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MENSILE DI INFORMAZIONE SU SALUTE E BENESSERE » N. 4 - APRILE 2012

IN QUESTO NUMERO La medicina naturale Anestesia generale L’attacco di panico

RAVENNA

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SOMMARIO » Nr. 4 - Aprile 2012

BENESSERE

2 LA MEDICINA NATURALE… Dott.ssa Maria Nives Visani SANITÀ

4 ANESTESIA GENERALE

- Come funziona, i rischi…

Dott. Pierpaolo Casalini OCULISTICA

77 MACULOPATIA

- Un’alterazione della retina dell’occhio.

Dott. Ugo Cimberle CARDIOLOGIA

10 IL CARDIOPALMO

- Un’anomalia del battito cardiaco.

Dott. Flaviano Jacopi SANITÀ

12 LA SINDROME DELL’INTESTINO IRRITABILE Dott. Roberto Salgemini SANITÀ

14 ATTENTI ALLA TIROIDE Dott. Andrea Baldisserri BELLEZZA

17 MAMMOPLASTICA ADDITIVA Dott. Lauro Di Meo ODONTOIATRIA

18 DENTI BIANCHI

- Consigli per migliorare il nostro sorriso.

Dott. Fausto Pasqualini Galliani SALUTE

20 ATTACCO DI PANICO Dott.ssa Dalila Visani SANITÀ

22 IL PAPILLOMA VIRUS

- Cosa è, come vaccinarsi...

Tiziano Zaccaria BENESSERE

La Casa dei Piccoli è un luogo particolare, un luogo di vita, di accoglienza, di incontro, di esperienze, ma prima di tutto un luogo di ascolto e di confronto dove sia possibile far posto a tutte le domande che spesso sorgono con l’arrivo di un bambino. E’ per questo che la Casa dei Piccoli si rivolge a tutti i piccoli accompagnati dai loro genitori, nonni o babysytter, durante questi primi anni così importanti dove tutto è in divenire. A questa età niente o quasi niente è ancora fissato. Alla Casa dei Piccoli i bambini trovano un luogo di incontro intermedio fra l’intimità della vita familiare e la socializzazione con gli altri per la presenza rassicurante dei loro genitori. I bambini e i loro genitori sono accolti da un’équipe di 2/3 persone che prestano ascolto alle domande che ciascuno può porre nel proprio modo. L’équipe è composta da psicologi membri dell’Associazione per lo sviluppo della Psicoterapia Psicoanalitica di Ravenna. Ogni famiglia può entrare nella Casa dei piccoli come e quando vuole, in base ai propri desideri ed ai propri bisogni, senza iscriversi, senza appuntamento, senza documentazione. I futuri genitori sono ugualmente i benvenuti.

24 RALLENTARE L’INVECCHIAMENTO CON I PESI Dott. Stefano Carlini PEDAGOGIA

27 L’EDUCAZIONE AMBIENTALE E I BAMBINI Barbara Sartoni I NOSTRI AMICI ANIMALI

30 PET THERAPY Dott. Andrea Bulzacca

La Casa dei Piccoli è aperta dal 15 marzo al 15 giugno in fase sperimentale e gratuita di lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, dalle 14 alle 17. Via Corrado Ricci, 29 - 48121 Ravenna - Scala B - 1° piano.

SALUTE 10+ N. 4.2012 - Aut. Trib. Ravenna n. 1381 del 23/11/2011. Proprietà, redazione e realizzazione Multiservice sas: via A. Gnani, 4 - 48100 Ravenna - Tel. 0544.501950 - multiredazione@linknet.it

Per informazioni - Tel. 0544.215963 Lun. - Mart. - Merc. - Giov.- Sabato dalle 9 alle 12.

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BENESSERE

La medicina naturale contro

ansia e stress Come fronteggiare l’eccessivo affaticamento fisico e mentale attraverso la naturopatia.

Dott.ssa

Maria Nives Visani

Farmacista - Naturopata E-mail: nivesvisani@libero.it

Chiunque, almeno una volta nella vita, si è lasciato sfuggire l’esclamazione “Che stress!”. Parola di moda in questi tempi di eccessivo affaticamento fisico e mentale, provocato da ritmi di vita sempre più incalzanti, dalle quotidiane pressioni professionali e famigliari, da diversi tipi di tensioni (interne ed esterne, positive e negative) che costringono il nostro organismo e la nostra mente a incessanti ed immediate reazioni, e che coinvolgono anche i bambini, sottoposti a richieste di prestazioni sempre più competitive sia in campo scolastico che sportivo. Alcuni trattamenti della medicina naturale consentono di intervenire in modo integrato, non aggressivo, mirato nei confronti dei disturbi causati da stress e delle sue conseguenze, ansia e insonnia. 2

C’è stress e stress

L’importanza del magnesio

Attraverso l’omeopatia, la nutriterapia, la fitoterapia, la floriterapia (utilizzo dei fiori di Bach, foto a fianco) si cerca di mantenere o riportare l’equilibrio, recuperando l’energia necessaria per affrontare le fatiche quotidiane e usare al meglio il potenziale di salute che ognuno possiede. Una piccola dose di stress, in realtà, ci è necessaria e ci dà la spinta per affrontare momenti difficili, per realizzare progetti importanti, per vivere intensamente le emozioni: questo è il cosiddetto eu-stress (stress positivo). Quando invece l’organismo non riesce più ad adattarsi alla quantità delle reazioni a cui deve rispondere, entra nella fase di dis-stress (stress negativo): allora compariranno ansia, insonnia, tachicardia, somatizzazioni varie a livello di stomaco ed intestino o della pelle, emicrania, irritabilità, contratture muscolari, crampi e per le donne l’accentuazione della sindrome pre-mestruale (nervosismo e depressione).

Nello stress si ha un aumento della secrezione di adrenalina e altre sostanze, che determinano variazioni del battito cardiaco e della pressione, oltre che secrezioni delle ghiandole gastriche e sudoripare e una forte eliminazione di magnesio. Perciò è importante, durante i periodi in cui si è sottoposti a stress, fare una supplementazione di questo minerale, che si trova in particolare concentrazione in crusca, cioccolato amaro, farina di soia, mandorle, cacao, fagiolini, arachidi, noci, farina integrale; in misura minore è presente in mais, bietole, riso integrale, fichi secchi, pane integrale, datteri, spinaci, frutta secca. Il magnesio serve per controllare gli impulsi nervosi, l’eccitabilità nervosa e muscolare, ma serve anche per la crescita delle ossa, per diminuire la perdita di altri minerali quali fosforo e potassio, per favorire il processo digestivo, per proteggere il cuore e migliorare i processi metabolici. Insieme al magnesio è utile l’utilizzo della vitamina B6 (piridossina), che favorisce il buon funzionamento energetico delle cellule nervose.

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La risposta della medicina naturale In fitoterapia troviamo l’Eleuterococco, utile per affrontare periodi di preparazione ad esami, oppure per controllare le cosiddette somatizzazioni d’ansia si possono utilizzare la Melissa, la Passiflora, il Luppolo, il Biancospino e l’Avena, sotto forma di tinture madri o estratti secchi. In floriterapia, per combattere lo stress, si può optare su Walnut, Larch, Gentian, Aspen e Mimulus, ma l’aspetto più importante è che l’utilizzo dei fiori di Bach è molto personale e vanno scelti in base alle caratteristiche del soggetto. Sempre nel caso di ansia, è possibile utilizzare diversi rimedi omeopatici,

ELEMENTI DI FITOTERAPIA

come l’Ignazia, l’Argentum nitricum, il Gelsemium, l’Arsenicum album, anch’essi scelti sulla base alle caratteristiche del singolo individuo. In nutriterapia è spesso utile, soprattutto in alcuni soggetti, il complesso vitaminico B, per dare un sostegno alle funzioni metaboliche delle cellule, in particolare quelle nervose.

Curare l’insonnia con la natura Come detto, lo stato d’ansia può manifestarsi anche con l’insonnia, un sintomo importante che può essere causato anche da allergie alimentari, abuso di sostanze alcooliche, utilizzo di alcuni farmaci, disordini del ritmo sonnoveglia, come per i viaggiatori costretti a cambiare fuso orario o per i lavoratori notturni. In questo caso è opportuno intervenire ai primi segnali, con rimedi privi di effetti collaterali, che non provochino dipendenza, soprattutto se si tratta di giovani, e che assecondino i ritmi naturali dell’organismo.

Si valuteranno così rimedi omeopatici come la Coffea cruda, la Nux vomica, la Chamomilla, il Lycopodium clavatum e altri rimedi che il medico potrà indicare. La fitoterapia propone invece la Valeriana officinalis, la Tilia tomentosa, l’Escoltia californiana e le altre piante già viste nel controllo dell’ansia. Le piante possono essere prese anche in associazione, per ottenere un’azione sinergica dei principi attivi, assunte prima di coricarsi. Un altro aiuto ci arriva dalla Melatonina, utile per il riequilibrio del ritmo sonno-veglia per chi viaggia, durante i cambiamenti stagionali e per i lavoratori turnisti costretti a variare le ore di sonno notturno. FINE

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SANITÀ

ANESTESIA

GENERALE Scopriamo cos’è e come agisce. I rischi esistono, ma gli eventi avversi sono rarissimi.

Dott.

Pierpaolo Casalini

Medico-Chirurgo U.O. Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Faenza E-mail: pierpaolo.casalini@gmail.com

quale è stato previsto l’utilizzo della anestesia generale. Esse sottolineano la normale reazione di paura a ciò che non si conosce e non si controlla. Durante l’anestesia generale, infatti, il nostro organismo per un po’ di tempo viene affidato completamente al medico anestesista. Molte persone si fanno idee errate e tirano conclusioni personali, attribuendo all’anestesia effetti collaterali e disturbi che in realtà hanno altre cause. E’ dunque opportuno fare chiarezza.

E all’inizio del Novecento furono scoperti i miorilassanti, che provocano una paralisi muscolare e rendono possibile l’accesso ai distretti profondi dell’organismo senza la contrazione di difesa dei muscoli. A queste scoperte fondamentali si aggiunge una miriade di altri farmaci che proteggono da riflessi circolatori, cardiaci, riducono la pressione del sangue o forniscono proprietà utili di volta in volta a quell’intervento o a quel paziente.

- Cos’è l’anestesia generale?

Cos’è l’anestesia generale?

Come si ottiene il sonno artificiale?

- Come viene praticata e controllata?

L’anestesia generale è una tecnica complessa che ha come obiettivo il mantenere in equilibrio l’intero organismo mentre è sottoposto all’intervento chirurgico. Ha una storia lunga. Le basi teoriche del funzionamento della circolazione del sangue e della respirazione, pienamente utilizzate dall’anestesista, risalgono addirittura ai primi anni del Seicento. Successivamente, dall’800 si sono scoperti farmaci con proprietà diverse e utili all’anestesia generale: i narcotici che inducono e mantengono il sonno. Ancora più tardi furono scoperti gli analgesici maggiori che proteggono dal dolore, rendendo l’organismo poco sensibile alle manovre chirurgiche.

