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Agatha ed io Agatha C'era una volta, in un paese neanche tanto lontano, un impiegato di un ente para comunale. Questo “mezze maniche”, un po' per diletto e molto per mancanza di lavoro, un bel giorno pensò di scrivere il giornalino dell'ufficio, firmando i propri articoli - sia quelli determinativi che quelli indeterminativi - con lo pseudonimo di Agatha Cook, nick nato dall'unione dei nomi dei suoi due scrittori preferiti: Agatha Christie e Robin Cook (la leggenda narra che all'inizio provò, essendo anagraficamente un uomo, ad utilizzare lo pseudonimo meno sessualmente fuorviante di: Robin Christie, ma ritenne che l'effetto fosse alquanto lassativo...); potenza del dolce far nulla, i suoi colleghi apprezzarono molto i suoi scritti, l'omino ci prese gusto, si montò nemmeno poi tanto la testa e pensò che era venuto il momento di “fare l'autore”. Io Viene il giorno in cui un autore, vero o presunto che sia, sente il bisogno di divulgare il proprio lavoro, con la 1

speranza (presunzione?) che a qualcuno possa piacere e a qualcuno addirittura servire... Dopo quasi 10 anni che mi diletto a scrivere, sono arrivato a “quel” punto. Ad aprile del 2008 mi sono iscritto alla S.I.A.E. e ho depositato i 5 atti unici teatrali che ho scritto. Ho pensato fosse anche il momento di mettere insieme le altre cose scritte nel corso degli anni, alcune pubblicate in qualche blog, e “regalarmi” un libro che le contenesse tutte. Noi Ecco come nasce il titolo di questa raccolta. Alcune cose le ho scritte come Agatha Cook, altre come Roberto Puddu. In questa raccolta, Agatha ed io spaziamo dall'autoironia (sono il più feroce persecutore di me stesso, ma solo perché di me ho una grande considerazione) alla fiaba, dalla sarcastica denuncia del “come siamo” all'ironica descrizione di “chi siamo”. Ci piace, quando scriviamo, accentuare le situazioni per renderle – si spera – più comiche; ci piace, quando scriviamo, utilizzare la formula del grottesco per meglio rendere l'idea di certe situazioni. 2

Ci piace, soprattutto, scrivere; nella speranza di dare un'emozione, sia essa un sorriso, una risata o, perchĂŠ no, una lacrima...

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A.T.M.: il mio addio! (...anche per spiegare chi sono...) Quante volte vi sarà capitato di sentire o di parlare di “posto sicuro” o “posto fisso”, riferendosi al lavoro, magari nell'ambito di un Ente pubblico “… una volta entrato, da li non ti butta fuori nessuno! Se non sei un pirla, sei a posto per tutta la vita…” Ecco la storia di un pirla che si è licenziato (senza subire alcuna forma di coercizione) dall’A.T.M. (Azienda Trasporti Milanesi) di Milano. E' scritta a mo’ di articolo giornalistico, perché era stata effettivamente inserita all’interno di una sorta di “giornalino dell’ufficio”, che il sottoscritto redigeva negli – ampi – spazi di tempo libero che il “posto sicuro/fisso” lasciava a disposizione dei propri dipendenti. “E' successo, era nella logica delle cose, quasi fisiologicamente inevitabile: Bob se ne va fuori dai coglioni! Per quanto il nostro sconforto sia enorme (dove lo si trova più un simile soggetto, caricatura vivente di un essere umano?), il dovere di giornalisti ci impone di andare fino in fondo! 4

Ecco di seguito, in esclusiva mondiale ('sticazzi!), il resoconto di ciò che realmente avvenne il 24 gennaio 2000, data destinata ad entrare nella storia: - ore 9 30' 00", Bob aspetta che tutti i suoi colleghi siano presenti in ufficio, impresa galattica, se non titanica, poi annuncia, con aria grave: "Ragazzi, mi licenzio! Vado via!" - ore 9 30' e 27", i di lui – ormai ex colleghi, senza discussione alcuna, si sono già "spartiti": la scrivania e il pupazzetto di Brontolo (la signora Berta), le bandierine del Milan (il signor Bruscolo), il puzzle del Corsera e la penna - con relativo porta penna - (la signora Terry); il resto, narra la leggenda, se lo divideranno con calma. Come si può evincere, il dispiacere dei suoi – ormai ex - colleghi è pari solo al dispiacere provato dai tifosi della Lazio quando, nella finale di Coppa Campioni, Pruzzo (della Roma) ha calciato al bibitaro il rigore decisivo! Le reazioni avute dai presenti al momento del terribile annuncio, sono state roba da pelle d'oca, al cui confronto il libro Cuore diventa una sorta 5

di Decamerone. Eccole nell'ordine: - la signora Berta, spostando impercettibilmente la testa dallo schermo, senza peraltro smettere di impignare le colonne di "Columns" (da quando il Bob ha stabilito il nuovo record, la signora non si da pace) ha esclamato senza il minimo tono nella voce: "Ah!"; - la signora Terry, distraendosi per un nanosecondo dal punto-croce, ha sentenziato, dall'alto della sua inarrivabile saggezza: "Eh... be'..."; - il signor Bruscolo, al solito, non ha sentito una mazza! Non cogliendo i commenti delle due signore, ha continuato imperterrito ad interagire con il proprio P.C., incazzandosi perché lui (Bruscolo) voleva aprire un file di Word utilizzando Excel, mentre lui (il P.C.,'sto str…) da Excel si ostinava a non aprirglielo! Per dovere di cronaca va detto che il signor Bruscolo è stato informato in seconda istanza dell'accaduto alle ore 10 e 27', a spartizione avvenuta (questo spiega perché si è beccato le 6

