più scarabocchi, più inchiostro si spalma a

gogo sui fogli di carta senza pensarci troppo, più appetito si spalma sul grissino del consumatore, più si vende. Morale. Scarabocchiare sempre lo stesso foglio frutta. Anche in termini di rapporto tempo/lavoro. Non bisogna fare giornalismo serio, andare ad esplorare nuovi mari. Trovare una nuova nave nemica, attaccarla per poi distruggerla non è come avere già pronte le palle di ferro della bocca da fuoco di un cannone pronte per essere sparate contro chi ha le mani legate all’albero maestro. E consentiteci: di palle di cannone in questi due anni ne hanno sparate troppe addosso. E anche se il 5 dicembre qualcuno pronuncerà la fatidica frase «così è deciso l’udienza è tolta», prepariamoci a sorbire il carrozzone delle tribune televisive che con tanto di ausilio di psicologo in cachemire, presentatrice attempata, deputata-mamma-in-carriera e immancabile prete rimesteranno nel passato dei protagonisti alla ricerca di particolari che possano fornire nuovi dettagli o soluzioni immaginarie a questo film dove nessuno scriverà mai la parola FINE. SERGIO PISANI

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Un delitto con troppe ombre DUE

ANNI TRA ACCUSE, FALSE TESTIMONIANZE, COLPI DI SCENA, VERITÀ NASCOSTE

1 novembre 2007 Il pomeriggio di Venerdì 2 novembre una studentessa inglese di 22 anni, Meredith Kercher, viene trovata morta a Perugia, in un appartamento di un casolare in via della Pergola che condivideva con altre due ragazze italiane e con Amanda Knox, studentessa americana. E’ la Polizia Postale ad arrivare per prima sul luogo del delitto, dove si reca per riconsegnare due telefoni cellulari rinvenuti nel giardino di una abitazione poco distante dal casolare. Quando gli agenti arrivano trovano sul piazzale del casolare Amanda e Raffaele che affermano di essere arrivati da poco e di aver trovato “stranezze” in casa, la porta d’ingresso aperta e la porta della camera da letto di Meredith chiusa a chiave. Quindi l’agghiacciante ritrovamento del corpo della giovane, trovato semi nudo e coperto con un piumone IL FATTO - Giovedì, 1 Novembre 2007, è l’inizio di un fine settimana lungo dovuto alla Festività di Tutti i Santi. Le due ragazze italiane compagne di appartamento non ci sono e Amanda si ferma a casa di Raffaele, come fa ormai da quando lo ha conosciuto. Meredith trascorre invece la serata a casa di alcune amiche e rientra nella sua abitazione dopo cena, verso le 21,00. La mattina del 2 Novembre Raffaele e Amanda hanno in programma una gita a Gubbio quindi Amanda verso le 10,30 torna a casa, in via della Pergola, per una doccia e per cambiarsi d’abito. La porta d’ingresso è socchiusa, ma Amanda non si allarma; probabilmente colpa di quella serratura difettosa, probabilmente una delle ragazze è andata nell’appartamento dei ragazzi, al piano terra, per dare acqua alle piante… La porta della camera da letto di Meredith è invece chiusa: probabilmente dorme ancora. Amanda non si sofferma più di tanto sui perché ma poi nota dell’altro: tracce di sangue in bagno, feci nel water del bagno delle ragazze italiane, un vetro infranto nella camera di una loro amica, la stanza a soqquadro. E incomincia a preoccuparsi… Torna da Raffaele e gli racconta “le stranezze” notate. E’ ormai più di mezzogiorno quando avvisa telefonicamente una delle compagne di appartamento italiane e prova a chiamare Meredith. Torna quindi nel suo appartamento con Raffaele e insieme controllano più approfonditamente la casa. Raffaele telefona alla sorella, Tenente dei

Carabinieri, la quale gli dice di uscire dalla casa, di non toccare nulla e di chiamare il 112. Raffaele telefona quindi ai Carabinieri invitandoli a recarsi sul posto e si trattiene con Amanda all’esterno del casolare in attesa del loro arrivo. Passano pochi minuti e giungono sul posto due agenti della Postale, in borghese, recatisi in via della Pergola per consegnare due telefoni cellulari rinvenuti nel giardino di una abitazione poco distante dal casolare. Raffaele li invita quindi all’interno della casa informandoli del fatto che probabilmente in quella casa è avvenuto un furto. Pochi minuti dopo arrivano sul posto le amiche di Amanda con i rispettivi fidanzati, ma della Kercher nessuna traccia. Allarmati, gli amici decidono di forzare la porta della camera di Meredith. Quindi il ritrovamento del corpo della ragazza. Giace per terra, sotto una coperta, in parte nuda, con profonde ferite di arma da taglio al collo. La polizia interroga Amanda e Raffaele ripetutamente nei giorni successivi. Tutti e due, più volte convocati in Questura, cercano di fornire dettagli utili alle indagini.

trebbe corrispondere alle impronte di scarpe lasciate dall’assassino.

FINESTRA SUL PROCESSO - UDIENZA DEL 13/03/2009 DICHIARAZIONI SPONTANEE DELL’IMPUTATO RAFFAELE SOLLECITO «Signor Presidente e signori della Corte vorrei ribadire,puntualizzare delle cose che ho sentito in merito,soprattutto per l’ultima Testimonianza, riguardo al fatto che ho sentito dire che io sono rimasto pochissimo addirittura senza scarpe. Ribadisco che non ho potuto telefonare a mio padre, non ho potuto avvisare né mio padre né l’Avvocato né nessuno perché mi hanno impedito di telefonare, sono rimasto senza scarpe, mi hanno tolto le scarpe, l’ha detto anche l’ultimo teste, sono rimasto senza scarpe praticamente da poco prima della chiusura del verbale fino a quando non sono arrivato a casa mia, durante il sopralluogo, dove mi hanno dato un altro paio di scarpe che era mio, ma sono rimasto scalzo! Ho camminato scalzo in Questura, ho camminato scalzo anche per strada fino a che sono arrivato a casa mia, quindi nessuno mi ha dato un paio di scarIl 6 novembre, la Polizia ferma Amanda, pe di fatto! Tutto qui, ringrazio la Corte signor Raffaele e Patrick Lumumba Diya, musici- Presidente». sta congolese, 38 anni, gestore a Perugia di un pub in cui lavorava l’americana. E’ proprio lei, Amanda, interrogata dalla Polizia e Quella notte anche Lumumba viene prelevato sottoposta a forti pressioni, a tirare in ballo dalla sua abitazione, interrogato e fermato: per Patrick, indicandolo come il possibile assas- i tre l’accusa di concorso in omicidio volontasino di Mez. Raffaele racconta che Amanda rio e in violenza sessuale. Patrick si difende e la sera dell’omicidio si era probabilmente al- si dice estraneo a tutta la vicenda sostenendo lontanata da casa per recarsi al pub Le Chic. che la sera del delitto si trovava nel suo locale. Amanda racconta di un sogno o una visione I tre appaiono “psicologicamente provati”. in cui copriva le sue orecchie per non senti- Amanda sembra la più confusa e dà due dire gli urli mentre Patrick Lumumba si trovava verse versioni dei fatti, una in cui sostiene di nella camera di Meredith. Durante l’interro- essere stata presente in casa al momento delgatorio sequestrano a Raffaele un coltellino l’omicidio e l’altra in cui sostiene di non esserstata. a serramanico, secondo gli inquirenti pro- ci babile arma del delitto, e gli sfilano le scarpe Tutti e tre, comunque, presentano un alibi tutto dai piedi, un paio di Nike su cui si concentra da verificare. la loro attenzione: il disegno della suola poSolo il 9 novembre ALLE ORE 10,23 Raffaele riesce a mandare un telegramma al padre: Uno stralcio del telegramma di Raffaele al papà ZCZC UFF862 007172 55604620107001 IGBA CO IGPG 173 06132 SANSISTO 173 09 0953 SOLLECITO FRANCESCO SANT’ANDREA 291-A 70052 BISCEGLIE

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NON HO FATTO NIENTE…… MI HANNO ARRESTATO. SONO IN ISOLAMENTO… SONO TRISTE E SPAVENTATO MI SEMBRA TUTTO COSI’ IRREALE. MITTENTE: SOLLECITO RAFFAELE 09/11 10.23 NNNN RAFFAELE RACCONTA –«Conosco Amanda da due settimane. Dalla sera in cui l’ho conosciuta lei ha cominciato a dormire a casa mia. La mattina del 2 novembre ci siamo svegliati verso le 10 e lei mi ha detto che voleva andare a casa a farsi una doccia e cambiarsi gli abiti. Infatti è uscita verso le 10.30 e io mi sono rimesso a dormire. Verso le 11.30 è ritornata a casa e mi ha raccontato che quando è arrivata a casa sua ha trovato la porta d’ingresso spalancata e tracce di sangue nel bagno piccolo. Mi ha chiesto se la cosa mi sembrava strana. Io gli ho risposto di sì e le ho consigliato di telefonare alle sue amiche. Lei mi ha detto di aver parlato con Filomena (l’altra coinquilina di Meredith, n.d.r.), mentre ha detto che Meredith non rispondeva. Raffaele e Amanda si recano al casolare di via della Pergola: “Lei ha aperto la porta con le chiavi e sono entrato. Ho notato che la porta di Filomena era spalancata con dei vetri per terra e la camera tutta in disordine. La porta di Amanda era aperta e invece era tutto in ordine. Poi sono andato verso la porta di Meredith e ho visto che era chiusa a chiave. Prima ho guardato se fosse vero quello che mi aveva detto Amanda sul sangue nel bagno e ho notato gocce di sangue sul lavandino, mentre sul tappetino c’era qualcosa di strano, una sorta di acqua mista a sangue, mentre il resto del bagno era pulito. Il resto era in ordine. Mi sono chiesto che cosa fosse successo, perché Meredith non rispondeva; mi sono inginocchiato davanti alla porta della sua camera per guardare dal buco della serratura ma non si vedeva altro che una borsa sul suo letto. Ho cercato di sfondare la porta ma non ci sono riuscito e a quel punto ho deciso di chiamare mia sorella e mi sono consigliato con lei perché è un tenente dei carabinieri. Mi ha detto di chiamare il 112, cosa che ho fatto. Dopo qualche minuto è arrivata la polizia postale». Ancora ombre e sospetti su Raffaele: l’arrivo della Polizia Postale Raffaele dichiara di aver già allertato con due telefonate i Carabinieri prima dell’arrivo della Postale (ore 12,51 e ore 12,53 come si evince dai suoi tabulati telefonici). L’Accusa dà del bugiardo a Raffaele poiché, su dichiarazione degli stessi agenti, la Postale sarebbe arrivata sul posto alle 12,25 quindi prima della tele-

fonata di Raffaele ai Carabinieri. Si tratta di un’affermazione per nulla veritiera alla luce di tutte le altre prove ricavate da una attenta analisi delle immagini di una video-camera di sorveglianza del parcheggio Sant’Antonio situata di fronte all’ingresso della casa di Meredith. In base alle immagini la Punto nera della Polizia Postale sarebbe arrivata nei pressi della casa alle ore 12,38; è lo stesso Pubblico Ministero a mostrare in udienza una foto con orario (ore 12,38) che riprenderebbe l’arrivo dell’auto. Ma l’autovettura prosegue, non avendo gli agenti individuato il civico 7, come da loro stessi dichiarato in udienza. Il loro reale arrivo viene ripreso dalla videocamera alle ore 12,48, momento in cui si accingono a varcare a piedi il cancello del casolare. Per quale motivo due differenti versioni di orario? Semplice: agli agenti della Postale, e non solo a loro, viene riferito che l’orologio delle telecamere registra un errato orario: andrebbe 10 minuti avanti. Solo durante il processo in corso la difesa di Raffaele riesce a dimostrare inequivocabilmente che quell’orologio registra, sì, un orario sbagliato, ma di più di 10 minuti indietro e non avanti, quindi gli orari predetti vanno corretti, aggiungendo almeno 10 minuti e non sottraendo 10 minuti: la Polizia Postale arriva effettivamente sul posto non prima delle ore 12,58. Ecco svelato l’arcano grazie a controlli incrociati sull’arrivo dei Carabinieri, anch’esso ripreso dalle telecamere. Sono proprio le telefonate dei Carabinieri (confermate dai tabulati) ed il loro arrivo la dimostrazione dell’ulteriore “svista” della Procura e della sincerità di Raffaele.

FINESTRA SUL PROCESSO - UDIENZA DEL 06/02/2009 SPONTANEE DICHIARAZIONI DELL’IMPUTATO - RAFFAELE SOLLECITO IMPUTATO - Sono Raffaele Sollecito, imputato per questo procedimento penale. Volevo fare delle precisazioni in merito a quanto ho ascoltato durante questa udienza. Volevo precisare, innanzitutto che sono stato io a chiamare i Carabinieri, questo è avvenu-

to prima dell’intervento della Polizia Postale, e sottolineo prima. In secondo luogo... non so, l’ispettore Battistelli, aveva soltanto chiesto di poter avere un numero che era quello, diciamo, riguardo a Filomena e sono stato io a chiedergli se poteva entrare in casa nel senso che se avessi voluto, diciamo... se avessi avuto qualcosa da nascondere o fossi stato colto in una situazione difficile, io non gli avrei permesso di entrare, oppure gli avrei semplicemente dato le informazioni fuori dalla casa e quindi non l’avrei fatto entrare. E poi non sarei stato così poco furbo da farmi trovare lì in quel momento cioè non avrei avuto motivo. E LO ACCUSANO DI UN ATTEGGIAMENTO COMPLICE NEI CONFRONTI DI AMANDA: «I due imputati si abbracciavano e parlavano in silenzio…» UDIENZA DEL 06/02/2009 - DICHIARAZIONI SPONTANEE DI RAFFAELE SOLLECITO RAFFAELE SOLLECITO –«… è vero che stavo molto vicino ad Amanda durante…. cioè prima quando stavo fuori e poi in Questura, ma questo è spiegabilissimo dovuto al fatto che lei era molto sconvolta e aveva freddo, in quanto lei, appunto, era vestita molto leggera, ma io ce l’avevo il giubbotto, c’avevo un giubbotto verde, questo è riscontrabile anche dalle riprese che sono state fatte dai giornalisti che erano lì quella mattina. Quindi io poi, oltretutto si vedeva durante le riprese si vede anche che questo giubbotto verde glielo presto in un mentre proprio perché lei aveva freddo, era molto sconvolta in quanto molto spesso rimaneva in silenzio, guardava nel vuoto, insomma avevo la premura di consolarla, questo per me è normale, poi se qualcuno penso che non sia non lo so». La conferma del fermo per i tre indagati – Nonostante le richieste dei legali, i tre indagati restano in carcere. Il P.M. chiede che i tre rimangano in carcere almeno «per la durata di anni uno perché è evidente il loro interesse di sviare le indagini magari contattando persone che possano fornire loro un alibi». La ricostruzione del delitto – Secondo la Pubblica Accusa Amanda Knox verso le 20.30, mentre si trovava in casa di Raffaele, avrebbe ricevuto un messaggio di Lumumba che le avrebbe confermato un appuntamento per la sera stessa. Amanda avrebbe accettato, dietro richiesta di

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Lumumba, di fargli incontrare Meredith, di cui il musicista africano si era invaghito. In un blog di Raffaele il Gip ricava che Sollecito è «in cerca di emozioni forti» e avrebbe accompagnato Amanda all’incontro con la sua amica e coinquilina Meredith. Raffaele e Amanda avrebbero incontrato quindi Lumumba in piazza Grimana intorno alle 21 e insieme si sarebbero recati nell’appartamento dove vivono le due studentesse straniere. Poco dopo rientra Meredith. L’ipotesi del giudice è che la studentessa inglese si sia appartata con Patrick. Dopo di che, riporta il provvedimento del Gip, ‘qualcosa andava male’. Sarebbe intervenuto anche Sollecito e i due, vogliosi insieme ad Amanda Knox di provare sensazioni nuove, avrebbero iniziato a pretendere qualcosa (“un’orgia”, si legge) dalla giovane inglese che però si sarebbe rifiutata. Meredith viene così minacciata e colpita al collo con un coltello a serramanico che Raffaele è solito avere sempre con sé. Secondo il Gip, «dopo il delitto, i tre, resisi conto di quanto accaduto, se ne sono andati frettolosamente dalla casa creando confusione, cercando di simulare un furto ma anche sporcando dovunque con il sangue nel tentativo di pulirsi». Meredith sarebbe stata uccisa tra le 21 e le 22.30. UN QUARTO UOMO? – Intanto diventa sempre più percorribile l’ipotesi che, oltre ai tre arrestati, fosse presente sulla scena del crimine anche un quarto uomo. Questo perché non è stato rinvenuto alcun indumento appartenente ai Sollecito, Knox e Diya, che fosse sporco di sangue, nonostante il luogo del delitto fosse cosparso di sostanza ematica. Viene anche effettuata un’indagine sulle lavanderie di zona, nel tentativo di registrare il passaggio di qualche individuo sospetto intenzionato a lavare macchie di sangue da indumenti. L’unica risposta positiva sarebbe giunta da una lavanderia a gettone, il cui proprietario afferma di aver accolto sabato 3 novembre mattina un “cliente straniero, maghrebino o sudamericano”. Questi avrebbe lavato abiti e delle calzature Nike. L’unica impronta di scarpa rinvenuta a casa di Meredith sarebbe compatibile invece, secondo gli inquirenti, con la marca il modello e il numero di scarpe che Raffaele Sollecito indossa l’ultimo giorno che si reca in Questura, il quale invece nega di essersi mai recato a casa di Meredith e Amanda con indosso quelle scarpe. LA TESTIMONIANZA DEL DOCENTE A FAVORE DI LUMUMBA – Continua la verifica dell’alibi di Lumumba, il quale ancora nega di essere mai entrato nella stanza di Meredith dove si è consumato l’omicidio. Gli inquirenti rintracciano un docente svizzero menzionato da Lumumba il quale conferma: “Sono stato

con lui dalle 20 alle 22 del primo novembre”. Gli esami della Scientifica –La Polizia Scientifica effettua esami biologici per scoprire se sotto le scarpe di Raffaele e su due coltellini a serramanico che gli sono stati sequestrati ci siano tracce del sangue della vittima. Questo inchioderebbe i sospettati, di cui non sono state trovate tracce biologiche sul luogo del delitto. Altro dettaglio importante: il Dna estratto da “residui organici” trovati nel water dell’appartamento dove la giovane inglese è stata assassinata non appartiene a nessuno degli indagati, né alle persone che hanno frequentato almeno una volta quella casa. E questo potrebbe avvalorare l’ipotesi che sulla scena del delitto ci fosse un’altra persona, quel “quarto uomo” non ancora identificato. 13 NOVEMBRE 2007- LE ULTIME NOVITÀ «Dagli ultimi accertamenti compiuti sembrerebbe che non ci sia sangue sui coltelli e sulle scarpe Nike sequestrati a Raffaele Sollecito». Lo dice l’avvocato Luca Maori prima di entrare nel carcere di Capanne insieme a Francesco Sollecito, padre di Raffaele. «Vogliamo che sia raggiunta la verità - prosegue il legale - ed è per questo motivo che non abbiamo ancora presentato istanza di scarcerazione anche se forse gli eventi ce lo potevano permettere». Intanto Il padre di Raffaele all’uscita dal carcere dichiara: «Io rimarrò qui finché mio figlio non uscirà fuori; torneremo a casa con lui a Giovinazzo, dove tutti sono convinti della sua innocenza. Gli ho detto - ha proseguito - che oggi è una bella giornata perché ho appreso che i primi accertamenti sui reperti che gli hanno sequestrato sarebbero risultati assolutamente negativi. Ne era sicuro ma è servito a tranquillizzarlo ulteriormente». E accertamenti vengono effettuati anche sull’auto di Raffaele: smontati i pedali dell’auto per verificare l’eventuale presenza di tracce di sangue, passata minuziosamente al setaccio perché è con la sua auto che Raffaele ha raggiunto la Questura di Perugia il 6 novembre, quando è stato sottoposto a fermo. Gli esperti della Polizia Scientifica setacciano anche l’abitazione dello studente, nel centro storico di Perugia, per individuare tracce di sangue. Tra il materiale repertato, un coltello da cucina, solo uno dei tanti presenti nel tiretto delle posate. Un Ispettore di Polizia, ascoltato durante il processo, alla domanda “perché ha repertato proprio quel coltello e non altri” risponde: “HO AVUTO FIUTO”. E durante il processo emergono tre problemi fondamentali

riguardo al coltello ritenuto dagli inquirenti arma del delitto: - La presunta presenza del DNA di Meredith sulla lama (che comunque non proviene certamente dal suo sangue, ma tuttalpiù da altri liquidi biologici o da cellule) è talmente esigua e infinitesimamente piccola come quantità (meno di 100 picogrammi, dove un picogrammo corrisponde ad un trillonesimo di grammo, o 0.000000000001 grammo) da non poter essere utilizzata per indagini di laboratorio, tanto che la macchina che esegue l’esame la classifica come TOW LOW (troppo poco) . - Il coltello viene dichiarato dai periti del Gip “non incompatibile con le ferite come non incompatibili sarebbero milioni e milioni di coltelli al mondo” esclusivamente perché “trattasi di arma da taglio con lama monotagliente, come l’arma utilizzata dall’assassino”. - Altri esperti dichiarano in aula che”quel coltello, dotato di lama lunga 17,5 cm e larga, a cm. 4 dalla punta, cm.3., non avrebbe potuto provocare nessuna delle tre ferite da taglio trovate sulla gola di Meredith”. L’impronta di un coltello con lama di circa 9 cm. rilevata dal perito della difesa Sollecito, Prof. Francesco Vinci, sul coprimaterasso del letto di Meredith è quella di un coltello la cui forma, lunghezza e larghezza della lama è certamente compatibile con tutte e tre le ferite.