Il sonno, tecnicamente narcosi, è l’aspetto più caratteristico ed inquietante dell’anestesia generale. E’ un sonno artificiale, ottenuto con farmaci diversi che agiscono sul cervello. Alcuni di questi farmaci vengono somministrati per via endovenosa. Hanno effetti rapidissimi, potenti e di essi si conoscono bene le sedi del cervello in cui agiscono. Assomigliano parecchio ai farmaci che molte persone utilizzano a casa per dormire o per risolvere l’ansia, rispetto ai quali però sono più potenti e agiscono anche sulla respirazione e sulla circolazione. Il medico anestesista, dopo avere provocato il sonno, provvede ad assistere alla respirazione del paziente usando il

- E’ pericolosa? - C’è la possibilità di risvegliarsi durante l’intervento? - Come si smaltisce? - Se ne possono fare tante nella vita o c’è un limite? - Si può essere allergici all’anestesia generale? Sono alcune delle domande che vengono rivolte al medico anestesista dal paziente che deve sottoporsi ad un intervento chirurgico o a un esame diagnostico per il 4

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SANITÀ respiratore (se necessario); spesso procede all’intubazione delle vie aeree per meglio regolare la respirazione e con l’aiuto del personale di sala, adeguatamente preparato, e strumenti appositi, controlla e regola tutte le funzioni dell’organismo.

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Farmaci che agiscono sul cervello Altri farmaci che inducono e mantengono il sonno vengono assunti direttamente con il respiro stesso, tramite una mascherina o il tubo stesso: passano come vapori insieme all’aria e all’ossigeno, agendo su varie aree del cervello come “falsi trasmettitori”, cioè confondono i contatti fra le cellule. Come risultato, il cervello diventa momentaneamente, anche se non completamente, inattivo. In entrambi i casi i farmaci vengono somministrati in maniera continua, perchè sono potenti ma anche molto fugaci, cioè l’organismo li smaltisce rapidamente. Questa proprietà viene sfruttata dall’anestesista che sceglie il momento più opportuno per sospenderne la somministrazione e iniziare in questo modo la procedura di risveglio, che normalmente avviene già in sala operatoria, al termine dell’intervento, salvo casi particolari, spesso già previsti.

Non esiste un dosaggio di anestesia prestabilito Prima, durante e dopo l’intervento, il medico anestesista controlla e corregge i parametri vitali del paziente, se alterati dalle procedure chirurgiche, proteggendolo da danni altrimenti inevitabili. Non esiste quindi un vero dosaggio dell’anestesia generale, o meglio il dosaggio viene continuamente adeguato in base alle necessità di quel paziente, portatore di determinate malattie, e dell’intervento. Si potrebbe descrivere questa procedura come un viaggio che ha un autista, il medico anestesista, una macchina, il paziente coi suoi limiti (le malattie) e un percorso, rappresentato dall’intervento chirurgico che potrebbe essere più o meno accidentato (le complicazioni intraoperatorie).

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I potenziali rischi

Il post-intervento

La delicatezza dei procedimenti che richiede un’anestesia, la qualità e le caratteristiche dei farmaci usati, alcuni dei quali possono provocare molto raramente allergie, la difficoltà degli interventi chirurgici, ma soprattutto le condizioni del paziente, possono aumentare i rischi a cui lo stesso paziente si sottopone. Molti sono minori (dall’asportazione di un dente per un’intubazione difficile o allo stravaso di farmaci a causa di una vena danneggiata), altri sono invece più importanti. Ma sono eventi rarissimi, soprattutto se confrontati con il grande numero di anestesie generali effettuate ogni giorno negli ospedali e hanno cause diverse. Non è possibile calcolare sul singolo paziente l’entità del rischio, anche se su internet esistono siti che forniscono punteggi di previsione. In realtà si può dare un’approssimazione, che si riferisce più a categorie di persone che non alla singola persona! Queste valutazioni fanno già parte della visita preoperatoria, effettuata dal medico anestesista che sceglierà strategie, pianificando il percorso più sicuro, valutando rischi e benefici insieme ai chirurghi o altri specialisti.

E dopo? Il medico anestesista continuerà a sorvegliare quel paziente che necessiterà di prescrizioni particolari nel periodo immediato dopo l’intervento, per avere un buon controllo del dolore e un equilibrio adeguato del suo organismo. In qualche caso questa sorveglianza viene effettuata nelle terapie intensive, dove strumenti e personale sono più ricchi di quelli dei reparti di degenza normali e dove, se necessario, la stessa anestesia generale può essere continuata, anche per giorni, per le particolari necessità di quel paziente e della sua malattia. E’ reale la credenza che alcuni farmaci permangano a lungo nell’organismo, creando disturbi come nausea, vomito, cefalea o disturbi mentali? In generale i farmaci fondamentali vengono eliminati dall’organismo in poche ore, alcuni addirittura in pochi minuti, rendendo oggi possibile la dimissione a casa nella giornata dell’intervento anche per operazioni di media entità. I farmaci più spesso responsabili di effetti fastidiosi come la nausea e il vomito sono gli analgesici maggiori e non gli anestetici propriamente detti, ma la terapia del dolore, costantemente aggiornata e migliorata, è una condizione insostituibile, senza la quale non sarebbe neanche possibile effettuare un intervento chirurgico. FINE 5

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OCULISTICA

MACULOPATIA E’ un’alterazione da invecchiamento della retina centrale dell’occhio. Oggi esistono terapie con discrete probabilità di successo. Ma occorre agire in fretta, al presentarsi dei primi sintomi.

Dott.

Ugo Cimberle

Studio Oculistico Dal Fiume-Cimberle - Ravenna E-mail: cimberle@cidiemme.it

Con l'avanzare degli anni alcune persone iniziano ad avere dei problemi di vista anche importanti. Possono comparire distorsioni delle immagini, ondulamento delle linee, zone di offuscamento oppure di vera e propria mancanza di visione, difficoltà crescente nel distinguere le cose più piccole ed a leggere; a volte si percepiscono i caratteri di un giornale e non si riesce

a decifrarli, altre volte all'interno di una parola mancano alcuni caratteri. Tutti questi sintomi di solito portano ad una diagnosi di degenerazione maculare o maculopatia. Si tratta di un’alterazione da invecchiamento della retina centrale.

Come funziona la retina

CORPO CILIARE

L’OCCHIO UMANO COROIDE

IRIDE RETINA PUPILLA

DISCO OTTICO VASI SANGUIGNI

CORNEA LENTE

La retina è la “pellicola” dell’occhio, la zona dove si formano le immagini e dove delle cellule nervose “traducono” i raggi luminosi in segnali elettrici che vengono inviati alla corteccia cerebrale. Il punto centrale della retina è quello deputato alla visione distinta degli oggetti; lì, in una piccola zona inferiore ad un millimetro, sono concentrate il maggior numero di cellule retiniche (i coni) e grazie ad esse

NERVO OTTICO

possiamo distinguere anche cose ed oggetti piccolissimi, possiamo leggere ed infilare l’ago. Con l'avanzare degli anni in questa zona si accumulano tutte le sostanze di scarto di queste cellule, sostanze che, in soggetti predisposti, l’organismo non riesce ad eliminare. A ciò si aggiunge nel tempo un danno ossidativo (con il rilascio dei famosi radicali liberi) legato alla luce ed ai » SEGUE

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OCULISTICA In tutti i casi non si perde però completamente la vista: rimane intatta la visione periferica, che permette di muoversi nell’ambiente in modo autonomo.

La cause La degenerazione maculare senile è una malattia multifattoriale. Su una base di predisposizione genetica interagiscono dei fattori ambientali e quelli che provocano una carenza di ossigeno e nutrienti ad un tessuto “affamato” come la macula (soprattutto il fumo, l’ipertensione arteriosa, l’obesità, il consumo di alcolici, le carenze vitaminiche ecc.), oppure che stimolano un danno ossidativo eccessivo (esposizione non protetta per lungo tempo alla luce solare).

Le possibili terapie

STRUMENTO OCULISTICO PER DIAGNOSTICARE

» raggi

ultravioletti che entrano nell'occhio e che vengono appunto concentrati in questa zona. Le sostanze di scarto accumulate sotto la macula (le drusen) progressivamente disturbano lo scambio di sostanze nutritive nella zona ed i coni un po' alla volta muoiono.

I sintomi La maculopatia così innescata può evolvere verso due forme: la forma secca, dove un po' alla volta le cellule muoiono e il tessuto retinico in questa zona diventa un foglietto fibroso non più funzionante, e la forma umida, dove l’organismo, nel tentativo di portare ossigeno e nutrienti alla retina, forma dei vasi sanguigni anomali, che portano più danni che vantaggi, perdendo siero, rompendosi e 8

sanguinando fino a stimolare la formazione di una grossa cicatrice. Quindi, si possono avere due tipi di evoluzione dei sintomi: nella forma secca la vista centrale un po’ alla volta si riduce, resta la percezione periferica, ma quando si cerca di mettere a fuoco qualcosa, questo rimane indistinto, opaco, fino a non apparire del tutto; nella forma umida di solito si ha un’improvvisa perdita di visione centrale, compare una macchia più o meno scura che impedisce di leggere, e quanto si riesce a vedere è spesso molto distorto. Di sovente questi sintomi improvvisi sono preceduti da un periodo variabile di settimane o mesi, dove la visione non è più quella di prima, le linee appaiono un po’ ondulate e alcuni contorni indistinti.

Sulle cause ambientali si può agire con una corretta igiene di vita e con l'assunzione anche a scopo preventivo di sostanze antiossidanti (vitamine, omega3, luteina, zeaxantina, zinco ecc. quasi tutte contenute in vegetali e pesce). La dieta orientale, giapponese, thailandese, e la nostra mediterranea, se ben condotte, portano a una bassissima incidenza di maculopatie. Come dicevamo, la maculopatia è una malattia con una componente ereditaria. Oggi è possibile eseguire, per i soggetti a rischio, cioè soggetti che abbiano un familiare colpito, dei semplici test genetici per stabilire l'entità del rischio. L'oculista esegue un semplice striscio di mucosa dalla bocca ed un laboratorio specializzato individua un certo numero di geni coinvolti nella predisposizione alla maculopatia, fornendo un indice di rischio nello sviluppo della malattia.

