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BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria

Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto

BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto Registrazione Tribunale di Bari n. 1272 del 26/03/1996 ANNO LXXXVI - N. 1 - Gennaio - Febbraio 2010 Redazione e amministrazione: Curia Arcivescovile Bari-Bitonto P.zza Odegitria - 70122 Bari - Tel. 080/5288211 - Fax 080/5244450 www.arcidiocesibaribitonto.it - e.mail: curia@odegitria.bari.it Direttore responsabile: Giuseppe Sferra Direttore: Gabriella Roncali Redazione: Beppe Di Cagno, Luigi Di Nardi, Angelo Latrofa, Paola Loria, Franco Mastrandrea, Bernardino Simone, Francesco Sportelli Gestione editoriale e stampa: Ecumenica Editrice scrl - 70123 Bari - Tel. 080.5797843 - Fax 080.9190596 www.ecumenicaeditrice.it - info@ecumenicaeditrice.it

SOMMARIO DOCUMENTI DELLA CHIESA UNIVERSALE MAGISTERO PONTIFICIO Messaggio per la Quaresima Discorso alla Sacra Rota

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DOCUMENTI DELLA CHIESA ITALIANA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno

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Consiglio Permanente Comunicato finale dei lavori della sessione invernale

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CONFERENZA EPISCOPALE PUGLIESE Lettera di indizione del III Convegno Ecclesiale Regionale: “I laici nella Chiesa e nella società pugliese oggi”

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Nomina di don Vito Spinelli a assistente regionale Movimento Apostolico Sordi

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DOCUMENTI E VITA DELLA CHIESA DI BARI-BITONTO MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Decreto di attribuzione delle somme dell’8 per mille IRPEF

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Messaggio per la Giornata del Seminario

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Saluto all’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese

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CURIA METROPOLITANA Cancelleria Sacre ordinazioni e decreti Settore Laicato. Ufficio Laicato Le assemblee diocesane del 16 ottobre 2009 e del 12 febbraio 2010 in preparazione al Convegno regionale sul laicato: Dal rischio educativo l’impegno dell’io per un nuovo umanesimo fondato sulla “carità nella verità”: relazione del prof. Franco Nembrini, Fraternità di CL

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Educare ad essere cittadini del mondo: relazione del prof. Jesús Morán, del Movimento dei Focolari

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Settore Laicato. Aggregazioni laicali Il convegno su santa Luisa De Marillac

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Settore Laicato. Ufficio Famiglia Il convegno diocesano “Preparazione ed accompagnamento delle famiglie e dei battezzanti

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Settore Evangelizzazione. Ufficio Catechistico Gli incontri di formazione: Genitori e catechisti insieme, come comunità educante, per vivere la centralità della domenica (mons. Angelo Latrofa)

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CONSIGLI DIOCESANI Consiglio Presbiterale diocesano Verbale della riunione del 22 ottobre 2009 Consiglio Pastorale diocesano Verbale della riunione del 20 gennaio 2009 Verbale della riunione del 19 maggio 2009: Allegato: “La realtà degli oratori nella diocesi di Bari-Bitonto”, a cura dell’Ufficio diocesano per la pastorale del tempo libero, turismo e sport Verbale della riunione del 3 novembre 2009

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TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE Relazione del Vicario giudiziale alla cerimonia d’inaugurazione del Tribunale

PUBBLICAZIONI

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NELLA PACE DEL SIGNORE Don Angelo Michele Battista

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DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Gennaio 2010 Febbraio 2010

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D OCUMENTI

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C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Messaggio per la Quaresima

Cari fratelli e sorelle, ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici. Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).

Giustizia: “dare cuique suum” Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica «dare a ciascuno il suo - dare cuique suum», secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo con-

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danna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se «la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio» (De civitate Dei, XIX, 21).

Da dove viene l’ingiustizia?

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L’evangelista Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro... Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male» (Mc 7,14-15.20-21). Al di là della questione immediata relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare - ammonisce Gesù - è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male. Lo riconosce amaramente il Salmista: «Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre» (Sal 51,7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro. Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare

MAGISTERO PONTIFICIO e del fare da sé (cfr Gen 3,1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?

Giustizia e “sedaqah” Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che «solleva dalla polvere il debole» (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr Dt 10,18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha «ascoltato il lamento» del suo popolo ed è «sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto» (cfr Es 3,8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr Sir 4,4-5.8-9), il forestiero (cfr Es 22,20), lo schiavo (cfr Dt 15,12-18). Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?

Cristo, giustizia di Dio L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani:

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«Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue» (3,21-25). Quale è dunque la giustizia di Cristo? È anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia. Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare. Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.

MAGISTERO PONTIFICIO Cari fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel Triduo Pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia. Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti l’apostolica benedizione. Dal Vaticano, 30 ottobre 2009

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Discorso in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale della Rota Romana

Cari componenti del Tribunale della Rota Romana Sono lieto di incontrarvi ancora una volta per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario. Saluto cordialmente il Collegio dei Prelati Uditori, ad iniziare dal decano, mons. Antoni Stankiewicz, che ringrazio per le parole che mi ha rivolto a nome dei presenti. Estendo il mio saluto ai promotori di Giustizia, ai difensori del Vincolo, agli altri officiali, agli avvocati e a tutti i collaboratori di codesto Tribunale Apostolico, come pure ai membri dello Studio Rotale. Colgo volentieri l’occasione per rinnovarvi l’espressione della mia profonda stima e della mia sincera gratitudine per il vostro ministero ecclesiale, ribadendo, allo stesso tempo, la necessità della vostra attività giudiziaria. Il prezioso lavoro che i Prelati Uditori sono chiamati a svolgere con diligenza, a nome e per mandato di questa Sede Apostolica, è sostenuto dalle autorevoli e consolidate tradizioni di codesto Tribunale, al cui rispetto ciascuno di voi deve sentirsi personalmente impegnato. Oggi desidero soffermarmi sul nucleo essenziale del vostro ministero, cercando di approfondirne i rapporti con la giustizia, la carità e la verità. Farò riferimento soprattutto ad alcune considerazioni esposte nell’enciclica Caritas in veritate, le quali, pur essendo considerate nel contesto della dottrina sociale della Chiesa, possono illuminare anche altri ambiti ecclesiali. Occorre prendere atto della diffusa e radicata tendenza, anche se non sempre manifesta, che porta

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a contrapporre la giustizia alla carità, quasi che una escluda l’altra. In questa linea, riferendosi più specificamente alla vita della Chiesa, alcuni ritengono che la carità pastorale potrebbe giustificare ogni passo verso la dichiarazione della nullità del vincolo matrimoniale per venire incontro alle persone che si trovano in situazione matrimoniale irregolare. La stessa verità, pur invocata a parole, tenderebbe così ad essere vista in un’ottica strumentale, che l’adatterebbe di volta in volta alle diverse esigenze che si presentano. Partendo dall’espressione “amministrazione della giustizia”, vorrei ricordare innanzitutto che il vostro ministero è essenzialmente opera di giustizia: una virtù - «che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto» (CCC, n. 1807) - della quale è quanto mai importante riscoprire il valore umano e cristiano, anche all’interno della Chiesa. Il diritto canonico, a volte, è sottovalutato, come se esso fosse un mero strumento tecnico al servizio di qualsiasi interesse soggettivo, anche non fondato sulla verità. Occorre invece che tale diritto venga sempre considerato nel suo rapporto essenziale con la giustizia, nella consapevolezza che nella Chiesa l’attività giuridica ha come fine la salvezza delle anime e «costituisce una peculiare partecipazione alla missione di Cristo Pastore… nell’attualizzare l’ordine voluto dallo stesso Cristo» (Giovanni Paolo II, Allocuzione alla Rota Romana, 18 gennaio 1990, in AAS 82 [1990], p. 874, n.4). In questa prospettiva è da tenere presente, qualunque sia la situazione, che il processo e la sentenza sono legati in modo fondamentale alla giustizia e si pongono al suo servizio. Il processo e la sentenza hanno una grande rilevanza sia per le parti, sia per l’intera compagine ecclesiale e ciò acquista un valore del tutto singolare quando si tratta di pronunciarsi sulla nullità di un matrimonio, il quale riguarda direttamente il bene umano e soprannaturale dei coniugi, nonché il bene pubblico della Chiesa. Oltre a questa dimensione che potremmo definire “oggettiva” della giustizia, ne esiste un’altra, inseparabile da essa, che riguarda gli “operatori del diritto”, coloro, cioè, che la rendono possibile. Vorrei sottolineare come essi devono essere caratterizzati da un alto esercizio delle virtù umane e cristiane, in particolare della prudenza e della giustizia, ma anche della fortezza. Quest’ultima diventa più rilevante quando l’ingiustizia appare la via più facile da seguire, in quanto implica accondiscendenza ai desideri e alle aspet-

MAGISTERO PONTIFICIO tative delle parti, oppure ai condizionamenti dell’ambiente sociale. In tale contesto, il giudice che desidera essere giusto e vuole adeguarsi al paradigma classico della “giustizia vivente” (cfr Aristotele, Etica nicomachea, V, 1132a), sperimenta la grave responsabilità davanti a Dio e agli uomini della sua funzione, che include altresì la dovuta tempestività in ogni fase del processo: «quam primum, salva iustitia» (Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Instr. Dignitas connubii, art. 72). Tutti coloro che operano nel campo del diritto, ognuno secondo la propria funzione, devono essere guidati dalla giustizia. Penso in particolare agli avvocati, i quali devono non soltanto porre ogni attenzione al rispetto della verità delle prove, ma anche evitare con cura di assumere, come legali di fiducia, il patrocinio di cause che, secondo la loro coscienza, non siano oggettivamente sostenibili. L’azione, poi, di chi amministra la giustizia non può prescindere dalla carità. L’amore verso Dio e verso il prossimo deve informare ogni attività, anche quella apparentemente più tecnica e burocratica. Lo sguardo e la misura della carità aiuterà a non dimenticare che si è sempre davanti a persone segnate da problemi e da sofferenze. Anche nell’ambito specifico del servizio di operatori della giustizia vale il principio secondo cui «la carità eccede la giustizia» (Enc. Caritas in veritate, n. 6). Di conseguenza, l’approccio alle persone, pur avendo una sua specifica modalità legata al processo, deve calarsi nel caso concreto per facilitare alle parti, mediante la delicatezza e la sollecitudine, il contatto con il competente tribunale. In pari tempo, è importante adoperarsi fattivamente ogni qualvolta si intraveda una speranza di buon esito, per indurre i coniugi a convalidare eventualmente il matrimonio e a ristabilire la convivenza coniugale (cfr CIC, can. 1676). Non va, inoltre, tralasciato lo sforzo di instaurare tra le parti un clima di disponibilità umana e cristiana, fondata sulla ricerca della verità (cfr Instr. Dignitas connubii, art. 65 §§ 2-3). Tuttavia occorre ribadire che ogni opera di autentica carità comprende il riferimento indispensabile alla giustizia, tanto più nel nostro caso. «L’amore – «caritas» – è una forza straordinaria, che

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spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace» (Enc. Caritas in veritate, n. 1). «Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è «inseparabile dalla carità», intrinseca ad essa»(Ibid., n. 6). La carità senza giustizia non è tale, ma soltanto una contraffazione, perché la stessa carità richiede quella oggettività tipica della giustizia, che non va confusa con disumana freddezza. A tale riguardo, come ebbe ad affermare il mio Predecessore, il venerabile Giovanni Paolo II, nell’allocuzione dedicata ai rapporti tra pastorale e diritto:«Il giudice […] deve sempre guardarsi dal rischio di una malintesa compassione che scadrebbe in sentimentalismo, solo apparentemente pastorale» (18 gennaio 1990, in AAS, 82 [1990], p. 875, n. 5). Occorre rifuggire da richiami pseudopastorali che situano le questioni su un piano meramente orizzontale, in cui ciò che conta è soddisfare le richieste soggettive per giungere ad ogni costo alla dichiarazione di nullità, al fine di poter superare, tra l’altro, gli ostacoli alla ricezione dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Il bene altissimo della riammissione alla Comunione eucaristica dopo la riconciliazione sacramentale, esige invece di considerare l’autentico bene delle persone, inscindibile dalla verità della loro situazione canonica. Sarebbe un bene fittizio, e una grave mancanza di giustizia e di amore, spianare loro comunque la strada verso la ricezione dei sacramenti, con il pericolo di farli vivere in contrasto oggettivo con la verità della propria condizione personale. Circa la verità, nelle allocuzioni rivolte a codesto Tribunale Apostolico, nel 2006 e nel 2007, ho ribadito la possibilità di raggiungere la verità sull’essenza del matrimonio e sulla realtà di ogni situazione personale che viene sottoposta al giudizio del tribunale (28 gennaio 2006, in AAS 98 [2006], pp. 135-138; e 27 gennaio 2007, in AAS 99 [2007], pp. 86-91; come pure sulla verità nei processi matrimoniali (cfr Instr. Dignitas connubii, artt. 65 §§ 1-2, 95 § 1, 167, 177, 178). Vorrei oggi sottolineare come sia la giustizia, sia la carità, postulino l’amore alla verità e comportino essenzialmente la ricerca del vero. In particolare, la carità rende il riferimento alla verità ancora più esigente. «Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esi-

MAGISTERO PONTIFICIO genti e insostituibili di carità. Questa, infatti, “si compiace della verità” (1 Cor 13, 6)» (Enc. Caritas in veritate, n. 1). «Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta […]. Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario» (Ibid., n. 3). Bisogna tener presente che un simile svuotamento può verificarsi non solo nell’attività pratica del giudicare, ma anche nelle impostazioni teoriche, che tanto influiscono poi sui giudizi concreti. Il problema si pone quando viene più o meno oscurata la stessa essenza del matrimonio, radicata nella natura dell’uomo e della donna, che consente di esprimere giudizi oggettivi sul singolo matrimonio. In questo senso, la considerazione esistenziale, personalistica e relazionale dell’unione coniugale non può mai essere fatta a scapito dell’indissolubilità, essenziale proprietà che nel matrimonio cristiano consegue, con l’unità, una peculiare stabilità in ragione del sacramento (cfr CIC, can. 1056). Non va, altresì, dimenticato che il matrimonio gode del favore del diritto. Pertanto, in caso di dubbio, esso si deve intendere valido fino a che non sia stato provato il contrario (cfr CIC, can. 1060). Altrimenti, si corre il grave rischio di rimanere senza un punto di riferimento oggettivo per le pronunce circa la nullità, trasformando ogni difficoltà coniugale in un sintomo di mancata attuazione di un’unione il cui nucleo essenziale di giustizia – il vincolo indissolubile – viene di fatto negato. Illustri Prelati Uditori, officiali ed avvocati, vi affido queste riflessioni, ben conoscendo lo spirito di fedeltà che vi anima e l’impegno che profondete nel dare attuazione piena alle norme della Chiesa, nella ricerca del vero bene del popolo di Dio. A conforto della vostra preziosa attività, su ciascuno di voi e sul vostro quotidiano lavoro invoco la materna protezione di Maria Santissima Speculum iustitiae e imparto con affetto la benedizione apostolica. Sala Clementina, giovedì 29 gennaio 2010

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D OCUMENTI

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C HIESA I TALIANA

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno

Introduzione 1. La Chiesa in Italia e la questione meridionale A vent’anni dalla pubblicazione del documento Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, vogliamo riprendere la riflessione sul cammino della solidarietà nel nostro Paese, con particolare attenzione al Meridione d’Italia e ai suoi problemi irrisolti, riproponendoli all’attenzione della comunità ecclesiale nazionale, nella convinzione «degli ineludibili doveri della solidarietà sociale e della comunione ecclesiale […] alla luce dell’insegnamento del Vangelo e con spirito costruttivo di speranza»1. 19 1

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 18 ottobre 1989, n. 1. «Tale documento – disse Giovanni Paolo II il 9 novembre 1990 a Napoli, incontrando la popolazione in piazza Plebiscito – può ben essere considerato la traduzione non solo pastorale, ma anche politica, nel senso più alto del termine, del progetto di organizzazione della speranza nella vasta area del Mezzogiorno» (n. 3). Esso richiamava, a distanza di quarant’anni, la Lettera collettiva dell’Episcopato dell’Italia meridionale del 25 gennaio 1948 I problemi del Mezzogiorno, che, a sua volta, dopo aver analizzato la religiosità delle popolazioni del Sud, poneva in evidenza le profonde esigenze di giustizia nei rapporti di lavoro soprattutto in riferimento all’economia agraria meridionale, auspicando una «religione più pura ed una giustizia più piena» (n. 1).

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Torniamo sull’argomento non solo per celebrare l’anniversario del documento, né in primo luogo per stilare un bilancio delle cose fatte o omesse, e neppure per registrare con ingenua soddisfazione la qualificata presenza delle strutture ecclesiali nella vita quotidiana della società meridionale, ma per intervenire in un dibattito che coinvolge tanti soggetti e ribadire la consapevolezza del dovere e della volontà della Chiesa di essere presente e solidale in ogni parte d’Italia, per promuovere un autentico sviluppo di tutto il Paese. Nel 1989 sostenemmo: «il Paese non crescerà, se non insieme»2. Anche oggi riteniamo indispensabile che l’intera nazione conservi e accresca ciò che ha costruito nel tempo. Il bene comune, infatti, è molto più della somma del bene delle singole parti3. Ci spingono a intervenire la constatazione del perdurare del problema meridionale, anche se non nelle medesime forme e proporzioni del passato, e, strettamente connessi, il nostro compito pastorale e la responsabilità morale per le Chiese che sono in Italia. A ciò si aggiunge la consapevolezza della travagliata fase economica che anche il nostro Paese sta attraversando. Questi fattori si coniugano con una trasformazione politico-istituzionale, che ha nel federalismo un punto nevralgico, e con un’evoluzione socio-culturale, in cui si combinano il crescente pluralismo delle opzioni ideali ed etiche e l’inserimento di nuove presenze etnico-religiose per effetto dei fenomeni migratori. Non si può, infine, tralasciare la trasformazione della religiosità degli italiani che, pur conservando un carattere popolare, fortemente radicato soprattutto nel Sud, conosce processi di erosione per effetto di correnti di secolarizzazione. Affrontare la questione meridionale diventa in tale maniera un modo per dire una parola incisiva sull’Italia di oggi e sul cammino delle nostre Chiese. Tanti sono gli aspetti che si impongono all’attenzione: anzitutto il

2 L’espressione fu desunta dal documento del Consiglio Episcopale Permanente La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, 23 ottobre 1981, n. 8. 3 Secondo le parole di Benedetto XVI, nella Lettera enciclica Caritas in veritate, 29 giugno 2009, il bene comune è «il bene di quel “noi-tutti”, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene» (n. 7).

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA richiamo alla necessaria solidarietà nazionale, alla critica coraggiosa delle deficienze, alla necessità di far crescere il senso civico di tutta la popolazione, all’urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti. Questi aspetti rendono difficile farsi carico della responsabilità di essere soggetto del proprio sviluppo. Sul versante pastorale, vogliamo anche cogliere l’occasione per incoraggiare le comunità stesse, affinché continuino a essere luoghi esemplari di nuovi rapporti interpersonali e fermento di una società rinnovata, ambienti in cui crescono veri credenti e buoni cittadini. A richiamare, poi, la nostra attenzione − e non per ultime − sono le molteplici potenzialità delle regioni meridionali, che hanno contribuito allo sviluppo del Nord e che, soprattutto grazie ai giovani, rappresentano uno dei bacini più promettenti per la crescita dell’intero Paese. Facciamo appello alle non poche risorse presenti nelle popolazioni e nelle comunità ecclesiali del Sud, a una volontà autonoma di riscatto, alla necessità di contare sulle proprie forze come condizione insostituibile per valorizzare tutte le espressioni di solidarietà che devono provenire dall’Italia intera nell’articolazione di una sussidiarietà organica. La prospettiva della condivisione e dell’impegno educativo diventa in questa ottica l’unica veramente credibile ed efficace.

2. Guardare con amore al Mezzogiorno Ci rendiamo conto di trovarci in una congiuntura di radicali e incalzanti mutamenti. Molti di essi non saranno positivi per il Mezzogiorno, se esso non reagirà adeguatamente e non li trasformerà in opportunità. Potrebbero, infatti, acuirsi antiche debolezze e approfondirsi limiti radicati, che rischiano di isolare il Mezzogiorno tagliandolo fuori dai grandi processi di sviluppo. Le considerazioni che seguono non hanno il carattere di un’analisi economica, né presumono di avere nel merito della questione meridionale un profilo risolutore e definitivo. Vogliamo piuttosto la-

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sciarci guidare dalla fiducia nella bontà di un giudizio ragionevole sulla situazione sociale e culturale del nostro Paese, illuminati dalla luce della fede coltivata nell’alveo della comunione ecclesiale, per dare un contributo alla comune fatica del pensare, facendo affidamento non tanto in una nostra autonoma capacità, ma soprattutto in quella grazia che accompagna chi confida nel Signore (cfr Sal 31,10). Lo sviluppo dei popoli si realizza non in forza delle sole risorse materiali di cui si può disporre in misura più o meno larga, ma soprattutto grazie alla responsabilità del pensare insieme e gli uni per gli altri4. In questo peculiare pensiero solidale, noi ravvisiamo la tensione alla verità da cercare, conoscere e attuare. Ravvisiamo, altresì, il tentativo di valorizzare al meglio il patrimonio di cui tutti disponiamo, cioè la nostra intelligenza, la capacità di capire i problemi e di farcene carico, la creatività nel risolverli. Vi cogliamo soprattutto il comando del Signore, che ci spinge a metterci a servizio gli uni degli altri (cfr Gv 13,14 e Gal 6,2), perché soltanto questa reciprocità d’amore ci permette di essere riconosciuti da tutti come suoi discepoli (cfr Gv 13,35). Il nostro guardare al Paese, con particolare attenzione al Mezzogiorno, vuole essere espressione, appunto, di quell’amore intelligente e solidale che sta alla base di uno sviluppo vero e giusto, in quanto tale condiviso da tutti, per tutti e alla portata di tutti5. Ci piace riaffermare, con Giovanni Paolo II, che spetta «alle genti del Sud essere le protagoniste del proprio riscatto, ma questo non dispensa dal dovere della solidarietà l’intera nazione»6. La Chiesa non si tira indietro di fronte a tale compito, perché nessuno, proprio nessuno, nel Sud deve vivere senza speranza. In questo spirito, il presente documento è il frutto di un cammino di riflessione e di condivisione promosso dai Vescovi delle diocesi meridionali e condiviso da tutto l’episcopato italiano, confluito nel Convegno Chiesa nel Sud, Chiese del Sud, celebrato a Napoli il 12-13 febbraio 2009, con

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Ib., n. 19. «Se l’amore è intelligente, sa trovare anche i modi per operare secondo una previdente e giusta convenienza» (ib., n. 65). 6 Discorso al III Convegno Ecclesiale Nazionale, Palermo 23 novembre 1995, n. 5. 5

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA l’apporto qualificato delle Facoltà teologiche e dei centri di studio meridionali7.

