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magzine Periodico di approfondimento della Scuola di giornalismo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

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gennaio 2012

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Livio Senigalliesi, fotografare la storia Omar Nur, nel limbo dei rifugiati California is a place, la West Coast in Hd In Situ, la metropoli non è anonima

angeli custodi Non solo confessori: i cappellani carcerari sono spesso l’unico tramite con il mondo oltre le sbarre

inchiesta

Nel regno dell’attesa di Francesca Bottenghi e Chiara Panzeri

Da Rebibbia a Belo Horizonte, passando per Milano e la provincia toscana, sei cappellani raccontano la loro vita tra i detenuti e riflettono sull’istituzione carceraria, poco attiva sul fronte del reinserimento sociale

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“carcar”, che significa tumulare. Poi la puoi chiamare casa circondariale, ma io il cimitero non lo chiamo casa». Don Pietro Raimondi, cappellano a San vittore, descrive così lo stato dei carcerati, ridotti a vivere giornate vuote, immobili, quasi prive d’attività. la maggior parte di loro trascorre ventidue ore in cella: non fanno nulla, stanno sdraiati sul letto. la percezione è quella di essere sospesi nel tempo, una condizione che il cappellano identifica nel momento in cui ai detenuti viene ritirato l’orologio. «Pensate a cosa accade il giorno dell’arresto – commenta –. Tutte le relazioni s’interrompono. l’esistenza si ferma di colpo». da lì in poi inizia un’attesa in cui giorni si assomigliano tutti. don Pietro: «Se una mattina milano diventasse in bianco e nero, per loro non cambierebbe molto». a rompere la monotonia contribuisce anche la religione: celebrando la festività, la messa domenicale scandisce il passare delle settimane. Don Enzo Capitani, della casa circondariale di Grosseto, racconta che qualche anno fa, avendo un impegno tutte le domeniche, decise di spostare la celebrazione al sabato. Uno dei detenuti andò da lui e gli disse: «così non ci aiuti. il sabato abbiamo già i colloqui con i nostri familiari, la domenica è festa e non abbiamo niente da fare. la messa ci riempie la giornata». Un’esigenza che diventa ancora più drammatica per coloro che si trovano a scontare pene detentive molto lunghe, come gli ergastolani. il cappellano di opera, don Antonio Loi, li paragona ai malati cronici, che hanno bisogno di speranze brevi e raggiungibili per non cadere in una completa apatia. don Pietro si sofferma su un aspetto meno conosciuto della reclusione. in carcere «si ride, anche molto, per come uno parla, per un modo di atteggiarsi o per quel compagno di cella che è diventato un personaggio». Una dimensione importante è, infatti, quella comunitaria, che non sempre riesce a svilupparsi pienamente. Se da un lato, in un carcere come rebibbia, si è creato un forte senso di solidarietà, dall’altro si hanno casi come quello di San vittore, dove c’è un ricambio di venti o trenta persone al giorno. Quando saluti una persona, non sai se la rivedrai il giorno successivo: si vive in una a-comunità, una gigantesca sala d’attesa.

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arcere viene dall’aramaico

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in una situazione del genere, dove la mancanza assoluta di legami si scontra con la convivenza forzata, il rischio di tensioni è una costante. a maggior ragione quando il 65% dei detenuti sono stranieri di tutte le nazionalità. «È un miracolo di convivenza - commenta don Pietro anche se è innegabile che stiamo con il freno a mano tirato tutto il giorno». Don Gino Rigoldi ci descrive una situazione diversa nel carcere minorile Beccaria: parla di un ambiente mediamente sereno. i ragazzi sono costantemente assistiti e motivati da un gruppo di educatori che organizza attività formative, ricreative, parascolastiche. «oggi ci sono sessantadue detenuti – spiega il cappellano – ma una rivolta non è nemmeno immaginabile. cagliari ne ha dodici, e si verificano due o tre rivolte l’anno. lo stesso accade a Firenze, Bologna, Bari. da roma in giù, escluso napoli, nelle carceri minorili vige un regime da 41bis: hanno due ore d’aria e per il resto non fanno assolutamente niente». dei suoi ragazzi, invece, don Gino fa un ritratto divertito e variopinto, scherzando sui loro Paesi d’origine e sugli stereotipi che si portano con sé. «i detenuti nord africani sono il magma, il caos. riesci a farti rispettare solo se hanno stima di te. i rom sono i più simpatici e sorridenti, ma anche un po’ impostori. l’ultimo che ho ospitato a casa mia è venuto un paio di giorni in occasione di un permesso premio. Sarebbe stato libero il lunedì, è scappato il sabato sera. Poi quando escono, m’invitano spesso ai matrimoni. io ci vado tutte le volte, ma poi mi pento sempre: durano tanto e sono troppo rumorosi». Per don Gino, prendere con sé i ragazzi è diventato un “vizio”: dopo il suo primo mese da cappellano, in casa ce n’erano già trenta. Un percorso che lo ha portato a fondare una vera e propria comunità di alloggio e sostegno per ex-detenuti, comunità nuova. Una delle tappe più difficili della detenzione è, infatti, il

­Per­saperne­di­più Don Claudio Burgio, 2011: Non esistono ragazzi cattivi (Paoline); Michel Foucalult, 2011: L’emergenza delle prigioni. Interventi su carcere, diritto e controllo (VoLo); Pietro Raitano, 2011: Il mestiere della libertà. Dai biscotti alla moda, le storie straodinarie dei prodottti made in carcere (Altraecomonia); Gin Angri e Fabio Cani, 2011: Ex carcere. Viaggio fotografico nell’ex carcere di San Donnino a Como (Nodolibri).