Agite in tempo E' importante riconoscere precocemente l'apparire della maculopatia, perchè in alcune forme è possibile una terapia con discrete probabilità di successo. Alcune sostanze, iniettate all'interno dell'occhio, riescono a

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OCULISTICA bloccare la formazione dei neovasi delle forme umide ed asciugano il liquido retinico da questi prodotti. L'efficacia di queste sostanze è alta, ma il risultato dipende dallo stadio della malattia: intervenendo precocemente, le probabilità di fermarla sono molto buone, nei casi purtroppo avanzati i risultati possono essere scadenti. Perciò è fondamentale sottoporsi a visite oculistiche periodiche, senza aspettare alla comparsa dei disturbi visivi tipo distorsioni delle immagini, difficoltà di lettura o piccole macchie fisse nel campo visivo centrale. Questi farmaci da iniettare nell’occhio sono oggi di tre tipi, tutti con una efficacia simile (cambiano solo i costi) e oggi tutti gli oculisti sono in grado di praticare questa terapia o indirizzare dove praticarla. L'importante è non perdere tempo. Logicamente per indicare una terapia occorre formulare una diagnosi esatta. Una visita accurata, seguita in caso di sospetto da alcuni esami specifici della retina, permette una diagnosi corretta ed un’indicazione per una terapia che oltre ai farmaci intravitreali sopra citati può essere una fotocoagulazione laser per delle membrane neovascolari non centrali, o una terapia laser fotodinamica piÚ selettiva, ma anch’essa con qualche rischio nelle forme centrali. FINE

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PIACERE MIO

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CARDIOLOGIA

Il cardiopalmo Quando il cuore batte forte o in modo irregolare Anche sulla base delle indicazioni del paziente, il medico può orientarsi correttamente sulla natura del disturbo e, se necessario, impostare adeguatamente gli accertamenti. Dott.

Flaviano Jacopi

Specialista in cardiologia e medicina dello sport Direttore Sanitario Astrea Medical Center - Faenza E-mail: flaviano.jacopi@fastwebnet.it

Il cardiopalmo, detto più comunemente batticuore, è, assieme al dolore toracico, uno dei disturbi che porta più frequentemente una persona dal cardiologo. Con il termine cardiopalmo, si intende la sensazione di un aumento dei battiti cardiaci o comunque di un aumento dell’attività cardiaca, che generalmente si associa al rilievo di polso veloce o lento o irregolare. Il cardiopalmo è un sintomo che può avere molti e diversi significati, a seconda delle sue caratteristiche, che è molto importante imparare ad esaminare per poterle riferire. Infatti, quando si andrà dal dottore, quasi sempre il disturbo non sarà presente.

Caratteri del batticuore Innanzitutto occorre verificare se il battito è sporadico e isolato, cioè se si avverte qualche colpo in più (o qualche ‘’farfalla’’ dentro il petto o in testa), oppure se è persistente, cioè se la sensazione di batticuore è continua. In que10

st’ultimo caso, sarebbe utile cercare di verificare se la frequenza del battito è elevata (superiore a 100 al minuto), oppure se è normale (60-90 al minuto) o se è lenta (inferiore a 60 al minuto). La valutazione della frequenza non è facile per un non addetto ai lavori, comunque si deve tentare di prendere il polso e controllare più o meno il numero di battiti al minuto (in genere in 15 secondi, poi si moltiplica x 4). In ogni caso è sufficiente rilevare un dato indicativo.

Un altro rilievo importante, in caso di batticuore continuo, è valutare se il battito è regolare… (tum… tum... tum…) oppure irregolare (tum… tum… tum, tum, tum… tum), quanto dura (pochi secondi, un minuto, ore, giorni), se è stato provocato da qualche causa: un’emozione, uno sforzo, l’ingestione di cibo, un colpo di tosse, oppure, se non c’è stata alcuna causa scatenante. Un altro rilievo importante, in caso di cardiopalmo continuo, è verificare se l’insorgenza è brusca (ad esempio: tum… tum… tum, tum, tum, tum) o graduale, e

analogamente se la scomparsa è brusca o graduale. Infine è molto importante saper riferire se durante il cardiopalmo si sono avvertiti disturbi, in particolare vertigini, senso di mancamento, dolore toracico, affanno di respiro ecc. Riassumendo: battito isolato o cardiopalmo persistente; frequenza cardiaca alta, normale o bassa; cardiopalmo regolare o irregolare; durata del cardiopalmo; insorgenza e/o scomparsa brusca o graduale; eventuali sintomi associati: con l’aiuto di questi elementi, raccontati dal paziente, e comunque accuratamente appurati dal medico, è possibile orientarsi correttamente sulla natura del disturbo e se necessario impostare adeguatamente gli accertamenti.

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CARDIOLOGIA

Significato del cardiopalmo E’ evidente che la natura e le cause del cardiopalmo sono le più svariate. Innanzitutto, nelle forme più comuni, il batticuore non è altro che la sensazione di ritmo accelerato scatenato da emozioni o fatiche muscolari o piccoli disturbi tipo indigestione, oppure da febbre. Si parla in questi casi di tachicardia sinusale. Una volta escluse queste forme, che, come detto, sono le più comuni, molto probabilmente il cardiopalmo è provocato da un’aritmia, cioè da una anomalia del normale ritmo cardiaco, che può essere una tachiaritmia quando il numero dei battiti è alto, o una bradiartmia quando il numero dei battiti è basso. A questo punto, il problema diventa complesso e sta al cardiologo decidere l’iter diagnostico. Non è questa la sede per scendere nei particolari, basterà dire che innanzitutto, una volta deciso che il problema è un’aritmia, bisognerà individuarne il tipo e le caratteristiche. Andrà inoltre verificato se sono presenti malattie sistemiche o

BATTITO NORMALE

ATRIO SINISTRO

FIBRILLAZIONE ATRIALE

ATRIO DESTRO

NODO SENOATRIALE

NODO ATRIOVENTRICOLARE

ormonali, in particolare della tiroide. Infine, e questa è forse la cosa più importante, andrà verificata la presenza di una malattia organica di cuore che possa sostenere l’aritmia stessa, ed eventualmente essere aggravata da essa. Nel caso che la cardiopatia sia esclusa (è quello che molto spesso succede), la situazione è molto favorevole, con poche

eccezioni, e si configura il quadro di aritmia cardiaca benigna che spesso non necessita di alcun trattamento. Prossimamente parleremo di alcune delle aritmie più comuni, in particolare la fibrillazione atriale e i blocchi cardiaci, per aiutare chi ne soffre a conoscere meglio i suoi problemi… e ad averne meno paura. FINE

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SANITÀ

La sindrome dell’intestino

IRRITABILE “Ho sempre mal di pancia”. “Ho mangiato pochissimo e dopo qualche minuto mi sentivo molto gonfio”. “Ieri ero sempre in bagno”. Queste le frasi più frequenti di un paziente che presenta questa affezione.

Dott.

Roberto Salgemini

Medico-Chirurgo convenzionato SSN. E-mail: robertosalgemini@alice.it

Cos’è La sindrome dell’intestino irritabile è un affezione motoria definita clinicamente come alterato ritmo delle evacuazioni, dolore addominale ed assenza di patologia organica evidenziabile. I sintomi possono essere influenzati da fattori psicologici e da situazioni di vita stressante. Quattro sintomi aiutano a distinguerla da malattie organiche: la distensione addominale visibile, la regressione del dolore addominale con la defecazione, più frequenti evacuazioni con l’avvento del dolore e feci più sciolte con l’esordio del dolore. Il 91 per cento dei pazienti con sindrome dell’intestino irritabile presenta due o più di questi 12

quattro sintomi, mentre le donne presentano questa sintomatologia il doppio rispetto agli uomini. La maggioranza dei pazienti accusa una modificazione del ritmo delle evacuazioni iniziata nell’adolescenza o all’inizio dell’età adulta. Il disturbo della funzione intestinale è gradualmente progressivo, costituito dall’alternanza di stipsi o diarrea, con predominanza di uno di questi sintomi. La principale manifestazione della sindrome dell’intestino irritabile è il dolore. Un dolore sotto fortma di crampi, anche di intensità acuta, spesso mal tollerato ed invalidante. Scatenato dal pasto, che tende a venir alleviato dalla

defecazione o dall’evacuazione di gas. Feci dure e caprine accompagnate da sforzo durante l’evacuazione con sensazione di incompleto svuotamento oppure feci molli o poco formate con bruciore anale residuo. Al dolore si associano spesso senso di tensione e distensione addominale. Per porre diagnosi è opportuno che i sintomi sopradescritti siano presenti da almeno sei mesi.

Cosa non è Al paziente, a seconda dei fattori di rischio presenti (età, sesso, famigliarità, abitudini di vita, etc.), devono essere escluse patologie dovute ad alterazioni anatomiche, genetiche (allergie, intolleranze alimentari, deficit enzimatici), alterazioni del metabolismo, processi infiammatori, pseudo-ostruzione intestinale, neoplasie. Quindi il paziente deve essere sottoposto ad indagini di laboratorio, radio diagnostiche e strumentali. Il paziente con sindrome dell’intestino irritabile non ha patologie organiche.

e

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I mass-media enfatizzano l’evacuazione giornaliera come fosse la regola. Non è possibile. Viene ritenuto fisiologico evacuare tre volte al giorno come andare in bagno ogni tre giorni, ognuno di noi ha un proprio “orologio” biologico che determina tale meccanismo.

FARMACIA DEL PONTE NUOVO DEI DOTTORI

Lo stress Non è possibile identificare un unico elemento patogenetico che porti alla Sindrome dell’intestino irritabile. Più fattori concorrenti quali pregresse infezioni intestinali, predisposizione genetica, assunzione di farmaci, ipersensibilità viscerale al sistema neuroendocrino che sovraintende tutti i processi digestivi, concorrono alla sindrome. Il profilo psicologico del paziente concorre alla ricorrenza della malattia con fasi di remissione e riesacerbazione, queste ultime precedute da intensi stress psico-fisici. E’ innegabile che il dolore e il fastidio addominale sono essi stessi causa di stress, ansia e apprensione. Situazioni psicologiche che possono innescare un circolo vizioso. A onor del vero i ricercatori anglosassoni tendono a distinguere la Sindrome dell’Intestino Irritabile con diarrea a seconda se questa si presenti con dolore o senza. La diarrea senza dolore sarebbe un ‘entità distinta dalla SII e manifestazione di uno stress recente e ravvicinato nel tempo. Una “diarrea nervosa” di breve durata senza dolore come risposta fisiologica ad un evento stressante accaduto da poco tempo. Una popolazione sana sperimenta tale evento abbastanza frequentemente. A volte si tende a generalizzare identificando la SII come somatizzazione di ansia ma a tutt’oggi è un ipotesi non documentata con certezza. E’ plausibile una correlazione tra pazienti particolarmente sensibili e sindrome dell’intestino irritabile ma è probabile che al momento attuale siano i limiti della ricerca medica a non riuscire ad identificare con ragionevole

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RAVENNA - Via Romea, 121 - Tel. 0544.61068 certezza la causa di tale sindrome. D’altronde sono troppi i fattori (muscoli, ormoni, neuro-ormoni, alimentazione, alimenti, fattori fisici, psicologici etc.) che concorrono al processo digestivo e sono quindi necessari ulteriori approfondimenti.