bandierine). Appresa la luttuosa novella, il baldo ometto ha chiesto: "Senti Bob, prima di andartene mi fai vedere come si richiama un file di Word da Excel?". Dopo cotanto trattamento, Bob, forse perché si immaginava chissà cosa in seguito all'annuncio, è caduto in depressione, cercando conforto altrove. Si è quindi recato dal Capo Servizio ed a seguito della ferale annunciazione, si è sentito rispondere, con la voce del suddetto C.S. rotta dai singhiozzi (di ilarità, n.d.r.): "Ah, perché lei lavorava qui? Pensavo fosse un fornitore un po’ pedante, tipo il rappresentante di quella ditta… Come si chiama… Va be', pace, arrivederci e grazie! Avanti il prossimo!" A questo punto Bob ha avuto un moto di orgoglio, una volta tanto in vita sua ha tirato fuori gli attributi e, rosso in viso ha urlato: "Perdindirindina, che birbaccioni che siete!" dopodiché ha accostato la porta dell'ufficio del capo ed è andato a caragnare al bagno (però quello degli uomini, e che caspita!). Per la sostituzione di Bob, il suo – ormai ex - Capo Ripartizione (Capo Ufficio per i 7

comuni mortali) ha chiesto indifferentemente un ex muratore albanese di origine curda o un ex ciabattino senegalese; se proprio non fossero praticabili queste opzioni, in subordine sarebbe andato bene anche un ex minatore belga. Stabilito chi avrebbe preso il posto di Bob, la questione era per quanto tempo il nuovo assunto avrebbe dovuto affiancare il licenziando, per carpirgli i segreti, le astuzie e l'esperienza maturati in quasi 11 (undici!) anni di servizio; si è deciso che 20 minuti bastano e avanzano; quindi il neo acquistatore A.T.M. si presenterà giovedì 24 (ultimo giorno di “lavoro” di Bob) alle ore 17 circa. A noi non resta che augurare a Bob una felice e radiosa carriera nel suo nuovo posto di lavoro. Ciao Bob.”

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Pendolari Il pendolare è quell'animale, appartenente alla razza umana, sottospecie lavoratore (autonomo o indipendente è uguale), che per campare deve – appunto - lavorare e per farlo deve recarsi in una città diversa da quella in cui abita. Il pendolare può essere dipendente (dai mezzi pubblici) o indipendente (quindi automunito). Prendiamo in considerazione la prima categoria, essa a sua volta si suddivide tra chi è treno-dipendente e chi è busdipendente. Dal momento che qualche linea di autobus è privata, mentre le F.S. (acronimo che sta per Fanno Schifo) sono pubbliche (sic!) e quindi più disastrate, vado a raccontarvi come si articola una giornata-tipo di un pendolare treno-dipendente. Il luogo da cui partono (oddio, forse in verbo eccede in ottimismo, ma tant'è...) i treni si chiama stazione. Il pendolare si reca alla stazione, quando in genere la gente comune ha ancora 2/3 ore di meritato sonno da usufruire. 9

Il viaggio "per la stazione" avviene in diversi modi, vale a dire, utilizzando vari mezzi: a) con l'auto (guidandola); in questo caso il pendolare deve recarsi in stazione almeno 1/2 ora prima della – presunte partenza del treno, questo è infatti il tempo che serve per trovare un parcheggio non a pagamento nelle vicinanze della stazione. Solitamente il parcheggio che risponde alla caratteristica sopra citata è quello sotto casa, quindi il pendolare, dopo aver parcheggiato a tre metri dal proprio garage, va in stazione a piedi; b) con l'auto (accompagnato); in questa ipotesi il pendolare arriva all'ultimo momento e deve essere lasciato a non meno di 1 metro dalla banchina della stazione, perché fare 20/30 metri a piedi è brutto e stanca; c) con mezzi a due ruote (meccanici o a spinta di gambe cambia poco); per questa categoria è stato messo a disposizione un apposito parcheggio della capacità di ben 6 biciclette, 3 motorini e/o scooter e 1 moto; in pratica alle prime ore dell'alba questa piazza 10

d'armi è già esaurita e i mezzi vanno via via sovrapponendosi, con somma gioia di chi è arrivato per primo che, non solo ha preso il posto migliore, ma dispone anche dell'antifurto, visto che per "babbargli" il mezzo il ladro deve spostare una dozzina di quintalate di bici. Il guaio è che il fortunello deve tornare per ultimo, verso le tre di notte, sennò le quintalate se le sposta lui. Una curiosità: sotto i montoni di bici e scooter c'è un cartello, transitando per la stazione di domenica (giorno in cui il pendolare solitamente non esercita) si può leggere la seguente dicitura: "Vietato appoggiare biciclette e motorini". Infine un consiglio: ricordatevi sempre il posto esatto in cui avete parcheggiato il mezzo, quello è infatti l'unico posto dove non dovrete più cercarlo al vostro ritorno, potrebbe essere ovunque, il vostro mezzo, ma non lì! Bene! Ora che tutti i pendolari sono pronti, si passa alla fase 2, l'attesa del treno. Il pendolare, come tutti gli animali, ha la tendenza a riunirsi in branchi omogenei; 11

siccome è pure abitudinario, il branco si trova sempre nello stesso posto; è così più facile individuare determinate persone ("… ah si, Tizio è nel gruppo vicino al bagno, lato cestino dell'immondizia…"). Per regolarizzare la circolazione dei treni e per dare al pendolare un'indicazione circa il momento in cui avrà inizio il suo viaggio, le F.S. hanno messo a punto quello che probabilmente risulta essere il più inutile degli oggetti: l'orario dei treni! In realtà questo "poster" non serve per sapere a che ora partirà o arriverà un mezzo, ma a calcolare a quanto ammonta il ritardo. Più economico per le F.S. sarebbe stato, anziché far stampare tutti quei "cosi", pagare un omino che alla domanda "Scusi, a che ora parte il treno per Milano?" Risponda: "Mettiti li e aspetta, prima o poi qualcosa passa!". Dunque, torniamo al nostro eroe. Come detto, tutti riuniti in branchi, i pendolari aspettano l'arrivo del treno, di solito preceduto da un annuncio dell'altoparlante che più o meno è così: "Dlin dlon! (suono del campanello che 12

