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Magazine | Arte e Cultura | anno 2 | n 10 | Maggio | 2012

innovazione Nuove tecniche e materiali per le sculture del 3째 millennio

Renzo Borghetti

Project Manager Presidente Europeo

Menhir Music

& Art

presenta Ing. Marco Ambrosini produzioni artistiche e design

PER

Marco Ambrosini

Scultore

CI SONO CAFFE’CHE DESIDERI GUSTARE, ALTRI CHE NON PUOI DESIDERARE

SI EFFETTUANO PRENOTAZIONI DI PASTICERIA -COLAZIONI A DOMICILIO-HAPPY HOUR-

Geleti Artigianali | produzione propria |

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ExpoArt

INFO: 081.3416232

Direttore Editoriale Carlo Capone

Antonio Marino, Carmine T.A.Verazzo , Gabriele Romeo , Francesca Mezzatesta Carlo Capone , Valeria Ferronetti , Elena Pianese, Francesca Scotti, Alessandro Carotenuto , Oscar Marino.

Apriamo questo nuovo numero del nuovo magazine esprimendo tutta la nostra soddisfazione e riconoscenza per i lusinghieri consensi che ci pervengono, da quanti, sempre più numerosi, ci seguono. Ciò rafforza in noi la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta: quella del coinvolgimento, della partecipazione alla Rivista, dei lettori, i quali interagiscono con noi direttamente con proposte e commenti. Ed annotiamo, che non si tratta soltanto di Artisti e di appassionati d’Arte , ma di persone provenienti da esperienze e da situazioni ambientali spesso del tutto differenti. A conferma di quanto appena affermato, è con grande orgoglio ma anche con grande umiltà che raccontiamo di una significativa lettera recentemente pervenutaci da parte di un detenuto, il quale, dichiarandosi entusiasta del nostro giornale, ci ha invitato a spedirgli una copia delle prossime uscite in abbonamento. Questo, dal momento che si occupa all’interno del penitenziario anche di discipline plastiche, per arricchire le sue conoscenze in materia. Pertanto ExpoArt si riserva il privilegio di far recapitare a questo speciale ed appassionato lettore il proprio magazine totalmente a proprie spese. Una sorpresa inaspettata, che viviamo come ulteriore stimolo a lavorare con coscienza e passione. Ma, al di là del sottile piacere dovuto alla appena acquisita cognizione di riuscire a penetrare anche laddove altri non riescono, smuovendo sensibilità del tutto inaspettate, si rinnova in noi la convinzione che l’Arte possa e debba essere uno strumento riabilitativo in ogni campo. Fatta questa premessa a cui tenevamo particolarmente, veniamo alla parte che sicuramente suscita maggiore interesse nel lettore: i contenuti. Prosegue lo Speciale Musei d’Italia, rubrica nata con l’auspicio di sensibilizzare le masse sulla tremenda crisi che sta attraversando la categoria museale italiana. È di poche settimane fa la triste notizia, che ha suscitato scalpore e diviso l’opinione pubblica, del direttore del Museo CAM di Casoria, Antonio Manfredi, il quale, vessato dalla camorra ed in seguito ai tagli dei fondi pubblici attuati da parte dello Stato, ha inscenato una clamorosa protesta, bruciando alcune opere appartenenti alla collezione permanente. “Vogliono farci chiudere – ha affermato Manfredi-, e allora bruceremo le opere”. Pur non esprimendo pubblicamente la nostra personale opinione sulle scelte sicuramente estreme operate dal direttore Manfredi, ExpoArt manifesta la propria vicinanza a lui e tutti i suoi collaboratori. Chiusa questa doverosa parentesi, nel numero che andrete a sfogliare, trova grande spazio un articolo riguardante il Real Sito Borbonico di Carditello. Un complesso storico–artistico e monumentale di grande interesse culturale, ubicato nel territorio casertano, il quale purtroppo versa in un deplorevole stato di incuria ed abbandono. Grande risalto ha l’intervista esclusiva all’attore napoletano Massimiliano Gallo, uno dei migliori artisti del nostro panorama degli ultimi anni, reso famoso da registi del calibro di Ozpetek, e dalla stretta collaborazione teatrale con Vincenzo Salemme. Sempre interessanti, poi, sono le consuete rubriche dedicate al mondo della musica, della letteratura e della cultura. Non potrebbe mancare la prosecuzione del Romanzo d’appendice “L’urlo del mare” dello scrittore Carmine T.A. Verazzo con due nuovi avvincenti capitoli. All’interno della Rivista, tra gli altri, anche un dotto servizio sulle Platee della R.C.S. dell’ Annunziata di Aversa. Nelle pagine interne, inoltre, da non perdere gli interventi di Artisti protesi nella ricerca e nella sperimentazione di nuove tecniche scultoree. Buona Lettura Carlo Capone

distribuzione gratuita

Presidente Ass.ExpoArt

ExpoArt 3

CARDITELLO, un sito reale da salvare

N

ella campagna a sud di Capua, tra i centri di Casaluce e S.Tammaro ( da cui dipende), si trova “semi abbandonato” il sito reale cosiddetto di Carditello. Un complesso storico-artistico e monumentale di grande interesse,lambito dai Regi Lagni, che insiste nel luogo dove si accamparono (all’inizio del sec .XI ) i primi Normanni, fondatori della contea di Aversa. Il sito, che originariamente comprendeva un ‘ area di circa 8.000 moggi, fu acquistato da Carlo III di Borbone nel 1745 e destinato a tenuta di caccia, per le varie specie di volatili e animali che vi avevano trovato l’habitat ideale per prolificare. Per potere far accogliere il sovrano con la famiglia, esso fu poi trasformato ed adattato per la bisogna divenendo Casino reale per mano dell’arch. Francesco Collecini, primo aiutante di Luigi Vanvitelli , artefice anche di quello di San Leucio. Il quale fece di una vecchia masseria, chiamata “ La foresta”, dove si immagazzinavano strumenti e prodotti agricoli, una piccola Reggia venatoria con i dovuti annessi e connessi. Consistente in una capiente palazzina centrale, con due corpi di fabbrica laterali, e dietro una corte di stalle con magazzini e locali per la trasformazione del latte. Le stalle, dove si allevavano mucche e cavalli di razza per la caccia, si aprivano su una pista anulare ( in terra battuta ) che era teatro di gare e di giostre che richiamavano sul posto molta gente, oltre ai regnanti. Vi erano anche apposite scuderie. Addossata al complesso, una meravigliosa chiesetta settecentesca nella quale Re Nasone (Ferdinando IV ) soleva ascoltar messa con i suoi nei giorni festivi. Il corpo centrale del complesso era (ed è ) quello che contiene gli elementi architettonici - artistico più interessanti e si articola su due piani,sormontati da una altana baroccheggiante. Nel primo piano vi erano la cucina, l’armeria e le salette di ristoro per il personale(disposte su due androni) e fuori due scale simmetriche che portavano e portano al piano superiore, quello destinato ad accogliere i reali con un accattivante salone per i ricevimenti.

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ExpoArt

Il tutto finemente affrescato con scene campestri e di caccia, decorato da stucchi e corredato da statue a cui lavorarono alcuni artisti già impegnati nella costruzione della più grande e celebrata Reggia di Caserta. Un complesso insomma,quello di Carditello, di tutto riguardo (con fontane ed obelischi ) e di alta qualità poetica ed estetica che non aveva ( e non ha, se ristrutturato dovutamente) nulla da invidiare agli altri siti borbonici disseminati per la Campania. Usciti di scena i Borbone, il sito,caduto nell’abbandono,è stato via via saccheggiato perdendo col materiale il suo originario splendore. Nella prima metà del novecento ha ospitato, nei suoi locali, una Sezione dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci e, in seguito, l’Ente gestione per la Bonifica del Basso Volturno. Alcuni anni or sono, con il dislocamento di determinate Facoltà Universitarie napoletane e campane, si apprestava ad accogliere una sezione distaccata della Facoltà di Agraria di Portici e, per scelte diverse, non se n’ è fatto poi più nulla. La sola cosa che si è fatta è quella che , in un corpo di fabbrica ( a pianterreno), è stato istituito un ricco Museo d’Arte Contadina con prodotti, attrezzi campestri e foto d’epoca. Il complesso, una volta boccheggiante di vita ed operosità, sta attraversando ora un periodo di incuria e abbandono e , se non si interverrà il tempo, finirà col rovinare definitivamente. All’uopo, essendo venuti meno i finanziamenti per una sua doverosa quanto opportuna ristrutturazione, si sta pensando- se siamo ben informati -di metterlo in vendita rischiando di farlo cadere in mani private: una cosa deplorevole, da cercare di scongiurare con ogni mezzo. Facendo appello alle coscienze perché ciò non avvenga, ci auguriamo e non senza preoccupazione che tutto possa incanalarsi sulla strada giusta e che il complesso in oggetto possa essere salvato, recuperato e destinato alla fruizione pubblica. Questo per amore della nostra storia e dell’Arte in particolare . Alessandro Carotenuto

Letteratura

PROSEGUE IL VIAGGIO NEL ROMANZO D’APPENDICE CON IL CONTINUO DELLA STORIA CHE HA AVUTO INIZIO NEI NUMERI PRECEDENTI DELLA NOSTRA RIVISTA