momento in cui si esce, quando i ragazzi si trovano senza casa, senza un lavoro e senza figure di riferimento a cui potersi rivolgere. Per questo, comunità nuova promuove dei corsi di formazione per diventare piccoli imprenditori. «c’è chi ha imparato a fare un business plan e ha comprato un piccolo appezzamento in albania. altri due raccolgono pezzi di automobili e li vendono su internet. Fanno un sacco di soldi». anche secondo don Pietro, dovrebbe essere dedicata maggiore attenzione al primo giorno di libertà dopo la fine della pena. non si tratta semplicemente di “farsi bene

È una parrocchia “al contrario”: non è il prete a chiedere «perché non siete venuti?», ma è lui a sentirsi dire «perché non mi hai chiamato?»

la galera”, ma di prepararsi a quello che sarà dopo. dalle parole dei cappellani emerge, nel complesso, un quadro estremamente critico dell’istituzione carceraria. Si contesta innanzitutto il fatto che la pena sia misurata quasi sempre in giorni di cella, nonostante i reati siano i più diversi. di fatto, se la punizione è considerata un risarcimento alla società, ogni moneta è un giorno di reclusione. altre volte le perplessità riguardano aspetti più concreti, come un sistema burocratico lento e obsoleto. Don Roberto Guernieri a rebibbia racconta di aver chiesto una bici per spostarsi da un settore all’altro, in un carcere che sorge su un’area di un chilometro quadrato. Fino a oggi non è stato possibile. infine, dal Brasile arriva una proposta alternativa alla figura stessa del cappellano. Padre Danilo Volonté è un comboniano che ha coordinato per cinque anni una pastorale carceraria, nell’istituto di massima sicurezza di nelson Hungria (Belo Horizonte). «eravamo organizzati in équipe, un gruppo di sedici cristiani che si occupava dei detenuti e, soprattutto, di tutelare i loro diritti». Proprio a questo scopo, Padre danilo ha rifiutato di ricevere un salario dallo Stato: era un modo per avere più libertà e forza rispetto alla dirigenza del carcere. con l’amministrazione c’era un tacito patto: «noi facevamo loro presente una serie di problemi (ad esempio violenze e soprusi, etc.), accettando di non denunciarli purché fossero risolti entro breve». l’idea di una pastorale carceraria è accolta con favore anche da don Pietro «Già oggi alcuni di noi sono sostenuti da gruppi esterni di volontari, perché il lavoro sul carcere si compie anche da fuori. il cappellano supereroe in stile don matteo si può anche fare. ma non è più tempo d’eroi». MAGZINE 17 | gennaio 2012

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inchiesta

Una vocazione a servizio dell’umanità marginale I cappellani carcerari sono un piccolo esercito di religiosi che assiste i detenuti basando tutto su un rapporto di fiducia ed empatia, perché sono di fatto l’unico contatto col mondo esterno di Francesco Collina

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on siamo qui per battezzare la gente con la canna dell’acqua!» esordisce Don Pietro Raimondi, cappellano carcerario dell’istituto di custodia cautelare di San vittore, milano. «il carcere – continua – non è una tonnara, non stiamo qui per pescare nuovi fedeli, non facciamo proselitismo. la chiesa deve stare dove gli uomini soffrono, noi stiamo qui.» don Pietro fa parte di un piccolo esercito di religiosi che, per la legge del 1975 sull’ordinamento penitenziario è tenuto all’assistenza religiosa e spirituale dei detenuti per un minimo di 18 ore settimanali; in italia se ne contano 232, di cui 23 nella sola lombardia. la figura del cappellano carcerario, nel tempo, è mutata con il cambiare delle strutture carcerarie. al giorno d’oggi i compiti dei sacerdoti non riguardano solamente l’assistenza religiosa e spirituale dei detenuti ma lambiscono altri aspetti, culturali,

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formativi ed educativi fra tutti. i cappellani sono realmente un’istituzione dentro il carcere: non solo perché il legislatore ha deciso così ma soprattutto perché è tale la percezione dei detenuti per i quali i sacerdoti che spendono il loro sacerdozio “in gabbia” rappresentano ben più di una guida religiosa. «abbiamo il potere di fare tante cose, subito si avvicinano; immediatamente nasce il dialogo» chiosa Don Roberto Guernieri, cappellano di rebibbia, roma. altre volte vi sono richieste molto più prosaiche: sigarette e aiuti economici di varia natura. Don Enzo Capitani, cappellano della piccola casa circondariale di Grosseto spiega così il suo lavoro, la sua missione: «il cappellano nelle carceri si occupa di tutto. oltre a fare il prete, perché fa il prete, il suo scopo è quello di essere a disposizione, a supporto, di tutte le persone che sono rinchiuse». Per Don Gino Rigoldi, cappellano del

carcere minorile cesare Beccaria di milano, il ruolo del capitano è solamente uno: «io non provvedo ai bisogni materiali. Se parliamo di casa e del lavoro sì, per il resto dico ai detenuti di arrangiarsi» nasce un rapporto basato essenzialmente sulla fiducia e l’empatia. Don Antonio Loi, che svolge la sua missione nel carcere di massima sicurezza di opera, nella periferia milanese, si rifà alla figura di abramo per spiegare la relazione umana che si instaura con i detenuti. «noi cappellani siamo come il ‘pastore del popolo’ una figura che la Scrittura descrive come il compagno di viaggio. noi siamo là: i compagni di viaggio che condividono le gioie e i dolori dei carcerati». ma per coloro che vogliono viaggiare da soli, che rifiutano l’aiuto offerto è necessario smontare le maschere con le quali i ragazzi che finiscono in carcere proteggono la loro fragilità. È nostro compito – dichiara Don Gino Rigoldi – far capire loro che «non stiamo qui a far prediche né a ripetere libri a memoria. i ragazzi si aprono e riescono a riconoscere i propri errori quando trovano un adulto che dia valore alle parole, che mantiene le promesse, che è concreto e non acchiappa farfalle.» da questi primi passi può partire il lungo percorso di rieducazione come stabilito dall’articolo 27 della costituzione. la figura del cappellano è l’unico tramite con il mondo esterno. «la richiesta affettiva dei detenuti è fortissima e spesso è esagerata» dice don Gino, riferendosi ai suoi ragazzi. il sacerdote non sa spiegare da dove provenga la sua forza, la spinta che lo sprona a occuparsi di un’umanità così marginale. Forse, riflette, è stato il carattere aperto e la facilità con la quale entra in relazione con le persona ad essergli d’aiuto e di stimolo a continuare la sua missione. don antonio, invece, ha iniziato ad avere a che fare il sole a scacchi ad appena sedici anni, quando arrestarono i suoi cugini per droga. durante la leva fu assegnato – racconta – al corpo degli agenti penitenziari del carcere di Genova. là si era ritrovato a fronteggiare una rivolta. «Quella volta piansi», confida. Poi la decisione di farsi prete e cappellano. «dopo trent’anni ho rimesso piede dentro il carcere, ma indossavo un altro abito. Sì, tornavo lì dentro, ma era tutto diverso».