Cosa fare? I sintomi si curano con attenzione e “buon senso”. Il paziente con sintomatologia lieve farà una navigazione a vista con sintomatici al bisogno. Se variante stipsi consigliato assunzione di fibre in genere diminuendo mela cruda o banana matura e bevendo acqua con generosità.

Un’attività fisica regolare serve per migliorare l’evacuazione. Se variante diarroica assunzione di prebiotici eliminando dolciumi e latticini freschi nella fase acuta. Se i sintomi sono severi un diario delle proprie abitudini alimentari, anche se impegnativo, porterebbe ad una miglior conoscenza di se stessi con i rimedi opportuni. Per il dolore l’uso di spasmolitici tenendo sempre presente che è necessario non vi siano segni di ostruzione intestinale (dolore, no feci, no gas, addome gonfio, vomito situazione che deve essere sempre valutata da mano medica).

CAUTELA CON GLI ANTIDEPRESSIVI

Gli esperti consigliano di assumere acqua in quantità.

L’uso di ansiolitici e/o antidepressivi associato ad eventuale psicoterapia è un presidio da valutare con estrema attenzione nel contesto di un buon rapporto medico-paziente volto ad eliminare gli elementi alla base dei disturbi d’ansia o depressione, elementi ricordo che possono concorrere alla sindrome dell’intestino irritabile ma che non ne rappreFINE sentano l’unica causa. 13

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ATTENTI SANITÀ

ALLA TIROIDE Questa ghiandola, molto importante per la regolazione della crescita e del metabolismo corporeo, può essere soggetta a diverse patologie, come l’eccessiva o la scarsa produzione di ormoni, ma anche la formazione di neoplasie. L’ipertiroidismo Ovvero quando la tiroide funziona troppo Dott.

Andrea Baldisserri

Medico-Chirurgo specialista in otorinolaringoiatria E-mail: abaldisserri@alice.it

La tiroide è una ghiandola a forma di farfalla, posta nella parte anteriore del collo. Ha un ruolo molto importante nella regolazione del metabolismo, nello sviluppo del nostro sistema nervoso centrale, dei vari organi, e nell’accrescimento corporeo. Gli ormoni prodotti da questa ghiandola regolano la velocità dei battiti del cuore, il livello di colesterolo, il peso corporeo, la forza muscolare, la crescita dei nostri capelli e tante altre funzioni. Questi ormoni contengono iodio, per cui è necessario che non ci sia carenza di questa sostanza nella nostra alimentazione, per evitare malfunzionamenti tiroidei. Per ridurre questo rischio si è diffuso il sale iodato, cioè sale con aumentata percentuale di iodio, per integrare le scarse quantità di questa sostanza, soprattutto nei paesi lontani dal mare. 14

Le malattie che colpiscono la tiroide sono frequenti soprattutto nella donna. Sostanzialmente sono caratterizzate da alterazioni della funzione, cioè possono dare eccessiva produzione di ormone (ipertiroidismo) oppure scarsa produzione (ipotiroidismo), oppure alterazioni della struttura (malattie neoplastiche). I sintomi dell’ipertiroidismo sono: Tachicardia - Insonnia - Tremori Dimagrimento - Ansia - Caduta dei capelli - Irregolarità mestruali Esoftalmo (occhio sporgente). Le cause delll’ipertirodismo sono: Il morbo di Basedow (gozzo) Malattie immunitarie - Noduli ipersecernenti - Tiroiditi - Assunzione impropria di ormone tiroideo ed altri. Si curano con farmaci, cure radiometaboliche o chirurgiche.

A volte è sufficiente eliminare una crema dimagrante che contiene ormone tiroideo per risolvere una tachicardia indotta da eccessivo ormone nel sangue.

L’ipotiroidismo Ovvero quando la tiroide funziona poco I sintomi che portano all’ipotiroidismo sono: Debolezza - Sonnolenza - Stipsi Aumento di peso - Perdita dei capelli - Colesterolo elevato. I motivi che portano all’ipotiroidismo sono: La carenza di iodio - Le tiroiditi I farmaci che interferiscono con la ghiandola - Le lesioni ipofisarie Le malattie metaboliche - La gravidanza ed altri, meno diffusi. Si curano per lo più farmacologicamente, con l’assunzione orale di ormone tiroideo, oppure correggen-

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SANITÀ do le carenze di iodio. Un dato emblematico sulla diffusione di queste malattie: la sola tiroidite su base immunitaria si ritiene che colpisca il 5 % della popolazione adulta.

DOVE SI TROVA LA TIROIDE? Ghiandola tiroidale

Le malattie tumorali Oltre ai problemi di funzionalità, la tiroide può presentare noduli benigni o maligni. Spesso non c’è correlazione fra le neoformazioni e la funzionalità tiroidea, cioè possiamo avere una tiroide che produce perfettamente l’ormone, ma è malata di cancro. Trovare noduli nella tiroide non è raro, per fortuna i più di questi sono benigni. Ma il cancro della tiroide colpisce anche in giovane età e nulla deve essere trascurato per approfondire la diagnosi. Uno dei dati molto negativi riguarda l’esposizione a radiazioni. Dopo il disastro di Cernobyl, per esempio, questa neoplasia è aumentata parecchio nelle zone interessate dalla catastrofe, anche a decine di chilometri di distanza. Questi tumori possono essere curati con la terapia chirurgica, la radioterapia, la chemioterapia e la terapia radiometabolica. Solo due parole su quest’ultima, un po’ particolare: somministrando per via orale al paziente dello iodio radioat-

tivo, questo viene assorbito tutto dalla tiroide, ma grazie alla radioattività di cui è stato caricato riesce a uccidere le cellule tumorali in modo mirato, senza provocare altri danni.

Prevenire complicanze alla tiroide attraverso esami di diagnostica Ma come possiamo diagnosticare le malattie della tiroide? Un banale prelievo di sangue ci permette di ottenere i dati sulla funzionalità e inquadrare le possibili malattie. Già una visita prevede una palpazione della tiroide, poi ci serviamo soprat-

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tutto dell’ecografia per avere un’immagine precisa della ghiandola. Se vengono individuati noduli sospetti, si ricorre alla agobiopsia (meglio conosciuta come agoaspirato), che consiste nell’andare, guidati dall’ecografo, a forare questi noduli per effettuare un piccolo prelievo di cellule e capire dall’esame istologico di che natura sono. E’ come una puntura, lo stesso dolore, ma invece di inoculare farmaci si aspirano cellule. E’ comunque opportuno ricordare che banali sintomi come l’aumento o il calo di peso immotivato, le palpitazioni, una persistente debolezza, nervosismo o anche la caduta di capelli, possono essere la spia che la tiroide non lavora bene. FINE

POLIAMBULATORIO

» Fisiochinesi terapia » Riabilitazione post-traumatica » Riabilitazione post-operatoria » Massofisioterapia » Rieducazione motoria » Idrochinesi terapia 15

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BELLEZZA

INGRANDIMENTO

DEL SENO

Cos’è la mammoplastica additiva, quali sono le norme di comportamento e le possibili complicanze post-intervento.

Dott.

Lauro Di Meo

Chirurgia Plastica, ricostruttiva ed estetica Ravenna Medical Center E-mail: laurodimeo@libero.it

La Mammoplastica additiva è l’intervento chirurgico teso ad aumentare il volume del seno. Naturalmente è indicato alle donne che hanno un seno piccolo, ridotto di volume, ma anche lievemente abbassato a seguito di una gravidanza. L’intervento viene eseguito in anestesia generale, oppure in anestesia loco-regionale, in day-surgery (chirurgia di giorno). Attraverso una breve incisione a livello dell’ascella, oppure nel solco mammario o periareolare, viene posizionata una protesi di silicone al di sotto della ghiandola mammaria e sottomuscolare.

Il post intervento Al momento della dimissione, la paziente indosserà un reggiseno appropriato, che dovrà portare per circa un mese e durante i primi 15 giorni anche di notte. I punti di sutura, qualora non siano di tipo riassorbibile, verranno rimossi dopo circa 15 giorni.

PRIMA…

Nei giorni immediatamente successivi all’intervento si formeranno delle ecchimosi dolenti, che si possono estendere anche ampiamente all’intera area interessata dall’operazione. Movimenti limitati delle braccia ed esercizi fisici sono permessi, purchè eseguiti con moderazione durante le prime tre - quattro settimane; poi si può tornare gradualmente ad una normale attività. Sono preclusi per un mese i movimenti e gli esercizi che richiedono un coinvolgimento della regione pettorale, quali ad esempio circonduzione delle braccia, praticare pesistica e nuoto. Nei primi mesi si osserverà una diminuzione della sensibilità su gran parte della regione pettorale, che però, lentamente, riprenderà fino al recupero totale. Le cicatrici saranno nei primi mesi arrossate, dure, lievemente rilevate, ma dopo sei - dodici mesi gradualmente si schiariranno e si appiattiranno. Nei primi sei mesi le cicatrici non devono essere esposte al sole.

…E DOPO

Possibili complicanze Le complicanze della mammoplastica additiva, sono quelle comuni ad ogni intervento chirurgico, quali la formazione di una raccolta di siero o di sangue, l’infezione, inoltre si può avere la diminuzione della sensibilità tattile del capezzolo e della cute circostante, la formazione di cicatrici irregolari o ispessite. Altra complicanza può essere la cosiddetta “contrattura muscolare”, cioè la visibilità della forma della protesi ed il suo indurimento al tatto, accompagnata da sensazioni variabili dal leggero fastidio alla dolenzia che, nei casi più gravi, porta all’espulsione della protesi stessa. La diminuzione della sensibilità, la formazione di cicatrici ispessite e la contrattura capsulare non sono prevedibili prima dell’intervento, perché si tratta di reazioni soggettive dell’organismo allo stress chirurgico e ad un corpo estraneo quale è la protesi di silicone, che, peraltro, è un materiale inerte ed estesamente utilizzato da molti anni in varie branche della FINE chirurgia. 17

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ODONTOIATRIA

DENTI BIANCHI? Ecco come… Alcuni cibi ingialliscono i denti; altri invece aiutano a mantenere il sorriso smagliante. Si può comunque ricorrere ad una sbiancamento: ecco qualche consiglio utile.

Dott.