L’URLO DEL MARE di Carmine T.A. Verazzo Capitolo decimo Vedo navi all’orizzonte. Come pulviscolo d’universo valicano le te disposte dalla Susy nell’angolo del bar adibito a privé, il cui linee imperfette del mio sguardo assorto. Aroma di mare mi si soffitto era attraversato da una volta di pietra. Sotto quella volta stringe dentro, sbarrando tutte le uscite. Questo aroma intenso di antica pietra, nelle sere di luna, attraverso un largo finestrone, e pungente rinchiuso nel mio stomaco che poco alla volta per- il riflesso delle onde s’insinuava per creare meravigliosi ed ipnovade ogni cosa. Sotto questo cielo grigio, qualche volta la mia tici giochi di luce.E quella sera, signori, che luna. La luna era in mente viaggia e si trasforma in nuvola. Sotto questo cielo che piena, il mare appena agitato, nell’aria il profumo della salsedine. sembra fatto di lacrime, sono il solo a restare in attesa. Stava L’uomo si era abbandonato totalmente alla magia di quella seraritto dinanzi al mare. Soltanto a lui poteva confessare i tormenti ta, dedito sorseggiare il rum invecchiato della riserva personale che gli divoravano l’anima. Ed il mare, di rimando, gli parlava. della Susy, e con la naso all’insù, rimase incantato a guardare lo Gorgogliando, col frenetico sciabordare delle sue onde irregola- spettacolo di luci che andava in scena sul soffitto. L’uomo beveva ri, ognuna sempre così diversa da quella che l’ha preceduta. Le e guardava, mandava giù lunghi sorsi di rum e si riprometteva di onde sono come le persone. Tutte così simili tra loro. Ma non godersi quel momento, di fermare l’istante. Aveva promesso a sé esiste onda che possa essere uguale a nessun’altra. Un gabbiano stesso di non pensare. Almeno per quella sera. Di non pensare dispettoso si librava con le sue grandi ali in cerca di qualche im- più alle amarezze dei giorni appena trascorsi. E così era piomprovvido branzino che nuotasse a pelo d’acqua. Gli svolazzava bato in un sonno leggero e profondo. Uno di quei sonni in cui davanti riducendo il suo campo visivo. L’uomo era adesso preda i rumori esterni si insinuano con la proiezione dei sogni, e ne di un’ansia rabbiosa, salita piano, emersa goccia dopo goccia dal fanno parte, ne diventano i contenuti. Così il profumo del sale profondo. Una rabbia che saliva sospinta da un’insana paura di gli era penetrato dentro, ma a quell’aroma si era aggiunto anche qualcosa. Di quel qualcosa immateriale che non si vede, ma che un altro effluvio, più femminile, più sensuale. In un primo istante c’è, è intorno a noi. Qualcosa che culliamo dentro di noi, senza Vito attribuì alla presenza della giovane donna che amoreggiava lasciare che vada via. Qualcosa di vivo che solo nella nostra più col compagno quella carica di eros di cui era impregnato il soassorta intimità siamo in grado di accettare come vivo. Di reale. gno. Ma, poi, una risata argentina lo indusse a volgere lo sguardo Paura per le cose che più ci stanno a cuore, perché sono quel- verso il fondo della saletta. E lì la vide. In un cantuccio, come le che possono farci più male. Tremendamente male. Giorgio lo in attesa nella penombra, due file perfette di denti bianchi come aveva colto alla sprovvista. Tutte quelle novità, sparate così in perle squarciavano l’oscurità, ed una voce limpida e cristallina, una volta sola, tirategli addosso come colpi di mitraglia. Quante con una leggera cadenza esotica, si rivolse a lui: “Scusa, non era emozioni in così poco tempo. Una vera e propria girandola di mia intenzione ridere di te. Ma hai fatto un salto…sembravi una sensazioni contrastanti. Il piacere per l’amico ritrovato. Il dolore rana!Gra!Gra!” e così, sempre reggendo il bicchiere di Jack Daper la scoperta di quanto Giorgio fosse cambiato. Lo sgomen- niel’s in cui tintinnavano dei cubetti di ghiaccio, lei improvvisò to per i suoi piani. La luce cattiva che aveva scorto in fondo ai anche il verso dell’animale. E non solo. Mentre tentava di porsuoi occhi. Ma adesso non era più tempo di piangersi addosso. gergli le sue scuse in un modo alquanto bizzarro, lei non sembraAvrebbe affrontato l’amico, era certo che sarebbe riuscito a ri- va intenzionata a smettere di ridere, e questo non dava certo creportarlo alla ragione. “Se soltanto trascorressimo un po’ di tempo dibilità al suo gesto di rincrescimento. Ma Vito, che era sempre insieme” pensò “gli mostrerei tutta la bellezza del Mare”. E così, stato persona di spirito, per nulla permaloso, prese a ridere sua convinto di poter far riconsiderare all’amico i folli propositi, Vito volta, facendo capire alla sconosciuta interlocutrice con un plasi ripropose di condividere con lui il suo inconfessabile segreto. teale gesto della mano che era tutto a posto. Anzi, i due, probaEra animato dalla convinzione che nulla possa legare due perso- bilmente supportati in questo dai fumi dell’alcool di cui avevano ne più della condivisione di un tale segreto. Quel segreto di cui cominciato ad abusare dalle prime ore della sera, presero a ridere solo il vecchio Giano era a conoscenza. Giano il quale non era sonoramente, senza alcun motivo apparente. Risero di gusto, lei stato altro che il frutto della sua fervida immaginazione. L’incar- si rovesciò anche qualche goccia di whisky sulle gambe nude. nazione del suo viscerale bisogno di un’intima complicità a cui Risero fino alle lacrime. Poi entrambi smisero di ridere, nel meaffidare il suo inconfessabile segreto. Gli avrebbe aperto il suo desimo istante. Lui si asciugò gli zigomi salati con il dorso della cuore e parlato dell’incontro su quella scogliera, in un lontano mano e tentava di riprendere fiato. Lei si alzò solennemente, col giorno di tanti anni addietro. Gli avrebbe raccontato della Dama suo bicchiere tra le dita, il corpo avvolto in un pareo dai colori sgargianti. Un paio di gambe lisce ed affusolate facevano bella del Mare. mostra sotto quelle esili vesti che, indossate da lei, parevano gli Capitolo undicesimo Sabbia fine e rilucente, sabbia d’argento che scotta le mie im- abiti di una regina. Con regale eleganza avanzò verso di lui. Ad pronte, lasciate come passaggio indelebile di un minuto che non un tratto un raggio di luna le illuminò il viso. E fu allora che Vito termina e mi assorbe le idee e mi prosciuga le lacrime, quan- riconobbe in lei la donna dalla pelle d’ebano il cui sguardo aveva do da solo, senza che nessuno possa vedere, faccio l’amore col incrociato sulla spiaggia, lasciandolo ammaliato. E fu allora che mare… Ridestato di soprassalto dal rumore di un bicchiere che il tempo si fermò. E furono solo i corpi a parlare. Le bocche si andava in frantumi, l’uomo interruppe il sogno in cui ancora una cercarono avidamente. Sciolte dall’intreccio delle dita, le unghie volta il mare si mostrava suo complice fedele. :”Sorry!” gli disse graffianti di lei sul suo petto, come a volergli strappare il cuore. imbarazzata una giovane donna straniera, ancora acciambellata Poi lei reclinò il capo all’indietro, offrendogli il suo collo, con sulle gambe del suo compagno, a giudicare dall’aspetto, molto cui l’uomo saziò la sua sete d’amore. Le loro anime si cercarono più maturo di lei. I due si alzarono in fretta, e dopo aver tentato di a lungo, si avvinghiarono, si mescolarono, fino a fondersi e diraccogliere qualche coccio di vetro dal pavimento, abbandonaro- ventare un’anima sola. no la sala con aria colpevole. Stropicciandosi gli occhi, egli fece del suo meglio per ridestarsi del tutto dal sonno appena interrot- Fine dell’undicesimo capitolo: seguite il prosieguo della storia to. Vito s’era assopito su una delle poltrone di bambù saggiamen- sul prossimo numero di ExpoArt ExpoArt 5

Tarzariol Lucio Giuseppe Da Castello Roganzuolo

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ucio Tarzariol da Castello Rpoganzuolo, l’Artista fondatore del movimento artistico “I REMINISCENTIi” che con i suoi studi e sue ricerche ha coniato, nel mondo del Arte il termine “ARCHEOALIENISMO” esporrà “il Djed” alla Mostra:” Il TEMPIO DI OSIRIDE SVELATO” presso La Scuola Grande di San Giovanni Evangelista a Venezia dal 2 Giugno al 21 Ottobre 2012. L’opera rappresenta i tre simboli fondamentali degli antichi egizi, ritrovabili nello scettro dell’più antico dio egizio, Ptah, ecco il pensiero dell’autore: “Lo scettro, a mio parere, rappresenta il Potere Creativo (uas) dello spirito sulla materia (ankh con il cerchio che simboleggia lo spirito sopra la croce che rappresenta i quattro elementi della materia; simboli che insieme rappresentano “l’evoluzione della vita sulla Terra) che attua “Creazione” attraverso l’equilibrio variegato e lo status diversificato delle energie (il djed equilibratore dell’energia). Lo zed inserito nella Piramide iniziava gli adepti, ecco svelatovi il segreto delle piramidi egizie e precolombiane come quelle di Teotihuacan, termine che non a caso lingua nahuatl, significa per l’appunto: “luogo dove gli uomini si trasformano in divinità”; apparirà così chiaro, anche perché, Osiride, associato anch’egli a Ptah è il: ”Mito della Rinascita Regale”.

PIRAMIDE SPERIMENTALE

DJED

Indirizzo: Vicolo Tagliamento, 10 - 31020 San Fior (Treviso) Sito internet: http://www.artealiena.it E-mail: reminiscenti@inwind.it / info@artealiena.it

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ExpoArt

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ArteNatura

International Land Art Meeting and Exposition Terza edizione 14-19 maggio Nel Parco del Museo Archeologico-Castello di Torre meeting di artisti nazionali e internazionali. Humus Park è un’iniziativa di Nord Est: Cantieri di arte pubblica, progetto realizzato nell’ambito di Creatività Giovanile, promosso e sostenuto dal Dipartimento della Gioventù - Presidenza del Consiglio dei Ministri edall’Anci - Associazione Nazionale Comuni Italiani Direzione artistica:Gabriele Meneguzzi, Vincenzo Sponga Assistenti giovani:Fabrice Mulumba Kaninda, Simone Pivetta Giovani artisti “Nord Est cantieri di arte pubblica”: studenti delle Accademie di Belle Arti di Venezia e di Brera e dell’Istituto Statale d’Arte Galvani di Cordenons

HUMUS PARK 2012

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ealizzare opere d’arte utilizzando esclusivamente materiali naturali reperiti sul posto. La sfi da per Humus Park, meeting internazionale degli artisti di land art organizzata dal Comune di Pordenone, con la direzione artistica di Gabriele Meneguzzi e Vincenzo Sponga, rimane la stessa anche per la terza edizione in programma dal 14 al 19 maggio, al Parco del Museo archeologico Castello di Torre. Il luogo è già di per sé affascinante e ricco di stimoli: ricco non solo di verde, ma anche di acqua sorgiva (con il particolarissimo fenomeno delle risorgive), di storia antica (il castello ospita il Museo Archeologico, e poco più in là si trovano i resti di una villa di epoca romana), storia medievale (epoca della costruzione del castello) e contemporanea (con i vicini edifi ci, interessanti esempio di archeologia industriale), cui si aggiunge la presenza dell’Immaginario Scientifico, innovativo luogo dedicato alla formazione e alla didattica scientifi ca, anch’esso ospitato in un vecchio opifi cio restaurato. Qui arte, gioco e natura tesseranno le loro trame con la complicità degli artisti nazionali e internazionali, affi ancati dagli studenti delle Accademie di Belle Arti di Venezia e Brera e dell’ISAC di Cordenons selezionati attraverso il bando “Nord Est: cantieri di arte pubblica” nell’ambito di Creatività Giovanile, promosso e sostenuto dal Dipartimento della Gioventù - Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall’Anci. A coppie lavoreranno per una settimana (dal 14 al 18 maggio) facendosi ispirare dal luogo e da ciò che la natura offrirà loro (acqua, foglie, sassi, rami, alberi, vento…), creando le opere d’arte che andranno a costituire una suggestiva galleria en plein air, libera da qualsiasi vincolo di possesso o commerciali, che si inaugurerà sabato 19 maggio alle 17.00 nella Bastia del Castello, con un’introduzione critica di Angelo Bertani e che rimarrà poi visitabile per tutta l’estate. La filosofia Humus Park propone una relazione Uomo-Natura che non sia più prevaricazione, ma rispetto, dialogo e relazione. L’artista prende in prestito i materiali che la Natura mette a disposizione, ci “gioca” lasciando poi che essa continui l’opera, riappropriandosene. Un processo, quello dell’inesorabile e affascinante ciclo vita-morte, cui il pubblico è chiamato ad essere testimone: osservando gli artisti al lavoro, ammirando le opere fi nite e seguendole poi nel loro ciclo naturale. Humus Park diventa sempre più un luogo di incontri e relazioni. Gli artisti locali incontrano gli artisti internazionali, gli studenti vengono stimolati dagli artisti affermati, l’arte dialoga con la natura, i cittadini riscoprono la propria città, i visitatori scoprono l’altra faccia di Pordenone: non solo cittadina vivace dal punto di vista economico, ma attenta all’ambiente, all’arte, alla cultura. Largo ai giovani A tutto questo si aggiunge una particolare attenzione ai giovani e alla loro creatività. In questa edizione infatti parteciperanno una ventina di studenti, accuratamente selezionata provenienti

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ExpoArt

Fotografi :

studenti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia coordinati dal docente Guido Cecere

dall’Accademia di Belle Arti di Brera e Venezia, nonché dall’Istituto Statale d’Arte di Cordenons, per questo la manifestazione rientra del progetto “Creatività Giovanile - Nord Est: cantieri di arte pubblica” promosso e fi nanziato dal Dipartimento della Gioventù - Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall’Anci, associazione nazionale comuni italiani. La presenza dei ragazzi assume una doppia connotazione: da una parte valorizzare i giovani talenti, che avranno a disposizione dei tutor eccezionali, dall’altra arricchirsi di linfa creativa fresca e vitale. Gli artisti Gli artisti stranieri provengono da Francia (William Cardot), Svizzera (Marie Hélène Hess Boson), Norvegia (Kai Bratbergsengen, Runi Kristoffersen), Lituania (Marijus Gvildys, Jurgis Ramanauskas) Russia (Vadim Kazanskiy, Roman Shtengauer), Corea (Wongil Jeon, Yemoon Choi), Danimarca (Joern Hansen), Ungheria (Andrea Schumann Balatonszabadi Széchenyi). Gli artisti italiani sono Marisa Bidese, Gianni Pasotti, Opla+ (Marco Pasian e Giorgio Chiarello), Guerrino Dirindin,Fabio Dirindin, Annalisa Marini, Nicolas Vavassori, Emanuele Bertossi, Lauren Moreira. Un ruolo particolare lo svolgono due giovani artisti, nel ruolo di assistenti di due artisti stranieri: Fabrice Mulumba Kaninda e Simone Pivetta. La fotografia Fondamentale per le opere realizzate con materiali naturali e soggette quindi all’azione del tempo e degli agenti atmosferici è la documentazione fotografi ca, affi data agli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia con il coordinamento del prof. Guido Cecere. Gli scatti fi sseranno gli attimi unici e irripetibili della creazione artistica e il risultato finale, con la consapevolezza della “mutevolezza” dell’opera. Il luogo Il Castello di Torre, sito sulle sponde del fi ume Noncello che da il nome alla città di Pordenone, è di origine medievale e ospita il Museo Archeologico, ma tutta l’area è di interesse storico, poiché si sono trovate tracce di insediamenti antichi e non lontano ci sono i resti di un’antica villa romana. Poco distante ci sono anche diversi edifi ci interessanti dal punto di vista dell’archeologia industriale, come l’ex cotonificio e le Offi cine Marson, quest’ultime recentemente restaurate ora sede dell’Immaginario Scientifico. Il parco è notevole anche dal punto di vista naturalistico, perché offre un esempio del tipico fenomeno delle risorgive,le limpide acque che riaffi orano spontaneamente in superfi cie, mantenendo una temperatura costante e dando luogo a un particolare habitat per piante e animali. La vicina Bastia ospita la sede della biblioteca di quartiere un ristorante con annessa una televisione digitale. www.humuspark.it

Immagine

Via Garofalo,73 - 81031 Aversa (CE) Tel | Fax 0818130121 email:immaginebimbo@alice.it

de Vitto

Via Roma 45 -81031 Aversa (CE) Tel Fax 0810122321 Email:devitto@immaginedevitto.it ExpoArt ExpoArt99

“La Pastorella”, olio a spatola su tela cm. 60x120- 2006- collezione privata

Pietro Dell’Aversana

Studio D’Arte: Via Milano, 31- 20088- Rosate (MI) Cell: 333-4332515 E-mail: dellaversanap.arte@alice.it Sito web: www.pietrodellaversana.com

Referenze: artetivulab.com-Dell’Aversana Pietro Marcon (VE) Tel: 800 821 222 Referenze: Arte Collezionismo, Pittori e Scultori del 900, Casa Editrice Effeci Edizioni D’Arte Personale di Pittura, dal 19- al 27- maggio 2012- presso spazio Espositivo:CLUB AMICI ROSATESI, Rosate( Milano), via Achille Allievi, 3 Vernissage sabato 19 maggio 2012 alle ore: 17,00- orari mostra dal lunedi alla domenica dalle 10,00- 12,30- 14,3019,30- con INGRESSO LIBERO.