inchiesta

di Francesca Bottenghi e Chiara Panzeri

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e attese, i cancelli, le porte che si aprono e si richiudono, lo sguardo indagatore degli agenti di polizia penitenziaria». Sono questi i ricordi di don Marcellino Brivio, nel suo primo giorno da cappellano a opera. dopo nove anni a servizio dei detenuti nel carcere di massima sicurezza, è dal 2010 parroco a Gratosoglio, un quartiere della periferia milanese. l’attenzione per le persone in difficoltà è stata una costante nella sua vita, e l’ha aiutato a operare in una realtà dura come quella di opera. a chi gli chiedeva «ma cosa ci vieni a fare qua?» rispondeva: «e’ tutta colpa di un vizio». Spesso si tende a cucire addosso ai cappellani l’etichetta di difensori dei detenuti. Le è mai capitato? nei momenti di dibattito pubblico, sentendo la passione con cui raccontavo la mia esperienza di cappellano, la gente mi accusava di stare dalla parte dei carcerati. È una visione molto riduttiva. chi non si sente responsabile per il male che ha fatto, non potrà sentirsi responsabile per il bene che può fare: non si fanno sconti a nessuno, ma si aiutano le persone a riconoscere i propri sbagli. Il carcere contribuisce a prendere coscienza degli errori compiuti? no, il carcere non aiuta questo cammino. oggi si avverte la for-

Non finisci mai di scontare la tua pena. Quando un ex-detenuto cerca lavoro, gli viene negato per la sua fedina penale: ma allora ha pagato o no?

Quel vizio incorreggibile di frequentare carcerati te esigenza di ricostruire i legami sociali andati distrutti nel tempo. ma è un risultato che non si ottiene facendo del male a chi ne ha già fatto. l’esperienza carceraria consiste, invece, proprio in questo: se ci sono delle persone che hanno fatto del male, facciamogliene di più così imparano. Come viveva lei in una simile realtà? il male ti segna. il carcere ti consuma, psicologicamente e fisicamente. Per sopravvivere devi sempre mantenere un certo distacco dal dolore che quotidianamente ti assale. rispetto alla mia esperienza, all’inizio ho provato una profonda rabbia: mi chiedevo come si potessero trattare così degli esseri umani ed ero convinto di poter cambiare tutto. Poi c’è stata la sofferenza e, infine, ho avvertito un senso di assurdità per come viene gestita la detenzione. Sembra di stare in un asilo per adulti: privati di qualsiasi autonomia e iniziativa, anche i carcerati finiscono per avere un atteggiamento infantile. durante una visita a

opera, candido cannavò rimase colpito dal modo in cui i detenuti cercavano di richiamare la mia attenzione. disse che gli ricordavano i ragazzi dell’oratorio. Che ruolo ha l’istituzione carceraria oggi? È un contenitore sociale, un posto in cui rinchiudere elementi di disturbo. Per tutte queste persone, l’opinione pubblica reclama un’esasperazione dell’intervento punitivo, concepito come vendetta. il rischio è quello di deresponsabilizzare la società: una volta consegnato il criminale alla giustizia, si può tornare alla propria vita nella più totale indifferenza. Sarebbe importante, invece, tenere unite giustizia sociale e penale: i problemi vanno affrontati là dove sorgono, nei quartieri disagiati delle periferie ad esempio, e non soltanto quando si arriva alla galera. Opera è conosciuto per i suoi criminali “illustri”. Ha avuto occasione di parlare con qualcuno di loro?

Seguivo i detenuti comuni, ma proprio l’ultima messa da me celebrata in carcere che è stata partecipata da Totò riina. con renato vallanzasca e Pietro maso ho avuto lunghi colloqui, sempre cercando di attenermi alle dinamiche ordinarie. Ho dovuto fare un grande lavoro su me stesso per non lasciarmi sopraffare e per trattarli come tutti gli altri. al di là di quello che avevano commesso, avevo di fronte a me delle persone. È chiaro che se tutte le volte che incontri questi uomini pensi al loro passato, ti trovi in difficoltà. io non ho mai avuto paura. Come mai non è più a Opera? nel 2010, la diocesi mi ha chiesto di portare il messaggio evangelico in provincia di milano. mi hanno chiesto di assolvere a questo compito e ho accettato: sapevo che prima o poi sarebbe potuto succedere. lasciare opera mi è dispiaciuto. Ho il vizio di stare in mezzo ai delinquenti e ci sarei rimasto volentieri fino alla fine dei miei giorni.