3. L’Eucaristia: fonte e culmine della nostra condivisione La condivisione è il valore su cui, prioritariamente, vogliamo puntare. È un valore che ci �� singolarmente congeniale; infatti trova origine e compimento nell’Eucaristia che, come discepoli del Signore, non possiamo disattendere nella sua esemplarità. Nella prima moltiplicazione dei pani e dei pesci, in cui l’evangelista Matteo prefigura la condivisione del banchetto eucaristico (cfr Mt 14,13-21), Gesù dà ai suoi discepoli l’incarico di sovvenire ai bisogni della gente che lo seguiva: «voi stessi date loro da mangiare» (14,16). I termini usati per descrivere l’operato del Signore − in cui i discepoli vengono coinvolti e investiti di una diretta responsabilità − configurano, in un crescendo d’intensità, una triplice scansione dell’intervento in favore della folla. C’è anzitutto l’osservazione obiettiva della situazione. Segue il calcolo concreto delle risorse disponibili e la realistica consapevolezza del deficit con cui fare i conti. Infine troviamo l’assunzione di una responsabilità per gli altri, che si compie nello spazio creativo dell’iniziativa divina: «alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla» (14,19). Nella sequenza eucaristica s’iscrive la consegna profetica del pane spezzato, che basterà e avanzerà (cfr 2Re 4,43). Donare senza trattenere per sé: in ciò consiste lo specifico servizio dei discepoli di Gesù verso il mondo, un servizio la cui qualità ed efficacia non dipendono da un calcolo umano. Si tratta, infatti, non soltanto del “fare” a cui sono abituati i governanti delle nazio-

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Cfr RUSSO A. (a cura di), Chiesa nel Sud Chiese del Sud. Nel futuro da credenti responsabili, Bologna 2009.

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ni, ma del “consegnare a Dio” − nello spazio orante del discernimento spirituale e pastorale − tutto ciò che si condivide con la gente, cioè i pochi pani e i pochi pesci. In questa condivisione riuscita l’Eucaristia si rivela veramente come la fonte e il compimento della vita della Chiesa. Facendo nostre le parole di Benedetto XVI sulla “centralità eucaristica”8, vogliamo ribadire che l’Eucaristia non si limita a disegnare l’immagine esemplare della Chiesa o a darle quell’energia spirituale della quale ha bisogno, ma le conferisce anche la forma, realizzando già al massimo grado, perché compiute in unione con Cristo, tutte quelle azioni che siamo chiamati a prolungare nella storia. Da questa inesauribile sorgente, tutti attingiamo forza (cfr Ef 6,10). Per rispondere all’appello del Signore oggi, fondati nell’Eucaristia e nella sua esemplarità di condivisione, vogliamo qui riflettere sulla condizione del nostro Mezzogiorno.

I. Il Mezzogiorno alle prese con vecchie e nuove emergenze 4. Che cosa è cambiato in venti anni

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Profondi cambiamenti hanno segnato in questi ultimi venti anni il quadro generale internazionale, nazionale e anche quello del Mezzogiorno. In Italia, è cambiata la geografia politica, con la scomparsa di alcuni partiti e la nascita di nuove formazioni. È pure mutato il sistema di rappresentanza nel governo dei comuni, delle province e delle regioni, con l’elezione diretta dei rispettivi amministratori. L’avvio di un processo di privatizzazioni delle imprese pubbliche, il venir meno del sistema delle partecipazioni statali e la fine dell’intervento straordinario della Cassa del Mezzogiorno, di cui non vogliamo dimenticare gli aspetti positivi, hanno determinato nuovi scenari economici.

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Cfr BENEDETTO XVI, Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, 22 febbraio 2007, n. 21.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA È cambiato il rapporto con le sponde orientali e meridionali del Mediterraneo. La massiccia immigrazione dall’Europa dell’Est, dall’Africa e dall’Asia ha reso urgenti nuove forme di solidarietà. Molto spesso proprio il Sud è il primo approdo della speranza per migliaia di immigrati e costituisce il laboratorio ecclesiale in cui si tenta, dopo aver assicurato accoglienza, soccorso e ospitalità, un discernimento cristiano, un percorso di giustizia e promozione umana e un incontro con le religioni professate dagli immigrati e dai profughi9. Il contrastato e complesso fenomeno della globalizzazione dei mercati ha portato benefici ma ha anche rafforzato egoismi economici legati a un rapporto rigido tra costi e ricavi, mutando profondamente la geografia economica del pianeta e accrescendo la competizione sui mercati internazionali. Infine, con l’allargamento dell’Unione Europea, si sono dovuti riequilibrare gli aiuti, prevedendo finanziamenti in favore di nuove zone anch’esse deboli e depresse. La Chiesa non ha mancato di seguire con attenzione questi cambiamenti. Essa si sente chiamata a discernere, alla luce della sua dottrina sociale, queste dinamiche storiche e sociali, consapevole della necessità di raccogliere con responsabilità le sfide che la globalizzazione presenta10. Il Vangelo ci indica la via del buon Samaritano (cfr Lc 10,25-37): per i discepoli di Cristo la scelta preferenziale per i poveri significa aprirsi con generosità alla forza di libertà e di liberazione che lo Spirito continuamente ci dona, nella Parola e nell’Eucaristia.

9 Cfr CONFERENZA EPISCOPALE SICILIANA – FACOLTÀ TEOLOGICA DI SICILIA, Per un discernimento cristiano sull’Islam, Palermo 2004. 10 Cfr GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Centesimus annus, 1° maggio 1991, nn. 22-29. Cfr anche Caritas in veritate, n. 37.

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5. Uno sviluppo bloccato

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La complessa e contraddittoria ristrutturazione delle relazioni tra le istituzioni nazionali e il mercato non ha interrotto le politiche di aiuti per il Sud, veicolate attraverso nuovi strumenti e competenze a livello locale, soprattutto regionale, anche se resta da verificare se e come queste risorse siano state effettivamente utilizzate. Con rinnovata urgenza si pone la necessità di ripensare e rilanciare le politiche di intervento, con attenzione effettiva ai «portatori di interessi»11, in particolare i più deboli, al fine di generare iniziative autopropulsive di sviluppo, realmente inclusive, con la consapevolezza che «sia il mercato che la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco»12, di una cultura politica che nutra l’attività degli amministratori di visioni adeguate e di solidi orizzonti etici per il servizio al bene comune. Il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato. Accenti di particolare gravità ha assunto la questione ecologica: nel quadro dello stravolgimento del mondo dell’agricoltura, sono progressivamente venute alla luce forme di sfruttamento del territorio che, come dimostra il fenomeno delle ecomafie, spingono con evidenza a prendere in considerazione, in tutti i suoi aspetti, l’«ecologia umana»13. La globalizzazione, poi, vedendo accresciuta la competizione sui mercati internazionali, ha messo ancor più a nudo la fragilità del territorio, anche solo a motivo dell’allocazione delle industrie o comunque dei modelli economici adottati. Il complesso panorama politico ed economico nazionale e internazionale − aggravato da una crisi che non si lascia facilmente descri-

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Ib., n. 40. Ib., n. 39. 13 Ib., n. 97. 12

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA vere e circoscrivere − ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo.

6. Modernità e modernizzazione «L’allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa è indispensabile per riuscire a pesare adeguatamente tutti i termini della questione dello sviluppo e della soluzione dei problemi socioeconomici»14. In tale ottica, è necessario prendere in carico le non poche contraddizioni dei processi di modernizzazione, che negli ultimi vent’anni hanno subito un’ulteriore accelerazione e hanno messo in luce la necessità che il confronto e il dialogo, anche con quanti provengono da culture diverse, non prescinda dall’identità specifica degli uni e degli altri. Il Sud ha recepito spesso acriticamente la modernizzazione, patendo lo sradicamento disordinato dei singoli soggetti da una civiltà contadina che, invece di essere distrutta, doveva evolversi attraverso un graduale rinnovamento e una seria modernizzazione. Preso atto dell’ineluttabile mutamento dei tempi, bisognerebbe considerare che un’agricoltura moderna, emancipata da ogni retaggio di sfruttamento, consentirebbe un più equilibrato rapporto tra uomo e natura e, in esso, prospettive di lavoro non più degradante ma di effettivo sviluppo umano per le nuove generazioni. Dal punto di vista culturale, erano largamente presenti, accanto a valori di umanità e di religiosità autentici, forme di particolarismo familistico, di fatalismo e di violenza che rendevano problematica la crescita sociale e civile. Su questo terreno arcaico ha fatto irruzione la modernità avanzata che, paradossalmente, ha potenziato

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Ib., n. 31.

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quegli antichi germi innestandovi la nuova mentalità, segnata dall’individualismo e dal nichilismo. L’assorbimento acritico di modelli comportamentali diffusi dai processi mediatici si è accompagnato al mantenimento di forme tradizionali di socializzazione, di falsa onorabilità e di omertà diffusa. In questo modo, una società che non aveva attraversato i processi della modernità si è trovata a superare tali prospettive senza averle assimilate in profondità. Una considerazione specifica merita, in questo contesto, la condizione femminile. Erede di una storia spesso segnata da sofferenza ed emarginazione, la donna costituisce per il Sud un’importante risorsa per la crescita e l’umanizzazione della comunità. Molte però sono le barriere ancora da superare, sia sul versante culturale che su quello sociale. Sussistono infatti visioni inaccettabili, come quelle alla base di un certo familismo o di una svalutazione della maternità e, più di recente, del ruolo di primo piano che le donne vengono a rivestire nella criminalità organizzata. Analisi aggiornate attribuiscono inoltre alle donne posizioni di marcato svantaggio nel superamento della disoccupazione e dell’inattività, con il risultato di vedersi riconosciuti meno diritti e inferiori opportunità. Ciononostante, la società meridionale è tuttora fortemente debitrice nei confronti della donna. Come scrivevamo nel 1989, essa «ha una ‘ministerialità’ sociale straordinaria»15. Un insostituibile contributo nella direzione dell’emancipazione femminile e dello sviluppo collettivo è venuto in passato e tuttora va attribuito all’associazionismo religioso e alla preziosa opera svolta dalle donne nella comunità ecclesiale. Il Mezzogiorno non può fare a meno dell’originale e feconda partecipazione femminile per un suo sviluppo autentico e inclusivo. 28 7. Europa e Mediterraneo In questo processo di incompiuta modernizzazione, il Mezzogiorno – collocato all’incrocio tra l’Europa e il Mediterraneo – si è trovato fortemente sollecitato dal già menzionato fenomeno

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Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, n. 31.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA della globalizzazione16. L’allargamento dell’Unione europea ha posto il Mezzogiorno di fronte a nuove opportunità ma anche a rischi inediti: da un lato, ha permesso l’accesso a canali finanziari e commerciali più ampi, dall’altro ha accresciuto la concorrenza, a causa dell’ingresso massiccio di Stati a basso reddito medio, più attraenti per le imprese in ragione del minor costo della manodopera. Purtroppo i dati statistici mostrano che il Mezzogiorno non coglie gran parte delle nuove opportunità per una scarsa capacità progettuale, una ancor più bassa capacità di mandare a effetto i progetti e mantenere in vita le nuove realizzazioni e, comunque, una radicale fragilità del suo tessuto sociale, culturale ed economico e, non per ultimo, la frequente mancanza di sicurezza. Eppure le sue vaste risorse, tuttora non valorizzate, potrebbero diventare opportunità di sviluppo nel grande mercato europeo, aprendo maggiori possibilità di sbocco per le imprese meridionali e promuovendo una nuova centralità geografica del Mediterraneo. Università e centri di ricerca, come anche imprese ed entità amministrative, hanno già stabilito in questi anni una serie di rapporti con realtà rivierasche affini sia europee sia nord-africane, in un confronto di modelli culturali, sociali ed economici tendenti a costruire una sorta di cittadinanza “aperta”, che può realizzarsi intorno al comune denominatore del Mediterraneo. In questa ottica, esso accentua la centralità del Mezzogiorno per la movimentazione delle persone e delle merci provenienti dal Medio Oriente e dagli altri Paesi asiatici. Le nuove potenzialità di sviluppo diventano, così, occasioni concrete, soprattutto se accresciute dalle necessarie infrastrutture, anche per innescare effetti moltiplicativi sul territorio in termini di reddito e di investimenti. Possiamo pertanto considerare quella del Mediterraneo una vera e propria opzione strategica per il Mezzogiorno e per tutto il Paese, inserito nel cammino europeo e aperto al mondo globalizzato.

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Cfr Caritas in veritate, n. 57.

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8. Per un federalismo solidale

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«Il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell’assistenzialismo»17. La prospettiva di riarticolare l’assetto del Paese in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia. Potrebbe invece rappresentare un passo verso una democrazia sostanziale, se riuscisse a contemperare il riconoscimento al merito di chi opera con dedizione e correttezza all’interno di un “gioco di squadra”. Un tale federalismo, solidale, realistico e unitario, rafforzerebbe l’unità del Paese, rinnovando il modo di concorrervi da parte delle diverse realtà regionali, nella consapevolezza dell’interdipendenza crescente in un mondo globalizzato. Ci è congeniale considerarlo come una modalità istituzionale atta a realizzare una più moderna organizzazione e ripartizione dei poteri e delle risorse, secondo la sempre valida visione regionalistica di don Luigi Sturzo e di Aldo Moro. Un sano federalismo, a sua volta, rappresenterebbe una sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio, se riuscisse a stimolare una spinta virtuosa nel bonificare il sistema dei rapporti sociali, soprattutto attraverso l’azione dei governi regionali e municipali, nel rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini, agendo sulla gestione della leva fiscale. Tuttavia, la corretta applicazione del federalismo fiscale non sarà sufficiente a porre rimedio al divario nel livello dei redditi, nell’occupazione, nelle dotazioni produttive, infrastrutturali e civili. Sul piano nazionale, sarà necessario un sistema integrato di investimenti pubblici e privati, con un’attenzione verso le infrastrutture, la lotta alla criminalità e l’integrazione sociale. L’impegno dello Stato deve rimanere intatto nei confronti dei diritti fondamentali delle persone, perequando le risorse, per evitare che si creino di fatto diritti di cittadinanza differenziati a seconda dell’appartenenza regionale.

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Ib., n. 58.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA In questo senso, l’imminente ricorrenza del centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale ci ricorda che la solidarietà, unita alla sussidiarietà, è una grande ricchezza per tutti gli italiani, oltre che un beneficio e un valore per l’intera Europa18. Proprio per non perpetuare un approccio assistenzialistico alle difficoltà del Meridione, occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale e lo scambio di uomini, idee e risorse tra le diverse parti del Paese. Un Mezzogiorno umiliato impoverisce e rende più piccola tutta l’Italia.

9. Una piaga profonda: la criminalità organizzata Libertà e verità, e dunque giustizia e moralità, sono tra le condizioni necessarie di una vera democrazia, fondata sull’affermazione della dignità della persona e della soggettività della società civile19. Non è possibile mobilitare il Mezzogiorno senza che esso si liberi da quelle catene che non gli permettono di sprigionare le proprie energie. Torniamo, perciò, a condannare con forza una delle sue piaghe più profonde e durature − un vero e proprio «cancro»20, come lo definivamo già nel 1989, una «tessitura malefica che avvolge e schiavizza la dignità della persona»21 −, ossia la criminalità organizzata, rappresentata soprattutto dalle mafie che avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud. La criminalità organizzata non può e non deve dettare i tempi e i ritmi dell’economia e della politica meridionali, diventando il luogo privilegiato di ogni tipo di intermediazione e mettendo in

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Cfr GIOVANNI PAOLO II, Discorso al Parlamento italiano in seduta pubblica comune, 14 novembre 2002. 19 Cfr Centesimus annus, nn. 46-47. 20 Cfr Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, n. 14. 21 GIOVANNI PAOLO II, Incontro con i giovani nello stadio San Paolo, Napoli, 10 novembre 1990, n. 3.

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crisi il sistema democratico del Paese, perché il controllo malavitoso del territorio porta di fatto a una forte limitazione, se non addirittura all’esautoramento, dell’autorità dello Stato e degli enti pubblici, favorendo l’incremento della corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato del lavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, contaminando così l’intero territorio nazionale. «La mafia sta prepotentemente rialzando la testa», hanno denunciato i Vescovi della Calabria. «Di fronte a questo pericolo, si sta purtroppo abbassando l’attenzione. Il male viene ingoiato. Non si reagisce. La società civile fa fatica a scuotersi. Chiaro per tutti il giogo che ci opprime. Le analisi sono lucide ma non efficaci. Si è consapevoli ma non protagonisti»22. In questi ultimi vent’anni le organizzazioni mafiose, che hanno messo radici in tutto il territorio italiano, hanno sviluppato attività economiche, mutuando tecniche e metodi del capitalismo più avanzato, mantenendo al contempo ben collaudate forme arcaiche e violente di controllo sul territorio e sulla società. Non va ignorato, purtroppo, che è ancora presente una cultura che consente loro di rigenerarsi anche dopo le sconfitte inflitte dallo Stato attraverso l’azione delle forze dell’ordine e della magistratura. C’è bisogno di un preciso intervento educativo, sin dai primi anni di età, per evitare che il mafioso sia visto come un modello da imitare. L’economia illegale, peraltro, non si identifica totalmente con il fenomeno mafioso, essendo purtroppo diffuse attività illecite non sempre collegate alle organizzazioni criminali, ma ugualmente deleterie (usura, estorsione, evasione fiscale, lavoro nero…). Ciò rivela una carenza di senso civico, che compromette sia la qualità della convivenza sociale sia quella della vita politica e istituzionale, arrecando anche in questo caso un grave pregiudizio allo sviluppo economico, sociale e culturale. In questa situazione, la Chiesa è giunta a pronunciare, nei confronti della malavita organizzata, parole propriamente cristiane e tipi-

22 CONFERENZA EPISCOPALE CALABRESE, Lettera alle nostre Chiese di Calabria nel fascino dei nostri santi meridionali, 13 febbraio 2005.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA camente evangeliche, come “peccato”, “conversione”, “pentimento”, “diritto e giudizio di Dio”, “martirio”, le sole che le permettono di offrire un contributo specifico alla formazione di una rinnovata coscienza cristiana e civile. Queste parole sono state proferite con singolare veemenza da Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993, nella Valle dei Templi, presso Agrigento e − mostrando una straordinaria forza profetica − sono state capaci di dare visibilità alla testimonianza di quanti hanno fatto, in questi ultimi vent’anni, della resistenza alla mafia il crocevia − spesso bagnato di sangue − del loro anelito alla giustizia e alla santità. Anche il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto, in occasione della 43ª Giornata Mondiale della Pace, un forte appello «alle coscienze di quanti fanno parte di gruppi armati di qualunque tipo. A tutti e a ciascuno dico: fermatevi, riflettete, e abbandonate la via della violenza! Sul momento, questo passo potrà sembrarvi impossibile, ma, se avrete il coraggio di compierlo, Dio vi aiuterà, e sentirete tornare nei vostri cuori la gioia della pace, che forse da tempo avete dimenticata»23. Vogliamo ricordare i numerosi testimoni immolatisi a causa della giustizia: magistrati, forze dell’ordine, politici, sindacalisti, imprenditori e giornalisti, uomini e donne di ogni categoria. Le comunità cristiane del Sud hanno visto emergere luminose testimonianze, come quella di don Pino Puglisi, di don Giuseppe Diana e del giudice Rosario Livatino, i quali − ribellandosi alla prepotenza della malavita organizzata − hanno vissuto la loro lotta in termini specificamente cristiani: armando, cioè, il loro animo di eroico coraggio per non arrendersi al male, ma pure consegnandosi con tutto il cuore a Dio.

23 Angelus, 1° gennaio 2010. Nella Nota pastorale Nuova evangelizzazione e pastorale, pubblicata nell’aprile 1994, la Conferenza episcopale siciliana affermava: «La mafia appartiene, senza possibilità di eccezioni, al regno del peccato e fa dei suoi operatori altrettanti operai del maligno. Per questa ragione, tutti coloro che in qualsiasi modo deliberatamente fanno parte della mafia e ad essa aderiscono o pongono atti di connivenza con essa debbono sapere di essere e di vivere in insanabile opposizione al Vangelo di Gesù Cristo e, per conseguenza, di essere fuori dalla comunione della sua Chiesa» (n. 12).

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Riflettendo sulla loro testimonianza, si può comprendere che, in un contesto come quello meridionale, le mafie sono la configurazione più drammatica del “male” e del “peccato”. In questa prospettiva, non possono essere semplicisticamente interpretate come espressione di una religiosità distorta, ma come una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione: le mafie sono strutture di peccato24. Solo la decisione di convertirsi e di rifiutare una mentalità mafiosa permette di uscirne veramente e, se necessario, subire violenza e immolarsi. Si deve riconoscere che le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia. Tanti sembrano cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile. La testimonianza di quanti hanno sacrificato la vita nella lotta o nella resistenza alla malavita organizzata rischia così di rimanere un esempio isolato. Solo l’annuncio evangelico di pentimento e di conversione, in riferimento al peccatomafia, è veramente la buona notizia di Cristo (cfr Mc 1,15), che non può limitarsi alla denuncia, perché è costitutivamente destinato a incarnarsi nella vita del credente.

10. Povertà, disoccupazione, emigrazione

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La Chiesa in Italia continua a spendersi di fronte alle emergenze rappresentate dalla povertà, dalla disoccupazione e dall’emigrazione interna. Accanto alla risposta diretta della carità, non minore attenzione merita la via istituzionale della ricerca del bene comune, inteso come «esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città»25. La povertà è un fenomeno genera-

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Cfr GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia, 2 dicembre 1984, n. 16. 25 Caritas in veritate, n. 7.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA le complesso e multidimensionale, che tocca aree dell’intero Paese. I dati negativi si concentrano però nelle regioni del Mezzogiorno, caratterizzate dalla presenza di molte famiglie monoreddito, con un alto numero di componenti a carico, con scarse relazioni sociali ed elevati tassi di disoccupazione. Questa situazione è favorita dalla bassa crescita economica e da una stagnante domanda di lavoro, che a loro volta provocano nuove povertà e accentuano il disagio sociale. La disoccupazione tocca in modo preoccupante i giovani e si riflette pesantemente sulla famiglia, cellula fondamentale della società. Non è facile individuare quali possano essere le migliori politiche del lavoro da realizzare nel Mezzogiorno: certamente, però, si deve onorare il principio di “sussidiarietà” e puntare sulla formazione professionale. I giovani del Meridione non devono sentirsi condannati a una perenne precarietà che ne penalizza la crescita umana e lavorativa. La disoccupazione non è frenata o alleggerita dal lavoro sommerso, che non è certo un sano ammortizzatore sociale e sconta talune palesi ingiustizie intrinseche (assenza di obblighi contrattuali e di contribuzioni assicurative, sfruttamento, controllo da parte della criminalità, ecc.). Il problema del lavoro, soprattutto giovanile, è attraversato da una “zona grigia” che si dibatte tra il non lavoro, il “lavoro nero” e quello precario; ciò causa delusione e frustrazione e allontana ancora di più il mercato del lavoro del Sud dagli standard delle altre aree europee. Il flusso migratorio dei giovani, soprattutto fra i venti e i trentacinque anni, verso il Centro-Nord e l’estero, è la risultante delle emergenze sopra accennate. Oggi sono anzitutto figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale categoria dei nuovi emigranti. Questo cambia i connotati della società meridionale, privandola delle risorse più importanti e provocando un generale depauperamento di professionalità e competenze, soprattutto nei campi della sanità, della scuola, dell’impresa e dell’impegno politico. Anche le comunità ecclesiali subiscono gli effetti negativi di tale fenomeno, sperimentando al loro interno inedite difficoltà pastorali che pregiudicano considerevolmente la trasmissione della fede alle nuove generazioni.

