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www.viedelgusto.it

Ottobre-Novembre Euro 2,90

ANDAR PER LANGHE

SAPORI D'AUTUNNO NELLE TERRE DEL BAROLO

IN CUCINA CON MICHELLE OBAMA OSCAR FARINETTI: IL MERCANTE DI UTOPIE IL MIRACOLO DEL CARTIZZE FOTORACCONTO

MUSEI GOURMET FIRENZE “GUCCI” A CENA CON LE STAR: SALMA HAYEK ART DE VIVRE CANNES, SAPORE DI CHARME GIROGUSTANDO I MERCATI D'ITALIA IL FARRO È SERVITO

(SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - REGIME LIBERO 70% DCB ROMA)

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Editoriale di Giancarlo Roversi

Sapori in movimento

Ph. Mario Rebeschini

SOS: CANTINE DA PREMIARE CERCASI!

ià da tempo nel mondo del vino si assiste a un fenomeno che è lo specchio della nostra società, un fenomeno di costume emblematico dei rituali imposti da una cultura sempre più globalizzata che pone la comunicazione, e quindi la visibilità, al centro dell’universo. Alludiamo al dilagare di fiere, fierine, saloni, salotti, saloncini, rassegne patronali o dopolavoristiche dedicate al nettare di Bacco con la sfilza di premi, premiuzzi, di award (significa sempre premio ma nell’Italia esterofila va di moda) assegnati a destra e a manca da giurie di esperti o presunti tali di manica più o meno larga. Il dato allarmante è che ormai si è completamente estinta l’ultima riserva indiana delle cantine che non hanno avuto almeno un riconoscimento, non importa se internazionale, nazionale, regionale o anche solo parrocchiale, basta una patacca da esibire nel blasone aziendale. Tutte oggi, chi più chi meno, possono infatti sbandierare nella loro comunicazione un trofeo vinto: calici d’oro, grolle, decanter, coppe, targhe o semplici medaglie o al limite diplomi d’onore che inneggiano in particolare all’unicità di uno dei loro prodotti. E per quelli che non hanno avuto una di queste investiture sovrane viene in soccorso la stampa, sia quella del settore agroalimentare ed enogastronomico sia quella del turismo, con schede, articoli e rubriche di una folta schiera di giornalisti enologici che puntualmente tessono le lodi di questo e quel vino non ancora salito alla ribalta, della tale o tal altra cantina, non importa se più o meno nota o avvolta dal mistero. Tutto ciò consente anche a chi non ha avuto premi di potere scrivere a chiare lettere sulla sua réclame: “vino segnalato da Gaetano Scarpazza, grande esperto di enologia, nella sua rubrica Beviam, beviam, beviamo sul Giornale dell’elettricista, tiratura un milione di copie” (non bisogna stupirsi perché se comprendiamo fra i lettori anche gli elettricisti casalinghi, che armeggiano con fili, pinze e spine, si fa presto ad arrivare a tale cifra). Altre volte il messaggio è più immediato: “... ecco cosa scrive di noi Giulio Beccafico sulla rivista “Il Pirla: ... non credevo esistessero vini inestimabili come quelli che ho assaggiato (e che mi hanno omaggiato, ma non c’è scritto) nella cantina di Pierino Bevilacqua a Borgo di Mezzo di sotto: ora voglio che la mia scoperta, la mia folgorazione, sia messa a disposizione di tutti gli affezionati lettori...”. E via di questo passo. E chi non può accampare questi peana sulla carta stampata per farsi notare può contare sull’orgia di trasmissioni televisive di cucina applicata dispensate a ogni ora del giorno e della notte per l’acculturazione del popolo digiuno di rudimenti culinari. Ma soprattutto può attingere dal serbatoio in continua fermentazione delle riviste on line di vino e sapori, un serbatoio praticamente inesauribile. E anche qui le autocelebrazioni assumono toni solenni: “Il nostro vino ha avuto l’onore di essere segnalato sulla rivista on line Ve lo diamo da bere, una delle più accreditate