18 NOVEMBRE 2007 - LE PROVE SU UN QUARTO UOMO. - Le indagini proseguono. L’ipotesi di un quarto uomo si fa più plausibile, grazie ad alcune tracce trovate sul cuscino di Meredith: l’impronta di una mano insanguinata non appartenente a nessuno degli indagati. La Polizia di Perugia porta alla Scientifica di Roma la scheda segnaletica del sospettato, già schedato per altre vicende. La foto segnalazione con impronte digitali porta a “Il barone”, o “Body Roga”, che è già in fuga. Ad inchiodare il ragazzo nelle prime battute la sua impronta insanguinata di una mano lasciata sul cuscino di Meredith, le feci trovate nel water di casa di Meredith e il suo DNA isolato sul tampone vaginale della vittima. Si chiama Rudy Hermann Guede, ha 21 anni, cittadino della Costa d’Avorio, con la passione per il basket e vissuto a Perugia dove era stato affidato ad una nota e facoltosa famiglia del posto. Sembra che Rudy durante gli ultimi giorni di ottobre si trovasse a Milano, dove sarebbe anche sta-

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i miei figli consideravano un fratello. Certo è che l’identificazione tramite le impronte non 20 NOVEMBRE 2007 – FERMATO IN GER- sarebbe stata possibile se Rudy non fosse MANIA RUDY HERMANN GUEDE. Il fuggi- stato già schedato. tivo viene arrestato dall’Interpool a Weisbaden, in Germania. Gli investigatori 20 NOVEMBRE 2007 – ARRESTATO arrivano a lui tramite un suo amico italiano GUEDE, VIENE SCARCERATO LUMUMBA. che durante la notte si mette in contatto con LA SOLUZIONE È VICINA? - In circostanze l’ivoriano conversando con lui tramite Skype. normali, l’arresto di Guede potrebbe chiudeChi parlava con lui lo faceva però dagli uffici re il caso perché le prove contro di lui sono della Polizia, seguito passo passo da Squa- forti e conclusive. Ma Il Questore di Perugia, dra mobile, Sco e Postale. Quando arriva Arturo De Felice fa sapere che «al momento alla Stazione di Polizia per l’identificazione, per disposizione dell’autorità giudiziaria Rafil ragazzo, in cerca di un aiuto, fa il nome di faele e Amanda restano in carcere. La conchi qualche anno prima lo aveva accolto a valida del fermo da parte del giudice è tuttora valida. Per i due ci saranno ulteriori valutaPerugia: «Avvertite la famiglia Caporali». zioni, adesso che è stato definito il quadro, LA VERSIONE DI RUDY DEL 19 NOVEM- perché bisognerà collocare ognuno nel suo BRE – «Se continui a scappare penseran- giusto ruolo». Perché? no che sei colpevole. Devi tornare in Italia. Io Il 6 Novembre 2007 le Autorità annunciavati aspetto a Milano»: ecco le parole-trappola no di aver risolto il delitto ancor prima di aver inviate a Rudy Hermann Guede dall’amico saputo di Guede e tenevano una conferenza di Perugia, che aveva accettato di collabo- stampa in cui dichiaravano che Amanda, rare con la polizia per convincere il fuggitivo Raffaele e Patrick Lumumba avevano ucciso a rientrare. I due parlano per circa un’ora e Meredith perché aveva rifiutato di partecipaRudy giura di essere innocente: «Io ero lì re ad un gioco di sesso. Arrivano manifestaquella sera» - dice all’amico: «Sono stato zioni di apprezzamento da parte del ministro in quella casa, perché avevo un appunta- Amato e del console inglese. In seguito, quanmento con Meredith». Sostiene di aver avu- do Lumumba viene scarcerato in virtù del suo to un approccio sessuale con Meredith (che forte alibi, gli inquirenti non possono che solo aveva invitato a casa la sera prima), di stituire a Lumumba il Guede come terzo paressere andato in bagno e di aver sentito le tecipante nel presunto gioco di sesso, tralavoci di qualcuno che entrava. Quando è tor- sciando che si tratta comunque di due personato nella stanza ha visto “un ragazzo che ne, quindi esseri umani diversi in tutto: persoparlava italiano, di colorito scuro, casta- nalità, vita, famiglia, abitudini, interessi, età, no, con un cappello tipo norvegese in te- lavoro, conoscenze. Ignorando deliberatasta e una felpa Napapiri, senza occhiali mente (visto che dalla raccolta delle varie teche sgozzava Meredith. “Abbiamo avuto stimonianze lo sanno) che Rudy non è colleuna colluttazione”, ha rivelato in un raccon- gato in nessun modo né ad Amanda né a to confuso, “mi sono anche ferito ma non Raffaele. Sembrerebbe che le Autorità, avenricordo precisamente il volto di quel gio- do ormai ufficializzato una certa teoria, contivane, poi sono scappato, avevo paura. Non nuino a lavorare per produrre qualunque prova atta a convalidare il loro teorema. sono stato io a ucciderla”. to denunciato per un furto in un asilo nido.

ECCO CHI È RUDY HERMANN GUEDE. – Secondo la Polizia Rudy Hermann è un pusher, secondo Paolo Caporali, l’imprenditore perugino che l’ha avuto in affido temporaneo per due anni, gli ha dato un lavoro e gli ha offerto l’opportunità di una vita normale, «è un gran bugiardo». Nato il 26 dicembre 1986 in Costa d’Avorio, Rudy viene affidato a 17 anni a una famiglia di Perugia. Un’adozione portatrice di conflitti e difficoltà, finita con la separazione. «E’ inutile nascondere che per me Rudy e’ stato una delusione» - dice ancora Caporali. «Diceva di andare a scuola e invece saltava le lezioni. Preferiva passare le giornate davanti al televisore o con i videogiochi. Poca voglia di studiare e ancor meno di lavorare. Quando l’ho capito l’ho allontanato dalla mia famiglia. Non riesco ancora a credere - ha aggiunto - che si tratti dello stesso ragazzo che

22 NOVEMBRE 2007- IL PUBBLICO MINISTERO DEPOSITA LA SUA RELAZIONE Raffaele Sollecito e Amanda Knox hanno fornito dichiarazioni palesemente false agli inquirenti che indagano sull’omicidio di Meredith Kercher, secondo il pm Giuliano Mignini, per il quale si è in presenza di un insieme “impressionante di contraddizioni e

di assurdità nel tentativo di dare una spiegazione dei fatti che li potesse scagionare”. Riguardo a Raffaele, il Pubblico Ministero lo colloca sulla scena del delitto in base a un impronta di scarpa accanto al cadavere ritenuta compatibile con le sue scarpe (di diverso avviso fin dal primo momento i difensori secondo i quali non c’é invece alcuna corrispondenza). Ha poi sostenuto che gli accertamenti della polizia postale hanno “puntualmente e inesorabilmente smentito” la sua versione di essere rimasto al computer la notte dell’omicidio (ma che bisogno aveva Raffaele di dimostrare di essere rimasto al computer quella notte?). Ipotizza il pericolo di una fuga di Amanda Knox e Raffaele Sollecito se dovessero essere scarcerati «Amanda lasciata libera s’involerebbe immediatamente verso gli Stati Uniti, mentre Sollecito, che appare disporre di non trascurabili risorse economiche, potrebbe trovare il modo di far perdere le sue tracce». 30 NOVEMBRE 2007 – NIENTE SCARCERAZIONE PER AMANDA E RAFFAELE. Lo decide il Tribunale del Riesame di Perugia. LA REQUISITORIA DEL PM - Fotografie dell’abitazione di via della Pergola sono state prodotte dal pubblico ministero Giuliano Mignini nell’udienza davanti al Tribunale del Riesame. In particolare per dimostrare che nell’abitazione non è stato compiuto alcun furto. Il PM afferma che la finestra frantumata dimostra che l’irruzione era stata premeditata e che solamente una persona dall’interno - qualcuno notoriamente in possesso delle chiavi della abitazione – avrebbe potuto organizzare un tale piano, con l’intento di far apparire l’omicidio compiuto da uno sconosciuto. Questa presunta organizzazione è uno dei crimini di cui Amanda e Raffaele sono ufficialmente accusati. Non c’è alcuna prova a sostegno di tale accusa. Gli investigatori hanno letteralmente assunto che la finestra fosse troppo alta per essere utilizzata come punto di ingresso. La Polizia di Milano ed un testimone al processo hanno però dichiarato che qualche giorno prima che Meredith venisse uccisa, Rudy Guede era stato sorpreso a rubare in un asilo nido di Milano ed in possesso di un computer che era stato rubato in uno studio legale di Perugia da qualcuno che aveva sfondato con un sasso una finestra alta circa quattro metri da terra ed usato quella finestra per penetrare all’interno. Modalità assolutamente identiche a quanto avvenuto nel casolare di via della Pergola (finestra collocata a circa 4 metri da terra, grosso sasso utilizzato per rompere il vetro e rinvenuto nella stanza). Inoltre, la difesa ha condotto degli esperimenti che dimostrano che un uomo dell’altezza di Guede sarebbe potuto facilmente

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fatto

entrare attraverso la finestra rotta della abitazione usando come punto di partenza la grata della finestra sottostante situata a piano terra, come mostrato nella foto scattata nel corso del sopralluogo richiesto dalla difesa Sollecito. Nell’occasione un legale ha dimostrato quanto possa essere agevole entrare nell’appartamento della vittima attraverso la finestra.

SECONDO L’ACCUSA SOLLECITO NON ERA AL COMPUTER – Il Tribunale del Riesame di Perugia usa gli aggettivi “Definitiva e insuperabile”, per parlare dell’analisi compiuta dalla Polizia Postale sul computer di Raffaele Sollecito. Secondo i giudici, tra le 21.10 e le 5.32 della notte del delitto “non risulta alcuna interazione umana” con il computer di Sollecito. Dal momento che tutti gli alibi forniti da Raffaele Sollecito sono risultati “fin qui privi di fondamento” e che tutte le risposte fornite dal giovane giovinazzese davanti al Gip “gettano ombre sinistre sul suo ruolo e sulla sua affidabilità” (a scriverlo è il Presidente del Tribunale del Riesame di Perugia, Massimo Ricciarelli motivando il respingimento della richiesta di scarcerazione avanzata da Sollecito) i giudici prendono in esame ogni elemento d’accusa nei suoi confronti - le differenti versioni fornite agli inquirenti, l’impronta insanguinata della scarpa vicino al cadavere di Meredith, il coltello da cucina trovato in casa sua con il presunto Dna di Amanda e Mez, la perizia della Polizia Postale sul computer. UNA VIOLENZA SESSUALE DI GRUPPO – I Giudici del Tribunale del Riesame di Perugia confermano l’impianto dell’accusa: Meredith Kercher fu uccisa al termine di una “violenza sessuale di gruppo” - scrivono - “vittima di uno o più aguzzini che senza pietà vinsero i suoi tentativi di resistenza”. La morte fu causata da un’azione combinata di più persone che la vittima frequentava. AMANDA E RAFFAELE: IL GIUDIZIO DEI MAGISTRATI – A proposito di Amanda, i magistrati rimarcano «l’elevato decadimento di freni inibitori e dunque la disponibilità effettiva ad assecondare ogni tipo di pulsione, quand’anche destinata a sfociare in condotte violente e incontrollate». Per quanto invece riguarda Raffaele Sollecito, si parla della «personalità assai complessa e per certi versi inquietante» del ragazzo: «La violenza costituisce per Raffaele una concreta attrattiva. Con la sua condotta e i

suoi atteggiamenti, nonché con le sue ondivaghe dichiarazioni spesso allineate alle oniriche versioni dell’ex fidanzata, ha mostrato un temperamento fragile, esposto a pulsioni e condizionamenti di ogni genere. Il quadro psicologico del suo coinvolgimento nella vicenda appare espressione di una volontà di partecipazione a forme sempre più estreme di trasgressione. In questa fase risulta soggetto incline al compimento di gravi delitti implicanti il ricorso a violenza personale». 8 DICEMBRE 2007 – DELUSIONE PER L’INTERROGATORIO DI RUDY: “NON HO VISTO L’ASSASSINO. Interrogato dal Pm, Rudy Hermann Guede non fornisce risposte esaurienti. Una delusione, per chi tra gli inquirenti si aspettava dalle sue parole un’identificazione definitiva dell’assassino di Meredith Kercher: Rudy ha ammesso di non essere in grado di riconoscere l’assassino.«Non l’ho visto in faccia, non saprei riconoscerlo perché ero occupato a schivare il coltello. Lo brandiva con la mano sinistra». (Raffaele non è mancino n.d.r). Non c’è stato modo di ottenere neppure una descrizione precisa di quel coltello così disperatamente cercato dagli investigatori. Né lunghezza, né forma della lama. Nulla, vago, generico. UN TESTIMONE - A parlare è una testimone, una donna residente a un centinaio di metri dal casolare di Via della Pergola. “Ho sentito un grido provenire dalla casa e poco dopo una o due persone che fuggivano “. Ma ascoltata nel corso del processo la teste si contraddice, non ricorda se l’urlo l’ha sentito la sera del 31 ottobre (la notte di Halloween) o la sera dell’1 novembre, di certo riferisce che la mattina successiva, alle 9.00, ha saputo che una ragazza era stata uccisa e di aver visto alle 11,00 già i manifesti affissi in Perugia. Eppure a quell’ora nessuno aveva ancora scoperto il corpo straziato di Meredith, ritrovato solo alle 13,30 circa del 2 novembre.

«l’impronta di scarpa sporca di sangue trovata nella casa del delitto non è compatibile con le Nike di Raffaele; l’impronta appartiene ad una scarpa Nike modello Outbreck 2 misura 45». Contemporaneamente la Polizia Scientifica rende noto il ritrovamento di tracce di dna appartenente a Raffaele Sollecito su un gancetto metallico del reggiseno di Meredith Kercher. LE ANALISI DELLA SCIENTIFICA – Il 2

1°SOPRALUOGO

2° SOPRALUOGO

novembre era stato repertato il reggiseno che la vittima indossava al momento dell’omicidio; sullo stesso era stata trovata traccia del dna di Guede. Al reggiseno mancava un pezzo di stoffa con i gancetti di chiusura. Il reperto viene individuato la notte tra il 2 e il 3 novembre ma inspiegabilmente non viene repertato. Recuperato dopo 45 giorni, durante un successivo sopralluogo, in un posto diverso da quello dove era stato fotografato la prima volta e dopo che nella casa vi erano state ben tre perquisizioni, eseguite dalla Squadra Mobile di Perugia, durante le quali viene completamente sovvertito lo stato dei luoghi, il pezzo di stoffa viene analizzato e la Scientifica isola esclusivamente su un gancetto una traccia mista, costituita da almeno due contributori, in cui vi sarebbe DNA compatibile con quello di Raffaele Sollecito. 13 febbraio 2008 – Il medico legale incaricato dell’autopsia, il dottor Luca Lalli, nella sua relazione conclusiva fissa a “due o tre ore dopo l’ultimo pasto” l’ora della morte. Meredith ha cenato con le sue amiche alle 18.00 per cui l’omicidio dovrebbe essere avvenuto non oltre le 21,30. D’altra parte è lo stesso Rudy che nella chat con il suo amico rivela che il tutto è avvenuto tra le 21,20 e le 21,30. E’ l’ulteriore conferma del10 GENNAIO 2008 – COLPO DI SCENA. I la totale estraneità di Raffaele Sollecito che difensori di Sollecito depositano una perizia a quell’ora era al computer, come ampiadimostrando in modo inequivocabile che mente dimostrato anche dalla Polizia Po-

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stale. 1 aprile 2008 - I Giudici della Cassazione decidono che Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Rudy Guede restano in carcere. Le motivazioni: “contro di loro ci sono gravi indizi, esiste il pericolo di fuga e hanno una personalità negativa”. 4 APRILE 2008: ECCO IL “SUPERTESTIMONE “Vagheggiato a lungo, nell’inchiesta per l’omicidio di Meredith Kercher spunta un supertestimone: si tratterebbe di un clochard che avrebbe “visto qualcosa” la sera del delitto. «Da piazza Grimana erano partiti gli ultimi autobus diretti in discoteca, erano passate le 23. La notte di Ognissanti ho visto Amanda e Raffaele nei pressi del campetto di basket. Si abbracciavano, parlottavano e di tanto in tanto guardavano di sotto, in direzione della villetta di via della Pergola». Sarebbe lo stesso testimone che in sede di udienza precisa di aver visto i ragazzi in quella piazzetta verso le 21,30 ma che gli stessi non si sono mai allontanati nelle ore in cui sarebbe avvenuto il delitto. Dubbi sull’impronta Nike – Giungono smentite in merito all’impronta insanguinata della scarpa Nike, inizialmente attribuite a Sollecito. Nell’appartamento dell’ivoriano Rudy Hermann Guede, terzo indagato nell’inchiesta, è stata infatti trovata una scatola vuota di scarpe Nike, modello Outbreak 2. I consulenti tecnici della difesa di Raffaele Sollecito attribuirebbero quindi l’impronta alla scarpa di Guede. 15 APRILE 2008 - COLPO DI SCENA - Arriva la tanto attesa conferma o smentita da parte della Polizia Scientifica: le impronte di scarpe rinvenute sul luogo del delitto non appartengono a Raffaele Sollecito ma alle scarpe Nike modello Outhbreak 2 di Rudy Guede. 5 MAGGIO 2008 Giulia Bongiorno è il nuovo avvocato difensore di Raffaele Sollecito. È stato «un incontro molto positivo» quello avvenuto nel carcere di Terni tra Raffaele Sollecito e il suo nuovo difensore, l’avvocato Giulia Bongiorno alla presenza dell’altro legale l’avvocato Luca Maori. «Raffaele Sollecito è molto, molto provato – spiega la Bongiorno - come può essere un ventitreenne detenuto per un omicidio del quale si sente la seconda vittima. Ho accettato l’incarico di difendere Sollecito perché, dopo avere letto attentamente le carte dell’inchiesta, ho radicato in me il convincimento della sua innocenza. Non aprioristicamente ma dopo avere consultato gli atti».

«Credo che mio figlio meriti questa difesa»: lo ha detto il padre di Raffaele, Francesco Sollecito, a proposito della nomina dell’avvocato Bongiorno come difensore del figlio. «Come genitore sto facendo tutto quello che posso» - ha aggiunto, spiegando di avere trovato «grande disponibilità» da parte dell’avvocato Bongiorno. Secondo il papà Francesco «Raffaele ha tutto il diritto di sentirsi la seconda vittima di questa vicenda. Purtroppo - ha proseguito - non possiamo farci niente e lo aiutiamo nei limiti del possibile e soprattutto nei termini che la legge ci consente. Ultimamente ho trovato Raffaele molto stanco ma tutto sommato penso che riesca ancora a conservare il giusto equilibrio. Nonostante tutto». E’ comunque deciso a non entrare nel merito della strategia processuale. «Non penso a nulla - ha detto perché ci sono gli avvocati e saranno loro a decidere cosa fare. Mi fido ciecamente del loro operato - ha concluso Francesco Sollecito - e aspetterò pazientemente che decidano cosa è meglio fare per mio figlio». 12 MAGGIO 2008 - NUOVA RILEVAZIONE IMPRONTE. La Polizia si reca nel carcere di Terni per rilevare le orme dei piedi a Raffaele Sollecito. Le impronte verranno poi confrontate con le quattro tracce di piedi nudi individuate nell’abitazione dove venne uccisa la studentessa inglese e per due di esse i consulenti del P.M. sottoscriveranno una perizia di probabile identità con il piede di Raffaele. A Raffaele viene attribuita l’impronta di piede rilevata sul tappetino del bagno adiacente la camera di Meredith.

sulla scena del delitto, io, per mesi, volevo ricordare che per mesi queste impronte erano state attribuite a me ed io sono stato arrestato e sono stato portato in carcere con questa prova, poiché all’inizio erano giudicate come delle impronte identiche alla mia impronta di scarpa; oltretutto il Giudice, in base a questo tipo di relazione, ha confermato il mio arresto, anche se io ho più volte detto, fin dall’inizio, che quelle orme di scarpa non erano mie. Nessuno mi ha ascoltato per mesi, fino a che, poi, non c’è stata la deposizione agli atti che si erano sbagliati. Volevo ricordare questo semplicemente perché ho vissuto un dramma, perché ovviamente nella situazione carceraria di detenzione per tanto tempo, se qualcuno dice –Tu eri lì perché abbiamo questo tipo di prova – quando non è vero, per me psicologicamente è abbastanza forte. Inoltre vorrei anche essere chiaro per quanto riguarda le impronte di piedi nudi che mi hanno attribuito, perché da quello che ho sentito dire oggi, questa qui è una mia personale valutazione, credo che comunque un tipo di accertamento così, prettamente fondato in maniera preponderante sulle misure sia compatibile con molti altri piedi; sono personalmente convinto di questo; comunque sia volevo che sia chiaro a tutti che quelle impronte di piedi nudi non possono essere mie, in assoluto non sono mie. Io non sono nessuno, diciamo, non sono un consulente o quanto altro, però saranno i miei consulenti poi a deporre e appunto a spiegare il perché. Intanto comunque io, per essere chiaro, vi dico che quelle orme di piedi nudi non sono assolutamente le mie; tutto qua. Volevo soltanto dire questo, insomma che sia chiaro. Vi ringrazio per la cortese attenzione». E’ ancora il Prof. Vinci, consulente della difesa Sollecito, a dimostrare in maniera inequivocabile, attraverso una attenta analisi metrica e morfologica, che quelle orme di piedi nudi non appartengono a Raffaele Sollecito. Di contro dimostra che anche l’impronta di piede nudo lasciata sul tappetino sarebbe compatibile con il piede di Rudy Guede.

