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Il diritto alla ragionevole durata del processo penale Applicazione pratica e riflessi sull’ordinamento interno.

di Giovanni Romano Avvocato Direttore Generale DUit

www.duitbase.it 05.2011

Il

diritto

alla

ragionevole

durata

del

processo

penale

nella

giurisprudenza europea ed i suoi riflessi sull’ordinamento interno. Fra le garanzie processuali comprese nel principio dell‟equo processo, viene espressamente riconosciuto il diritto a che il giudice adito si pronunci in tempi ragionevoli. Il diritto ad un «termine ragionevole», riconosciuto dalla norma convenzionale, è un diritto fondamentale e un imperativo per tutti i procedimenti considerati nell‟art. 6 (Konig c. Germania, 28 giugno 1978, § 96). In primo luogo l‟articolo 6 § 1 della Convenzione Europea dei Diritti dell‟Uomo obbliga gli Stati contraenti ad organizzare le loro giurisdizioni in maniera tale da permetter loro di rispondere alle esigenze di questa norma, in ragione del fatto che la giustizia non può essere amministrata con dei ritardi tali da comprometterne l‟efficacia e la credibilità (H. c. Francia, 24 ottobre 1989). L‟affermazione, di derivazione anglosassone, secondo cui una giustizia ritardata è una giustizia negata (justice delayed is justice denied) può chiarire meglio il significato e la portata del principio di ragionevole durata. Difatti una buona ed efficiente amministrazione della giustizia è uno dei perni su cui si regge uno stato libero e democratico, che ha il dovere di garantire ad ogni cittadino il riconoscimento dei suoi diritti tramite un equo processo che si svolga in tempi ragionevoli. Tale principio assume un rilievo ancor più peculiare nel processo penale, laddove va a costituire un rimedio contro il rischio, per una persona, di “restare troppo a lungo sotto il peso di un‟accusa”, con tutto quanto materialmente e moralmente ciò comporta (Wemhoff c. R.T.F., 27 giugno 1968, § 18), e questo non solo quando l‟accusato sia detenuto; al riguardo, peraltro, l‟esigenza si fa ancora più pressante (Djaid c. Francia, 29 settembre 1999, §33). La Corte di Strasburgo si è pronunciata in numerose occasioni sul diritto alla ragionevole durata di un processo, non mancando di ammonire sotto tale profilo lo stato Italiano. Infatti sono ben noti i problemi strutturali di cui soffre l‟Italia nell‟organizzazione della giustizia e per tali ragioni, a partire dal DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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10 dicembre 1982 (Foti ed altri c. Italia e Corigliano c. Italia,) nel settore penale e dal 25 giugno 1987 (Capuano c. l’Italia) nel settore civile, sono state emesse numerose sentenze di constatazione delle violazioni dell'articolo 6§1 della Convenzione Europea dei Diritti dell‟Uomo nelle procedure che si erano prolungate oltre il "termine ragionevole". Nel periodo in cui erano in vigore gli articoli 31 e 32 del vecchio testo della Convenzione Europea dei Diritti dell‟Uomo, vennero emessi più di 1400 rapporti della Commissione Europea dei Diritti dell‟Uomo, tutti conclusi con la constatazione della violazione dell‟articolo 6, compiuta dall‟Italia per la stessa ragione. Questo accumulo di inadempienze, a giudizio della Corte, costituiva, inevitabilmente, una pratica incompatibile con la Convenzione Europea dei Diritti dell‟Uomo (Bottazzi c. Italia, 1999). Allo stesso tempo, il Comitato dei Ministri del Consiglio d‟Europa, nella sua Risoluzione DH (97) 336 dell‟ 11 luglio 1997 (Durata delle procedure civili in Italia: misure supplementari di carattere generale), considerava che "la lentezza eccessiva della giustizia rappresenta un pericolo importante, segnatamente per lo Stato di diritto". Sono numerosi gli ordinamenti giuridici degli Stati contraenti che hanno difficoltà a garantire una durata ragionevole dei processi, tuttavia, l‟Italia si è distinta per il numero delle condanne subite. Il grande numero di violazioni constatate dimostrava, infatti, che non si trattava di casi isolati bensì di inadempienze sistematiche che riflettevano una situazione perdurante da troppo tempo a cui ancora non si riesce a porre un adeguato rimedio. Invero, al progressivo aumentare dei ricorsi da parte di cittadini italiani che lamentavano l‟eccessiva durata dei processi, ha fatto seguito il più alto numero di condanne inflitte a uno Stato contraente la Convenzione europea dei diritti dell‟uomo, per violazione dell‟art. 6§1. Tale situazione ha evidenziato l‟endemicità nel sistema processuale italiano del problema dell‟eccessiva durata dei procedimenti ed è proprio la violazione di tale articolo che è divenuta via via motivo assorbente dei ricorsi presentati da cittadini italiani a Strasburgo.

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Tutto ciò ha contribuito anche all‟introduzione, nel testo della Costituzione, di un riferimento al principio della ragionevole durata. La disposizione “la legge assicura la ragionevole durata del processo”, inserita nell‟art. 111 della Costituzione, va infatti ad integrare e rafforzare la norma Convenzionale, imponendo, dunque, al legislatore di disciplinare il processo in modo da consentire una durata ragionevole. Difatti, il bene tutelato dalle due disposizioni normative è il medesimo, ma differisce soltanto la prospettiva secondo la quale lo si considera: garanzia oggettiva dell‟ordinamento nella norma costituzionale, garanzia soggettiva della persona nella CEDU. A ribadire l‟essenza di questo ragionamento la Corte Costituzionale, ha affermato che “il bene della ragionevole durata del processo, già implicito nell‟art. 24 Cost. è ora oggetto di specifica enunciazione nel nuovo testo dell‟art. 111 Cost., sulla scia dell‟art. 6 della Convenzione Europea”, rientrando di pieno diritto in quel fascio di situazioni definite come inviolabili e racchiuse in via programmatica nell‟art. 2 della Costituzione (Corte Cost. n. 305 del 2001). Il principio della ragionevole durata rappresenta allo stesso tempo un interesse collettivo al rispetto della giustizia ed un interesse individuale costituzionalmente tutelato, che ogni parte coinvolta in un procedimento giurisdizionale può vantare. In ragione di ciò i diritti umani, garantiti anche da convenzioni universali o regionali sottoscritte dall‟Italia, trovano espressione, e non meno intensa garanzia, nella Costituzione (cfr. Corte Cost. n. 399 del 1998): non solo per il valore da attribuire al generale riconoscimento dei diritti inviolabili dell‟uomo fatto dall‟art. 2 della Costituzione, sempre più avvertiti dalla coscienza contemporanea come coessenziali alla dignità della persona (cfr. Corte Cost n. 167 del 1999), ma anche perché, al di là della coincidenza nei cataloghi di tali diritti, le diverse formule che li esprimono si integrano, completandosi reciprocamente nella interpretazione. Ciò che, appunto, accade per il diritto di agire in giudizio a tutela dei propri diritti ed interessi, garantito dall‟art. 24 della Costituzione, che implica una ragionevole durata del processo, perché la decisione DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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giurisdizionale alla quale è preordinata l‟azione, promossa a tutela del diritto, assicuri l‟efficace protezione di questo e, in definitiva, la realizzazione della giustizia (Corte Cost. n. 345 del 1987)”. Osservando, infatti il fenomeno complessivo di un‟amministrazione della giustizia che strutturalmente e regolarmente non risponde alla esigenza di assicurare alla domanda di giustizia esiti che possano essere ritenuti ragionevolmente celeri, la gravità della violazione di cui si tratta assume ben altra portata. Dal pregiudizio patito dalla persona singola si passa alla crisi del sistema stesso disegnato dalla Convenzione europea dei diritti umani. A partire dal Preambolo della Convenzione del 1950, la “preminenza del diritto” è l‟architrave di tutto il sistema europeo di protezione dei diritti e delle libertà fondamentali. La Corte europea nella sua sentenza Golder c. Regno Unito del 21 febbraio 1975 e la Corte costituzionale nella sentenza n. 26 del 1999, hanno dichiarato che ogni diritto, per essere effettivo e non illusorio, deve poter dar adito ad un efficace ricorso al giudice. Un diritto la cui (pretesa) violazione non dia accesso ad un giudice indipendente ed imparziale, che esamini la causa equamente, pubblicamente e in un termine ragionevole, non è un diritto. Non è dunque azzardato, né infondatamente allarmistico sostenere che l‟assenza di un sistema che offra decisioni giudiziarie in tempi ragionevoli mette in crisi il fondamento stesso del sistema dei diritti e delle libertà fondamentali (Cfr. Vladimiro Zagrebelsky, La ragionevole durata dei procedimenti, Roma, 2009). L‟esigenza di assicurare l‟effettività della garanzia costituzionale della ragionevolezza della durata dei processi (art. 111 della Costituzione) ha portato le Sezioni unite della Corte di Cassazione, al culmine di un percorso interpretativo già inaugurato da plurime decisioni di Sezioni semplici, a considerare detta garanzia quale canone interpretativo privilegiato, al quale l‟interprete deve costantemente ispirarsi, poiché la costituzionalizzazione della garanzia ha ampliato l‟ambito del possibile controllo di legittimità della Corte costituzionale sulle norme procedurali. A tale riguardo, va richiamata la decisione che ha affermato l‟abnormità della restituzione degli atti al pubblico DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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ministero, da parte del giudice dell‟udienza preliminare, per genericità od indeterminatezza dell‟imputazione, in difetto della previa richiesta di precisarla. Soltanto nella diversa ipotesi in cui il pubblico ministero, dopo essere stato ritualmente sollecitato all‟integrazione dell‟imputazione, sia rimasto inerte, il g.u.p. sarebbe legittimato a disporre la restituzione degli atti, determinando la regressione del procedimento, sulla falsariga di quanto previsto dall‟art. 521, comma secondo, c.p.p., per consentire il nuovo esercizio dell‟azione penale in modo congruo rispetto alle effettive risultanze delle indagini preliminari svolte. La conclusiva opzione interpretativa è stata, infatti, legittimata,