G

nel web che vanta oltre un milione di visitatori. E’ stato anche segnalato dal noto sommelier francese Pierre Tastevin su Enogas” (che non è una rivista dell’Eni per la fornitura del prezioso combustibile e neppure rivolta ai gasisti bevitori di vino, ma a tutti gli appassionati di cucina con al seguito, si legge nei blog, una folla incalcolabile di gente che ne aspetta con ansia l’uscita per cogliere il verbo divino). Le cifre sbandierate a volte sono stratosferiche, tanto nessuno può controllarle. Ma, ammesso per assurdo, che un sito dica di vantare, non so, 100 mila visitatori, bisogna verificare quanti sono quelli che realmente si fermano a leggerne i contenuti e quanti dopo l’accesso fuggono via subito, ossia la maggior parte, data l’overdose di comunicazione on line che ci assedia. Se si riuscisse a sapere chi effettivamente sosta nel sito si vedrebbe che il numero cala a livello abissale. Fatte queste riflessioni restiamo alla disperata ricerca di una cantina, anche familiare, che non abbia mai avuto neppure un piccolo riconoscimento, nemmeno una semplice medaglietta di latta. E’ importante saperlo perché in giro c’è una valanga di premi in lista d’attesa che non si sa a chi assegnare. Se dal faceto (ma mica poi tanto) ci portiamo su un piano di discussione più serio, occorre sottolineare che i produttori di vini più autorevoli sanno benissimo quali sono i media e i giornalisti cui fare riferimento, tenendo a debita distanza gli altri. Così pure sono in grado di scegliere le fiere e le passerelle cui approdare. Se dovessero prestare attenzione a tutti gli inviti, ai tanti specchietti per le allodole che magnificano l’unicità, l’importanza, anzi l’eccellenza, come si usa dire oggi, di questa o di quella fiera del vino, spenderebbero molto più di quanto ricavano in un anno dalle vendite. Forse per le rassegne enologiche andrebbe stilata una classificazione per applicare le stelle, come per gli alberghi. Dopo gli eventi che ne possono legittimamente vantare 5 come il Vinitaly, verrebbero quelli a quattro, tre e due stelle. Infine seguirebbero quelli, non pochi, a una sola stella che connotano, non so, la fantomatica “Fiera mondiale dei i vini nature” (belli opachi con fondo garantito), organizzata dal comune di Malposto di Sotto con l’esclusiva esposizione dei vini dell’azienda agricola “Acquabona” di Borgo San Pancrazio, prodotti coi sistemi antichi da un vecchio contadino di 94 anni suonati. Comunque il problema è grave: o si riescono a trovare cantine vergini di premi o tutto un mondo di comunicatori e organizzatori di eventi enologici rischia di chiudere bottega. Ovviamente stiamo scherzando. A tutti quelli che orbitano nel macrocosmo enologico che si credono toccati da queste elucubrazioni a ruota libera, va la più viva considerazione. Il nostro è solo un divertissement. Oppure no? Fate vobis.

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SOMMARIO www.viedelgusto.it IN COPERTINA 50 ANDAR PER LANGHE SAPORI D’AUTUNNO NELLE TERRE DEL BAROLO DI MARIANNA MASTROPIETRO

SYMPOSION 8 OSCAR FARINETTI: IL MERCANTE DI UTOPIE DI ROBERTO RABACHINO

32 IL CIBO SI FA ARTE: GUSTO ED ESTETICA CON GLI CHEF STELLATI DI CORTINA D’AMPEZZO DI CHIARA CALICETI

36 QUEL BUON SAPORE DI LUNIGIANA LA SPALLA COTTA, PRELIBATEZZA D’ALTRI TEMPI DI MARIA MADDALENA BALDINI LAURENTI

55 UN PASTO AL VOLO LA CUCINA TRICOLORE DI ALITALIA DI MARCO FINELLI

68 WEEK END DA COLLEZIONE PRELIBATE EVASIONI NELLA VALLE DEL SERCHIO DI FRANCESCA MAISANO

72 CIBO E COSTUME METTI UNA FONDUTA A CENA... DI GINEVRA CORSAROLI

74 ALIMENTI ALLA RIBALTA: IL FARRO È SERVITO DI ANNA MARIA FABBRI

78 I GRANDI EVENTI DEL VINO: MERANO WINEFESTIVAL 84 FRANCO E LINO ROSSI, GLI ARTISTI DELLA CUCINA DI BOLOGNA E NON SOLO DI GIULIA GIOVANELLI