richiama l'attenzione dei vocianti pendolari) - Vigevano, stazione di Vigevano (e qui da parte di tutti c'è un sospiro di sollievo "...Meno male, sono proprio a Vigevano, sai, con il sonno magari mi recavo in stazione a Civitanova Marche"...) - è in arrivo ___ (il vuoto è lasciato volutamente perché nell'annuncio-tipo, per far vedere che sono studiati e hanno fantasia, quelli delle F.S. di volta in volta usano una preposizione diversa - sia essa semplice o articolata) primo (o terzo, MAI sul secondo, boh!) binario, treno (locale, diretto, ecc…) per Milano Porta Genova.". Un annuncio normale finirebbe qui, ma come detto alle F.S. tengono particolarmente a dimostrare di possedere certe peculiarità, quindi l'annuncio viene rifatto a rovescio: "Dlin dlon! Treno (locale, diretto, ecc...) per Milano Porta Genova è in arrivo sul/al/nel/in (giuro, hanno detto anche "nel" e "in") primo binario". Fine dell'annuncio? Ma nemmeno per sogno, al delirante avviso appena citato segue, bontà loro, un consiglio: "Si raccomanda ai gentili (perché questo 13

aggettivo?) passeggeri di disporsi lungo tutta la lunghezza della banchina, in modo da agevolare le operazioni di imbarco (testuale, imbarco!) e non causare ulteriori ritardi". A parte il fatto che attribuire la causa del ritardo a quegli idioti di pendolari che si ostinano a voler salire dall'unica porta che si apre sulle 10/12 disponibili è una pirlata, va detto che il pendolare è comunque obbediente e quindi si spalma lungo tutta la lunghezza della banchina; peccato che il treno non sia così lungo, il che comporta corse trafelate di centinaia di metri da parte di chi stava alle due estremità della banchina stessa. Tutto ciò comunque accade di rado, più frequenti sono gli annunci di ritardo, solitamente effettuati dopo 10 minuti dal presunto orario di effettiva partenza del treno. In questo caso, al "Dlin dlon!" il silenzio è totale, glaciale, l'attesa è spasmodica, il cuore batte all'impazzata e una sola domanda attraversa migliaia di persone: "Di quanto, oggi?". L'annunciatore è conscio di questo patos e, da stronzo, enfatizza: "Comunicazione 14

di ritardo - pausa - si comunica ai gentili (ma che cazzo di gentili!) passeggeri che il treno locale delle ore ___ diretto a Porta Genova (porca pupazza, lo so dove cavolo va il treno, voglio sapere QUANDO!) - pausa - viaggia con un ritardo di - pausona galattica - (tot) minuti". Qui apro una parentesi, se il tot. è inferiore a 10 minuti, si ode un "MAVAFFANCULO" detto all'unisono, tale da far impallidire la curva di qualsiasi tifoseria calcistica; se il tot. è superiore a 10 minuti il boato viene solo dalla parte degli studenti, accompagnato da gesti tipici dei Lord Inglesi e danze tribali di esultanza. La "curva" dei lavoratori invece comincia ad inveire, c'è chi si precipita verso le uniche due cabine telefoniche messe a disposizione di 2.000 persone (erano due anche prima dell'avvento della telefonia cellulare), chi comincia ad estrarre i mitici telefonini e a chiamare il posto di lavoro (i gestori del traffico telefonico, con le F.S. fanno affari d'oro), tutti uniti dal comune obiettivo: avvisare che "anche oggi" arriveranno in ritardo. 15

Dopo tutto ciò, inevitabilmente, arriva il treno ed il baldo annunciatore, come se niente fosse successo, parte con l'annuncio standard già descritto, inclusa la perla sul fatto di non causare ulteriori ritardi (noi, eh!). Nel frattempo alla stazione i pendolari cominciano ad assommarsi, nel senso che il ritardo ha fatto si che, contemporaneamente siano presenti gli "utenti" di ben tre diverse fasce orarie. Il mitico John Ford, per uno dei suoi mitici film western avrebbe potuto utilizzare, per la scena dell'assalto al treno da parte degli indiani, una scena quotidiana di assalto al treno da parte dei pendolari assatanati, non ci sarebbe stato paragone. Il treno riesce quindi, finalmente a partire; la selezione naturale ha portato i pendolari piÚ forti a salire sul treno; questi viaggeranno in piedi, stipati in maniera tale che Hitler e Stalin schianterebbero d'invidia per non averci mai pensato. I pendolari meno forti invece, lasciati a terra dagli altri che li schermiscono dai finestrini ai quali sono appiccicati come 16

mosche sulla carta moschicida, vanno a bersi un cafferino, aspettano meno di cinque minuti, salgono sul treno successivo, che è vuoto come la testa di un responsabile delle F.S. e arrivano a Milano solo cinque minuti dopo l'arrivo del treno con i pendolari-deportati. Dopo tutte queste peripezie, il pendolare, verso le dieci del mattino arriva in ufficio o in fabbrica e qui si sente dire dal collega, che abita a dieci metri: "Oh, sei già incazzato anche oggi?".