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ExpoArt

Ludmilla Filippova www.filippova.net

Info filippovaludmilla@gmail.com

Natura morta con aragosta Anno : 2011 Materiale : disco di ferroTecnica : olio su ferroDimensioni : 45 cm di diametro

“SCUDO” Anno: 2012 Tecnica : Acrilico su Tela Cm. 50x50

Fiamma Morelli

Info : Studio: “L’XI MUSA”. via Giuseppe De Leva, 15 - 00179 Roma – Tel.: 06 7856558 Cell.: 348 5735198 E-mail: fiamma.morelli@libero.it Sito web: www.fiammamorelli.it ExpoArt 11 ExpoArt11

Maria Colletti

SAN SEBASTIANO MISURE 50X100 TECNICAOLIO SU TELA

Info : CELL. 3475376367 E-MAIL mariacolletti@virgilio.it

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ExpoArt

SERGIO STARACE

Nasce a Napoli il 22/11/77. Trascorre l’infanzia tra Santa Marinella e Civitavecchia. Compiuti i 12 anni inizia spontaneamente a dilettarsi con la pittura a tempera. Presso l’associazzione Calamatta di Civitavecchia. Nel 1994 frequenta un corso di disegno metodo Betty Edwards tenuto dal Architetto Leoncini, e nel 1995 un corso di pittura ad olio diretto dal Maestro Palma. Tra il 1999 e il 2000 partecipa a mostre collettive di pittura. Nel 2003 si trasferisce a Roma . Nel 2010 si laurea in Sociologia . Dal 2008 frequenta il corso di pittura presso “l’XI MUSA” condotto dalla pittrice e Maestra d’arte Fiamma Morelli. HA PARTECIPATO ALLE SEGUENTI MOSTRE COLLETTIVE: Via Trieste Civitavecchia 1999 Passeggiata di Santa Marinella 1999 Corso Centocelle Civitavecchia 2000 Piazza Odescalchi Santamarinella 2000 Galleria “L’ XI Musa” Roma 2009, 2010, 2011 Palazzo Valentini, Via IV Novembre, Roma 2012 Museo”Cascina Farsetti”di Villa Doria Panphilj ,Roma 2012 Concorso on-line d’ARTE CONTEMPORANEA e d’AVANGUARDIA AD-ART Esposizione permanente Galleria “L’ XI Musa” Roma

Nascitura. Acrilico su cartone telato cm50x70 2012

INFO: Sergio Starace tel 3284778287 Email : sergiojawaka@libero.it

Tiziano Scarpel

Autunno al parco Sempione olio su tela 50x70

INFO -Via Manzoni 19 - 31020 Sernaglia della batt (TV) e-mail ti.scarpel@gmail.com ExpoArt 13

INTERVISTA ESCLUSIVA A MASSIMILIANO GALLO Di Carmine T.A. Verazzo

L’ATTORE NAPOLETANO SI CONCEDE SENZA VELI AI NOSTRI MICROFONI di qualità, oppure non si tratta di arte. Quindi o sei un bravo attore o non sei un attore. Secondo me, se ascolti una musica che non ti piace, vuol dire che non è buona musica, e quindi significa che non si tratta di musica.

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ungomare di Ostia. A pochi passi da noi c’è un mare cristallino in cui si riflette un sole meraviglioso che svetta alto nel cielo. Mi trovo in compagnia di Massimiliano Gallo, attore napoletano tra i più apprezzati di questi ultimi anni. La brezza marina come sottofondo ci accompagna in questo momento. Più che un’intervista questa viene vissuta dal sottoscritto come una chiacchierata tra amici. Perché Massimiliano è così: una persona affabile, genuina. Per nulla calato nella parte del divo, chiunque si sentirebbe a proprio agio seduto ad un tavolino con lui, grazie alla sua capacità spontanea di trasmettere positività. E così tra una parola e l’altra nasce questa lunga intervista: -Massimiliano Gallo, figlio d’Arte, (il padre il cantante Nunzio Gallo e la madre l’attrice Bianca Maria ndr) hai ereditato il talento e l’eccellenza di entrambi i tuoi genitori. Ma dovendo scegliere tra la passione per la musica e quella per la recitazione, tu come, o meglio, cosa ti definiresti? “Io non mi ritengo un cantante, anche perché con un padre come il mio, con la carriera che ha avuto e che tutti conoscono, non mi sarei mai azzardato in questo genere d’impresa. Io mi ritengo un attore. Anche se però credo sia necessario per un attore essere completo, per cui che debba saper cantare, quello sì. Un attore deve essere in grado di saper fare tutto, deve cercare di interpretare dei ruoli. Non deve essere sé stesso, quindi quando porta in scena troppo della sua persona, quello non è il modo corretto di recitare. Bisogna essere una spugna in grado di assorbire tutto, sentirsi come la creta tra le mani di un’artista. Nel mio caso tra le mani di un regista, devo comprendere quali sono le sue idee, confrontarmi con lui e poi mettermi in discussione e cercare di interpretare quel ruolo. Il bello del mio lavoro è questo: il fatto di poter cambiare, e farlo in maniera radicale. Dopo Fortapàsc, in cui ho vestito un ruolo che mi ha portato grande successo, perché chiaramente si trattava di un ruolo molto affascinante, quello del boss Valentino Gionta, per me non sembrava semplice uscire da quel cliché, e quindi farlo subito con Ferzan Ozpetek in Mine Vaganti interpretando la parte del “simpatico”, di uno che si era messo in casa dei genitori a fare vita da “mantenuto” e recitando quindi una parte completamente differente mi ha dato la possibilità di svestire subito i panni pesanti del ruolo del boss. In Mozzarella stories c’è stato un passaggio completamente diverso perché si tratta di un ruolo ancora totalmente dissimile, si tratta di un “disgraziato”, un fallito vinto dalla vita ma convinto di avercela fatta. In La Kriptonite nella borsa di Ivan Cotroneo vesto i panni di un impiegato di banca innamorato. In Magnifica presenza, l’ultimo lavoro di Ferzan Ozpetek, sono uno psichiatra. In sintesi, io credo che l’attore debba fare questo: cambiare. Personalmente, reputo offensivo quando si parla di ruoli nel cinema, nel senso di ruoli predefiniti, in quanto non credo che ve ne siano. Se mi è concesso un paragone, mi rifaccio alla musica: per me esiste o la buona musica o la cattiva musica. Esiste l’Arte, quella

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Negli ultimi anni hai fatto molto cinema, segnale di grande maturità in chiave artistica, ma il teatro continua a sortire su di te un fascino particolare? Con mio fratello (l’attore Gianfranco Gallo ndr) porto avanti un progetto teatrale da ormai un ventennio, da ciò si evince che non mi sono mai allontanato dal palco. Insieme stiamo preparando una tournée per l’anno prossimo e due lavori teatrali. Ma al momento il cinema mi sta dando degli stimoli diversi, non voglio chiamarle soddisfazioni, ma stimoli, perché si trattava di uno strumento che conoscevo di meno, totalmente diverso dal teatro, c’è un approccio assolutamente differente, quindi per me è tutto nuovo, e per me come se andassi al luna park. Al momento, mi piacerebbe fare soltanto cinema. Nella pellicola “Mozzarella stories”, commedia intelligente molto originale che miscela saggiamente humour e tematiche forti. Tu reciti la parte di un cantante, di una personalità forte e debole al tempo stesso. La tua grande versatilità artistica ti ha reso perfetto per quel ruolo, cosa ti rimane di questa esperienza? Mi resta tantissimo. Col regista Edoardo De Angelis è scoppiato un amore artistico, pertanto spero di proseguire presto insieme il cammino intrapreso. Di quest’esperienza mi resta tanto in quanto era un’opera prima, un film innovativo, in cui tutti ci siamo rimessi in gioco, ci siamo messi in discussione, perché si trattava di un film difficile da interpretare. Non sapevi mai dove terminava il paradosso e dove aveva inizio la realtà. È completamente diverso da Gomorra, che io chiamo un DocuFilm, cioè un film documentario, mentre questa pellicola parte dalle nostre realtà, per cui parla anche di camorra perché purtroppo le nostre terre non possono prescindere da questo fenomeno, ma si tratta di un disegno completamente diverso. Vorrei aggiungere che De Angelis è un po’ il pupillo di Emir Kusturica che è stato il produttore esecutivo di Mozzarella stories, e penso sia un buon segno per il nostro cinema se un regista italiano, tra l’altro molto giovane, susciti un certo tipo di interessamento. Tra le tue tante vene artistiche, ce n’è forse qualcuna inconfessata? A me piace disegnare, dipingere, perché è una passione che mi ha trasmesso mia madre. Lei aveva una Galleria d’Arte a Napoli, La Giara in via dei Mille. All’epoca, si trattava della galleria d’arte più famosa di Napoli. Quindi, tra mia madre e mia zia che era capo scenografa al Teatro San Carlo ho vissuto anche questo amore per le arti figurative, e non solo per quella parte di Arte che è la musica,il teatro o il cinema. Ho vissuto anche questo lato dell’Arte che poi ne è forse anche l’aspetto più bello. Vivendo lontano (e poi neanche tanto) che rapporto hai con la

Cinema città di Napoli? Vivo un rapporto di Odio-Amore. Perché come tutti quelli che si sono allontanati da Napoli, mi rendo conto di quanto questa città sia martoriata, sia offesa, presa in giro quotidianamente dalla classe politica e dirigenziale. Si tratta di un rapporto di Odio-Amore perché ogni volta che vi faccio ritorno sento una tristezza in più nel cuore, nel trovarla sempre più maltrattata, abbandonata, eppure ci si rende facilmente conto che basterebbe davvero poco per renderla una città migliore. Napoli potrebbe essere la capitale del Mediterraneo, dovremmo vivere solo di turismo, non sarebbe necessario costruire nessuna fabbrica, perché il padreterno ci ha posto una mano sul capo e ha detto “creo Napoli”. Non dovremmo fare altro che amministrare la città in maniera onesta, e penso che noi napoletani dobbiamo cambiare modo di concepire la vita. Quando andiamo fuori siamo tutti educati e tranquilli, ma poi in casa nostra siamo i primi a gettare la carta a terra. Mi rendo conto che i miei sembrano luoghi comuni, ma purtroppo questa è la mera realtà. Quindi mi ci reco sempre meno. Mancavo da quattro mesi, mi ci sono recato pochi giorni fa per discutere di lavoro con mio fratello e dopo appena un giorno sono nuovamente andato via. Ma non penso che la “napoletanità” si perda non vivendo più a Napoli. Anzi, io vivo a Roma da quindici anni, ma credo di essere degno rappresentante di Napoli e della “napoletanità”. Noi che siamo lontani siamo sempre i primi a difendere la città ed il suo buon nome, ma quando ci ritroviamo tra di noi, sarebbe giusto confrontarci e farci dei seri esami di coscienza e capire i motivi che ci portano a vivere certe situazioni. Ad esempio, vedere ieri le immagini di Palermo sommersa dai rifiuti mi ha fatto tornare alla mente Napoli, ed ho pensato con tanta amarezza “perché questi popoli devono subire tutto ciò?”. Anche Palermo è una città meravigliosa, con delle persone favolose, eppure anche lì come a Napoli, la gente sembra rassegnata. Ormai si vive il disagio come normalità. Siamo assuefatti alla tragedia. Per questi motivi se tu mi dici: “Napoli”, io ti rispondo: “Odio-Amore”. Ringrazio Massimiliano per la grande disponibilità e cortesia e gli porgo il saluto dei nostri lettori, con l’augurio di poterci incontrare ancora lungo il percorso della sua luminosa carriera.