Nel corso dell’udienza del 9 maggio 2009 Raffaele Sollecito, di fronte ai periti del P.M. chiede ancora una volta la parola rivolgendosi al Presidente ed ai Signori della Corte. «Signor Presidente, scusatemi, Signori della Corte, scusatemi per le pause e per i fogli; mi riprendo un attimo, devo riprendermi un secondo. Volevo affrontare soltanto alcune questioni che voglio sottoporre alla vostra attenzione. Durante l’ultima deposizione ho sentito illustrare riguardo alle impronte di scarpa, prima cosa, che sono state lasciate

20 GIUGNO 2008 - OMBRE E DUBBI SULL’OMICIDIO DI MEREDITH - Sette mesi dopo il ritrovamento del cadavere di Meredith Kercher a Perugia, si chiude l’inchiesta sull’omicidio della studentessa inglese: anche se dodici faldoni e 10mila pagine di atti non bastano a sciogliere tutti i dubbi sia sul movente, sia sulla dinamica di quanto accadde quella sera nella villetta di via della Pergola. Per i Pubblici Ministeri Giuliano Mignini e Manuela Comodi che depositano il 415 bis, l’atto di chiusura indagine che di fatto precede la richiesta di rinvio a giudizio, Mez fu uccisa da Amanda, Raffaele e Rudy per

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futili motivi. 11 luglio 2008 - Colpevoli di omicidio? La Procura di Perugia consegna la richiesta di rinvio a giudizio per Amanda, Rudy e Raffaele tutti e tre ritenuti in concorso responsabili dell’assassinio della studentessa inglese Meredith Kercher.. La ricostruzione accusatoria vedrebbe i primi due trasferire l’arma del delitto, un grosso coltello da cucina, dalla casa di Sollecito a quella di via della Pergola, teatro del delitto. Altra accusa di cui dovranno poi rispondere è quella di violenza sessuale e di furto (300 euro in contanti e due carte di credito che appartenevano alla vittima). Solo la Knox e Sollecito sono inoltre accusati di avere simulato un tentativo di furto nell’appartamento, rompendo il vetro di una finestra con una pietra prelevata nelle vicinanze.

l’ultima testimonianza che c’è stata, Gioffredi appunto. Prima di tutto non può questo ragazzo avermi visto in compagnia di Rudy Guede perché io non lo conosco, ribadisco, questa qui penso che sia la terza o quarta volta che lo dico. Ribadisco che Rudy Guede non lo conosco, non l’ho mai incontrato in vita mia e tanto meno lo conosco, quindi è assolutamente impossibile! Seconda cosa non ho mai visto ad Amanda un cappotto lungo, rosso, per me quello che ha descritto Gioffredi è impossibile riguardo a questi abbigliamenti, non ho mai avuto riscontri di questo tipo di abbigliamenti. In terzo luogo io quel giorno ero altrove e verrà dimostrato nel proseguo di questo processo dalla mia Difesa e dai documenti. Ringrazio la Corte».

LA STORIA INFINITA: SPUNTANO ANCORA TESTIMONI - Un albanese con problemi di abuso di alcol e droghe testimonia di aver visto i tre sospetti insieme la sera del omicidio. Si discredita da sé durante l’interrogatorio in contraddittorio. Altri due testimoni si presentano un anno dopo l’omicidio. Uno testimonia di aver visto Amanda nel suo negozio la mattina dopo l’omicidio alle 8.00, ma un suo dipendente si fa avanti e dichiara apertamente che ciò non era vero. Un ultimo testimone dice di aver visto Meredith, Amanda e Raffaele con Guede la sera prima dell’omicidio: Amanda indossava un cappotto rosso. La difesa dimostra che le loro testimonianze sono prive di fondamento; la loro testimonianza si commenta da sé.

ASPETTANDO IL 5 DICEMBRE… Raffaele sfoga la sua rabbia in una intervista a questo giornale che pubblichiamo nelle pagine successive: «Il senso di questo storia sta nel fatto che gli inquirenti si sono fatti un’idea sbagliata fin dagli inizi. Se Guede fosse stato arrestato prima di me, Amanda e Patrick Lumumba non avreste mai conosciuto né me, né Amanda né Patrick in questa maledetta storia. Questa è la verità, questa è certezza».

ASPETTANDO IL 5 DICEMBRE… RAFFAELE parla alla Corte. UDIENZA DEL 06/02/2009 - DICHIARAZIONI SPONTANEE DELL’IMPUTATO SOLLECITO RAFFAELE SOLLECITO RAFFAELE - Grazie. Mi scusi Signor Presidente e Signori della Corte. VoUDIENZA DEL 28/03/2009 levo soltanto premettere, diciamo, la mia siDICHIARAZIONI SPONTANEE DELL’IM- tuazione. Mi viene difficile definire la situaPUTATO – SOLLECITO RAFFAELE zione in cui mi trovo, soprattutto perché mi «Signor Presidente, signori della Corte, vo- sembra del tutto irreale la situazione che sto levo fare alcune precisazioni riguardo al- vivendo

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anche fondamentalmente perché sono totalmente estraneo a quanto mi viene imputato. Sono in carcere da un anno e tre mesi, ma io in questa situazione non c’entro nulla. Non sono un violento e non mi è mai sfiorata l’idea di fare del male a nessuno. Chi mi conosce bene sa benissimo che mi risulta difficile anche uccidere una mosca. Non so esattamente perché sono ancora in questa situazione, ci sono state diverse vicissitudini controverse, speriamo che verranno chiarite. Meredith la conoscevo appena, di fatto era la coinquilina di Amanda. Non conosco Rudy Guede, non mi sembra di averlo mai visto in vita mia, non lo so, però di fatto non lo conosco. Con Amanda avevo un rapporto sentimentale che avevo appena iniziato, era iniziato il 25 ottobre 2007. Non c’era stata una, diciamo, una conoscenza tale da poter far pensare a chissà che cosa. La mia richiesta: umilmente chiedo di esaminare tutto quello che ci sarà da dire con estrema attenzione per accertare qual è di fatto la verità e non le supposizioni di idee o peggio, qualche volta mi capita di sentire, le illazioni, anzi molto spesso, perché IO MI RITENGO VITTIMA DI UN ERRORE GIUDIZIARIO. Vi ringrazio per l’attenzione, è tutto qui.

LA REDAZIONE

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DICEMBRE 2009

DI

GABRIELLA MARCANDREA

«Dio non mi ha abbandonato» In carcere a Terni, ho rivisto Raffaele A Perugia come a Terni. L’aspetto delle case circondariali non cambia molto. Si entra in quel mondo che separa gli uomini liberi dalla perduta gente. Il rituale è sempre quello. Identificazione, custodia degli effetti personali in un armadietto assegnato, perquisizione radicale, passaggio d’obbligo attraverso il metal-detector. Poi si schiudono i pesanti cancelli che conducono prima in un ampio androne. L’orologio segna le undici circa. A quell’ora c’è un insolito fermento. Sulla strada che separa la guardiola dal cuore del carcere gli agenti di polizia penitenziaria guardano rigorosamente a vista due detenuti che sospingono un carrello colmo di mattoni. Fanno i muratori. C’è chi fa la spola con la cucina, chi le pulizie… E gli agenti nella loro azzurrina divisa stanno rigorosamente a guardare. Le porte si aprono e si chiudono con robuste chiavi che pendono dalle mani degli agenti. Chissà se anche loro, come il brigadiere di Poggio Reale, Pasquale Cafiero, al centesimo catenaccio, alla sera si sentono uno straccio. Raffaele, straccio si sente da tempo. Da due anni con esattezza, e ancora senza una vera e propria prova circa l’impu-

tazione. Dall’androne conto altri tre cancelli prima di entrare nella sala-colloqui. Raffaele è lì che mi aspetta. Aveva ricevuto un altro incontro. Mi accoglie con dei cioccolatini, ma con la stessa galanteria con cui mi avrebbe probabilmente porto dei fiori, peraltro vietati in carcere. Indossa un maglioncino verde chiaro, però sotto ha la polo del Bari Calcio. E’ stato di parola. E’ sereno, sorridente, nonostante tutto è fiducioso anche perchè crede fortemente in Dio. Così Raffaele vive i suoi ultimi giorni del carcere preventivo in attesa del 5 dicembre. «Dio non mi ha abbandonato. Dio sa cosa provo, sa che sono innocente e mi protegge». Ogni mercoledì, nella santa Messa settimanale riceve Dio, riceve la santa Comunione. Così Raffaele vive questa sua vita in sospeso. Se perdi anche la fede, non ha senso neanche aggrapparsi più alla vita quando ormai sei già morto dentro. Mi parla di Giovinazzo, della sua città. Due anni senza respirare il profumo del mare nelle notti di agosto. Mi parla dei suoi sogni, di cosa farà domani, di cosa farà da grande. «Trascorrerò Natale a casa con i miei, con gli amici, con chi mi vuo-

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le bene. Poi devo correre, devo recuperare un po’ di esami. Ho subito uno stop nei miei studi, i libri devono ancora arrivarmi e il passaggio alla laurea specialistica si è un po’ complicato da quando sono rinchiuso in questo posto». Da grande vorrebbe occupare magari un posto al sole nel mondo che è la sua passione: l’informatica. Per quella passione Raffaele non fa sconti, andrebbe ovunque. Così come fece tre anni fa quando consegue una borsa di studio Erasmus e si trasferisce a Monaco di Baviera. E lì rimane anche quando il cielo di Berlino si colora d’azzurro. Fu solo l’inizio di un lungo viaggio di un ragazzo del Sud trascinato improvvisamente su una spiaggia percorsa da burrasche irose. E la spiaggia del Purgatorio dove approdano le diverse anime in attesa di giudizio. E lì, in quella spiaggia che Raffaele rimane per due anni ascoltando il rumore della tivù e di chi per fatui indizi di reità gli colora di orrori il suo mondo. Il 5 dicembre anche il suo mare si colorerà di azzurro. Sorride Raffaele quan do gli racconto che questa volta per

farmi entrare la poliziotta mi ha scandagliato il bordo del reggiseno centimetro per centimetro e che per un attimo ho temuto che proseguisse con l’esame bizantino delle coppe. «Quando incontro amici e parenti, anch’io subisco una perquisizione certosina prima di essere condotto nell’aula colloqui. E anche per me il percorso che mi conduce qui è complesso ed intervallato da una lunga serie di cancelli». Parla Raffaele con un aggraziato stile, trasmette serenità e pace. «Non capisco perché i media si siano accaniti nei miei confronti sin dagli inizi. La scena della biancheria intima per esempio? Io e Amanda eravamo in una semplice merceria e lei stava acquistando un paio di normali mutande perché la casa di via della Pergola era stata posta sotto sequestro e lei non aveva più vestiti nè biancheria personale. In quei giorni le prestavo anche i miei vestiti. I P.M. dovrebbero esaminare per bene tutti i dettagli». Torna a parlare di Amanda, delle lettere che si scambiano. «Amanda vive in cella con altre detenute e il rapporto con loro non è sempre facile». Insomma, non era proprio quella l’esperienza nella magnifica terra umbra che lei voleva fare. Amanda l’ammaliatrice, Amanda la mangiatrice di uomini. «Amanda è una ragazza semplice, carina ma assolutamente normale. Piccola di aspetto e di corporatura.

I media l’hanno descritta come una Venere, una donna capace di conquiste repentine e perverse. Nulla di tutto questo. Talvolta, invece, pecca anche di ingenuità e si lascia turbare da situazioni che non può gestire. Mi riferisco quando è stata pressata dagli inquirenti nelle ore successive al delitto». Aspettando il blu, il colore del mare di casa sua, per Raffaele c’è solo Dio, almeno lui entra sempre nella sua cella di ferro e di cemento. Poi c’è la tivù che a volte mostra Raiuno «con tutti i puntini», un po’ di palestra e qualche partite a ping pong, in attesa di giocarsi il matchball, quello più importante il 5 dicembre. «Cerco di addormentarmi regolarmente ogni sera, come se fossi a casa. Al carcere però e a quelle sbarre della finestra che ogni mat-

tina mi danno il buongiorno non ci si abitua mai. Scrivo e leggo, cercando di dimenticare». A proposito, il caffè, dicono che solo in carcere lo sanno fare. Macchè! A Terni non esiste la ricetta di Cicciriniello. «E’ acqua colorata, è peggio di quello americano». Ci vuole proprio un vecchio caffè di casa nostra sorseggiato vicino la centralissima piazza. A presto, Raffaele! GABRIELLA LABOMBARDA Via Bitonto n 86/A - Giovinazzo Tel-Fax 080 394 44 83 email: labimpedil@libero.it

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DICEMBRE 2009

L’ultima lettera prima del giudizio «RIUSCIRÀ LA CORTE DI ASSISE A FARSI UN’IDEA CHIARA? AVRANNO COLTO A PIENO TUTTE LE FASI DIBATTIMENTALI? AVRANNO CAPITO DI CONSEGUENZA CHE SONO INNOCENTE SENZA OMBRE?» Cari Amici della Piazza, è un po’ di tempo che non ci si sente per lettera; ho considerato semplicemente più appagante la visita del nostro Sergio Pisani e Gabriella Marcandrea e quindi mi sono impigrito un po’. Sono tornato a Vocabolo Sabbione come previsto e molto probabilmente dovrò tornare a Capanne per le ultime udienze. Durante questa breve attesa l’ansia e l’angoscia invadono i miei pensieri: riuscirà la Corte di Assise a farsi un’idea chiara? Avranno colto a pieno tutte le fasi dibattimentali? Avranno capito di conseguenza che sono innocente senza ombre? Ho molta fiducia e non c’è nulla che mi fa intendere qualcosa di diverso. Sono fiducioso e aspetto che tutto vada al posto giusto. Aspetto anche che mi diano la possibilità di continuare i miei studi. Già, dopo l’ultima volta che ho fallito gli esami a luglio, la mia carriera universitaria ha subito un brusco stop perché mi è stato fatto presente che con le nuove riforme Gelmini, passare dalla laurea specialistica alla nuova laurea magistrale mi può aiutare

parecchio per il mio iter. Tutto questo richiede del tempo burocratico. Spero di avere presto tutto il materiale necessario ai miei studi. Del resto è sempre una costante

aspettare tutto in carcere. Aspettare… la pazienza regna sovrana in carcere: nessuno ti può dare una risposta sensata nel giro di poco tempo su qualsiasi argomento. Così è anche la legge qui in Italia. Durante le mie lunghissime giornate passate in cella a leggere o scrivere o cucinare qualcosa guardando la TV, la cosa che più aspetto con estremo piacere è la visita dei miei famigliari o amici a colloquio. È il momento in cui posso davvero prendere una boccata di aria fresca perché ho vicino a me delle persone oneste e rispettose che

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mi conoscono e mi capiscono fino in fondo; non danno peso o valore a ciò che non ha nessun valore concreto, come di solito accade tra i detenuti o gli agenti un po’ depressi. Ho molta nostalgia di casa soprattutto perché lì non esiste quel clima orrendo che si respira nella profonda afflizione che è il carcere. Mi manca quel clima sano e pieno di buone idee e progetti che è l’università. Conoscere persone provenienti da ogni parte nel mondo che studiano le tue stesse materie e che sono una miniera infinita di spunti, idee, progetti concreti che ti inebria di futuro, di sviluppo, lavoro utile a se stessi e agli altri. L’esperienza che ho fatto in Erasmus mi è rimasta dentro proprio per questi motivi e ne farei altre cento così. Tutto questo in carcere è pura utopia, le coscienze vengono oppresse, la realtà si annebbia e tutto sprofonda in una vana sottomissione e tortura psicologica senza futuro. Già, il futuro qui non esiste e per me è anche molto difficile pensarci. C’è chi maliziosamente, non perde occasione per ricordarmi il rischio di una vita in galera, ma per me non ha alcun senso pensarci perché non ho fatto niente e non esiste alcun motivo al mondo per cui io debba pagare così tanto. Mi chiedo cosa avrebbero fatto que-

ste persone al posto mio in una situazione simile, perché penso che è molto facile caderci se chi fa le indagini le fa in questo modo assurdamente superficiale senza rispetto per nessuno, solo per arrivare alle conclusioni che l’investigatore ha nella sua testa a tutti i costi; conclusioni partite da un principio sbagliato che vivono ed hanno riscontro di fatto solo e soltanto nella sua testa, ma non hanno nulla a che fare con la realtà dei fatti. Questa orribile vicenda non vede solo me triturato da errori e false piste investigative che distruggono la vita ad intere famiglie, ma c’è anche Amanda e la sua famiglia. Nonostante ha firmato delle dichiarazioni raccapriccianti agli inquirenti in questura, sono sempre convinto, che passare una notte in questura sotto interrogatorio per più di mezza giornata senza avvocato o conoscente, ma con intorno una gran quantità di inquirenti che ti pongono domande, sia davvero un’esperienza orribile con tutte quelle intimidazioni e pressioni psicologiche. Pochi possono capire veramente cosa significa; come me che l’ho vissuto sulla mia pelle. Non metto in dubbio il metodo dell’interrogatorio, ma ho molti

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dubbi su quello che poi viene detto ed estorto in quel modo. È vero che magari non conosco Amanda molto bene, ma ciò che ho vissuto di lei è completamente diverso da ciò che descrivono. Non è manipolatrice, né violenta, né diabolica come alcuni vogliono farla passare. Questo è il mio punto di vista certo; il problema è che i punti di vista diversi dal mio provengono dai media o da persone che non l’hanno mai conosciuta e questi presunti lati oscuri di Amanda non trovano nessun riscontro. Per me era e rimane sempre una ragazza acqua e sapone dolce, divertente ed espansiva con tanta voglia di imparare e costruirsi un buon futuro; talvolta un po’ bambina e sognatrice. Con lei abbiamo vissuto dei bellissimi momenti che non rimpiango minimamente. Non vedo l’ora di tornare a riabbracciare i miei cari ed i miei amici e poi riprendere il mio cammino in compagnia dei miei sogni. Ancora nulla è perduto, posso ancora riprendere i remi in mano se mi si dà la possibilità di farlo. Vi saluto con sincera amicizia e gratitudine. A presto.

DICEMBRE 2009

DUE

ANNI VISSUTI IN UNA CASA DI ORRORI.

E’ARRIVATO

IL GIORNO DEL GIUDIZIO

Raffaele risponde a La Piazza «Il 5 dicembre apriranno i cancelli e mi ridaranno la vita che in questo momento è assopita e lentamente viene soppressa» Ciao Raffaele. Innanzitutto come stai? In salute abbastanza bene per fortuna ed è l’unica cosa che tengo sempre sotto costante controllo in questo periodo. Per il resto le mie condizioni non sono cambiate di una virgola: psicologicamente distrutto. La salute prima di tutto. La salute in carcere è davvero facile perderla nel giro di poco tempo. Come ti senti in carcere da quasi due anni, frullato dai tigì? Avvilito, amareggiato, stanco. I miei sogni, i miei desideri, le mie passioni, il mio futuro sembrano tanto lontani da me. Più passa il tempo e più vedo tutto lentamente dissolversi. «I media, i giornalisti pensi che in questi due anni di dibattimen-

to processuale abbiano svolto un ruolo socialmente utile? Cosa rara. La maggior parte è spazzatura; dovrebbero smetterla di trasmettere le cose in modo frammentato, distorto, viziato e soprattutto non veritiero e quindi senza alcuna importanza. I romanzieri del noir hanno sciorinato su rotoli e rotoli di carta igienica stramberie di ogni genere. Raccontami la più cattiva! C’è l’imbarazzo della scelta, bisognerebbe fare una classifica. Quello che più mi ha infastidito è stato quando hanno attaccato la mia famiglia; non è giusto, sono fuori da questa melma e non fanno niente di male o di sbagliato se mi difendono. Repubblica due anni fa scrisse di te: «Il diavolo, effettivamente, veste Prada. E indossa occhiali senza montatura, sciarpe colorate, pulloverini pastello. Ha sguardi innocenti, fa giochi stupidi…». Un accostamento agghiacciante o che ti fa sorridere a distanza di due anni? Se parli di una persona che non conosci o che non hai mai visto prima, puoi solo dire corbellerie sul mio conto soprattutto se sei influenzato dalle impressioni errate degli inquirenti. Adesso, in effetti, fa un po’ sorridere, ma all’inizio ho provocato sofferenza insieme a tanti altri articoli di questo tipo. NUOVA SEDE

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Senti un po’. Sempre Repubblica quasi due anni dopo, il 19 settembre 2009, fa dietrofront. In aula si discute sul coltello e scrive: «Lo proteggono come se fosse una santa reliquia. Custodito in una busta di plastica e poi chiuso in una scatola di cartone con tanto di scritta “evidence”, (“prova”), è sorvegliato da due poliziotte. Precauzioni che appaiono ridicole, dato che ormai è certo che quel coltello sequestrato a casa di Raffaele Sollecito non è l’arma usata per uccidere». Anche il giornalone di De Benedetti cambia idea? Non lo ha mai fatto con il Premier, lo ha fatto invece con te? Non ho un’idea chiara di questo incontroscontro fra giornali e premier. Sono convinto che, da quando è nato il Diritto e le aule di Giustizia, non si siano mai sentite talmente tante stupidaggini in un processo e per questo pian piano è naturale cambiare idea nei miei confronti. Ancora. Sempre il 19 settembre 2009. Sempre il giornalone del Diavolo veste Prada: «Le orme di scarpe rilevate sulla scena del crimine e attribuite dalla Scientifica allo studente di Giovinazzo appartengono in realtà a Rudy Guede […]. Nonostante i dubbi e l’assenza di prove certe (non c’è traccia di rapporti tra Rudy, Amanda e Raffaele, movente e dinamica sono tutt’ora avvolti nel mistero) l’esito del processo appare scontato». Scontato cosa? Aiutami a trovare un senso a questa storia, perché un senso questa storia ce l’ha dai suoi inizi. Veramente nessuna delle orme o impronte di piede-scarpa rinvenute impresse su presunta sostanza ematica mi appartiene, semplicemente perché la mattina del 2/11/ 2007 avevo un paio di scarpe che non sono Nike e non sono andato in giro a piedi nudi per la casa. Non ho mai visto Guede in vita mia a parte in un’aula di tribunale.