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Vacanze “itaGliane” Io posseggo un cane e spesso lo porto con me in vacanza! Qualche anno fa, parte della mia vacanza l’ho passata in Sardegna, nella zona che va più o meno da Olbia a Capo Coda Cavallo, in mezzo al “Parco di Tavolara” sulla costa orientale. In questo bellissimo posto era (ed è tutt'ora) vietato introdurre cani sulle spiagge (o “arenili”, come vengono chiamati nei cartelli più “colti” ��� d’altro canto, siamo in Costa Smeralda… -). Mi sono chiesto: perché solo i cani e non più genericamente gli animali? (se uno ha che so, un cobra, un alligatore, una scimmia, allora li può portare? Mah!). Ho fatto buon viso a cattiva sorte e, sentendomi – stranamente – un buon cittadino, mi sono cercato calette semi deserte e posti semi appartati (è questo che si intende per “turismo di èlite?”); il alternativa, potevo sempre scegliere di appiccicare ombrellone e telo mare alle staccionate che delimitano le spiagge per fare in pieno il mio dovere. E qui finisce la premessa, che sicuramente poco importa ai più. 18

Arrivo alla parte interessante, passeggiando sulle spiagge (arenili) ho trovato: - migliaia (esagero, lo so, ma per difetto…) di mozziconi di sigarette, sicuramente gettati da cani tabagisti, sfuggiti ai rigorosi controlli di proprietari, bagnini e Guardia Costiera; - centinaia tra carte di confezioni di gelato, stecchetti di ghiacciolo e coppette varie (vuote), indiscutibilmente lasciate da cani scappati di corsa ai propri padroni, quindi accaldati, quindi bisognosi di refrigerio (i cani, si intende!); - noccioli di pesca e torsoli di mela (pochi, devo essere onesto) per non lasciare la categoria “umido” senza rappresentanza (i cani conoscono non solo la raccolta differenziata, ma anche la par condicio!) Mi diverto anche a giocare all’esploratore marino, quindi, munito di maschera e pinne di ordinanza ho “visionato” lo splendido mare, anch’esso ovviamente protetto dalla presenza di animali insozzosi come solo i cani sano essere. Ho dovuto rivedere alcune mie nozioni 19

sulla fauna marina, sulla base dei resti trovati sui fondali, ho infatti scoperto che: - i pesci mangiano la pizza - i pesci accompagnano le “pizzate” con la birra, ma essendo animali alla buona, la bevono in bicchieri di carta - i pesci adorano la cocacola (sia essa normale o nella versione “light”, probabilmente bevuta da pescioline con velleità di velina/letterina) - i pesci girano in auto e quando questa non va più, la smontano incazzati, lasciando i vari componenti non funzionanti dove capita (quindi non fanno raccolta differenziata, a differenza dei cani). Ora passiamo alla vera rivoluzione, al totale annientamento delle credenze popolari, altro che Darwin: - i pesci si ammalano e si feriscono!!! Tentano di curarsi con cerotti... - i pesci non vivono in grotte site nei fondali marini, ma si costruiscono le case con i mattoni e le rivestono di piastrelle, poi quelle che avanzano le lasciano li, magari servono a qualcun altro…Quindi sono animali di buon cuore 20

- i pesci sono mammiferi!!! Le femmine usano gli assorbenti in “quei periodi” Sulla base di quanto descritto sopra, ho capito perché alcune razze di pesci, vengono chiamate “pesci-cani”! Devo dire che non ho potuto esplorare i fondali marini molto “al largo” (intendendo per “largo”, i 100 metri dalla riva), poiché queste bellissime zone sono circondate da cordoni che impediscono ai bagnanti di fare molta strada. I cordoni dividono i bagnanti da barche, yacht e natanti vari, “parcheggiati” in bella mostra di fronte alle spiagge (arenili); ovviamente da questi mezzi non viene scaricato in acqua nulla e altrettanto ovviamente è noto che questi mezzi viaggiano a energia solare (sembra di sentire odore di gasolio, ma non è così…). Chiudo rispondendo alla mia iniziale domanda: “perché divieto di accesso ai cani e non agli animali”? PERCHE’ SAREBBERO RIMASTI FUORI MOLTI ESSERI UMANI.

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Tutti al mare Chi non ha passato (almeno) una giornata al mare, durante le proprie vacanze? Ecchissenefrega! La domanda era retorica, tanto per introdurre l’argomento. A me è successo (e il chissenefrega giustamente mi viene rimandato) e il mio occhio clinico, vigile, attento, ma soprattutto miope ha osservato e “fissato” alcune situazioni curiosamente simpatiche (o simpaticamente curiose, fate vobis). Dividerei la “giornata balneare” in 6 fondamentali momenti: 1) ARRIVO 2) INSEDIAMENTO 3) INGRESSO IN ACQUA 4) GHIOCHI IN/DA SPIAGGIA 5) IL PRANZO 6) TIPI DA SPIAGGIA ARRIVO: ricordo che ai miei tempi si andava in spiaggia a piedi, con l’asciugamani (si chiamava così, poi il termine si è evoluto in “telo mare”…) in spalla, al massimo il pallone in mano. SCORDATEVELO!!! Ora si tratta di veri e propri sbarchi di truppe; i bauli delle monovolume e le stescionvegon (se hai 22

altre tipologie di auto sei nella cacca) si aprono e cominciano ad ammucchiarsi in ordine sparso sul marciapiede: sdraio, ombrelloni, canotto per la bimba, materassino per la mamma, sedia per la nonna, borsa con i giochi dei bimbi, borsa con gli asciugamani i teli mare, borsa frigo, borsa della spesa (appena fatta), borsa con apparecchiature fotografiche, binocolo (?), “Gazzetta”, parole crociate, “portinaiacolor” (=riviste di pettegolezzi). Scaricata la vettura, l’aspirante bagnante (e la di lui famiglia) si caricano tutto in spalla e, simili ad omini/Michelin, si avviano faticosamente verso l’agognata meta: la spiaggia! Dimenticavo: il parcheggio non è MAI vicino alla spiaggia, per cui il percorso auto/mare diventa una sorta di percorso di guerra. Caricata di questo po’ po’ di roba, la famigliola sbarca quindi sull’arenile; siccome camminare sulla sabbia con le ciabatte pare dia fastidio, queste vengono abilmente lanciate verso il posto libero - da tempo adocchiato - a mo’ di prenotazione. Peccato che la 23