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II. Per coltivare la speranza 11. Un nuovo protagonismo della società civile e della comunità ecclesiale

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Il decennio successivo al 1989 è stato caratterizzato nelle regioni meridionali da un tasso di crescita che ha fatto sperare, anche se per poco, in una riduzione del divario con il resto dell’Italia. Tale tendenza positiva è stata parallela a una crescita della società civile, maggiormente consapevole di poter cambiare gradualmente una mentalità e una situazione da troppo tempo consolidate. Le coscienze dei giovani, che rappresentano una porzione significativa della popolazione del Mezzogiorno, possono muoversi con più slancio, perché meno disilluse, più coraggiose nel contrastare la criminalità e l’ingiustizia diffusa, più aperte a un futuro diverso. Sono soprattutto i giovani, infatti, ad aver ritrovato il gusto dell’associazionismo – tuttora particolarmente vivace in queste regioni –, dando vita a esperienze di volontariato e a reti di solidarietà, non volendo più sentirsi vittime della rassegnazione, della violenza e dello sfruttamento. Per questo sono scesi in piazza per gridare che il Mezzogiorno non è tutto mafia o un luogo senza speranza. I loro sono volti nuovi di uomini e donne che si espongono in prima persona, lavorano con rinnovata forza morale al riscatto della propria terra, lottano per vincere l’amarezza dell’emigrazione, per debellare il degrado di tanti quartieri delle periferie cittadine e sconfiggere la sfiducia che induce a rinviare nel tempo la formazione di una nuova famiglia. Sono volti non rassegnati, ma coraggiosi e forti, determinati a resistere e ad andare avanti. In questo impegno di promozione umana e di educazione alla speranza si è costantemente spesa la parte migliore della Chiesa nel Sud, che non si è solo allineata con la società civile più coraggiosa, rigettando e stigmatizzando ogni forma di illegalità mafiosa, ma soprattutto si è presentata come testimone credibile della verità e luogo sicuro dove educare alla speranza per una convivenza civile più giusta e serena26. Le Chiese hanno fatto sorgere e accompagnato esperienze di rinnovamen26

«Come non riconoscere che la gente del meridione, in tanti suoi esponenti, viene da tempo riproponendo le ragioni di una cultura della moralità, della legalità, della solida-

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA to pastorale e di mobilitazione morale, che hanno coinvolto numerosi laici e tante aggregazioni laicali, sia tradizionali sia di recente creazione, come le associazioni antiusura e antiracket. Espressione di tale vitalità è anche la fecondità di vocazioni alla vita consacrata e al ministero ordinato che esse conoscono pure in questo tempo. Così la Chiesa accoglie e ripropone con coraggio l’annuncio del Vangelo. Esso è veramente la buona notizia per chi è povero, umiliato, escluso e nello stesso tempo suona come monito ai superbi e ai prepotenti. È in forza di questo annuncio che il buon seme di Cristo, per vie tutte sue, comincia a germogliare e a portare frutto (cfr Mc 4,26-27) anche nelle terre del Sud. Quando la Chiesa e i singoli cristiani agiscono per svegliare dallo stato di torpore (cfr Sal 49,21) e dal rilassamento morale, che procura l’indurimento del cuore e la perdita del santo timore di Dio (cfr Is 63,17), dando voce a chi non ha voce, allora testimoniano la stessa opera di speranza compiuta dai profeti e da Cristo Signore, venuto anzitutto a salvare «le pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 15,24). La comunità ecclesiale, guidata dai suoi pastori, riconosce e accompagna l’impegno di quanti combattono in prima linea per la giustizia sulle orme del Vangelo e operano per far sorgere «una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile»27. Bisogna dunque favorire in tutti i modi nuove forme di partecipazione e di cittadinanza attiva, aiutando i giovani ad abbracciare la politica, intesa come servizio al bene comune ed espressione più alta della carità sociale28.

rietà, che sta progressivamente scalzando alla radice la mala pianta della criminalità organizzata? Io non posso non ripetere, a questo proposito, il grido che mi è uscito dal cuore ad Agrigento, nella Valle dei Templi: “ ‘Non uccidere’. Nessun uomo, nessuna associazione umana, nessuna mafia può cambiare e calpestare il diritto alla vita, questo diritto santissimo di Dio”» (GIOVANNI PAOLO II, Discorso al III Convegno Ecclesiale Nazionale, Palermo, 23 novembre 1995, n. 5). 27 BENEDETTO XVI, Omelia nella Celebrazione eucaristica sul sagrato del Santuario di Nostra Signora di Bonaria, Cagliari, 7 settembre 2008. 28 Cfr Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 581.

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12. Un esempio: il Progetto Policoro

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Tra i segnali concreti di rinnovamento e di speranza che hanno per protagonisti i giovani, vogliamo citare in particolare per tutti il “Progetto Policoro”29, avviato dall’incontro dei rappresentanti delle diocesi di Calabria, Basilicata e Puglia, a cui si unirono successivamente le diocesi di Campania, Sicilia, Abruzzo-Molise e Sardegna, con l’intento di affrontare il problema della disoccupazione giovanile, attivando iniziative di formazione a una nuova cultura del lavoro, promuovendo e sostenendo l’imprenditorialità giovanile e costruendo rapporti di reciprocità e sostegno tra le Chiese del Nord e quelle del Sud, potendo contare sulla fattiva collaborazione di aggregazioni laicali che si ispirano all’insegnamento sociale della Chiesa. Il ���Progetto Policoro” costituisce una nuova forma di solidarietà e condivisione, che cerca di contrastare la disoccupazione, l’usura, lo sfruttamento minorile e il “lavoro nero”. I suoi esiti sono incoraggianti per il numero di diocesi coinvolte e di imprese sorte, per lo più cooperative, alcune delle quali lavorano con terreni e beni sottratti alla mafia. Il Progetto rappresenta uno spazio di evangelizzazione, formazione e promozione umana per sperimentare soluzioni inedite al problema della disoccupazione. Così le nostre comunità ecclesiali investono sulle capacità dei giovani di promuovere un autentico sviluppo e di dare una testimonianza cristiana caratterizzata dalla solidarietà e dal rispetto della legalità. Esso ha una finalità essenzialmente educativa: ha reso possibile la formazione di animatori di comunità e ha promosso iniziative di scambio e forme di reciprocità. Come tale, costituisce un modello e uno stimolo a promuovere iniziative analoghe. Del resto, non mancano certo esperienze di carattere locale e non solo in ambito lavorativo, suscitate e sostenute dalle Caritas diocesane, nella forma di organizzazioni di volontariato e di centri di accoglienza per immigrati.

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Nato all’indomani del Convegno Ecclesiale di Palermo su iniziativa di mons. Mario Operti, allora Direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro, con il coinvolgimento del Servizio Nazionale per la pastorale giovanile e di Caritas Italiana. Il primo incontro si svolse a Policoro (MT) il 14 dicembre 1995.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA 13. Da un Sud differenziato un impegno unitario L’ultimo decennio del secolo passato ha visto sorgere in talune aree del Sud imprese efficienti, distretti industriali funzionanti, microimprenditorialità diffuse, agricoltura specializzata. Purtroppo tale periodo rischia di rappresentare solo una parentesi, se non si interviene anche con infrastrutture, servizi e istituzioni adeguate. Giova ricordare che il Mezzogiorno, dal punto di vista socio-economico, non è una realtà uniforme. Senza enfatizzare le differenze fra le diverse aree, bisogna riconoscere che si sono man mano create nel tempo condizioni per uno sviluppo diversificato, anche se i problemi e le emergenze comuni consentono ancora di parlare in maniera unitaria di Mezzogiorno. Perciò le regioni meridionali devono saper trovare una unità strategica, coordinandosi di fronte alle esigenze sociali in vista di una politica economica che porti effettivamente alla crescita. Non bisogna perdere di vista, in tal senso, ciò che di buono è stato fatto in questi anni, assicurando un intreccio, spesso virtuoso, tra intervento pubblico e iniziativa privata, tenendo conto anche delle mutate condizioni del contesto internazionale con l’allargamento dell’Unione europea e l’entrata sul mercato mondiale di nuovi protagonisti. Il Mezzogiorno può trovare una sua nuova centralità in primo luogo per la ricchezza di risorse umane inutilizzate e per la possibilità concreta di specializzare produttivamente il territorio. Solo così sarà possibile riscoprire e valorizzare le risorse tipiche del Meridione: la bellezza dell’ambiente naturale, il territorio e l’agricoltura, insieme al patrimonio culturale, di cui una parte rilevante è espressione della tradizione cristiana, senza trascurare quel tratto umano che caratterizza il clima di accoglienza e solidarietà proprio delle genti del Sud30. 30 Già il documento del 1989 annoverava tra le caratteristiche dell’antropologia meridionale un’etica del lavoro, inteso come «fatica», sacrificio, ricerca sofferta di un posto di lavoro anche all’estero, l’amore alla vita e il culto dell’amicizia, il gusto della diversità e della pluriformità, il senso della famiglia come centro di affetti, di fecondità ed espressio-

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Non si può omettere un accenno al problema demografico, gravissimo per tutto il Paese. Il Sud, pur in mezzo a difficoltà economiche, continua, per ora, ad avere un tasso di natalità superiore alla media nazionale. Questa preziosa risorsa esprime fiducia verso il futuro ed è la prima concreta attuazione della speranza nell’accoglienza della vita, manifestando peraltro il legame inscindibile tra condizioni sociali ed economiche e questione antropologica31. È perciò necessario favorire questa linea di tendenza in tutto il Paese, ma soprattutto al Sud, dove più numerose sono le giovani donne e più forte il capitale culturale della famiglia.

III. Le risorse della reciprocità e la cura per l’educazione 14. La missione pastorale della Chiesa

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Le comunità cristiane costituiscono un inestimabile patrimonio e un fattore di sviluppo e di coesione di cui si avvale l’intero tessuto sociale. Lo sono in quanto realtà ecclesiali, edificate dalla Parola di Dio, dall’Eucaristia e dalla comunione fraterna, dedite alla formazione delle coscienze e alla testimonianza della verità e dell’amore. Fedeli alla loro identità, costituiscono anche un prezioso tessuto connettivo nel territorio, un centro nevralgico di progettualità culturale, una scuola di passione e di dedizione civile. Nelle comunità cristiane si sperimentano relazioni significative e fraterne, caratterizzate dall’attenzione all’altro, da un impegno educativo condiviso, dall’ascolto della Parola e dalla frequenza ai sacramenti. Sono luoghi «dove le giovani generazioni possono imparare la speranza, non come utopia, ma come fiducia tenace nella forza del bene. Il bene vince e, se a volte può apparire sconfitto dalla sopraffazione e dalla furbizia, in realtà continua ad operare nel silenzio e nella discrezione portando frutti nel lungo perione di solidarietà, infine una sentita religiosità popolare (cfr Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, nn. 10-11). 31 Cfr Caritas in veritate, n. 75.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA do»32. Questo è il rinnovamento sociale cristiano, «basato sulla trasformazione delle coscienze, sulla formazione morale, sulla preghiera; sì, perché la preghiera dà la forza di credere e lottare per il bene anche quando umanamente si sarebbe tentati di scoraggiarsi e di tirarsi indietro»33. È questo il primo, insostituibile apporto che le Chiese nel Sud hanno da offrire alla società civile: le risorse spirituali, morali e culturali che germogliano da un rinnovato annuncio del Vangelo e dall’esperienza cristiana, dalla presenza capillare nel territorio delle parrocchie, delle comunità religiose, delle aggregazioni laicali e specialmente dell’Azione Cattolica, delle istituzioni educative e di carità, fanno vedere e toccare l’amore di Dio e la maternità della Chiesa, popolo che cammina nella storia e punto di riferimento per la gente, di cui condivide giorno dopo giorno le fatiche e le speranze. Nell’esperienza delle popolazioni del Mezzogiorno un ruolo importante svolge la pietà popolare, di cui la Chiesa apprezza il valore, vigilando nel contempo per ricondurne a purezza di fede le molteplici manifestazioni, in particolare le feste religiose dei santi patroni. In essa bisogna riconoscere un patrimonio spirituale che non cessa di alimentare il senso del vivere di tanti fedeli, infondendo loro coraggio, pazienza, perseveranza, solidarietà, capacità di resistenza al male e speranza oltre ogni ostacolo e difficoltà. Le comunità ecclesiali devono avvertire l’urgenza di testimoniare questa attesa di novità per una speranza che guardi con fiducia al futuro. A esse, a cominciare dal tessuto delle parrocchie, è affidata la missione di curare la qualità della vita spirituale e dell’azione pastorale, promuovendo forme di condivisione e di scambio che accrescano il senso della comunione ecclesiale e fermentino la coscienza e la responsabilità in tutti gli aspetti della vita sociale e civile.

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BENEDETTO XVI, Omelia nella Celebrazione eucaristica sul piazzale del Santuario di S. Maria de finibus Terrae, S. Maria di Leuca, 14 giugno 2008. 33 Ib.

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Il cristiano non si rassegna mai alle dinamiche negative della storia: nutrendo la virtù della speranza, da sempre coltiva la consapevolezza che il cambiamento è possibile e che, perciò, anche la storia può e deve convertirsi e progredire.

15. Condivisione ecclesiale

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Nello scambio tra le Chiese va promosso ogni impegno a superare le chiusure prodotte da inerzie e stanchezze, da una prassi pastorale ripetitiva, per giovarsi delle reciproche ricchezze, sperimentando la bellezza di essere Chiese con qualità e beni spirituali differenti, che attendono di poter donare e ricevere quanto il Signore ha suscitato e fatto crescere in ciascuna di esse. D’altra parte, se non saranno per prime le nostre comunità a sentire il desiderio dello scambio e del mutuo aiuto, come potremo aspettarci che le disuguaglianze e le distanze siano superate negli altri ambiti della convivenza nazionale? Al contrario, proprio la forza di questo intreccio di volontà di condivisione e di arricchimento reciproco sul piano spirituale e pastorale diventa fermento, motivazione e incoraggiamento perché tutta la vita sociale, anche nelle sue dimensioni economiche e politiche, sia spinta verso traguardi sempre più alti di giustizia e di solidarietà. La Chiesa, che nasce dalla relazione d’amore attuata nello Spirito tra Gesù e il Padre, vive e si arricchisce nello scambio tra singoli fedeli, comunità e Chiese sorelle. A partire dalla comunione di fede e di preghiera, potrà realizzarsi anche in Italia un mutuo scambio di sacerdoti, di diaconi permanenti e di laici qualificati che, spinti dalla carità, guardano oltre il proprio campanile e si prendono a cuore le sorti di chi è lontano. Qualcosa del genere è già in atto, dal momento che, a motivo dell’emigrazione, forze ecclesiali vive del Meridione si trasferiscono in altre parti del Paese. Non mancano, in senso inverso, presenze ed esperienze ecclesiali che affluiscono dal Nord verso il Sud. Ogni Chiesa custodisce una ricchezza spirituale da condividere con le altre Chiese del Paese, tutte cariche di esperienze pastorali e capaci di iniziativa. Grazie alla reciproca interazione, esse potranno rispondere alle attese del tempo presente, per divenire fermento di

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA una società rinnovata nella qualità delle persone e nella gestione delle dinamiche comunitarie. Siamo consapevoli che il patrimonio di fede e di comunione ecclesiale è in vari modi minacciato da processi culturali e sociali di secolarizzazione e da fenomeni di incremento del pluralismo ideale e religioso. Non dimentichiamo, nondimeno, che proprio le regioni meridionali attestano ancora largamente un forte radicamento popolare del senso religioso e cristiano della vita. Le difficoltà del tempo presente possono diventare un motivo in più per vincere la tentazione dello scoraggiamento, accrescendo il senso di responsabilità dei credenti.

16. Le sfide culturali Il problema dello sviluppo del Mezzogiorno non ha solo un carattere economico, ma rimanda inevitabilmente a una dimensione più profonda, che è di carattere etico, culturale e antropologico: ogni riduzione economicistica – specie se intesa unicamente come ‘politica delle opere pubbliche’ – si è rivelata e si rivelerà sbagliata e perdente, se non perfino dannosa. Cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell’illegalità: sono i capisaldi che attendono di essere sostenuti e promossi all’interno di un grande progetto educativo. La Chiesa deve alimentare costantemente le risorse umane e spirituali da investire in tale cultura per promuovere il ruolo attivo dei credenti nella società. Infatti «per la Chiesa il messaggio sociale del Vangelo non deve essere considerato una teoria, ma prima di tutto un fondamento e una motivazione per l’azione»34. Ai fedeli laici, in particolare, è affidata una missione propria nei diversi settori dell’agire sociale e nella politica. «Il compito imme-

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Centesimus annus, n. 57.

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diato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è dunque della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità: si tratta di un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo»35. In una prospettiva di impegno per il cambiamento, soprattutto i giovani sono chiamati a parlare e testimoniare la libertà nel e del Mezzogiorno. Non sembri un paradosso evocare il bisogno di riappropriarsi della libertà e della parola in una società democratica, ma i giovani del Sud sanno bene che cosa significhino omertà, favori illegali consolidati, gruppi di pressione criminale, territori controllati, paure diffuse, itinerari privilegiati e protetti. Ma sanno anche che le idee, quando sono forti e vengono accompagnate da un cambiamento di mentalità e di cultura, possono vincere i fantasmi della paura e della rassegnazione e favorire una maturazione collettiva. Essi possono contribuire ad abbattere i tanti condizionamenti presenti nella società civile. L’esigenza di investire in legalità e fiducia sollecita un’azione pastorale che miri a cancellare la divaricazione tra pratica religiosa e vita civile e spinga a una conoscenza più approfondita dell’insegnamento sociale della Chiesa, che aiuti a coniugare l’annuncio del Vangelo con la testimonianza delle opere di giustizia e di solidarietà. «La maggiore forza a servizio dello sviluppo è un umanesimo cristiano»36. Per questa ragione, rivendichiamo alla dimensione educativa, umana e religiosa, un ruolo primario nella crescita del Mezzogiorno: uno sviluppo autentico e integrale ha nell’educazione le sue fondamenta più solide, perché assicura il senso di responsabilità e l’efficacia dell’agire, cioè i requisiti essenziali del gusto e della capacità di intrapresa. I veri attori dello sviluppo non sono i mezzi economici, ma le persone. E le persone, come tali, vanno educate e formate: «lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune»37. 35

BENEDETTO XVI, Discorso al IV Convegno Ecclesiale Nazionale, Verona, 19 ottobre 2006. Caritas in veritate, n. 78. 37 Ib., n. 71. 36

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA 17. La questione educativa, priorità ineludibile Sin dal 1996 i Vescovi siciliani hanno additato la sfida educativa come la più decisiva per lo sviluppo integrale del Sud38. Essi hanno spiegato chiaramente che le metamorfosi sociali ed economiche che si sono attuate anche nel Mezzogiorno hanno reso sempre più incerto sia il senso della socialità sia quello della legalità. Il deficit di senso della socialità «ha prodotto tendenze egoistiche, gonfiando il catalogo dei diritti e delle pretese dei singoli, esaltando l’individualismo, lasciando in ombra i doveri, le relazioni, le responsabilità»39. L’indebolimento del senso di legalità, poi, «ha prodotto un inquinamento esteso e profondo che investe non soltanto la devianza penale, ma la stessa cultura delle regole di una convivenza ordinata»40. Questa analisi rimane tuttora valida, così come la proposta di rilanciare un serio e vigoroso processo educativo, destinato specialmente ai giovani, perché siano formati a dare un contributo qualificato alla società. Di fatto è nel campo dell’educazione delle giovani generazioni, a livello scolare, ma anche universitario e post-universitario, nonché professionale, che si riscontra oggi una tendenza al ribasso, che omologa in negativo tutte le regioni d’Italia. Si deve reagire urgentemente contro questo progressivo degrado. Il Mezzogiorno può divenire un laboratorio in cui esercitare un modo di pensare diverso rispetto ai modelli che i processi di modernizzazione spesso hanno prodotto, cioè la capacità di guardare al versante invisibile della realtà e di restare ancorati al risvolto radicale di ciò che conosciamo e facciamo: al gratuito e persino al grazioso, e non solo all’utile e a ciò che conviene; al bello e persino al meraviglioso, e non solo al gusto e a ciò che piace; alla giustizia e persino alla santità, e non solo alla convenienza e all’opportunità. 38 CONFERENZA EPISCOPALE SICILIANA, «Finché non sorga come stella la sua giustizia». Riflessione dei Vescovi di Sicilia nel 50° anniversario dello Statuto della Regione Siciliana, 15 maggio 1996. 39 Ib., n. 14. 40 Ib.

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Per far maturare questa particolare sensibilità, spirituale e culturale a un tempo, è necessario impegnarsi in una nuova proposta educativa, rigenerando e riordinando gli ambiti in cui ci si spende per l’educazione e la formazione dei giovani. La questione scolastica dev’essere affrontata come espressione della questione morale e culturale che preoccupa tutti in Italia e che nel Mezzogiorno raggiunge livelli drammatici. Una concreta espressione di attenzione pastorale potrebbe consistere nella definizione di percorsi mirati per i giovani più dotati, in particolare per quelli che si trasferiscono nel Centro-Nord per continuare gli studi. Quest’azione dovrebbe coinvolgere anche le autorità civili, come forma di investimento per disporre domani di una classe dirigente adeguatamente preparata, valorizzando tutte le risorse nazionali ed europee. Un ruolo educativo particolare riveste la famiglia e, al suo interno, in particolare la presenza tradizionale e ricca di sapienza della donna. A maggior ragione ci sentiamo provocati dalla sfida educativa sul versante intraecclesiale della catechesi. Questa pure, nelle parrocchie e in ogni realtà associativa, va ripensata e rinnovata. Essa dev’essere dotata il più possibile di una efficacia performativa: non può, cioè, limitarsi a essere scuola di dottrina, ma deve diventare occasione d’incontro con la persona di Cristo e laboratorio in cui si fa esperienza del mistero ecclesiale, dove Dio trasforma le nostre relazioni e ci forma alla testimonianza evangelica di fronte e in mezzo al mondo. Da essa dipende non soltanto la corretta ed efficace trasmissione della fede alle nuove generazioni, ma anche lo stimolo a curare e maturare una qualità alta della vita credente negli adolescenti e nei giovani. In questo quadro trova spazio l’esigenza di ripensare e di rilanciare le scuole di formazione sociale e politica, come pure le iniziative di formazione comunitaria intensiva.