Fausto Pasqualini Galliani

Responsabile clinico “Dental Unit” Maria Cecilia Hospital Cotignola E-mail: dentalunit@gvmnet.it

Per mantenere i denti bianchi e il sorriso smagliante, occorre fare attenzione anche a cosa che c'è nel piatto. Spesso, infatti, ciò che si mangia e si beve

18

ingiallisce il sorriso, ma è altrettanto vero che alcuni alimenti possono aiutare a mantenere una dentatura bianca e in salute. Frutta e verdura fresche, come mele, cavolfiori e sedano, grazie alla loro azione meccanica contribuiscono alla pulizia dei denti durante la masticazione. Non solo, promuovendo la salivazione, questi alimenti proteggono dagli acidi che danneggiano lo smalto dei denti. Altro toccasana per il sorriso sono i formaggi a pasta dura, come il parmigiano, preziosa fonte di calcio, che irrobustisce, e di acido latti-

co, che difende dalla carie. Chi tiene a mostrare incisivi e canini immacolati, invece, dovrebbe stare alla larga da caffè, tè, bevande zuccherate, salsa di soia e vino. Senza dimenticare il principale responsabile di un sorriso giallognolo: il tabacco.

Regole più stringenti dalla UE Ad ogni modo si può sempre ricorrere alle tecniche di sbiancamento, che però è opportuno eseguire soltanto su una bocca sana. A tal proposito va precisato

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ODONTOIATRIA che dall’ottobre scorso una direttiva del Consiglio Europeo rende più stringenti le regole per la vendita di sbiancanti per denti. Gli Stati membri hanno tempo fino al 30 ottobre 2012 per recepire la norma: oltre tale data i prodotti per ridare splendore al sorriso che contengono dallo 0,1 al 6 per cento di perossido di idrogeno (l'acqua ossigenata, principale componente dei gel usati nei trattamenti sbiancanti) potranno essere venduti soltanto da dentisti. In farmacia resteranno disponibili solo quelli con concentrazioni inferiori.

“Sbiancare”, ma non per sempre Comunque, anche se per lo sbiancamento si usano prodotti ad alta concentrazione, non bisogna farsi troppe illusioni. Macchie provocate dall'invecchiamento naturale dei denti, da caffè, tè e tabacco sono più facili da eliminare, mentre quelle sopraggiunte per un prolungato uso di farmaci, come l'antibiotico tetraciclina, sono una sfida più impegnativa per il dentista.

PRIMA DEL TRATTAMENTO…

È sempre meglio, quindi, chiedere il parere di un esperto, che saprà consigliare il tipo e la durata del trattamento più adatto per ogni sorriso. Inoltre lo sbiancamento dei denti non è per sempre: perché dia buoni risultati va ripetuto, secondo l'Associazione Nazionale Dentisti Italiani, ogni due anni. Tra una seduta e l'altra si raccomanda di seguire una corretta igiene orale e di mangiare i cibi giusti.

Lo sbiancamento professionale Ribadito quindi che è meglio evitare i sistemi “fai da te”, i metodi di sbiancamento professionale svolti presso uno studio odontoiatrico utilizzano gel con

…E DOPO

concentrazioni di perossido di idrogeno fino al 35%. Il gel può essere posizionato sui denti dal medico dentista e lasciato agire semplicemente per circa 45 minuti, oppure può essere posizionato ed esposto ad una sorgente luminosa (lampada alogena, lampada al plasma, laser) in modo che venga ancor più accelerata la reazione. In base alla sorgente luminosa e al tipo di discolorazione, il gel è applicato da una a tre volte e sottoposto alla sorgente luminosa per un tempo variabile, fino a 15 minuti per applicazione. In entrambi i metodi viene applicata una protezione di gomma intorno ai denti, per non fare entrare in contatto il gel con le gengive. FINE

» SEGUE

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SALUTE

ATTACCO DI PANICO

o normale ansia? Da un punto di vista clinico esiste un’importante distinzione tra ansia, paura e panico.

Dott.ssa

Dalila Visani

Psicologa - Psicoterapeuta Ospedale privato San Francesco Cell. 331.7324658 Email: d.visani5478a@ordpsicologier.it

L’ansia, dal latino anxious, che significa preoccupato per un evento incerto, è un’emozione legata alla sensazione di pericolo incombente e all’attesa di un evento potenzialmente spiacevole. La paura, molto simile all’ansia, è uno stato di turbamento emotivo che nasce come normale risposta nei confronti di un oggetto o situazione noti, che rappresentano un pericolo reale per l’individuo. Il panico è uno stato di terrore acuto che compare all’improvviso. L’attacco di panico è un episodio preciso e inaspettato di terrore o disagio intenso, accompagnato da una serie di sintomi fisici. Durante l’attacco di panico la persona può avvertire palpitazioni o un aumento della frequenza cardiaca (tachicardia), talvolta associati a fastidio o dolore al petto e da un senso di oppressione nella parte superiore dell’addome. Spesso ha la sensazione di respirare con difficoltà (dispnea), di soffocare o di non avere abbastanza aria (asfissia), per queste ragioni respira affannosamente, finendo 20

per avvertire un fastidioso formicolio a mani e piedi e capogiri. Inoltre la persona può sperimentare un’alternanza tra brividi di freddo e vampate di calore, accompagnati da un aumento della sudorazione. Talvolta sono presenti anche sintomi gastrointestinali, come nausea o vomito. La tensione può determinare anche capogiri, sensazione di sbandamento, di instabilità e di svenimento. Questi sintomi sono anche descritti come sensazione di avere “la testa vuota o leggera” o di “dondolare” come si fosse su una barca. Infine, possono presentarsi temporaneamente sintomi dissociativi, come la sensazione di essere distaccato dalle proprie percezioni, emozioni, pensieri, azioni o di osservarsi dall’esterno (depersonalizzazione) e l’impressione che l’ambiente circostante sia lontano, irreale (derealizzazione). La depersonalizzazione viene frequentemente descritta come la sensazio-

SPOSSAMENTO E CONFUSIONE

ne di “essere fuori dal proprio corpo”, mentre la derealizzazione come “di vivere in un sogno”. Gli attacchi di panico durano, solitamente, pochi minuti e, raramente, si protraggono per alcune ore. Generalmente il picco sintomatico si raggiunge dopo 10 minuti. Alla crisi acuta segue un periodo di intensa spossatezza, senso di “svuotamento” e confusione. Questi sintomi fisici generano nella persona che li sperimenta la convinzione di essere sul punto di perdere il controllo, di impazzire, di avere un attacco cardiaco o di morire. Spinto dalla convinzione di avere un problema cardiaco o neurologico, spesso l’individuo si rivolge al proprio medico di base o a specialisti nel tentativo di ricevere rassicurazioni, che però producono un sollievo solo nel breve termine, lasciando presto nuovamente spazio alla preoccupazione. Circa un 10% della popolazione riferisce un attacco di panico in un qualche momento della propria vita. Alcuni individui possono sperimentare attacchi di panico in periodi particolarmente stressanti o durante momenti di passaggio da una fase all’altra della vita (ad esempio, dall’adolescenza alla prima età adulta), durante i quali la tensione può intensificarsi e trasformarsi in veri e propri episodi di panico. Tuttavia, poiché molte di queste persone non manifesta successivamente un’ansia persistente rispetto al ripetersi di questi episodi di panico e non modifica il proprio comportamento quotidiano, non sviluppa successivamente un disturbo da attacchi di panico.

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SALUTE

Cosa fare durante un attacco di panico? Il primo consiglio è quello di trovare una posizione comoda e regolarizzare il respiro: inspirate lentamente contando fino a 3, trattenete il respiro per circa 3 secondi e poi espirate sempre contando, senza forzare il vostro organismo. Se osservate il vostro ventre o vi poggiate sopra una mano, noterete che il movimento “su e giù” legato alla respirazione diventa progressivamente sempre più regolare. Cercate di rilassare i muscoli, contraendo e rilasciando ritmicamente i diversi gruppi muscolari. In particolare occorre evitare di serrare troppo strette le mascelle, perché questo potrebbe aumentare la salivazione e il senso di nausea. E’ utile anche massaggiare le parti del corpo che si avvertono come particolarmente doloranti. Se siete in grado di restare in piedi e camminare, passeggiate lentamente. E’ inoltre di fondamentale importanza cercare di non abbandonarsi a pensieri catastrofici rispetto a quanto sta succedendo.

Come possono essere interpretati i sintomi dell’ansia Accade, infatti, che i sintomi fisici dell’ansia vengano interpretati come segnali di un imminente pericolo (ad esempio, “sto avendo un attacco di cuore”, “sto per morire”, “queste brutte sensazioni non passeranno mai”), questa interpretazione catastrofica a sua volta conferma la sensazione di una minaccia incombente e si traduce in un aumento dei livelli di ansia, in un circolo vizioso che si autoalimenta. Non dimenticate che l’attacco di panico è limitato nel tempo e presto tutti i sintomi si attenueranno fino a scomparire. Ricordate, inoltre, che tutti i sintomi sopra descritti sono legati all’attivazione fisiologica (un aumento dell’attività del sistema nervoso simpatico) che contraddistingue la reazione di “lotta o fuga”, sollecitata da situazioni di pericolo e che mette l’organismo in condizione di affrontare direttamente la minaccia o a fuggirla.

COMUNICARE TRANQUILLITÀ E CALMA

Chi si trova ad assistere una persona durante un attacco di panico, deve comunicare con lei in modo tranquillo, cercando di aiutarla nelle operazioni pratiche sopra descritte e ricordandole che l’attacco di panico è passeggero e non avrà conseguenze dannose sul piano fisico e mentale. E’ altresì fondamentale che crei un clima il più possibile disteso e rilassante che disconfermi la sensazione di pericolo imminente. FINE

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SANITÀ

Vaccinarsi gratuitamente

per prevenire il Papilloma Virus In tutta l’Emilia Romagna è in atto una campagna di prevenzione dei tumori del collo dell’utero provocati dal pericoloso Hpv. di Tiziano Zaccaria Nel 2012 prosegue in tutta l’Emilia Romagna il programma regionale di vaccinazione gratuita contro l’Hpv, acronimo di Human Papilloma Virus, per la prevenzione dei tumori del collo dell’utero. Il programma è rivolto alle ragazze che entrano nel dodicesimo anno di età, tuttavia questo diritto alla vaccinazione gratuita si mantiene fino al compimento dei 18 anni. Studi recenti hanno dimostrato che la protezione del vaccino è duratura. Ad oggi, nelle donne che hanno eseguito la vaccinazione nei primi anni di ricerca, ovvero nei primi anni 2000, permangono alti livelli di anticorpi protettivi. L'Hpv può provocare comuni infezioni a trasmissione sessuale; i suoi sierotipi 16 e 18 possono arrivare a provocare alterazioni cellulari del collo dell’utero, in grado di evolvere in tumore se non curate con tempestività. L’efficacia massima della vaccinazione si ha prima dell’inizio dei rapporti sessuali, quindi prima del possibile contagio, perciò la vaccinazione viene offerta alle dodicenni. 22

Eseguita dagli operatori sanitari degli ambulatori vaccinali, la vaccinazione prevede tre iniezioni intramuscolari nella parte alta del braccio, nell’arco di sei mesi. La vaccinazione contro il virus Hpv, tipi 16 e 18, è parte della strategia complessiva del Servizio Sanitario Regionale per la prevenzione dei tumori del collo dell’utero, che comprende anche il programma di screening con l’invito a eseguire un pap-test, gratuitamente, ogni tre anni alle donne dai 25 ai 64 anni. La diagnosi precoce di lesioni pre-cancerose permette di intervenire tempestivamente con le cure necessarie, impedendo la loro trasformazione in carcinomi invasivi.