sabbia sia bollente, per cui gli omini/Michelin di cui sopra, cominciano a zompettare, accompagnando questa gioiosa danza simil-tribale con i tipici “uh, ah, uh, scotta!”. Arrivati sul luogo prescelto dalle ciabatte (non ci si può sputtanare dicendo che si è sbagliato il tiro, li c’è la ciabatta, li ci si ferma!), si butta tutto per terra e si scava velocemente una buca in cui mettere i piedi oramai ustionati, per dar loro un minimo di sollievo. Comincia la seconda fase: l’INSEDIAMENTO! Si, perché di insediamento vero e proprio si deve parlare. La famigliola comincia ad espandersi a macchia d’olio sulla/per la spiaggia; come soldatini ligi al dovere, ciascuno ha i propri compiti ben definiti: i bambini cominciano a rompere i maroni chiedendo: “posso fare il bagno? Sono già passate 3 ore? Posso andare a giocare?”; la nonna si siede e si addormenta, la sua giornata balneare finisce 3 nanosecondi dopo essere iniziata; il papà, liberatosi del fardello comincia a PIANTARE 24

L’OMBRELLONE!!!!!!!!!! (Dopo la scelta di cocomeri e meloni al supermercato, credo sia la disciplina più “personalizzata” del mondo). Si comincia l’operazione guardando dov’è il sole e calcolando mentalmente dove sarà e che giro compirà nelle successive 8 ore, trovate le coordinate cartesiane, viene urlato “lì!” indicando il punto preciso in cui avverrà il “piantumaggio”. Apro una parentesi sulle varie tecniche di foratura della sabbia. - tecnica “COSI’ SE VIENE IL VENTO…”: si prendono i giochi dei bimbi (nel frattempo già dispersi, i bambini) e con la paletta si comincia a scavare una buca profonda non meno di 50 cm.; una volta piantato, l’ombrellone sarà praticamente alto un metro e dieci, però se viene il vento… E poi, se siete in Sardegna, potrebbe capitare IL Silvio, l’ospitalità è sacra e lui li sotto, in piedi, ci sta da Dio (cioè da se stesso) - tecnica “GOLDRAKE”: all’urlo di “manico roteante”, si prende la parte inferiore dell’ombrellone e la si fa roteare sulla sabbia a mo’ di trivella, creando così “il buco” dentro cui mettere 25

l’ombrellone - tecnica “PLASMON”: a colpi di mazzetta da 5 chili, il palo dell’ombrellone viene piantato direttamente, senza creare anticipatamente il foro - tecnica “MA CHE BUCO”: il palo entra nella sabbia per 5, 6 cm. e viene fissato da una (una!) cordicella di nylon ad un sasso o, in mancanza, alla sedia della nonna (tanto non si muove – la nonna) - tecnica “TRIVELLA” praticamente come la “goldrake”, dalla quale differisce solo perché il bastone dell’ombrellone è già sagomato a trapezio, (come il traforo dei bimbi, quello per fare i buchi nel legno). La scienza, da sempre attenta alle esigenze dell’uomo (inteso come essere umano), ha messo a punto negli ultimi tempi una sorta di punta escavatrice in plastica (disponibile in vari colori) o in ferro, con cui praticare il foro nella sabbia, l’oggetto rimane poi piantato li e ci si infila dentro il manico dell’ombrellone. I seguaci della tecnica 4, pur di non dare soddisfazione, piantano l’oggetto e lo usano come punto fermo per legarci la cordicella dell’ombrellone… A questo punto il compito del papà è 26

finito, esso gonfia il petto, guarda la moglie (l’unica rimasta della famiglia, visto che la nonna dorme e i figli chissà dove sono…) con aria orgogliosa e sempre con petto in fuori e passo militare, va direttamente in acqua, (dai 3 ai 4 secondi dopo, l’ombrellone – fatalmente - cade!). La moglie/mamma mentre risponde con 3 bei “no!” secchi al questionario dei bimbi, in pochi secondi: prepara la sedia per la nonna (che li si siede e non da più notizie di se fino al tramonto, quando viene svegliata, raccattata e ricondotta in auto), impana i bimbi con la crema protettiva, stende i teli mare, apre il tavolo per il pic-nic di mezzogiorno, sistema sotto il tavolo il frigorifero e la borsa della spesa, mette in ordine le varie borse e pianta stabilmente l’ombrellone che (qualunque sia stato il metodo utilizzato) il vento ha fatto cadere. L’insediamento è ultimato, SI VA IN ACQUA Il vero motivo per cui si va in spiaggia è (dovrebbe essere) fare il bagno! La leggenda, tramandata da generazioni 27

(in realtà urlata da madri a figli) per tutti i lidi della penisola, vuole che il bagno si faccia almeno 3 ore dopo avere mangiato! Considerata l’elevata quantità di merendine e gelati che i bambini fagocitano mentre sono in spiaggia, c’è da restare stupiti se ogni giorno non si verifica un’ecatombe che nemmeno Erode… Ad ogni modo, arrivata l’ora fatidica, i bagnanti entrano in acqua (anche perché altrimenti non sarebbero bagnanti...) festanti e gioiosi, almeno nelle intenzioni; si perché, a meno di entrate a valanga (tipiche dei bimbi, ma ne parleremo dopo), al primo contatto dell’alluce con l’acqua, la mamma si blocca, guarda il marito ed esclama: “E’ fredda!” e torna dalla nonna; di solito il marito/papà (ancora tronfio per la piantumazione dell’ombrellone, inconsapevole del fatto che è già volato via ed è stata la moglie ad averlo riposizionato stabilmente) risponde con un “Ma va che è caldissima” ed entra; per non dare soddisfazione ed ammettere il gelo, cammina in punta di piedi, girandosi, sorridendo e salutando 28