18. Alla scuola dei testimoni Nello svolgimento della nostra missione educativa, un ruolo di prima grandezza è svolto dall’insegnamento e dalla testimonianza dei santi, che sono «come una parola di Dio» incarnata, rivolta a

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA noi qui e ora41. Accanto a loro, rifulgono non poche grandi personalità spirituali, rappresentative anche ai nostri giorni della Chiesa del Mezzogiorno. Fra queste, abbiamo già ricordato don Pino Puglisi, prete palermitano, parroco nel quartiere Brancaccio, dove fu ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. Egli seppe magistralmente coniugare, soprattutto nell’impegno educativo tra i giovani, le due istanze fondamentali dell’evangelizzazione e della promozione umana42, che configurano l’orizzonte di quell’umanesimo integrale, che trova nell’Eucaristia origine e compimento. Dalla vicenda “eucaristica” di don Puglisi, come di chiunque ha reso testimonianza a Cristo fino al dono della propria vita, si può ricavare, appunto, la consapevolezza credente che pane e Vangelo non possono essere disgiunti né nelle attese della nostra gente, né nella volontà di Dio. Il pane dà l’idea della quotidianità nel sostentamento di ciascuno: è simbolo della possibilità di vivere, a volte di sopravvivere, che invochiamo ogni giorno nella preghiera che Cristo ci ha consegnato (cfr Lc 11,3). Il Vangelo ci è donato e spiegato da colui che lo ha annunciato per primo, con la sua stessa Pasqua, come un granello di senapa (cfr Mc 4,30-32), come un pizzico di sale (cfr Mt 6,13), come un frammento di lievito (cfr Mt 13,33), come un chicco di frumento che marcisce per poi germogliare tra le zolle di un terreno altrimenti destinato a restare sterile (cfr Gv 12,24): cioè come appello esigente all’umile ma coraggioso dono di sé. Don Pino Puglisi lo sapeva e lo insegnava ai giovani che partecipavano agli incontri e ai campi vocazionali da lui organizzati per la diocesi di Palermo, come pure ai ragazzi della sua parrocchia. Si può ben dire ai giovani del Mezzogiorno che pane e Vangelo non possono e non devono essere separati: l’impegno sociale di don Puglisi non può essere separato dalla fede cristiana che lo animò e lo sostenne, non solo in mezzo a tante difficoltà, ma persino di fronte alla morte violenta presentita e accettata. 41 42

Cfr Lumen gentium, n. 50b. Cfr PAOLO VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 8 dicembre 1975, n. 31.

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Invito al coraggio e alla speranza 19. Un invito…

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Giunti alla conclusione, noi Vescovi rivolgiamo un invito alla speranza alle comunità ecclesiali del Paese, in particolare del Mezzogiorno, e a tutti gli uomini di buona volontà. Contro ogni tentazione di torpore e di inerzia, abbiamo il dovere di annunciare che i cambiamenti sono possibili. Non si tratta di ipotizzare scenari politici diversi, quanto, piuttosto, di sostituire alla logica del potere e del benessere la pratica della condivisione radicata nella sobrietà e nella solidarietà. Proprio per dare ragione della speranza che ci guida, noi, Pastori del gregge di Cristo, ci siamo fatti carico di una valutazione della situazione sociale ed ecclesiale che caratterizza oggi, tra luci e ombre, la condizione delle genti del Sud. La consolazione che ci viene dalle Scritture (cfr Rm 15,4) e la consapevolezza di essere Chiesa ci donano, nonostante tutto, uno sguardo fiducioso, perché siamo certi che Dio ha a cuore progetti di vita e di crescita per tutti. Sappiamo anche che l’amore di Cristo ci spinge a ricercare il bene comune, nel rispetto della dignità di ogni persona, senza cedere a paure ed egoismi che alimentano miopi interessi di parte e mortificano la nostra tradizione solidaristica. Vorremmo consegnarvi quel tesoro di speranza e di carità che è già all’opera per la potenza dello Spirito nelle nostre Chiese, contrassegnate da una ricchezza di umanità e di ingegno, cui deve corrispondere una rinnovata volontà di dedizione e un più convinto impegno. Sono risorse preziose, che stenteranno a sprigionarsi fino a quando gli uomini e le donne del Sud non comprenderanno che non possono attendere da altri ciò che dipende da loro e che va contrastata ogni forma di rassegnazione e fatalismo. Una mentalità inoperosa e rinunciataria può rivelarsi un ostacolo insormontabile allo sviluppo, più dannoso della mancanza di risorse economiche e di strutture adeguate. Per le comunità cristiane e per i singoli fedeli un atteggiamento costruttivo rappresenta lo spazio spirituale entro cui progettare e

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA attivare ogni iniziativa pastorale per crescere nella speranza. Svelare la verità di un disordine abilmente celato e saturo di complicità, far conoscere la sofferenza degli emarginati e degli indifesi, annunciando ai poveri, in nome di Dio e della sua giustizia, che un mutamento è possibile, è uno stile profetico che educa a sperare. Occorre però che il senso cristiano della vita diventi fermento e anima di una società riscattata da ritardi e ingiustizie, capace di stare al passo del cammino economico, sociale e culturale del Paese intero. Ci rivolgiamo, perciò, alle comunità ecclesiali italiane, affinché accrescano la coscienza condivisa della responsabilità di tutti nei confronti di ciascuno e di ciascuno nei confronti di tutti. Consapevoli che la pratica della solidarietà, lungi dall’impoverire, arricchisce e moltiplica, dobbiamo adoperarci perché chi è rimasto indietro si adegui al passo degli altri. Il nostro non è un ottimismo di facciata, ma una speranza radicata nel segno sacramentale dell’Eucaristia. La predicazione profetica di Gesù suscitava stupore perché annunciava un’esistenza degna, diversa, rinnovata, una moralità più giusta e praticabile, attivando energie altrimenti trascurate e sprecate, innescando l’attesa di una trasformazione possibile.

20. …e un appello Ecco allora il nostro appello: bisogna osare il coraggio della speranza! Vorremmo congedarci da voi incoraggiandovi a uno a uno, carissimi, con le stesse esortazioni della Scrittura. Anzitutto scriviamo a voi, sacerdoti, come a figli e amici43, perché ricordandovi dei vostri fratelli presbiteri la cui vita è stata immolata, considerando attentamente l’esito finale della loro vita, ne imitiate la fede (cfr Eb 13,7), perseverando nel vostro annuncio per con-

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Cfr Christus Dominus, n. 16.

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fortare i miseri e per fasciare le piaghe dei cuori spezzati (cfr Is 61,1). A voi associamo nel nostro ricordo e nella nostra preghiera quanti faticano a servizio del santo Vangelo e dei poveri, cominciando dai diaconi, eletti dispensatori della carità, e dagli altri ministri, abbracciando pure l’Azione Cattolica, le altre associazioni, i movimenti e le aggregazioni ecclesiali. In tutti lo Spirito Santo sia effuso come gioia e speranza, perché nessuno si abbatta a causa delle difficoltà e delle incomprensioni e proceda con la forza del Signore per ricostruire le vecchie rovine e rialzare gli antichi ruderi (cfr Is 61,4), infondendo in quanti sono nella prova la pace che solo il Signore può dare (cfr Gv 14,33). Scriviamo a voi, consacrati e consacrate all’amore del Signore, lampade di speranza che ardete nel santuario di Dio, che è la Chiesa: non venga meno la preghiera in voi, che rammentate le promesse al Signore, perché egli non abbandoni l’opera delle sue mani (cfr Sal 138,8). Scriviamo a voi, famiglie, che siete cellule vive della Chiesa, indirizzandovi una parola di speranza, perché abbiate coraggio nelle tribolazioni del mondo (cfr Gv 16,33) e non vi lasciate intimorire dai messaggi di morte e di terrore. State saldi in un solo spirito e combattete unanimi per la fede del Vangelo (cfr Fil 1,27). A questo educate i vostri figli, perché crescano nel timore del Signore amando questa nostra terra come madre e non come luogo conteso da privilegi, avidità ed egoismi. Scriviamo a voi giovani, perché sappiate che in voi Cristo vuole operare cose grandi: rivestitevi perciò di speranza e costruite la casa comune nel vincolo dell’amore fraterno e nella fede salda. Se la parola di Dio dimora in voi, potete vincere il maligno in tutti i suoi volti (cfr 1Gv 2,14) e dare un futuro alla nostra terra. Scriviamo a voi, uomini e donne di buona volontà, cercatori di giustizia e di pace, perché, anche se sconosciuti al mondo, siete conosciutissimi da Dio (cfr 2Cor 6,9) e affrettate con la vostra fatica la venuta del Signore (cfr 1Pt 3,12). Su tutti scenda la nostra benedizione di pace e di grazia nel Signore. Roma, 21 febbraio 2010 Prima Domenica di Quaresima

D OCUMENTI

DELLA

C HIESA I TALIANA

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Consiglio Permanente

Comunicato finale dei lavori della sessione invernale (Roma, 25-27 gennaio 2010)

Il Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, presieduto dal Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova, si è riunito a Roma per la sessione invernale dal 25 al 27 gennaio 2010. Si è registrato un ampio e convinto consenso intorno alla prolusione del Presidente sia per lo stile che per i contenuti. Essa, infatti, intende offrire non una semplice sequenza di dati o di problemi, ma esprimere un punto di vista sintetico e un giudizio articolato sul momento presente, in grado di avviare la riflessione comune. Non a caso, i contenuti sviluppati dal Cardinale Presidente (la questione di Dio, il tema dell’educazione, l’identità del sacerdote, la nuova evangelizzazione, il documento sul Mezzogiorno, l’immigrazione, la crisi economica, l’attuale momento politico) hanno suscitato un ampio dibattito, che a sua volta ha arricchito e precisato la riflessione iniziale. Si è ribadito anzitutto che Dio è la “buona notizia”, di cui il mondo oggi ha nostalgia e sente il desiderio, nonostante l’acutizzarsi dei processi di secolarizzazione e di spersonalizzazione. Si è analizzata una bozza degli Orientamenti pastorali per il prossimo decennio, convergendo sull’idea che un rinnovato dinamismo educativo è quanto di più necessario si avverte oggi in ambito ecclesiale e nei contesti più attenti della società civile. Si è proceduto a un’ulteriore rilettura del documento su Chiesa e Mezzogiorno, finalizzato a rilanciare quella tensione solidale, che sola costruisce e sostiene l’identità del Paese. Si è poi definito il calendario per la preparazione della versione italiana della terza edizione del Messale Romano. È stata affrontata la questione dell’organizzazione territoriale della Chiesa italo-albanese in Italia, sono state fornite indicazioni per l’elaborazione delle relazioni quinquennali sull’attività delle Commissioni Episcopali e sono stati approvati i parametri per l’edilizia di culto per l’anno 2010.

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1. Il “Dio vicino” è la buona notizia «Dio è importante, la realtà più importante in assoluto nella nostra vita». Le parole pronunciate da Papa Benedetto XVI nella solennità del Natale hanno resi tutti ancor più persuasi del fatto che «Egli è il Vicino: ecco la notizia che non ci lascia indifferenti, che scalda il cuore e ci cambia la vita perché risponde alle nostre attese più intime» prolusione). In effetti la questione di Dio, che è al cuore della missione della Chiesa, corrisponde a una diffusa nostalgia che si fa strada nelle pieghe di una società all’apparenza distratta e disincantata. Molteplici segnali indicano che sta crescendo una ricerca religiosa che ha bisogno di essere accompagnata e, quando è possibile, orientata. Ciò spiega l’attrattiva che le parrocchie esercitano in certi periodi dell’anno, come il Natale, soprattutto laddove si riesce a “dar fondo alla creatività pastorale, rivisitando i moduli ordinari di essa e ripensandoli in ordine alla nuova evangelizzazione”. Il primo obiettivo, infatti, deve essere quello di risvegliare la domanda intorno a Dio per reagire alle insidie del secolarismo e per aprire un dialogo anche con quanti si dichiarano agnostici o atei, facendo emergere quel desiderio di pienezza e di verità che è nel cuore di ogni uomo.

Gli “Orientamenti pastorali” sull’educazione

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L’apertura alla questione di Dio è il vertice di un processo educativo che va riattivato e accompagnato in un contesto culturale che sembra essersi troppo in fretta congedato da questa possibilità. Educare, infatti, è diventato non solo difficile, ma spesso impensabile. Gioca a sfavore della possibilità di educare la sfiducia verso le capacità dell’uomo, a cominciare dalla sua razionalità. Avviene così che una libertà privata della sua naturale capacità di aprirsi alla trascendenza venga ricondotta al piano dell’emotività o a una dinamica puramente reattiva. Rispetto a questo pregiudizio culturale, è stato evidenziato che anche oggi è possibile educare, realizzando la missione di sempre della Chiesa. I vescovi sono dunque persuasi che gli Orientamenti pastorali del prossimo decennio – la cui prima bozza è stata attentamente vagliata ed emendata – potranno costituire un’utile traccia per realizzare questo compito prioritario della

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA comunità ecclesiale. Si è pure convinti che una stagione di rinnovato impegno educativo potrà costituire un punto di convergenza con quei settori della società civile più interessati alla crescita delle giovani generazioni. A tutti è chiaro che educare non significa automaticamente evangelizzare. Sono peraltro innegabili alcuni punti di contatto e resta pur sempre vero che l’educazione cristiana rappresenta il compimento di qualsiasi crescita umana. In particolare, si è sottolineato che la dimensione relazionale è ciò che consente di andare al di là di una formazione strumentale o di un generico indottrinamento: infatti, ciò che fa la differenza è la qualità della testimonianza. È stato perciò ribadito che non basta richiamare i valori, ma occorre farne personale esperienza. Ciò accade quando si riesce a maturare un giudizio originale sulla vicenda umana e non si creano fratture tra la dimensione del credere e quella del vivere. Nell’anno sacerdotale, non è mancato un esplicito riferimento al sacerdote, quale primo educatore della fede. Non si sono sottaciute le sue crescenti responsabilità in un tempo di rapido trapasso, ma se ne è pure auspicato il ricentramento sulla dimensione spirituale e sulla missione evangelizzatrice.

3. L’impegno della Chiesa per un Paese solidale Uno dei banchi di prova dell’avvenuta crescita umana e cristiana è il rapporto tra la fede e la storia. Da questo punto di vista, il documento su Chiesa e Mezzogiorno esprime un’attenzione speciale di tutto l’Episcopato italiano per un tema di grande attualità sociale. Tale attenzione intende incarnare quel principio di solidarietà, per cui ‘solo insieme’ si riesce a esprimere un amore autentico verso il Paese. Contro ogni tentazione di torpore e di inerzia, si ha infatti il dovere di annunciare che i cambiamenti sono possibili. Secondo le indicazioni emerse a novembre, nel corso dell’Assemblea generale di Assisi, la bozza del documento sarà ora inviata in consultazione a tutti i vescovi, in vista della pubblicazione, prevista nelle prossime settimane. Un altro terreno sul quale verificare la tenuta delle nostre comuni-

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tà cristiane è la sfida dell’integrazione sociale a motivo dell’immigrazione e dei problemi economici, acuiti da una fase di crisi non ancora pienamente superata. In entrambi i casi, ciò che è doveroso attendersi è una testimonianza matura che non separi la fede dalla vita e sappia trarre dal Vangelo le indicazioni necessarie per affrontare questioni che chiamano in causa la cittadinanza responsabile.

Il ‘sogno’ di una generazione nuova di italiani e di cattolici in politica Si inserisce in questo contesto anche il “sogno” evocato nella parte conclusiva della prolusione, con la speranza di «una generazione nuova di italiani e di cattolici che… avvertono la responsabilità davanti a Dio come decisiva per l’agire politico». In questa maniera sarà possibile superare quella frattura che talora si riscontra tra il piano dei valori e le scelte di una democrazia di tipo procedurale, quasi che la politica debba necessariamente attestarsi sul piano del compromesso e del gioco al ribasso, incapace di tutelare e promuovere quei beni, senza i quali la stessa vita sociale è a rischio. Da questo punto di vista tutti si sono ritrovati nel giudizio contenuto al n. 15 dell’enciclica Caritas in veritate, che lega inscindibilmente questione antropologica e questione sociale. In concreto, si tratta di non separare, o peggio ancora contrapporre, la responsabilità individuale, che ribadisce il valore della vita e della famiglia, dalla responsabilità sociale, chiamata ad affrontare i problemi economici, ambientali e sociali. L’auspicio è che il ‘sogno’ prenda corpo anche attraverso quella paziente tessitura educativa che aiuta a superare il senso di estraniamento dalla responsabilità per il bene comune. 54 Ulteriori adempimenti L’approvazione dell’iter per la preparazione della versione italiana della terza edizione del Messale Romano conferma l’impegno della Chiesa in Italia a far sì che la celebrazione della liturgia costituisca un’esperienza che coinvolge i fedeli e li rende via via più consapevoli del dono della fede e dell’azione trasformante della grazia, che opera attraverso i sacramenti e in particolare l’Eucaristia.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA È stata avviata una riflessione sulla strutturazione della Chiesa italo-albanese in Italia: si tratta di una presenza secolare di fedeli cattolici di rito orientale, i quali fanno attualmente capo alle diocesi di Lungro in Calabria e di Piana degli Albanesi in Sicilia e all’abbazia di Santa Maria di Grottaferrata, non lontano da Roma. Avviandosi alla conclusione il quinquennio delle commissioni episcopali, sono stati presentati i criteri per l’elaborazione delle relazioni sul lavoro svolto. Infine, sono stati approvati i nuovi parametri per l’edilizia di culto per l’anno 2010.

6. Nomine Il Consiglio Permanente ha proceduto alle seguenti nomine: - Coordinatore pastorale per i cattolici africani di lingua inglese: don Robert Emeka Mgbeahurike (Orlu); - Coordinatore pastorale per le comunità cattoliche indiane di rito siro-malabarese: p. Jose Pollayil (Ernakulam-Angamaly); - Consulente ecclesiastico centrale dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI): p. Francesco Occhetta, SJ; - Consulente ecclesiastico nazionale dell’Associazione Professionale Italiana Collaboratori Familiari (A.P.I. – COLF): don Francesco Poli (Bergamo). La Presidenza della CEI, riunitasi il 25 gennaio 2010, ha nominato Direttore del Centro Studi per la scuola cattolica don Guglielmo Malizia, SDB, e membri del Consiglio direttivo del medesimo Centro Studi: prof. Sergio Cicatelli, prof.ssa Carmela Di Agresti, prof. Redi Sante Di Pol, prof.ssa Rachele Lanfranchi, prof.ssa Sira Serenella Macchietti, don Francesco Macrì, SDB, p. Agostino Montan, CSI, prof. Dario Nicoli, prof. Giuseppe Zanniello. Roma, 29 gennaio 2010

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CONFERENZA EPISCOPALE PUGLIESE Lettera di indizione del Terzo Convegno Ecclesiale Regionale

“I laici nella Chiesa e nella società pugliese, oggi” (San Giovanni Rotondo, 28 aprile-1 maggio 2011)

Carissimi presbiteri, consacrati e laici della nostra amata terra di Puglia, Mercoledì scorso, col rito delle ceneri, siamo entrati nella Quaresima. In questo tempo forte – anno dopo anno – veniamo sospinti nel cammino dell’autentica conversione, personale e comunitaria. Sulle orme di Gesù, modello di preghiera e di vita, ci riscopriamo fratelli che tornano alla casa del Padre, mentre lo Spirito Santo, sapienza e forza nella lotta spirituale, ci fa pregustare la gioia pasquale. Al culmine della Quaresima, vivremo la Messa del Crisma, principale manifestazione della comunione ecclesiale attorno al Vescovo: nell’anno sacerdotale, le nostre stupende Cattedrali di Puglia vibreranno ancora più intensamente di fronte al dono degli oli santi, nella preghiera corale per i presbiteri, convocati per rinnovare le loro promesse. Il nuovo Crisma, segno sacramentale della nostra partecipazione alla consacrazione di Cristo Gesù, ci presenta al mondo come comunità regale, sacerdotale e profetica, germe vivo che testimonia Gesù Risorto, speranza del mondo. In questo contesto, carissimi, siamo lieti di indire il terzo Convegno Ecclesiale Pugliese, che si celebrerà a San Giovanni Rotondo (Foggia) dal 28 aprile al 1° maggio 2011.