88 TUTTI PAZZI PER LO “STREET FOOD”! DI LORENZO BARBIERI

UNA CHEF DA 50 STELLE... E STRISCE 14 IN CUCINA CON MICHELLE OBAMA DI ROBERT LEAR

RUBRICHE 21 PAESAGGI... GASTRONOMICI A CURA DI GIOVANNI BALLARINI

FOTORACCONTI 44 IL MIRACOLO DEL CARTIZZE DI MICHELA DE BONA

90 ART DE VIVRE: CANNES, SAPORE DI CHARME DI VIVÌ FELLIN

94 ANDAR PER NICCHIE: CALABRIA IL FAGIOLO TIPICO DI MORMANNO DI GIORGIO RINALDI

97 BLITZ CULINARI: UN PIATTO CON LE ALI DA LECCARSI I BAFFI

MUSEI GOURMET 58 FIRENZE / “GUCCI” DI BEBA MARSA

A CENA CON LE STAR 64 SALMA HAYEK: MEGLIO UN PO’ TONDI E GAUDENTI CHE A DIETA SCONTENTI DI MARCO SPAGNOLI

DI LUIGI FERRARO

100 LA ZUCCA: UNA DELIZIA... DELL’ALTRO MONDO DI FRANCESCA MAISANO

103 GIROGUSTANDO: MERCATI TIPICI D’ITALIA DI MARIANNA MASTROPIETRO

MODA IN VIAGGIO 61 TOGLIETEMI TUTTO MA NON LE MIE BLUNDSTONE! DI LAMBERTO CANTONI

SOLILOQUI 81 LA SARDEGNA CHE HO NEL CUORE DI GAVINO SANNA

106 I NUOVI ORIZZONTI DEL MANGIAR SANO DI MATTEO DESIDERIO

112 GUSTIAMOLI ASSIEME DI PAOLA CERANA E GIANCARLO ROVERSI

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NEWS 26 APPUNTAMENTI GUSTOSI 40 NOTIZIE GOLOSE 108 LO SAPETE CHE?

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COVER STORY

La buona TAVOLA delle Langhe DI MARIANNA MASTROPIETRO

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LA RICETTA Bonèt Dolce al cucchiaio tipico del Piemonte dalle origini antichissime a base di cacao e amaretti, con varianti al caffè e alla nocciola. In piemontese bonèt significa “cappello” con riferimento alla forma dello stampo in cui viene cotto il dessert. IngredientI 6 uova 80 g di cacao in polvere 1 tazzina di caffè 1 cucchiaio di grappa 100 g di amaretti sbriciolati 150 g di zucchero 700 g di latte

Procedimento Montare gli albumi a neve. Sbattere i tuorli con lo zucchero, il cacao e gli amaretti, il caffè a temperatura ambiente e la grappa. Aggiungere il latte precedentemente portato a ebollizione. Amalgamare bene il tutto con l’albume montato, riporre in uno stampo o più stampi rotondi e cuocere in forno caldo a bagnomaria per circa un’ora.

In questo numero di Vie del gusto, i sapori dell’autunno, i primi camini accesi in campagna, i profumi di vino e caldarroste, ci portano alla scoperta delle Langhe piemontesi, una terra ricca di storie antiche, di cultura del buon cibo e di atmosfere rarefatte. Un piccolo assaggio delle fragranze di langa ce lo regala la Cascina Schiavenza di Serralunga d’Alba, dove in cucina, dalle sapienti mani di Lucia e Maura, escono piatti unici e genuini.

CASCINA SCHIAVENZA: FRAGRANZE D’AUTUNNO Carne cruda, tajarin al ragù tirati con il mattarello e tagliati a mano, brasato al Barolo e per finire bonèt e torta di nocciole: tutto questo è la Trattoria Schiavenza di Luciano Pira, agronomo e cantiniere che, assieme alla moglie Maura e al cognato Walter, porta avanti l’ottima tradizione culinaria accanto alla produzione di pregiati vini rossi nati dagli splendidi vigneti circostanti. www.schiavenza.com

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SYMPOSION

OSCAR FARINETTI: IL MERCANTE DI UTOPIE DI Roberto Rabachino

In esclusiva per “Vie del Gusto” Oscar Farinetti, inventore di Eataly la nuova catena di distribuzione alimentare di eccellenza, svela i segreti del suo successo e i suoi progetti per la valorizzazione dell’agroalimentare made in Italy 8