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esteri

Nel limbo dei rifugiati che sbarcano negli Usa Omar Nur non ha lasciato l’aeroporto di Newark dal 1980, quando vi atterrò lasciandosi alle spalle l’inferno etiope. Da allora, per conto dello Iom gestisce le pratiche di migliaia di migranti in fuga Di Alessandro Cracco

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renT’anni doPo eSSere SBarcaTo al newark liberty airport del new Jersey, Omar Nur è ancora lì, tutti i giorni, ad accogliere i rifugiati che cercano un nuovo futuro negli Stati Uniti. nur e il suo staff sono soprannominati gli “angeli custodi dei rifugiati”, ma lui non condivide questa definizione: «il nostro compito è solo quello di sistemare per il pernottamento chi non riesce a volare verso la destinazione finale». Un esercito di 13mila anime provenienti dagli angoli più problematici di asia e africa che condividono la persecuzione o la mancanza di pace nel proprio Paese, e per questo presentano le stesse ansie e paure nel raggiungere una realtà molto diversa da quella di origine. nur lasciò l’etiopia nel 1974, all’indomani dello scoppio della rivoluzione che aveva

portato alla caduta di Hailé Selassié, e sbarcò negli Stati Uniti dopo sei anni trascorsi tra israele e la Grecia: «a quel tempo – racconta - ogni gruppo di rifugiati aveva un responsabile che si occupava di gestire e controllare tutti i documenti dei componenti. il responsabile del volo 881 della Twa ero io». «Quando arrivai negli Stati Uniti – continua nur, oggi responsabile dell’accoglienza dei rifugiati per lo iom - mi trovai di fronte a un bivio: restare nel new Jersey o spostarmi a Peoria, nell’illinois. decisi di restare a newark. in quel periodo non erano previsti percorsi particolari per i rifugiati, ma fortunatamente riuscii a integrarmi velocemente e a trovare un lavoro all’aeroporto». allo scalo secondario di new York atterrano ogni anno tra i 60 e i 70mila rifugiati, provenienti soprattutto dal corno d’africa, da

Sudan, iraq, iran, afghanistan e myanmar. il numero si è ridotto drasticamente dopo l’11 settembre 2001: prima di allora non c’erano limiti sul numero di rifugiati imbarcati sui voli per gli Stati Uniti e lo iom utilizzava charter da 200-300 posti. «oggi il numero di rifugiati per volo si è ridotto a 35-70 individui - spiega nur – e quindi le nostre attenzioni sono rivolte ai bisogni di ognuno: dobbiamo farli sentire bene». dopo aver compilato i documenti e rilasciato le impronte digitali, si recuperano i bagagli e ci si prepara alla prima notte americana, nei pressi dell’aeroporto.in albergo i rifugiati trascorrono solo una notte, in attesa di poter volare verso la loro destinazione finale negli Stati Uniti. Qualcuno parla inglese e ha familiarità con la cultura occidentale, ma la maggior parte, invece, subisce un vero e proprio choc:per molti la prima notte in hotel corrisponde alla prima notte passata in un palazzo di mattoni, con un bagno, un letto pulito e un televisore. «alcuni arrivano da campi profughi dove vivevano in condizioni disumane: spesso il mattino seguente ci capita di trovare i letti non sgulaciti malgrado le nostre preventive spiegazioni», racconta nur. Percorrere una strada univoca per trattare con i rifugiati, spiega il responsabile dello iom, «è impossibile, come impossibile è soddisfare ogni loro bisogno particolare: ogni gruppo ha connotati nazionali, culturali ed etnici differenti, ed è composto di individui diversi per sesso, età e condizioni psicofiche». «la sfida maggiore - continua - è quella di creare un’atmosfera confortevole per tutti e per fare ciò bisogna tener conto di moltissimi fattori: dalla lingua alla religione, fino alla tipologia di cibo che abitualmente consumano». Forse sono proprio le diversità la ragione per cui nur non ha abbandonato l’aeroporto di newark: «Tanti anni a contatto con i rifugiati mi hanno permesso di apprendere moltissimo, e stare a contatto con i reali bisogni delle persone mi ha fatto diventare molto più paziente e tollerante nella mia via quotidiana».

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esteri

di Luciano Capone

è

giusto credere nello Stato? Carlo Lottieri dice chiaramente di no: secondo il filosofo, lo Stato è una “forma sofisticata e potente di dominio dell’uomo sull’uomo”, e la sua legittimazione non può che essere spiegata in prospettiva religiosa. Se non ci fosse lo Stato, chi si occuperebbe dell'assistenza sanitaria, sociale, dell'istruzione, della sicurezza? lo Stato è più una fonte di problemi che di soluzioni. È l’apparato che ha monopolizzato la forza legale in un determinato territorio: si tratta dell’istituzionalizzazione della violenza. Prima di prendersi cura degli orfani e delle vedove, ha moltiplicato gli uni e le altre trascinando i popoli in guerre senza senso. Se non si occupasse malamente di educazione, sanità e di tutto il resto, ce ne occuperemmo assai meglio noi. in forma imprenditoriale, mutualistica o comunitaria. “Credere” equivale ad avere fiducia nello Stato o ha una sfumatura fideistico-religiosa? la fiducia che molti ripongono nello Stato discende dal fatto che gli apparati politici della modernità hanno avuto bisogno fin dall’inizio di poggiare su fondamenta metafisiche. Hanno prima adottato la religione cristiana quale strumento di legittimazione e, successivamente, si sono affermati essi stessi come divinità: l’esito è la sacralizzazione del potere politico. Già Carl Schmitt aveva parlato di “teologia politica”. La secolarizzazione in realtà non sarebbe mai avvenuta? Per Schmitt, e penso che avesse ragione, il processo moderno di secolarizzazione non conduce verso un’età in cui nessuno non crede più a nulla. in realtà apre la strada a nuovi credi e, in particolare, al trionfo del dio-Stato: se dio è eterno, lo Stato si vuole