per

esplicita

ammissione

del

Supremo

Collegio,

dalla

considerazione che la disposizione di cui all‟art. 111, comma secondo, della Costituzione, ha natura di «regola precettiva e interpretativa, ad un tempo», e che le esigenze di economia e di «ragionevole durata» del processo, pur nel corretto contemperamento fra il valore dell‟efficienza e le garanzie del «giusto processo», pretendono «la razionalizzazione dei tempi e dell‟organizzazione del processo e, con essa, l‟effettività della giurisdizione penale a fronte delle legittime aspettative della collettività di fronte al delitto», rendendo conseguentemente configurabile il vizio dell‟abnormità di ogni atto processuale che cagioni l‟indebita regressione del procedimento, alterando l‟ordinata sequenza logico-cronologica scandita dal Legislatore, poiché «ogni fattispecie di indebita regressione costituisce un serio vulnus all‟ordo processus, inteso come sequenza logico-cronologica coordinata di atti» (Corte di Cassazione, S.U., 20 dicembre 2007 n. 5307/2008). Alla luce di tali doverose premesse, vanno ora precisati i criteri di valutazione della “ragionevolezza” dei tempi processuali. Secondo i parametri elaborati dalla Corte, per valutare il “tempo ragionevole” del processo, lo spatium temporis da prendere in esame è compreso tra due estremi: il dies a quo (momento in cui il procedimento ha inizio) ed il dies ad quem (che determina la fine della procedura). Tuttavia, non basta pervenire in “tempi ragionevoli” davanti ad un giudice ma quello che conta è il tempo della decisione sul merito DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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della causa, o, in alternativa, di una decisione che concluda comunque il processo, constatando l‟esistenza di un ostacolo all‟esame del merito (Pugliese c. Italia, 19 febbraio 1991, § 14) oppure di una causa estintiva come l‟amnistia o la prescrizione (Mori c. Italia 19 febbraio 1991, § 14). Se poi la decisione viene impugnata occorre far riferimento anche ai tempi dei giudizi relativi agli ulteriori gradi di giudizio, sino al giudicato (Yagci e Sargin c. Turchia, 8 giugno 1995, § 58). La determinazione del momento finale e del momento iniziale varia, dunque, in ragione del tipo di procedimento. Con riguardo al processo civile italiano, la Corte ha affermato che il momento iniziale coincide con la notifica dell‟atto di citazione al convenuto (Santilli c. Italia, 19 febbraio 1991). Quanto al processo penale, l‟inizio è stato individuato nel momento “dell‟arresto” (Messina c. Italia, 26 febbraio 1993) o con “l‟applicazione di una misura cautelare” (Manzoni c. Italia, 19 febbraio 1991) o, ancora, con l‟esecuzione di una perquisizione, di un‟ispezione o di un sequestro (Eckle c. Repubblica Federale Tedesca, 15 luglio 1991) ovvero nel momento della ricezione della comunicazione giudiziaria (informazione di garanzia, art. 369 c.p.p. o avviso di conclusione delle indagini preliminari, art. 415 bis c.p.p.). Anche le pause del procedimento principale vanno, in linea di massima, tenute in conto, in particolare quando all‟interno di un processo venga adita in via incidentale la Corte Costituzionale. Il momento finale del processo, civile o penale, è quello della sentenza definitiva (di ultimo grado o, comunque, passata in giudicato). In ogni caso non può considerarsi esclusa la fase esecutiva, se la soddisfazione del diritto rivendicato non possa aversi se non attraverso tale procedura (Nunes Violante c. Portogallo, 8 giugno 1999, § 23). Infatti “la ragionevolezza del termine per la risoluzione di una controversia civile non può non comprendere anche il tempo necessario per l‟esecuzione della sentenza, se non si vuole trasformare una società retta da regole giuridiche in un aggregato fondato sull‟autodisciplina regolata da norme morali sprovviste di qualsiasi forza coattiva ovvero su una giustizia alternativa” (Scollo c. Italia, 28.09.1995). A tal proposito vale la pena riaffermare che il diritto ad un DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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tribunale sarebbe illusorio, se l‟ordine giuridico interno di uno Stato membro permettesse che una decisione giudiziaria definitiva ed esecutiva rimanesse inoperante a detrimento dell‟interessato (Immobiliare Saffi c. Italia). In effetti, non sarebbe comprensibile perché l‟art. 6 della Convenzione Europea descriverebbe dettagliatamente le garanzie procedurali (equità, pubblicità e celerità) di cui le parti devono beneficiare, se poi la stessa norma non proteggesse l‟esecuzione delle decisioni giudiziarie. L‟esecuzione di una sentenza resa da qualunque organo giudiziario competente deve essere considerata come parte integrante del processo ai sensi dell‟art. 6, per cui, con riferimento alla violazione del termine di ragionevole durata, deve aversi riguardo non solo al tempo impiegato per l‟accertamento del proprio diritto, ma anche a quello poi necessario per ottenerne la materiale soddisfazione. Il concetto appena espresso è applicabile sia qualora alla esecuzione debba provvedere il diretto interessato, sia soprattutto quando alla stessa, come nelle procedure fallimentari, debba procedere un organo designato, sotto il controllo dell‟Autorità giudiziaria. Quanto ai modi per pervenire ad una misurazione in concreto della ragionevolezza dei tempi di ogni singola vicenda processuale, la Corte di Strasburgo ricorda che il carattere ragionevole della durata di un procedimento si valuta a seconda delle circostanze di causa, in particolare a seconda della complessità della causa, del comportamento del ricorrente e di quello delle autorità competenti (Pélissier e Sassi c. Francia [GC], § 67). Da ciò si intende che la Corte ha adottato un criterio elastico al fine della valutazione della durata ragionevole, proprio perché il carattere eterogeneo delle fattispecie contenziose oggetto di procedimenti civili, penali o amministrativi rende assai difficile quantificare in via generale il “termine ragionevole”, indicato all‟art. 6§1. Attraverso l‟applicazione dei criteri sopra menzionati, il termine “ragionevole” differisce da caso a caso (un anno, Raimondo c. Italia, 22 febbraio 1994, diciotto anni, Tusa c. Italia, 27 febbraio 1992, fino ai ventotto anni nel caso Brigandi c. Italia, 19 febbraio 1991). Tuttavia, nonostante la relatività della DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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nozione, a partire dagli anni novanta, (in particolare con la sentenza Obermeier c. Austria del 28 giugno 1990), la Corte di Strasburgo ha adottato il c.d. metodo di valutazione globale, in forza del quale il prolungarsi del giudizio per un tempo cospicuo dà luogo di per sé alla