L’infezione è spesso senza sintomi, transitoria e più del 90 per cento delle ragazze guarisce spontaneamente entro due anni. I virus Hpv sono classificati a “basso rischio” e ad “alto rischio”, in base alla loro potenziale capacità di causare tumori del collo dell’utero. Sono noti almeno 13 tipi ad alto rischio; di questi i tipi 16 e 18 sono associati a oltre il 70 per cento dei tumori del collo dell’utero. Dall’infezione con un Hpv ad alto rischio possono trascorrere molti anni, dai dieci ai venti, prima che si sviluppi il tumore.

Cos’è il Papilloma Virus L’Hpv è un gruppo di virus molto diffusi; ne esistono oltre 120 tipi, di cui più di 40 possono provocare infezioni dell’apparato genitale, principalmente al collo dell’utero e alla vagina. La frequenza dell’infezione è più elevata subito dopo l’inizio dell’attività sessuale e rimane alta nella fascia di età attorno ai 25 anni, prima di un rapido declino.

Riproduzione digitale del Papilloma Virus

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Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il virus Hpv è fattore indispensabile per lo sviluppo del tumore del collo dell’utero. È però necessaria la presenza di altri elementi che interagiscono con il virus, quali l’elevato numero di partner sessuali, il fumo di sigaretta, l’uso prolungato di contraccettivi orali, la coesistenza di altre infezioni sessualmente trasmesse (come ad esempio Clamidia, Herpes, HIV). Ogni anno in Italia si registrano 3.500 nuovi casi, con circa 1.000 decessi. In Emilia-Romagna si registrano circa 160-170 nuovi casi l’anno e circa 60 decessi.

Perchè vaccinarsi Il Papilloma Virus si trasmette con i rapporti sessuali, anche non completi. La trasmissione può avvenire anche tramite il contatto tra pelle e pelle e, tra mucose. Provoca la più comune infezione trasmessa per via sessuale, molto frequente soprattutto fra le donne intorno ai 25 anni. L’uso del preservativo riduce, ma non impedisce, la trasmissione del virus, in quanto questo può essere presente anche in parti di pelle non protette dal profilattico. La vaccinazione contro Hpv 16 e 18 impedisce l’infezione persistente e quindi anche la formazione delle alterazioni cellulari che possono portare al tumore. Secondo studi clinici internazionali che hanno interessato circa 40mila donne di diversi Paesi del mondo, la capacità di prevenire lesioni pre-tumorali si è dimostrata massima tra le donne che non avevano ancora avuto rapporti sessuali: tra il 90 e il 100 per cento.

Un vaccino sicuro ed efficace Il vaccino è costituito da particelle simili a quelle dell’involucro esterno dei virus Hpv, ottenute mediante tecniche di ingegneria genetica: in pratica gusci vuoti senza Dna, capaci di evocare una efficace risposta immunitaria ma, non contenendo il virus vivo attenuato, senza alcuna possibilità di causare infezione. Gli effetti collaterali del vaccino sono rari. Tra questi, i più comuni sono: dolore nella zona dell’iniezione, febbre, nausea, vertigini, mal di testa, dolori articolari e reazioni da

ipersensibilità. Generalmente sono di lieve entità e di breve durata. La protezione data dal vaccino, considerato il ciclo di base di tre somministrazioni ad intervalli prestabiliti, si è dimostrata duratura: ad oggi, nelle donne che hanno eseguito la vaccinazione nei primi anni di ricerca, permangono alti livelli di anticorpi prottetivi, dimostrando un’elevata efficacia nei confronti delle lesioni precancerose provocate da Hpv 16 e 18. Tuttavia, sono ancora in corso gli studi che forniranno informazioni sulla necessità o meno di una dose di richiamo. Il Servizio sanitario regionale dell’Emilia Romagna garantisce la vaccinazione gratuita a tutte le dodicenni, invitate dall’Azienda Usl di residenza ad effettuare la vaccinazione gratuita con una lettera inviata a domicilio. Considerato che il vaccino è stato autorizzato nel 2007, tutte le ragazze nate dal 1996 in poi conservano il diritto a ottenere la vaccinazione gratuita fino al compimento dei 18 anni. Per le ragazze nate prima del 1996, fino ai 25 anni di età, il Servizio sanitario regionale garantisce la vaccinazione negli ambulatori vaccinali delle Aziende Usl a un prezzo agevolato. Il costo a carico delle utenti è inferiore a quello praticato sul mercato e corrisponde al puro costo del vaccino per l’Azienda Usl più il costo della vaccinazione.

Per maggiori informazioni E’ possibile rivolgersi ai Servizi vaccinali dell’Azienda Usl di residenza, ai consultori familiari, al pediatra e al medico di famiglia. Ulteriori informazioni su programma e vaccinazione si possono richiedere anche al Numero Verde Gratuito del Servizio Sanitario Regionale 800.033033, tutti i giorni feriali dalle ore 8,30 alle 17,30 ed il sabato dalle ore 8,30 alle 13,30. del collo dell’utero, anche non provocate da Hpv 16 e 18. In questo modo ci si potrà accorgere per tempo se si stanno formando alterazioni sospette delle mucose del collo dell’utero. Il Servizio sanitario regionale dell’Emilia-Romagna, dal 1996, ha in corso un programma di screening per la prevenzione e la diagnosi precoce dei tumori del collo dell’utero, che ha prodotto risultati importanti: i nuovi casi di tumore registrati ogni anno in regione sono passati da 300 prima dello screening a 160-170; i decessi sono passati da 90 a meno di 60. FINE

Come si esegue la vaccinazione La vaccinazione è eseguita dagli operatori sanitari degli ambulatori vaccinali delle Aziende Usl. Il vaccino non deve essere somministrato alle donne in gravidanza: gli studi clinici effettuati fino ad ora non hanno dimostrato particolari problemi per la donna o per il feto, ma, per avere certezze maggiori, sono necessari ulteriori approfondimenti. Occorre tenere presente che circa il 30 per cento dei tumori del collo dell’utero non è provocato da Hpv 16 e 18, ma da altri sierotipi di Hpv non contenuti nel vaccino. Perciò è necessario effettuare regolarmente anche il pap-test, un semplice esame che permette di diagnosticare tempestivamente la presenza di eventuali alterazioni cellulari

IL VACCINO È GRATUITO FINO AL COMPIMENTO DEI 18 ANNI, PER TUTTE LE RAGAZZE NATE DAL 1996 IN POI.

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BENESSERE

RALLENTARE

l’invecchiamento CON I PESI Si può vivere la grande età in piena forma, perché grazie a un corretto allenamento si rallentano i processi degenerativi.

www.fif.it

Dott. Stefano Carlini Docente F.I.F. per i corsi: Fitness Funzionale, Preparatore Atletico, Power Pump E-mail: fif@fif.it

La popolazione del mondo diventa sempre più anziana? Allora che alla grande età ci si arrivi in salute, così da trascorrere una età d’argento in forma e capaci di quella autostima che migliora la qualità della via. Inoltre, un anziano in forma diminuisce il carico sociale all’apparato sanitario, diminuendo i costi del sistema. Le palestre, e soprattutto gli istruttori, hanno così l’importante incarico di traghettare le persone verso una età adulta in uno stato fisico di buon livello, minimizzando gli effetti dell’età sull’organismo. 24

È davvero possibile, quindi, allontanare gli effetti dell’invecchiamento? La risposta affermativa è ormai unanime dal mondo scientifico: si può mantenere un fisico in forma praticamente a qualunque età. Ovviamente, affinché questo avvenga occorre allenarsi convenientemente, che significa fare esercizio fisico di varia natura, dando però la precedenza agli esercizi che prevedano un carico. Per un soggetto anziano, quindi, conviene fare i pesi.

Chi sono gli anziani Chi può essere definito anziano? La letteratura scientifica ha trovato una linea di demarcazione: si diventa anziani a 65 anni, in quanto è questa l’età in cui viene accelerato il decadimento fisico. La buona notizia è che il decadimento viene così rallentato, con l’attività fisica, che i parametri fisici di un soggetto ottantenne allenato (diciamo, la cilindrata del suo motore) sono pari a quelli di un trentacinquenne sedentario.

La sarcopenia Parlando di muscoli, si tende a perdere il volume, e quindi la funzione, attraverso un processo che si chiama “sarcopenia”, inizia più o meno a quarant’anni e consiste nella cessata attività del motoneurone che porta impulsi al muscolo. Il volume complessivo, perciò diminuisce. Nei soli Stati Uniti, il fatto che la popolazione anziana ha problemi di movimento (problemi che sono spesso causa di cadute) costa al sistema sanitario del governo, circa 18 miliardi di dollari all’anno. È accertato che un adeguato allenamento con carichi, allontana gli effetti della sarcopenia, regola il sonno e il senso dell’appetito e aumenta i livelli di testosterone.

MUSCOLI ATTIVI » MUSCOLI NON ATTIVI

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BENESSERE

I risultati di una ricerca Ricerche su anziani e allenamento ce ne sono a decine, ma mi sembra opportuno e interessante citare questa, pubblicata dal dottor Len Kravitz, un ricercatore americano che sfrutta spesso gli ambiti fitness. La ricerca parte dal presupposto che esistono 179 geni la cui trasformazione è associata all’invecchiamento. Dopo aver sottoposto 26 soggetti anziani a 24 settimane di allenamento, si è scoperto come i 179 geni assumevano caratteristiche simili a quelle di soggetti giovani, grazie alla biopsia (l’asportazione di un frammento di muscolo) cui erano sottoposti i soggetti testati. Gli esercizi che eseguivano gli anziani oggetto di studio? Soprattutto esercizi per gli arti inferiori: leg press, leg extension, leg curl, ma anche chest press, lat machine e shoulder press, con macchine isotoniche, evitando l’uso di pesi liberi.

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Sette regole da seguire quando si allena un soggetto anziano 1 - Dare priorità alla corretta tecnica di esecuzione, rispetto ai carichi.

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2 - Molti anziani non capiscono il concetto di carico progressivo: educateli a questo. 3 - Fate apprendere il concetto di movimento controllato e senza dolore. 4 - Educate il soggetto alla corretta respirazione (senza bloccarla mai). 5 - Ponete attenzione alle fasi eccentriche del movimento, devono essere lente per non causare danni; ricordate comunque che è proprio questa fase quella che garantisce i maggiori adattamenti. 6 - Per favorire l’apprendimento dell’esercizio a un soggetto anziano, fatelo iniziare con un periodo di allenamento con piccoli attrezzi, come palle mediche o piccoli manubri.