Lo Stato, un legittimo e spietato dominatore perpetuo; se dio è creatore, lo Stato si rappresenta quale sovrano. Come si manifesta il potere dello Stato e quali sono i segni della sua “religione”? in alcuni periodi storici lo Stato ha chiesto ai suoi cittadini prevalentemente la vita; in altri, come adesso, sottrae loro ricchezza. in ogni caso, ha sempre bisogno di trovare nuove forme di spoliazione e ha la necessità di monopolizzare la violenza con la polizia, l’esercito e le carceri. Tutta questa capacità di farsi obbedire, però, sarebbe impossibile se lo Stato dovesse sempre far ricorso ad armi e minacce. la formula “religione civile”, da rousseau in poi, indica l’esigenza di dotarsi della fede in un potere che, facendosi collettivo, pretende addirittura di rappresentarsi come buono. Ma negli Stati occidentali c’è la libertà di culto. I termini “religione

civile” o “patriottismo costituzionale” non dovrebbero essere intesi in senso retorico? nel libro sostengo che quella statuale è una “tolleranza dimezzata”. lo Stato ci lascia di liberi di essere buddisti o cattolici, atei o ebrei ortodossi, musulmani o agnostici, ma su una cosa non transige: dobbiamo essere cittadini. non credo quindi che l’uso di un linguaggio para-religioso o esplicitamente sacrale a difesa delle istituzioni moderne rinvii a similitudini. e non si tratta neppure di un lapsus. lo Stato non può accontentarsi di disporre dei nostri soldi e delle nostre vite perché, se non dispone anche delle nostre anime, rischia di perdere tutto. Il concetto di contratto sociale e di volontà generale non indicano invece una nascita dal basso dello Stato? nel rapporto tra lo Stato e il cittadino-suddito (che è suddito

perché non può sottrarsi alla propria condizione) non c’è alcun “contratto” né alcuna “volontà”. Questi termini sono utilizzati per favorire l’inganno. La vittoria contro l'assolutismo ha quindi posto le basi per un dominio imponente? lo Stato moderno è lo sviluppo, potenziato dall’incontro con le masse, dell’antico Stato assoluto. Qui non si tratta di rimpiangere l’ancien régime, ma di sottolineare che, se gli antichi sovrani secenteschi potessero tornare in vita, sarebbero pieni di ammirazione di fronte al controllo minuzioso e tendenzialmente totalitario che gli Stati post-rivoluzionari sono riusciti a predisporre.

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Carlo Lottieri, Credere nello Stato?, Rubbettino MAGZINE 17| gennaio 2012

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giornalismo

Fotografare la storia di Chiara Panzeri

Dagli anni Settanta, Livio Senigalliesi gira il mondo e racconta la storia con la macchina fotografica. Il suo immenso archivio e l’esperienza accumulata sono il bagaglio che vuole trasferire ai più giovani

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n Piccolo Uomo con una macchina fotografica al collo: si descrive così Livio Senigalliesi, fotoreporter italiano che con la sua reflex ha documentato la caduta del muro di Berlino, il conflitto nella ex Jugoslavia, il genocidio in ruanda, la condizione dei rifugiati e molte altre realtà di guerra e di violazione dei diritti umani. nato e cresciuto a Sesto San Giovanni, le prime foto le ha scattate nella periferia milanese. «vengo da una famiglia operaia – racconta - e all’inizio non avevo neanche i soldi per comprarmi la macchina fotografica. non ho mai frequentato scuole di fotografia, questo mestiere ho iniziato a farlo un po’ per caso». Lei è un fotogiornalista affermato: si sente un modello per coloro che intraprendono questa professione? no, non mi piace questo termine. Sono un uomo piccolo piccolo, venuto dalla periferia di milano, e ho iniziato dal basso con molta semplicità, cercando di guardare quello che mi accadeva intorno. i grandi reportage sono venuti molto tempo dopo, ma le storie sono dietro l’angolo di casa. Quello che ho cominciato a raccontare alla fine degli anni Set-

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tanta, quando ho iniziato a fare questo mestiere, erano le problematiche sociali della milano di allora: dagli emarginati agli operai, alle case occupate, alle manifestazioni studentesche. a quei tempi c’era tanto giornalismo impegnato, e io seguivo modelli ben precisi, come carla cerati e Uliano lucas, professionisti che mi hanno dato un’impronta fotografica, ma anche un punto di vista, un modo di essere vicino alle persone. La caduta del muro di Berlino è l’evento che ha “inaugurato” la sua carriera da fotoreporter, è così? la caduta del muro di Berlino è stato il primo grande evento di portata mondiale che ho seguito professionalmente e che mi ha segnato in maniera indissolubile. essere dentro una storia così grande ti cambia la vita, anche per la responsabilità di raccontare un avvenimento importante e pieno di sfaccettature, sia nel presente sia nel suo sviluppo temporale. a livello professionale, il mio lavoro ha subito un salto di qualità: ho vissuto un anno a Berlino e quindi ho avuto l’opportunità di testimoniare

quotidianamente un mondo che stava cambiando. Oggi invece le testate non assumono fotoreporter e i freelance faticano ad autofinanziarsi. Sta nascendo una nuova generazione di fotogiornalisti legata all’uso del digitale, che padroneggia linguaggi nuovi: non più solo la macchina fotografica, ma anche piccoli video veicolati poi su internet. non è vero che questo mestiere è morto, anzi, ha ancora più motivo di esistere. Quello che manca è un supporto vero da parte delle testate. Quando negli anni Settanta ho cominciato c’erano staff di fotogiornalisti quasi in ogni giornale, poi le testate hanno iniziato a dare sempre più importanza alle agenzie fotografiche, che fornivano un’ampia gamma di servizi. Gli editori hanno iniziato a considerare i fotoreporter un costo che poteva essere evitato, e quando sono andati in pensione, i miei vecchi colleghi non sono stati rimpiazzati da nuovi assunti. da lì le agenzie hanno cominciato a dominare il mercato, grazie a

costi bassissimi che hanno abbattuto la concorrenza. oggi non c’è stimolo a produrre servizi fotografici e le difficoltà sono enormi: i costi di gestione sono diminuiti, si corre, si manda a scattare ma alla fine si pubblica poco. Quanto ai freelance, il fatto che siano costretti ad autofinanziarsi non è certo un bel modo di porsi professionalmente. devono essere pagati, come qualsiasi altro lavoratore. ormai siamo al mercato più bieco, il fotogiornalismo è diventato un mestiere per ricchi, dove la base economica è fondamentale. Che rapporto ha con le agenzie fotografiche?