violazione del termine ragionevole del processo ex art. 6 § 1 della Convenzione. La Corte europea ha quindi ritenuto eccessiva la durata di un procedimento quando supera i tre anni per il giudizio in primo grado, i cinque anni per il giudizio d‟appello, i sei anni per il giudizio in cassazione (M.A. Eisse, “La durée des procédures civiles et pénales dans la jurisprudence de la Cour européenne des droits de l’homme”, Bulletin d‟information de la Cour de Cassation, n. 416, 1995, Parigi, p. 3 ss.). Tale metodo di valutazione globale deve sempre rapportarsi, però, con i tre criteri essenziali per valutare la durata della procedura: a) la complessità delle questioni di fatto e di diritto che il giudice deve affrontare, b) il comportamento delle parti in causa e c) quello dell‟autorità giudiziaria procedente. Quest‟ultima ipotesi risulta essere la più complessa. Invero, non solo occorre considerare autonomamente la condotta dell‟organo giudiziario procedente ma anche tutti quei casi in cui sono i difetti del sistema processuale che rendono difficoltoso per i giudici assolvere le proprie funzioni. In tali situazioni, la Corte non ha rivolto il monito alle sole autorità giudiziarie procedenti, ma anche alle autorità legislative obbligate, in forza del dettato convenzionale, ad attivarsi per organizzare il proprio sistema giudiziario in modo da assicurare il rispetto dei requisiti dell‟art. 6 § 1, segnatamente quanto alla durata ragionevole (Scuderi c. Italia, 24 agosto 1993; Pammel c. Repubblica Federale Tedesca, 1° luglio 1997,; Unión Alimentaria Sanders S. A. c. Spagna, 7 luglio 1989, § 40). Il fatto che le ragioni del mancato rispetto dei termini procedurali vengono causate dall‟enorme contenzioso che grava sugli uffici giudiziari e dalla carenza di adeguati mezzi e strutture, non può costituire una scusante per la violazione del termine di ragionevole durata, in quanto, come più volte sottolineato dalla Corte Europea (ex plurimis Santilli c/Italia del 19.2.1991) grava sugli Stati contraenti l‟obbligo di organizzare il loro sistema DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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giudiziario in maniera che le loro giurisdizioni possano assolvere all‟obbligo di garantire ad ognuno il diritto ad ottenere, entro un termine ragionevole, una decisione definitiva circa la determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri di carattere civile. Il comportamento tenuto, nel corso del procedimento, dalla persona che ne lamenta una durata irragionevole ha a sua volta una rilevanza oggettiva. Con riferimento al processo penale, l‟uso puramente dilatorio di mezzi che la legge mette a disposizione delle parti, non potrebbe essere trascurato ai fini di una valutazione complessiva della ragionevolezza della durata del procedimento, né tantomeno, tale criterio, non potrebbe costituire un fattore di ostacolo alla utilizzazione, da parte della difesa dell‟accusato, di tutte le risorse che si offrono per far valere le proprie ragioni, anche mediante le impugnazioni, sottolineando, in particolare, come, all‟accusato non può essere addebitato alcun comportamento negligente quando le iniziative di parte servano a rimediare irregolarità imputabili alle autorità giudiziarie (Dobbertin c. Francia, 25 febbraio 1993, § 43). Nel processo civile è d‟obbligo pretendere che chi voglia lamentarsi della lunghezza del procedimento abbia prestato una particolare diligenza nell‟evitare iniziative dilatorie (Deumeland c. R.F.T., 29 maggio 1986, § 80), anche se la vigenza di tale criterio non può costituire motivo assorbente, tanto da annullare l‟esigenza di considerare, contestualmente, anche il comportamento della pubblica autorità in grado di influire sulla durata del procedimento (Scopelliti c. Italia, 23 novembre 1993, § 25). La valutazione della complessità della causa viene fuori da un giudizio di bilanciamento tra la durata del procedimento e la difficoltà della questione trattata. Il criterio della complessità della causa, se da un lato comporta una particolare severità di giudizio della Corte europea in relazione alle vicende processuali che essa giudica intrinsecamente semplici, non implica, in ogni caso, una maggiore comprensione, quando vi siano delle questioni di particolare difficoltà, potendo sempre riscontrarsi, ciononostante, una condotta inerte o negligente delle autorità procedenti. La complessità della DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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causa in ambito penale è stata esclusa per i reati commessi pubblicamente e di cui è stata constatata la flagranza (Foti ed altri c. Italia), per un‟istruzione i cui unici atti sono consistiti nell‟interrogatorio di un imputato, nell‟audizione di un teste e nell‟esame di documenti. Viceversa, a connotare la complessità contribuiscono la natura delle accuse, l‟ampiezza della documentazione scritta da esaminare, la necessità di espletare più perizie mediche specialistiche, la necessità di compiere atti investigativi all‟estero o comunque di cooperare con un paese straniero, l‟instaurazione di un procedimento incidentale, le difficoltà relative alla protezione dei testimoni nonché le esigenze di spostamento del luogo del processo in ragione del “clima politico” nella sede naturale, l‟elevato numero degli accusati e dei testimoni da assumere, la pluralità degli imputati unitamente alla pluralità dei reati loro attribuiti ed alla natura dei reati contestati. In tal senso una “grande complessità” della causa è stata riscontrata in presenza di reati di criminalità finanziaria su vasta scala e implicanti relazioni finanziarie transnazionali, con centinaia di migliaia di vittime e un numero eccezionale di elementi di prova di ogni tipo da assumere (Lavents c. Lettonia). Relativamente ai processi con pluralità di imputati, la Corte europea ha riconosciuto che la scissione del processo cumulativo potrebbe certamente comportare un risparmio di tempi processuali, risparmio che peraltro non si può conseguire a discapito delle esigenze di accertamento: “il più generale principio di una buona amministrazione della giustizia”, radicato anch‟esso nell‟art. 6 della Convenzione, consente la “tollerabilità” di tempi più lunghi (Neumeister c. Austria). In talune decisioni compare poi un accenno alla complessità “in diritto”: in un caso la Corte ha sostenuto che l‟applicazione di una nuova legge che non contiene disposizioni specifiche circa la questione in diritto da risolvere, la scarsità e la contraddittorietà della giurisprudenza sul punto rendono “ragionevole” un aggiornamento della decisione in attesa della pronuncia di un organo come le sezioni unite della nostra Corte di cassazione (Pretto ed altri c. Italia).