con la manina, fino a quando l’acqua arriva LI’! I maschietti sanno bene che quando l’acqua arriva in quel punto, la fisica da il via al famoso “effetto lumaca” (pare che solo la visione di certe personcine abbia effetti più restringenti); urge allora affrettare il passo o tuffarsi. Durante il tragitto, capita di essere schizzati da qualcuno che gioca, corre, si tuffa (insomma, si è in mare, tra centinaia di persone…); in questo caso i bagnanti si rizzano ancora di più sugli alluci (tipo gatto Silvestro quando deve prendere Titti, presente?), irrigidiscono tutti i muscoli e si girano (sempre rigidi) minacciosi verso l’autore dello sgarbo. Se il colpevole è un bambino, questi viene brutalmente sgridato, se si tratta di omaccioni o di compagnie numerose, il bagnante ringrazia e si butta l’acqua addosso da solo, si sciacqua, come a dire “stavo per farlo io… con ‘sto caldo…”. Dicevamo dell’entrata in acqua a valanga. Essa è tipica dei bimbi, che, allo scadere della mitica terza ora, non potendone veramente più, si fiondano in mare correndo all’impazzata. Questa 29

pratica viene ripresa anche da alcuni adulti, che corrono per 2/3 metri (il fiato è quello che è) poi si tuffano a volo d’angelo con l’acqua ancora alle caviglie, piantandosi come ombrelloni e ricevendo il gesto dell’ombrello (appunto!) dal bagnante ancora in punta di piedi, schizzato dal tuffo. Una volta in acqua poi si avviano le varie attività: chi fa jogging, chi acquagym, chi passeggia, chi prende il sole, chi gioca e, se siete particolarmente fortunati, potete rischiare addirittura di vedere qualcuno che nuota... Basta la gioia di stare al fresco in attesa del PRANZO! E fu così che venne l’ora del pranzo! Sempre ai miei tempi, il pranzo consisteva in un pezzo di focaccia (i soldi erano pochini – oddio, anche adesso… ed il mare più vicino, per me, è il Ligure…) ed una bibita (per un breve periodo anche il vino in lattina “Giacobazzi – is my wine”, ma è durato poco (il Giacobazzi)… SCORDATE PURE QUELLO! Ora, per le famiglie più facoltose ci sono 30

i panini con bibite, gelato e cafferozzo d’ordinanza, comprati al bar sulla spiaggia (questo “spuntino” costa, in proporzione, come un pasto completo al “Savini” di Milano). Questo tipo di pasto, oltre che essere costosissimo è pure scomodo, nel senso che, per evitare 2 o 3 lunghissime code, tutto viene preso in “soluzione unica” e viene consumato seduti sul telo mare, in posizione simil-guru, tenendo con una mano il panino, con l’altra la bibita, su un ginocchio il gelato (che comincia a slinguarsi dopo 2 nanosecondi) e sull’altro il caffé (che comincia invece ad ustionare negli stessi 2 nanosecondi). Per le famiglie meno abbienti, ma più ingegnose ci sono i pasti preparati in spiaggia, i frigoriferi si scoperchiano e fuoriesce ogni genere di commestibili (come ci stia in un frigo portatile, quello che a fatica ci sta in un frigorifero da casa, poi…); per il pasto, si va dal semplice panino fatto al momento, alla mangiata vera e propria, composta da antipasto, primo, secondo con contorno, frutta, dolce, caffè, e ammazza caffè (bevande incluse). 31

Mentre il papà è ancora “immerso” per metà, intento a catechizzare i mocciosi (o a socializzare con l’omaccione e/o le varie compagnie) che l’hanno schizzato, e i bimbi sono chissà dove a giocare, la mamma, senza destare la nonna, apparecchia la tavola e prepara il pranzo. Finito di imbottire l’ultimo panino o appena cotta a puntino la caponata, mamma richiama il babbo (che finalmente ha una buona scusa per non completare l’ingresso in acqua ed esce di corsa così come avrebbe dovuto entrare) e lancia un razzo di salvataggio per avvisare i bimbi che “è pronto”; dal nulla essi compaiono in pochi secondi affamati come lupi famelici. Una volta terminato il pranzetto, nonna continua a ronfare, papà, nell’ordine: si massaggia la ventrazza, rutta scompostamente, mette lo stuzzicadenti in un angolo della bocca, si alza dal seggiolino e si abbatte sulla sdraio, al riparo dal sole grazie all’ombrellone che LUI crede di aver sapientemente piantato; i bimbi, ancora con l’ultimo boccone da deglutire chiedono se sono 32

già passate 3 ore e possono fare il bagno, mamma sparecchia la tavola, prepara le borse con la raccolta differenziata dei rifiuti e si mette sulla sdraio a leggere i “portinaiacolor”. Sulla spiaggia cade il silenzio totale, interrotto solo dallo sciabordio delle onde e dai ruggiti dei leoni marini, che altro non sono che gli stanchi papà che riposano dalle immense fatiche della mattinata… I GIOCHI Durante la giornata balneare, grande importanza e rilevanza hanno le attività ludiche! Attività “trasversali” nel senso più letterale del termine; esse sono infatti praticate da giovani e meno giovani, maschi e femmine, ricchi e poveri (non il gruppo canoro), prima o dopo pranzo (qualcuno prova durante, ma…). Come detto, ai (oramai patetici) miei tempi c’era solo la palla, qualche bimbo aveva le biglie di plastica con dentro le foto dei ciclisti… Qualche facoltoso pure il tamburello… Ora la palla è diventata di varie dimensioni ed in alcuni casi si chiama 33