La fotografia è strumento per analisi profonde: trasmette esperienze e non è mai fine a sé. Faccio questo mestiere perché amo la storia. non ho mai ricevuto proposte di assunzione, ho sempre lavorato come freelance. le agenzie ti tengono in scacco, propongono i tuoi lavori solo se ritengono che siano appetibili. non ho mai visto fotografi diventare ricchi perché le loro foto erano ben distribuite, anzi, alcuni ne sono usciti perché insoddisfatti di come erano trattati i loro lavori. Far parte di un’agenzia costi-

tuisce per molti una necessità, ma per quanto mi riguarda non sono altro che venditori di immagini. Tendono a produrre solo ciò che chiede il mercato, non certo le grandi inchieste. Queste rimangono una cosa per pochi, che oltretutto vivono in una mediocrità economica e di idee perché non c’è nessuno che li supporta. oggi sono le ong o le agenzie dell’onu a finanziare

progetti, soprattutto servizi di denuncia. dal canto mio cerco di andare avanti basandomi su storie particolari, sugli approfondimenti, e di essere fedele a me stesso. Seguo due grandi progetti che mi appassionano profondamente: da una parte la documentazione dei conflitti in corso e le conseguenze della guerra sulla gente comune, dall’altra la condizione di clandestini, rifugiati, immigrati che hanno il permesso di soggiorno ma incontrano grosse difficoltà a inserirsi nel nostro tessuto sociale. Sono racconti pieni di luci e ombre, ma ci sono anche le belle storie di quelli che ce l’hanno fatta. cerco di fare un giornalismo con la schiena dritta, ma ne pago le conseguenze, perché oggi il mercato chiede altro. Il fotogiornalismo oggi è al centro di eventi come mostre e rassegne, più che dei giornali. mi sono reso conto che per chi intraprende questo mestiere è importante tenere workshop. Per tanti anni ho corso cavalcando i fulmini: ero sempre in movimento, sia in italia sia all’estero. adesso mi sono reso conto che è fondamentale trasmettere la propria esperienza professionale a giovani o persone che si avvicinano a questo mondo. in tanti mi scrivono per avere dei consigli, molti vengono alle mie mostre, altri ancora mi chiedono di tenere dei corsi sulle mie foto della guerra nella ex Jugoslavia. il contatto diretto con le persone dà un senso a tutto quello che ho fatto. Sottolinea spesso la necessità di approfondire e di tornare sui luoghi. Sembra che nel suo caso la fotografia abbia più valore come memoria storica che come testimonianza dell’evento in presa diretta. la fotografia è un documento dal quale partire per analisi più

profonde: serve a trasmettere esperienze e non è mai fine a se stessa. Faccio questo mestiere perché amo la storia più della fotografia, mi appassionano le persone che vivono una certa condizione, e uso la macchina fotografica per raccontarla. dell’estetica fine a se stessa non m’importa nulla, non ho il gusto del click: mi interessano le storie della gente e il mio rapporto con loro. ritornare negli stessi luoghi poi è importantissimo, perché si può vedere cos’è successo nel tempo e ricavarne una prospettiva storica. Sono l’approfondimento e la costanza dell’impegno a dare un respiro più ampio e un peso maggiore a tutto il mio lavoro. in questo senso, la formazione culturale per me resta essenziale. non basta fare delle belle fotografie: i grandi progetti che hanno fatto la storia del fotogiornalismo vengono da un approccio alto, di analisi delle cose e delle persone. Nel 2006 ha realizzato un reportage in Vietnam e denunciato gli effetti dell’Agent Orange a 30 anni dal conflitto con gli Stati Uniti. Ha mai esitato a pubblicare immagini così crude? no. È una realtà terribile che va documentata fino in fondo. Quelle sull’agent orange sono foto che è doveroso fare e che sarebbe doveroso vedere per rendersi conto della portata delle guerre sulla popolazione civile dopo tanti anni. come professionisti, abbiamo l’onere di creare una documentazione che sarà la memoria dei nostri figli: sulle vittime dell’agent orange nessuno potrà dire «non sapevo». Per fare questo lavoro ci vuole un profondo impegno anche di carattere civile: bisogna andare, tornare, documentare. a dispetto di tutti gli ostacoli, l’importante è continuare a farlo. MAGZINE 17 | gennaio 2012

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libertà di stampa

La censura colpisce i cyber cittadini di Bianca Senatore

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irmania, cina, cuba, iran, corea del nord, arabia Saudita, Siria, Turkmenistan, Uzbekistan e vietnam. Sono questi, per reporters senza frontiere, i Paesi nemici del web. il rapporto, la cui prima edizione risale al 2008, ogni anno è aggiornato in occasione della giornata mondiale contro la cyber censura del 12 marzo, ed è tornato in auge ora che il congresso Usa si accinge a votare la legge contro la pirateria on line (Sopa). c’è un dato che salta subito all’occhio: se all’inizio del 2010 gli utenti di Facebook erano 250 milioni, alla fine dell’anno il social network ha registrato oltre il doppio degli iscritti. lo stesso è accaduto per Twitter, che accoglie tra le sue pagine digitali 100 milioni di profili in più rispetto all’anno precedente. Tutto merito della cosiddetta “primavera araba”, che ha fatto di internet uno strumento di protesta e una via immediata ed efficace attraverso cui far viaggiare le informazioni verso la popolazione. Per contro, i media tradizionali si sono resi conto dell’importanza dei nuovi mezzi di comunicazione soprattutto durante le rivolte in Tunisia e in egitto quando, alla repressione dei governi, si è contrapposta una potente reazione di utenti di

Tra i sorvegliati speciali del web figura anche la Francia: chi cerca di scaricare opere coperte da diritto d’autore è censito e segnalato 10