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Gallery

FIDIM MUSEUM GALLERY CONTEMPORARY ART APERTE SELEZIONE AD ARTISTI POSSIBILITA’ DI ESPORRE IN WORK IN PROGRESS ( in qualsiasi istante in sezione per Artisti emergenti-emergenza) START UP FILOSOFICO -Mostra d’Arte Contemporanea (international exbition )- dalla figurazione alla trasfigurazione GALLERIA FIDIM-MILANO ,VIA TADINO accanto a “porta venezia”in contesto di FONDAZIONE MARCONI . STORICO DELL’ ARTE e CRITICO D’ARTE - DOMENICO DELNEGRO Accademico di belle Arti di Brera_ - MILANO critico scrittore e poeta in; EDITRICE FELTRINELLI e riviste specializzate d’ Arte Italiana ed Estera. “iscritto nel libro d’oro delle arti internazionali CIDA” “Roma - Philadelfia”

BARBARA GARBAGNATI

ANNE SOPHIE LORANGE

ENAS ELKORASHY

THOMAS MAES

CHIARA MONTORSI

3 MODELLE in visita alla fidim

EVA CERBOSKA

ACQUA SANTIERA & PABLO PICASSO

SONIA FIRINU

CHIARA BONELLI

NANDA RAGO

GALLERY FIDIM VIA TADINO 17 MILANO - CAP 20124, EMAIL ; STUDIOBRERAMILANO@HOTMAIL.IT - 389-4538223 16 ExpoArt ExpoArt 16

SINTESI DI TESTO CRITICO

del Prof. wDomenico Delnegro ; Dalla “Figurazione alla Trasfigurazione” è in un continum ciclico dal precedente progetto intitolato; mostra “democrartecrazia” di Venezia “dalla figurazione alla trasfigurazione e’ una genesi evolutiva del pensiero umano e della sua forza indagatrice attraverso l’ arte“, nel quale l’ artista s’interroga sulla verità dell’immagine, applicandosi a mettere in questione e discussione l’apparenza delle cose costruita attraverso la manipolazione di una pseudo realtà che il nostro quotidiano ci impone senza risparmio . L’artista inventa allora un linguaggio adatto a esplorare le sfaccettature sconosciute degli oggetti, dei paesaggi, degli esseri che ci circondano e anelitano. Attraverso una manipolazione informaticoesplorativa delle sequenze mentali che accompagnano il suo quotidiano, egli percorre mondi sconosciuti e paralleli in cui affioravano immagini immerse nel nostro sub-strato ed inconscio. Con la “Trasfigurazione” l’ artista esplora i contenuti nascosti di un patrimonio culturale e genetico trasversale che gli è dentro. Percorrendo gli spazi mentali ,egli ne assorbe gli elementi visivi che il suo immaginario accoglie come indispensabili alla memoria selettiva e che costituiscono i nostri riferimenti di bellezza, affettività, evidenza, deducibilita’ dell’ apparenza sensibile delle cose. Questi oggetti, pitture, sculture, dettagli metamorfici dell’ atto creativo generato che si accumulano nel nostro campo mnemonico come testimonianza indispensabile del nostro attaccamento a una verità visibile,contengono forse nella loro essenza misteri insondabili che ci spingono ad amarli nella loro chiave di mistero?

Giovanna D’Amodio

Elisa Roggio

Ninfa: MakeUp: Antonella Torsello Model: Serena Cicchetti.

Info: Via Agine Sinistro 180 18100 Imperia. E-mail: elisa.roggio@libero.it Cellulare: 328/3099408 Sito Web: http://elisaroggio.carbonmade.com/

Carla Colombo

“L’incanto delle sirene”

“L’incanto delle sirene” Tecnica : olio su tela Misure : 90x40

Il percorso dell’essere umano è rappresentato attraverso un viaggio immaginario,come una porta temporale tra due dimensioni che fatalmente si attraggono; la nostra caotica e veloce, dall’altro, l’incanto di questo mondo silenzioso e variopinto delle profondità marine,un mondo ricco di evocazioni e impressioni,dove regna la magia di esseri diafani e sensuali che come sirene si muovono leggere tra voluttuose spire ,quasi a comporre una musica,come note su un pentagramma.

Info : 3928628641 - 3291489687 Email: giovanna.damodio@email.it Sito web: www.artedamodio.com

..e se tutto finisse qui...- olio a spatola su tela- dim. cm. 40x30 - anno 2012

Info| Contatti email : carla_colombo@libero.it su facebook : http://www.www.facebook.com/artecarlacolombo sito : www.artecarla.it http://artecarlacolombo@.blogspot.com http://atelierdartecarla.blogspot.com http://lavostraarte.blogspot.com ExpoArt 17

Cultura

Il piacere di un viaggio…! A Parigi

J.Loise David Incoronazione di Napoleone

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uando mi è stato chiesto di scrivere ancora un articolo per raccontare un’altra capitale Europea che ho visitato non ho avuto dubbi, la mia mente si è catapultata rapidamente al centro della Francia, sulla Senna e ha rivissuto, in tanti piccoli flash, quella città che è Parigi. Chi è stato in questa meravigliosa città non può aver dimenticato l’odore del pane che si sente per strada o quello di libro antico costeggiando la Senna, il senso di vertigine fortissima che si prova dalla cima della Tour Eiffel, la sensazione di onnipotenza che si prova affacciandosi dalla collina di Montmartre…ma sicuramente ricorderà bene anche lo stupore di fronte alla fontana meccanica Stravinsky del Centro Pompidou, le meraviglie degli impressionisti al Museo d’Orsay, la caccia alla Giocanda che ogni visitatore fa durante la prima visita all’immenso Museo del Louvre. Parigi è una capitale ricca di tesori e bellezze storico-artistiche; basterebbe visitare soltanto le sue chiese più antiche, vera esaltazione di un gotico fiorito tutto ogive e pinnacoli, per sentirsi completamente appagati, ma è anche sede di numerosissimi musei. Ho pensato molto a lungo a quale di questi dare più spazio all’interno del mio articolo e alla fine ho deciso per il museo sicuramente più noto: il Louvre. La verità è che questo è l’unico posto a Parigi dove un po’ mi sento a “casa”; non ci vuole molto infatti per accorgersi che un grandissimo numero di opere presenti in questo museo provengono dal genio e dalla mano di artisti nostrani, che lo hanno fatto diventare celebre grazie anche, e forse soprattutto, al loro nome. Non è un caso che la fila di Giapponesini impazziti, muniti di guida turistica e auricolare, si trovi immancabilmente di fronte ad un opera italianissima come la celeberrima Monna Lisa, meglio noto come la Gioconda, di Leonardo da Vinci. La storia di questo museo è assai lunga, pare che il primo edificio collocato laddove ora sorge il Louvre dovesse essere una fortezza edificata tra il 1190 e il 1202 per volere di Filippo II, allo scopo di difendere Parigi da possibili incursioni dei Normanni. L’unica parte rimasta di questa vecchia fortezza sono le fondamenta dell’angolo sud-orientale del palazzo. In seguito l’edificio venne ampliato sotto Carlo V che nel 1358 fece erigere un muro difensivo e trasformò la fortezza in una residenza reale che i sovrani successivi utilizzarono come prigione. Si deve a Francesco I l’idea di ricostruire il palazzo secondo un progetto di Pierre Lescort e, dopo la sua morte nel 1547, il suo successore Enrico II mantenne il progetto dell’architetto trasformando la struttura del Louvre da quella tipica di fortezza a quella attuale. Nel 1594 Enrico IV fece unire il palazzo del Louvre al palazzo delle Tulieries, che era stato fatto costruire da Caterina de’Medici,

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tramite la Grande Galerie, dando vita ad un edificio che gli storici dell’epoca ricordano come uno dei più lunghi di quel periodo. Fu Luigi XV a iniziare la trasformazione di questo enorme edificio in un museo, ma i lavori procedettero molto a rilento fino alla Rivoluzione Francese. L’intera collezione fu aperta al pubblico solo nel 1793 e, grazie alle vittorie ottenute dall’esercito rivoluzionario francese, affluirono in patria sempre più opere d’arte provenienti da tutta Europa. La collezione continuò a crescere durante il periodo Napoleonico con alcune acquisizioni regolari ma anche tante forzate come nel caso della cessione forzata di una cospicua parte della Collezione Borghese. Nel cortile centrale è ospitata la Piramide Louvre, una piramide di vetro commissionata dall’ex presidente francese Francois Mitterand e inaugurata nel 1989. E’ questa il simbolo e l’inizio di un grande progetto di rinnovamento chiamato Grand Louvre ed è proprio da questa grande piramide contemporanea che inizia il tour del museo, aprendo al turista le porte del fantastico mondo dell’arte.Per visitare il Louvre con la dovuta attenzione non basterebbe una settimana intera, né basterebbe a me l’intera rivista per parlane in maniera soddisfacente, dal momento che l’attuale collezione del Louvre comprende dipinti di tutte le scuole di pittura europee dal XIII secolo fino al 1848. Chi riesce a resistere alla tentazione di entrare e correre direttamente alla sala riservata alla Gioconda, però, scopre che il percorso tra i dipinti qui conservati riserva emozioni intensissime. Affrontare il Louvre prestando attenzione alle scuole di provenienza dei vari artisti mi sembra il modo più soddisfacente, e allora eccoci immersi nel suggestivo mondo della scuola Francese. Memorabili sono i due grandi dipinti di Jaques-Louis David, il giuramento degli Orazi e le Sabine, ma l’attenzione del visitatore si sofferma sempre su quel potentissimo quadro che è La libertà che guida il popolo di Delacroix, il quale dipinge in maniera eccelsa l’insurrezione popolare del 1830 contro la Restaurazione. Le sale 10, 18 e 21 sono interamente dedicate alla pittura fiamminga con alcuni capolavori di Bruegel il Giovane e Bruegel il Vecchio, Van Dijk, Van Eyck e Rubens. Ribera, El Greco, Murillo e Goya sono solo alcuni dei nomi che popolano le sale della sezione dedicata alla scuola spagnola. Spiccano opere come il Cristo in croce di El Greco e la contessa del Carpio di Goya. Anche la sezione dedicata alla scuola Olandese è assai ricca, con i volti grotteschi dei contadini di Bosh o la grazia dei personaggi di Rembrandt che dominano le sale 31 e 32, lasciando infine il compito arduo di emozionare lo spettatore a Vermeer che, con i suoi quadri di piccola taglia come la merlettaia e l’astronomo, immancabilmente ci riesce. Arrivare nella sezione della scuola italiana è il momento che ogni mio connazionale aspetta con ansia dal momento in cui prende il biglietto di accesso al Louvre, ma la voglia e la curiosità di spingersi dinanzi al capolavoro di da Vinci non deve lasciare ignorati gli altri fantastici pezzi d’arte e storia italiana presenti in questa sezione. Ci si rende conto del grande valore di questi ultimi già con un primo tuffo verso quel, tutt’altro che buio, Medioevo italiano rappresentato in maniera eccelsa da Cimabue, con la sua Vergine con bambino in trono e il suo più noto discepolo Giotto che ritrae San Francesco che riceve le stigmate. Entrando nella sala 8 si viene travolti da un’opera molto suggestiva di Caravaggio, la morte della Vergine,

fotografia dal battello sulla senna di Notte con Notre-Dame sullo sfondo

commissionata per la chiesa di Santa Maria della Scala a Roma ma successivamente rifiutata perché non rispettante l’iconografia classica della Madonna. La scena, infatti, colpisce ancor oggi lo spettatore per il suo esser completamente priva di sacralità; è una scena tutta terrena questa, senza alcun tributo mistico, con Maria ritratta col ventre gonfio, il braccio abbandonato e la faccia terrea. Largo spazio è dato anche ad artisti della portata di Raffaello con opere come il ritratto di Baldassarre Castiglione, San Giorgio e il drago, autoritratto con un amico, o Tiziano con il suo meraviglioso Concerto campestre e il ritratto di uomo col guanto. Da non perdere sono anche i due capolavori di Andrea Mantegna: la crocefissione e il San Sebastiano. Solo dopo aver ammirato tutto questo enorme patrimonio culturale si può decidere di mettersi a sgomitare tentando di farsi spazio per godersi la più nota, ma non di certo più bella, opera di Leonardo, senza dimenticare che a pochi passi ci sono pezzi, a mio avviso, ben più degni di nota. Ogni volta che visito il Louvre, infatti, mi domando come ci si possa dimenticare di perdersi nel paesaggio incantato costruito nello sfondo della Venere delle rocce o nello sguardo accattivante, quasi pagano direi, del San Giovanni battista, due opere di altissima fattura del nostro caro Leonardo. Una volta usciti dal Louvre, con le gambe tremanti per l’emozione e la stanchezza, bisogna sedersi, sorseggiare un cappuccino e, magari mentre uno dei tanti musicisti di strada vi intona le note della “Vie en Rose”, rivivere con la mente il viaggio nell’Europa e nei secoli che questo museo ci permette ogni volta di fare.