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Natale Farinetti, conosciuto come Oscar, è un imprenditore e dirigente d’azienda italiano, figlio del partigiano Paolo Farinetti. Nel 2004 ha fondato Eataly, una nuova catena di distribuzione alimentare di eccellenza che ha varcato i confini dell’Italia. Si è sempre definito un “mercante”. Oggi è cambiato qualcosa? Sono un mercante, ma ho allargato gli orizzonti del mio mercanteggiare, nello spazio, nel tempo e nella qualità. Lavoro e vendo nel mondo, elaboro pensieri che mi piacerebbe durassero nel tempo e propongo prodotti materiali e immateriali. Ho anche fatto degli errori e continuo a farne ma quando me ne accorgo cambio rotta e miglioro. I figli sono cresciuti, gli orizzonti pure. Entriamo in questi dettagli. Certamente! La mia famiglia è l’arco che scocca le frecce delle nostre attività. Le idee creano idee, la fantasia e l’entusiasmo fanno intravedere utopie, alle quali non so proprio rinunciare. Ci sono mondi che voglio ancora capire e con i quali voglio interagire, ci sono ambiti nei quali so che potrei rendermi utile, c’è un Paese che ha bisogno di galantuomini per uscire dal disastro in cui i pochi non-galantuomini l’hanno fatto precipitare. Perché fermarsi? o limitarsi? E poi, riguardo ai figli, voglio più bene a loro che alla Company. In una vecchia intervista del 2008 ha detto che “voleva imparare il vino”. L’ha imparato? “Imparare il vino” significa imparare la vita, perciò è un’opera che si inizia ma nessuno può dire veramente di aver concluso. Io mi sono molto impegnato: ho scritto un libro intervistando alcuni grandi del vino in Italia e raccogliendo tutte le notizie possibili sulla loro storia, perché per capire il vino bisogna conoscere il passato, la geografia, la chimica, il mercato, la politica. Tutto quello che ho imparato sul vino l’ho scritto in quel libro che sarà in vendita tra poco. Con i miei figli ho acquisito delle belle cantine, ma ho ancora troppo poche vendemmie alle spalle per dire di aver “imparato il vino”. Lei ha detto che ogni dieci-dodici anni le piace cambiar mestiere, visto che odia le abitudini. Qual è il prossimo? Eataly farà ancora molta strada nel mondo e per ora non mi sono ancora annoiato. Dal mio angolo di osservazione credo di aver capito molte cose sulla storia di questo Paese e sulle sue malattie. Mi piacerebbe diventare capace di dare risposte per i problemi dei miei simili. Io sono un ottimista nel senso che credo che anche i grandi problemi si possono risolvere cominciando con piccole soluzioni o con soluzioni mirate, e che, se si ha in mente il risultato da raggiungere, si trovano i rimedi

anche per gli errori. Non so ancora quale sarà il mio prossimo mestiere ma so che sarà ancora una volta la ricerca di un “luogo bello” per stare bene. Qual è il ringraziamento che ha ricevuto con maggior piacere? E’ difficile rispondere. Faccio quel che faccio per convinzione e quindi non mi aspetto di essere ringraziato. Devo dire però che quando vedo i giovani che lavorano per Eataly e lo fanno con entusiasmo, con gli occhi che ridono, contenti di aver conquistato un posto di lavoro bello e stimolante, allora mi rinforzo nella convinzione che il ruolo dell’imprenditore è soprattutto quello: investire per creare lavoro per coloro che non hanno voglia di intraprendere in proprio. Questo è anche il mio modo di fare politica. Oscar Farinetti, che cosa la diverte di più nel suo lavoro, se si diverte? Mi diverto e molto. Difficile dire cosa mi diverte di più. C’è però un concetto che mi intriga intellettualmente: abbinare i numeri ai valori immateriali. E’ molto interessante. Il progetto teorico è affascinante e sta alla base dello sviluppo e del miglioramento, ma c’è un momento in cui bisogna saper estrarre dai ragionamenti i dati caratteristici che li supportano senza far scendere il livello del coinvolgimento emotivo. Questa è una bella sfida. Io amo i numeri e non posso considerarli aridi e tristi. I momenti più stimolanti nel mio lavoro li trovo proprio quando riesco a sostenere un bel pensiero con dei numeri coerenti. Per il mio libro ho intervistato i grandi del vino e da ciascuno di loro, insieme alla poesia, ai racconti, alle digressioni nelle loro storie, ho scavato i numeri fondamentali delle loro aziende. Così il discorso si è compiuto e solo così mi è sembrato di dare tutte le gambe al libro perché potesse correre.