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Vi convochiamo per riflettere insieme su I laici nella chiesa e nella società pugliese, oggi. Questa attenzione specifica si è fatta urgente nel nostro tempo in cui – come dice il Papa - «sono necessarie sia la preparazione professionale sia la coerenza morale» in tutti gli ambiti della vita (Caritas in veritate, 71). Abbiamo bisogno di laici «mossi dal desiderio di comunicare il dono dell’incontro con Cristo e la certezza della dignità umana. […] Ad essi spetta di farsi carico della testimonianza della carità specialmente con i più poveri, sofferenti e bisognosi come anche di assumere ogni impegno cristiano volto a costruire condizioni di sempre maggiore giustizia e pace nella convivenza umana, così da aprire nuove frontiere al vangelo!» (Discorso al Pontificio Consiglio per i laici del 15 novembre 2008). Pertanto è nostro vivo desiderio che i membri del Popolo santo di Dio - presbiteri, consacrati e laici - destinatari e protagonisti di questo importante evento ecclesiale, riscoprano la grandezza della vocazione laicale. Nel solco del Concilio Ecumenico Vaticano II e dell’Esortazione apostolica Christifideles laici, vogliamo che nelle nostre Chiese maturi un’ecclesiologia di comunione più compiuta, rinvigorendo la corresponsabilità ecclesiale dei laici e potenziando la loro formazione. Solo così, insieme ai tanti testimoni pugliesi di santità laicale, «alimenteremo la speranza» (Benedetto XVI) delle nuove generazioni e contribuiremo al rinnovamento evangelico della società pugliese. Questo terzo Convegno Ecclesiale Regionale si pone in continuità con i precedenti, che hanno scandito il cammino delle nostre Chiese. Il primo - “Crescere insieme in Puglia” (Bari, 29 aprile-2 maggio 1993) – rimane un monito sempre attuale a passare “dalla disgregazione alla comunione” (nota pastorale conclusiva - 11 gennaio 1994); il secondo - “La vita consacrata in Puglia” (Taranto/Martina Franca, 30 aprile-2 maggio 1998) – continua a presentarci il carisma dei consacrati come profeti nelle Chiese di Puglia (nota conclusiva - 2 febbraio 1999). Questo terzo Convegno, ribadendo la ferma volontà di discernere e camminare insieme in Regione, accende i riflettori sulla vocazione dei laici di fronte ai doni e alle sfide dell’ora presente. Con tutta la Chiesa italiana faremo tesoro delle indicazioni emerse nel Convegno nazionale di Verona (ottobre 2006) e approfondiremo il tema dell’educazione, lasciandoci interpellare dal contesto sociale del nostro territorio pugliese, chiamato a vivere la sua

CONFERENZA EPISCOPALE PUGLIESE vocazione allo sviluppo e alla solidarietà. Le singole Diocesi, nel rispetto della loro storia, sensibilità e programmazione, promuoveranno itinerari di riflessione in preparazione all’appuntamento di San Giovanni Rotondo. Non mancheranno eventi regionali di studio e di approfondimento, che l’Istituto Pastorale Pugliese avrà cura di promuovere. Ogni Chiesa particolare si impegnerà a sviluppare il dopo-Convegno, perché la ricchezza spirituale e pastorale che da esso ci aspettiamo, sia riversata nel cammino di tutta la società pugliese. Maria, Regina della Puglia, i santi apostoli Pietro e Paolo, san Pio da Pietrelcina - nel cui Santuario concluderemo in devoto pellegrinaggio questo Terzo Convegno Ecclesiale - e tutti i santi laici della nostra terra sostengano i nostri passi con la loro potente intercessione. Nel consegnare questa Lettera alle nostre Chiese, perché venga fatta conoscere in questa prima domenica di Quaresima, di cuore vi benediciamo. Molfetta, 21 febbraio 2010 I Domenica di Quaresima I vostri vescovi † Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari - Bitonto, Presidente della CEP † Domenico Umberto D’Ambrosio, Arcivescovo di Lecce † Francesco Pio Tamburrino, Arcivescovo di Foggia - Bovino † Benigno Luigi Papa, Arcivescovo di Taranto † Rocco Talucci, Arcivescovo di Brindisi – Ostuni † Michele Castoro, Arcivescovo di Manfredonia – Vieste – S. Giovanni Rotondo

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† Donato Negro, Arcivescovo di Otranto † Giovan Battista Pichierri, Arcivescovo di Trani - Barletta - Bisceglie † Raffaele Calabro, Vescovo di Andria † Pietro Maria Fragnelli, Vescovo di Castellaneta † Felice Di Molfetta, Vescovo di Cerignola - Ascoli Satriano † Domenico Padovano, Vescovo di Conversano - Monopoli † Mario Paciello, Vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti † Domenico Cornacchia, Vescovo di Lucera - Troia † Luigi Martella, Vescovo di Molfetta - Ruvo - Giovinazzo - Terlizzi † Domenico Caliandro, Vescovo di Nardò - Gallipoli † Lucio Renna, Vescovo di San Severo † Vito De Grisantis, Vescovo di Ugento - Santa Maria di Leuca † Vincenzo Pisanello, Vescovo eletto di Oria

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CONFERENZA EPISCOPALE PUGLIESE Nomina

Prot. n. 35/09 Molfetta, 13 dicembre 2009

Al rev.do sacerdote Don Vito Spinelli Bari Sono lieto di comunicarLe che nella sessione ordinaria del 9 dicembre 2009 la Conferenza Episcopale Pugliese L’ha nominata Assistente ecclesiastico regionale per la Puglia del Movimento Apostolico Sordi La nomina è per il quinquennio 2009-2014. Colgo l’occasione per augurarLe buon lavoro e salutarLa molto cordialmente. + Michele Castoro Arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo Segretario CEP

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MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Decreto di attribuzione delle somme dell’8 per mille IRPEF

L’Arcivescovo dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto - VISTA la determinazione approvata dalla XLV Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana (Collevalenza, 9–12 novembre 1998); - CONSIDERATI i criteri programmatici ai quali intende ispirarsi nell’anno pastorale 2010 per l’utilizzo delle somme derivanti dall’otto per mille dell’IRPEF; - TENUTA PRESENTE la programmazione diocesana riguardante nel corrente anno priorità pastorali e urgenze di solidarietà; - SENTITI, per quanto di rispettiva competenza, l’incaricato del Servizio diocesano per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica e il Direttore della Caritas diocesana; - UDITO il parere del Consiglio diocesano per gli Affari economici e del Collegio dei Consultori dispone

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I) Le somme derivanti dall’otto per mille IRPEF ex art. 47 della Legge 222/1985 ricevute nell’anno 2009 dalla Conferenza Episcopale Italiana “per esigenze di culto e pastorale” sono così assegnate: 777 ESIGENZE DI CULTO E PASTORALE

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ESIGENZE DEL CULTO

1 2

NUOVI COMPLESSI PARROCCHIALI RESTAURO EDIFICI

2

ESERCIZIO CURA DELLE ANIME

1 2 4 5 6 9 10 13

ATTIVITÀ PASTORALI STRAORDINARIE CURIA DIOCESANA E CENTRI PASTORALI MEZZI COMUNICAZIONE SOCIALE ISTITUTO DI SCIENZE RELIGIOSE FACOLTÀ TEOLOGICA PUGLIESE CONSULTORIO FAMILIARE DIOCESANO PARROCCHIE STRAORD. NECESSITÀ CLERO ANZIANO E MALATO

3

FORMAZIONE DEL CLERO

1 2 4 5 6

SEMINARIO DIOCESANO, INTERDIOCESANO, REGIONALE RETTE SEMINARISTI E SACERDOTI FORMAZIONE PERMANENTE CLERO FORMAZIONE DIACONATO PERMANENTE PASTORALE VOCAZIONALE

4

SCOPI MISSIONARI

1 4

CENTRO MISSIONARIO DIOCESANO SACERDOTI FIDEI DONUM

5

CATECHESI ED EDUCAZIONE CRISTIANA

2

ASSOCIAZIONI ECCLESIALI

6

CONTRIBUTO SERVIZIO DIOCESANO

1

CONTRIBUTO SERVIZIO DIOCESANO

8

INIZIATIVE PLURIENNALI

1

FONDO DI GARANZIA TOTALE DELLE ASSEGNAZIONI

2009 10.693,17 100.000,00 110.693,17 77.000,00 440.000,00 15.493,71 40.000,00 100.000,00 22.159,79 59.104.69 30.299,67 784.057,86 200.000,00 25.822,84 25.822,84 10.000,00 5.164,57 266.810,25 10.329,14 15.493,71 25.822,85 7.746,85 7.746,85 2.324,06 2.324,06 130.824,70 130.824,70 1.328.279,74

MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO II) Le somme derivanti dall’otto per mille IRPEF ex art. 47 della Legge 222/1985 ricevute nell’anno 2009 dalla Conferenza Episcopale Italiana “per interventi caritativi” sono così assegnate:

888 INTERVENTI CARITATIVI 1 1 2 3

DISTRIB. PERSONE BISOGNOSE DA PARTE DELLA DIOCESI DA PARTE DELLE PARROCCHIE DA PARTE DI ENTI ECCLESIASTICI

2 1 2 6

OPERE CARITATIVE DIOCESANE IN FAVORE DI EXTRACOMUNITARI IN FAVORE DI TOSSICODIPENDENTI FONDAZIONE ANTIUSURA

4 1 2 3

OPERE CARITATIVE ALTRI ENTI CASA BETANIA CASA DELLA CARITÀ CASA DEL CLERO MONS. E. NICODEMO

5 1

ALTRE ASSEGNAZIONI/EROGAZIONI A DISP. DEL VESCOVO PER CARITÀ

6 1

INIZIATIVE PLURIENNALI INIZIATIVA PLURIENNALI TOTALE DELLE ASSEGNAZIONI

2009 184.218,81 154.760,79 67.139,40 406.119,00 38.734,26 41.316,55 25.822,84 105.873,65 8.846,85 14.904,99 25.534,93 49.286,77 129.523,83 129.523,83 75.648,99 75,648,99 766.452,24

Le disposizioni del presente provvedimento saranno trasmesse alla Segreteria generale della Conferenza Episcopale Italiana attraverso i prospetti di rendicontazione predisposti secondo le indicazioni date dalla Presidenza della CEI. Bari lì, 28 ottobre 2009 Prot. 917/A/09 + Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto

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MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Messaggio per la Giornata del Seminario (31 gennaio 2010)

«Vi ho chiamati amici» (Gv 15,15). Quest’espressione di Gesù risuona con particolare densità in questo Anno sacerdotale indetto dal Papa il 19 giugno dello scorso anno. Mi piace che sia stata scelta come tema per la Giornata del Seminario che, come ogni anno, invita tutti a riflettere sul bene prezioso delle vocazioni. Questa è la 70ª Giornata del Seminario. Tre motivi in più per ringraziare vivamente il Signore. L’espressione di Gesù, innanzitutto, dice del sacerdote quanto di più intenso si possa immaginare: è la persona più vicina al Suo cuore. San Giovanni, adagiato sul petto del Maestro, nell’ultima cena, esprime l’icona più bella del sacerdozio ministeriale. È da quel cuore che il discepolo attinge la linfa della sua esistenza; è da quel cuore che inizia a pulsare il suo cuore sacerdotale; è da quel cuore che alimenta il suo essere prete per gli altri. Mi piace consegnare ai nostri seminaristi questa immagine di ineffabile bellezza. Comincino a meditarla e a scoprirla nell’intimo del proprio essere. È Gesù che chiama a questa amicizia, perché nell’intimità che è propria di tale rapporto si possono scoprire i tesori della propria vocazione. Notiamo, poi, che è durante l’ultima cena – momento di assoluta confidenza con i discepoli – che Gesù chiama i suoi a quella che appare come una vocazione nella vocazione: non c’è solo la chiamata alla sequela. Vi è molto di più: la sequela è amicizia, è condivisione di vita, è segno di eternità che il Padre affida al Figlio e il Figlio condivide con i suoi “amici”. Accompagniamo tutti insieme, famiglie, comunità parrocchiali,

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sacerdoti, educatori, i nostri seminaristi in questa avventura straordinaria che condurrà questi giovani verso le vette dell’infinito e traccerà, attraverso le loro persone, un futuro di speranza per la nostra Chiesa locale. È un impegno di tutti e di ciascuno. La Giornata del Seminario, inoltre, si colloca nell’ Anno sacerdotale. Quest’anno, come lo stesso Pontefice ha indicato: «vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi». Tutti siamo chiamati a questa “incisiva testimonianza”, ma i sacerdoti lo sono in modo del tutto proprio. A questa missione sono invitati a prepararsi i nostri seminaristi. Il seminario acquista così la dimensione di un’autentica fucina per l’avvenire. Lo studio e la preghiera di oggi devono trasformarsi col tempo in forma di presenza autenticamente evangelica nel mondo di domani. Il mondo ha bisogno di Dio, ha bisogno di Vangelo, ha bisogno di spiritualità e tutto questo si costruisce con l’impegno quotidiano che i seminaristi sono chiamati a vivere nel tempo e nel luogo privilegiato della loro formazione. Il santo Curato d’Ars, indicato come modello di sacerdote in questo tempo di riscoperta del fascino del ministero presbiterale, viene descritto dal Papa, nel suo messaggio di indizione dell’Anno sacerdotale attraverso le coordinate essenziali del servizio apostolico: la “totale identificazione col proprio ministero”, la “testimonianza della vita”, la “educazione dei fedeli alla presenza eucaristica e alla comunione”. In una parola richiama: “una forte testimonianza evangelica”. Siamo tutti invitati a vivere il nostro tempo con la fiducia rinnovata nella Provvidenza, pronti, come aggiunge il Papa, «a saper cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai giorni nostri nella Chiesa». «Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù». Con questa espressione cara al Santo Curato d’Ars volgiamo i nostri sguardi al Seminario arcivescovile, affinché con la preghiera e l’attenta, concreta collaborazione di tutti possa contribuire a una rinnovata primavera per la nostra Chiesa locale. L’intercessione della Vergine Odegitria, dei nostri santi patroni Nicola e Sabino, di san Giovanni Maria Vianney, della beata Elia di S. Clemente accompagnino questi nostri propositi. + Francesco Cacucci, Arcivescovo

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MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Saluto all’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese (Bari, 13 febbraio 2010)

Rivolgo il mio più cordiale benvenuto a voi, graditissimi ospiti, che avete voluto accogliere l’invito a partecipare all’annuale cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese. Un fraterno e grato saluto a S.E. Mons. Angelo Massafra, Arcivescovo di Scutari e Moderatore del Tribunale Ecclesiastico di Albania, di cui il nostro Tribunale è sede di Appello. Saluto il prof. Giuseppe Dalla Torre, Rettore dell’Università LUMSA di Roma. A lui va il più vivo ringraziamento per aver accolto l’invito a tenere la Prolusione per questo tradizionale appuntamento annuale. Il tema scelto per il suo autorevole intervento sarà occasione di riflessione proficua per ciascuno di noi che, da prospettive diverse, ci occupiamo dell’istituto matrimoniale. Saluto con deferenza le Autorità presenti, che hanno voluto onorare con la loro partecipazione questo appuntamento significativo per la vita del Tribunale e per l’intera Comunità ecclesiale pugliese. La loro presenza è segno di una costruttiva interazione e collaborazione tra Istituzioni poste, nello stesso territorio, ad operare in modo unanime al servizio del bene comune. Con viva cordialità porgo il mio benvenuto ai rappresentanti del

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Tribunale ecclesiastico di Appello di Benevento. Mi pregio di attestare che con il vostro impegno quotidiano, solerte e puntuale siete chiamati a portare a compimento il ministero del nostro Tribunale, in modo competente e con notevoli sacrifici personali. Con particolare gratitudine saluto gli operatori della giustizia ecclesiastica intervenuti: i giudici, i difensori del vincolo, gli avvocati, i minutanti. Solo il comune e generoso lavoro di tutti può generare i frutti tangibili di quel peculiare servizio che è espressione autentica della più ampia azione pastorale della Chiesa. I Vescovi pugliesi, mio tramite, esprimono sincera riconoscenza per il servizio, faticoso e discreto, che ognuno di voi, nei diversi uffici, offre per il bene della Chiesa. La presidenza di Mons. Luca Murolo, vicario giudiziale, garantisce quella serenità e quel rigore necessari affinché l’opera della giustizia risponda, con la sollecitudine consentita, alle legittime esigenze dei fedeli della nostra Regione. Come ogni anno, gli avvicendamenti nei ministeri giudiziali sono per noi motivo di gratitudine e di speranza. Esprimo, pertanto, riconoscenza per don Nunzio Palmiotti che nel settembre scorso ha cessato il suo trentennale servizio di giudice. Così come esprimo gratitudine per l’ingresso nello stesso ministero di don Emanuele Tupputi, dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, e di p. Giuseppe Tomiri, religioso dei Frati Minori. So bene che l’unico elemento di criticità del nostro Tribunale consiste nella carenza di giudici che possano far fronte alle numerose richieste che provengono da tutta la regione. A questo proposito, assicuro l’impegno e la sollecitudine dei Vescovi pugliesi nell’individuare e incoraggiare quei sacerdoti che si mostrino sensibili e idonei ad intraprendere il servizio giudiziale. Profittiamo volentieri della circostanza dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale per soffermarci a riflettere sulla situazione delle cause di dichiarazione di nullità del matrimonio nella nostra regione, così come fra poco farà il Vicario giudiziale. Nello stesso tempo, in questa occasione, è utile ritornare su alcune considerazioni che il Santo Padre, Benedetto XVI, ha voluto proporre durante il Suo recente discorso per l’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana. In quella solenne circostanza il Papa ha voluto soffermarsi, in particolare, sul nucleo essenziale del vostro ministero, cercando di

MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO approfondirne i rapporti con la giustizia, la carità e la verità. È rischio diffuso, infatti, quello di slegare i tre elementi richiamati nell’esercizio giudiziale, anche all’interno della Chiesa. Dietro il comodo paravento di una carità, spesso non del tutto rettamente intesa, si tende spesso a ridimensionare le esigenze della giustizia e della verità. Con molta incisività il Papa nota che alcuni ritengono che la carità pastorale potrebbe giustificare ogni passo verso la dichiarazione della nullità del vincolo matrimoniale per venire incontro alle persone che si trovano in situazione matrimoniale irregolare. Alla luce di ciò, ciascuno finisce per ritenersi arbitro di ciò che è giusto e bene nel caso specifico. Se è vero che la carità ha un ruolo privilegiato nella vita ecclesiale e si declina essenzialmente nel fatto che, come afferma il Pontefice, lo sguardo e la misura della carità aiuterà a non dimenticare che si è sempre davanti a persone segnate da problemi e da sofferenze, così come si tradurrà nello sforzo di instaurare tra le parti un clima di disponibilità umana e cristiana, è anche vero che, continua il Papa, tutti coloro che operano nel campo del diritto, ognuno secondo la propria funzione, devono essere guidati dalla giustizia. Il richiamo, a questo punto, si estende opportunamente anche all’impegno degli avvocati i quali – sottolinea il Santo Padre – devono non soltanto porre ogni attenzione al rispetto della verità delle prove, ma anche evitare con cura di assumere, come legali di fiducia, il patrocinio di cause che, secondo la loro coscienza, non siano oggettivamente sostenibili. Aggiungo che lo stile e l’etica propria di un avvocato iscritto all’Albo di un Tribunale Ecclesiastico deve esprimersi anche in foro civile. Giungono talvolta segnali allarmanti sull’atteggiamento di taluni patroni che, in quella sede, sono motivo di scandalo per i fedeli, attraverso azioni giudiziarie tese a mera venalità e eccessiva conflittualità, che spesso finisce per violare anche il rispetto della dignità della persona, seppure nella veste della controparte. Molto opportunamente il Santo Padre fissa un riferimento alto per tutti nel fatto che sia la giustizia, sia la carità, postulino l’amore alla verità e comportino essenzialmente la ricerca del vero. In particolare, la carità rende il riferimento alla verità ancora più esigente, dal

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momento che senza verità la carità scivola nel sentimentalismo, l’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. Affido alla riflessione di tutti tali considerazioni, mentre rinnovo il mio ringraziamento per la vostra qualificata presenza. + Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto Presidente della C.E.P. Moderatore del T.E.R.P.

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CURIA METROPOLITANA Cancelleria

1. Sacre ordinazioni - La sera del 13 dicembre 2009, III Domenica di Avvento, nella Cattedrale di Bari, S. Ecc. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, durante una concelebrazione eucaristica da lui presieduta, ha ordinato diaconi permanenti gli accoliti Giuseppe Delle Grazie e Pasquale Panzarino, incardinandoli nel clero diocesano. - La sera del 20 dicembre 2009, IV Domenica di Avvento, nella chiesa parrocchiale di S. Maria del Campo e della Pietà in Bari-Ceglie del Campo, S. Ecc. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di BariBitonto, durante una concelebrazione eucaristica da lui presieduta, con le legittime dimissorie del Superiore Generale, ha ordinato diacono il professo religioso Nicola Reale, degli Oblati di S. Giuseppe. - La sera del 15 febbraio 2010, lunedì della VI settimana del Tempo Ordinario, nella chiesa parrocchiale di S. Maria delle Grazie in Cassano delle Murge, S. Ecc. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, durante una concelebrazione eucaristica da lui presieduta, ha ordinato diacono il seminarista Pierpaolo Fortunato, incardinandolo nel clero diocesano. 2. Decreti generali S.Ecc. l’Arcivescovo, con decreto del - 27 febbraio 2010 (Prot. n. 03/10/D.A.G.), ha modificato i confini parrocchiali delle parrocchie Sacro Cuore e S. Vito Martire in Gioia del Colle.

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3. Nomine e decreti singolari A) S. Ecc. l’Arcivescovo ha nominato, in data: - 1 novembre 2009 (Prot. n. 75/09/D.A.S.-N.), don Mario Persano all’ufficio di cappellano dell’I.R.C.C.S. “Giovanni Paolo II” in Bari; - 6 novembre 2009 (Prot. n. 79/09/D.A.S.-N.), don Paolo Bux, confermandolo per altri cinque anni, agli uffici di cancelliere arcivescovile e di direttore del Settore Cancelleria della Curia diocesana; - 19 dicembre 2009 (Prot. n. 83/09/D.A.S.-N.), il diacono permanente Giuseppe Delle Grazie all’ufficio di collaboratore della parrocchia S. Giuseppe in Palo del Colle; - 19 dicembre 2009 (Prot. n. 84/09/D.A.S.-N.), il diacono permanente Pasquale Panzarino all’ufficio di collaboratore della parrocchia S. Maria di Monteverde in Grumo Appula; - 20 dicembre 2009 (Prot. n. 86/09/D.A.S.-N.), mons. Vito Angiuli, confermandolo per altri quattro anni, all’ufficio di direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Odegitria” di Bari; - 21 dicembre 2009 (Prot. n. 89/09/D.A.S.-N.), don Enrico D’Abbicco all’ufficio di vicario del XII vicariato zonale dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, fino all’1 ottobre 2011. - 27 febbraio 2010 (Prot. n. 04/10/D.A.S.-N.), don Giacomo Fazio all’ufficio di responsabile ad interim della Sezione Confraternite dell’Ufficio Laicato della Curia diocesana.

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B) S. Ecc. l’Arcivescovo ha istituito, in data: - 1 novembre 2009 (Prot. n. 76/09/D.A.S.-I.), p. Leonardo Di Pinto, O.F.M., per cinque anni, agli uffici di vicario episcopale per la vita consacrata, direttore dell’omonimo settore della Curia e direttore dell’Ufficio Religiosi e Religiose, sempre della Curia diocesana; - 1 novembre 2009 (Prot. n. 77/09/D.A.S.-I.), p. Giuseppe Antonino, O.F.M. Cap. all’ufficio di assistente diocesano dei Gruppi di Preghiera “Padre Pio”; - 5 novembre 2009 (Prot. n. 78/09/D.A.S.-I.), don Fernando Pellino, S.D.B., all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia SS. Redentore in Bari; - 20 dicembre 2009 (Prot. n. 87/09/D.A.S.-I.), p. Giovanni M. Strafella, O.F.M. Conv. all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Francesco d’Assisi in Bari;

CURIA METROPOLITANA - 20 dicembre 2009 (Prot. n. 88/09/D.A.S.-I.), p. Daniele Flavio M. Maiorano, O.F.M. Conv. all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Francesco d’Assisi in Bari. - 17 febbraio 2010 (Prot. n. 02/10/D.A.S.-I.), p. Pasquale Rago, C.M., all’ufficio di consigliere spirituale dell’Associazione “Società di S. Vincenzo de Paoli” di Bari. C) S. Ecc. l’Arcivescovo, in data: - 1 luglio 2009 (Prot. n. 30/bis/09/ D.A.S.), ha riconosciuto a don Francesco Berardino il diritto ad usufruire per motivi di salute dei benefici previsti per la condizione di anzianità; - 1 novembre 2009 (Prot. n. 77/bis/09/ D.A.S.), ha riconosciuto a don Nicola Pastore il diritto ad usufruire per motivi di salute dei benefici previsti per la condizione di anzianità. - 7 novembre 2009 (Prot. n. 80/09/D.A.S.), ha incardinato nel clero dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto p. Giuseppe Spano, C.M.F.