«Bisogna dire la verità, nessuno dice la verità» - canta Antonacci. La cercheranno nelle 10mila carte di dibattimento processuale oppure la verità si ritrova sempre nella semplicità, mai nella confusione? Il senso di questo storia sta nel fatto che gli inquirenti si sono fatti un’idea sbagliata fin dagli inizi. Se Guede fosse stato arrestato prima di me, Amanda e Patrick Lumumba non avreste mai conosciuto né me, né Amanda né Patrick in questa maledetta storia. Questa è la verità, questa è certezza. Perché il Bari dei miracoli ha subito grosse ingiustizie arbitrali? Non seguo molto il calcio, mi spiace, ve lo avrei voluto dire da tempo; ho cercato di farvelo capire. Il calcio per me è uno sport divertente, ma non è il mio sport. Cosa ne sarà il 5 dicembre di quella tua frontiera fatta di ferro e cemento? Apriranno i cancelli e mi ridaranno la vita che in questo momento è assopita e lentamente viene soppressa. A proposito. La tua frontiera di ferro e cemento la possiamo definire «casa circondariale» o «carcere»? CARCERE. A tutti gli effetti, dire «Casa Circondariale» significa mettere solo dei fiori su una bara. Le privazioni, le sofferenze sono fatte per far scontare una pena; la rieducazione e il reinserimento sociale sono soltanto uno specchio per le allodole. Non esistono se non nella fantasia. Se io non avevo la mia famiglia alle spalle a quest’ora forse mi avreste trovato sotto terra. Nella tua frontiera di ferro e cemento a malapena entra almeno Dio? Dio c’è ovunque in ogni momento. Mi fa sorridere chi non crede in Dio. Un uomo senza Dio è come un marinaio senza bussola: diventa semplice naufragare. Cosa vorresti che entrasse nella tua

casa buia ed invece ti viene impedito? Vorrei poter frequentare i corsi all’università, avere la possibilità di scambiare opinioni, lavori, progetti con docenti e alunni anche attraverso la rete-internet. Vorrei poter avere un po’ di pesce e non aspettare tempi biblici per avere dei banali programmi e/o dispense utili ai miei studi. Vorrei stare più tempo con la mia famiglia ed i miei amici senza divisori. Vorrei poter praticare la Kickboxing in palestra. Il giorno del giudizio si avvicina. Come lo stai vivendo? Ansia. Tanta ansia e ottime speranze per il futuro. Non vedo l’ora che arrivi. Due anni vissuti in una scatola di orrori. Troppa gente ha lavorato duro per riempirla di errori. Chi? Gli inquirenti e chi ha svolto le indagini in genere. Loro sono i principali artefici di questo CAOS. Non so se per errore o dolosamente, ma a questo punto mi interessa poco. Due anni di sofferenza per me, la mia famiglia ed anche Amanda e la sua famiglia non li può ripagare nessuno. Avrai mille ragioni per rivedere il sole della vita, cancellare il buio dentro. Me ne basta solo una. Dimmela? Vuoi una ragione? Tentare di rendere tutto l’amore che mi è stato donato dal mio creatore, dalla mia famiglia e da chi mi vuole bene. Ti basta? E realizzare i miei sogni di conseguenza. Che titolo immagini dopo il 5 dicembre? «RAFFAELE E AMANDA ASSOLTI: L’INCUBO FINISCE QUI» In bocca a lupo, Raffaele Un abbraccio Ps: Crepi!

SERGIO PISANI

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DICEMBRE 2009

Mondi paralleli Chi è Raffaele? Conosciamolo anche dal suo blog che ha fatto tanto parlare Nell’ordinanza con cui il GIP convalidò il fermo di Raffaele Sollecito si fece chiaro riferimento al suo Blog e più precisamente alla pagina datata 13 ottobre. Ricavare la personalità di questo ragazzo partendo proprio dal Blog ritengo sia non solo opportuno ma essenzialmente corretto. Nella premessa è necessaria una puntualizzazione: la pagina incriminata fu scritta da Raffaele il giorno 13 ottobre 2006 e non già il 2007, un anno prima dell’omicidio e non già dieci giorni prima, come erroneamente riportato dal GIP. Prova ne è che lui parla espressamente della nonna e dei suoi problemi di salute, che all’epoca era ancora in vita, essendo deceduta il 28 gennaio del 2007 e fra l’altro esprime il suo rammarico per aver presentato tardi la domanda di riammissione al collegio Onaosi, tanto da dover essere costretto a cercare casa, casa che avrebbe lasciato a novembre dopo la discussione della tesi. I valori fondamentali che una persona dovrebbe avere e condividere per essere apprezzata in uno stato civile sono: il saper discernere fra il bene e il male, scegliendo ovviamente il bene; la responsabilità delle proprie azioni; la riconoscenza nei confronti di chi gli ha fatto del bene o la ha aiutata a superare ostacoli e difficoltà; il credere nei propri mezzi e di conseguenza mostrare impegno e sacrificio nel raggiungere le mete che si è prefisso nell’intento di costruire il suo futuro; l’AMORE inteso come voglia di dare, donare a se e agli altri senza aspettarsi nulla in cambio, il desiderio di provare emozioni, avendone la capacità, che permettano di sognare e di sorprendersi ancora, di avere cioè l’opportunità di vivere sempre nuove belle e appaganti esperienze di vita. Ebbene tutti questi valori sono largamente presenti in quella pagina del Blog di Raffaele Sollecito, datata 13 ottobre 2006, segno evidente che sono parte integrante della sua personalità, della sua natura, del suo essere uomo. Analizzando infatti oggettivamente ciò che è scritto si legge: «13 ottobre 2006 - Ormai l’estate è finita, ma il caldo?Il caldo risveglia in me una moltitudine infinita di ricordi legati a quest’estate e alle estati passate. Viaggi, momenti con gli amici, sacrifici dedicati allo studio ecc. Quest’estate (estate 2006) mi sono dedicato molto alle faccende lasciate in sospeso a casa mia. Intendo sistemare mia nonna che è molto malata e soffre la solitudine, ho sistemato casa mia con l’aiuto di mio padre, ho riordinato un po’ bollette, ricevute e affari burocratici di second’ ordine rispetto agli esami . Ho fatto la domanda per rientrare nel mio carissimo collegio ONAOSI troppo tardi e quindi mi hanno crea-

to troppi problemi per stare a Perugia. Per fortuna tutto adesso volge al termine: mia nonna sta bene, casa è sistemata, a giorni torno a Perugia per trovare casa, mio padre sta bene, mia sorella sta meglio (almeno credo)... cosa manca?». Emerge ancora una volta l’animo nobile di Raffaele: sacrifica del tempo libero, sottraendolo allo studio, non per serate di divertimento e stravaganze ma nel tentativo di risolvere nei limiti del possibile i malesseri della nonna sola e ammalata. Il suo pensiero va anche al papà e alla sorella; infine il collegio, la preoccupazione di non poterci rientrare. Raffaele mostra in una parola responsabilità ed è al contempo proteso a cercare soluzioni che gli permettano di continuare a costruire il suo futuro (cercare casa per continuare a studiare). E ancora… «non ti accorgi mai dell’importanza di una cosa fin quando non la perdi. Già, il collegio... In effetti lì ti lavano e stirano la roba, ti garantiscono 4 pasti giornalieri, infermeria, biblioteca, sala computer, sala musica (ti metti a suonare se sai usare qualche strumento). Di certo tutto ciò ti crea un non so che di tranquillità... in effetti ti metti lì a studiare, a seguire le lezioni e del resto di cosa ti devi preoccupare?» Mostra quindi riconoscenza, per tutto quello che il collegio gli ha permesso di ottenere e rammarico per non essere riuscito a realizzare di più. Poi segue. «In tutto questo clima di serena costruttività sono usciti dall’Onaosi anche personaggi famosi. Ebbene si un comico di Zelig di cui non mi ricordo il nome era un onaosino e anche un ingegnere meccanico della Ferrari era un onaosino. Ma chi più di tutti stimo con fierezza è l’Onaosino n° 1... Il Mostro di Foligno! Anche lui era un onaosino! A questo punto mi viene da pensare che in quel collegio ci sono capitati cani e porci e tutti con un fattore comune: “depressione”. Infatti di questi tre personaggi ne ho conosciuto uno (l’ingegnere) e a lui mancava una donna (adesso non so come se la passa, ma essendo ingegnere della Ferrari non penso affatto male) e facendo due conticini trovi che il comico era ossessionato dal rapporto con l’altro sesso, mentre il mostro di Foligno... bé, non lo so, ma di certo non lo considero una persona normale...». Questo passo mostra una chiara capacità di discernimento, l’evidenza cioè che nel collegio (al di là dei test di ingresso) sono capitate persone non proprio equilibrate o addirittura anormali come il mostro di Foligno. Si evince quindi una capacità critica di valuta-

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re e separare il bene dal male e di considerare le persone che hanno fatto del male come delle persone anormali. Prosegue con quello che ha rappresentato per lui l’esperienza “Erasmus!” «Tutto iniziò così e tutto doveva andare a finire così, in fondo è normale. Mi sono divertito tantissimo sono stato bene con mille persone provenienti da tutto il mondo e alla fine sono comunque riuscito a portarmi a casa 4 esami (non è abbastanza ma meglio di niente...). Lo rifarei? Si altre 100 volte, ma la vita è una cosa; l’ Erasmus è solo un sogno, pura spensieratezza, ti devi preoccupare solo di vivere e non come vivere, questa sembra un po’ una società ideale che concretamente non si può realizzare. Quando apri gli occhi ti sembra che tutto quello che avevi lasciato è rimasto tale e quale... il problema è che non sarà mai così, perché ormai sei cambiato e non si può tornare indietro, si può solo sperare di trovare un giorno delle emozioni più forti che ti sorprendano ancora. Per il momento bisogna ancora costruire per poter realizzare, per ripagare chi ti ha dato tutto senza chiedere nulla in cambio, per ripagare chi ti dà ancora oggi, in cambio della tua compagnia e di un tuo sorriso. Tschuss Erasmaten, bis bald Ich kann nicht vergessen ( io non posso dimenticare)». L’Erasmus è stato per Raffaele un sogno un fantastico sogno in cui si è confrontato con gente di ogni razza e nazione, pura spensieratezza che ha un solo grande difetto, come tutti i sogni non possono durare a lungo, devono finire per far posto alla realtà, alla necessità di creare qualcosa che ti permetta di vivere, di costruire il proprio futuro, di camminare con i piedi ben piantati per terra verso la meta prefissa, ma con l’immensa gioia di aver vissuto una esperienza indimenticabile una emozione straordinaria e lunga un anno, che ti ha arricchito, con la sentita speranza di poterla rivivere ancora. Per quanto riguarda il suo rapporto con l’altro sesso o meglio ancora, come lui lo intende, basta leggere quello che scrive in data 8 agosto 2006 - Serata swing «... bè sarò un tipo fuori moda ma mi affeziono a chi mi sta vicino e poi preferisco

molto di più una con cui posso farci una storia che non cercare di farmi chi mi capita a tiro solo per il gusto di sentirmi più orgoglioso e fiero di me... so che in Erasmus non ha senso ragionare così, ma diversamente da così non so fare e non mi va di fare, perché dopo, non ci sto affatto bene, in quanto mi sento terribilmente vuoto...». Come si può pensare che una persona che scrive queste cose in tempi non sospetti e che non hanno bisogno di alcun commento, possa essere semplicemente accusato di aver violentato e ucciso una ragazza? Questo ragazzo mostra infine di essere diventato uomo in una pagina che definirei di pura poesia, in cui descrive il suo stato d’animo l’ultimo giorno della sua permanenza in Germania alla fine della sua esperienza in Erasmus: L’orizzonte è in uno sguardo felice e sorridente «Decisi che la cosa migliore da fare era preparare la roba per partire e lasciar perdere qualsiasi idea di andare fuori. Tirava vento; e dalla finestra della mia camera potevo scorgere un albero scosso dal vento e una foglia in particolare era sul ramo più lungo e quindi la più lontana di tutte, che si dimenava scossa dal vento... sembrava impazzita; era come se volesse staccarsi dal quel ramo e volare via... Preparavo la roba e sapevo che quei momenti erano gli ultimi momenti che vivevo a Monaco... Molti sono già andati via e io, come gli altri, non potevo sfuggire a quel

destino... Cominciavo a pensare a tutti i momenti felici e infelici passati nel bene e nel male con tutti: “Ana (la sua forza e la sua debolezza sono un turbine di emozioni senza fine), Maite (non mi dimenticherò mai la sua dolcezza), Paolo, Filippo, Fabrizio, Guido, Simone, Nico, Toni, Casa milano, Celeste, Alessandra, il gruppo degli spagnoli, gli svedesi, Elaine, le americane, il mio amico serbo, Faouzi, il gruppo TUM, le serate alla kultfabrik, soul city, 4004, HB, stustaculum, i mondiali, gli stammtisch, i viaggi, l’infinità di posti frequentati e persone conosciute, “ era tutto finito e piangevo... piangevo con rabbia dovuta al dolore che sentivo nel petto... piangevo e tiravo pugni contro l’armadio... Fuori il vento era ancora più forte e la foglia sul ramo più lungo ormai si agitava impazzita come uno psicopatico costretto alla camicia di forza... voleva staccarsi dal ramo e volare via... voleva solo quello ma non poteva farlo... Intanto nella mia mente, immagini e emozioni di una vita si rincorrevano ad un ritmo sfiancante; erano così veloci che non riuscivo nemmeno a focalizzarle… Poi ad un certo punto, in un attimo di lucidità, gli occhi mi cadono sulla foto di mia madre... era lì, vicino a me sorridente... Delle fotografie che ho di mia madre, quelle in cui sorride con una espressione felice sono davvero rare e ci sono sempre io... tutto mi fa capire che io ero una delle poche cose che la rendevano felice... mi fermai di colpo e

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pensai che ero uno stupido perché mia madre non avrebbe mai voluto che io mi facessi del male in nessun modo, tantomeno in quel modo stupido... Mi guardai la mano livida e cercavo perdono nello sguardo sorridente di chi mi ha voluto bene sopra ogni altra cosa... la mia mano tremava come terrorizzata da quell’implacabile rabbia... tremava come una foglia... guardai dalla finestra e capii che quella foglia non voleva affatto fuggire ma era terrorizzata dall’idea di staccarsi... aveva paura... paura di un futuro incerto... paura di perdere ciò che gli era più caro... paura di perdersi... paura perché era sola sul ramo più lontano... Allora conclusi: la rabbia è paura. L’orizzonte è in uno sguardo felice e sorridente. Era ora di finire di soffrire e puntare dritto all’orizzonte». La foglia nelle mani del vento è il bambino che, finché è ancorato al ramo è felice, perché protetto, non deve preoccuparsi di ciò che lo circonda non deve temere il male o le difficoltà della vita, c’è l’albero (la madre) che lo protegge e lo difende. Ma l’orizzonte, la vita non è di per sé pericolosa, non è paura, rabbia, terrore, è il futuro il proprio futuro che può essere affrontato con il conforto di uno sguardo felice e sorridente che ti seguirà ovunque esso ti porterà. Perché temerla allora? Meglio viverla e intrepidamente conquistarla, realizzando gli obbiettivi prefissi.

GABRIELLA MARCANDREA

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DICEMBRE 2009

Il telefono della discolpa del papà Francesco «QUANDO

HO CHIAMATO MIO FIGLIO STAVA IN CASA E ARMEGGIANDO IN CUCINA» L’innocenza di Raffaele passa attraverso il telefono della discolpa del papà Francesco, medico chirurgo. Le telefonate, gli sms, i tabulati ricostruiscono davanti alla Corte d’Assise il racconto che spazzerebbero via le ombre dell’accusa sulla presenza di Raffaele nella casa del delitto. «Di mio figlio so tutto, perchè qualsiasi decisione lui prende si è ovviamente consultato e confidato con me». Inizia così la testimonianza del papà Sollecito il 19 giugno scorso davanti alla Corte. E chiarisce le circostanze per cui suo figlio Raffaele abbia scelto Perugia quale sede dei suoi studi. «A Perugia c’è un collegio che si chiama Onaosi, è un collegio della previdenza medici, per cui ci sono delle condizioni agevolate per i figli dei medici». Uno novembre 2007 se lei ha ricordo di essersi sentito con suo figlio e in particolare se ha ricordo di una telefonata che risulta sui tabulati delle 20.42 e cosa ricorda se ricorda la telefonata. «Io la telefonata la ricordo molto bene, è una telefonata che io ho fatto a lui subito dopo essere uscito dal cinema. Di istinto quasi uscendo dal cinema, ho chiamato mio figlio per raccontargli che avevo visto quel bel film, ‘La ricerca della felicità’ e che avrei voluto che lo potesse vedere anche lui». Lei sapeva che Raffaele aveva iniziato una storia con Amanda Knox e da quando lo sapeva? «Sì, come le ho detto io sono, ero, sono il suo confidente, quindi lui mi raccontava tutto». Cosa le aveva detto di Amanda? «Mi aveva detto subito che aveva conosciuto questa ragazza con cui aveva una bella intesa, che la trattava e la coccolava come fosse una bambina. Di Amanda mi parlava tutti i giorni quando ci sentivamo per un motivo o per un altro, mi aveva detto che erano stati a fare una gita ad Assisi, mi disse proprio quella sera della telefonata a cui lei faceva riferimento, che avrebbero fatto la mattina dopo una gita a Gubbio». Sapeva con chi era quella sera? «Era con Amanda. Gli ho mandato un sms prima che andassi a dormire, avevo intenzione anche di chiamarlo però sapendo che era comun-

que con questa ragazza e avendo avuto con lui una lunga conversazione poco tempo prima, non ho ritenuto opportuno tra virgolette disturbarlo e gli ho mandato solo un messaggio di buonanotte. Non avevo altro da dirgli d’altronde». Messaggio di buonanotte che comunque spiegava il dottor Sollecito era solito inviare al figlio, anche per non essere troppo presente in particolari momenti Lei sente suo figlio l’uno novembre alle 20.42. Poi manda questo sms di sera dopo di che quand’è che risente Raffaele e perchè lo risente? «L’ho richiamato la mattina dopo intorno alle 9 e venti, nove e mezza, e l’ho richiamato perchè io conoscendo le abitudini di mio figlio quando lui non aveva impegni universitari solitamente dormiva fino a tardi la mattina. Però quella mattina io sapevo che doveva andare a fare questa gita a Gubbio e volevo sapere per curiosità mia in quanto nelle volte precedenti in cui sono venuto a Perugia a trovare mio figlio con mia moglie eravamo stati insieme noi tre, sia ad Assisi che a Gubbio, quindi sembrava che lui volesse un po’ ripercorrere le tappe delle belle esperienze che avevamo vissuto insieme. Quando mi disse quella sera che voleva andare a Gubbio con Amanda io rimasi piacevolmente incuriosito, quindi la mattina alle 9 e venti telefonai pur sapendo che lui aveva l’abitudine, come avevo già detto, di svegliarsi piuttosto tardi, perché pensavo si fosse già alzato per andare in gita». In quella telefonata lei ha trovato suo figlio agitato, confuso? «No, no, mio figlio dormiva, mi sono reso subito conto che era ancora a letto a dormire per cui ho interrotto la conversazione, ho detto “va beh, non ci pensare ti chiamo più tardi. L’ho chiamato verso le 12 e mezza, l’una meno un quarto. Lui mi ha

detto che era andato a casa di Amanda che era successo un qualcosa che lo aveva un po’ preoccupato perchè avevano trovato dei segni di effrazione per cui pensavano che ci fosse stato un furto». Dopo questa telefonata lei sa che Raffaele è stato chiamato nei giorni successivi più volte in Questura. Suo figlio si mostrava preoccupato e lei pure per queste continue convocazioni in Questura. «No, Raffaele non si mostrava affatto preoccupato e di conseguenza non riusciva a trasmettere neanche a me una particolare preoccupazione. Mi riferiva che veniva chiamato spesso in Questura, tante volte ci andava da solo tante volte andava con Amanda, perchè voleva essere sentito dagli inquirenti per sapere un po’ come fossero andate le cose, insomma avere delle informazioni, e io in questo non ci trovavo assolutamente nulla di strano». In Questura a Raffaele gli è stato rinvenuto addosso un coltello, come mai? «Aveva l’abitudine di portare in tasca un coltellino, ma questo è un fatto che risale alla sua adolescenza perchè noi avevamo una villa in campagna e lui si divertiva con un coltellino ad incidere qualcosa sulle cortecce degli alberi o a staccare delle cortecce dagli alberi di pino per fare degli oggetti, modellare degli oggetti, poi più o

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(Giovinazzo) 26

meno da quell’età in poi aveva preso questa abitudine di portarsi dietro questo coltellino». Il racconto prosegue. Si approfondiscono alcuni passaggi. Riguardo all’ipotesi accusatorie del un furto a casa di Meredith, il papà di Raffaele è sereno. Le condizioni economiche attuali di suo figlio sono sicuramente agiate. «Dalla prematura dipartita della madre - spiega alla corte - ha ereditato qualche proprietà per cui beneficia di qualche rendita». Poi il capitolo spinelli, quando il papà venne informato da una raccomandata che comunicava a Raffaele di presentarsi presso la stazione dei carabinieri per poter essere ascoltato in merito. «Allora mio figlio aveva 17 anni e mi arrabbiai per questa questione. Di questi ultimi spinelli, a Perugia ne ho sentito parlare dopo il suo arresto». Rudy Guede amico di Raffaele? «No, non l’ho mai sentito nominare». E quell’impronta in casa Meredith di scarpa Nike attribuita a Raffaele in principio dagli investigatori che corrispondeva alla scarpa di Rudy Gued: «Noi sapevamo questa cosa già da gennaio del 2008, mentre poi ho potuto leggere le carte del fascicolo che il PM aveva dato un incarico ad altri due funzionari della Polizia scientifica, un incarico di parte, per poter svolgere una nuova consulenza sullo stesso argomento e su altri e questa consulenza è stata depositata il 15 di aprile del 2008». Infine il lavabo dell’abitazione di Raffaele quando ce l’aveva in affitto aveva dei grossi problemi allo scarico della cucina, anche questo un dato inoppugnabile. «Quando l’ho chiamato mio figlio stava in casa e armeggiando in cucina. Gli era successo questo guaio, si era accorto mentre lavava i piatti che si versava l’acqua per terra». Era la sera del 1° novembre.