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Deve poi notarsi come la Corte faccia un costante riferimento al criterio della posta in gioco, ovvero all‟importanza della controversia laddove si impone una diligenza particolare in considerazione delle eventuali conseguenze che una lentezza eccessiva del processo può comportare, in particolare, sul godimento di un diritto fondamentale. Tale criterio è stato, nel tempo, al centro di una sottile rimeditazione nella giurisprudenza europea, non figurando più con la stessa assiduità di un tempo accanto alla “complessità del caso”, al “comportamento delle parti” e al “comportamento dell‟autorità” nella formula tradizionale con la quale la Corte era solita elencare i parametri di valutazione per la sussistenza della violazione dell‟art. 6§1. Dall‟analisi esegetica delle pronunce della Corte, si può constatare un‟evoluzione dei casi di ricorso al parametro in esame che può essere suddivisa in due tappe. Nella prima tappa, esemplificata dalla sentenza Zana (ma anche dalla praticamente coeva sentenza Stamoulakatos), si sostiene che “Il carattere ragionevole della durata del procedimento si valuta alla luce delle circostanze di causa e tenuto conto dei criteri consacrati dalla giurisprudenza della Corte, in particolare la complessità del caso, il comportamento del ricorrente e delle autorità competenti. E‟ importante anche considerare la posta in gioco per l‟interessato”: si deduce che la valutazione di quest‟ultima (pur non essendo forse indispensabile, come lascerebbe intendere la formulazione di carattere “aggiuntivo” rispetto ai parametri elencati nel periodo precedente) è comunque opportuna. Nella seconda tappa evolutiva, esemplificata dalla sentenza Laino, la Corte di Strasburgo chiarisce che “Nei casi che concernono lo status delle persone, l‟importanza della controversia per il ricorrente è parimenti un criterio pertinente e inoltre si impone una diligenza particolare in considerazione delle eventuali conseguenze che una lentezza eccessiva può comportare, in particolare, sul godimento del diritto al rispetto della vita familiare”. Nella giurisprudenza europea, le ipotesi in cui entra in scena il criterio della posta in gioco sono dunque quelle relative a processi in tema di status, o, più generalmente, in tema di fondamentali diritti della persona, come DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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il diritto al rispetto della vita familiare o alla salute. Conferma di questa lettura può essere tratta dalle sentenze successive al caso Laino, nelle quali alla posta in gioco è stata data notevole attenzione. (Zana c. Turchia del 25 novembre 1997; Stamoulakatos c. Grecia, del 26 novembre 1997; Pafitis c. Grecia, del 26 febbraio 1998; Doustaly c. Francia del 23 aprile 1998; Pordington c. Grecia del 23 settembre 1998; Podbieski c. Polonia, del 30 ottobre 1998; Laino c. Italia, del 18 febbraio 1999; F.E. c. Francia, del 30 ottobre 1998; Comingersoll c. Portogallo, [GC], §§ 33-35, del 6 aprile 2000; Nuutinen c. Finlandia del 5 giugno 2000; Mennitto c. Italia del 5 ottobre 2000). La Corte di Strasburgo ha dunque fatto ricorso al parametro della “posta in gioco” al fine di riconoscere con maggior facilità, in tali delicate ipotesi, l‟esistenza della lesione dell‟art. 6§1, quanto al termine di durata ragionevole. Proprio utilizzando tale parametro la giurisprudenza di Strasburgo ha affermato che le persone sottoposte a misura cautelare hanno diritto ad una diligenza particolare da parte delle autorità competenti (Herczegfalvy c. Austria). In breve, posto che “termine ragionevole” non significa necessariamente “termine breve”, sapere se questo sia stato o meno superato dipende da un esame attento e approfondito di tutte le circostanze della controversia, delle cause di qualsiasi ritardo e non semplicemente dalla considerazione della durata del lasso di tempo in questione. A ben vedere, ed alla stregua della uniforme formulazione delle argomentazioni logico-giuridiche poste a fondamento delle decisioni dei Giudici di Strasburgo, la indefettibile valutazione del comportamento della parte processuale, della complessità del giudizio, del modus operandi dell‟Ufficio giudiziario, della rilevanza della posta in gioco, deve intervenire quando, assunto come prius un determinato dato temporale, socialmente e giuridicamente valutato in linea generale come “ragionevole” per la durata dei procedimenti civili, penali o amministrativi, debba decidersi se tale dato temporale sia da prendere in considerazione per valutare la ragionevolezza della durata nel caso concreto, o lo stesso debba DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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essere modulato diversamente, alla stregua di particolari circostanze occorse nel procedimento oggetto di denuncia. La granitica giurisprudenza della Corte Europea ha delineato negli anni i parametri temporali di ragionevole durata del processo, perseguendo, in tal modo, l‟intento di uniformare l‟andamento dell‟amministrazione della Giustizia all‟interno di tutti gli Stati membri. Tali parametri temporali, individuati in tre anni per il primo grado, in due anni per il secondo ed in uno per il giudizio di legittimità, costituiscono il termine massimo in cui un procedimento “normale” deve concludersi per non ritenersi violato l‟art. 6§1 della Convenzione. La valutazione della particolare complessità della controversia, nonché del comportamento della parte, del modus operandi dell‟ufficio giudiziario e della particolare rilevanza della posta in gioco, costituiscono elementi ulteriori da valutare, onde discostarsi da detto parametro