“bichvollei”, poi c’è il volano, le bocce, le “racchette” (anche qui dimensioni, colori e pesi sono per tutti i gusti), il frisbi (che ho scoperto non essere un cibo per cani – visto tra l’altro che in spiaggia non li vogliono), l���aquilone e chi ne ricorda altri me lo scriva pure. Praticamente la spiaggia è un gigantesco campo polivalente, che nemmeno i migliori centri sportivi delle grandi città si sognerebbero… Queste attività {a parte il bichvollei, per il quale esistono appositi campi, delimitati da righe fatte col culo [non nel senso di fatte male, ma proprio eseguite tirando uno per la gambe in modo che il posteriore “solchi” l’arena e da ciabatte piantate ai 4 cantoni (che è un altro gioco che però non pratica più nessuno)]} vengono svolte sia in acqua che fuori, dal bagnasciuga alla pineta, per l’ovvia gioia di chi invece vorrebbe stare solo li a prendere il sole o a fare il bagno. Come una miniglobalizzazione, a volte questi giochi interagiscono tra loro, favoriti dal fatto di essere praticati sullo stesso “campo”; capita così che il 34

boccino d’apertura di una partita di bocce, una volta lanciato in aria, venga colpito da un giocatore di volano, la palla si impenna e viene schiacciata da un giocatore di “bich”; prima che tocchi terra, all’urlo di “la salvo io!” un calciatore la prende in sforbiciata proprio mentre sta per entrare in porta (la palla, in porta ci finisce lui) e la alza di nuovo, prima di essere definitivamente schiacciata a terra con una plastica e potente volèe da un giocatore di “racchette”. Il boccino termina così la sua folle corsa circa 100 metri dopo la “linea di bocce”, il lanciatore rimane stupito e gli altri bocciofili, guardandolo con compatimento gli dicono: “Più lontano, no? Pirla!” Una piccola parentesi sui giochi da spiaggia va dedicata all’interazione padre/figlio. La spiaggia, e quindi la sabbia, rappresentano uno dei pochi momenti in cui il padre fa anche il papà e si ricorda di avere un figlio/a e con cui giocare (mentre la mamma, GIUSTAMENTE si gode 15/20 giorni di vacanza mentre “… almeno al gioco ci pensa lui…”). 35

La sabbia! I castelli di sabbia! Per il papà è un gioco bellissimo, si comincia con il “facciamo assieme un castello!?” e si finisce con il padre che ha costruito un maniero degno di Re Artù, con ponti levatoi (perfettamente funzionanti), torrette, passaggi sotterranei; durante la costruzione, il figlio viene via via messo da parte “…non si fa così, lascia fare a me… no questo è meglio se lo fa papà… ma noooo, si fa così, stai li, fermo e impara…”. Alla fine della costruzione, il papà e impanato di sabbia fin dentro le orecchie, ritto, con in mano secchiello e paletta, a rimirare il suo capolavoro con fare orgoglioso mentre il figlio/a è tornato/a dalla mamma (che quindi rinuncia alla vacanza) a fare altro. TIPI da SPIAGGIA Mi sono sempre chiesto perché mai, per descrivere una persona “strana”, “particolare” o “stravagante” si utilizzi il termine “tipo da spiaggia”. Penso di essermi dato una risposta quest’estate! Premessa doverosa: chi scrive è un barattolino peloso di 1,65 metri x 0.65 36

quintali, tendente (molto tendente, quasi “riuscente”) al calvo, che si presenta in spiaggia carico di: 1) coppia di ombrelloni, uno per lui e consorte e uno per la figlia (che poi pianta maldestramente, utilizzando pateticamente la tecnica di Goldrake); 2) spiaggina personale; 3) borsa con maschera e pinne; 4) borsa dei giochi. Da buon Murphysta posso innanzi tutto affermare il seguente assioma sul topless: “I centimetri di pelle coperti da un indumento su una persona, sono direttamente proporzionali alla sua bellezza” (più sono belle più si coprono – o peggio: meno hanno da far vedere e più mettono in mostra!) Seppure non si potessero portare in spiaggia i cani, ho visto una collezione di “orecchie da cocker” al posto dei seni, che ci sarebbe voluta la protezione civile (o l’accalappiacani, come preferite)… Per contro, ho visto (visto…) seni così piccoli che i brufoli dei miei 15 anni erano più grossi. Per “par condicio sessuale”, va detto anche che qualche bel ometto, al 37

pensiero di “so fico, so bello, so fotomodello” pascolava per la spiaggia ostentando rotolini accentuati dallo schiacciamento dei fianchi da parte di improbabili pantaloncini variopinti. “Da spiaggia” anche il tizio che ho visto rotolarsi con la sdraio tentando di aprirla, e quello invece che, dopo 5 minuti passati tentando (e non riuscendo) di aprire la spiaggina, con i vicini che lo guardavano, un po’ inteneriti e un po’ divertiti, pacatamente ha preso “l’oggetto misterioso” e si è spostato di qualche passo, davanti ad un altro pubblico; qui probabilmente le onde cerebrali erano positive e il tipo, dopo qualche altro tentativo, ha aperto la sdraio, tra l’ovazione e la meritata “standing ovation” dei presenti. Immancabile poi il “sommozzatore da spiaggia”; costui si agghinda con: muta (griffata) ad alta copertura termica; calzari (griffati) antisdrucciolo/scivolo; pinne (griffate) indossate sui calzari, antiturbolenza; guanti (griffati) ad alto spessore per prese forti su/di qualsiasi oggetto e/o crostaceo; bombole (griffate), respiratore e maschera 38

(griffata) antiappannamento e antipressione; palloncino/boa (griffato) per segnalazione; fiocina (griffata) da balena. Con tutto questo po’ po’ di roba, il John Waine del mare cammina – in avanti, dandosi ginocchiate tremende sulle gengive a causa delle pinne ai piedi – in direzione dell’acqua; giuntovi, fa tre/quattro passi, butta la boa, si gira, si tuffa all’indietro e comincia a nuotare alternativamente da destra a sinistra (mai verso il largo!) tra i bimbi che con una semplice maschera con boccaglio comprata all’edicola, lo accompagnano nel suo viaggio, indicandogli i pesciolini da fiocinare.