ROBERTO RABACHINO, giornalista e presidente dell’Associazione Stampa Agroalimentare Italiana. Docente in varie università italiane e straniere su temi legati alla comunicazione e all’enologia. Dall’ottobre 2011 è presidente IWTO-International Wine Tasters Organization con sede a New York. Autore di diversi testi in uso nei corsi universitari, nel 2005 ha raggiunto il gradino più alto del podio del concorso internazionale “Libri da Gustare” con il suo Vocabolario del Vino. Nel 2012 è stato oggetto dell’onorificenza di Ambasciatore della FISAR- Federazione Italiana Sommelier Albergatori Ristoratori.

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PAESAGGI GASTRONOMICI

La Bassa Emiliana e la cucina delle nebbie DI GIOVANNI BALLARINI

La Bassa Emiliana é un territorio di paesaggi spesso nebbiosi, non di rado anche nella calura estiva, che non parrebbero promettere molto di buono. In quest’ambiente, e nei suoi dintorni, sono però nate e si sono sviluppate le grandi gastronomie rinascimentali dei Farnese, Borbone, Estensi e Gonzaga. Terre forti, ma di vini leggeri, in una meravigliosa contraddizione, e paesaggi che si possono leggere e capire solo a tavola, partendo da un antichissimo vino semiselvatico, il Lambrusco (da brusca o broussaille, selvatico) e dall’ancor più tenue e gradevolissimo “liquido potabile” (la legge vieta di chiamarlo vino per la troppo bassa gradazione alcolica) che é la Fortana, o ancor più la gentilissima Fortanina.

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SOLO I MIGLIORI FARANNO PARTE DEL NOSTRO VINO.

www.

colterenzio.it

Uve accuratamente selezionate, sensibilità nella lavorazione e un’immensa passione fanno crescere vini che rispecchiano la caratteristica di ciascun vitigno, del clima, del tipo di terreno e il lavoro appassionato dei nostri viticoltori. Il vino di Colterenzio è un inno al piacere ed ha soprattutto un obiettivo: dare piacere a chi lo degusta.

/colterenzio

sapori d’autunno

ANDAR PER LANGHE

come in un romanzo, una pagina di Piemonte narrata tra romantici declivi, vini inebrianti e sapori genuini DI MARIANNA MASTROPIETRO

Castello di Grinzane e vigne, Grinzane Cavour

Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incedersi nel cielo è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti la terra rossa è dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo. Così Cesare Pavese, lo scrittore delle Langhe, descrive il paesaggio che si ammira in questa porzione di Piemonte, suggestivo, ricco di profumi e sapori che pare apra un mondo magico dietro ogni collina. Andar per Langhe è un vero e proprio viaggio attraverso piccoli borghi immersi nella campagna, tra noccioleti, vigne, paesaggi solitari e colline sinuose sormontante da castelli imponenti, come a Barolo, Magliano Alfieri o Grinzane Cavour. Intraprendiamo allora questo breve itinerario enogastronomico tra Roero e Langhe che incrocia la Strada Romantica e la Strada del Barolo per assaporarne i colori, gli odori e l’accoglienza.

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Partendo dal borgo millenario di Vezza d’Alba, circondato dal tipico paesaggio del Roero, alla sinistra del fiume Tanaro, inizia il percorso della Strada Romantica attraverso le colline a punta e le celebri rocche, come il rudere del castello di cui rimane solo la torre. Da Vezza d’Alba si può attraversare l’ecomuseo che percorre i boschi e i borghi che vanno da Cisterna a Pocapaglia, un itinerario caratterizzato in autunno dalla maestosa bellezza dei castagni che, in questa zona, producono la Castagna della Madonna, cultivar tipica del Roero, la prima ad essere presente sui mercati e molto usata nei dolci del 1° novembre. La Strada Romantica procede verso Magliano Alfieri, il paese