SERGIO PISANI

FESTA DEL DONATORE

18 ottobre. La FRATRES celebra la nona edizione della Festa del Donatore. Una giornata all’insegna della gratitudine nei confronti tutti i donatori. Una significativa cerimonia, l’occasione annuale per ringraziare pubblicamente tutti i Donatori di Sangue che consentono alle strutture dell’ASL territoriale, con il loro gesto anonimo, periodico e silenzioso, di far fronte alle tante necessità e alle emergenze sanitarie sempre più pressanti e drammatiche, a beneficio dei cittadini infermi per qualsiasi ragione. Una giornata di raccoglimento, quella della nona edizione della Festa del Donatore, attraverso la Sacra Messa prima, per comunicare ai fedeli il respiro ampio che deve avere la solidarietà del donatore, e un convivio poi presso una sala-ricevimento, per ritrovarsi una volta l’anno lontano dai luoghi di raccolta del sangue nel segno dell’associazionismo e dell’allegria. Qui, sono avvenute i riconoscimenti ai donatori sempre presenti in caso di bisogno.

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Dai verbali di udienza del 04/07/2009

Parlano gli amici del cuore che hanno deposto davanti alla Corte d’Assise di Perugia Un romanticone. Uno che pensa comunque a una storia d’amore

Raffaele? «Un’Audi A3 nera. Gliel’hanno regalata qualche mese prima. Ci portò fuori, ci offrì da bere MARIANO DE MARTINO. «Raffaele l’ho cocome augurio di questo nuovo acnosciuto alle elementari. Non abbiamo mai litiquisto dell’automobile». gato per niente, siamo sempre stati amici, soprattutto dalla scuola media in poi. Elementari, medie, superiori e comunque poi ci siamo sem- Fabiola, il primo amore pre frequentati, al di là se abbiamo preso due CORRADO DE CANDIA. «Conosco percorsi diversi a livello universitario. Abbia- Raffaele Sollecito da diciotto anni, mo frequentato il liceo scientifico Albert Einstein dalla prima elementare, da quando a Molfetta. Raffaele è un bravissimo ragazzo, avevo sei anni. Ne ho venticinque, non ho mai assistito a nessun atto di ira o qual- lo conosco da diciannove anni, una siasi forma che si possa avvicinare a tale, mol- vita. Ha un carattere tranquillissimo. to disponibile, generoso, tranquillo. Ecco, io Io non l’ho mai visto arrabbiarsi, non così lo conosco e penso di conoscerlo abba- l’ho mai visto alterarsi. E’ sempre stastanza bene, anzi molto. Con le ragazze è sem- to un ragazzo molto pacifico, molto pre un romanticone, molto timido. Abbastanza tranquillo, molto disponibile». Non romantico. Uno che pensa comunque a una avete mai litigato? «No, assolutastoria d’amore». Riguardo al vezzo di portare mente. Potevamo discutere durante con sé dei coltellini? «La maggior parte della una partita di calcetto, ma realmenfunzionale era semplicemente ornamentale te mai.» Il rapporto di Raffaele con perché, per quanto mi ricordo, l’ho visto taglia- le ragazze? «Un rapporto molto tranre una mela una volta e nient’altro. Infatti io quillo, l’ho visto sempre molto pacato con le stesso lo criticavo certe volte, dicevo: ‘Ma che ragazze, molto disponibile, se usciva con qualte lo porti a fare appresso? Cioè, non lo usi che ragazza non le ha mai fatto mancare nienmai’». Raffaele faceva uso di marijuana? «Sì, te. Molto tranquillo. Raffaele si doveva laurema non in maniera abituale. E’ capitato, erava- are intorno al 15 novembre. Io sono andato in mo comunque tutti insieme. A volte si addor- vacanza con lui quell’anno a Lisbona, a metà mentava anche. Quindi erano effetti molto se- a agosto. Ci sentivamo anche via internet con Messenger, quindi io ero aggiornato su tutto dativi, ecco, tranquillizzanti». quello che riguardava la tesi e la vita di RafUna pizza d’asporto tagliata col faele». La sua prima ragazza? «Io mi ricordo che lui una volta mi parlò che scese giù a suo coltellino ornamentale Giovinazzo e doveva andare a Brindisi a troSAVERIO BINETTI. «Sono più di dieci anni che varla. Sono passati tanti anni.» conosco Raffaele. Fin quando è rimasto a Giovinazzo, città in cui appunto risiedeva, ci vedevamo ogni sera, ogni qualvolta lui usciva Film porno? No Grazie! oppure a scuola, il pomeriggio, sempre. Da ANGELO CIRILLO: «Siamo stati compagni quando è andato a Perugia, invece, ci siamo in collegio per un anno. Poi lui è andato in visti un po’ meno, vista la distanza. Però, quan- Erasmus in Germania. Un ragazzo sicurado tornava a Giovinazzo, ovviamente era tutto mente molto buono, gentile, un ragazzo che come prima. Quello che me lo fa ricordare con aveva sani... ha sani principi, un ragazzo stupiù piacere sicuramente è la sua pacatezza, il dioso che si alzava la mattina presto e ci sprosuo senso dell’amicizia. Insomma, sono i valo- nava anche a studiare, perché la situazione ri che comunque me lo fanno apprezzare». è così. Io, essendo matricola, vedevo in lui Riguardo ad atteggiamenti violenti o comun- comunque una persona di riferimento, perque di ira? Le uniche volte che gli ho sentito al ché adattarsi alla vita universitaria, a un memassimo alzare la voce quando in vacanza, todo di studio non è facile per uno studente quando lui voleva dormire e noi volevamo tira- che comunque viene dalle superiori. Quindi re un altro po’ fino a tardi, ci pregava di lasciar- lui mi diceva ‘impegnati da subito, non ti lalo dormire semplicemente». Il vezzo di colle- sciare andare, sii comunque metodico e vezionare coltelli? «Il coltellino era veramente drai che comunque all’università non avrai un oggetto ornamentale, cioè lo abbinava ri- problemi’. E’ stato anche d’esempio per me spetto ai vestiti che indossava Al massimo l’ho sotto questo aspetto, oltre che una persona visto utilizzare quel coltello una volta per puli- che comunque è diventata mia amica sin da re un frutto e un’altra volta invece per tagliare subito. Timido, riservato, molto intelligente. Viuna pizza da asporto che avevamo comprato vendo in un collegio maschile, ci si rende e nessuno aveva un modo per tagliarla e lui si conto che magari tra noi ragazzi ormai preè offerto di tagliarla. Ma non lo faceva toccare vale questa forma di convivenza nella quale a nessuno il coltello, perché aveva paura che praticamente ognuno deve alzare la voce per ci facessimo male. Lui era solito nelle festività essere il più forte. Ecco, lui diciamo era queldell’1 e 2 novembre scendere a Giovinazzo e lo fuori dal coro, nel senso che lui riusciva a quindi passavamo insieme quelle feste. Quel- dire le stesse cose che una persona dice urla volta aveva bisogno di finire la tesi e quindi lando tranquillamente». All’interno del colleci riferì che non sarebbe sceso proprio per gio Onaosi Sollecito era in possesso o questo fatto. Anche perché, dovendosi laurea- visionava film pornografici? «No, assolutare il 15 novembre, dopo la sua laurea, sareb- mente no. Per quanto riguarda lui, non è posbe sceso a trovarci». Che macchina aveva sibile associare il film pornografico o la visio-

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ne pornografica con la sua persona».

Un giorno in discoteca… GABRIELE TRAVERSO. «Saranno dieci anni, qualcosa di più, qualcosa di meno, che conosco Raffaele. Io sono mezzo pugliese da madre, abbiamo una casa a Giovinazzo e vado a trascorrere l’estate lì e anche altri periodi dell’anno». In data 24 agosto 2003 fu fermato unitamente a Raffaele Sollecito e ad un altro ragazzo, De Palma Gennaro, a Castellaneta Marina. Ricorda la circostanza? «Eravamo in una discoteca ed eravamo non solamente io, Raffaele e Gennaro, ma eravamo tanti amici e casualmente ci siamo ritrovato io, Raffaele e questo Gennaro assieme. Io avevo con me qualche dose di hascisc. Ci hanno fermato dei carabinieri in borghese per un controllo preventivo. Diciamo che lo stupefacente era mio. Loro, sia Raffaele che Gennaro, non si sono tirati indietro per quanto riguarda la sanzione amministrativa quando la gente viene fermata in possesso di questi stupefacenti. Invitati per un controllo comunque si sono accollati anche loro la responsabilità, cioè hanno detto: “E’ di tutti”, ma in realtà era mio, ce l’avevo io addosso, la proprietà era mia come farebbe qualunque amico». Che tipo di ragazzo è Raffaele? «Io, oltre a conoscere lui, conosco un po’ tutto il mondo. Diciamo, di persone ne ho viste e il fatto in sé che Raffaele sia una persona sensibile lo rende speciale. Quindi agli occhi degli altri può risultare strano, ma perché è la sua normalità, è la sua schiettezza che lo rende così strano in questo mondo di oggi. Io ho una visione del mondo arido, vuoto, vacuo, senza sentimenti o comunque questo è quello che mi trasmette la società. Ma è un mio pensiero, esclusivamente un mio pensiero diciamo. Il fatto che io sia amico con Raffaele anche tenendo una distanza di mille chilometri significa che c’è qualcosa che ci lega, che non siamo vuoti, persone vuote, siamo persone sensibili, almeno parlo per me e per lui»

SERGIO PISANI DICEMBRE 2009

La parola alla difesa LUCA MAORI E GIULIA BUONGIORNO, RAFFAELE LO DIFENDONO COSÌ! Impronte e scarpe hanno inchiodato subito Raffaele, costringendolo immediatamente alla permanenza in carcere. Ma come sono andate realmente le cose? In realtà in data 9 gennaio 2008 il P.M., resosi probabilmente conto dei dubbi in merito alle prime consulenze depositate dalla Scientifica evidenziati anche dalla consulenza di questa difesa redatta dal Prof. Vinci , provvedeva a nominare il dott. Lorenzo Rinaldi e l’Isp. Pietro Boemia quali propri consulenti al fine di verificare la coincidenza o meno dell’impronta fotografata con le scarpe sequestrate a Raffaele Sollecito. In data 9 aprile 2008 i detti consulenti hanno depositato il loro elaborato escludendo che l’impronta di scarpa fotografata sia stata prodotta dalle scarpe NIKE modello ‘Airforce 1’, misura 9, sequestrate a Raffaele Sollecito. Di contro, quell’impronta, così come molte altre rinvenute sul luogo del delitto (sia all’interno della stanza di Meredith Kercher, sia lungo il corridoio, sia all’interno del soggiorno) presentano analogie in ordine ai caratteri generali con la pianta della scarpa Nike modello ‘Outbreak 2’ misura 11 (la cui scatola è stata sequestrata presso l’abitazione di Rudy Guedee) tali da esprimere un giudizio di ‘identità probabile’ . Tali conclusioni sono, poi, state corroborate dalle dichiarazioni spontanee rese in data 15 maggio 2008 da Rudy Hermann Guedee il quale ha confermato che l’impronta trovata in camera di Meredith potrebbe essere la sua stante il fatto che quella sera indossava un paio di scarpe Nike di cui si è liberato ‘per paura’, una volta giunto in Germania, gettandole in un cassonetto di raccolta indumenti. Quali sono stati gli interventi concreti della difesa per eliminare ogni dubbio? Non ci si può esimere dall’evidenziare che questa difesa, nel corso delle indagini, nella certezza dell’errore in cui erano incorsi gli inquirenti, con due distinte richieste di incidente probatorio, aveva richiesto al Giudice l’espletamento di una perizia volta a verificare la compatibilità o meno dell’orma rinvenuta con le scarpe sequestrate al Sollecito e ciò non solo alla luce della consulenza del Prof. Vinci, ma anche a fronte del fatto che le dette orme si sarebbero, con il passare del tempo, potute cancellare. Le richieste sono state dichiarate inammissibili e l’orma è svanita. Le analisi effettuate dalla polizia scientifica di Roma hanno consentito inoltre di appurare l’assoluta assenza di tracce ematiche riconducibili al delitto sulla suola delle scarpe Nike sequestrate a Raffaele Sollecito. Si è più volte ribadita la passione di Raffaele per la collezione di coltelli. Di qui però a pensare che possano essere utilizzati per un delitto ce ne vuole… Gli esami biologici effettuati sulle lame dei coltelli rinvenuti in casa di Sollecito hanno escluso la presenza di DNA di Meredith Kercher. Può senza dubbio affermarsi che i detti coltelli non abbiano alcuna attinenza con il reato in questione. Il movente sessuale. Un altro aspetto che riguarda l’omicidio Kercher. Raffaele proviene da una stimata famiglia di origine pugliese, i genitori dopo più di 10 anni di matrimonio si separano e Raffaele rimane a vivere con la mamma, la tipica mamma italiana, sempre presente, che lo controlla e probabilmente pensando di proteggerlo lo vuole vicino a sé e non desidera che lo stesso lasci la casa familiare. Ma le esigenze di studio sono diverse e allora Raffaele lascia Bari per trasferirsi a Perugia, dove frequenta l’Università, vivendo nel collegio ‘Onaosi’ . È una situazione che la mamma, molto apprensiva, può sopportare in quanto, anche se non c’è la sua costante presenza, gli educatori possono fornire ogni aiuto e ogni protezione necessaria. Alla tragica ed improvvisa morte della madre (deceduta per problemi cardiaci) Raffaele ‘esce’ dal ‘guscio’ in cui era vissuto sino a quel momento e partecipa , con il progetto ‘Erasmus’ , ad un corso universitario in Germania. E’ la prima volta che il ragazzo lascia l’Italia, è la prima volta che vive da solo, che gestisce, in prima persona, ogni sua cosa.

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È il primo viaggio, la prima esperienza da adulto, peraltro in un paese di cui non conosce completamente la lingua, che è stata per il giovane Sollecito ‘un sogno, un’emozione forte’, intensa, mai provata prima di allora. Ed è proprio al ritorno da quel viaggio che, riprendendo la sua vita ‘ordinaria’ e ricordando la spensieratezza di quei giorni all’estero, si accorge di essere cambiato e spera di trovare, in futuro, emozioni che lo sorprendano ancora. Emozioni ed esperienze simili a quel viaggio, a quella spensieratezza non certo di natura torbida o perversamente sessuale, come di contro affermato nell’ordinanza. A proposito dell’alibi. Raffaele dov’era secondo la difesa nel momento del delitto? Raffaele Sollecito ha sempre dichiarato di essere rimasto in casa dalle h. 20.30 circa dell’1.11.07 alle h. 12.30 circa del giorno successivo. Inoltre dalla consulenza tecnico – informatica redatta, in data 14 marzo 2008, dal sig. Michele Gigli si evince in maniera incontrovertibile come l’orario indicato dalla Polizia Postale quale momento finale della proiezione del film ‘il favoloso mondo di Amelie’, ossia le h. 21,10,32 debba invece intendersi quale momento iniziale della proiezione e non di chiusura. Secondo quest’ultima, invece, l’interattività umana si sarebbe esaurita alle h. 21,10 dell’ 1.11.2007 (ora di chiusura della diffusione del film ‘il favoloso mondo di Amelie’). Il coltello da cucina…può una persona essere accusata solo perché in casa ha bisogno di utensili per cucinare? E’ importante sottolineare come in epoca successiva (in data 14/12/ 07) la Polizia Scientifica ha proceduto, addirittura, ad effettuare ulteriori quattro nuove campionature sul coltello e gli esiti delle analisi hanno fornito esito negativo per quanto attiene il sangue ed anche le indagini sul DNA sono risultate costantemente negative. Ragion

per cui non è certo che i profili genetici evidenziati siano realmente riconducibili alla vittima e ad Amanda. I C.T.U. in merito hanno concluso per un giudizio di ‘non incompatibilità’ delle lesioni con il coltello in questione ‘considerato che trattasi di coltello a lama monotagliente’. I periti dunque non hanno espresso un giudizio di ‘compatibilità’, bensì di ‘non incompatibilità’. Si può anche escludere la compatibilità della lama con le lesioni della povera Mez? Certo, a proposito del coltello in questione è importante evidenziare una ulteriore, rilevante, circostanza che, parimenti, esclude, in base ad un dato oggettivo, che quell’arma sia stata utilizzata per commettere il delitto. Nel corso dell’incidente probatorio svoltosi in data 19 aprile 2008, il Prof. Torre, consulente della difesa di Amanda Knox, ha confutato, anche con una dimostrazione pratica, le conclusioni dei periti d’ufficio, anche in merito alla compatibilità tra le dimensioni della lama rinvenuta presso l’appartamento del Sollecito con quella che avrebbe attinto al collo la povera vittima. Secondo il perito, infatti, in base alla natura e alla profondità della ferita, l’arma del delitto avrebbe dimensioni minori rispetto a quella sequestrata. Non v’è chi non veda, comunque, come il detto elemento costituito dalla generica ‘non incompatibilità’ del coltello costituisce un elemento che, da solo, non ha alcuna valenza probatoria non potendosi accettare il principio secondo cui ‘non potendo escludersi , deve quindi ammettersi’. Il movente sessuale. Per quale motivo è stato coinvolto Raffaele? Il Consulente Tecnico ha affermato nella sua relazione che, in mancanza di dati biologici certi, può solo dirsi che Meredith ha avuto un rapporto sessuale da collocare in un arco temporale non indicabile con precisione, ‘che va da alcuni minuti ad alcune ore avanti il decesso’. Dall’esame di detta relazione, non emerge un solo significativo elemento a carico di Raffaele Sollecito. Non è stata accertata alcuna compatibilità fra le ferite mortali ed i coltelli sequestrati all’indagato; non è stata accertata alcuna violenza sessuale né comunque altri elementi in tal senso che possano far ipotizzare un gioco erotico finito male o, comunque, un festino a luci rosse all’origine dell’omicidio; non è stato possibile accertare se l’aggressione sia stata posta in essere da una o più persone e infine non è stato possibile individuare l’ora della morte. Cos’ha trovato invece la Polizia Scientifica che inchioda Raffaele sulla scena dell’omicidio? Gli accertamenti tecnici effettuati sull’autovettura Audi A3 di proprietà dell’indagato finalizzati alla ricerca di eventuali tracce di natura biologica hanno dato tutti esito negativo. Gli accertamenti effettuati sulle scarpe marca ‘Nike’ e sui due coltelli a serramanico sequestrati a Sollecito Raffaele, finalizzati alla ricerca di

tracce di natura biologica, hanno dato, sempre, nonostante i ripetuti campionamenti, esito negativo. Infine, gli accertamenti effettuati sui molti reperti sequestrati a casa di Raffaele Sollecito hanno permesso di escludere l’esistenza di tracce biologiche utili alle indagini. Nessuna tra le numerose impronte digitali repertate all’interno della stanza in cui è stato rinvenuto il corpo di Meredith Kercher è riconducibile a Raffaele Sollecito; nessuna traccia ematica o di DNA di Sollecito Raffaele è stata rinvenuta all’interno dei bagni dell’abitazione di via della Pergola. Della questione così dibattuta del gancetto del reggiseno invece, cosa può dirci? È importante precisare che è impensabile che un soggetto che sia entrato in contatto diretto con il reggiseno della vittima abbia lasciato tracce del proprio DNA soltanto sui gancetti dello stesso e non, invece, sulla stoffa . E’ infatti umanamente impossibile toccare i gancetti ( lasciando tracce del proprio DNA) senza toccare, parimenti, la stoffa su cui gli stessi insistono ( ove, verosimilmente, si sarebbero dovute trovare analoghe tracce di DNA). Tale mancato rinvenimento, unitamente alla modificazione dello stato dei luoghi, alla scarsa accortezza nel repertamento, non può non far nascere fondati dubbi circa il valore indiziario dell’accertamento a fronte della probabile (per quanto involontaria) contaminazione del reperto. In particolare gli operatori hanno prelevato il reperto senza l’utilizzo delle apposite pinzette ma utilizzando le mani che, sebbene munite di guanti, avevano nel frattempo toccato di tutto. E veniamo al personaggio più discusso dell’omicidio Kercher: Rudy Guede. Raffaele lo conosceva? Rudy Guede e Raffaele Sollecito non si conoscevano. Negli atti di indagine non v’è un solo elemento che corrobori o confermi la conoscenza tra i due. Nessuna testimonianza, nessun rilievo tecnico o ematologico, nessun contatto telefonico o tramite computer. La circostanza relativa alla ragione della presenza di Rudy in quella casa la notte dell’omicidio è particolarmente importante e punto delicatissimo. Infatti ammettendo non esserci stato alcun appuntamento, l’unica spiegazione plausibile della sua presenza sarebbe proprio la volontà di perpetrare un furto e, con ciò, cadrebbe miseramente tutta la sua fantasiosa ricostruzione e, giocoforza, qualsiasi responsabilità nell’omicidio di terze persone diverse dal ladro. Occorre ricordare che il 4 novembre Rudy si trovava in Germania, a Monaco dove fu denunciato in quanto sprovvisto di regolare permesso di soggiorno e dove aveva fornito le false generalita’ di ‘Wade Kevin’. In data 6/11 fu fermato a Stoccarda, il 7/11 a Karlsruhe . Guedee non era nuovo ad episodi di furto, nel corso di tali furti aveva l’abitudine di portare con sé, o prelevarli sul luogo, dei coltelli. Non era per lo stesso difficile arrampicarsi ad altezze di vari metri ed infrangere finestre per violare il domicilio altrui, certamente non aveva alcun appuntamento con Meredith la sera del delitto; dopo l’omicidio determinato ed in maniera premeditata è fuggito in Germania. Si è ipotizzata una colluttazione tra la vittima e il suo omicida. Ci spieghi perché Raffaele risulta completamente estraneo alla stessa. All’atto dell’arresto (in data 6 novembre 2007) è stata eseguita su Sollecito Raffaele una ispezione corporale, ordinata dal P.M., ad opera della Squadra Mobile e della Polizia Scientifica con l’ausilio del medico legale dott. Lalli e dell’assistente dott.ssa Giulia Ceccarelli. Ebbene tale ispezione non ha riscontrato alcun tipo di lesione sul corpo del Sollecito. Tale dato oggettivo è difficilmente compatibile con le conclusioni dei periti nominati dal Giudice che hanno ipotizzato una aggressione ed una conseguente strenua difesa della povera vittima. Come è possibile che Sollecito non aveva neppure un piccolo graffio, un’abrasione, una contusione, nulla di nulla? Se, poi, tale dato lo si relaziona alla circostanza che all’interno della stanza della Kercher sono state repertate numerose tracce di sangue appartenenti a Rudy Hermann Guede e che lo stesso addirittura presentava numerose lesioni alla mano destra, appare in tutta la sua inverosimiglianza la ricostruzione dei fatti così come operata sia dagli inquirenti, sia dal medesimo Guede. Ad un certo punto compare sulla scena un testimone, tale Kokomani Hekuran. Che cosa avrebbe dichiarato? Le sue deposizioni sono tra loro tutt’altro che univoche, si colorano di particolari alla bisogna, si modificano per circostanze, avvenimenti, orari e date. Il teste riferisce circostanze assolutamente inverosimili. Le sue dichiarazioni non possono avere alcun valore indiziario. Per concludere che cosa si sente di poter affermare la difesa ad oggi? È importante evidenziare come questa difesa sin da principio, nella certezza dell’estraneità ai fatti del Sollecito, ha cercato di apportare