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7 - Non superate i 60 minuti di allenamento.

Sarà inoltre possibile introdurre il concetto di allenamento funzionale. Inutile dire che sarà graduale e di intensità commisurata alle potenzialità del soggetto. Sarà comunque per lui (o per lei) un diversivo allenante divertente e motivante. FINE

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PEDAGOGIA

L’EDUCAZIONE

AMBIENTALE

E I BAMBINI Esistono sistemi di apprendimento per aiutare i più piccoli a costruirsi una consapevolezza di tutela dell’ambiente.

Barbara Sartoni Insegnante di Scuola Primaria Fondazione Marri - Sant’Umiltà Faenza

L'educazione ambientale consiste nel tentativo di educare alla conoscenza dell'ambiente (e degli ambienti) e alla gestione dei propri comportamenti, allo scopo di imparare a vivere in modo sostenibile. Vivere in modo sostenibile, come sappiamo, significa rispettare e non alterare gli equilibri naturali, mirando al soddisfacimento delle proprie esigenze presenti, senza compromettere la possibilità delle future generazioni di sopperire alle proprie. L'esigenza di un’educazione ambientale è sorta negli anni Settanta e si è acuita dopo l’aggravarsi di fenomeni tali da compromettere gli equilibri del nostro pianeta. Per anni l'educazione ambientale ha coinciso con l'impegno a difesa dell'ambiente naturale e delle specie in via d'estinzione. Oggi il concetto si è ampliato e si cerca di creare una nuova sensibilità verso i problemi della Terra, secondo l'idea che, più si è informati, più ci si comporta in maniera responsabile. » SEGUE

POTER TOCCARE E SCAVARE LA TERRA PUÒ ESSERE UN’ESPERIENZA EMOZIONANTE MA ANCHE PARTE DI UN PERCORSO DIDATTICO-EDUCATIVO

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PEDAGOGIA

Il germinatoio

PRIMI CONTATTI CON IL TERRENO » Anche

il concetto di ambiente ha assunto una valenza più estesa: con esso non si vuole designare unicamente lo spazio naturale, ma anche il territorio modificato dall'uomo e l'ambiente sociale. Oggi, rispetto al passato, si fa maggior leva sul concetto di relazione. Ogni ambiente, infatti, è caratterizzato da relazioni tra i suoi elementi: relazioni tra esseri viventi e non viventi (aria, terreno, acqua, flora e fauna), tra esseri viventi (catene alimentari) e tra l'uomo e gli esseri viventi e non viventi. Ruolo fondamentale della scuola (e della famiglia, per ciò che le compete) è educare dei cittadini responsabili e attivi. Dunque, educazione ambientale non solo come traguardo da raggiungere, ma anche come ottimo strumento per educare alla relazione e alla cooperazione con gli altri.

L'ambiente può essere paragonato ad una scatola, un contenitore in cui convivono diversi protagonisti: l'aria, l'acqua, il terreno, la luce, alcune piante e alcuni animali. E perché non realizzare insieme un ecosistema, partendo da una scatola o da una bacinella di plastica non più utilizzata? La si riempie di terra, la si inumidisce con acqua, si seminano alcuni fagioli, alcuni ceci e alcuni piselli e la si ricopre con un telo di plastica trasparente. Infine la si pone sul davanzale di una finestra o, comunque, in un angolo illuminato dal sole. Ecco che è nato il nostro germinatoio di classe! Dopo qualche giorno, se agiremo in maniera responsabile, ricordandoci di innaffiare e controllare lo stato della nostra “scatola”, le prime piantine germoglieranno. Dopo che le piantine saranno nate, potremo osservarne elementi in comune e differenze, avviando i bambini al concetto di biodiversità.Infine, siccome ai ragazzi piace sperimentare le cose, nei giorni successivi si potranno avviare alcuni semplici esperimenti, separando le piantine e mettendone una nell'armadio, senza luce, una in un sacchetto senza aria e una in un vaso senza acqua. Prima di giungere alla morte delle tre piantine in questione, si farà notare ai bambini come le stesse stiano deperendo. Si chiederà loro il motivo di tale fenomeno: che cosa possiamo fare affinché le piantine non muoiano? Essi, divisi in piccoli gruppi, si consulteranno e proveranno ad avanzare delle ipotesi. Ecco che, in un colpo solo, avremo raggiunto tre obiettivi: coinvolgere i bambini anche a cercare possibili soluzioni ad un problema, avviarli ad una sensibilità speciale verso ciò che li circonda, stimolarli a collaborare per la soluzione del problema. Alla fine analizzeremo le loro ipotesi e spiegheremo che, non solo nel nostro germinatoio, ma ovunque, sulla Terra, è importante mantenere equilibrio tra i diversi protagonisti che la popolano.

L'ambiente e i bambini Date queste premesse, la scuola primaria (dai 6 agli 11 anni) svolge un ruolo fondamentale nell'avviare il bambino ad una sensibilità particolare verso l'ambiente e nel coinvolgerlo e stimolarlo ad assumere comportamenti adeguati alla sua tutela. Al di là della teoria, però, la scuola deve adottare strategie e linguaggi adatti al bambino, facilmente comprensibili e attinenti la sua sfera esperienziale. Ecco allora che, come approccio all'educazione ambientale, gli insegnanti privilegiano metodi incentrati sul gioco, sull'azione diretta del bambino e sulla sua capacità di relazionarsi con gli altri (lavori di gruppo e di cooperazione). Ecco di seguito qualche esempio pratico. 28

NEL GERMINATOIO SONO PRESENTI TUTTI GLI ELEMENTI NECESSARI A CREARE UN PICCOLO ECOSISTEMA

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PEDAGOGIA

L’orto e la compostiera Con i più grandicelli, anziché costruire un semplice germinatoio, si può optare per la realizzazione di un orto. I bambini, a gruppi, saranno chiamati alle azioni necessarie alla conduzione dell'orto stesso. Alla fine si potrà realizzare una semplice ricetta con i prodotti che l’orto fornirà! Ma non solo: durante la coltivazione, si metteranno in una cassetta i resti organici come foglie, erbacce, resti di frutta e verdura provenienti dalla consumazione delle merende: in questo modo si realizzerà anche una compostiera e il compost ottenuto verrà utilizzato per concimare l’orto! Il Ministero delle politiche agricole, forestali e alimentari, ma anche diverse aziende pubbliche e private, indicono concorsi o iniziative a sostegno dell’educazione ambientale, stimolando i docenti e i ragazzi alla realizzazione di progetti e percorsi su varie tematiche.

anche la palestra, riadattando giochi di movimento tradizionali come “L'uomo nero”, denominato per l'occasione “Il sacco nero”. Obiettivo del gioco sarà evitare che il sacco nero diventi troppo grosso, perché i rifiuti (cioè i bambini, ognuno dei quali rappresenta un tipo di rifiuto) vorranno raggiungere le campane gialle o i sacchi blu, posti all'altra estremità del campo di gioco. Ad un segnale, le campane e i sacchi blu potranno intervenire a liberare gli eventuali rifiuti catturati dal sacco nero. Allo scadere del tempo stabilito, si conteranno i rifiuti che, ahimè, saranno rimasti nel sacco nero.

Si possono creare cornici con i vassoi della pasticceria, portapenne con i rotoli della carta igienica, porta-ricette con le scatole degli alimenti per gatti... Infine, utilizzando grandi scatoloni, si possono creare dei cartoni ri... animati. Spieghiamo di cosa si tratta. Si chiede alla classe come potrebbe essere possibile rianimare dei vecchi scatoloni. Facendo leva sul gioco di parole cartone animato / cartone rianimato, si illustrano le sequenze di una storia e si collegano i disegni ottenuti in un'unica striscia. Preso uno scatolone e inciso a dovere, in modo che la striscia di disegni vi possa passare, si fa scorrere la striscia fino alla conclusione della storia, cioè del cartone animato. Lo scatolone, in poche parole, funge da supporto tv per le strisce di disegni. E si possono illustrare tutte le storie che vogliamo! Lo scatolone si rianima, noi ci divertiamo e l'ambiente ringrazia!

Puliamo il mondo DIFFERENZIARE PER RICICLARE

Raccolta differenziata in classe

Raccolta differenziata in… musica

A volte si sente dire che, contro l'inquinamento e la degenerazione del Pianeta, il singolo, ormai, non può più fare nulla. Se è vero che spetta alla Politica il compito di avviare i macrointerventi, è altrettanto vero che tutto ciò che il singolo può fare, va comunque sollecitato e sostenuto. E la raccolta differenziata è cosa che tutti possiamo fare. A scuola i bambini vengono educati a separare i rifiuti in base al materiale e, in classe, vi sono appositi contenitori per ciascuna tipologia di rifiuto. Inoltre, visto che il primo ambiente che il bambino sperimenta quotidianamente è la propria aula, da alcuni anni nella nostra scuola è in corso un'iniziativa che premia la classe più virtuosa nella gestione dell'aula (areazione, stato di arredi e oggetti...) e della raccolta differenziata. Ancora una volta si pone l'accento sull'aspetto relazionale e cooperativo della vita: l'aula è un bene comune che tutti vogliamo preservare! Per rinforzare il concetto di raccolta differenziata, si può utilizzare

Come si evince dalle attività illustrate, l’educazione ambientale non è di specifica pertinenza dell'insegnante di Scienze, supportata magari da quella di Geografia, ma è interdisciplinare e coinvolge il soggetto educativo in tutte le sue sfere: conoscenze, espressività, azione e comportamento. Ecco allora che la raccolta differenziata può divenire l'argomento di una canzone. L’anno scorso le classi quinte del nostro istituto hanno creato una canzone rap, con musica composta dall'insegnante di questa materia e testo redatto dai ragazzi, che hanno scritto frasi in rima riguardanti i rifiuti e la loro raccolta.

I cartoni… rianimati Oltre alla raccolta differenziata esistono altre parole con la R che contribuiscono a salvaguardare l'ambiente: il Riuso e il Riciclo. Qui gli insegnanti (e i genitori!) possono sbizzarrirsi nel chiedere ai ragazzi di costruire oggetti di vario genere, partendo da un “rifiuto”.

Durante l'anno scolastico alcune classi partecipano all’iniziativa “Puliamo il mondo”, indetta da Legambiente. Muniti di guanti e sacchi, i bambini si impegnano per una mattinata a pulire una fetta della propria città: un parco, un argine, etc. Al di là dell'evento ufficiale, l'attività continua a scuola, dove, a cadenza mensile, ogni classe è chiamata a ripulire il giardino. Le attività che si possono organizzare a favore dell'educazione ambientale sono davvero le più svariate. L'importante è non perdere mai di vista l'obiettivo di fondo: fare in modo che le informazioni e le conoscenze trasmesse agli alunni si traducano in comportamenti attivi e virtuosi. Sono i bambini, infatti, quelle generazioni future di cui si parla nei vari Protocolli internazionali sull'ambiente. A loro viene chiesto di lasciare in eredità ai loro figli un ambiente migliore di quello che noi lasciamo a loro. FINE 29

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I NOSTRI AMICI ANIMALI

PET THERAPY

Gli animali possono essere di aiuto come terapia per alcune categorie di persone Dott.