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

CURIA METROPOLITANA Settore Laicato. Ufficio Laicato

Le assemblee diocesane del 16 ottobre 2009 e del 12 febbraio 2010 in preparazione al Convegno regionale sul laicato

Pubblichiamo qui di seguito le relazioni tenute durante le prime due assemblee diocesane del laicato presiedute da S.E. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, dedicate alla preparazione del convegno delle Chiese di Puglia su questo tema, che si svolgerà a S. Giovanni Rotondo dal 28 aprile al 1° maggio 2011. Nel primo incontro, venerdì 16 ottobre 2009, ha relazionato il prof. Franco Nembrini, del Consiglio di Presidenza della Fraternità di Comunione e Liberazione, sul tema: Dal rischio educativo l’impegno dell’io per un nuovo umanesimo fondato sulla “carità nella verità” (Benedetto XVI). L’incontro si è svolto nell’aula videoconferenze del Rettorato del Politecnico di Bari. Il secondo incontro, il 12 febbraio 2010, ha avuto come relatore Jesús Morán del Consiglio generale del Movimento dei Focolari, che ha parlato su Educare a essere cittadini del mondo, e si è tenuto nell’aula magna “Attilio Alto” del Politecnico di Bari. Alle relazioni hanno fatto seguito momenti partecipati di discussione e approfondimento al termine dei quali S.E. l’Arcivescovo ha presentato le sue conclusioni.

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Franco Nembrini

Dal rischio educativo l’impegno dell’io per un nuovo umanesimo fondato sulla “carità nella verità” (Bari, 16 ottobre 2009)

1. L’educazione come introduzione alla realtà

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Dovendo parlare di educazione posso solo raccontarvi alcuni episodi, alcuni fatti attraverso i quali mi è parso di vedere che cosa fosse l’educazione, ma con una premessa, e cioè che per poter parlare della mia esperienza di padre e di insegnante devo partire dalla mia esperienza di figlio, perché non posso non riconoscere che io ho visto per la prima volta cosa fosse l’educazione con mio papà e mia mamma. Sono il quarto di dieci figli e l’immagine che ho del mio povero papà è quando, nella stanzetta dove dormivamo noi sette figli maschi (siamo sette maschi e tre femmine), si inginocchiava in mezzo alla stanza e incominciava a dire il Padre Nostro. Questo era mio padre: uno che guardava una cosa più grande di lui e ci invitava ad andargli dietro senza bisogno di dircelo. Era uno che, quando sono diventato più grande e tornavo a casa a tarda ora per i mille impegni che c’erano, lo trovavo sempre in piedi, perché non è mai in vita sua andato a letto se non dopo aver chiuso la porta alle spalle dell’ultimo figlio rientrato, e quando alle due o alle tre di notte arrivavo a casa, e per non farlo arrabbiare troppo gli dicevo: «Dai, papà, diciamo Compieta insieme» lui mi rispondeva: «Vai a letto, cretino, che domani mattina devi lavorare: dico io Compieta per te», e si fermava e diceva la quarta o la quinta volta Compieta, la diceva per me, perché io potessi andare a riposare. Il giorno prima di morire, paralizzato a letto, completamente afono, gli ho chiesto come stava, e ha risposto allo stesso modo con cui aveva risposto per tutta la vita: «farès pecat a lamentam» che in italiano significa “Tutto è Grazia”. Mio padre era così. E così era

CURIA METROPOLITANA mia mamma, che è morta ormai tanti anni fa (nell’85), una donna molto semplice, figlia di contadini, che aveva tirato su dieci figli e che morì confidandomi: «Mi dispiace di morire, perché adesso che siete un po’ più grandi, avrei potuto fare un po’ di bene». So bene che mi potreste obiettare: “roba da albero degli zoccoli, fatti e atteggiamenti di un mondo che non c’è più” e l’osservazione sarebbe assolutamente ragionevole. Ma io vi ho parlato dei miei genitori perché credo di aver imparato da loro un criterio fondamentale, che il tempo ha mostrato come assolutamente decisivo nell’itinerario educativo. E questo criterio lo potrei definire così: che l’educazione è un problema di testimonianza. Non è un problema dei bambini o dei ragazzi o dei giovani. Se sono così allo sbando oggi non è per colpa loro (o meglio, è anche per colpa loro) ma la prima responsabilità è la nostra. In educazione il problema non è la generazione dei figli ma la generazione dei padri, non la generazione dei discepoli ma quella dei maestri. In altre parole: i figli vengono al mondo, esattamente come 100 o 1000 anni fa, con lo stesso cuore, con lo stesso desiderio, con la stessa ragione di sempre, caratterizzati cioè da un insopprimibile desiderio di Verità, di Bene, di Bellezza. Cioè con il desiderio di essere felici. Ma quali padri, quali maestri, quali testimoni hanno di fronte? Questa cosa mi è sembrato di capirla in modo assolutamente radicale quando un pomeriggio me ne stavo tranquillamente in casa con il mio primo figlio Stefano, che poteva avere 4 o 5 anni, correggendo i temi come ogni insegnante di italiano ed ero talmente assorto nel mio lavoro che non avevo notato che Stefano si era avvicinato al mio tavolo e in silenzio mi stava guardando. Non chiedeva nulla di particolare, non aveva bisogno di nulla, solo osservava suo padre al lavoro. Ricordo che quel giorno, nell’incrociare lo sguardo di mio figlio, mi folgorò questa impressione: che lo sguardo di mio figlio contenesse una domanda assolutamente radicale, inevitabile, cui non potevo non rispondere. Era come se guardandomi chiedesse: papà, assicurami che valeva la pena venire al mondo.

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Questa, mi sono detto, è la domanda dell’educazione e da quel momento non ho più potuto neanche entrare in classe e incrociare lo sguardo dei miei alunni e non sentirmi rivolta questa domanda: quale speranza ti sostiene? Perché di questo io ho bisogno per dare credito ai tuoi suggerimenti, al tuo insegnamento, persino alle cose che mi dici di studiare. Ti posso dare credito solo per una grande speranza presente. L’educazione incomincia quando un adulto intercetta questa domanda e sente il dovere e la responsabilità di rispondere. Ma è chiaro che non potrà rispondere con regole o raccomandazioni o teorie: può rispondere solo con la vita. Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore Dio vi ha date? Tu risponderai a tuo figlio così: eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro l’Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa. Ci fece uscire di là per condurci nel paese che aveva giurato ai nostri padri di darci. Allora il Signore ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi, temendo il Signore nostro Dio così da essere sempre felici ed essere conservati in vita, come appunto siamo oggi (Deuteronomio 6, 20-25). La giustizia consisterà per noi nel mettere in pratica tutti questi comandi, davanti al Signore Dio nostro, come ci ha ordinato. Dante nel Paradiso, interrogato da san Pietro sulla fede, si sente chiedere: «Quella cara gioia sopra la quale ogni virtù si fonda, dimmi, donde ti venne?». Perché io potevo desiderare, bambino, di essere come mio papà? Perché presentivo, sapevo che mio papà sapeva le cose che nella vita è importante sapere. Sapeva del bene e del male, della verità e della menzogna, della gioia e del dolore, della vita e della morte. Cioè senza discorsi e senza prediche mi introduceva ad un senso ultimamente positivo dell’esistenza, di tutti gli aspetti della vita. Era la testimonianza vivente di una Verità conosciuta. Se l’educazione, come dice don Giussani nel Rischio educativo è «introduzione alla realtà totale, cioè alla realtà fino all’affermazione del suo significato», bene, mio papà faceva esattamente questo. E questo, mi pare, è proprio ciò che manca ai giovani oggi: sono cresciuti senza che venisse loro offerta questa “ipotesi esplicativa della realtà” e perciò paurosi, trovandosi di fronte a tutto perennemente

CURIA METROPOLITANA indecisi, e tristi, e perciò così spesso violenti. Perché, lo sappiamo bene noi adulti: non si può rimanere a lungo tristi senza diventare cattivi. Ma rendiamoci conto che la tristezza dei figli è figlia della nostra, la loro noia è figlia della nostra. Ecco, mio padre, lo dico volutamente con un paradosso, ci ha educati perché non aveva il problema di educarci, di convincerci di qualcosa. Lo desiderava, certo, certo pregava per questo, ma era come se ci sfidasse: “io sono felice, vedete la mia vita, vedete se trovate qualcosa di meglio e decidete”. Perseguiva tenacemente la sua santità, non la nostra. Sapeva che santi a nostra volta lo saremmo potuti diventare solo per nostra libera scelta.

2. L’educazione come misericordia Ma questo non è bastato, non è bastato perché si è infilato nel rapporto tra me e loro qualcosa che lo ha incrinato. Avevo 17 anni, e nonostante l’educazione ricevuta in casa si insediò in me il dubbio, lo scetticismo, insomma, andai in crisi, una crisi profonda, di cui soffrivo molto. La cosa che mi faceva soffrire maggiormente era che il nulla divorava ciò a cui tenevo di più, divorava mio padre e mia madre, i miei fratelli e i miei amici: era un sentimento di inconsistenza della realtà, mi franava tutto addosso. Guardavo mia madre lavorare in casa e piangevo perché sentivo che qualcosa me la stava portando via, neanche il bene che le volevo reggeva, perdevano di consistenza tutte le cose che mi erano care. Vissi un anno o due in una crisi molto profonda, abbandonando evidentemente la pratica religiosa, che non mi diceva più niente, anzi, sfidando con cattiveria una mia sorella che nel frattempo aveva incontrato Comunione e Liberazione, dicendole: “Dimmi da che cosa ti avrebbe salvato il Salvatore, da che cosa ti avrebbe redento il Redentore? Siete come gli altri, anzi peggio degli altri, soffrite e morite come gli altri: dove sta la salvezza? Da che cosa ti avrebbe salvato? Quando esci la domenica dalla Messa che cosa puoi dire di te stessa più di quello che posso dire io?”. Non poteva evidentemente dire allora (aveva 19

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anni), non poteva rispondermi quello che oggi, risponderemmo insieme: che il di più che Gesù ha portato nella vita è semplicemente l’io, l’io, una persona che prima non c’era, una coscienza di sé e delle cose che prima non c’era, e che era quello che io stavo cercando. Che cosa era mancato nell’educazione che avevo ricevuto? Era successo ai miei genitori quel che sarebbe accaduto al padre di una mia alunna qualche anno dopo. Vi racconto brevemente l’episodio. Una volta è venuto a trovarmi il papà di una mia alunna (un po’ strana, un po’ fuori di testa), molto preoccupato e addolorato per la figlia che lo faceva tribolare. Suonò il campanello quella sera a casa mia, cenammo insieme, e alla fine, affrontando il problema che gli stava a cuore, scoppiò a piangere, si tirò su la manica della camicia facendomi vedere le vene e, quasi urlando disperatamente, mi disse (siccome aveva capito che tra me e sua figlia, invece, un po’ di feeling era nato, ci si intendeva, insomma), battendosi la mano sul braccio: «Professore, io la fede ce l’ho nel sangue, ma non la so più dare a nessuno. Può farlo lei? Lei può farlo: lo faccia, per carità, perché io ce l’ho nel sangue, ma non la so più comunicare nemmeno a mia figlia». Ecco, lì m’è venuta l’idea che il problema della Chiesa fosse il metodo, la strada, che tutta la genialità del contributo che don Giussani offriva alla Chiesa e al mondo era questo: la scoperta che la fede, tornando ad essere un avvenimento presente, fosse finalmente dicibile, comunicabile. Poi ho capito che tutto il dramma di quel genitore era questo: pensava che tra lui e sua figlia ci fosse una generazione di differenza, e invece s’erano infilati tra lui e sua figlia quattrocento anni, cinquecento anni di una cultura che aveva negato tutta la sua tradizione e le cose di cui lui viveva, e che televisione e scuola – dal secondo dopoguerra in poi – avevano infilato tra lui e sua figlia. Ecco cosa era mancato ai miei genitori e a quel padre: la consapevolezza di questa distanza e il metodo, la strada per superarla. E la si poteva superare solo riproponendo il cristianesimo nella sua elementare radicalità: una presenza viva, capace di illuminare le contraddizioni dell’esistenza in modo convincente. Non la soluzione dei problemi ma un nuovo punto di vista da cui affrontarli, non una teoria contrapposta ad altre teorie, ma, per dirla con Guardini, «l’esperienza di un grande amore nel quale tutto diventa avvenimento nel suo ambito».

CURIA METROPOLITANA È il grande richiamo di Benedetto XVI nel memorabile discorso di Verona alla Chiesa italiana. Allargate la ragione, sfidate la modernità per raccogliere tutto il positivo ma anche per denunciare le insufficienze di una cultura nichilista e relativista che si è costruita negli ultimi secoli e che per tanti aspetti si è rivelata nemica dell’uomo. Poi è avvenuto l’incontro con don Giussani ed è stata una folgorazione. Venne a casa mia. La mia povera mamma aveva un dolore grande, e cioè che il primo dei dieci figli, che era stato in seminario, ne era uscito sull’onda della contestazione e aveva non solo abbandonato la pratica religiosa e la Chiesa, ma aveva fondato uno dei primi gruppi extraparlamentari dei nostri paesi, insieme ad altri sette ex-seminaristi. Don Giussani venne a conoscere i miei genitori: confessò la mia mamma, che credo gli abbia parlato del suo dolore. Mio fratello non era in casa quel giorno. La settimana dopo da Milano arrivò un pacco di libri per questo mio fratello che lui non aveva conosciuto. E con mio grandissimo stupore il pacco di libri, invece che contenere Bibbie o Vangeli, conteneva Il Capitale di Carlo Marx e altri libri di quel tipo. Fu il giorno in cui ebbi il primo sospetto serio che Dio esistesse, perché solo Dio può fare una cosa così; ho avuto lì l’idea che l’altro nome dell’educazione sia misericordia, sia carità, sia quella cosa per cui Dio ti viene incontro lì dove sei: non ti chiede prima di cambiare, non ti chiede prima di fare qualcosa, è lì dove sei tu, con i tuoi gusti, con i tuoi interessi, col tuo temperamento, con i tuoi peccati. Vedere Giussani che senza paura, senza venir meno a niente di se stesso, regalava Carlo Marx a mio fratello perché sapeva che lui era lì, ecco, mi fece venire questa idea: che l’educazione è questa misericordia in atto, per cui Dio ci viene incontro lì dove siamo. Insomma mi venne il sospetto che quell’uomo avesse a che fare con Dio, perché non mi avrebbe mai chiesto di cambiare prima di volermi bene: mi voleva bene così come ero. È la natura stessa dell’amore. Gratuità assoluta. «In questo sta l’amore: che Dio ci ha amati per primo, mentre eravamo ancora peccatori». Questa identificazione dell’educazione con la misericordia porta con sé alcune conseguenze che mi sembrano decisive:

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a. che l’educazione non poggia su tecniche psicologiche o pedagogiche o sociologiche. È l’offerta della propria vita alla vita dell’altro. È l’offerta di una proposta di vita esistenzialmente significativa e convincente che ha le sue radici nella esperienza lieta e certa del testimone. Se per educare fossero bastate le parole sarebbero piovuti Vangeli, invece Lui è venuto, compagno della nostra povera esistenza. b. Se è così l’azione missionaria del cristiano e della Chiesa tutta non può che consistere in una coraggiosa testimonianza della fede là dove gli uomini vivono, dove i giovani consumano la loro giovinezza, in primis la scuola. Non si può più immaginare di svolgere l’azione pastorale in ambiti chiusi, diversi dai luoghi di studio e di lavoro, e di divertimento, ma bisognerà ricominciare a incontrare i nostri fratelli uomini là dove essi vivono i loro interessi, i loro affetti, la loro intelligenza e operosità. Una fede che non si dimostrasse pertinente alla vita reale, che non si mostrasse capace di esaltare l’io, il cuore e l’attesa del singolo, non potrà mai suscitare curiosità e interesse e desiderio di seguire. c. Il problema coi figli o con gli alunni non può essere farli diventare cristiani, farli pregare, farli andare in Chiesa. Se ti poni così sentiranno questo come una pretesa da cui difendersi e da cui prendere le distanze. Tutto il segreto dell’educazione mi pare che sia questo: i tuoi figli ti guardano: quando giocano non giocano mai soltanto, qualsiasi cosa facciano in realtà con la coda dell’occhio ti guardano sempre, e che ti vedano lieto e forte davanti alla realtà è l’unico modo che hai di educarli. Lieto e forte non perché sei perfetto (tanto non lo crederanno mai, e come è patetico e triste il genitore che cerca di nascondere ai figli il proprio male) ma perché sei tu il primo a chiedere e ad ottenere ogni giorno di essere perdonato. Così tra l’altro con loro sei libero, anche di sbagliare, libero dall’angoscia di dover far vedere una coerenza impossibile, perché il tuo compito di padre è semplicemente quello di guardare un ideale grande, sempre, e loro ti tentano, loro tendono l’elastico, ti mettono alla prova sempre: sono tutti figliol prodighi. È quella che nel rischio educativo si chiama “funzione di coerenza ideale” è la grande funzione educativa: che tu stai, che tu resti, resti lì, e magari loro si allontanano e di sottecchi guardano sempre se tu sei al tuo posto, se tu hai una casa, se tu sei una casa, e torneranno, anche quando fanno le cose peggiori.

CURIA METROPOLITANA Questa solidità, questa certezza che hai tu e che vivi tu con i tuoi amici e con tua moglie, è l’unica cosa di cui hanno bisogno i figli per essere educati, è l’unica cosa che anche senza saperlo ci chiedono, e su questa testimonianza poggia la loro speranza. Si tratta di scommettere tutto sulla loro libertà. Pensate alla parabola del figliol prodigo (che ora che ho letto il libro del Santo Padre chiamerò sempre “la parabola dei due fratelli”): noi siamo sempre tentati di trattenerli in casa, e invece loro vogliono andare, misurarsi con tutto il reale, e noi a volerli tenere sotto una campana di vetro. Abbiamo paura della loro libertà, perché è uno strappo, una ferita che sanguina. Oppure confondiamo la responsabilità con il nostro diventare come loro: lascio anch’io la casa con te, così magari ti tengo d’occhio da vicino. Ma che disperazione per i nostri figli se, volendo tornare un giorno a casa, scoprissero che non hanno più dove tornare, non hanno più chi li aspetti, chi li perdoni! È il rischio educativo: un amore sconfinato per la libertà dell’altro perché è questa libertà che il Padre ha amato e stimato fino a sopportare lo strappo del figlio che se ne va.

3. L’educazione come slancio missionario Una volta mio figlio Andrea mi ha detto (era in prima liceo), serissimo: “Ma papà, noi siamo una famiglia normale?”. Perché tutto fuori di qui dice il contrario: scuola, TV, amici. Allora ho capito che sentiva una estraneità tra l’insegnamento in casa e la vita, la vita nel mondo normale. Si trattava di fargli veder un altro “mondo”, un altro mondo in questo mondo. Ho capito che mi chiedeva di fargli vedere che la cosa funzionava davvero, che c’erano amici, famiglie, realtà, movimenti, chiese, oratori, parrocchie, missioni da cui poter capire e stare certo che quando fosse stato chiamato a sfidare il mondo avrebbe avuto ragioni sufficienti da portare, tutto il peso e la forza di tanti testimoni; che sarà un mondo minoritario, quello che vive in un certo modo, ma che sia un mondo vero, famiglie vere, amici veri, case vere, ecc.

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Dopo aver ospitato un ragazzo della Sierra Leone sono stato invitato ad andare a visitare quel paese e lì ho capito che Dio ci stava aiutando, non l’avessimo pensato noi, ci stava offrendo su un piatto d’argento un’esperienza missionaria perché la domanda dei miei figli potesse essere esaudita. Così godendo di questa amicizia è stato possibile aiutare i miei figli a vincerla, questa sfida, a dire che si può uscire da una casa forti di un giudizio, di una cultura, di una carità, di una speranza così tenaci da sfidare le categorie culturali di questo mondo apparentemente così ostili. Che si sposa con quello che ho detto all’inizio: la testimonianza di un ideale grande, verificato e verificabile ogni giorno nel paragone con tutto l’orizzonte dell’esperienza umana, con tutto il mondo. Così che siano loro a poter dire «questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede». Ma devono ricevere una proposta decisa, intera che tenga conto di tutti gli aspetti della realtà e di tutte le dimensioni della persona. Con la consapevolezza che l’esito non è in mano nostra: non sappiamo cosa Dio riserva a noi, al Paese, al mondo. Dobbiamo probabilmente accettare l’idea di essere a lungo una minoranza, un piccolo gregge, forti solo di due cose: la certezza che «portae inferi non praevalebunt» e la certezza della sua misericordia, di ciò che la tradizione chiama “merito”. Cioè la speranza certa che per la fede di alcuni molti saranno salvati, come insegna l’episodio biblico di Abramo che contratta con Dio la salvezza della città per i meriti di dieci giusti.

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Jesús Morán

Educare ad essere cittadini del mondo (Bari, 12 febbraio 2010) Il tema che mi è stato proposto riguarda l’educazione nel contesto odierno, segnato da quel fenomeno che solitamente viene chiamato globalizzazione. È per questo contesto e in questo contesto che l’educazione è diventata un fenomeno emergente. Si parla, infatti, oggi e a più voci di “emergenza educativa”. Come dice Michele De Beni, psicoterapeuta famigliare e insegnante di Didattica generale all’Università di Verona: «Bisogna ri-dare centralità (…) all’educazione e compiere lo sforzo di ri-situare il discorso pedagogico entro i tempi nuovi che la società sta vivendo. Soprattutto, c’è bisogno di ri-pensare ad una cultura della formazione degli educatori, nodo decisivo per il futuro della civiltà, e risvegliare una fede nell’educazione»1. Parafrasando una frase di Janusz Korcczak, citata da De Beni nello stesso articolo, non si possono lasciare gli uomini soli in un momento come questo2. Tempo di emergenza, dunque, tempo di crisi. In questa congiuntura, bisogna situare e valorizzare il Rapporto-proposta sull’educazione a cura del Comitato per il progetto culturale della CEI3, il quale vuole mettersi in linea con una riflessione che miri ad apportare delle piste per un superamento dell’emergenza. Il fatto è che «l’educare (…) attraverso un processo che è ad un tempo di liberazione e di costruzione verso una meta che costituisce il pieno significato dell’educando stesso, viene meno nei suoi tre aspetti ‘direzionali’: non si riconosce una tradizione dalla quale ricevere le risor-

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M. DE BENI, Il coraggio di essere educatori oggi, in NU XXIX (2007/2), p. 241. Ibid., p. 242. 3 La sfida educativa, Rapporto-proposta sull’educazione, a cura del Comitato per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana, Bari 2009. 2

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se e muoversi, non si vive un’appartenenza comunitaria nella quale alimentarsi, non si vede una direzione verso la quale dirigersi. La sfida educativa si rivela, allora, essere, nella sua radice, sfida antropologica»4. Questo il nocciolo della crisi. Il Rapporto, che si presenta appunto come una proposta, con orientamenti quali semplici ipotesi di lavoro, vuole integrare tutte le forze cattoliche in una “alleanza per l’educazione” con l’invito a donare il proprio contributo d’esperienza e pensiero. Mi accingo ad offrire alcune riflessioni al riguardo, nella linea del tema che mi è stato proposto (“Educare ad essere cittadini del mondo”), premettendo che non lo faccio da perito in materia - e quindi attingendo in modo autorevole all’inesauribile fonte delle scienze pedagogiche - ma prendendo spunto da un carisma, il carisma dell’unità, donato dall’Alto a Chiara Lubich (partita per il Cielo quasi due anni fa), che si è plasmato storicamente dando vita ad una vasta opera nella Chiesa la quale, nel suo ormai decennale itinerario, ha dimostrato di poter illuminare ampi campi dell’attività e del sapere umano, e quindi anche la pedagogia. Lo dimostrano la decina di dottorati Honoris causa che Chiara Lubich ha ricevuto negli ultimi anni della sua vita, uno di essi appunto in pedagogia, conferitole nel 2000 dalla prestigiosa Università Cattolica di Washington. Sarà soprattutto la Lectio magistralis pronunciata in quell’occasione a guidare queste mie riflessioni.