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elementi utili di giudizio e ciò nel precipuo interesse della giustizia e della verità. Ma purtroppo tutti i tentativi sono risultati vani probabilmente a causa dello stato del procedimento: si era in una fase cautelare, il materiale indiziario era ancora fluido a cagione dello stato del procedimento e, quindi, in qualche modo il mantenimento della misura restrittiva giustificato. Oggi, ad indagini concluse, non può non valutarsi attentamente tutto l’impianto accusatorio al fine di verificare se, allo stato, il mantenimento della misura in atto sia o meno legittima. In questo procedimento non può non criticarsi il ‘modus operandi’ degli inquirenti che dando tanto, troppo spazio, ad indagini di carattere scientifico hanno completamente ‘dimenticato’ le indagini tradizionali che, certamente, sempre debbono essere di supporto e conferma alle prime, pena il completo svilimento e annullamento dei risultati delle prove scientifiche. È stato di contro dato enorme rilievo ad elementi neutri come ad esempio gli atteggiamenti affettuosi di Amanda e Raffaele, l’acquisto di biancheria intima da Scotto Rinaldi, la passione del Sollecito per i cartoni animati ‘manga’. Circostanze che, all’evidenza, non possono essere considerate indizi di reita’ ex art. 273 c.p.p. È da chiedersi cosa sarebbe accaduto se gli inquirenti, da subito, avessero individuato, tramite le impronte papillari e il DNA rinvenuti, il Guede? Cosa sarebbe accaduto se quell’orma fosse stata rettamente, sin da subito ricondotta al Guede? Certamente Raffaele Sollecito non sarebbe stato arrestato e forse Rudy Guede avrebbe, di fronte all’evidenza, ammesso di essere stato l’unico soggetto presente quella notte in quella casa. Gli inquirenti troppo certi di aver trovato da subito i colpevoli non hanno voluto vedere ciò che stava sotto il loro naso. C’erano tutti gli elementi per formulare una ipotesi più che fondata di un omicidio commesso da una sola persona. E nella esasperata esigenza di rinvenire elementi a carico di Raffaele sono state disposte ed effettuate intercettazioni telefoniche praticamente a tutti i familiari del ragazzo. Una nota dolente per la famiglia Sollecito. Da queste intercettazioni può solo evincersi il disperato tentativo degli stessi di far emergere unicamente la verità e null’altro. Che cosa chiede oggi la difesa di Sollecito all’accusa? Che la Corte d’Assise di Perugia si pronunci con un verdetto di non

colpevolezza. In ordine alla attuale insussistenza della gravità indiziaria a carico di Sollecito, sono oggi del tutto assenti le esigenze cautelari che - 24 mesi fa - avevano giustificato l’emissione dell’ordinanza impositiva e le susseguenti conferme nei vari gradi del procedimento cautelare. Non v’è più alcuna giustificazione a mantenere l’attuale misura afflittiva in carcere. La ricostruzione accusatoria, invero, ha raggiunto l’auspicato livello di completezza, con conseguente cristallizzazione del materiale raccolto, peraltro, particolarmente copioso a fronte della meticolosa attività investigativa svolta. Basti pensare, in proposito, che sulla scorta del quadro probatorio in atti la Pubblica Accusa ha ottenuto la condanna a trent’anni di reclusione per l’imputato Guede, ma tutta questa nutrita attività non ha evidenziato nessun elemento certo e attendibile a carico del nostro assistito, durante tutta la fase dibattimentale. La vicenda giudiziaria in parola è diventata un processo mediatico di cui si sta (morbosamente) occupando la stampa di tutto il mondo, con un’attenzione finanche esasperata da parte dei media, ma siamo convinti che questo non potrà condizionare il giudizio della Corte, se non in una più attenta e serena valutazione di tutto il quadro probatorio, che si è andato via via costituendo durante il processo, che dimostra l’assoluta estraneità di Raffaele alla terribile vicenda. Inoltre e per fortuna, Raffaele Sollecito non è soggetto fragile o condizionabile e ciò lo si desume non solo dalla forza con cui sta affrontando e ha affrontato questo periodo di privazione della libertà, ma anche dalla sua determinazione nel voler rendere onore all’unica verità che lui conosce, senza ‘scorciatoie’ nè facili ‘vie di fuga’. Sollecito ha dimostrato proprio la sua incrollabile volontà, intesa anche come capacità di riprendersi la vita nelle sue più normali ed ordinarie occupazioni: cercando di mettere a frutto il tempo ‘vuoto’ passato in carcere, ha terminato gli studi ed è riuscito a laurearsi e a sostenere con buon profitto due esami della laurea specialistica a cui si è iscritto presso l’Università di Verona, nonostante lo stress psichico che viveva e vive quotidianamente. Per tutto quanto sinora esposto è possibile affermare che, allo stato, non sono più sussistenti ed attuali le esigenze cautelari indicate né la validità degli indizi, indicati a carico. Ci si attende pertanto un esito positivo del processo. GABRIELLA MARCANDREA

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IL

CONTRAPPUNTO dell’alfiere

Processo breve, indagioni lente Ancora polemiche, ancora proteste, ancora manifestazioni, la norma sul processo breve ha scatenato una ridda di reazioni contrarie senza appello. In Italia i processi durano troppo tempo, anni e anni, nel settore civile possono superare anche dieci anni. Nel nostro Paese giacciono pendenti oltre 5.000.000 di processi civili e 3.500.000 nel settore penale. In questo caos giudiziario faccio fatica a pensare che ‘la legge è uguale per tutti’ sia una massima pienamente rispettata nei nostri tribunali. Condannare o assolvere, dopo anni interminabili di attesa, una persona non può essere considerato civile nel senso pieno della parola. Le statistiche non possono essere sempre considerate come oro colato poiché vanno sempre rapportate alla specificità delle variegate situazioni reali. I numeri, però, sono questi: in Italia abbiamo 11 magistrati ogni 100mila abitanti. Nono sono pochi. In molti Paesi europei il numero dei magistrati è più basso e, in taluni casi, anche di molto. Eppure. Ad Enna, ed è l’esempio più eclatante di come le statistiche possano dire molto ma non tutto, esiste un solo pubblico ministero in luogo di quattro. Così quel povero magistrato è costretto ad un super-lavoro, purtroppo, infruttuoso con il rischio di non riuscire a dare giustizia. Sono certo che il Consiglio Superiore della Magistratura segua con attenzione questa vicenda limite ed altre molto simili. E’ compito dell’organo costituzionale gestire le assegnazioni dei magistrati poiché è l’organo di autogoverno. Forse qualche polemica in meno anche da parte dei magistrati, o meglio di chi li rappresenta, non guasterebbe. Perché se è imprescindibile ed inviolabile l’indipendenza della magistratura dal potere politico è, altrettanto, intoccabile il pieno diritto del Parlamento di votare le leggi. In uno Stato democratico la sovranità appartiene al popolo che la esercita attraverso i propri rappresentanti nella Camere elettive. Non esiste e non può esistere uno Stato sotto tutela del potere giudiziario. Non lo vogliono neppure gli stessi magistrati ben consapevoli della pericolosità di una simile deriva. Abbassare i toni da parte di tutti sarebbe non solo auspicabile ma necessario. Non si può gridare alla violazione della democrazia ogni volta che si tenta di mettere mano ad una riforma del processo penale. Perché chiudersi a riccio comporta prestare il fianco a coloro che ritengono la magistratura politicizzata e contraria a prescindere a qualsiasi cambiamento. Come richiamare alla memoria collettiva i magistrati che hanno sacrificato la propria vita per combattere il terrorismo e la mafia non serve se poi la sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura non commina sanzioni nei confronti di magistrati anche di fronte ad atti e comportamenti illeciti. Tante polemiche sul progetto di legge relativo al processo veloce che andrebbero riconsiderate se rispondesse al vero la notizia che un’analoga proposta di legge era stata presentata nella scorsa legislatura dagli onorevoli Brutti, Finocchiaro e altri. Sì, l’onorevole Finocchiaro fra i più rigidi

IN DIFESA DEL CROCIFISSO NELLE SCUOLE LA NOTA DELL’EURODEPUTATO SILVESTRIS e astiosi nel condannare il progetto di legge presentato da Gasparri e Quagliariello. Tra l’altro la proposta della Finocchiaro non escludeva i reati gravi come invece previsto dalla proposta all’ordine del giorno. Memoria corta o speculazione politica? E a contribuire a rendere ancora più incandescente il cliam politico è intervenuta l’inchiesta di Napoli sul candidato in pectore alla presidenza della giunta della regione Campania l’onorevole Nicola Casentino. La Procura di Napoli ne chiede l’arresto per collusione con i clan camorristici di Casal Di Principe. I fatti risalgano al 1990 e Nicola Casentino risulterebbe iscritto nel registro degli indagati dal 2001. Ma non sarebbe stato giusto bloccare l’attività politica dell’ex esponente del PSDI e poi di Forza Italia e oggi del PDL ben prima che passassero quasi nove anni dall’apertura dell’indagine e quasi venti dall’inizio dell’attività politica dell’esponente del centro destra? Non dubito che gli inquirenti abbiano avuto ottime ragioni per dilatare, diciamo così, i tempi delle indagini. Ma ripeto se fosse tutto vero Casentino andava fermato prima. E poi perché, nonostante le ripetute richieste di essere ascoltato, nessun sostituto abbia sentito il bisogno di sentire la versione dell’onorevole? A rendere la questione ancor più rovente è intervenuta l’intervista del Procuratore Generale di Napoli il dottor Vincenzo Galgano. «Su cento, abbiamo 10 stalloni di razza e 90 asinelli»: questo ed altro ha dichiarato il magistrato napoletano. Ha accennato al fanatismo di molti magistrati e alla mancanza di serenità nell’operato di molti inquirenti. Un giudizio pesante che ha determinato una pronta reazione di molti pubblici ministeri napoletani che hanno chiesto l’intervento del CSM. Ma la situazione a Napoli non è serena e non da oggi. Come non ricordare che proprio da Napoli fu allontanato a furor di magistrati un magistrato come Agostino Cordova che aveva lottato a lungo contro la ndrangheta. Ma i mali della giustizia andrebbero affrrontati in un clima sereno in cui fossero fugati i dubbi di accanimento a fini politici nei confronti di qualcuno e allo stesso tempo evitati eccessi polemici nei confronti della magistratura. Una riforma della giustizia che se deve tener conto dei diritti della difesa non dimentichi i diritti preminenti delle vittime. Troppo spesso si parla di difendere Caino ma nessuno che prenda le difese di Abele e per questa è la somma delle ingiustizie.

alfiere@giovinazo.it 35

Con una recente sentenza, la Corte europea di Strasburgo ha vietato l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche italiane. Sulla vicenda si sono registrate numerose iniziative da parte di Parlamentari europei. L’On. Sergio Silvestris (PDL) ha promosso la presentazione di una ‘Dichiarazione Scritta’ al Parlamento, con cui si ribadisce «il pieno diritto di tutti gli Stati membri ad esporre anche simboli religiosi all’interno dei luoghi pubblici o delle sedi istituzionali, laddove tali simboli siano rappresentativi della tradizione e dell’identità di tutto il Paese, e dunque elementi unificanti dell’intera comunità nazionale». La’dichiarazione scritta’ è una risoluzione che, se firmata da almeno 369 deputati, cioè dalla maggioranza dei parlamentari, diventa un atto ufficiale che impegna tutte le Istituzioni europee, senza neanche la necessità di un voto confermativo dell’Aula. L’iniziativa, promossa dall’On Sergio Silvestris, ha riscosso largo consenso. Infatti, con lui, hanno firmato questa proposta che Parlamentari dei diversi schieramenti politici, tra cui Mario Mauro (PDL), David-Maria Sassoli (PD), Gianni Pittella (PD), Magdi Cristiano Allam, (UDC), Carlo Casini ( UDC) e Mario Borghezio (Lega). La “Dichiarazione Scritta” è stata presentata ieri a Bruxelles, nel corso di una conferenza stampa cui hanno partecipato Sergio Silvestris e tutti i promotori. «Su questo delicato tema - commenta l’On. Silvestris - che tanto tocca le coscienze degli italiani, ho cercato e ottenuto la più ampia condivisione. I consensi sono arrivati da esponenti del PD, Lega e UDC, oltre che un’intesa anticipata da molti Deputati dell’Italia dei Valori, che con il loro sostegno ci lasciano ben sperare sulla possibilità di raccogliere le 369 firme necessarie». «La Corte non è in grado di comprendere come l’esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione Europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana» - ha concluso nel suo intervento Mario Mauro. «Una volta sottoscritta dalla maggioranza dei parlamentari - concludeva l’On. Sergio Silovestris - la ‘Dichiarazione Scritta’ sgombrerà definitivamente il campo dagli equivoci, garantendo all’Italia il pieno diritto di tenere viva una tradizione, che affonda le radici nella storia e nell’identità del nostro Paese». DICEMBRE 2009

giovinazzo che lavora DI ALESSANDRA TOMARCHIO IL NOSTRO VIAGGIO ALLA SCOPERTA DELLE NOSTRE ATTIVITÀ PRODUTTIVE

Nuova Sifanno Costruzioni s.r.l

L’ARTE DI COSTRUIRE

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Innovazione e tradizione, questa in due parole la cifra de «La Nuova Sifanno Costruzioni s.r.l». L’impresa nasce nel 2003 ma si fonda su quell’esperienza e su quella professionalità senza tempo che è da sempre la nostra cultura, soprattutto meridionale, del costruire ‘case per sempre’. La stessa, per capirci, che è il leitmotiv di fondo dello stupendo cult movie «Mac» che John Turturro dedica a suo padre Nicola, giovinazzese doc e poi muratore e costruttore a New York. E il fondatore della Società, Antonio Sifanno, a questa filosofia si è certamente formato recuperando la straordinaria lezione degli antichi (inizia proprio con le ristrutturazioni) per poi integrarla e arricchirla continuamente con tutte le evoluzioni che i nuovi materiali e un progresso tecnologico a 360 gradi permettevano. In poche parole il futuro non dimenticando mai i grandi insegnamenti del passato. Vero self-made man di casa nostra, vale la pena raccontare, almeno in breve, la storia di questo costruttore. La sua passione e il suo amore per cazzuola e calcestruzzo nascono nel lontano 1967, tanto che e a solo 16 anni è già muratore qualificato. Ma da dove proviene tutta questa voglia di creare e costruire? Le origini di Antonio non sono certo agiate: suo padre era agricoltore e in casa non è che ne circolasse molto di danaro. Eh sì, era proprio duro arrivare a fine mese! Occorreva darsi da fare e imparare al più presto un bel mestiere serio ed onesto, che desse almeno da vivere dignitosamente. Alacre e tenace, ma con una gran voglia di apprendere e di fare, così debutta Antonio; dapprima da solo, quindi iniziando a servirsi dell’ausilio di qualche collaboratore… poi, mattone dopo mattone, grazie anche alla credibilità acquisita col passa parola, incomincia ad andare avanti come un treno. Nel 1975 fonda una ditta individuale. E’ un crescendo di commissioni e consensi, anche perché la sua è una passione vera: il cemento e la calce gli sono davvero entrati nel sangue e sono un tutt’uno con il suo bisogno di aggiornarsi continuamente e di mettere in pratica tutto ciò che impara andando in giro per fiere specializzate e meeting, ma anche osservando i cantieri delle realizzazioni più alla page. Oggi costruire bene non significa solo massimi standard di sicurezza e buoni materiali, l’estetica è diventata un elemento almeno altrettanto importante che la solidità. Lo dicono chiaramente gli indicatori immobiliari, anche perché il gap di prezzo tra una casa di fascia medio-alta ed una di edilizia convenzionale non è poi così grande come si può pensare, soprattutto in rapporto all’entità dell’investimento di partenza; per di più mantiene pure una più alta quotazione di mercato e non invoglia certo a quelle operazioni di restyling spesso necessarie già a pochi anni dall’acquisto Una casa, come un diamante, è - o almeno dovrebbe essere - per sempre. Tanto vale farla bene da subito senza trascurare nemmeno il minimo particolare, all’interno quanto all’esterno. Questo Antonio lo capisce prima degli altri e comincia, in controtendenza rispetto all’indole sparagnina locale, a cercare i migliori architetti locali per far sì che le sue costruzioni si distinguessero subito rispetto alle altre, si armonizzassero e, perché no, dessero pure valore aggiunto ai luoghi dove sorgevano. Si inizia a costruire nel settore dell’edilizia residenziale a Bitonto, ed ecco sorgere le sue prime realizzazioni che piacciono immediatamente e si moltiplicano. Un vero e proprio successo, tanto che cominciano a cercarlo tutti anche perché i clienti hanno capito che se la qualità costa, è altrettanto vero che la qualità ripaga sempre. Le commesse aumentano significativamente, e l’impresa, sebbene cresciuta di molto, non è più in grado di gestire gli ordinativi a tal punto che diventa necessario fondare una società. Ecco allora nascere, nel 2003, La Nuova Sifanno Costruzioni S.r.l. Trent’anni di esperienza nel settore delle costruzioni civili e nella ristrutturazione, la nuova società è, per chi la conosce o anche solo per fama, sinonimo di edifici caratterizzati da uno stile ricercato e dall’utilizzo di materiali di pregio. L’impresa si distingue per la sua struttura dinamica ed efficiente, capace di rispondere a qualsiasi richiesta, anche volendo di nicchia estrema, potendo contando sulle migliori collaborazioni e su un know-how di livello addirittura internazionale. Anche se il suo vero punto di forza resta probabilmente il suo fondatore, Antonio, che, sempre presente su tutti i suoi cantieri e con tutta l’esperienza maturata personalmente su tutta la filiera, è una garanzia di estrema qualità in tutte le fasi di realizzazione. Con questi requisiti si capisce perché da Bitonto la società inizia ad occuparsi anche di Giovinazzo come di tante altre cittadine pugliesi. Il target è medio-alto perché, non c’è nulla da fare… Antonio Sifanno ha il gusto del bello. Le metrature vanno dai 60 ai 150 metri quadri nella media per soddisfare ogni richiesta di mercato. E sono contemplate anche permute di case o terreni. Attualmente si avvale dell’opera di famosi architetti rigorosamente pugliesi (tanto per non tradire il suo marchio DOP) non solo per i prospetti del fabbricato ma anche per tutti quei particolari che caratterizzano l’arte dell’abitare. È un serio sostenitore delle nuove tecnologie (dagli impianti fotovoltaici ai pannelli solari, dagli infissi agli impianti di climatizzazione di ultima generazione…) per adeguarsi alle nuove normative sul risparmio energetico, anche nella logica di avvalersi di tutte le agevolazioni previste. Case belle, ben fatte, ma anche ecologiche e risparmiose, in poche parole. Dove possiamo ammirare a Giovinazzo le opere di Sifanno? In via Bitonto, via Marsala, via Tetrarca, via Buccari, via Vernice, via Deturcolis: abitazioni civili e plessi eleganti dunque. Ma non solo. Anche ville unipersonali e villette a schiera. C’è in cantiere, ad esempio, un’opera di lottizzazione della maglia di espansione C.1.4 per la costruzione di circa 25 appartamenti e 25 ville. E non è poco. L’imprenditore però ha anche larghe vedute. Non trascorre solo il suo tempo sui cantieri. Riesce a ritagliarsi spazio per incarichi seri. «Attualmente sono Presidente del Consorzio Bitonto 2, una grossa lottizzazione dove verranno costruiti circa settecento alloggi, un progetto nato circa 12 anni fa» – precisa Antonio Sifanno. Insomma, alla faccia della crisi, ci verrebbe da pensare. «I prezzi sul mercato sono alquanto stabili e la crisi, negli ultimi due anni, ha solo rallentato le vendite. Si continua quindi ad acquistare sia con i mutui che in contanti, nonostante il mercato del lavoro attraversa una delle fasi più critiche degli ultimi decenni». Parola di Antonio. Parola di chi ha sempre saputo trasformare l’impegno e la passione in obiettivi apprezzati da clienti ed esperti del settore. E di chi sa fare di un bel particolare un vanto.