temporale

di

riferimento,

aumentandolo

ovvero

anche

diminuendolo (ad es. quando oggetto di giudizio siano stati diritti soggettivi di particolare importanza per l‟individuo e che necessitano pertanto una particolare celerità nella decisione della controversia). La celerità non costituisce comunque un valore assoluto, da realizzare ad ogni costo, ma deve contemperarsi con altri valori fondamentali: per quanto l‟obiettivo dell‟“economia e dell‟accelerazione della procedura” rivesta “grande importanza”, questo non può essere perseguito a discapito del diritto ad una procedura in contraddittorio, del diritto di difesa, dell‟esigenza di una corretta amministrazione della giustizia. Ed infatti, talora la Corte ha sanzionato un eccesso di velocità: ad esempio, con la sentenza Makhfi c. Francia, relativa ad un dibattimento articolatosi in due udienze successive, con orari veramente massacranti, la Corte ha ritenuto che tale iter procedimentale ha violato le esigenze di un processo equo e, in particolare, il rispetto del diritto di difesa e l‟uguaglianza delle armi. Allo stesso modo, la Corte Costituzionale, nell‟interpretare l‟art. 111, aveva osservato che il principio della ragionevole durata deve essere considerato in DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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rapporto alle esigenze di tutela di altri interessi costituzionalmente protetti che vengono in rilievo nel processo penale. Più precisamente la Corte ha affermato che “il principio della ragionevole durata del processo deve essere contemperato con le esigenze di tutela di altri diritti e interessi costituzionalmente garantiti rilevanti nel processo penale, la cui attuazione positiva, ove sia frutto di scelte assistite da valide giustificazioni, non è sindacabile sul terreno costituzionale” (Corte Cost. n. 399/2001; n. 73/2003; n. 418/2004; n. 67/2007). Uno dei più significativi interventi legislativi, in sede nazionale in materia di equo processo o meglio di riparazione o riconoscimento per l‟eccessiva durata è la legge n. 89 del 24 marzo 2001, recante “Previsione di equa riparazione in caso di violazione del „termine ragionevole‟ del processo” meglio nota come “legge Pinto”. Dal suo contenuto e dalle motivazioni storiche che hanno portato alla sua approvazione (denunce sempre più rigide da parte del Comitato dei ministri del Consiglio d‟Europa e condanne sempre più numerose da parte della Corte Europea) emerge chiaramente che la legge Pinto ha come obiettivo principale quello di deflazionare il contenzioso davanti la Corte di Strasburgo, nulla facendo per eliminare il problema di una giustizia troppo lenta (B. Nascimbene e C. Sanna, l‟eccessiva durata dei processi in Italia e le conseguenze a livello europeo, in Rivista di Sociologia del Diritto, Franco Angeli editore, 1/2003). Il meccanismo elaborato dalla norma, riproducendo sul piano interno il sistema di controllo elaborato nell‟ambito della Cedu, introduce una procedura di riparazione a favore di “chi ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto di violazioni della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali, di cui all‟articolo 6 § 1, della Convenzione” (art. 2, comma 1). Condizione del diritto all‟equa riparazione, dunque, è l‟esistenza del danno patrimoniale o non patrimoniale. L‟art. 2, comma 3, precisa che il danno va liquidato a norma dell‟art. 2056 c.c., limitatamente al periodo eccedente il termine ragionevole e introducendo la DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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pubblicità quale mezzo ulteriore per risarcire il danno non patrimoniale. L‟art. 2056 c.c., come noto, richiama quali parametri di riferimento gli artt. 1223 c.c. (danno emergente e lucro cessante), 1226 c.c. (valutazione equitativa) e 1227 c.c. (concorso del fatto colposo del creditore). La legge prevede che la domanda di equa riparazione sia proposta dinanzi alla Corte d‟appello competente ai sensi dell‟art. 11 c.p.p. a giudicare sulla responsabilità dei magistrati nel cui distretto “è concluso o estinto relativamente ai gradi di merito ovvero pende il procedimento nel cui ambito la violazione” del tempo ragionevole “si è verificata” (art. 3, comma 1). Tale criterio risponde alla necessità di assicurare indipendenza e imparzialità all‟organo giudicante, caratteri che risultano ancor più necessari considerando che il decreto di accoglimento della domanda va comunicato “oltre che alle parti, al procuratore generale della Corte dei Conti, ai fini dell‟eventuale avvio del procedimento di responsabilità, nonché ai titolari dell‟azione disciplinare dei dipendenti pubblici comunque interessati dal procedimento”( art. 5). Le Sezioni Unite civili, hanno deciso che per la localizzazione del giudice presso cui proporre al domanda, si dovrà assumere a fattore rilevante “la sede del giudice di merito distribuito sul territorio, sia esso ordinario o speciale, davanti al quale il giudizio è iniziato; ed al luogo così individuato attribuisce la funzione di attivare il criterio di collegamento della competenza e di individuare il giudice competente sulla domanda di equa riparazione, che è stabilito dall‟art. 11 del codice di procedura penale ed è richiamato nel primo comma dell‟art. 3 della legge” (Cass. n. 6303, 16 marzo 2010). Il ricorso di equa riparazione è presentato contro differenti autorità: il Ministero della Giustizia quando si tratta di procedimenti del giudice ordinario, il Ministero della Difesa quando si tratta di procedimenti del giudice militare, il Ministero dell‟Economia e delle Finanze quando si tratta di procedimenti del giudice tributario o amministrativo, nei restanti casi è proposta domanda nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri. La

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Corte d‟appello si pronuncia, in camera di consiglio, entro quattro mesi dal deposito del ricorso, con decreto impugnabile per Cassazione. Il legislatore, dunque, ha con ogni evidenza richiamato il diritto vivente nella giurisprudenza della Corte Europa onde individuare i presupposti del diritto alla riparazione: la giurisprudenza della CEDU considera, come già visto, ragionevole la durata media del processo di primo grado se contenuta in tre anni e dell'intero processo se contenuta in sei anni (ovvero otto in caso di giudizio di rinvio e undici in caso di secondo rinvio); così come la CEDU esclude che l‟accertamento della violazione prescinda dalla circostanza che la parte abbia o meno avuto ragione nel giudizio, analogamente la legge non distingue tra vincitori e vinti, tra soggetti titolari di fumus boni juris, poi riconosciuto nel giudizio e soccombenti, ma contempla e valorizza di per sé il mero "ritardo". L‟equo indennizzo compete a tutti i soggetti comunque coinvolti nel processo, ossia ai destinatari diretti degli effetti dello stesso, a prescindere dalla loro formale costituzione in giudizio (W.K. c. Italia, 20 luglio 2004). L‟art. 4 della legge “Pinto”, allineandosi a quanto previsto dalla Convenzione europea, stabilisce che il ricorso diretto ad ottenere la riparazione può essere proposto anche durante la pendenza del procedimento, ma non oltre sei mesi dal momento in cui la decisione che lo conclude è divenuta definitiva. Dunque due sono i termini di proponibilità della domanda di equa riparazione individuati dalla norma. Il primo, riferibile ai procedimenti pendenti, consente la proponibilità della domanda senza alcun limite temporale. Il secondo, invece, riferibile ai procedimenti giudiziari conclusi, fissa nel termine di 6 mesi dalla definitività della sentenza il momento entro il quale la domanda di equa riparazione può essere proposta. La norma struttura, in definitiva, un microsistema processuale in cui la domanda di equa riparazione da irragionevole durata di un processo può essere proposta sempre (una volta superata la ragionevole durata del processo stesso) nella pendenza dello stesso giudizio