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La volpe senza coda (...anche perché, non è che scrivo solo cazz..) E’ autunno, l’alba ancora deve destarsi dal sonno della notte, un uomo cammina nel bosco, sotto i suoi piedi le variopinte foglie, impregnate di rugiada, sembrano un soffice tappeto, una leggera nebbia rende il paesaggio surreale. L’uomo respira profondamente e si nutre di quel silenzio, di quei profumi, di quei colori, è contento: sarà una bellissima giornata di caccia! Camminando con il fucile in spalla, il cacciatore tende l’orecchio per percepire ogni suono, ogni minimo fruscio, sa, sente che la preda è vicina. Finalmente ecco il rumore tanto atteso: è come un bisbiglio ma il suo orecchio allenato lo ha colto ugualmente, il cacciatore si volta e vede dinanzi a se una volpe. Veloce imbraccia il fucile, prende la mira, i suoi occhi freddi si incrociano con quelli dell’animale, sta per premere il grilletto… Il cacciatore si ferma e abbassa l'arma, c'è qualcosa che non va: la volpe rimane ferma e si siede, immobile, non scappa. 40

"Ma come, stai li, ferma, non provi nemmeno a scappare?" Dice il cacciatore alla volpe. "PerchĂŠ dovrei?" Risponde l'animale "Servirebbe forse a qualche cosa?" Cacciatore: "Ma sicuro che servirebbe, se tu provassi a scappare io non potrei spararti, oppure ti sparerei ma non riuscirei a colpirti." Volpe: "Certo, certo... Se io scappassi, se tu non sparassi, se tu mi mancassi... Quanti se... Troppi! Sono stanca di scappare; forse riuscirei a fuggire da te, magari anche ad un altro cacciatore, se sono fortunata addirittura ad un terzo o un quarto... E poi? Per quanti giorni riuscirei a fuggire? No, ti ripeto, sono stanca, la mia corsa e con lei la mia vita finiscono qui." Cacciatore: "Fai come credi, io sono un tipo sportivo, amo la competizione e ti ho dato la tua possibilitĂ , se non la cogli, peggio per te." Dicendo queste parole imbraccia di nuovo il fucile e prende la mira. 41

Volpe: "Aspetta un attimo." Il cacciatore ridendo: "Ah, ah, che fai? Ci ripensi? Rivuoi la tua possibilità? Hai ripreso fiato?" Volpe: "Niente affatto! Mi metto in posa, voglio che tu non possa sbagliare il colpo." Così dicendo l’animale si alza sulle zampe e si mette ritta, maestosa, con lo sguardo fiero che incrocia quello del cacciatore. Cacciatore: "Un momento, ma tu non hai la coda, cosa faccio, porta a casa la pelle di una volpe senza coda?" Volpe: "Che ti devo dire, il tuo collega poco fa non ha avuto una buona mira, mi ha solo colpito alla coda, facendomela perdere, ma a te andrà sicuramente meglio, con te non scappo, sto ferma… Così va bene?" Cacciatore: "Ma si, va bene lo stesso, posso sempre dire che la volpe senza coda è un animale raro..." "Rarissimo – lo interrompe la volpe anzi, direi unico, sappi che sono l'ultimo esemplare di volpe (con o senza coda non importa) che ancora esiste... Pensa che bella figura farai 42

quando lo racconterai agli amici, te lo immagini?" Cacciatore: "Certo! Accidenti che giornata fortunata, chissà che invidia al bar quando ti mostrerò agli altri cacciatori." Riprende la mira. Volpe: "Sicuro, tutti avrebbero voluto essere al tuo posto, pensa un po', sei l'uomo che ha interrotto la catena animale, sarai considerato un vero eroe." Il cacciatore, abbassando di nuovo l'arma: "Ma di quale catena parli? Mi stai prendendo in giro?" Volpe: "Niente affatto, vedi, tutti gli animali e le piante che ci sono sulla Terra hanno un proprio ruolo ben definito, tutti assieme formano una catena che serve a dare origine e vita alla natura, il cerchio della vita, lo chiamerebbe qualcuno piÚ famoso di me. Tutti noi, animali e piante, in perfetto equilibrio, serviamo a fare in modo che sulla Terra esista la vita..." "Storie - urla il cacciatore alzando il fucile - stai solo cercando di farmi perdere tempo, sei furba, tu..." 43

"...spezza un solo anello della catena - continua ancora la volpe, come se il cacciatore non avesse parlato - cioè elimina per sempre anche una sola razza di animali, e anche l'equilibrio della natura sarà spezzato. Sai cosa significa questo vero? Significa che anche l’uomo, anche tu, sarai in pericolo." Il cacciatore ora parla con voce impaurita: "Ma cosa dici, non penserai veramente che io creda a queste storie, vero?" Volpe: "E allora perché la mano ti trema? Perché non mi spari e la fai finita?" Cacciatore: "Perché... perché è troppo facile, non mi piace." Volpe: "No, amico mio... Tu hai paura… Paura di morire." Cacciatore: "Ah, ah, questa è bella, io che ho paura… Non mi va e basta, ti saluto." Il cacciatore si rimette in spalla il fucile, si volta e ritorna sui suoi passi. Passano solo pochi secondi, sente uno sparo… Si ferma. Il cuore gli batte all’impazzata, quasi 44

volesse fuggire da quel petto per vedere prima dei sui occhi ciò che la sua mente già sa... Si volta nel volgere di un attimo, ma in quel lasso di tempo rivede e riascolta con terrore quello che ha appena vissuto. Arriva di corsa un altro cacciatore, eccitato: "Presa! Questa volta l’ho presa! Bestiaccia; ehi, amico, guarda che roba, te la sei fatta scappare eh?" così dicendo gli indica la volpe a terra, morta, con uno strano sorriso sulle labbra...

FINE

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Alla fine di un libro, di un racconto, o come in questo caso, di una raccolta, solitamente si usa ringraziare qualcuno. Se avete letto tutto e siete arrivati fin qui... grazie A VOI!

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Agatha ed Io