QUESTO SPAZIO È RISERVATO ALLE ATTIVITÀ PRODUTTIVE LOCALI. IL NOSTRO VIAGGIO CONTINUA IL MESE PROSSIMO. PER CONTATTI LAPIAZZA@GIOVINAZZO.IT TEL/FAX 080.394.79.20 347.5743873 37

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storia

DI

DIEGO

nostra

DE

CEGLIA

Antiche attività commerciali

La consultazione dei protocolli dei notai che hanno rogato sulla piazza di Giovinazzo consente di dare uno sguardo all’economia cittadina del XVII secolo; rilevando quanto avveniva in diverse botteghe, è possibile avere un veduta d’assieme di alcune attività commerciali ed artigianali. LA LOCANDA o TABERNA Le locande del passato erano sicuramente locali di modeste condizioni, destinate ad ospitare i forestieri dovevano supplire a due soli bisogni offrire asilo di notte e ristoro durante il giorno. Erano dentro, o fuori le mura quando in città c’erano troppe abitazioni o botteghe. I locandieri erano tenuti a mantenere ordinate e pulite le locande, condizioni igieniche richieste anche per taverne o osterie che servivano solo per rifocillare avventori o pellegrini di passaggio. A detta del nostro cronista Bisantio Lupis (1475-1555) già quando nel 1087 i pellegrini si recavano in Bari per venerare le reliquie, appena giunte, di S. Nicola, transitando da Giovinazzo trovavano allogggio nei trappeti adattati ad osterie. (Cronache, p. 76). È certo che nel 1596 era l’Universitas ad accollarsi l’onere della tenuta di queste locande tanto da deliberare di «tenersi la cammera e magazeno di Giovanni Battista Saracino nella piazza in affitto per li passaggi de forastieri con li letti, banche ed altro» (M. Bonserio, Le conclusioni decurionali, p. 98). Negli anni a seguire invece, come si evince dall’atto che segue, l’Universitas stabiliva un sorta di convenzione con i locandieri, per alloggiare i “suoi ospiti”. Del 1626 è un contratto di costituzione in società tra due privati cittadini per la gestione di una locanda sita nella pubblica piazza e già proprietà di uno di essi. Il 23 gennaio comparvero davanti al notaio Francesco Antonio Bettamansi Sergio Pellegrino e Giovanni Labianca (ASBa, piazza di Giovinazzo, sk. 11, vol. 96/I, f. 8). Nell’atto si precisavano in dettaglio le caratteristiche e i costi dell’arredo, modesto ed essenziale (letti e paglia per i materassi), ed i servizi che avrebbe dovuto offrire la locanda. «Detto mastro Sergio pone la suddetta taberna per docati 23 et grana 10 ... di docati 40 l’anno, incomminciata detta communione et società dalli 15 del presente mese di gennaro per tutto li 15 di agosto proximo venturo. La paglia che al presente è in detta taverna si pone ducati 10 lassati delli letti che se faranno per tutto detto tempo si pongono ducati 6 da pagarsi, così il prezzo di detta paglia come delli affitti di letti, a Prospero Biancolella». Con l’atto i due concordarono anche come dividersi poi gli utili che sarebbero rinvenuti dall’affitto dei letti «il de più che si farà in detta taverna et havanzo et guadagno, se haverà da dividere la metà per uno» e

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come ripartire le spese in caso di mancati introiti. La locanda, come un qualsivoglia albergo o pensione d’oggi, necessitava di un gestore che garantisse presenza diurna e notturna. Tale incarico fu assegnato a mastro Giovanni e fu pattuito lo stipendio mensile «il detto Giovanni sia tenuto, siccome promette, a stare con la sua persona di notte et di giorno in detta taverna et fare tutti li servitii che in essa bisognaranno e per detto servimento detto mastro Sergio promette et sia tenuto pagare a detto Giovanni carlini 7 il mese di propria moneta». Dopo il capitale investito per l’avvio dell’attività «ultra il guadagno che sen farà in detta taverna dopo cacciate le suddette somme et che così il detto guadagno come qualsivoglia altra cosa, di lucro si farà in detta taverna si habbia a dividere la metà per uno con patto che le biancarie serveranno in detta taverna et letti si habbiano a ponere similmente per metà» La società prima o poi si sarebbe sciolta e fu pertanto stabilito anche come ripartire il disavanzo del guadagno, ricavato anche dall’immondizia che venduta avrebbe prodotto una ulteriore entrata «con patto ancora che il romato che si farà et si trova al presente dentro detta taverna, finito il detto tempo se habbia a vendere et del prezzo detto Giovanno se ne habbia a pigliare anticipatamente carlini 10 et l’avanzo poi dividersi per metà». Il contratto esplicita anche le modalità di un una ripartizione giornaliera degli utili «con patto ancora che detto Giovanni sia tenuto siccome promette sera per sera dare a detto mastro Serio presente li denari che si faranno in detta taverna et ponersi a conto del suddetto prezzo et durante detto tempo detto Giovanni in modo alcuno non possa uscire da detta conventione et essendoci perdita, come di sopra, che la predicta vada communemente». Veniva poi ipotizzata una eventuale convenzione con l’Universitas «con patto ancora che facendo la Città mandati per alcuni che alloggiassero in detta taverna, si habbiano da exigere communemente» così come «bisognando qualche cosa in detta taverna per staglio di apparecchiare o altro, che si habbia a fare la metà per uno, et anco si in detta taverna bisognerà accomodare qualche porta finestra o altro». Nelle antiche locande e taverne, come negli attuali esercizi di ristoro, forse venivano offerte bevande e cibi freschi. Poichè a quai tempi non esistevano i frigoriferi, vediamo come ciò era possibile. LE NEVIERE Un’attività che potrebbe oggi sembrarci inusuale è quella della raccolta e commercio della neve, che nel secolo XV usavano insieme al ghiaccio, i più nobili che si dilettavano con bevande fredde; poi l’uso della neve si diffuse fra tutte le classi perché

anche in passato era necessario conservare alcuni alimenti al fresco (pensiamo al pesce che poteva raggiungere paesi lontani dal mare solo se si conservava bene il pescato, o ai mattatoi) praticare alcune terapie mediche col freddo. Intorno al XV-XVI secolo la raccolta della neve veniva fatta in paesi montani o dell’interno e non necessitava di strutture complicate, le neviere erano infatti quasi sempre semplici buche nel terreno o grotte o caverne naturali nelle quali la neve veniva ammassata e pressata durante l’inverno e poi trasportata in città per essere venduta. Neviere più sofisticate erano costituite da una struttura quadrangolare in muratura con volta a botte, alta circa due metri, dotata di un foro in alto dal quale si riempiva l’impianto; una o due porticine consentivano di prelevare il ghiaccio al bisogno; uno strato spesso di foglie secche veniva posto sul fondo del locale ed all’esterno, su tutta la superficie della sua area, misto a terriccio, come isolante. Il commercio della neve fu regolato da privative (la privativa della neve fu stabilita per Napoli, capitale del Regno, nel 1619) e il regime fiscale stabiliva i limiti del territorio entro il quale si poteva smerciare la neve. La neve veniva per lo più commerciata direttamente dai privati che la raccoglievano e che, dopo aver pagato il dazio, integravano così i propri redditi. A Bitonto, paese dell’entroterra dove nevicava più frequentemente che sulla costa, il prezzo del ghiaccio nel secolo XVII non poteva essere superiore a 3 grana per rotolo (unità di misura del peso pari a 80 Kg.) ed era comprensivo della gabella che l’appaltatore doveva versare al Comune. Per Bitonto vi è un particolare curioso: la gabella fissata dal Comune, a sua volta, era comprensiva di una modesta somma che l’appaltatore versava ad una chiesa di Bitonto dedicata appunto alla Madonna protettrice della neve. A Giovinazzo una neviera esisteva nell’agro, sulla strada provinciale per Terlizzi subito dopo la chiesa di san Martino. Sul numero di marzo 1991 del mensile Il Nuovo tocco del Bom Baun infatti è riportato in uno stralcio tratto dal volume Puglia fuori strada di Vittorio Stagnani il ricordo di una vecchia guardia campestre che vedeva ancora la neviera ai primi del novecento e nella foto a corredo dell’articolo l’allora comandante delle Guardie Campestri (compianto e da poco scomparso) maresciallo Copolecchia, mostrava quello che era il sito della neviera, che venne demolita per l’ampliamento della strada provinciale. Restano invece testimonianze documentarie di una chiesa di Giovinazzo dedicata alla Madonna della neve, alla quale però non sappiamo se spettassero percentuali sulla vendita della neve come a Bitonto. Il più antico documento sarebbe il testamento di tale Leone di Nicola Vernice che nel 1477 per sua personale devozione donava a quella chiesa un calice di argento (ADG, fondo Capitolo, perg. n. 379), interessante è poi la relazione per la visita apostolica compiuta in Giovinazzo dal vescovo di Foligno nel 1586 (BNBa, fondo De Ninno, vol. 17/2, f. 86) dalla quale si evince che la chiesa, nella quale era venerata una immagine della Madonna, doveva sorgere molto vicina alle abitazioni infatti il Visitatore disponeva che «per le fenestre non si possa guardare dai secolari nella chiesa»; in un atto notarile del 26 ottobre 1628 infatti la stessa chiesa è riportata confinante con alcune abitazioni, e dallo stesso atto si rileva che doveva sorgere nei paraggi della chiesa dello Spirito Santo dalla quale la separava solo un fabbricato con due ingressi di proprietà dei fratelli de Leonardis i quali nel dividerselo precisavano: «quello ha avuto la sala, e la camera inanzi, solo habbi da passare per il portarile avanti lo Spirito Santo et l’altro per il portarile della Madonna della neve» (ASBa, piazza di Giovinazzo, sk. 12 notaio Marino Gregoriano, f. 56). E sempre della Madonna della Neve su di uno degli altari laterali dell’antica chiesa di S. Felice, faceva bella mostra di se una tela datata 1702 e firmata dal pittore Giovinazzese Saverio De Musso (16811763), ora purtroppo traslata nel Museo diocesano di Molfetta (ADG, Acta Sanctae Visitationis … 1754, f. 171). Il dipinto si presenta a schema triangolare alla base sono effigiati i santi Nicola a destra ed Eligio a sinistra mentre al suo vertice la Vergine col Bambino accerchiata dagli

angeli e dai putti, sovrasta appunto la cima innevata di un monte. COMPRAVENDITA DI NEVE Ma oltre alla testimonianza di luoghi dedicati alla Vergine della neve, a Giovinazzo c’è testimonianza della compravendita della neve. Essa veniva venduta «ad rationem obulorum octo per quidem rotulo», come si evince da un atto rogato il 12 maggio del 1659 dal notaio Giovanni Giacinto Riccio (ASBa, piazza di Giovinazzo, sk. 15, vol. 208, f. 79). Parte del contratto erano i Sindaci di Giovinazzo contro tale «mastro Natale de Mastro Andrea de Melficto Iuvenatii, et mastro Vito Araneo de Iuvenatio» che spontaneamente promisero e si impegnarono di «vendere nive in hac civitate» dal quel giorno fino alla fine di novembre, alle seguenti condizioni: «che a detti Natale e Vito, di vendere detta neve sia lecito a qualsivoglia cittadino ancorché fusse per minima quantità etiam di un rotolo, mandarsela a pigliare da luochi con vicini a danno et interesse di detto Natale, e Vito et in caso che mancassero da detta vendita sia lecito a detta Università et per essa a detti magnifici sindaci far altro partito a danno delli suddetti nelli quali danni mastro Natale e Vito ex nunc se costituiscono debitori volendo che in tal caso se possi il presente instrumento contra di essi incusare … Et contra li suddetti magnifici sindaci in nome di detta Università promettono durante detto tempo non far vendere in detta città neve a nessuno anzi mantenere li suddetti nella vendita suddetta, altrimenti succedendo, sia detta Università tenuta a detti Natale e Vito all’emenda dell’anno per tal causa ne li avvenisse, ne li quali danni detti magnifici sindaci ex nunc se li costituiscono debitori con li medesimi patti et clausole detti di sopra».

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VINCENZO DEPALMA

DI

In questo periodo di repentini cambiamenti, noi della passata generazione, non facciamo altro che collezionare brutte figure. Le innovazioni stanno cambiando tutto e noi non abbiamo la prontezza di adeguarci a tutte queste novità, dalle cose più semplici a quelle più complesse. Computers, telefonini, video, apparecchi digitali sono per noi lontanissimi dal nostro antiquato sistema di vita. Ci succede anche per le cose semplicissime. L’altro giorno che accusavo qualche doloretto, memore dei rimedi di nonna e mamma, ho deciso di farmi una camomilla. Pensavo: niente di più semplice! Constatato che non ne avevo mi è bastato scendere sotto casa e andare in drogheria. Come la desidera? - mi ha chiesto subito il droghiere. Notato il mio sguardo smarrito ha voluto venirmi incontro: solubile senza zucchero, solubile zuccherata in filtro o sfusa? Sono rimasto alquanto perplesso ed interdetto e fatta la scelta fra me e me pensavo: madonne ca je’ na cambomille so cerchete! A casa mia non mancava mai. Inde a la cifunire c’era sempre la preziosa scatola di latta che la conteneva e mi sono ricordato che appena si affacciava la primavera e la gaghemende cominciava a fiorire, mamma e nonna ci mandavano menze a l’urte per raccoglierla. Loro poi, con cura, la facevano seccare al sole, la ripulivano delle foglioline superflue e provvedevano a conservarla gelosamente. La cambomille era un toccasana, era il rimedio per tutti in nostri malanni. Ora, invece, per avere una camomilla devi sostenere il quasi interrogatorio di terzo grado del droghiere. Ma una figuraccia ancora più brutta l’ho fatta quando nu sbedeprete de uagnaune, intento a scherzare con gli amici, m’ha dete na sorte de sbetterrete. Uno spintone che mi stava facendo perdere l’equilibrio. Voi pensate che mi abbia chiesto scusa? Siete in errore, ora, non si usa. Allora m’ha veneute da sotte a li pite nu nzulte. Visto che era molto giovane, per non fare la figuraccia del retrogrado ed antiquato ngi so ditte mbacce: «Figghie di escort!!!». Come si dice adesso. Che figuraccia, quello non solo non si è risentito, si è addirittura messo a ridacchiare. Che tempi! Alla nostra età se qualcuno si azzardava a darci del figghie de p…, come allora si usava, facevamo subito la faccia truce e feroce e non mancavamo di replicare, per la tutela della famiglia: «P…, nguà da dejsce a sorede e arrecurdete ca preime de sorede cudde mistire uavave fatte pure mammete!». Così si tutelava l’onore della famiglia. Quel ragazzo, invece di sentirsi oltraggiato si è messo invece a ridere. È inutile, li timbe so cangete! Continuare a fare l’elenco delle figuracce sarebbe troppo lungo, noi maturi viviamo in un mondo fuori del nostro tempo, sommersi sempre tra atroci dubbi, ci sembra insomma di camminare contro corrente. Pensate, da un ragazzo che parlava la telefonino con un amico suo, mentre mi sorpassava, gli ho sentito chiedere al compagno: «ma tu sei normale o vai con le donne?».

Quando senti certe cose come fai a non avere dubbi? Mi sono chiesto se noi non abbiamo sbagliato tutto. Mi sono ricordato di quando con gli amici eravamo così scemi da gioire quando vedevamo qualche ragazza in difficoltà quanne se n’ascinnevene le calzette e speravamo di vederla entrare nel primo portone aperto pe’ sistemasse la molle e goderci un pezzettino di gamba. Passavamo volutamente e speranzosi sotto i balconi per spiare vogliosamente sotto le gonne delle fanciulle pe nu stuzze de gamme. Se qualcuno della comitiva era distratto veniva sollecitato dal sommesso canticchiare di versetti molto noti ai giovinazzesi: «Alzando gli occhi e mirando una stella». Ora, invece, chi continua in queste pratiche, mi è parso di capire che non è più normale. L’ascolto di quella frase involontariamente captata, mi ha aperto gli occhi su tante parole nuove che non riuscivo a capire: omofobia, gay, trans, pacs, cus. Pensare che ai miei tempi Cuss era l’offerta più generosa, più pesante che si faceva ad ogni piè sospinto: Ne Cuss, Cuss a d’avaje, spulpute Cuss. Senza parlare dei tanti indirizzi di persone e di cose dove sistemare opportunamente Cuss. Chiedo scusa per la parolaccia e mi fermo per rispetto alla fascia protetta e per non mettere Sergio in difficoltà con la censura e con la Sacra Romana Madre Chiesa, ma il tutto è per sottolineare che mentre Cuss ai miei tempi significava il massimo della potenza ora, è sinonimo di impotenza. Hanne cangete li timbe! Continuare a godere per una bellezza femminile non fa insomma più parte della normalità. L’ultima stranezza capitatami voglio documentarla in questo articoletto per convincervi della mutevolezza dei tempi. Dal tabaccaio della piazza ho acquistato una scheda per cabina telefonica. Per non consentirvi di dubitare sulla veridicità di quanto vi parlo, allego riproduzione delle schede in argomento. La scheda, sponsorizzata dalla Caritas Diocesana di Pozzuoli, sotto alla scritta PACE, mette in mostra un paio di vistose corna. Mi hanno detto che col pollice aperto significa PACE, ma per me di un’altra generazione, significano cherneute do volte! Credetemi, pur vivendo ormai nell’era digitale, non mi azzardo più, nemmeno una volta, a replicare a qualcuno alzando il dito medio. Con i tempi che corrono e la mutazione dei significati dei gesti ho paura che quello al quale il gesto è rivolto possa capire: all’eune passe da chese ca mangeme nzime. Vi ripeto, quel gesto non lo faccio più neppure aggiungendovi quello che di solito si diceva accompagnando il gestaccio: abballe do saupe ca veite vitonde.

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spazio autogestito

consegnati i pc alla Don saverio bavaro La cerimonia di consegna si è svolta lo scorso 11 novembre Denny Mendez e Claudio Chiappucci: Una visita inaspettata presso la locale sede dell’A.N.F.F.AS.

L’11 novembre, presso la scuola primaria e per l’infanzia Don Saverio Bavaro, sono stati consegnati i nuovi personal computer agli uffici amministrativi dell’istituto. La lodevole iniziativa è frutto dello sforzo dell’associazione Libero Pensiero coadiuvata nell’impegno dai giovani della Nuova Giovinazzo. Alcuni associati, oltre che essere impegnati sul territorio, infatti, sono anche genitori di alunni della scuola diretta dalla preside Carmela Rossiello. Proprio la dirigente scolastica bitontina è apparsa la più commossa nel saluto ai presenti. Le parole della Rossiello sono state scandite da un’autentica commozione da parte sua e del personale amministrativo presente. Un furto aveva messo in ginocchio una intera comunità scolastica, l’associazionismo che si fa solidarietà concreta l’ha rianimata. Il presidente di Libero Pensiero, l’ing. Francesco Balenzano, ha posto l’accento sull’anomalia di questo intervento da parte di liberi cittadini che «nasce da un’associazione che si propone scopi di tipo culturale, ma che spesso si vede costretta ad operare sul territorio anche in ambito sociale». Il segretario dell’associazione donatrice, Tommaso Depalma, ha invece sottolineato l’importanza di uno sganciamento dalla mentalità meridionale che “pretende” sempre interventi dalla pubblica amministrazione: «Abbiamo trovato diffidenza per questo motivo - ha proseguito - ma non per questo ci siamo fermati. Nel nostro gruppo di lavoro vedo giovani vogliosi di lasciare il segno sul territorio - ha concluso - e ne sono felice».