Andrea Bulzacca

Medico Veterinario - Faenza E-mail: bulzac01@abulzacca.191.it

Nel corso degli ultimi secoli il valore terapeutico degli animali ha assunto sempre maggiore rilevanza. Oggi per indicare questo tipo di approccio medico si parla di Pet Therapy, un neologismo anglosassone coniato dallo psichiatra infantile Boris Levinson negli anni Sessanta del secolo scorso. Il termine indica una serie di attività del rapporto uomo-animale in campo medico e psicologico, per migliorare la qualità della vita di alcune categorie di persone, come bambini affetti da sindrome di Down, anziani colpiti da demenze senili, ciechi, pazienti affetti da sclerosi multipla, malati terminali, patologie cognitive (per migliorarne la memoria e alcune capacità mentali), comportamentali e psicologici (per migliorare le capacità relazionali e dell’autostima). Anche ipertesi e cardiopatici possono trarne vantaggio: accarezzare un animale riduce la pressione arteriosa e contribuisce a regolare la frequenza cardiaca. Etologi, medici, veterinari, psicologi e pedagogisti utilizzano la Pet Therapy sia in ambito sociale, all’interno di ospedali, carceri ed istituti, sia come supporto psicologico individuale.

verati in ospedale, ad esempio, soffrono spesso di depressione, con disturbi del comportamento, del sonno e dell’appetito, dovuti ad ansia, paura, noia e dolore determinate dalle loro condizioni di salute, dal fatto di essere costretti lontani dai loro familiari, dalla loro casa, dalle loro abitudini. La gioia e la curiosità manifestate dai piccoli pazienti durante gli incontri con l’animale, consentono di alleviare i loro sentimenti di disagio dovuti alla degenza, rendendone più sereno l’approccio con le terapie e il personale sanitario. Le attività ludiche organizzate in compagnia con lo stimolo degli

Elemento socializzante Il contatto con un animale garantisce affetti mancanti o carenti ed è particolarmente adatto a favorire i contatti interpersonali, offrendo spunti di conversazione e di gioco. Che si tratti di un coniglio, un cane o un gatto, la sua presenza stimola energie positive. I bambini rico30

SCOPERTA ED EMOZIONE

animali, dando loro da mangiare e accarezzarli, hanno lo scopo di far socializzare i bambini. Altre esperienze riguardano anziani ospiti di case di riposo. Si è osservato che a periodi di convivenza con animali è corrisposto un generale aumento del buon umore, una maggiore reattività e socievolezza, contatti più facili con i terapisti. Un miglioramento nello stato generale di benessere per chi spesso, a causa della solitudine e della mancanza di affetti, si chiude in sé stesso e rifiuta rapporti interpersonali.

Un sostegno alla medicina tradizionale In sostanza la Pet Therapy si affianca alle terapie mediche tradizionali. L’intervento degli animali è mirato a stimolare l’attenzione, a stabilire un contatto visivo e tattile, a favorire il rilassamento, a controllare

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ansia ed eccitazione, ad aiutare la manualità di chi ha limitate capacità di movimento, ad esempio accarezzando l’animale o camminando sotto la sua conduzione. I gruppi di lavoro che operano nella Pet Therapy sono composti, oltre che dall’animale co-terapeuta, da medici, psicologi e fisioterapisti. Veterinari, etologi, addestratori e conduttori professionisti spetta si occupano invece della salute e del benessere dell’animale, che con generosità lavora per aiutare il suo amico uomo. Occorre infatti tenere presente che l’animale, messo a contatto con persone che possono manifestare comportamenti anomali e reazioni maldestre, può vivere situazioni di stress, perciò deve essere molto equilibrato.

Dal cane al gatto, al cavallo Nella Pet Therapy vengono abitualmente coinvolti animali domestici quali cani, gatti, criceti, conigli, asini, capre, mucche e cavalli. Da millenni il cane ha un rapporto privilegiato con l’uomo e in parecchie occasioni se ne può apprezzare la collaborazione, perciò viene impiegato di frequente quale co-terapeuta, attraverso l’invito al gioco e l’offerta di compagnia. Il gatto, per la sua indipendenza e facilità d’accudimento, lo si preferisce per persone che vivono sole. Anche accarezzare e prendersi cura di criceti e conigli può arrecare beneficio, soprattutto ai bambini che attraversano una

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fase difficile nella loro crescita. Il cavallo, oltre ad attività sportive o ricreative, viene utilizzato per l'ippoterapia, medica, psicologico-educativa, riabilitativa, praticata generalmente in strutture attrezzate con il supporto di personale specificatamente addestrato. A beneficiare dell'ippoterapia sono soprattutto i bambini autistici, i bambini Down, disabili, persone con problemi motori e comportamentali. Tra l’animale co-terapeuta e la persona trattata avviene uno scambio reciproco, fatto di emozioni e di stimoli, che provocano effetti positivi in entrambi. Con persone disturbate, gli animali trovano un canale preferenziale

per entrare in contatto, riuscendo a volte a sbloccare condizioni patologiche cronicizzate negli anni. Tale dialogo, infatti, non conosce rigide regole sociali e sentimenti competitivi. Inoltre, prendersi cura di un cano o un gatto favorisce il senso di responsabilità, auspicabile nel caso di bambini e di adulti che hanno perso fiducia in sé stessi.

Il ruolo del veterinario Il veterinario che opera per la Pet Therapy deve, innanzitutto, selezionare l’animale più adatto al tipo di terapia da attuare, dopodiché sorvegliarne lo stato di salute fisico e psicologico. Gli animali sono sottoposti a controlli periodici con particolare attenzione a segni clinici relativi a zoonosi (specie parassitosi e micosi), trasmissibili all’uomo: i soggetti che manifestano sintomi di malattia o segni di malessere vengono esclusi. Il veterinario è affiancato da un etologo, che contribuisce alla scelta dell’animale in base alle sue caratteristiche attitudinali e comportamentali, e successivamente fornisce criteri per valutare e salvaguardare il suo benessere. Cruciale è poi l’addestramento dell’animale, affidato ad istruttori con specifica preparazione, soprattutto qualora assista FINE pazienti con handicap fisici. 31

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Dott.ssa Monica Negosanti Dietista Maria Cecilia Hospital Cotignola E-mail: mnegosanti@gvm-vmc.it

I NOSTRI COLLABORATORI

Dott. Andrea Baldisserri Medico-Chirurgo specialista in otorinolaringoiatria E-mail: abaldisserri@alice.it Dott.ssa Chiara Barboni Medico Veterinario - Ravenna E-mail: sanbartolovet@libero.it Dott. Marco Bulzacca Medico Veterinario - Faenza E-mail: bulzac01@abulzacca.191.it Flaminia Buttazzi Istruttrice Cosmos Fitness Club Faenza Titolare brevetti FIF e FBI per insegnare pilates E-mail: info@cosmosclub.it Dott. Stefano Carlini Docente F.I.F. per i corsi: Fitness Funzionale, Preparatore Atletico, Power Pump E-mail: fif@fif.it Dott. Pierpaolo Casalini Medico-Chirurgo U.O. Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Faenza E-mail: pierpaolo.casalini@gmail.com Dott.ssa Cinzia Cesari Psicologa e psicoterapeuta Maria Cecilia Hospital Cotignola Dott. Michele Ciani - Osteopata - Fisioterapista Dottore in psicologia presso la clinica Domus Nova di Ravenna e il poliambulatorio Osteolab E-mail: ciani.michele08@gmail.com - www.micheleciani.com Dott. Ugo Cimberle Studio Oculistico Dal Fiume-Cimberle - Ravenna E-mail: cimberle@cidiemme.it Dott. Stefano Costa Eco Istituto Ecologia Scienza e società Via Castellani, 7 - Faenza E-mail: costaest@hotmail.com Dott. Lauro Di Meo Chirurgia Plastica, ricostruttiva ed estetica Ravenna Medical Center E-mail: laurodimeo@libero.it Dott. Edmondo Errani Medico sociale del C.A. Pallacanestro Faenza Terapia antalgica - Studio professionale, via Laghi, 69 - Faenza - Tel. 0546.25010 Dott. Antonio Iammarino Specialista in oculistica E-mail: aiammarino@gmail.com Dott. Flaviano Jacopi - Specialista in cardiologia e medicina dello sport Direttore sanitario Astrea Medical Center - Faenza E-mail: flaviano.jacopi@fastwebnet.it

Marco Mastropasqua Responsabile tecnico attività acquatiche Cosmoss Fitness Club Faenza E-mail: info@cosmosclub.it Claudia Serena Monghini Educatore cinofilo, Ravenna E-mail: c.serenamonghini@gmail.com Dott. Marco Neri Dottore in scienze alimentari Dietista e preparatore atletico F.I.F. Federazione Italiana Fitness - E-mail: fif@fif.it Dott.ssa Barbara Pallareti Medico Veterinario specialista in patologia e clinica degli animali d’affezione E-mail: barbara.pallareti@gmail.com Dott.ssa Anna Pasi Specialista in ginecologia e ostetricia E-mail: a.pasi1961@libero.it Dott. Fausto Pasqualini Galliani Responsabile clinico “Dental Unit” Maria Cecilia Hospital Cotignola E-mail: dentalunit@gvmnet.it Dott. Roberto Salgemini Medico-Chirurgo convenzionato SSN. E-mail: robertosalgemini@alice.it Dott. Maurizio Santarini Medico Veterinario, Ravenna E-mail: maurizio.santarini@gmail.com Barbara Sartoni Insegnante di Scuola Primaria Fondazione Marri - Sant’Umiltà - Faenza Dott. Stefano Stea Responsabile U.O di Chirurgia Maxillo-Facciale Maria Cecilia Hospital Cotignola www.stefanostea.it Dott.ssa Laura Venturelli Coordinatrice attività didattiche Scuola Secondaria 1° grado Liceo Scienze Umane e Liceo Linguistico Fondazione Marri - Sant’Umiltà - Faenza Dott.ssa Dalila Visani Psicologa - Psicoterapeuta Ospedale privato San Francesco - Tel. 331.7324658 E-mail: d.visani5478a@ordpsicologier.it Dott. Giuseppe Visani Direttore Ematologia e Centro Trapianti Ospedale di Pesaro E-mail: pesarohematology@yahoo.it Dott.ssa Maria Nives Visani Farmacista - Naturopata E-mail: nivesvisani@libero.it Dott. Mario Vitale Responsabile Neurochirurgia Maria Cecilia Hospital Cotignola E-mail: mvitale@gvm-vmc.it

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Salute 10 più Nr. 4 Anno 2012