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presupposto e, una volta intervenuta la pronuncia conclusiva del giudizio stesso, nel termine di sei mesi dalla definitività della sentenza stessa. Appare estremamente chiaro ed evidente che il legislatore, nel disciplinare il rimedio ex lege nr. 89/2001 e nell‟introdurre per la prima volta dalla ratifica della Convenzione Europea in sede nazionale uno strumento per porre rimedio alle violazioni dell‟art. 6§1, ha inteso creare uno strumento che consente a colui che abbia subito la lesione del diritto alla ragionevole durata di un processo, di agire in qualunque momento (e sino a quando non sia maturato il termine decadenziale previsto dall‟art. 4 Legge nr. 89/01) per il conseguimento dell‟equa riparazione da irragionevole durata del processo stesso. In base a tale ragionamento la norma pone un termine decadenziale di 6 mesi dalla definitività del giudizio per proporre domanda di equa riparazione e al tempo stesso non prevede alcun termine di prescrizione. La suesposta ricostruzione è del resto conforme all‟art. 35 della Cedu, dove viene contemplato unicamente l‟identico termine semestrale di decadenza per la proposizione dell‟azione (sul punto Cfr. Cass. n. 1886/10). Passando ai criteri necessari per l‟accertamento della violazione dell‟art. 6§1, l‟art. 2 della legge 89/2001 ha opportunamente previsto, al secondo comma, una serie di criteri specifici, legati alla stessa logica già adottata dai Giudici di Strasburgo. Pertanto, il carattere ragionevole della durata di un processo, tenuto conto dei criteri consacrati nell'orientamento giurisprudenziale costantemente seguito dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, deve essere valutato in base a dati di carattere oggettivo (la complessità del caso) e soggettivo (la condotta delle parti ed il comportamento delle autorità competenti). Come già è stato affermato in precedenza, per poter verificare la sussistenza della violazione del termine di ragionevole durata, è necessario esaminare, nel caso specifico, gli atti e le vicende processuali, effettuando un giudizio di proporzionalità tra la complessità della questione trattata, il comportamento delle parti, il comportamento del giudice e la durata del relativo procedimento. Dunque, una volta accertato il superamento del DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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termine di ragionevole durata di un processo, non il danno, bensì la prova del danno non patrimoniale da ritardo, si considera in re ipsa. Ciò significa che, la parte che lamenta il danno non patrimoniale da irragionevole durata di un processo ha solo l‟onere di dimostrare l‟avvenuto superamento del termine di ragionevole durata del procedimento presupposto essendo in re ipsa la prova del danno de quo. Costituisce invece onere dell‟amministrazione resistente quella di dedurre e pienamente dimostrare la sussistenza di elementi idonei ad escludere la sussistenza del danno da ritardo, dunque ad interrompere quel rapporto di derivazione causale che in definitiva si struttura tra irragionevole durata e danno non patrimoniale. Questo è il criterio seguito anche dalla Corte di Strasburgo, la quale una volta accertata la violazione del termine ragionevole di durata attraverso le circostanze di fatto fornite dai ricorrenti, liquida alle vittime il corrispondente danno non patrimoniale ritenuto in tutta evidenza sussistente senza bisogno di alcun ulteriore accertamento al riguardo (Battistoni c. Italia, Ferroni Rossi c. Italia, La Paglia c. Italia, Tempesti Chiesi c. Italia, Marigliano, c.Italia; De Gennaro c. Italia, Miscioscia c. Italia, Gatti c. Italia del 31.07.2003; Soave c. Italia, Contardi c. Italia, Lattanzi c. Italia e Cascia c. Italia del 28.03.2002). Allo stesso modo, con delle importanti pronunce, il Giudice Nazionale ha affermato che “Il danno non patrimoniale conseguente alla durata non ragionevole del processo, una volta che sia stata provata detta violazione dell‟art.6 della CEDU, viene normalmente liquidato alla vittima della violazione, senza bisogno che la sua sussistenza sia provata, sia pure in via soltanto presuntiva. E ciò a differenza del danno patrimoniale per cui si richiede invece la prova della sua esistenza” (Cass. n. 1338/04, 1339/04, 1340/04, 1341/04). Con specifico riferimento al processo penale, il termine iniziale (Cass. 6.2.2003, n. 1740, Cass. 5.8.2004 n. 15087) dal quale si inizia a calcolare la durata del procedimento ai fini dell‟equa riparazione non è l‟apertura formale del procedimento, che si ha con la iscrizione della notizia di reato nel registro relativo, ma il momento in cui l‟indagato prende conoscenza che a suo carico DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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esiste un procedimento penale, ad esempio perché viene richiesta la proroga del termine per le indagini preliminari, oppure viene chiamato ad interrogatorio o viene compiuto un altro atto, come ad esempio una perquisizione, che gli deve essere notificato, così che per forza la persona prende conoscenza del fatto che esiste un procedimento penale a suo carico. L‟equa riparazione per il mancato rispetto del termine ragionevole del processo, non può essere poi esclusa per il semplice fatto che il ritardo nella definizione del processo abbia prodotto l‟estinzione, per prescrizione del reato addebitato al ricorrente, occorrendo invece apprezzare, ai fini del diniego di accoglimento della relativa domanda, se l‟effetto estintivo della prescrizione stessa sia intervenuto o meno a seguito dell‟utilizzo, da parte dell‟imputato, di tecniche dilatorie o di strategie sconfinanti nell‟abuso del diritto di difesa, ben potendo un effetto del genere prodursi, in tutto o almeno in parte (ed, in questa seconda ipotesi, con valenza preponderante), indipendentemente da simili tecniche e da tali strategie, ovvero dalla reale volontà dell‟imputato ed a causa, piuttosto, del comportamento delle autorità procedenti, senza che, in quest‟ultimo caso, la mancata rinuncia alla prescrizione ad opera dell‟imputato medesimo possa ritenersi di per sé in grado di elidere il danno, patrimoniale o non patrimoniale, conseguente alla durata irragionevole” (Cass. civ., Sez. I, 05/11/2002, n.15449). Se viene proposta l‟azione civile nel giudizio penale e tale giudizio si concluda con una sentenza di affermazione della penale responsabilità dell‟imputato e di condanna generica dello stesso (o del responsabile civile) al risarcimento del danno da liquidarsi in sede civile, il successivo giudizio civile introdotto per la liquidazione del danno non costituisce autonomo giudizio ai fini della ragionevole durata, ma i due giudizi devono essere sottoposti ad una valutazione unitaria (Cass. n. 4476/2007). Una volta riconosciuto il danno da irragionevole durata, alla vittima del processo considerato troppo lungo, secondo la consolidata giurisprudenza di Strasburgo, va riconosciuto un “indennizzo” a titolo di danno non patrimoniale, che vari da € 1000,00 a € 1500,00, non per ogni anno di DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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irragionevole durata, ma per ogni anno di durata della procedura. Tuttavia, anche se i criteri di determinazione del quantum della riparazione applicati dalla Corte europea non possono essere ignorati dal giudice nazionale, che deve riferirsi alle liquidazioni effettuate dalla Corte di Strasburgo, la norma nazionale riconosce un danno soltanto per la parte eccedente la ragionevole durata, escludendo, così, dal quantum risarcitorio la durata del processo ritenuta ragionevole. Secondo i giudici della Cassazione tale sistema di quantificazione del danno non va in contrasto con quanto affermato della giurisprudenza della Corte Europea, avendo, comunque, gli Stati un certo margine di apprezzamento nel sistema di adeguamento ai principi convenzionali. Ad ogni modo, sempre i Supremi Giudici di Legittimità confermano l'orientamento secondo cui, nella quantificazione dell'indennizzo del danno non patrimoniale, il giudice di merito deve tener conto dei parametri elaborati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, pur conservando la facoltà di una autonoma valutazione, che gli consenta di discostarsene, ragionevolmente e motivatamente. Si tratta del principio espresso da Cass., sez. un., 26 gennaio 2004 n. 1340, in cui, appunto, è stato precisato che ai fini della liquidazione dell'indennizzo del danno non patrimoniale, ai sensi della l. n. 89, cit., l'ambito di valutazione equitativa è sì condizionato dal rispetto della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, per come essa vive nelle decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo, ma conserva margini di autonomia rispetto alle liquidazioni effettuate dalla Corte europea in casi simili. In questi casi, il parametro medio, oscillante da euro 1000 ad euro 1.500 per anno di ritardo, è suscettibile di essere modificato alla luce di una serie di elementi giustificativi, riconducibili, ad esempio, al comportamento della parte, al numero di giudici che hanno trattato il caso o alla entità della c.d. « posta in gioco ».

Avvocato Giovanni Romano Dottor Luigi Serino DUit – Diritti Umani in Italia www.duitbase.it