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social network, protagonisti e narratori del cambiamento politico e sociale. a quel punto, i regimi autoritari di tutto il mondo hanno preso coscienza del web 2.0 anche come risorsa per la propaganda interna, proprio per arginarne il potenziale eversivo. Un’arma in più accanto alla tradizionale censura. Per esempio, l’iran, nell’ultimo anno, ha intensificato controlli, filtraggio e repressione condannando a morte alcuni blogger sostenitori della rivolta. anche in Siria la stretta morsa della censura ha ostacolato molte manifestazioni di protesta contro il governo; l’arresto di almallouhi, il più giovane blogger al mondo dietro le sbarre, ha creato un’indignazione collettiva nella blogosfera. nel rapporto di reporters senza frontiere è presente anche l’elenco di tutte le nazioni in cui internet è libero ma sorvegliato: australia, Bahraïn, egitto, eritrea, libia, malesia. e ancora russia, corea del Sud, Sri lanka, Tailandia, Tunisia, Turchia, emirati arabi e venezuela sono i Paesi in cui la vigilanza sul web è piuttosto alta. Tra le nazioni “sorvegliate speciali” è stata inserita per la prima volta anche la vicina Francia. Per i cugini d’oltralpe, soprattutto giornalisti, il 2010 è stato un anno difficile tra restrizioni, pressioni sulle fonti e citazioni in giudizio. Tutto a causa della norma dei “tre colpi”: una legge che prevede il filtraggio amministrativo del web minando la libera circolazione delle informazioni online.

Per­saperne­di­più http://12mars.rsf.org

Le maschere digitali dei blogger dissidenti di Giovanni Naccarella

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Gni Giorno nascono 120 mila nuovi blog e tra questi molto probabilmente ci sarà almeno una nuova voce autorevole del giornalismo partecipativo. Perché quelli che una volta erano solo consumatori di notizie oggi sono voci globali, spesso uniche e dunque preziose, perché provengono da realtà poco coperte dalla stampa tradizionale. Proprio per aiutare gli utenti della rete a superare i controlli (informatici e non) che sempre più governi mettono in atto per bloccare i contenuti, reporter senza frontiere ha pubblicato il manuale per blogger e cyberdissidenti; all’interno si possono trovare suggerimenti pratici su come diffondere e condividere informazioni in rete evitando la chiusura o l’oscuramento del proprio sito, ma anche ritorsioni, minacce fisiche e morali. in più, il manuale ricorda le regole d’oro, sia di programmazione html sia di contenuto, che possono trasforare un blog semisconosciuto in un punto di riferimento per citta-

dini e giornalisti. altrettanto importante è avere a disposizione una casella mail protetta: solo in questo modo, infatti, è possibile comunicare anonimamente utilizzando uno pseudonimo oppure criptando i propri messaggi, per assicurarsi una privacy reale. inoltre, per pubblicare al riparo dalla censura, si può ottenere un indirizzo ip mascherato grazie a reti di tunnel virtuali come Tor o utilizzando server che fungono da interfaccia tra l’utente ed il provider. la vera regola d’oro, in assenza di connessioni sicura, è e rimane anche la più elementare: per evitare di lasciare tracce personali sul web, è sempre meglio postare da luoghi pubblici come internet caffè o biblioteche molto frequentate. accanto a nozioni e suggerimenti tecnici come tunneling e connessioni criptate, gli autori del Handbook for bloggers and cyber-dissidents sottolineano come le competenze tecniche non siano gli unici requisiti per essere blogger in grado di eludere la censura: contatti affidabili in Paesi non sottoposti alle limitazioni dell’informazione, dalla Svezia agli Stati Uniti, possono essere uscite di sicurezza indispensabili quando si pubblicano informazioni delicate.

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L’altra California dello storytelling di Arianna Filippini

Tutta l’America vista dalla strada di Luca Pierattini

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Uandonel 2004Drea Cooper, filmmaker, e Zack Canepari, fotografo, collaborano per la prima volta, scoprono di avere la stessa concezione del visual storytelling. lavorare insieme diventa una priorità che, però, non si realizza almeno fino all’estate 2009, quando drea e Zack si incontrano per la seconda volta. in california. la recessione morde, tutto è cambiato, e allora drea e Zack decidono di raccontare come il sogno americano sia diventato un incubo. cercano storie significative, capaci di offrire una prospettiva inusuale su tematiche dibattute da tutti, ma, soprattutto, cercano storie di grande impatto visivo. la california diventa lo scenario ideale, non soltanto per le facilitazioni che la culla della cinematografia garantisce ai film maker. nello Stato della east coast ci sono disneyland, Scientology, lo sviluppo tecnologico della Silicon valley e il silicone delle star. la california, spiegano cooper e canepari, è «il posto dove uomini e donne si agitano, sono “brandizzati” e poi venduti, come le California Girls dei Beach Boys, o la serie televisiva California Dreams». la california, insomma, è “il” posto, e da qui nasce il nome del sito internet, Californiaisaplace.com, sul quale cooper e canepari, sette mesi dopo aver girato Cannonbal, il loro primo video, iniziano a pubblicare i loro lavori. con Cannonball, in sei minuti raccontano la deso-

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lazione di Fresno, il simbolo del sogno californiano dove per esserci si doveva possedere un’auto, una casa e una piscina di lusso. ogg, quelle piscine, realizzate da ditte locali da nomi evocativi com “Sunny Side” e “champagne”, sono diventati il simbolo di un ciclo storico concluso: le vasche sono state trasformate in skatepark. Californiaisaplace.com ha la struttura essenziale del blog, ma la sua anima è profondamente crossmediale: «È stata l’evoluzione qualitativa delle macchine fotografiche, come la canon 5d - spiega Zack canepari -, a convincermi che girare un video possa essere l’estensione della fotografia». il progetto è stato lanciato due anni fa e oggi vanta un numero di visualizzazioni che può competere con un quotidiano online (oltre 100mila ogni due/tre giorni) nonostante i video pubblicati siano solo otto. Un successo reso possibile da vimeo e dall’invito a condividere e ripubblicare i video sui social network: «Per i filmmaker indipendenti – sottolinea drea cooper – vimeo ha rappresentato una rivoluzione enorme paragonabile soltanto al montaggio con il Final cut Pro». nonostante il successo e la partecipazione, con Aquadettes, al Sundance Film Festival, Californiaisaplace.comrimane un piccolo tempio dello storytelling: cooper e canepari vogliono raccontarvi le loro storie e sono disposti ad accettare sostegni solo senza dover in cambio riempire le pagine di banner.