Week end da collezione

NELLA VALLE DEL BELLO E DEL BUONO prelibate evasioni sulle rive del Serchio tra gli antichi borghi della lucchesia dove il sapore si fa emozione di Francesca Maisano

Panoramica di Barga

Viaggiatori “di gusto” siete pronti a partire? Destinazione Valle del Serchio, dove i sapori hanno una storia da raccontare, specialmente in autunno. I funghi porcini e i marroni invitano a una serata coccolati dal tepore di un camino, mentre le minestre a base di farro della Garfagnana (IGT dal 1996) riportano la mente e il palato indietro nei secoli. Con la comparsa del grano, infatti, il farro ha subito un momento di crisi ma non in lucchesia dove è stato sempre coltivato e tutt’oggi è brillato negli antichi mulini a pietra. Il caos della città diventa solo un flebile ricordo mentre scopriamo questa terra, stretta tra le Alpi Apuane e l’Appennino, che ha incantato il pittore John Ballany con i mille torrenti che scorrono dalle cime montuose, il mondo sotterraneo delle grotte, i profili delle rocche medievali e i borghi lontani dal turismo di massa. Come Vetriano a Pescaglia e il suo teatro storico di 71 mq, il più piccolo al mondo, o Borgo a Mozzano, con il Ponte del Diavolo, mirabile opera di ingegneria medievale. Proseguendo sulla statale 12 in pochi minuti siamo già alle sorgenti termali di Bagni di Lucca, amate da Dante, Montale e Puccini. Anche la spettacolare gola calcarea dell’Orrido di Botri ricade in questo comune. Ci troviamo di fronte ad un raro esempio di canyon in Italia che si inserisce in un paesaggio di ambienti rupestri ed estese faggete, dominato dalle cime del monte Rondinaio e delle Tre Potenze che sfiorano i 2.000 metri di altezza. Non è un caso che Giovanni Pascoli, barghese d’adozione, abbia definito questo lembo di Toscana “la Valle del bello e del buono”. È qui che “l’albero del pane” (il castagno) ha sfamato per generazioni le popolazioni di montagna. Polenta, manafregoli, castagnaccio e pane sono ricette tipiche prodotte ancora

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Sono due le varietà di trota che vivono nelle acque della Valle del Serchio, entrambe pregiate: la Fario e la Iridea. L’allevamento è molto diffuso, in particolare lungo gli affluenti. La trota è considerata un “termometro” di salubrità, infatti è un pesce che non sopravvive in ambienti inquinati e necessita di habitat incontaminati

In Garfagnana e nella Valle del Serchio è tuttora viva la tradizione del pane di patate, morbido e saporito. Alla farina di grano si aggiungono patate lesse e schiacciate (15%), semola e tritello, sale marino di grana media e lievito madre. Ottimo abbinato a salumi come Biroldo, Mondiola, lardo e pancetta

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Girogustando

Mercati tipici d’Italia:

un cocktail esaltante di umori, odori e sapori cinque tappe da non perdere fra le bancarelle della tradizione popolare DI MARIANNA MASTROPIETRO

Che sia per i tour gastronomici dei turisti o per l’idea di fare acquisti in convenienza, nelle grandi città del Belpaese i mercati di quartiere resistono e si modernizzano, mantenendo il ruolo di centro di aggregazione sociale, reinventandosi nell’innovazione e rielaborando la tradizione. Dal Nord al Sud Italia ecco cinque spaccati di folklore, cultura gastronomica e contaminazioni culinarie. 103

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ANDAR PER LANGHE

SAPORI D'AUTUNNO NELLE TERRE DEL BAROLO

IN CUCINA CON MICHELLE OBAMA OSCAR FARINETTI: IL MERCANTE DI UTOPIE IL MIRACOLO DEL CARTIZZE FOTORACCONTO

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LO SAPETE CHE?