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Licenza Creative Commons Attribuzione – Non Commerciale – Non Opere Derivate L’OPERA (COME SOTTO DEFINITA) È MESSA A DISPOSIZIONE SULLA BASE DEI TERMINI DELLA PRESENTE LICENZA “CREATIVE COMMONS PUBLIC LICENCE” ("CCPL" O "LICENZA"). L’OPERA È PROTETTA DAL DIRITTO D’AUTORE E/O DALLE ALTRE LEGGI APPLICABILI. OGNI UTILIZZAZIONE DELL’OPERA CHE NON SIA AUTORIZZATA AI SENSI DELLA PRESENTE LICENZA O DEL DIRITTO D’AUTORE È PROIBITA. CON IL SEMPLICE ESERCIZIO SULL’OPERA DI UNO QUALUNQUE DEI DIRITTI QUI DI SEGUITO ELENCATI, TU ACCETTI E TI OBBLIGHI A RISPETTARE INTEGRALMENTE I TERMINI DELLA PRESENTE LICENZA AI SENSI DEL PUNTO 8.e. IL LICENZIANTE CONCEDE A TE I DIRITTI QUI DI SEGUITO ELENCATI A CONDIZIONE CHE TU ACCETTI DI RISPETTARE I TERMINI E LE CONDIZIONI DI CUI ALLA PRESENTE LICENZA. 1. Definizioni. Ai fini e per gli effetti della presente licenza, si intende per "Collezione di Opere", un’opera, come un numero di un periodico, un’antologia o un’enciclopedia, nella quale l’Opera nella sua interezza e forma originale, unitamente ad altri contributi costituenti loro stessi opere distinte ed autonome, sono raccolti in un’unità collettiva. Un’opera che costituisce Collezione di Opere non verrà considerata Opera Derivata (come sotto definita) ai fini della presente Licenza; "Opera Derivata", un’opera basata sull’Opera ovvero sull’Opera insieme con altre opere preesistenti, come una traduzione, un arrangiamento musicale, un adattamento teatrale, narrativo, cinematografico, una registrazione di suoni, una riproduzione d’arte, un digesto, una sintesi, o ogni altra forma in cui l’Opera possa essere riproposta, trasformata o adattata. Nel caso in cui un’Opera tra quelle qui descritte costituisca già Collezione di Opere, essa non sarà considerata Opera Derivata ai fini della presente Licenza. Al fine di evitare dubbi è inteso che, quando l’Opera sia una composizione musicale o registrazione di suoni, la sincronizzazione dell’Opera in relazione con un’immagine in movimento (“synching”) sarà considerata Opera Derivata ai fini di questa Licenza; "Licenziante", l’individuo o l’ente che offre l’Opera secondo i termini e le condizioni della presente Licenza; "Autore Originario", il soggetto che ha creato l’Opera; "Opera", l’opera dell’ingegno suscettibile di protezione in forza delle leggi sul diritto d’autore, la cui utilizzazione è offerta nel rispetto dei termini della presente Licenza; "Tu"/"Te", l'individuo o l’ente che esercita i diritti derivanti dalla presente Licenza e che non abbia precedentemente violato i termini della presente Licenza relativi all’Opera, o che, nonostante una precedente violazione degli stessi, abbia ricevuto espressa autorizzazione dal Licenziante all’esercizio dei diritti derivanti dalla presente Licenza. 2. Libere utilizzazioni. La presente Licenza non intende in alcun modo ridurre, limitare o restringere alcun diritto di libera utilizzazione o l’operare della regola dell’esaurimento del diritto o altre limitazioni dei diritti esclusivi sull’Opera derivanti dalla legge sul diritto d’autore o da altre leggi applicabili. 3. Concessione della Licenza. Nel rispetto dei termini e delle condizioni contenute nella presente Licenza, il Licenziante concede a Te una licenza per tutto il mondo, gratuita, non esclusiva e perpetua (per la durata del diritto d’autore applicabile) che autorizza ad esercitare i diritti sull’Opera qui di seguito elencati: riproduzione dell’Opera, incorporazione dell’Opera in una o più Collezioni di Opere e riproduzione dell’Opera come incorporata nelle Collezioni di Opere; distribuzione di copie dell’Opera o di supporti fonografici su cui l’Opera è registrata, comunicazione al pubblico, rappresentazione, esecuzione, recitazione o esposizione in pubblico, ivi inclusa la trasmissione audio digitale dell’Opera, e ciò anche quando l’Opera sia incorporata in Collezioni di Opere; I diritti sopra descritti potranno essere esercitati con ogni mezzo di comunicazione e in tutti i formati. Tra i diritti di cui sopra si intende compreso il diritto di apportare all’Opera le modifiche che si rendessero tecnicamente necessarie per l’esercizio di detti diritti tramite altri mezzi di comunicazione o su altri formati, ma a parte questo non hai diritto di realizzare Opere Derivate. Tutti i diritti non espressamente concessi dal Licenziante rimangono riservati, ivi inclusi quelli di cui ai punti 4(d) e (e). 4. Restrizioni. La Licenza concessa in conformità al precedente punto 3 è espressamente assoggettata a, e limitata da, le seguenti restrizioni Tu puoi distribuire, comunicare al pubblico, rappresentare, eseguire, recitare o esporre in pubblico l’Opera, anche in forma digitale, solo assicurando che i termini di cui alla presente Licenza siano rispettati e, insieme ad ogni copia dell’Opera (o supporto fonografico su cui è registrata l’Opera) che distribuisci, comunichi al pubblico o rappresenti, esegui, reciti o esponi in pubblico, anche in forma digitale, devi includere una copia della presente Licenza o il suo Uniform Resource Identifier. Non puoi proporre o imporre alcuna condizione relativa all’Opera che alteri o restringa i termini della presente Licenza o l’esercizio da parte del beneficiario dei diritti qui concessi. Non puoi concedere l’Opera in sublicenza. Devi mantenere intatte tutte le informative che si riferiscono alla presente Licenza ed all’esclusione delle garanzie. Non puoi distribuire, comunicare al pubblico, rappresentare, eseguire, recitare o esporre in pubblico l’Opera, neanche in forma digitale, usando misure tecnologiche miranti a controllare l’accesso all’Opera ovvero l’uso dell’Opera, in maniera incompatibile con i termini della