Francesca Scotti

Via Gemito 16| 18 Aversa (P-Argo ) cell:338 64 99 243

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Via Giuseppe Garibaldi, 24/26 Aversa 20

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Musica

FRANCO BATTIATO E LA CONOSCENZA “SPIRITUALE”

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usica e cinema. Cinema e musica; una commistione perfetta e spirituale… ma che giunge ad un unico punto: la conoscenza, la visione profonda di un universo altro che arriva a percepire una metafisica evidente riflettente sull’uomo stesso. Questo non è altro che la concezione musico-filmica di Franco Battiato, presente alla libreria Feltrinelli di Palermo, nell’ambito della presentazione del volume di Graziana Di Biase “Il Cinema di Franco Battiato, un mezzo di conoscenza”. La conoscenza, appunto: questa saggezza atavica che permette di vedere, oltre il guardare, e di “sentire” ciò che il materialismo via via ci ha fatto perdere nella velocità di un qualcosa che è ingannevole e sfuggente. La conoscenza spirituale è profonda e immensa: il mezzo cinema offre la possibilità di tradurre in musica ciò che è espressione dell’anima; si tratta di un rapporto simbiotico che porta ad un rito di iniziazione e di ricerca di noi stessi nelle profondità dello spirito. Questo è il concetto dell’opera di Franco Battiato: nell’uso della pittura e della musica nasce un qualcosa di animistico. “Io ritengo che l’uomo sia un’opera straordinaria” – ammette il compositore catanese. E come può essere altrimenti? Nella sua forma di sapienza, l’uomo riesce a dare un aspetto fondamentale al proprio essere. Ma la perfezione non esiste. “Il cinema è una forma di pensiero e di estetica che deve essere profondo – continua Battiato – I film italiani, oggi giorno, non hanno nulla da dire. Il cinema è un viaggio: deve essere approfondito e visto con occhi attenti. Ecco perché sto preparando un film sulla vita del compositore Handel: una documentazione essenziale e fondamentale, conoscendo ogni aspetto della storia, concentrandosi sulla spiritualità e le regole storiche apprese”. La verità è spiritualità: nella spiritualità esiste la forma più animistica e profonda del tutto: dagli strumenti musicali inusuali, Battiato cerca nel linguaggio cinema un punto di vista più “suo”, come le musicalità che hanno rappresentato il cammino attraverso una comunicazione più profonda del pensiero. Il pensiero di Franco Battiato è un qualcosa che è permeato anche dall’esoterismo: le sue canzoni che si immergono nei miti di Platone, nelle parole di Eraclito e non ultimo nelle concezioni di Gurdjeff e di Guenon. Cinema e musica ne sono davvero pieni. “Faccio cinema per una questione di comunicazione – racconta – Da piccolo ho sempre avuto il pallino della metafisica. Per me questo mondo è una forma di illusione: si cerca sempre qualcosa di più profondo, qualcosa che la mente del materialista non è in grado di percepire. Io lavoro anche su me stesso quando faccio questa ricerca”. Un fiume in continuo mutamento: le concezioni eraclitiane sono evidentissime. Ed è una concezione eraclitiana anche la metafisica legata alla fisica quantistica: a questi mondi paralleli, a queste dimensioni altre. Si potrebbe affermare, a questi “akashici archivi”, dove vi è la vera spiritualità. Non esistono lo spazio e il tempo: sono tutto un’illusione. Le conoscenze arcaiche di una canzone come “No Time, No

Space” evocano una saggezza spirituale contrapposta al materialismo dilagante, una preesistenza cancellata dall’illusione del mondo in cui siamo costretti a sopravvivere. Cinema come musica; musica come cinema. Cinema di Battiato come musica di Battiato; musica di Battiato come cinema di Battiato. I tre film prodotti dal compositore catanese sono quanto mai un messaggio filosofico da non trascurare: gli stessi titoli suggeriscono una profonda disamina: “Perduto amor” suggerisce la realtà di una forza (l’amore) che è andato sparendo; “Musikanten” esprime il discorso musicale come espressione profonda con il tutto (Gurdjeff); “Niente è come sembra” rispolvera, sotto certi aspetti il già citato discorso eraclitiano: questo fiume inarrestabile che non è lo stesso, giorno per giorno, ma che cambia sotto lo sguardo attento di chi è in grado di vedere. Viene da pensare, dunque, agli studi di Shrodinger, a quel calcolo delle probabilità che ci priva delle sicurezze del materialismo, a beneficio della conoscenza dello spiritualismo. Ecco perché il titolo del libro di Graziana Di Biase è quanto mai appropriato: “Il Cinema di Franco Battiato, un mezzo di conoscenza”. Una conoscenza che apre gli occhi e l’anima, oltre l’illusione di questo mondo; dove vi è l’essenza di una realtà più profonda che sfocia nella sapienza ipotizzata da Platone: quella delle idee e dei pensieri sullo spiritualismo di cui l’opera di Battiato cerca continuamente la via.

Alessandro Corrao ExpoArt 21

Musica

VIAGGIO NELL’UNIVERSO MUSICALE

BOSSA NOVA: UN SAMBA DIVERSO CHE CONQUISTÒ IL MONDO

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A cura di Carmine T.A. Verazzo

uanto è facile sognare con la Bossa Nova, tutti conoscono almeno un brano di questo genere leggerissimo, dolce e sensuale nato nell’incredibile fucina di arte che è il Brasile. La sua storia si discosta molto dall’origine di altri ritmi latino americani, nati dal popolo. Originale e diversa rispetto a ciò che siamo abituati a pensare della musica latina. Se da un lato la Cumbia e la Saya si rifanno alla tradizione musicale india, e la Salsa o il Merengue, manifestano chiaramente l’origine afro, la Bossa Nova è “costruita” da e per una determinata parte della società brasiliana. Definita tante volte come una miscela di jazz e samba (definizione considerata semplicistica, secondo alcuni studiosi e protagonisti), la Bossa Nova è nata alla fine degli anni ‘50 del Novecento nella zona sud (circuito Copacabana- Ipanema) di Rio de Janeiro dalla chitarra e dalla voce di João Gilberto, trovando subito nel pianoforte di Tom Jobim e nella poesia di Vinicius de Morais la sua più perfetta espressione. Difficile non innamorarsi subito al primo ascolto delle melodia bossa novista oppure trovare qualcuno che non abbia mai sentito un brano di Bossa nova. La musica Garota de Ipanema, per esempio, è forse la musica brasiliana più conosciuta al mondo: “Olha que coisa mais linda, mais cheia de graça, è ela menina…” Questa prima fase della Bossa Nova è disimpegnata dal sociale e dalla tradizione musicale brasiliana, alla quale ha chiesto in prestito solo un certo utilizzo delle percussioni tipico del Samba fondendoli con il Cool Jazz ed anche un po’ di swing. In parole povere una grande miscela di emozioni in musica. Ed anche grazie a questo saper essere internazionale visse momenti epici in tutto il mondo. La bossa nova è un samba suonato in modo generalmente minimalista, spesso soffuso, senza particolare enfasi vocale e senza vibrato, su ritmo lento, se non lentissimo (difficilmente supera gli 80 battiti per minuto), ma con un incedere incalzante dovuto, normalmente, al caratteristico stile chitarristico di João Gilberto. La “batida”, così fu soprannominato lo stile tipico di Gilberto e dei suoi seguaci, è un modo particolare di usare la mano destra sulle corde della chitarra: senza arpeggio, ma alternando il pollice sui bassi al contemporaneo pizzicare le corde delle altre dita (al modo già usato dai brasiliani), spesso con il tapping della mano sinistra. La particolarità è però di natura soprattutto ritmico-armonica. Infatti l’accompagnamento è costruito a partire da una linea continua semitonale di bassi discendenti, e ciò dà la sensazione che il ritmo della chitarra sembra essere sempre in “recupero” sul tempo. Il movimento è diventato un successo nazionale negli anni Sessanta, periodo in cui è stata scoperta dai musicisti americani, con le sue canzoni tradotte in inglese ed interpretate dai grandi protagonisti del momento: Stan Getz, Charlie Byrd, Ella Fitzgerald, Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Elvis Presley e molti altri. Dopo aver conquistato gli Stati Uniti, la Bossa Nova si diffuse in tutto il mondo ed è tuttora considerata la musica popolare brasiliana di qualità per antonomasia. Caetano Veloso ha poi ricordato che in quel periodo “tutto era perfetto, bellissimo e anche esteticamente violento. La Bossa Nova era un fenomeno che ha influenzato tutte le scelte del popolo brasiliano. Era la musica che ha infuso all’uomo della strada il rispetto per se stesso. Era la musica che ti accompagnava in spiaggia, al mare e ti rendeva felice”. Paradossalmente, la Bossa nova , è considerata anche la responsabile della nascita

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della musica di protesta degli anni 60 che ha denunciato gli eccessi politici del Brasile che portarono al colpo di stato del 1964. Da allora nasce la nuova Bossa Nova (un bel gioco di parole). Con autori che, critici del carattere melenso dei testi della bossa precedente ed influenzati dalla situazione economica politica e sociale del Brasile, cominciarono a usare la musica per esprimere idee e come veicolo per rendere consapevole la gran parte dell’incolta popolazione brasiliana a proposito delle condizioni in cui versava il paese. Da quel momento in poi la Bossa Nova diventa il Brasile, come già il Samba era sempre stato. Anche la Bossa Nova è diventata comunicazione, realtà, quotidiano, mantenendo inalterato il grande impatto musicale, fatto di suoni dolci e suadenti. La Bossa è diventata uno specchio fedele del paese, una musica nazionale perché è il Brasile, ricco di contrasti spesso anche duri, ma capace di un amore infinito.

João Gilberto

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Arte

Renzo Borghetti

Project Manager Presidente Europeo Menhir Music & Art

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a mia passione per la Musica ed il mio trascorso da musicista, mi hanno permesso di conoscere ed amare l’Arte in ogni sua forma. Questa mia tensione verso la creazione artistica mi ha dato l’opportunità di capirla, di interpretarla e, in diverse occasioni, di anticipare anche di gran lunga future realtà in campo artistico. L’Arte contemporanea è un labirinto, ma i capolavori entrano nella storia perché esprimono emozioni e capacità visionarie. Certo è cambiato continuamente il linguaggio: dall’armonia di Raffello a Pablo Picasso a Marcel Duchamp per arrivare a Paul Jackson Pollock, rimanendo nella pittura. Mentre per la scultura penso alla svolta tardo ottocentesca di Auguste Rodin e Medardo Rosso e poi a Umberto Boccioni, Costantin Brancusi, Amedeo Modigliani e tanti altri come Alberto Giacometti, Giacomo Manzù o Lucio Fontana. Per gli Artisti ci sono infinite possibilità espressive e narrative offerte da materiali più diversi che interpretano anche i cambiamenti economici, politici e socioculturali. L’amico fraterno Marco Ambrosini ingegnere e imprenditore metalmeccanico da tempo introdotto nelle produzioni artistiche e di design per grandi nomi come Karim Rachid, Mattia Bonetti, Blue&Joy (per citarne alcuni) è l’interlocutore perfetto: tutte le sue produzioni esaltano il significato e i contenuti delle opere Nelle opere in marmo dell’Artista amico Marco Ambrosini scultore, l’essenziale si fa visibile, non puoi fare a meno di fermarti ad osservare le sue creazioni: non riesci a non toccarle e spesso ti sembra di sentire un eco, un suono che esce dalla loro anima. È uno scultore in marmo molto apprezzato e da me scelto per premiare S.A.S. il Principe Alberto II di Monaco nell’omonimo Principato. Per me oggi è un onore poter mettere vicini questi due grandi personaggi e le loro capacità per dare vita a futuri capolavori. Ho pensato ad una mirabile sintesi: le sculture di Marco Ambrosini scultore realizzate con materiali e tecniche di Marco Ambrosini ingegnere. Una sorta di Giano bifronte con la tensione della creatività che passa dal marmo dello scultore a materiali post moderni diversi come vetroresina, alluminio fuso verniciato, resine miste, tessuto di fibra di carbonio, selezionati dall’ingegnere.

Madre Terra

Voglia di danza

Menhir Music & Art Association ( Associazione Europea ) menmusart@virgilio.it mob. +39 393 8169018 ( contatti con 69.096 Artisti di 52 Paesi ) INFO PER COLLEZIONISTI — GALLERIE— PRENOTAZIONI OPERE — ORGANIZZAZIONE EVENTI Segreteria Artistica Rag. Ambra - mob. +39 328 4173017

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Ingegnere Marco Ambrosini – Imprenditore – Amm.re Unico Base Srl

Interpretare le intuizioni grazie ad un continuo evolversi di idee e progetti in un confronto serrato con architetti e designers …” La storia di Base Srl inizia in un contesto metalmeccanico che, grazie alle capacità progettuali dei propri collaboratori, presto si orienta alla creazione di manufatti particolari ed artistici, realizzazioni su misura nell’ambito dell’arredo, del design e dell’architettura. La sfida per Base non conosce limiti di competenze e la voglia di sperimentare contesti diversi porta al confronto con varie tipologie di prodotto e di materiali, dall’acciaio alla vetroresina, dal marmo alle fibre di carbonio. Nascono in questo contesto limited editions, opere numerate firmate dagli Artisti, e grandi progetti. Tra questi assume particolare rilievo, oggi, una passerella pedonale, TSCB, interamente realizzata in fibra di carbonio ed una struttura Pavillon Rosée, con un alta valenza sociale intrinseca, che permette la raccolta di acqua pura che si forma, con condizioni atmosferiche particolari, grazie al fenomeno della rugiada. Ogni progetto è occasione di stretta collaborazione fra tutti coloro che credono e condividono gli ambiziosi obiettivi aziendali. Sono nati così prodotti come “ Obo Reception Desk “, esatta realizzazione dell’idea di accoglienza, splendido lavoro di un designer d’eccezione Karim Rachid. Un oggetto in tessuto di vetro e composito laccato, caratterizzato da linee sinuose e dai colori,

Marco Ambrosini

M

Scultore

viola e bianco che, per la scelta dei materiali utilizzati, risultano particolarmente brillanti. La struttura portante è costituita da un perno centrale fissato a pavimento sul quale calza tutto il corpo visibile che ha, di conseguenza, la possibilità di ruotare a 360 gradi. Allo stesso modo è stata progettata la linea “ Frequency “, ideata da Mattia Bonetti. La rappresentazione delle frequenze viene applicata ad un armadio trasparente e ad una cassettiera, entrambi in plexiglas e rivestiti di lamine realizzate in acciaio super –mirror dorato. L’effetto di continuità tra le diverse onde di frequenza viene ottenuto tramite l’accoppiamento perfetto delle diverse fiamme che, nell’armadio, nascondono anche le cerniere a scomparsa utilizzate per l’apertura delle ante. I cassetti del mobile sono invece realizzati in legno e ricoperti in pelle.Questi sono solo due esempi dei lavori, unione perfetta di competenze, materiali e tecniche di produzione, interessi e passioni, che Base continua ancora oggi a realizzare, portando avanti la propria attività di produzione e promozione delle opere che suscitano le proprie emozioni.

