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Termodiffusione e riscaldamento

due metodi a confronto per migliorare la colorazione delle gemme di Paolo Minieri* e Alberto Scarani**

C’è ancora una certa confusione, ahimé, anche tra gli operatori del settore quando si parla di materiale termotrattato. In particolare, viene spesso confuso il riscaldamento con la termodiffusione. Per quanto entrambi siano metodi artificiali migliorativi del colore la differenza è notevole, soprattutto dal punto di vista del prodotto. In sostanza, mediante termodiffusione si trattano gemme praticamente incolori e di scarsissimo valore apportando, in condizioni di alta temperatura, elementi a loro esterni. Nel riscaldamento semplice, invece, il materiale di partenza possiede già gli elementi cromofori, quelli cioè che apportano il colore alla gemma, e null’altro viene aggiunto. Lasciando la trattazione del metodo per riscaldamento ad un prossimo intervento, ci concentreremo sulla termodiffusione superficiale dei corindoni. Sebbene venga ormai considerato un trattamento storicamente consolidato, recenti sviluppi nell’ambito di possibili varianti applicate ad altre gemme, oltre che al corindone, lo hanno riportato all’attenzione della comunità gemmologica. Un corindone “puro” è completamente incolore, la presenza sotto forma di impurità di titanio e ferro consentirà alla gemma, gra-

zie all’assorbimento selettivo della luce, di esibire una colorazione blu. Sottoponendo corindoni incolori già tagliati a riscaldamento in presenza di ossidi di titanio e ferro si otterranno una serie di interscambi a livello atomico con l’alluminio in direzioni casuali, con il risultato che gli elementi cromofori si diffonderanno verso l’interno delle gemme. A causa della rilevante massa atomica degli elementi cromofori, tuttavia il processo è piuttosto lento e necessita che alte temperature (1800°C-1900°C) vengano mantenute per tempi piuttosto prolungati (24 ore e più). In alcuni casi può essere preferibile utilizzare temperature più basse (800 °C) per avere un minore impatto del calore sulle inclusioni. Ma per ottenere un risultato soddisfacente i tempi dovranno essere notevolmente più lunghi (fino a 600 ore). Nella norma la diffusione del colore raggiunge profondità minime (da 0.01 a 0.30 mm) per cui, una volta terminato il trattamento bisognerà rilucidare attentamente la pietra in modo da non asportare il sottilissimo strato superficiale. Ovviamente sostituendo il cromo al titanio e ferro si possono ottenere anche corindoni varietà rubino, anche se peraltro i risultati raggiunti non sono stati particolar-

1 mente soddisfacenti per problematiche inerenti alla diffusione del cromo. Nel caso del rubino termodiffuso come conseguenza dell’usuale omogeneità del colore nel materiale di partenza, l’identificazione del trattamento è piuttosto semplice. Diversamente, uno zaffiro, di solito, presenta zonature o centri di colore più o meno accentuati. La tecnica di osservazione in immersione in un liquido, avente indice di rifrazione simile a quello della gemma da analizzare (ioduro di metilene), consentirà di evidenziare maggiormente la distribuzione del colore all’interno delle gemme (vedi foto 1, 2, 3). Lo zaffiro termodiffuso esibirà una tinta uniforme con concentrazioni di colore in corrispondenza degli spigoli, della cintura (foto 4) e, a volte, faccette di colore più o meno intenso che denotano una scarsa attenzione nella rilucidatura. *Consigliere Federazione Orafi Campania **Gemmologo IGI di Anversa


Preziosa n. 4