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Mi permetto di fare appello anche alla mia esperienza personale, contrassegnata dal fatto di aver vissuto la maggior parte della mia vita fuori della mia nazione d’origine. Infatti, io sono nato nella provincia spagnola di Ávila, anche se per motivi di spostamento famigliare sono cresciuto a Madrid. Lì ho compiuto i miei studi fino alla laurea in filosofia, conseguita nell’Università Autonoma. Fu proprio in quegli anni di passaggio dal liceo all’Università che conobbi i giovani del Movimento dei Focolari, con i quali mi sono subito agganciato per vivere insieme l’Ideale del Mondo Unito. Poi, venne la scoperta della mia vocazione a seguire radicalmente Gesù

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A. M. BAGGIO, La sfida educativa, in NU XXXI (2009/6), pp. 186, 686.

CURIA METROPOLITANA e il successivo periodo di formazione per focolarini a Loppiano (Fi), alla fine del quale iniziò la mia avventura americana, che mi vide lavorare per questo ideale prima in Cile-Bolivia per ventitré anni e poi in Messico-Cuba, gli ultimi quattro, fino ad approdare di nuovo nella vecchia Europa. Posso dire che per qualsiasi membro del Movimento il fatto di sentirsi protagonista insieme a persone di tutte le latitudini e di tutte le estrazioni sociali di un carisma che ha come fine contribuire alla realizzazione del Testamento di Gesù, «Che tutti siano Uno», è già una esperienza di mondialità. Se a ciò si aggiunge il dover fare quest’esperienza fuori di quella che è stata la tua cultura di base, la cosa acquisisce una pregnanza particolare. Se di una cosa ringrazio Dio tutti i giorni è del fatto di avermi permesso di condividere dal profondo buona parte delle culture che configurano il continente latino-americano: l’America forgiata dalle grandi emigrazioni europee, l’America Andina, la Mesoamerica delle grandi civiltà azteca e maya, l’America dei Caraibi con la sua componente afro. Ora, dopo più di 30 anni da quando ho lasciato la Spagna, posso dire che la dilatazione della mia anima e della mia mente a contatto con tutte queste culture è stata straordinaria. L’arricchimento, che - come potete immaginare - non è avvenuto esente da difficoltà, momenti di disorientamento, di perdita di riferimenti essenziali, d’estraneità, è stato forgiatore di personalità e motivo di maturazione personale. Chiaramente, ora non mi sento più solo spagnolo o europeo: senza perdere certi tratti che mi accompagneranno per sempre e che costituiscono ciò che posso dare come depositario di una cultura particolare, io ora sono un po’ cileno, indigeno, messicano, ‘caribeño’. Questa è stata una formidabile esperienza umana e spirituale, una vera esperienza di Dio, di quel Dio che si è incarnato nell’Uomo-Mondo che è Gesù di Nazaret. In tutta quest’esperienza sono stato guidato dalla pedagogia dell’unità che caratterizza la spiritualità dei Focolari. Certamente, lo studio attento delle diverse culture incontrate e, soprattutto, il contatto personale con la gente, sono stati indispensabili. Ma non mi

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avrebbero arricchito tanto se non avessero avuto alla base dei principi orientativi essenziali. E questi erano transculturali e, cioè, attingevano ad una fonte più alta. È qui che ho capito che l’educazione vera ha sempre una componente universale, nella misura in cui scava nel profondo dell’uomo per tirar fuori e sviluppare quelle note che lo rendono capace di veri rapporti interpersonali. In definitiva – come vedremo in seguito - ogni pedagogia altro non fa che svelare la persona che siamo, una realtà essenzialmente aperta. Ma torniamo alla nostra tematica. Dopo una breve premessa, cercherò di svilupparla in quattro momenti: descrivendo a grandi tratti cosa intendiamo per educazione; offrendo una visione di essa alla luce del carisma dell’unità; approfondendo il significato specifico di una pedagogia della persona; delucidando il suo carattere dialogico.

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La domanda che ci facciamo, allora, come punto di partenza, sarebbe questa: quale il cammino dell’educazione in una cultura contrassegnata da mondialità e globalizzazione? Come educare ad essere veri cittadini del mondo? La domanda stessa mette subito in luce le difficoltà del percorso. Infatti, l’educare è stato concepito da sempre come sinonimo di trasmissione e assimilazione di quei valori fondamentali che davano coesione e consistenza ad una determinata cultura. Educazione dunque ha avuto sempre a che fare con univocità di contenuti, unanimità di criteri, solidità metodologica. Oggi concetti come univocità, unanimità e solidità non vanno più di moda. Si parla invece di pluralismo, diversità e tolleranza. Il contesto lo esige e l’esperienza lo palesa. Se andiamo in profondità, vediamo che ciò che in fondo sta in gioco è il concetto di verità. Javier Marias, noto scrittore spagnolo, lo esprime molto bene: «Ho avuto modo di osservare – dice Marias – che una vasta percentuale della popolazione mondiale non si preoccupa più della verità. Temo però di aver peccato d’eccessiva cautela, perché ciò che sta accadendo è di gran lunga più funesto: una vasta percentuale della popolazione oggi non è più in grado di distinguere la verità dalla menzogna, oppure, per essere precisi, la realtà dalla finzione»5. 5

Citato dal card. Tarcisio Bertone, in L’Osservatore Romano, 28 agosto 2009.

CURIA METROPOLITANA Ma la questione viene da lontano. Potremmo dire che il problema della verità ha caratterizzato ogni epoca di crisi o di passaggio. Basta pensare a Socrate e ai suoi scontri con i sofisti. Pilato, in piedi di fronte alla Verità stessa, la respinge con un cinico: «Che cos’è la verità?» (Gv 18,38). San Paolo si riferisce con tono amaro a degli uomini che «soffocano la verità» (Rm 1, 18). Nella modernità, Pascal parlava di una menzogna così insediata e di una verità così offuscata che solo avrebbe potuto essere conosciuta da chi l’avesse amata radicalmente. Benedetto XVI ha consacrato al tema la sua ultima enciclica. Dotato di una straordinaria chiaroveggenza e con la forza che gli conferisce la grazia del suo ministero a guida della Chiesa, non dubita di identificare il problema della verità come il grande problema del nostro tempo, ineludibile se vogliamo risolvere le gravi questioni che affliggono gli uomini del terzo millennio. «La verità – dice il Santo Padre - va cercata, trovata ed espressa nell’‘economia’ della carità, ma la carità a sua volta va compressa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone i potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio» (Caritas in veritate, 2). In sintesi, “l’emergenza educativa” nei tempi della mondialità e della globalizzazione dovrà necessariamente affrontare il tema della verità. Si tratta di ricreare e riformulare la verità tutta intera sull’uomo e sulla storia. Sicuramente non sarà una verità diversa da quella che ha guidato e per la quale spesso hanno dato la vita tanti uomini e tante donne. Sarà quella ma arricchita dalle conquiste e dalle sofferenze dell’oggi. Educare quindi nella verità. Educare nel dialogo della verità. Educare per essere veri uomini-mondo, cittadini di una nuova civiltà, la civiltà dell’amore. Cosa vuol dire?

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1. Educare

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Com’è noto la parola educare viene dal latino e-ducere, che etimologicamente vuol dire ‘tirar fuori’, ‘far emergere’. L’etimologia stessa ci parla di un lavoro relazionale: ciò che deve emergere è dentro la persona, è una possessione sua, qualcosa che le appartiene intrinsecamente; e c’è qualcuno che aiuta a creare le condizioni di possibilità di quell’emergenza. Chiara Lubich, nella Lectio appena menzionata, definisce così l’educazione: «l’itinerario che il soggetto educando (individuo e comunità) compie, con l’aiuto dell’educatore (degli educatori), verso un dover essere, un fine che si ritiene valido per l’uomo e per l’umanità»6. L’educazione dunque è sempre un processo che mira a conseguire un guadagno di umanità. Si tratta, come afferma De Beni, non tanto di trasmettere informazioni o conoscenze ma di «ricondurre il pensiero alla sua naturale funzione di ‘strumento di civiltà’, di nuova e continua ‘umanizzazione’»7. L’autentico compito educativo conduce l’uomo ad essere più uomo e in quanto tale a diventare portatore di civiltà. Già questo ci dice che i percorsi educativi possono essere molteplici, vari secondo le diverse civiltà e culture. L’elemento unificante però è la natura dell’uomo, il suo essere vero con i suoi connotati universali. Infatti, se pensiamo ai grandi pedagoghi della storia, situati in tempi e congiunture culturali diversissime, vediamo che tutti hanno trasmesso e suscitato dei valori umani condivisibili e di grande universalità. Da questa rapida esposizione sul concetto di educazione emerge che, sebbene l’educazione sia qualcosa che riguarda l’uomo nella sua integralità, è vero che i suoi sforzi guardano soprattutto a ciò che può essere considerato il centro di esso: il pensiero ovvero la mentalità. Pensiero che non va identificato con la razionalità, e cioè con il discorrere speculativo, ma con l’intellectus che dicevano i classici, e cioè la capacità di penetrare la realtà profonda delle cose. Si tratta più di vedere che di pensare; una visione che ingloba tutte le dimensioni dell’esistenza, dandole unità. È in questa linea che

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C. LUBICH, La dottrina spirituale, Milano 2001, p. 265. M. DE BENI, Il coraggio cit., p. 247.

CURIA METROPOLITANA Benedetto XVI riprende la nota frase di Paolo VI nella Populorum progressio per proporla al mondo d’oggi: «Il mondo soffre per mancanza di pensiero»(Caritas in veritate, 53). Infatti, il problema d’oggi è che manca una visione, un pensiero autentico che colga l’uomo nella sua realtà più vera. L’educazione dovrebbe “tirar fuori”, indurre questo pensiero vero, questa capacità di pensare che è vita e capacità di trasformazione. L’e-ducere del processo educativo, nell’era della globalizzazione e dell’«esplosione dell’interdipendenza planetaria» (Caritas in veritate, 33), significa mettere in gioco un nuovo concetto di ragione, in altre parole dilatarla per «renderla capace di conoscere e di orientare queste imponenti nuove dinamiche, animandole nella prospettiva di quella ‘civiltà dell’amore’ il cui seme Dio ha posto in ogni popolo, in ogni cultura» (ibidem).

2. Una visione dall’unità Mi sembra che il carisma dell’unità che Dio ha dato a Chiara Lubich offre una visione dall’Uno con interessanti risvolti educativi. Si tratta, in linea con ciò che veniamo dicendo - e cioè di quella necessaria dilatazione della ragione che coglie la realtà nel suo manifestarsi più profondo -, di vedere l’uomo e l’umanità dal progetto di Dio raccolto nel testamento di Gesù: «Che tutti siano uno» (Gv 17,21). Da questa visione scaturisce un itinerario pedagogico i cui capisaldi fondamentali sono i seguenti8: La priorità dell’Amore Fare la scoperta che Dio, fonte dell’Amore, ci ama ciascuno immen-

8 Per la trattazione di questa proposta pedagogica di Chiara Lubich, cfr l’estratto della Lectio all’Università Cattolica di Washington riportata tra le pp. 265-270 de La dottrina spirituale, cit. Le citazioni riportate in questo capitolo saranno prese da quel discorso.

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samente vuol dire riscoprire quella “grande paternità” che ricostruisce i rapporti umani e educativi liberandoli della piaga del relativismo e della violenza. Inoltre, permette di considerare ognuno nell’irriducibile ed esaltante identità e irripetibilità, senza annullare il valore della responsabilità, che sgorga spontaneo per il fatto di sentirsi prima amati. «Nessun educatore ha mai considerato tanto l’uomo – dice Chiara - quanto un Dio che è morto per lui. Dio Amore ha innalzato l’uomo, ogni uomo, alla dignità altissima di figlio ed erede». L’unità esistenziale In un mondo “macchiato di verbalismo” riscoprire la Parola che si fa vita e che dà unità all’esistenza, superando la frammentazione che l’uomo esperimenta prima di tutto in se stesso e nei rapporti interpersonali e sociali, risulta quanto mai fondamentale e urgente. Questa “unità esistenziale” rappresenta uno dei fini più nobili e ardui d’ogni processo educativo. La vera libertà

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Vivere trascendendo noi stessi nella ricerca del progetto di Dio su di noi, che ci ha creati, facendo nostra la sua Volontà significa camminare verso la vera libertà nella liberazione di tutto ciò che in noi c’impedisce di essere noi stessi. È l’impresa pedagogica più grande che si possa pensare. Eppure rimanda a qualcosa che è nel nostro DNA come persone umane. Fare nostra la volontà di Dio, nel riconoscimento della priorità del “ricevere sul fare”, come ama ripetere Benedetto XVI, vuol dire superare la contrapposizione tra moralità eteronoma e moralità autonoma. Infatti, l’eteronomia della volontà amorosa del Padre coincide col massimo dell’autonomia creaturale dell’uomo, sempre se vissuta nell’amore. Educazione al difficile Dal grido di Gesù in croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato» (Mc 15,34) scaturisce non solo l’orientamento fondamentale del processo educativo indicando - come dice Chiara - «il

CURIA METROPOLITANA limite senza limite della nostra azione pedagogica» e postulando in questo senso la più alta responsabilità nell’ educatore, ma nasce anche un percorso vitale capace di integrare in tale processo la difficoltà, il fallimento, la prova, il dolore, l’impegno, realtà nelle quali spesso oggi i vari programmi pedagogici mostrano la loro drammatica precarietà di risorse. “Educare al difficile” risulta tanto urgente quanto inesorabile. La comunione come finalità L’educazione non è mai un processo strettamente individuale. Le sue finalità ultime pervengono alla comunità e all’umanità nel suo insieme. Che l’unità del genere umano sia un segno dei tempi non suscita nessun dubbio, nonostante le immani difficoltà che la sua attuazione concreta presenta a tutti livelli. «Tuttavia questa intima spinta – come nell’e-ducere (tirare fuori) dell’educazione - va fatta emergere positivamente: è perciò implicata - continua Chiara - su tutti i piani dell’agire umano, un’azione educativa coerente con le esigenze dell’unità, per fare del nostro mondo non una Babele senz’anima ma un’esperienza di Emmaus, di Dio con noi, capace di abbracciare l’umanità intera». Questa utopia, nel senso più profondo del termine, in quanto tensione verso un dover essere iscritto nella natura delle cose, è possibile se mettiamo in moto le energie che vengono dalla promessa di Gesù: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Sarà Lui, allora, in mezzo a noi, grazie all’amore reciproco continuamente rinnovato, l’unico maestro, guida e pedagogo. La socialità autentica Dalla messa in pratica di questi elementi, configurati in specifici progetti educativi, emerge un tipo nuovo di socialità, che potremmo chiamare trinitaria, la quale risponde in pieno alle istanze più profonde, più antiche e più nuove della storia della pedagogia. In altri contesti, Chiara Lubich ha spiegato come la spiritualità del-

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l’unità «suscita e promuove una vita ad immagine della Trinità»9. Si tratta di una linea di pensiero che si situa in consonanza con gli insegnamenti della Gaudium et spes, la quale al n. 24 indica che «Il Signore Gesù quando prega il Padre, perché “tutti siano uno” (Gv 17,21-22) (…), ci ha suggerito una certa similitudine tra l’unione delle persone divine e l’unione dei figli di Dio (…)». Questa vita trinitaria ha come fondamento l’amore reciproco, la comunione fraterna che ci fa essere un dono gli uni per gli altri: «Ho sentito (…) – afferma Chiara - d’essere stata creata in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino creato da Dio in dono a me, come il Padre nella Trinità è tutto per il Figlio e il Figlio è tutto per il Padre. E per questo il rapporto tra noi è lo Spirito Santo, lo stesso rapporto che c’è fra le Persone della Trinità. È la vita della Santissima Trinità che dobbiamo cercare di imitare, amandoci tra noi, con l’amore effuso dallo Spirito nei nostri cuori, come il Padre e il Figlio si amano tra loro»10. La Gaudium et spes al n. 38 sottolinea quanto l’amore reciproco, oltre ad essere pegno di perfezione umana è anche impulso ad una vera trasformazione del mondo11. In definitiva, la vita trinitaria è l’aprirsi e il dispiegarsi di tutte le prerogative esistenziali e sociali insite nel “che tutti siano uno”.

3. Educare la persona

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Dai punti precedenti emerge un’idea forza: educare nella verità e alla verità sull’uomo significa educare la persona, “formare l’uomorelazione”12. Perché, infatti, questo vuol dire “persona”: essere in relazione. L’educazione dovrebbe tirare tutte le conseguenze da questo statuto ontologico dell’essere umano e plasmarlo in progetti concreti. Lo afferma con forza la Caritas in veritate: «Con il termine ‘educazione’ non ci si riferisce solo all’istruzione o alla formazione al

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C. LUBICH, Spiritualità dell’unità e vita trinitaria. Lezione per la laurea honoris causa in teologia, in NU XXVI (2004/1), pp.151, 12. 10 C. LUBICH, ivi , pp.15 s. 11 Cfr ivi, p. 17. 12 C. LUBICH, La dottrina spirituale, cit., p. 270.

CURIA METROPOLITANA lavoro, entrambe cause importanti di sviluppo, ma alla formazione della persona. A questo proposito va sottolineato un aspetto problematico: per educare bisogna sapere chi è la persona» (Caritas in veritate, 61). In effetti, non è scontato oggi, nell’ambiente culturale dominante nella maggior parte del pianeta, che ci sia una corretta ermeneutica dell’uomo in quanto persona. Assistiamo quotidianamente ad avvenimenti e dibattiti che dimostrano un penoso deficit antropologico nella coscienza della gente. Il fatto è che si è persa la visione dell’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, per cui, mentre tutto diventa collettivo e globalizzato in superficie, la realtà profonda mostra la straziante solitudine che permea la vita degli uomini e delle donne, che non vedono colta né rispettata da nessuna istanza la loro dignità personale. Nell’era della globalizzazione primeggia ciò che alcuni analisti chiamano il fenomeno del neoindividualismo. In che consiste? «L’ideologia neoliberale del mercato – afferma una autorevole esperta - riduce la vita umana ad una mera analisi di costi-benefici che approda in un individualismo sistematico basato nel calcolo dei vantaggi individuali ottenuti dentro un gruppo sociale. Tutto ciò conduce gli essere umani verso un neoindividualismo possessivo e consumistico che configura la base antropologica e sociale della nostra epoca. Sebbene l’individualismo sia stato uno dei grandi frutti della modernità, adesso il neoindividualismo imperante pretende ridurre e semplificare ogni visione complessa e integrale dell’uomo»13. La conseguenza più deplorevole, a giudizio della prof. Fariñas, è «la tendenza alla radicalizzazione culturale, etnica, comunitaria, urbana, religiosa o, in genere, identitataria dei gruppi socialmente vulnerabili, e per questo, facilmente manipolabili»14. Il neoindividualismo quindi non è un’alternativa all’essenziale

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M. J. FARIÑAS, Neoindividualismo y desigualdad, in El Pais, 5 de enero de 2005. María José Fariñas è titolare della cattedra di Filosofia del diritto nell’Università Carlos III di Madrid. 14 Cfr Ibidem.

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socialità umana; è invece un fenomeno sociale, cioè, una opzione o una forma di intendere la vita in società, anche se distruttiva dei vincoli sociali. Potremmo dire che il neoindividualismo è una antropologia. Questa antropologia ha il suo punto forte in un tragico equivoco, incubato già nella modernità. Consiste nel pensare che ciò che è naturale è l’individuo. In altri termini, la natura offre – si pensa - degli individui isolati, i quali, in un momento successivo, perché razionali e dotati di volontà, cercano il modo più sensato di convivere fra di loro. Per questa strada, gli uomini al massimo possono aspirare a certe forme d’unione tra di loro (le quali, tra l’altro hanno dimostrato storicamente una drammatica fragilità, soprattutto a livello politico). Il fatto è che gli uomini possono unirsi perché c’è un vincolo d’unità anteriore. Si tratta della radicale ed essenziale relazionalità umana. Quindi, ciò che è naturale non è l’individuo ma l’unità. Come dice il filosofo X. Zubiri, «il sociale è principio, non risultato». Educare la persona consiste tra l’altro nel superamento di questo equivoco deleterio che sta dietro il paradosso della vita nelle società moderne, ricche di relazioni e povere di rapporti. La visione dell’uomo-relazione offre la strada maestra al risveglio della persona, mettendo in moto tutta la sua capacità di auto trascendersi, e quindi di rapporti veri, di creatività relazionale, di riceversi per donare il meglio di sé nello spazio interpersonale creato dall’amore. Come dice mons. Vincenzo Zani, «l’antropologia trinitaria, che costituisce il nucleo centrale della salvezza, è anche l’idea forza del progetto educativo, è la sorgente e la chiave d’interpretazione cristiana della storia, della cultura e dunque di ogni processo educativo che voglia promuovere la crescita integrale della persona»15. Solo così le scienze pedagogiche possono raggiungere lo scopo primigenio di diventare strumenti di umanizzazione.