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presente Licenza. Quanto sopra si applica all’Opera anche quando questa faccia parte di una Collezione di Opere, anche se ciò non comporta che la Collezione di Opere di per sé ed indipendentemente dall’Opera stessa debba essere soggetta ai termini ed alle condizioni della presente Licenza. Qualora Tu crei una Collezione di Opere, su richiesta di qualsiasi Licenziante, devi rimuovere dalla Collezione di Opere stessa, ove materialmente possibile, ogni riferimento in accordo con quanto previsto dalla clausola 4.c, come da richiesta. Tu non puoi esercitare alcuno dei diritti a Te concessi al precedente punto 3 in una maniera tale che sia prevalentemente intesa o diretta al perseguimento di un vantaggio commerciale o di un compenso monetario privato. Lo scambio dell’Opera con altre opere protette dal diritto d’autore, per mezzo della condivisione di file digitali (c.d. filesharing) o altrimenti, non è considerato inteso o diretto a perseguire un vantaggio commerciale o un compenso monetario privato, a patto che non ci sia alcun pagamento di alcun compenso monetario in connessione allo scambio di opere coperte da diritto d’autore. Qualora Tu distribuisca, comunichi al pubblico, rappresenti, esegua, reciti o esponga in pubblico, anche in forma digitale, l’Opera, devi mantenere intatte tutte le informative sul diritto d’autore sull’Opera. Devi riconoscere una menzione adeguata rispetto al mezzo di comunicazione o supporto che utilizzi: (i) all'Autore Originale (citando il suo nome o lo pseudonimo, se del caso), ove fornito; e/o (ii) alle terze parti designate, se l'Autore Originale e/o il Licenziante hanno designato una o più terze parti (ad esempio, una istituzione finanziatrice, un ente editoriale) per l'attribuzione nell'informativa sul diritto d'autore del Licenziante o nei termini di servizio o con altri mezzi ragionevoli; il titolo dell’Opera, ove fornito; nella misura in cui sia ragionevolmente possibile, l’Uniform Resource Identifier, che il Licenziante specifichi dover essere associato con l’Opera, salvo che tale URI non faccia alcun riferimento alla informazione di protezione di diritto d’autore o non dia informazioni sulla licenza dell’Opera. Tale menzione deve essere realizzata in qualsiasi maniera ragionevole possibile; in ogni caso, in ipotesi di Collezione di Opere, tale menzione deve quantomeno essere posta nel medesimo punto dove viene indicato il nome di altri autori di rilevanza paragonabile e con lo stesso risalto concesso alla menzione di altri autori di rilevanza paragonabile. Al fine di evitare dubbi è inteso che, se l’Opera sia di tipo musicale Compensi per la comunicazione al pubblico o la rappresentazione o esecuzione di opere incluse in repertori. Il Licenziante si riserva il diritto esclusivo di riscuotere compensi, personalmente o per il tramite di un ente di gestione collettiva (ad es. SIAE), per la comunicazione al pubblico o la rappresentazione o esecuzione, anche in forma digitale (ad es. tramite webcast) dell’Opera, se tale utilizzazione sia prevalentemente intesa o diretta a perseguire un vantaggio commerciale o un compenso monetario privato. Compensi per versioni cover. Il Licenziante si riserva il diritto esclusivo di riscuotere compensi, personalmente o per il tramite di un ente di gestione collettiva (ad es. SIAE), per ogni disco che Tu crei e distribuisci a partire dall’Opera (versione cover), nel caso in cui la Tua distribuzione di detta versione cover sia prevalentemente intesa o diretta a perseguire un vantaggio commerciale o un compenso monetario privato. Compensi per la comunicazione al pubblico dell’Opera mediante fonogrammi. Al fine di evitare dubbi, è inteso che se l’Opera è una registrazione di suoni, il Licenziante si riserva il diritto esclusivo di riscuotere compensi, personalmente o per il tramite di un ente di gestione collettiva (ad es. IMAIE), per la comunicazione al pubblico dell’Opera, anche in forma digitale, nel caso in cui la Tua comunicazione al pubblico sia prevalentemente intesa o diretta a perseguire un vantaggio commerciale o un compenso monetario privato. Altri compensi previsti dalla legge italiana. Al fine di evitare dubbi, è inteso che il Licenziante si riserva il diritto esclusivo di riscuotere i compensi a lui attribuiti dalla legge italiana sul diritto d’autore (ad es. per l’inserimento dell’Opera in un’antologia ad uso scolastico ex art. 70 l. 633/1941), personalmente o per tramite di un ente di gestione collettiva (ad es. SIAE, IMAIE), se l’utilizzazione dell’Opera sia prevalentemente intesa o diretta a perseguire un vantaggio commerciale o un compenso monetario privato. Al Licenziante spettano in ogni caso i compensi irrinunciabili a lui attribuiti dalla medesima legge (ad es. l’equo compenso spettante all’autore di opere musicali, cinematografiche, audiovisive o di sequenze di immagini in movimento nel caso di noleggio ai sensi dell’art. 18-bis l. 633/1941). 5. Dichiarazioni, Garanzie ed Esonero da responsabilità SALVO CHE SIA ESPRESSAMENTE CONVENUTO ALTRIMENTI PER ISCRITTO FRA LE PARTI, IL LICENZIANTE OFFRE L’OPERA IN LICENZA “COSI’ COM’E’” E NON FORNISCE ALCUNA DICHIARAZIONE O GARANZIA DI QUALSIASI TIPO CON RIGUARDO ALL’OPERA, SIA ESSA ESPRESSA OD IMPLICITA, DI FONTE LEGALE O DI ALTRO TIPO, ESSENDO QUINDI ESCLUSE, FRA LE ALTRE, LE GARANZIE RELATIVE AL TITOLO, ALLA COMMERCIABILITÀ, ALL’IDONEITÀ PER UN FINE SPECIFICO E ALLA NON VIOLAZIONE DI DIRITTI DI TERZI O ALLA MANCANZA DI DIFETTI LATENTI O DI ALTRO TIPO, ALL’ESATTEZZA OD ALLA PRESENZA DI ERRORI, SIANO ESSI ACCERTABILI O MENO. ALCUNE GIURISDIZIONI NON CONSENTONO L’ESCLUSIONE DI GARANZIE IMPLICITE E QUINDI TALE ESCLUSIONE PUÒ NON APPLICARSI A TE. 6. Limitazione di Responsabilità. SALVI I LIMITI STABILITI DALLA LEGGE APPLICABILE, IL LICENZIANTE NON SARÀ IN ALCUN CASO RESPONSABILE NEI TUOI CONFRONTI A QUALUNQUE TITOLO PER ALCUN TIPO DI DANNO, SIA ESSO SPECIALE, INCIDENTALE, CONSEQUENZIALE, PUNITIVO OD ESEMPLARE, DERIVANTE DALLA PRESENTE LICENZA O DALL’USO DELL’OPERA, ANCHE NEL CASO IN CUI IL LICENZIANTE SIA STATO EDOTTO SULLA POSSIBILITÀ DI TALI DANNI. NESSUNA CLAUSOLA DI QUESTA LICENZA ESCLUDE O LIMITA LA RESPONSABILITA’ NEL CASO IN CUI QUESTA DIPENDA DA DOLO O COLPA GRAVE. 7. Risoluzione

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La presente Licenza si intenderà risolta di diritto e i diritti con essa concessi cesseranno automaticamente, senza necessità di alcuna comunicazione in tal senso da parte del Licenziante, in caso di qualsivoglia inadempimento dei termini della presente Licenza da parte Tua, ed in particolare delle disposizioni di cui ai punti 4.a, 4.b e 4.c, essendo la presente Licenza condizionata risolutivamente al verificarsi di tali inadempimenti. In ogni caso, la risoluzione della presente Licenza non pregiudicherà i diritti acquistati da individui o enti che abbiano acquistato da Te Collezioni di Opere, ai sensi della presente Licenza, a condizione che tali individui o enti continuino a rispettare integralmente le licenze di cui sono parte. Le sezioni 1, 2, 5, 6, 7 e 8 rimangono valide in presenza di qualsiasi risoluzione della presente Licenza. Sempre che vengano rispettati i termini e le condizioni di cui sopra, la presente Licenza è perpetua (e concessa per tutta la durata del diritto d’autore sull’Opera applicabile). Nonostante ciò, il Licenziante si riserva il diritto di rilasciare l’Opera sulla base dei termini di una differente licenza o di cessare la distribuzione dell’Opera in qualsiasi momento; fermo restando che, in ogni caso, tali decisioni non comporteranno recesso dalla presente Licenza (o da qualsiasi altra licenza che sia stata concessa, o che sia richiesto che venga concessa, ai termini della presente Licenza), e la presente Licenza continuerà ad avere piena efficacia, salvo che vi sia risoluzione come sopra indicato. 8. Varie Ogni volta che Tu distribuisci, o rappresenti, esegui o reciti pubblicamente in forma digitale l’Opera o una Collezione di Opere, il Licenziante offre al destinatario una licenza per l’Opera nei medesimi termini e condizioni che a Te sono stati concessi dalla presente Licenza. L’invalidità o l’inefficacia, secondo la legge applicabile, di una o più fra le disposizioni della presente Licenza, non comporterà l’invalidità o l’inefficacia dei restanti termini e, senza bisogno di ulteriori azioni delle parti, le disposizioni invalide o inefficaci saranno da intendersi rettificate nei limiti della misura che sia indispensabile per renderle valide ed efficaci. In nessun caso i termini e le disposizioni di cui alla presente Licenza possono essere considerati rinunciati, né alcuna violazione può essere considerata consentita, salvo che tale rinuncia o consenso risultino per iscritto da una dichiarazione firmata dalla parte contro cui operi tale rinuncia o consenso. La presente Licenza costituisce l’intero accordo tra le parti relativamente all’Opera qui data in licenza. Non esistono altre intese, accordi o dichiarazioni relative all’Opera che non siano quelle qui specificate. Il Licenziante non sarà vincolato ad alcuna altra disposizione addizionale che possa apparire in alcuna comunicazione da Te proveniente. La presente Licenza non può essere modificata senza il mutuo consenso scritto del Licenziante e Tuo. Clausola iCommons. Questa Licenza trova applicazione nel caso in cui l’Opera sia utilizzata in Italia. Ove questo sia il caso, si applica anche il diritto d’autore italiano. Negli altri casi le parti si obbligano a rispettare i termini dell’attuale Licenza Creative Commons generica che corrisponde a questa Licenza Creative Commons iCommons.

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La ragionevole durata del processo penale nella giurisprudenza europea