LE “MILK SPA” DELLE RAGAZZE IN FIORE Se un tempo la bellezza era fatta di ‘acqua e sapone’, oggi è di ‘latte e fiori’. Trattamenti ottenuti dallo sposalizio tra latticini e petali: è questo il suggerimento di Assolatte per prendersi cura della propria bellezza in armonia con la Natura. Una soluzione divertente ed economica adottata dal 15,2% delle donne italiane. A rivelarlo è una recente ricerca del Cermes – Università Bocconi da cui emerge che a ricorrere ai trattamenti naturali fai-da-te sono in particolare le “native digitali”: 1834enni, del Centro-Nord, studentesse o in cerca di occupazione, appassionate del web. A loro Assolatte ha proposto 3 ricette di bellezza a basso costo facili da realizzare, perfette per rifiorire grazie agli effetti benefici dei latticini. Bagno al latte con petali di rose Riempire la vasca con acqua calda e versare 4-5 gocce di olio essenziale di rosa. Aggiungere 2 litri di latte e i petali di due rose, lasciandoli galleggiare sull’acqua. Immergersi nella vasca e godersi questo delicato e profumato momento di relax per 10 minuti. Poi risciacquarsi con acqua tiepida.

Maschera allo yogurt e pappa reale Mescolare in una ciotola tre cucchiai di yogurt bianco con un cucchiaio di miele di acacia e ½ cucchiaino di pappa reale. Quando si è ottenuta una crema omogenea e densa, spalmarla sul viso pulito con un pennello. Lasciarla in posa per 10-15 minuti e lavarla con acqua tiepida. Scrub al latte e olio di jojoba Mescolare due cucchiai di latte intero con 2 cucchiai di olio di jojoba e ¼ di tazza di zucchero. Distribuire il composto sulla pelle inumidita e frizionarlo dolcemente facendo dei movimenti circolari. Infine, dopo un minuto, risciacquare con acqua tiepida.

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Antonello Cassarà: vini per sognare di GIANCARLO ROVERSI

Sulle colline di Alcamo, città di grande tradizione enologica, nota per la produzione del Bianco DOC, nella fascia costiera nord occidentale della Sicilia, a pochi km dal mitico tempio di Segesta, si stendono i vigneti dell’azienda Antonello Cassarà. Vitigni autoctoni ed internazionali sistemati in filari perfettamente allineati dalla mano dell’uomo da cui sgorgano vini dalle nuance di sapore indimenticabili. Le cantine, immerse in un felice connubio di natura e tecnologia si trovano in contrada Fiume, così denominata così dal fiume “freddo” che lambisce i suoi terreni. Intorno un paesaggio collinare, disegnato secondo una trama geometrica,in cui gli elementi umani si fondono perfettamente con quelli naturali. Sullo sfondo il mare fa da cornice a questa istantanea tipicamente siciliana. Le bottiglie dell’azienda di “Antonello Cassarà” di Alcamo da quattro anni stanno scrivendo una nuova pagina di storia del vino siciliano. Un sogno che attraversa tre generazioni. Cominciato sin dai primi del Novecento con il nonno Rocco che si dedicò alla promozione e alla commercializzazione del Bianco Alcamo, trasmesso a Nicolò che avviò la sua attività vitivinicola negli anni ’30 con la costruzione della cantina e realizzato nel 2007 con

Antonello, agronomo, attuale titolare dell’azienda. I vini Cassarà sono tutti una tentazione già dal loro nome e dalle elegante bottiglie che li celano: il Solcanto bianco e nero, Kilim bianco e rosso, il Jacaranda, un ammaliante connubio di Sauvignon blanc e Grillo, dal profumo inebriante. E poi i classici Grillo, Catarratto, Nero d’Avola, Shiraz e un delizioso Nero d’Avola rosato. Provengono tutti da uve allevate per la maggior parte nell’azienda agricola di famiglia. I terreni si estendono tra i 250 e i 450 metri sul livello del mare e sono coltivati a controspalliera con sistema di potatura a cordone speronato e a guyot. Rilanciare l’Alcamo Doc, quel “vino profumato per nulla dolce” per dirla con Mario Soldati è una precisa scelta produttiva, orientata a valorizzare un vino che è espressione di questo territorio siciliano. “Un luogo-scrive Giacomo Leopardi- canta all’anima se porta con sé…..la ricordanza di un altro luogo e di un altro tempo.” E questo lembo privilegiato di terra siciliana evoca nostalgiche sensazioni e ci riporta a piacevoli atmosfere letterarie ,ci induce inevitabilmente ad un viaggio nel tempo attraverso i vini (G.R.) Info: www.vinicassara.it

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Anteprima ottobre novembre 2013