La grande famiglia dell’Anffas di Giovinazzo ha ricevuto giorni fa una piacevolissima visita inaspettata che ha permesso a tutti loro di conoscere in forma privata ed amichevole Denny Mendez, Miss Italia del ‘96 ed attrice. Un incontro a dire il vero ricco di belle emozioni è stato vissuto dall’artista e dallo staff dell’associazione che in collaborazione con l’associazione ‘Libero Pensiero’ ha siglato il bel momento. La nota showgirl ha prima visitato la sede dell’associazione situata in paese dove ha chiacchierato un po’ con tutti i ragazzi diversabili ed i loro educatori. Durante questo spazio d’incontro, sede storica dell’Anffas, nella zona 167, Vito Lasorsa ha dedicato alla bella Denny due brani eseguendoli al pianoforte. A questo momento ha partecipato anche il mitico campione del ciclismo Claudio Chiappucci per i suoi fans ‘El diablo’ lì accompagnato da Tommaso Depalma che con lui avrebbe seguito una gara ciclistica regionale molto importante. Nella seconda parte dell’incontro tutto il gruppo comprese mamme e familiari dei ragazzi si sono spostati nel centro diurno Anffas dedicato a ‘Paride Fasano’, una bella villa confiscata in base alla legge 109/96 e sita in contrada Santa Lucia , nell’agro di Giovinazzo. Qui Denny Mendez ha scoperto una bella realtà associativa di forte impatto emotivo per lei e per tutti. Anche qui foto ricordo, autografi e scambi di battute con i ragazzi, i volontari Anffas e le famiglie. Il tutto condito da tanta emozione sia per la Miss Italia che per la grande famiglia dell’associazione Anffas. Un intermezzo simpatico e divertente ha visto protagonisti Vincenzo Ignomiriello al sax e la sua cara Antonellina Sterlacci a sorreggergli lo spartito sotto la divertente direzione musicale di Fabio Lepore. Tutto ciò sotto lo sguardo divertito e commosso della prima Miss Italia di etnia non italiana che è stata davvero all’altezza della situazione perché una ragazza dotata di grande sensibilità. «E’ una realtà che conoscevo poco – ha affermato Denny Mendez -. Ho visto unione tra tutti e ciò mi ha colpito molto. Io comunque amo molto ascoltare ed osservare e posso dire che il lavoro svolto dal Presidente Michele Lasorsa è intriso di grande umanità. Lui si impegna con costanza e dedizione nella sua realtà familiare, nel suo lavoro e in questa bellissima associazione. Porterò con me un bel ricordo, una bella sensazione di ascolto, di voci, di divertimento anche tra i ragazzi. Ho trovato geniali Antonella, Vincenzo e Fabio, loro tre li ho immaginati a teatro, sono divertenti, aperti alla relazione con gli altri, bella la loro energia!Inoltre, ricorderò e penserò alle mamme, mi hanno emozionato. Una volta in più ricorderò Giovinazzo a cui sono molto legata, l’Anffas e questo incontro indimenticabile!». Anche Raffaele Depalma, giovane consigliere dell’Anffas e coordinatore di numerose iniziative, ha espresso con emozione un pensiero su questa esperienza: «E’ stato sinceramente d’impatto trascorrere la mattinata al fianco di una donna del mondo della moda e dello spettacolo, ma la cosa più straordinaria è stata vedere lei immergersi nelle problematiche che quotidianamente queste famiglie sono abituate a vivere. E quando tutto questo, lo si fa con un sentimento puro e vero, ci si rende conto che al di là della grandezza che può rappresentare un personaggio pubblico di elevata importanza, vi è una grandezza interiore che non ha apprezzamento e per il quale noi saremo sempre grati. Inutile pure dire la gratificazione che hanno avuti i ragazzi nello stare con lei, soprattutto per l’interesse mostrato nel capire le varie attività svolte dall’associazione. Insomma una giornata che resterà nella storia dell’associazione come un bellissimo ricordo e grazie al quale, perché no, pensare ad altri progetti futuri con il coinvolgimento di questi illustri personaggi». Si ringrazia Marzia Morva per la collaborazione

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illis temporibus DI ANGELO GUASTADISEGNI

la vecchia cena di Natale

Che Natale quello della mia infanzia! Si attendeva la nascita di Gesù tutti intorno alla grande tavola imbandita. Il famoso Cenone di Natale era una festa attesa tutto l’anno. In esso si amalgamavano i sapori della tradizione con gli affetti, quelli di sempre e che in quell’occasione si ampliavano. L’atmosfera era riscaldata dal calore del braciere e dalla recita delle preghiere, si assaporava il cibo con un sacro rituale religioso. Accanto al braciere si poneva come simbolo lo stendipanni, il luogo dove la madre di Gesù avrebbe steso i panni per riscaldare Gesù Bambino nel momento della nascita. I nonni svolgevano il ruolo di S. Giuseppe e alimentavano continuamente il fuoco. Si creava così un’atmosfera mistica e accogliente che rappresentava il presagio alla venuta di Gesù Bambino e tutta la famiglia era pronta ad accoglierlo nelle proprie braccia. Come si preparava l’atteso Cenone di un tempo? Sin dalla mattina del 24 dicembre iniziavano i preparativi. Ci si riuniva per fare la lista perché occorreva comprare un po’ di tutto, a tavola non doveva mancare nulla per la sera. Ad eccezione ovviamente del vino, delle paste già preparate per tempo dalla nonna, del vermouth e del rosolio preparati dal nonno. Non dovevano mancare neppure la frutta e le noci, ma per quelle non c’era problema alcuno. Ogni giorno passava il carretto che già all’imbocco delle stradine iniziava a lucculare cioè a richiamare l’attenzione degli abitanti affinché scendessero a scegliere e comprare. Arance, noci e mandarini erano molto richiesti ma sempre in quantità abbastanza modiche. Per quanto riguardava la pasta, ah quella! Lì non c’era da metter parola, perché veniva preparata con amore e passione dalle donne in casa. L’impasto era particolarmente curato, la lavorazione con le uova richiedeva calma e pazienza. Ovviamente non c’era vigilia senza l’acqui-

sto del pesce. Mio padre si recava alla Piazza del Pesce che allora era allocata proprio in corrispondenza dell’attuale bar Il Canaruto. Non c’era un grande assortimento, occorreva svegliarsi di buon’ora per riuscire a portare a casa le prelibate porzioni di pesce, cioè del capitone. Le porzioni erano di circa 100, 200 o 300 grammi. Con il capitone si preparava un bel sughetto e poi al mercato si acquistavano anche alici e sarde che avevano un costo abbastanza contenuto. Venivano poi cucinate impanate o fritte e per noi rappresentavano una vera e propria manna dal cielo. Merluzzi, spigole, orate e saraghi erano prodotti che solo il medico o il farmacista del paese potevano permettersi. La cena di Natale durava soltanto due ore, solo il tempo necessario ad attendere la nascita di Gesù Bambino. Al termine, infatti, si chiudevano le porte e si accendevano le candele. Così si prendeva la statua del Bambinello e tutta la famiglia in processione per la casa ne proclamava la nascita, mentre in coro si intonava il classico Tu scendi dalle stelle. Veniva poi posato nel presepe che a quei tempi era il vero simbolo delle festività natalizie. I presepi solitamente venivano creati in casa servendosi di fusti, erba e legname provenienti direttamente dalle campagne di amici e parenti contadini. Le statuette si creavano con l’ausilio della terracotta e di materiale povero. Qualcuno si improvvisava scultore del legno e pittore alla bell’e meglio. Dopo il rito della nascita del Bambinello, la mamma distribuiva le paste confezionate da lei e il nonno prov-

vedeva a versare con parsimonia il vermouth e il rosolio. Nella notte santa si usava poi uscire tutti insieme per andare a Messa, infagottati con sotto il vestito buono. E ci si sentiva tutti migliori in quell’occasione anche se l’ora era tarda e usualmente a quell’ora non si usciva mai. Il giorno dopo, dedicato al Santo Natale la festa continuava. E le donne di casa sin dal mattino si affaccendavano per la preparazione del famoso ragù con le costate di cavallo. A quell’epoca non esisteva lo scambio dei doni, la penuria di moneta contante e la nostra cultura ci impedivano di maturare qualsiasi desiderio di beni superflui che oggi occhieggiano ovunque ogni giorno dell’anno. Al massimo era solo il trittico di carbone, melograno e fichi secchi che allietava poi l’Epifania che tutte le feste portava via!

TRIGESIMO BUFANO MICHELE 22.12.1950 – 24.10.2009

«Sei sempre stato un uomo giusto e di elette virtù. Marito fedele e padre esemplare». I tuoi cari ricordano

due amici inseparabili

PIETRO D’AQUINO

CHE

DONATO MARZANO

LA FEDE E LA PREGHIERA CI AIUTINO A RENDERE MENO INCON -

DUE AMICI INSEPAD ONATO M ARZANO

SOLABILE IL RICORDO E IL RIMPIANTO DI

RABILI: P IETRO D’A QUINO 45

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Non c’è donna senza oro. Elisabetta Canalis | pendente “Gocce di luce” in oro e diamanti | www.donnaoro.com

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solidarieta’

Gigi D’Alessio riabbraccia Luca Mongelli IL 10 NOVEMBRE SI È SVOLTO IL CONCERTO DELL’ARTISTA CAMPANO AL PALADISFIDA DI BARLETTA: «VOGLIO INCONTRARTI CON CALMA, QUANDO RIENTRI DALL’AMERICA, PER PARLARE UN PO’ INSIEME», HA CHIESTO GIGI D’ALESSIO Il World Tour 2009 di Gigi D’Alessio, partito con doppia data il 6 e 7 novembre dal Palottomatica di Roma, ha fatto tappa in Puglia per il primo dei quattro attesissimi concerti pugliesi. Il Paladisfida di Barletta, il 10 novembre, ha ospitato un D’Alessio davvero ‘grande’ protagonista di uno show live di due ore eseguite senza sosta e ricche di 25 espressioni musicali in scaletta tra vecchio e nuovo repertorio. ‘Sei come sei’ nuovo album dell’artista partenopeo, pubblicato da poco più di due mesi è già nel cuore dei suoi fan che ne cantano i pezzi a pieni polmoni e di questo Gigi è visibilmente compiaciuto… «Il mio nuovo disco è uscito da poco tempo e già conoscete a memoria le mie canzoni… siete sempre straordinari qui, quando sono nella vostra terra ritrovo e sento sempre lo stesso calore! Credetemi vorrei fare tutti i concerti qui… ». Il concerto di D’Alessio è ricco di tante preziose sfumature che calano l’artista in differenti contesti di solidarietà ed attenzione verso l’ambito sociale per il quale lui è molto attento e sensibile. Se le canzoni parlano al cuore dei suoi fans di buoni sentimenti, del bello della vita, della forza e del coraggio che ogni essere umano non deve mai perdere, Gigi sul palco parla dritto al cuore ed illustra i suoi impegni. Quello pro Abruzzo e quello per la lotta contro l’Aids con l’associazione Anlaids per la quale è testimonial del progetto ed a cui ha dedicato il brano inedito ‘Gente come noi’, colonna sonora dello spot di questa campagna di sensibilizzazione. Lo spot partirà dal 20 novembre sulle reti Mediaset ed illustrerà tutto il progetto che si collegherà alla Giornata Mondiale contro l’Aids fissata per il 1 dicembre. D’Alessio è visibilmente emozionato nel parlare ai suoi fan ma sa già in cuor suo che tutte le sue parole saranno se-

guite fedelmente. Il talento professionale di Gigi D’Alessio si snoda tra ballad, ritmo, colore, scene ben curate, l’ottima band in uno show davvero sorprendente dove si è potuto cantare e ballare. Una delle belle sorprese del concerto è Talent Scout, il contest che in questi mesi ha selezionato i fan che seguiranno il loro idolo in una tappa del tour per poi salire sul palco e cantare con lui. A Barletta c’era Gaetano a cantare con Gigi ‘Liberi da noi’. Il concerto ricco di belle emozioni presenta medley di pezzi storici e famosi e suggestive immagini su maxi schermo a fare da sfondo di belle canzoni: Napoli antica in bianco e nero per accompagnare il medley napoletano con D’Alessio alla chitarra, ‘Mon Amour’ con Totò nel ‘Turco Napoletano’. Ed ancora: Gipsy Kings per ‘Solo Lei’, ‘Como Suena El Corazon’ di forte impatto emotivo e scenico con tanto di balletto sul palco abbinato al video di Michael Jackson intitolato ‘Un pensiero al più grande!’. E sorpresa nelle sorprese la presenza d’eccezione di Valeria Marini sul palco accanto all’artista per presentare uno spot com-

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merciale. Tutto davvero molto bello ed emozionante come anche il guardare ammirati il nostro amico Luca Mongelli di Giovinazzo lì a cantare le canzoni in scaletta, in particolare ‘Non mollare mai!’. Gigi D’Alessio conosce molto bene Luca e la sua storia e ha salutato con sincero affetto il suo piccolo amico con la mamma Tina Turturro a fine concerto promettendogli di incontrarsi al più presto in una sede più tranquilla ed in forma privata per parlare un po’ insieme. Luca voleva parlare a Gigi della sua passione per la musica e per il pianoforte, voleva dirgli che da grande vorrà diventare un bravo cantante come lui, ma purtroppo non c’è stato tempo. Mamma Tina ha informato l’artista circa l’operazione che Luca affronterà negli Stati Uniti d’America per cui dopo ci si potrà risentire. Sarà cura ed impegno della cronista (Marzia Morva) e di Raffaele Depalma della locale sezione A.N.F.F.A.S. che seguono questa bella storia di amicizia creare un nuovo incontro tra i due. Si ringrazia Marzia Morva per la collaborazione

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째 LISTA BABY 째Bambino: rivenditore ufficiale BAZ e altre marche 째Bambina: TO BE TOO - Gaia Luna Via Venezia 6 Giovinazzo 49

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TRA

racconti del pescatore DI ONOFRIO ALTOMARE

PESCI E MOLLUSCHI

Il mio diario di pescatore Doc mi spinge molto spesso a fare riflessioni profonde sulla vita. E scusatemi se è poco. In questo mio costante raccontare, voglio fare una breve digressione su coloro che vengono baciati dalla fortuna perché ereditano dalla loro famiglia sia il danaro che un lavoro degno della dea bendata. Nella mia vita lavorativa, invece, pur sacrificandomi come un cane, devo prendere atto della mia sfortuna. Mio padre mi fece innamorare del mestiere del pescatore, quel mestiere tanto affascinante quanto oscuro, facendomi invaghire della sola vista dei pesci grandi, di merluzzi e baccalà. Ricordo, quando agli inizi della mia carriera acquistammo il motopesca S. Trifone. E subito iniziai a sognare…Ero al largo e da lontano vedevo la mia bellissima Giovinazzo… stordito dalla sua bellezza, baciato dalla Dea Pelagia, la sirena pesce simbolo di nascita e prosperità…E quello era per l’appunto un sogno. Perché dopo due anni, i tempi cambiarono e ci ritrovammo in pena per una lite tra soci. E così il motopesca fu venduto. Un grande dispiacere ovviamente per mio padre. Mio padre rimase così ad osservare le stelle e io mi accorgevo della sua tristezza dipinta sul volto appena illuminato dalla sigaretta accesa. Non era quella la vita che voleva offrirmi. Avrebbe voluto donarmi qualcosa di più bello, avrebbe voluto darmi la possibilità di girare il mondo. Ma così non era e non poteva essere. Si sa, i sogni e le aspettative dei genitori sono sempre più grandi del loro stesso vissuto. Quel giorno, particolarmente malinconico, tornai a casa a piedi da Molfetta a Giovinazzo con un giubbotto a vento che avevo trovato su un motopesca e che sapeva di baccalà. Decisi di disfarmene lungo la strada, di donarlo ai gabbiani in mare e il loro stridulare appariva come un vero e proprio pianto.

L’espressione di un sentimento di grande dispiacere nei miei confronti. D’altronde, che volete, non avevo granché voglia di studiare in quel periodo e quindi dovevo pensare al mio futuro. Una saggia decisione la presi quando decisi comunque di convolare a nozze e di iniziare a svolgere l’attività di pescivendolo. Ero posizionato sotto il Calvario con le mie bancarelle e lì continuavo a nutrire il sogno di riacquistare un giorno il motopesca. Macché! Non ci sarei più riuscito. In quel periodo ogni tanto mio padre mi rendeva visita e in particolare un giorno me lo vidi arrivare a passo lento. Mi vide da lontano con la bancarella posizionata a distanza di un solo metro dai vetri dell’ex chiesa dedicata a S. Carlo Borromeo. Era quello un posto particolare, laddove i pescivendoli andavano a sbattere i polpi e si sentiva la puzza uguale al cane morto di S. Lazzaro. Avevo la mia bancarella proprio lì, mi arrangiavo con i pesci come potevo. Mi sorrise mio padre, con i suoi occhiali a specchio grandi quanto gli “sparlotti” dove si rispecchiava il suo viso. E per ben tre volte mi redarguì: “Ti sei messo proprio sotto il calvario a vendere?”. E quando si voltò sulle sue lenti a specchio si vedeva il retro del calvario con la mia figura che appariva come quella di un mendicante con il futuro della miseria. Si sentivano dalla Chiesa i canti delle vedove che apparivano come lamentele di morte. Mio padre continuava ad osservarmi mentre il ronzio delle mosche faceva da sfondo ai suoi sguardi. Ad un certo punto si avvicinò una vecchietta; era uscita dalla Chiesa ed appena appena riusciva a mantenersi in piedi. Comprò mille lire di sparlotti, mi pagò con tutti i soldi spiccioli. Che sensazione! Quando li gettai nel cassettino di legno, si sentì il tintinnio simile a quello delle monete che vengono versate per la questua sul piattino, durante la Messa

della domenica. Mio padre aprì quel cassetto e guardò i miei miseri guadagni fatti di spiccioli e di qualche mille lire arrugginita. Lui era senza parole, io mi sentivo un pezzente. Quel giorno avrei voluto mandarlo via. Perché continuava a guardarmi con quegli occhiali e si mimetizzava come un teschio, continuava a riflettere il retro del Calvario e in quel frangente fu come se…avesse indovinato il mio futuro! Oggi, a distanza di tempo, mi ritrovo a vendere i mussoli di mare e a portare addosso una pesante croce. Spesso vengo cacciato dai vigili come se fossi un ladro puzzolente. E in quel momento mi sento di morire dannato e avvelenato senza neanche più ricci di mare, quelli che prima erano la mia passione… come un elemosinante senza alcuna via d’uscita!

MALARIA Si raccolgono i mussoli dopo le grandi mareggiate, il cielo però è ancora oscuro e la notte, bè…quella non è passata ancora. Si beve la rabbia del mare inquinato e la paura di non poter pagare mi assale. La fine del mese! Ahimè quella non deve mai arrivare! Si dimentica così l’amore e con il lavoro che non rende… Che si deve fare? E i soldi non bastano mai e tu vuoi pensare e non pensi più a niente… e poi si sentono in lontananza gli schiamazzi di mia moglie… La cintura si stringe per le preoccupazioni… Tanto da non farmi respirare…

ONOFRIO ALTOMARE

ditta PISCITELLI DOMENICO OFFICINA MECCANICA - COSTRUZIONE SERBATOI - CARPENTERIA INDUSTRIALE

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DICEMBRE 2009

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Soci onorati- Joe Depalo, Mr. & Mrs. Frank Depalo, Mr. & Mrs. Frank Ricapito, Mike Serrone and Jerry Scivetti

Il direttivo 2010. Joe Depalo, Frank Sterlacci, Cosimo Fiorentino, Luigi Serrone, Jerry Scivetti, Mike Serrone, Benito Dagostino & Nicola Giangregorio

IL NUOVO PRESIDENTE

è chiuso ma un altro se n’è aperto. Cambio di testimone dunque. Il degno erede di Joe è Jerry Scivetti, proclamato nuovo presidente. Jerry è un socio che vanta ben 50 anni di devozione. È stato il braccio destro di Joe Depalo, riuscirà nell’ardua impresa di tenere alto il nome della Società di St. Anthony. Jerry ha il compito di portare avanti i grandi progetti e le ambiziose idee del suo predecessore ed è pronto per questo. Il 1 gennaio 2010 si insedierà nel suo nuovo incarico presidenziale. Principale obiettivo è quello di coinvolgere in maniera serrata le nuove generazioni. Perché le tradizioni non devono morire ma ritrovare nuovi stimoli. Il vice presidente eletto è Luigi Serrone, l’ Archivista Benito Dagostino, alle finanze Frank Sterlacci, tesoriere Nicola Giangregorio, alla comunicazione Cosimo Fiorentino. Tutti i nostri auguri e le nostre congratulazioni sono rivolti quindi alla nuova gestione con l’aspettativa di un grande successo. Ovviamente spetta a S. Antonio seguire l’opera di questa nuova realtà e con la sua benedizione i soci e le loro famiglie potranno continuare a mantenere sempre viva la devozione e la fede.

Il Dinner Dance ha sbancato anche quest’anno. Alla faccia della crisi e del clima di recessione che continua ad attanagliare l’America. Eravamo tutti presenti ed entusiasti. E così il luogo della nostra tradizione, il Russo’s on the Bay in Howard Beach a New York si è colorato nuovamente di azzurro. Quest’anno, in occasione della 15ma ricorrenza del Dinner Dance si è festeggiato un evento importante ed esclusivo. Joe Depalo, presidente della Società St. Anthony ha deciso di ritirarsi dopo ben 55 anni. Una lunga esperienza che lo ha arricchito e fortificato nel corso di questo lungo periodo. Grazie alla fede per il Santo dei poveri che, anno dopo anno, si è moltiplicata esponenzialmente. Una costante devozione che non conosce precedenti. Joe è stato un grande presidente in questo periodo e si è distinto per tutti gli obiettivi che è riuscito a raggiungere ed i progetti che ha realizzato. Utile è ricordare le importanti donazioni per la ricerca sul cancro, la costruzione di una chiesa nella famosa Little Italy e la commissione di una statua di San Pio. Per quanto riguarda Giovinazzo, in particolare, è stato donato un autobus per la casa dell’anziano GRAZIA SERRONE unitamente a tante altre opere benefiche. Joe Depalo è stato una grande guida per tutti, sicuramente chi prenderà il suo posto potrà seguire le sue orme senza commettere errore alcuno. Il commiato è stato organizzato dal Comitato del Dinner Dance. Ruoli di primo piano assegnati a Mike Serrone, Luigi Serrone, Jerry Scivetti, Cosimo Fiorentino e Nicola Giangregorio che, con gli altri soci della società, hanno consegnato a Joe un anello di St. Anthony, benedetto da Fr. Robert, francescano di New York presente alla cerimonia. Nessun particolare della grande festa è stato lasciato al caso. La preparazione dei cibi era particolarmente curata, i migliori chef si sono prodigati a rappresentare degnamente, Tutti i soci ringraziano Joe Depalo per il con le diverse portate, le varie lavoro svolto in 50anni di presidenza regioni d’Italia. Un capitolo si

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LA PIAZZA DI GIOVINAZZO 2009