ain Street è il nome assegnato alla strada principale di ogni piccolo centro americano; in gergo economico, invece, main street significa economia reale, cioè occupazione, inflazione e consumi. negli Stati Uniti sono 10.466 le città e cittadine con una main Street: da San luis, in arizona, dove la via principale è una strada senza uscita che finisce sul confine messicano, a melvindale, in michigan, dove main Street taglia in due quel che rimane del più grande stabilimento Ford. Poiché l’economia reale gira proprio lì, oltre che attorno a Wall Street, due producer audio, un artista digitale e un economista hanno deciso di mappare questa dimensione degli Stati Uniti creando mappingmainstreet.org, progetto partecipativo che vuole portare alla luce le storie dell’altra america. Prima di aprire agli utenti della rete la loro mappa e invitarli a inviare contributi, Kara oehler, anna Heppermann, Jesse Shapins e James Burns hanno percorso 12mila miglia a bordo di una Subaru per scattare foto, girare video e intervistare i protagonisti delle main Street. a sostenerli, lungo il percorso sono arrivati anche l’Università di Harvard, la national Public radio, la corporation for Public Broadcasting e l’association of independents in radio. MAGZINE 17 | gennaio 2012

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digital storytelling

Oltre la metropoli Con In Situ, Antoine Viviani racconta la città attraverso lo sguardo artistico dei personaggi ai margini, degli architetti, dei sociologi e dei filosofi, che denunciano il progressivo conformarsi degli spazi urbani europei di Valeria Castellano

Periodico realizzato dal master in Giornalismo dell’Università cattolica - almed © 2009 - Università cattolica del Sacro cuore direttore matteo Scanni coordinatori laura Silvia Battaglia, ornella Sinigaglia

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a meTroPoli non è anonima: tra i palazzi e in mezzo a folle apparentemente tutte uguali si nascondono personaggi più o meno straordinari, come l’uomo che ha costruito una marionetta gigante che fa passeggiare sui marciapiedi, o quello che danza con una gru. l’umanità anticonvenzionale che ogni giorno incrociamo nelle metropoli è al centro del lavoro di Antoine Viviani, regista che per Arte ha realizzato il webdocumentario interattivo In Situ. attraverso lo sguardo e le performance di artisti e accademici, In Situ ha esplorato, e continua a farlo attraverso la partecipazione degli utenti di internet, gli spazi pubblici urbani. Una ricerca e una sperimentazione artistica che dalle strade di un’unica immaginaria città ha portato viviani all’assegnazione del premio Best digital documentary storytelling all’ultima edizione dell’idfa.

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Come nasce In situ? Per raccontare la metropoli ho pensato di usare gli occhi di alcuni artisti incontrati durante i miei viaggi in Germania, Francia, Spagna e Belgio. i protagonisti di In Situ sono diversi tra loro, eppure sono legati dal rapporto con il luogo in cui vivono: sono persone che vivono la metropoli come un'opera d'arte. Sono stati loro stessi a ispirarmi. Quando li seguivo ho iniziato a interrogarmi sul senso di ogni loro azione. Per esempio, la donna berlinese che spende le sue giornate a staccare adesivi nazisti e a cancellare scritte che esortano all'odio razziale. non è un'artista nel senso puro del termine, eppure la sua scelta di vita non la rende meno romantica o poetica di un pittore. Quanti mesi di produzione ci sono voluti? È stato tutto molto frenetico: ho iniziato il 2 maggio del 2010 e concluso a luglio del 2011. abbiamo lavorato senza

sosta: il team era composto da sole otto persone. Qual è il valore aggiunto dell’interattività? la metropoli è il luogo dove si sfiorano esistenze straniere fino a intrecciarsi e dove ogni giorno nascono nuove idee. Per questo il mio documentario non ha fine. attraverso la cartina interattiva, lo spettatore può interagire con il mio lavoro, può diventarne il protagonista: chiunque può aggiungere la sua esperienza e le immagini del luogo in cui vive. l'interattività è lo strumento per entrare dentro il film e personalizzarlo. insomma, il pubblico è il padrone del mio lavoro e io stesso non so quando e come finirà. Se la città è uno spazio di libero scambio di idee e di speranze, il mio In situ non poteva essere diverso.

Per­saperne­di­più http://insitu.arte.tv www.idfa.nl

redazione matteo Battistella, Giuseppe Borello, Francesca Bottenghi, enrico camana, luciano capone, valeria castellano, Francesco colamartino, Francesco collina, alessandro cracco, Stefano de agostini, michele d’onofrio, chiara daina, Giulia destefanis, danilo elia, arianna Filippini, Giacomo Galanti, Simone Giancristofaro, Giuliana Grimaldi, cosimo lanzo, alessandro massini innocenti, Francesco mattana, Giovanni naccarella, antonio nasso, chiara Panzeri, luca Pierattini, rosa ricchiuti, denis rizzoli, eleonora rossi, Gabriele russo, Stefania Saltalamacchia, alessio Schiesari, Giacomo Segantini, Bianca Senatore, Francesca Sironi, matteo Sivori, linda Stroppa, andrea Tundo, Gianluca veneziani, vittoria vimercati amministrazione Università cattolica del Sacro cuore largo Gemelli, 1 20123 - milano tel. 0272342802 fax 0272342881 magzinemagazine@gmail.com

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