Base

www.marcoambrosiniscultura.com

arco Ambrosini scultore, è nativo di Carrara dove la scultura la si vive quotidianamente; da bambino sviluppa la sua creatività giocando col gesso e la creta, plasmandoli, fa piccole sculture trofeo per i giochi di strada. Negli anni il percorso artistico prende decisamente importanza, si diploma in scultura alla scuola superiore P. Tacca, ed in seguito si diploma all’Accademia di belle arti di Carrara. Dal 1998 al 2004 lavora nello studio Niccoli, il laboratorio di scultura più antico e conosciuto al mondo, dove la scultura la fanno di professione e l’importanza del lavoro qualitativo è fondamentale. Qui, Ambrosini collabora alla realizzazione delle opere di grandi artisti come Louise Bourgeois, Anish Kapoor, Antoine Poncet; questi maestri gli trasmettono l’essenza della perfezione. Poncet lo affascina e lo conduce sulla strada dell’astrazione con forme essenziali, sinuose e sensuali. Invitato nel 2003 a far parte della collettiva di Scultori Italiani a Bachte-Maria-Leerne in Belgio. In seguito conosce l’artista Jimenez Deredia e dal 2004 sino al 2008 collabora con lo scultore costaricano. La leggerezza apparente delle sue sculture, tali da sembrare origami o fogli di carta piegati, sono esito di un virtuosismo stilistico originale, riconosciuto vincitore nel 2005 al concorso nazionale del comune di Castelnuovo di Garfagnana – Lucca pone in Piazza del Duomo l’opera “ Gorgiera” dedicata a Ludovico Ariosto Nel 2008, grazie all’amico Renzo Borghetti realizza per i Principi di Monaco a memoria dei loro viaggi in Antartide le opere “ Les Glacières de la memoire”.

srl www.basesrl.it info@basesrl.it

Oggi presso L’ateliere di Montecarlo, l’arte di Ambrosini è presente assieme a quella di Arman, Folon, Rotella, Villeuglè. Nella città monegasca espone al Théatre de Variètè, espone alla fortezza di Villeneuve a Nizza, al Museo dei Campionissimi di Novi Ligure, al Palazzo della Regione a Verona, Carrara, Sarzana, Forte dei Marmi, Pietrasanta, Parma, Milano, Ginevra. Inevitabile, per lo scultore di Carrara, la conoscenza di Giuliano Vangi, con quale collabora tutt’oggi. Ambrosini, realizza le sue opere anche in bronzo, gioielli scultura in oro e argento. Tramite l’amico Renzo Borghetti, conosce l’omonimo ingegnere Marco Ambrosini e con grande interesse intraprende così la sperimentazione con materiali post-moderni di prossima presentazione ExpoArt 25

L’ISTITUZIONE

L’Annunziata o se si vuole la Real Casa Santa dell’Annunziata, è il primo grande edificio che, venendo da Napoli, s’incontra arrivando nel centro storico della città di Aversa. La si scorge da lontano,sulla destra, per via del suo maestoso campanile, dallo stile dorico-jonico (un’opera del 1477) ,che è addossato al complesso per mezzo di un ponte ad arco con sopra un orologio a due facce (considerato il simbolo dell’aversanità) risalente al 1776. Anche se non è il più antico edificio di Aversa, l’Annunziata, per il ruolo che ha svolto e le vicende che l’anno caratterizzata,è senz’altro il più popolare. Fonti attendibili ci fanno sapere che è sorta nei primi anni del 1300,quando regnava la regina Giovanna I, per iniziativa e col contributo dei cittadini. E che è andata poi,man mano, ingrandendosi per munificenza regale fino a divenire una delle istituzioni più ricche e potenti dell’intera regione. Una potenza che diede luogo ad un sordo conflitto tra la potestà laica e quella ecclesiastica (entrambe vantavano diritti). Conflitto durato più di tre secoli e conclusosi il 27 agosto del 1857,quando tutto il complesso (istituto,chiesa e annesso ospedale) fu dichiarato patronato regio. In realtà l’Istituzione è stata sempre retta da un’amministrazione autonoma che ha realizzato,all’interno, importanti opere pie e sociali. Nel 1662,sulle ceneri di un vecchio lazzaretto,fu costruito un capiente Ospedale (quello di Ave Gratia Plena) che, modificato nel corso dei secoli, è giunto fino alla soglia dei nostri giorni. Tale nosocomio,che i nostri antenati,senza le odierne leggi, tutele e regolamenti, facevano funzionare meglio dei preposti di oggi, era inglobato nell’istituto ed affiancato da un ospizio per anziani poveri. Accanto vi era un grande convento. Il più generoso dell’intera zona che accoglieva novizie e principalmente orfanelli/e che venivano abbandonati in una <<ruota>> che insisteva fuori dell’edificio.

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Nel settecento, secondo i dati dello storiografo padre Costa, l’Annunziata ospitava ben 700 donzelle e 400 balie per l’allattamento dei trovatelli/e, oltre a decine di <<figlie della carità>> che si occupavano ( senza riforme sanitarie e paghe sindacali) dei malati e degli infermi. Il tutto si basava su una rendita annua di trecentomila lire che andava crescendo via via ,con l’incremento delle donazioni, fino a fare dell’Annunziata uno degli Enti più opulenti della regione. Quando nel 1839 il convento ( con le leggi napoleoniche ) fu abolito , continuò a funzionare il solo Ospedale ,con l’assistenza delle Figlie della Carità, che erano le eredi legali di tutta l’opera. Evacuato il nosocomio , in tempi più recenti, sul posto è rimasto per lungo tempo soltanto abbandono e squallore. Oggi, dopo una serie di peripezie, parte del complesso in oggetto è la sede della Facoltà di Ingegneria della Seconda Università di Napoli. LA PLATEA Per avere la misura della grandezza passata della Real Casa Santa dell’Annunziata bisogna rispolverare la sua Platea( o meglio Platee), un opera di proporzioni vistose che si compone di ben sette volumi base in folio,scritti a mano e rilegati in pelle lavorata d’epoca . Un opera che si e salvata per miracolo, considerata la miopia dei vari amministratori succedutesi ,che ,all’insaputa dei cittadini ,era posseduta da oltre due secoli. . Nel riordinare l’Archivio sanitario dell’allora Ospedale dell’Annunziata, agli inizi degli anni 70 , ce la trovammo dinanzi agli occhi tra un mucchio di “carte morte” e non ce la sentimmo di mandare al macero volumi così preziosi. Tra le mani ci capitarono anche delle lettere scritte di suo pugno da Bartolomeo Longo , che raccomandava sue orfanelle alla superiore dell’Annunziata. Recuperammo il recuperabile e , insieme a molti altri documenti di archivio, salvammo le Platee dando loro una migliore sistemazione in un locale più asciutto. Quando il vecchio Ospedale fu trasferito altrove ,tutto il patrimonio cartaceo dell’Ente fu trasportato ( parliamo di ciò che resta-

va), nei locali dell’ex Usl , nel dismesso complesso manicomiale aversano. I libroni della Platea vennero depositati, da mani pietose , su un apposito scaffale lontano da occhi indiscreti ed occorrevano permessi speciali per poterli consultare . La cosa non poteva andare avanti così e , negli anni ottanta , dopo reiterate insistenze, furono trasferiti nella Biblioteca Civica “Parente” dove hanno poi avuto una più degna collocazione e dove tutt’ora si trovano . w L’opera che condensa , come accennato, la storia della gloriosa istituzione ,fu redatta ai primi del settecento da Don Marino Pirozzi che vi impiego molti anni di ricerca , di studio e di paziente lavoro . Alcuni decenni più tardi , nel 1782,per volere dei Governatori Emanuele Pacifico , patrizio aversano, e dei signori Luigi Sagliano e Giuseppe D’amore ,per facilitarne la lettura , i volumi furono introdotti da un opportuno indice generale che riproduce il contenuto dell’intera opera . La stessa può essere divisa in quattro parti fondamentali. La parte prima tratta del genere della Fondazione, delle varie concessioni , dei privilegi goduti , delle conferme,e di altre notizie che riguardano la chiesa , corredate da rari stemmi , bandiere e disegni inediti , colorati a mano . Interessanti sono le notizie sulle origini e la storia della stessa città di Aversa che vanno dai primissimi anni del mille alla seconda metà dell’700 e sono corredate, a margine, da una ricchissima bibliografia . In questi appunti storiografici troviamo anche cenni sulla Fondazione della Real Casa Santa ,fatta risalire a Giovanna I agli albori

del trecento , come osserva e rileva acutamente il Vergara, uno studioso di monete antiche che , in una rara moneta del 1324, ha ravvisato gli elementi attestanti tale origine . Nella seconda parte sono descritti minuziosamente i censi che , ab origine ,erano posseduti dalla Real Casa e dall’Ospedale di Ave Gratia Plena, con particolare riguardo quelli che vanno dall’anno 1600 fino al 1743. Nella terza parte sono riportate le diverse donazioni ed eredità concesse alla Real Casa e all’Ospedale nel corso dei secoli , che occupano diverse pagine e ancora i capitoli, i legati, le liti tra le parti, maritaggi di donzelle ricche (portatrice di doti )con l’Annunziata,i vitalizi ed altre cose del genere . La quarta parte descrive accuratamente i territori , i capitoli , le doti lasciate negli anni in eredità, i censi passivi , i crediti , i pesi e le misure, i fabbricati, di cui porta precise piante e alcuni rari grafici . Importantissimo , oltre che interessante, è il lungo elenco dei territori e dei fabbricati posseduti: ( la maggior parte di questi possedimenti risultano oggi alienati e , cosa più strana , con essi sono scomparse anche le relative carte di possesso che erano custodite dall’Amministrazione dell’Ente al tempo del suo massimo splendore. Elenco che occupa intensi fogli ( se non sono stati sottratti e strappati ) , che danno la misura della grandezza passata e dell’influenza in Campania e nel meridione della Istituzione. Antonio Marino

Marica Montanino

Info: Contatti cell 334 7650628 ExpoArt 27 ExpoArt27

Maria Conserva Luna errante (paesaggio), 2007 - olio su tela

Gallery

Maria Conserva e Giuseppe Colucci con Vittorio Sgarbi

È un mondo onirico dai contorni sfumati quello in cui ci introducono le opere di Maria Conserva artista e scrittrice per necessità interiore. Ricchissimo il suo percorso espositivo snodato lungo tutta la penisola ma anche all’estero portandola a raccogliere importanti apprezzamenti da critici e storici dell’arte. Recentemente il critico d’arte Ernesto Dorsi ha definito l’arte di Maria Conserva “neofigurazione” in grado di conciliare la tecnica della figurazione italiana con soggetti innovativi. Attraverso il suo personale linguaggio reinterpreta la geometrizzazione delle nature morte di Cézanne, o ancora la scomposizione geometrica cubista. Non si può, quindi, non riconoscere, come già indicato da Vittorio Sgarbi la sua acquisizione della lezione Post-impressionista, quale punto di partenza del suo linguaggio. Sgarbi, che si è occupato anche della presentazione e del testo critico per l’esposizione “Il viaggio” presso la Miniaci Art Gallery di Milano, nel 2006 così presenta Maria Conserva:”possiamo addirittura scommettere sugli indirizzi futuri di questa arte, se ci sentiamo così sicuri da poterlo fare, e il gioco non manca certamente di intrigare. Ma al di là del cimento profetico, al di là delle sensazioni che l’arte di Maria Conserva può stimolarci individualmente, secondo una serie infinita di variabili, non c’è dubbio che il percorso finora da lei affrontato possieda caratteri distintivi che sono oggettivamente riscontrabili, determinati prevalentemente dal confronto che l’artista stabilisce fra il proprio ego e la storia dell’arte, in particolare con quella moderna.” Michael Barazna Presidente dell’Accademia D’Arte Nazionale di Minsk (Bielorussia) connota lo stile di pittura di Maria Conserva carico di inflessione drammatica e misteriosità metafisica; l’artista, continua Barazna , può essere tenuta in gran considerazione non solo nella sua Patria ma anche in Belarus (Bielorussia) e in tutti i luoghi dove i conoscitori dell’arte pongono la giusta attenzione alla ricerca e all’innovazione. Attraverso le opere del ciclo Luna Errante veniamo trasportati in un’atmosfera da fiaba . Cosi descrive le opere Lune Erranti Domenico Sodano: E’ la luna,

bianca, perlacea, svanente o rosseggiante, passionale, sanguigna come un’arancia, che occhieggia e campeggia da lontano. Lusingatrice, avvitante, feconda, in foschie cromatiche e implosioni tinteggiate, in chiarori sbigottenti o nella penombra stordente. La ravvisa così l’artista, in un’allegoria che elegge ed incentra nel solco d’un proposito precorritore: l’ineffabile peregrinare. Maurizio Borghini gioranalista del Quotidiano Metropoli di Firenze connota Maria Conserva come artista raffinatissima capace di unire alle indubbie qualità disegnative un dominio perfetto del colore. Le atmosfere dei suoi dipinti sono oniriche, fantastiche, i contorni sfumati e le immagini costruite attraverso linee morbide ma vibranti. Maria Conserva ha vinto il Premio Edisport e l’Arte Prima Edizione 2011-2012 per la categoria Vela e Motore in collaborazione con la galleria Deodato Arte di Milano. Artista innovativa e dinamica espone in Europa e nel mondo e per questo sarà premiata il prossimo 14 luglio 2012 nell’ambito della prestigiosa rassegna d’arte internazionale Spoleto Festival Art.

mob. +39 349 3070616 uff. +39 02 39521618 Via Pisacane 36 - 20129 Milano TripAdvisor www.deodato-arte.it

L’artista sarà in mostra personale presso gli spazi espositivi di Banca Intermobiliare Suisse in c.da Sassello 10 a Lugano dal 6 giugno al 27 giugno 2012. Inaugurazione della mostra mercoledì 6 giugno 2012 dalle ore 18 alle ore 20.

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Oriente occidente, 2008 - olio su tela cm. 50x50 tela cm.

Luna errante, (Volo bianco) 2012 - olio su tel cm 70x100

Gallery

Giuseppe Colucci

lio della tecnica, le informazioni visive si mostrano sublimate dalla loro oggettività e dotate di una nuova ricchezza semantica (Borghini,Quotidiano Metropoli, Firenze). Egli s’impossessa, in un attimo, dell’essenza delle cose e di tracce delle strutture. Le luci artificiali costruiscono immagini che appaiono carpite dopo lunga meditazione alla ricerca dell’aura: ombra che avvolge, donando luminosità nuove e sensazioni che riportano alla spiritualità. Così, Giuseppe Colucci, ottiene un abbozzo che contiene in se tutti gli elementi descrittivi, non solo delle forme ma anche della psiche dei soggetti. I fuochi di passione si accendono illuminandosi in chiarori di giallo diventato la metafora dell’energia vitale. Nelle opere i corpi femminili appaiono in bilico fra segni che da materni oscillano verso una sensualità ricercata e rivelata. (Federica Murgia,Galleria Mentana, Firenze). Giuseppe Colucci, l’avanguardia della digital art trasforma la realtà in onirico immaginario femminile di alta poesia. (Stralcio critico in occasione della manifestazione AMACI presso la galleria La Pergola Firenze).

mob. +39 349 3070616 uff. +39 02 39521618 Via Pisacane 36 - 20129 Milano TripAdvisor www.deodato-arte.it

Luce interiore, 2012 - tecnica mista cm 75x50

Colucci è stato ed è fautore e parte attiva di molte mostre a carattere europeo e parteciperà nei prossimi mesi a mostre a carattere internazionale. Il critico e storico d’arte Ernesto Dorsi definisce le opere dell’artista fotografo pugliese Giuseppe Colucci delle chicche da segnalare come opere per numerosi concorsi e testate giornalistiche. L’Artista sarà premiato il prossimo 14 luglio nell’ambito dello Spoleto Festival Art rassegna artistica internazionale di altissimo livello. Ha raccolto importanti apprezzamenti da diversi critici. Tecnica inedita, stile ricercato, prammatico, avveniristico, nel quale frementi rivelazioni dell’io s’inalveano nelle più streganti espansioni del sentimento. Palese l’esito incoercibile di un metonimico approccio del simbolismo in Colucci! Vigore, audacia, pudicizia, procacità, sfida, proibizione e desiderio ispirano e chiariscono un linguaggio, che mixa natura e umanità, una modalità di espressione che esplicita un effettivo “eros” d’autore. Pochi colori guida; accostamenti audaci, arditi, sbraciati. Nulla di torbido o di ostentata sensualità ma l’epopea inebriante di un eros incantatore, aristocratico, nel quale seduzione ed emotività passionale convergono nella tenuità della grazia e dell’ambientazione magica della suggestione. Ebbrezza, riflessione e rivolgimento, partecipazione e coinvolgimento, fanno l’opera dell’artista, il quale vagheggia per il suo interlocutore una sorta di calore – colore soggiogatore. Basta guardare le sue tonalità: rivelazioni di notevole impatto visivo! (Domenico Sodano). Per Giuseppe Colucci, il corpo è un enigma da esperire attraverso la contaminazione tra diverse tecniche per carpirne oltre all’immagine, la sostanza spirituale. L’artista non si limita a registrare la realtà, quanto piuttosto ad esplorarla per individuarne un singolo aspetto e proiettarlo in un contesto al di fuori del tempo e dello spazio. Opportunamente isolate e ritoccate con l’ausi-

L’artista sarà in mostra personale presso gli spazi espositivi di Banca Intermobiliare Suisse in c.da Sassello 10 a Lugano dal 6 giugno al 27 giugno 2012. Inaugurazione della mostra mercoledì 6 giugno 2012 dalle ore 18 alle ore 20.

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Luce interiore, 2012 tecnica mista cm. 74x50

Luce interiore, 2012 - tecnica mista cm 50x65

Arte

Francesco Jerace ,

il cantore della musica nel marmo

I

nserito in una famiglia di artisti, Francesco Jerace vide la luce a Polstena (Reggio Calabria) il 26 Luglio 1854. Lasciò la sua terra giovanissimo,all’età di appena quindici anni, portandosi a Napoli presso uno zio che si rifiutò di ospitarlo. Trovò un qualche lavoro e , con i soldi che riusciva a guadagnare, si iscrisse all ‘Accademia di Belle Arti mantenendosi in vita. Fu allievo del grande Stanislao Lista che, intuendone le capacità, lo avviò alla carriera di pittore e scultore. E proprio nella scultura fece passi da gigante divenendo, nel giro di pochi anni, uno dei principali esponenti della scuola napoletana a cavallo del 1900. Artista versatile e prolifico, operò moltissimo scolpendo busti di personaggi importanti e Monumenti che si trovano in diverse città italiane. Si espresse principalmente nell’arte sacra ed allegorica, dopo aver iniziato come scultore di monumenti funebri, e le sue opere si trovano nelle più rinomate città europee. Ma dove mise tutto se stesso, tanto da venir soprannominato “il cantore della musica nel marmo”, fu nelle sculture dei musicisti famosi. Per le quali venne chiamato ed operò, nel corso degli anni , in varie località della nostra Penisola riscuotendo un enorme successo. Nel Conservatorio musicale “ San Pietro a Majella di Napoli”, ad esempio, è conservata una mirabile statua del sommo Beethoven pensante. A Bergamo si trova un monumento raffigurante Donizetti, con vicino la dea della musica con la cetra in mano. La città di Capua vanta la statua di Martucci e Frattamaggiore , sempre in Campania,quella di Durante. Ad Aversa vi è uno splendido monumento, nel piazzale della Ferrovia, dedicato a Domenico Cimarosa. Nella stessa città, dove nasce la rivista ExpoArt, vi sono altre due opere di F. Jerace: una ricorda Pietro Rosano , ministro alle Finanze nel secondo governo Giolitti e l’altra è un magnifico Monumento ai Caduti che è posto dinanzi al Municipio. All’uopo va detto che di Monumenti ai Caduti Jerace ne ha fatti anche altri, a cominciare da Reggio Calabria, che sono di una possanza molto significante. Per continuare va ancora detto che , nel Duomo di Napoli, sono conservati due splendidi bassorilievi: il Martirio di San Gennaro e il Miracolo delle Reliquie e che fuori il Palazzo reale (sempre di Jerace) vi è una grande statua di Vittorio Emanuele II. La sua opera migliore è considerata quella presente al Vittoriano di Roma, titolata “l’Azione”. Dopo una intensa vita, dedicata alla scultura soprattutto, Francesco Jerace si spense in Napoli nel 1937, all’età di 83 anni. Carlo Capone

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Vittorio Emanuele II (particolare, Napoli, Palazzo Reale, 1888

Monumento dei Caduti (Aversa Piazza Municipio)

Beethoven (Napoli, Conservatorio di musica S.P. a Maiella, 1895)

BISTROTBAR CAFFETTERIA LE BISTROT Piazza Bernini - 81031 Aversa (CE)

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Museo

SPECIALI MUSEI D’ITALIA.

PALAZZO DUCALE DI GENOVA: VAN GOGH E IL VIAGGIO DI GAUGUIN A cura di Carmine T.A. Verazzo

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o scorso 15 aprile ha chiuso i battenti una delle più importanti mostre tenutesi in questi anni su Gauguin. Il tema del viaggio in tutte le sue declinazioni: dalle esplorazioni geografiche, agli itinerari negli spazi e nelle culture. E poi un focus nell’universo del viaggio dentro di sé. A proporlo è stata la mostra “Van Gogh e il viaggio di Gauguin” allestita dal 12 novembre 2011, in quel di Palazzo Ducale di Genova. ll viaggio proposto nel Palazzo Ducale trova il centro ideale nell’opera simbolo degli interrogativi di una vita d’artista, quel “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” che Gauguin volle come suo testamento nel 1897 avendo deciso di fuggire da ciò che ormai gli pareva insopportabile, ricorrendo all’arsenico, secondo un tentativo di suicidio che poi fallì. Quest’opera di quattro metri di lunghezza per uno e mezzo di altezza, in Italia non si è mai vista, e in Europa una sola volta, a Parigi una decina di anni fa. Il Museum of Fine Arts di Boston, che l’ha eletta a suo simbolo e dove è custodita, fa un’autentica eccezione, concedendola solo per la quarta volta in un secolo. Con Gauguin il titolo della mostra cita, non a caso, Vincent Van Gogh. Di lui a Genova, grazie ai prestiti del Van Gogh Museum di Amsterdam e del Kroller-Muller Museum di Otterlo si troveranno ben 40 opere (di cui 15 disegni), nessuna casuale, tutte “a tesi”. A raccontare di una vita che è un viaggio nel colore e nell’abisso, verso la luce del Sud e nel buio del proprio male di vivere. Viaggio che conduce e viaggio che sigilla, testimoniato dal celeberrimo “Autoritratto al cavalletto” dipinto nel 1888, prestito del Van Gogh Museum o nei voli neri sopra le messi gialle del “Campo di grano con corvi” dipinto ad Auvers appena tre settimane prima della morte, opera questa che manca alla visione diretta del pubblico da quarant’anni. Poi il “Seminatore”, in mostra nella sua versione più famosa e citata, dipinta ad Arles, simbolo di una speranza in future, migliori germinazioni, accanto alle “Scarpe” cui l’artista dedica un omaggio tenero e forte, simbolo della terrena quotidianità del camminare. Tutti i quindici disegni in esposizione, mai visti in Italia così come la quasi totalità dei dipinti, e che rappresentano un contributo del solo Van Gogh Museum, sono stati scelti da Goldin, con la collaborazione di Chris Stolwijk, capo delle collezioni del

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grande museo olandese, per la precisa relazione con i dipinti che sono stati presenti a Genova. Lo stupore dell’esposizione nasce dal preciso accordo tra contenuto e immagine. E tutto intorno altri viaggi, in e da due continenti: America ed Europa. Palazzo Ducale, dunque, conferma lo stato di salute di cui gode che da quasi un ventennio, ponendosi come punto di riferimento per le attività artistiche nel nostro Paese, tenendo tenacemente testa alla crisi che sta attraversando l’intero universo museale dei nostri confini nazionali.

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Letteratura QUANDO I LIBRI APRONO LA MENTE E GLI ORIZZONTI “OUT. La discriminazione degli omosessuali” e “Ragazzi che amano ragazzi”

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i può essere gay in Italia, un Paese in cui l’ignoranza, il sessismo e la discriminazione sono gli unici colori? A questa domanda risponde il libro di Maura Chiulli “OUT. La discriminazione degli omosessuali” – pubblicato da Editori Internazionali Riuniti – che sarà presentato a Siena, venerdì 4 maggio alle 18.00 presso la Libreria La Zona Interno4 in via Provenzano Salvani, 8 (traversa di Via Dei Rossi). L’incontro con la scrittrice Maura Chiulli – già autrice del libro-inchiesta sull’omofobia “Maledetti froci & Maledette lesbiche” e responsabile Cultura di Arcigay Nazionale – sarà moderato da Natascia Maesi, conduttrice di Oltre le differenze, il programma radiofonico interamente dedicato al mondo gay, lesbico, bisex, intersex e trans che va in onda tutti i venerdì sulle frequenze di Antenna Radio Esse. Il libro è una fotografia che non “fa sconti” al Paese in cui viviamo che ad oggi si è dimostrato estremamente arretrato rispetto al mondo e all’Europa, incapace di garantire diritti ai suoi cittadini omosessuali: uomini e donne che vivono, amano e pagano le tasse anche per chi li insulta per strada, li sbeffeggia dai palchi della politica, li aggredisce tra i banchi di scuola e nelle vie delle città. Nell’occasione Maura Chiulli leggerà alcune delle testimonianze raccolte nel suo libro che cozzano con l’idea stessa di “civiltà” e spingono all’indignazione per un nuovo “Orgoglio Omosessuale”. Mentre nelle librerie a tanti anni di distanza dalla prima edizione, con un’appendice di lettere ricevute dall’autore Piergiorgio Paterlini dal 1991 a oggi, “Ragazzi che amano ragazzi” è ancora un libro che in Italia, e in Europa, rappresenta e racconta l’infanzia e l’adolescenza dei ragazzi omosessuali. Le racconta attraverso un coro di voci che tornano - talora con un senso di lucida liberazione, talora con una più dolorosa e conflittuale consapevolezza - alla scoperta di sé, della propria identità sessuale, del proprio rapporto con la famiglia e la società. Anche se la stampa, la politica, la scuola, l’associazionismo giovanile propongono iniziative, muovono l’opinione pubblica, invitano a tenere desta l’attenzione che l’omosessualità dichiarata inevitabilmente sollecita, nondimeno la percentuale di chi sa e può vivere la propria omosessualità serenamente è ancora bassa. Proprio perciò questo è un libro attuale, una testimonianza arpionata dentro la realtà, destinato a tutti i ragazzi - non solo quelli omosessuali - agli insegnanti, agli educatori, ai datori di lavoro, a tutti quanti si contano come presenza attiva nella società.

La via della Liberazione Sua Santità il Dalai Lama a Milano Il 27 e 28 giugno prossimi Sua Santità il Dalai Lama sarà a Milano al Mediolanum Forum di Assago su invito del Ven. Thamthog Rinpoche – Guida spirituale dell’Istituto Studi di Buddismo Tibetano e attuale Abate del Monastero di Namgyal a Dharamsala – e dello stesso Istituto. La giornata del 27 giugno sarà dedicata al commento del testo di Lama Tzong Khapa “I Tre Aspetti Principali del Sentiero”: si tratta di un testo breve, ma di straordinario contenuto che introduce al pensiero buddhista mahayana. La giornata del 28 giugno si articolerà in due momenti: la mattina Sua Santità conferirà l’iniziazione di Avalokitesvara, che è la manifestazione della Compassione universale di Buddha. Ricevere un’iniziazione significa ricevere da un Maestro qualificato, come Sua Santità, una trasmissione di energia positiva, che permette di creare le cause per ottenere le stesse qualità della Divinità. Nel pomeriggio Sua Santità terrà una conferenza pubblica sul tema “La felicità al di là della religione”, in cui illustrerà un approccio positivo alle problematiche esistenziali della società umana, per suggerire un’etica ideale comune in tutto il mondo, che va oltre la religione e che illumini le scelte fondamentali sopratutto in momenti di cambiamenti epocali come quello che stiamo attraversando. Per maggiori informazioni e per le iscrizioni all’evento, potete visitare il sito www.dalailama-milano2012.org, oppure telefonare alla segreteria dell’evento allo 022576015.

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Via L.Pirandello, 37 - Aversa (CE) Tel 081 3628764 ExpoArt 3838 ExpoArt

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TIEPOLO NERO : OPERA GRAFICA E MATRICI INCISE <<Il segno pre-astratto>>

di Gabriele Romeo

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luce” che, oltre a ricordare la produzione grafica ed incisoria di Piranesi, sembrano anticipare gli studi sull’enunciazione visiva che applicherà Francisco Goya (1746-1828) nelle ottanta tavole (acqueforti e acquetinte) dal titolo “I Caprichos” (1790 ca.). La soggettiva cinemtografica, o meglio, il linguaggio metateatrale, nella pruduzione tiepoliana esce fuori, i suoi lavori, sembrano essere bozzetti di scena, cosi, il giovane, guarda al di là del confine dell’immagine, sfonda il campo visivo e comunica il suo avvicinamento extraterritoriale, dimostrando di essere presente e di poter valicare uno “spazio vs tempo” che da remoto, con accenni manieristici (torsione del busto, collo allungato, costruzione piramidale) si apre ad una anticipatazione futura astratta, delle formeoggetto presenti nello sfondo. L’ecletticità di Tiepolo, ci permette di osservare, come la tematiche dei soggetti possano variare, in Scherzi di fantasia – Mago con scimmia, si osservi, come l’animale in questione, abbia dei caratteri fisionomici caricaturali che ricordano l’uomo di Neanderthal (Paleolitico Medio, 200.000-40.000 a.c.) e sopratutto, alcuni studi di animali, tratti dal Manga (15 volumi del 1814) di Hokusai (1760-1849), ancora a Tiepolo non noti, poichè scoperti e apprezzati dalla cultura occidentale, grazie alla corrente culturale denominata Japonisme (1870 ca.), con la fine del periodo Edo (1603-1868) e l’inizio dell’era Meiji (1868-1912). Fulcro del Tiepolo Nero, sono le 12 matrici incise in rame di proprietà del Museo Correr di Venezia, il cui restauro è stato fatto proprio dall’Istituto Nazionale per la Grafica, coordinato da Giuseppe Trassari Filippetto. Spiega la dirigente dell’Istituto Nazionale per la Grafica dott.ssa Maria Antonella Fusco: “Unico nel panorama nazionale per la sua raccolta di ventitremila matrici incise dal XVI al XX secolo, centocinquantamilastampe, trentamila disegni, l’Istituto documenta tutte le fasi del processo creativo dell’opera incisa, dal disegno preparatorio, alla matrice, alla stampa”. Da parte mia, altro non resta che invitarvi a visitare questo interessante percorso, dove troverete un Tiepolo che già precorre i tempi della modernità, quasi volendo già, uscirne fuori dai canoni estetici, preoccupandosi di annunciare un figurativismo nel quale predomini il segno “pre-astratto”, dove le tracce d’inchiostro sparso aprono ad una sintesi calligrafica e idealistica che verrà, in parte, ripresa dal caricaturista francese Honoré Daumier (1808-1879) e anche dal Realismo Magico (1925) di Franz Rho (1890-1965).Gli amanti della ritrattistica non possono perdersi, infine, il Ritratto di Giambattista Tiepolo, esegutito dal figlio Giandomenico (1727-1804), del quale in mostra ne sono state esposte la matrice in rame incisa ad acquaforte e l’acquaforte cartacea (entrambe provenienti dal Museo Civico Correr). Credete anche voi, come me, che Tiepolo possa considerarsi pre-contemporaneo e precursore delle avanguardie storiche novecentiste? Giambattista Tiepolo Capriccio - Giovane seduto e appoggiato su un vaso, acquaforte, Istituto Nazionale per la Grafica, Roma , Inv. FC 8003

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al 18 aprile al 3 giugno 2012, si svolge la prima romana della mostra dedicata Giovanbattista Tiepolo (16961770), negli ambienti della Calcografia di Via della Stamperia presso l’Istituto Nazionale per la Grafica, evento che ha ottenuto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Trovandomi a Roma, ho ritenuto opportuno, oltre che doveroso, far visita alla mostra, per vedere come Rita Bernini (curatrice e commissario scientifico per l’edizione romana) ponga delle differenze rispetto all’esposizione di Chiasso. La mostra è a cura del Prof. Lionello Puppi (storico e critico d’arte) e di Nicoletta Ossanna Cavadini (Direttrice m.a.x. Museo di Chiasso) Generalmente, quando si parla di Giambattista Tiepolo, nella comunità a livello sociale e pluriculturale, l’artista è conosciuto principalmente, per i magnifici affreschi realizzati a Venezia nella Chiesa di Santa Maria dei Derelitti (Ospedaletto), Villa Baglioni a Massanzago (1719-1720), a Palazzo Sandi per il soffitto del salone il Trionfo dell’eloquenza, nel 1726 a Udine affresca la Cappella del Santissimo Sacramento nel Duomo Cittadino e lavora al Castello e al Palazzo Patrarcale su commissione di Dionisio Dolfin (patriarca di Aquileia), nel 1727, a Milano, realizza gli affreschi nei cinque soffitti a Palazzo Archinto, col Trionfo delle Arti (distrutti dai bombardamenti nel 1943) etc. Le arti applicate, giocano nella storiografia e nella trattatistica d’arte, da Giorgio Vasari (1511-1574) in poi, un ruolo comprimario nelle arti cosidette maggiori (pittura e scultura), e la grafica, rappresenta, a mio avviso, forza del segno e capacità di sintesilineare e scomposizione della massa-colore così tanto amata dalla pittura veneta (XIV sc.). Se già, infatti, con il ciclo degli affreschi tiepoliani, le velature, come timbrica tonale e cromatica, sono sottotono, con la grafica ad “acquaforte” e “disegno” Tiepolo dimostra di voler ridurre la “massa-del colore”, acquistando “luce diffusa” in quasi tutte le sue produzioni. Nelle varie stanze, troviamo la serie dei Capricci (1733-1742), acqueforti di Giovanbattista Tiepolo, dell’edizione dedicata Girolamo Manfrin (Gabinetto Nazionale delle Stampe) una sezione della mostra è dedicata alle possibili connessioni tra Giovan Battista Tiepolo e Giovan Battista Piranesi (1720-1778) incisore veneziano di cui la Calcografia Nazionale possiede l’intero corpus di matrici e che nel 2020 l’Istituto, ha in programma una importante mostra commemorativa a trecento anni dalla nascita. Sono presenti in mostra, anche una sezione di volumi settecenteschi della Biblioteca Corsiniana, che illustrano la polemica erudita tra il veronese Scipione Maffei (1675-1755) e Girolamo Tartarotti (1706-1761), dalle quali Giambattista potrebbe esserne stato ispirato, per esguire le enigmatiche acqueforti di dei Capricci e degli Scherzi. Nel Capriccio dal titolo Giovane seduto e appogiato su un vaso, si osservi, come: la luce diffusa entri da destra, illuminando i personaggi dai contorni netti e chiaroscurali negli arti; il gruppo “piramidale”dei personaggi campestri, emerga, davanti a rovine archeologiche, in uno sfondo bucolico , “irraggiamenti di

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Alla scoperta di GABII,

importante città lungo l’antica via Prenestina

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ulla via prenestina che, partendo da Porta Maggiore,univa l’Urbe a Praeneste, sorgeva nel XII miglio la città latina di Gabii. Edificata, stando alla tradizione, dagli Albani sull’orlo orientale di un cratere vulcanico (detto oggi di Castiglione) nel IX secolo a.Cristo, divenne assai importante per la sua positura strategica. In quanto rappresentava il passaggio commerciale obbligato, nel Lazio, tra la bassa Etruria e la Campania. Sta di fatto che, prima del crescere della potenza di Roma, costituiva il sito più esteso ed opulento dell’intera zona grazie anche alle sue benefiche acque termali che richiamavano sul posto la borghesia romana. Ricca di splendidi palagi, Gabii vantava un rinomato Foro, la Curia Elia e un magnifico Tempio dedicato a Giunone Gabina, nel punto dove si vuole siano stati educati Romolo e Remo. Assorbita da Roma nel V secolo a.Cristo, con la quale stipulò un trattato di sudditanza, divenne Municipio con la guerra sociale (era sillana) decadendo a semplice centro agricolo con l’espandersi dell’Impero. Dal III secolo dopo Cristo in poi cominciò ad essere abbandonata e parte della sua popolazione, a seguito anche di movimenti tellurici che interessarono la zona, si rifugiarono nei villaggi vicini potenziandoli. A beneficiarne fu principalmente Praeneste (l’odierna Palestrina) che, proprio con l’Impero, stava conoscendo un periodo di grande prosperità. Una città moriva e veniva sepolta ed un’altra cresceva,articolandosi intorno al maestoso Tempio della dea Fortuna Primigenia. Il cui splendore e la cui potenza fecero scomparire anche il nome della antica Gabii tanto che sul sito , un tempo tumultuoso, cadde una densa coltre di silenzio. Di essa si ritornò a parlare verso la fine del 1700, quando il Visconti e sir Gavin Hamilton ne recuperarono la memoria effettuando sul luogo interessanti scavi che riportarono alla luce molte statue e numerosi reperti architettonici.

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Che confluirono prima nel Museo Gabino di Villa Borghese e poi , nel 1870, vendute a Napoleone e trasportate al Museo del Louvre, dove già era stata portata una statua di Artemide (copia di originale prassitelico). Dopo questi scavi,quello che restava dell’antica città venne rinterrato e bisogna giungere ai tempi più recenti perché ci si interessi di nuovo. Questa volta ad occuparsene è la Soprintendenza Archeologica di Roma che, picchettando un’area di circa 70 ettari,apre un vero sito di ricerca. E, indagando intorno al Foro, ha riportato alla luce (oltre a molte tombe con reperti) i resti del Tempio di Juno Gabina e quelli di un Tempio arcaico. Il sito archeologico, che trovasi a 20 chilometri a sud della Capitale e che ha visto impegnata l’università “ Tor Vergata” con la collaborazione della Scuola di Specializzazione Archeologica di Matera, si presenta come uno dei più significativi del genere. Acquisito dallo Stato nel 1987 e affidato alla Soprintendenza,che ne ha fatto un Parco archeologico, può essere visitato ( ci risulta che i lavori sono attualmente fermi per mancanza di fondi) col permesso della S.A.R. (soprintendenza Archeologica di Roma). Oscar Marino

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