4. Persona in dialogo Sulla base delle considerazioni anteriori, possiamo dire che la persona che emerge dal progetto di Dio su di essa è una persona in dialogo. 15

V. ZANI, Per una pastorale organica dell’educazione, in Gen’s 2(1994), p.53.

CURIA METROPOLITANA Arriviamo così all’ultimo punto e allo scopo principale di queste brevi e modeste riflessioni sull’emergenza educativa nell’odierno contesto di globalizzazione e mondialità. È ovvio che l’apertura essenziale della persona, il suo essere relazionale a immagine della relazionalità stessa della Trinità, non conosce limiti, oltre quelli creaturali. La persona è quindi un essere aperto all’infinito, a cominciare dall’Infinito di Dio dal quale attinge l’impulso per aprirsi nel reciproco riceversi-donarsi agli altri esseri con i quali condivide l’immagine e la somiglianza divina. Quest’apertura è potenzialmente capace di forme altissime di comunione interpersonale. Il segreto è quel vincolo radicale d’unità di cui parlavamo sopra. Siamo legati gli uni agli altri a un grado di profondità che il pensiero appena riesce a sfiorare. È il mistero della persona come sfondo metafisico che contiene la realtà tutta. Per questo la persona è inalienabile, non manipolabile, indisponibile. Esprimiamo questa radicale apertura della persona alle altre persone nella sua configurazione concreta con la parola dialogo. Come sapete, la parola dia-logo proviene dal greco, ed è il risultato dell’unione del termine: dia=attraverso col termine logos=discorso, parola. Per i greci, specie per Socrate e Platone, il dialogo era il mezzo per il raggiungimento della sapienza. Quindi, dialogare non significava parlare semplicemente, ma un interloquire che faceva presente la sapienza. Se, col Vangelo di Giovanni, pensiamo che il Logos è il Verbo di Dio, la Sapienza eterna del Padre, che si è fatto uomo, possiamo scorgere l’abissale profondità che questo esercizio di dialogo acquista per un cristiano. Socrate sicuramente lo aveva intuito, a noi è stato rivelato in pienezza. Nel vero dialogo noi facciamo presente la Sapienza che è il Verbo, Gesù. «La verità – afferma Benedetto XVI - infatti, è ‘logos’ che crea ‘dia-logos’ e quindi comunicazione e comunione. La verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. La verità apre e unisce le intelligenze nel logos dell’amore (…)» (Caritas in veritate, 4).

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La persona, l’uomo in relazione, è un essere proteso ad un dialogo permanente con la realtà e in modo speciale con gli altri essere umani. Il dialogo è il suo modo di situarsi nella realtà. Il contrario di questa posizione esistenziale è l’idiozia (dal greco idiotès, chiusura). Quindi, il dialogare non è un optional per la persona, è il suo modo di essere e di vivere. In questo senso, quanto più grande è la capacita di dialogo e più universale lo spazio del dialogo più la persona è se stessa. Senza dimenticare che il dialogo ha una sua propria ascesi, quella del “farsi uno” con l’altro che esige il nulla di noi per poterlo accogliere pienamente. Qui viene in rilievo quella “educazione al difficile” di cui abbiamo parlato prima, che trova un impulso essenziale nel mistero di Gesù crocifisso e abbandonato. Chiara Lubich ha parlato di dialogo a 360 gradi. Con ciò intendeva il rapporto nell’amore che ogni cristiano dovrebbe avere con gli appartenenti alla sua stessa chiesa, con quelli con cui condivide la fede cristiana, con quelli con cui condivide la fede nella divinità, con quelli con cui condivide lo zelo per costruire una società più giusta, anche se non basano questo suo impegno in un particolare riferimento religioso, e infine con tutti gli uomini impegnati nel fare una cultura veramente degna dell’uomo. Chiara, riferendosi in modo particolare al dialogo ecumenico, sostiene che sul fondamento del battesimo, della vita della Parola e di altre grazie che ci vengono elargite da Dio, il dispiegarsi concreto dell’amore scambievole potrebbe portare dei frutti meravigliosi16. Vivere dialogando a 360 gradi è un modo di vivere da persone ad immagine della Trinità. Questo ci pone davanti ad un massimo d’identità a doppio taglio: ontologico, perché spinge la persona-essere-relazionale a dare il tutto di sé nella più grande universalità; trascendente, perché ci permettere di istaurare costantemente e con chiunque rapporti trinitari, scorgendo, fuori dagli spazi prettamente ecclesiali, gli infiniti semi del Verbo donati dallo Spirito.

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C. LUBICH, La spiritualità dell’unità cit., p.20.

CURIA METROPOLITANA Conclusione Un progetto educativo che voglia essere tale non può non tendere a suscitare persone così. Questo vuol dire educare nella verità: educare la persona, uomini-mondo, veri cittadini del mondo. In concreto, questo sarà possibile se prima di tutto ci impegniamo a costituire autentiche comunità educative dove i rapporti basati sull’amore scambievole siano reali, dove ci sia la comunione al di sopra di tutto, dove ognuno possa essere strumento dell’Amore di Dio per l’altro, dove nessuno sia lasciato solo, dove la libertà -che non scarta l’autorità concepita nel suo senso vero di augere=far crescere- sia la norma del dinamismo relazionale, dove si sperimenti la socialità autentica come antidoto al neoindividualismo, dove ci sia un Unico Maestro, Gesù in mezzo tra educatori ed educandi, che istaura la reciprocità vera sulla quale si basa ogni educazione degna di questo nome. Ovviamente, la prima comunità educativa è la comunità ecclesiale. Si tratta, allora, come dice la NMI di «fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione»(n. 43). Afferma Chiara: «L’impegno di mettere alla base della vita cristiana la realizzazione del comandamento nuovo di Gesú, concorre a stabilire ovunque nella Chiesa quei rapporti trinitari che rendono la Sposa di Cristo più una e più bella. Essa può così diventare pienamente ciò che essa già è per la grazia della fede e dei sacramenti, soprattutto dell’Eucaristia: presenza del Cristo risorto nella storia, presenza del Cristo che rivive in ciascuno dei suoi discepoli e in mezzo ad essi»17.

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C. LUBICH, La spiritualità dell’unità, cit. pag. 19.

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D OCUMENTI

E

V ITA

DELLA

C HIESA

DI

B ARI -B ITONTO

CURIA METROPOLITANA Settore Laicato. Consulta Aggregazioni laicali

Il convegno su santa Luisa de Marillac

Il Convegno “S. Luisa: donna profeta dagli orizzonti senza confini”, che si è svolto a Bari il 22 novembre 2009 nella Sala Tridente della Fiera del Levante, ha riscosso grande successo per la numerosa partecipazione, ma anche per i messaggi che sono stati trasmessi dai relatori, preparati e animati da passione vincenziana. L’evento, organizzato nell’ambito delle celebrazioni programmate per il 350° anniversario della morte dei santi Fondatori Vincenzo de Paoli e Luisa de Marillac, è stato promosso dalla FAMVIN (famiglia vincenziana), per ravvivare lo spirito e riaffermare l’attualità dell’opera vincenziana, in particolare nella nostra Regione. Padre Luigi Napoleone ha introdotto il Convegno con la preghiera allo Spirito Santo, mentre Annamaria Fedele, responsabile dei GVV Puglia, ha salutato i partecipanti con l’auspicio che il Convegno sia ricco di buoni frutti. Ha moderato l’incontro padre Biagio Falco, visitatore dei Missionari Vincenziani della provincia di Napoli, sollecitando i presenti a cogliere nella vita e nelle opere di santa Luisa e san Vincenzo l’invito ad impegnarsi nelle opere sociali ponendo l’attenzione all’uomo e cercando di operare in vista dei vantaggi morali e spirituali, che possono migliorarne le condizioni di vita. Molto coinvolgente ed efficace nella sua presentazione è stata la relazione di suor Maria Rosaria Matranga, visitatrice delle Figlie della Carità per il centro Sud, che ha descritto la figura di Luisa, proclamata Patrona delle assistenti sociali cattoliche da papa

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Giovanni XXIII nel 1960, evidenziando il profondo impegno in favore dei molteplici volti della miseria. Luisa, nella vita bambina sfortunata, figlia illegittima, non ha avuto la gioia di conoscere sua madre; suo padre, Luigi De Marillac, le diede sì la possibilità di essere educata nel rinomato educandato tenuto dalle Domenicane del monastero reale di Poissy, di cui faceva parte la zia Luisa, ma solo fino all’età di undici anni, poiché egli morì. Comunque questi anni di formazione lasciarono in Luisa una buona impronta, anche dal punto di vista interiore, di cui farà tesoro quando tornò a Parigi in un modesto pensionato, dopo la morte del padre. Il desiderio più grande di Luisa era di diventare suora in una delle congregazioni più austere del suo tempo, le Cappuccine, ma anche questa aspirazione le sarà negata, a causa della salute troppo fragile e, poiché a quei tempi era impensabile che una ragazza potesse vivere da sola, non le restava che accettare a malincuore il matrimonio che i suoi avevano combinato per lei con Antonio Le Gras, legato come i Marillac all’ambiente vicino alla regina Maria de’ Medici. Luisa, moglie affettuosa, madre di un figlio che le procurava molte preoccupazioni, tormentata nello spirito, poteva considerarsi anch’essa utente dei servizi sociali. L’incontro con Vincenzo de Paoli rappresenterà per lei la luce che farà chiarezza in un periodo di tante incertezze e smarrimento della sua vita; la loro collaborazione durerà trentasei anni, aprendo nuove prospettive nella vita di entrambi, di tante persone e nella storia della Chiesa. Vincenzo la prepara ad animare le Dame della Carità fondate nel 1617. Luisa ha tratto dalle difficoltà della sua vita la forza ed il coraggio di dedicarsi agli emarginati della società della sua epoca, rivolgendosi in particolare alla cura dei più deboli, i bambini, il cui abbandono davanti alle porte delle chiese e dei conventi rappresentava il dramma dominante nella Francia del 1600; bambini che spesso morivano o venivano affidati a gente senza scrupoli. Il suo progetto più ambizioso fu la deistituzionalizzazione degli interventi, affidando i bambini a famiglie, scelte dai parroci e, visitate stabilmente dalle Dame, dove avrebbero potuto avere cure, formazione umana e professionale, per giungere all’autopromozione. Suor Maria Rosaria afferma: «Luisa mi ha aiutato a capire l’opera degli assistenti sociali, il processo di promozione, la gestione delle

CURIA METROPOLITANA risorse, i servizi: Luisa ha attuato il cambio sistemico, eppure non ha frequentato nessun corso di assistente sociale». Luisa innamorata di Dio colse la passione per l’uomo, convinta che l’uomo è un valore dotato di potenzialità, di scelte creative; Essa operò seguendo tre fasi:1) Lettura attenta del bisogno e del territorio; 2) organizzazione del piano d’intervento; 3) coinvolgimento di tutta la rete sociale. Cosa noi possiamo fare oggi alla luce degli insegnamenti che ci ha lasciato? Vincere l’indifferenza tanto diffusa, lavorare in rete perché insieme è più proficuo che da soli e, dopo un’attenta osservazione dei bisogni del territorio, attivare quelle strategie che consentono la promozione delle fasce sociali più deboli e, aggiunge padre Biagio, passando dal concetto dell’assistenza a quello della sussidiarietà. Prende la parola il dottor Giuseppe De Robertis, presidente dell’ordine degli assistenti sociali, affermando che è difficile oggi operare nel sociale, in quanto le scarse risorse a disposizione vanno ottimizzate, il che comporta l’esclusione di persone bisognose e di conseguenza la difficoltà di operare una scelta a scapito di altri. Risorse da moltiplicare, perciò, senza il pensiero etico rispetto all’azione, la povertà resta sempre, perché forse non si agisce a livello di cambiamento, occorre sviluppare l’alterità per scoprire una dimensione più umana: la dimensione relazionale. Aggiunge che per definizione il servizio sociale dev’essere di apertura, di superamento, senza pregiudizi o paure verso il “diverso”, che sterilizzano l’idea di crescita; bisogna, invece, far sì che si “aggiunga l’ altro”, perché le risorse si moltiplichino: l’aiuto è un processo di esplosione, di crescita, prima personale, per giungere ad un cambio di sistema. L’integrazione sociale è necessaria per costruire una comunità solidale; bisogna pensare ad un impegno per attivare coesione sociale e integrazione, che superi il concetto di tolleranza, che aiuti ciascuno ad essere parte attiva nel costruire la società, facendoci guidare dalla carità che condivide la passione di Dio che è l’unica: l’uomo. Sostiene, inoltre, che gli interrogativi etici che più c’interpellano in questo momento sono tre:

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- il fenomeno della clandestinità e relative politiche di respingimento - il sistema penitenziario, carente nelle strutture e nella riabilitazione - il sistema previdenziale, manchevole di assistenza domiciliare integrata, asili nido ecc...

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Egli sottolinea che la nostra Regione ha sì approvato il nuovo Piano sociale, che va in questa direzione, ma ricorda anche che sono politiche messe in atto come mere prestazioni sociali, dove manca l’attenzione alla persona, il dialogo e, a questo proposito, fa notare come può influire il terzo settore, chiamato in causa sulle politiche sociali, sia in termini di programmazione, che nell’attuazione dei piani di zona, in quanto portatore di valori sociali, di attenzione e di cura alla persona, affinché il potere non diventi dominio, cura che insegna a non commettere errori, a trovare nuove energie e risorse. A questo punto ci racconta la storia dei diciassette cammelli: «c ‘era una volta un padre che aveva lasciato ai suoi figli in eredità diciassette cammelli, specificando nel suo testamento che la metà dell’eredità la destinava al figlio maggiore, un terzo al secondo e, al terzo figlio, un solo cammello; poiché coi diciassette cammelli il conto non tornava, questi litigavano in continuazione senza trovare un accordo. Passò da lì un viandante che, dopo aver ascoltato la storia, pur di dirimere la lite, offrì il suo cammello, in modo da rendere possibile la ripartizione coi diciotto cammelli. A questo punto il primo figlio ebbe la metà, cioè nove cammelli, il secondo figlio ne prese sei, cioè un terzo, invece il terzo figlio un solo cammello. Rimaneva un cammello, così il viandante si riprese il suo!». Morale: per dividere bisogna aggiungere. Conclude ricordandoci che le virtù evangeliche, soprattutto in questo momento, ci invitano ad alzare la voce, a non nasconderci dietro ipocriti concetti d’immoralità, ma piuttosto a seguire l’esempio del cireneo, del samaritano, che c’invitano a mettere la spalla sotto la croce degli altri. Padre Salvatore Farì ci ha esaltato con la descrizione della esperienza spirituale di Luisa, del suo percorso di vita che, in un completo abbandono alla volontà di Dio, l’ha portata a dedicarsi ai poveri e agli emarginati dando vita alla Compagnia delle Figlie della Carità. Per noi cristiani la spiritualità significa vivere la carità secondo lo Spirito di Gesù, spirito che ci deve condurre progressivamente a

CURIA METROPOLITANA lasciarci plasmare, così come Gesù stesso si lasciò plasmare, azione che coinvolge tutta la persona e si fa amore per gli altri. In quest’ottica è collocata la figura di Luisa, le cui tappe fondamentali della vita sono: fino al mese di maggio 1629, quando decide di dedicarsi al servizio dei poveri; dal 1629 al 1633 collabora con san Vincenzo nella fondazione e organizzazione della Compagnia delle Figlie della Carità; fino al 1660, anni in cui vivrà contagiando molte persone della sua spiritualità. Luisa legge ed approfondisce i libri sacri, la Bibbia, senza avere la pretesa di essere esegeta o teologa; s’impegna solo a mettere alla luce la Parola di Dio. L’incontro con Vincenzo de Paoli le farà comprendere che è il linguaggio dello Spirito Santo che genera la Parola, che va annunciata e vissuta e soprattutto che i poveri sono la vera Parola di Dio. Attraversa la notte del dubbio, da cui viene liberata dalla luce di Pentecoste il 4 giugno 1623 e comprende la sua vera missione di servire il prossimo, liberandosi dalle incertezze che l’assillavano. L’intensa attività di Luisa non l’allontana da Dio, per converso, la completa: in quanto “donna piena di Dio” rivolge questo dinamismo d’amore verso i fratelli, vero esempio di mistica dei poveri, esperienza dell’invisibile nel visibile. Tutta l’esistenza di Luisa è rivolta a fare la volontà di Dio e ad onorare le Persone della SS.Trinità, così come è altrettanto convinta che la realizzazione della vita cristiana dipende dal modo con cui ci disponiamo ad accogliere l’azione dello Spirito Santo. Il convegno è stato molto incisivo su tutte le tematiche della vita spirituale di santa Luisa; di particolare interesse è risultata la parte relativa all’apertura al lavoro di rete, metodologia che Luisa aveva già intuito nel 1600, e alla collaborazione con altre realtà, per meglio operare (cambio sistemico), motivo per cui risulta indispensabile una pianificazione dei progetti, unitamente con gli altri enti deputati al servizio ai più bisognosi: enti pubblici e privati, associazioni, assistenti sociali, questi ultimi presenti numerosi al convegno, e, in primis, i destinatari dei servizi.

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Possiamo concludere affermando che il convegno ha messo in evidenza la profezia di santa Luisa e di san Vincenzo alla luce della fede, che ci fornisce un profilo pedagogico, culturale, spirituale attualissimo ai giorni d’oggi. Le volontarie vincenziane di Bari e i giovani dell’Associazione Mariana hanno partecipato assicurando assistenza durante il convegno, fornendo materiale informativo aggiornato sulla vita e le opere dei nostri santi fondatori, che ciascuno ha potuto leggere e portare con sé. Numerosa la presenza delle Figlie della Carità. Abbiamo ottimizzato un piccolo investimento a disposizione, in termini economici, ma possiamo dire d’aver raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefisso, per quanto riguarda i contenuti e le risorse umane, così come anche il coinvolgimento di altre associazioni e di “simpatizzanti” della nostra Associazione. Il convegno si è concluso con la concelebrazione eucaristica presieduta da mons. Domenico Ciavarella, vicario generale della diocesi di Bari-Bitonto, che ha posto degno suggello alla riuscita della giornata. Giovanna Gadaleta, GVV BARI Bartolo Cosmai, Ass. Mariana

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CURIA METROPOLITANA Settore Laicato. Ufficio Famiglia

Il convegno diocesano “Preparazione ed accompagnamento delle famiglie e dei battezzandi”

Il giorno 7 novembre 2009 si è tenuto presso la Casa del clero un convegno sulla situazione diocesana in merito alla preparazione al sacramento del Battesimo e all’accompagnamento, successivo al sacramento, delle famiglie dei battezzati. Il convegno ha visto la partecipazione di circa 60 operatori pastorali provenienti da 30 parrocchie dell’arcidiocesi. Dopo la preghiera iniziale, il ringraziamento e i saluti ai partecipanti da parte dei direttori dell’Ufficio Famiglia, il convegno è stato incentrato sulla relazione I genitori di fronte al battesimo dei figli – Preparazione, mistagogia, educazione alla fede, tenuta da mons. Vito Angiuli, pro-vicario generale della diocesi. La relazione ha affrontato la tematica in oggetto partendo dal contesto socio-culturale di riferimento, definendo l’orizzonte pastorale attraverso alcune domande, ed individuando un percorso da seguire attraverso tre momenti: a) celebrare il Mistero; b) credere il Mistero; c) vivere il Mistero. La parte finale della relazione conteneva alcune indicazioni operative. Di seguito dalla relazione si riporta un passaggio significativo: …pastorale battesimale come una dimensione della “ pastorale mistagogica”

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Nella prospettiva della pastorale mistagogica la distinzione tra pastorale pre-battesimale e pastorale post-battesimale dovrebbe essere superata perché si tratta sempre di un’azione educativa, sviluppata in modo sinergico dalla “Chiesa domestica” e dalla comunità Chiesa parrocchiale, come conseguenza dell’iniziazione cristiana dei genitori (già vissuta sacramentalmente, ma sempre da rivivere esistenzialmente) e dell’attuazione della grazia del sacramento del matrimonio. In altri termini, si tratta di un’azione educativa che viene “dopo” l’iniziazione cristiana dei genitori e dopo la celebrazione del sacramento del matrimonio. Il punto di partenza, pertanto, non è il sacramento del battesimo che il bambino deve ricevere, ma la grazia dei tre sacramenti dell’iniziazione cristiana e del sacramento del matrimonio che i genitori hanno già ricevuto.

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Successivamente ci sono stati diversi interventi; alcuni di richiesta di chiarimento sulla relazione, altri di messa in comune di come viene vissuta la preparazione al battesimo in alcune comunità parrocchiali; infine due interventi programmati hanno riferito sulle esperienze maturate in due comunità parrocchiali della diocesi: la parrocchia S. Giuseppe in Bari e la Cattedrale. La due esperienze, ritenute significative per lo sforzo di approfondimento sulla tematica, sono il frutto di una riflessione effettuata nelle due comunità e finalizzate alla definizione di un percorso per la preparazione dei genitori dei bambini che si apprestano a ricevere il sacramento del battesimo. La prima esperienza presentata, rappresentativa di molte realtà parrocchiali, consiste in un numero limitato di incontri, generalmente 3, che viene vissuta da parte dei genitori come un momento funzionale al ricevimento del sacramento. L’attenzione della comunità parrocchiale e per essa degli operatori pastorali è, invece, rivolta principalmente a trasmettere ai genitori che di fatto poco frequentano e che hanno un rapporto labile con la parrocchia, l’immagine di una comunità attenta, accogliente e premurosa, anche attraverso la delicatezza delle persone che operano a riguardo; impostare gli incontri catechetici con lo stile da “primo annuncio”, senza alcun giudizio sulla loro fede, ma cercando di andare subito all’essenziale della fede cristiana, presentata come graduale immersione nella persona e nella storia terrena di Gesù Cristo, storia imi-

CURIA METROPOLITANA tabile dall’uomo contemporaneo, con tutte le difficoltà che tale scelta richiede; cura della celebrazione del Battesimo; tentativo di introdurre i genitori in un gruppo famiglia, già esistente, di giovani coppie. Per la seconda esperienza, esiste una vera e propria preparazione alla somministrazione del sacramento e un percorso di accompagnamento delle famiglie dopo il battesimo del piccolo; tale accompagnamento è vissuto sotto forma di incontri, a frequenza quindicinale, il cui obiettivo principale è quello di mettere in relazione le singole famiglie attraverso la comunicazione di esperienze vissute nella vita quotidiana e insieme approfondire la Parola di Dio. Gli incontri effettuati prima della liturgia tendono a far prendere coscienza ai genitori del loro essere cristiani e dell’importanza del sacramento con domande del tipo: perché state chiedendo il Battesimo per vostro figlio?, chi è Gesù?, come seguirlo?. Gli operatori pastorali preposti alla formazione mettono in evidenza come si può provare ad immergere la propria vita in quella di Cristo attraverso i sacramenti. Dopo la celebrazione del sacramento, le famiglie dei battezzandi vengono accolte dalle altre famiglie facenti parte del gruppo delle giovani coppie, ossia uomini e donne, che stanno vivendo una fase della loro vita analoga alla loro, quindi una condivisione di problematiche di vita quotidiana. Al termine dei lavori, si possono rappresentare alcune conclusioni del convegno che si ritiene possano essere utile strumento di riflessione e di approfondimento per le comunità parrocchiali: È utile ed opportuno mettere in evidenza il senso di appartenenza ad una comunità di riferimento che è premurosa e che accoglie nel proprio grembo materno. Esiste una necessità di collegare l’azione pastorale che si svolge in preparazione al Battesimo con il cammino che la comunità parrocchiale sta facendo. La continuità tra il pre- ed il post-battesimo rappresenta un obiettivo da raggiungere.

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La comunità può e deve aiutare gli sposi a percorrere un cammino di riscoperta della propria fede incominciando dalla preparazione al matrimonio della coppia, che vuole costruire un progetto di vita comune, accompagnandoli senza interruzioni. La casa diventi per i bambini la prima aula di catechesi in cui ci siano momenti continui di confronto con la Parola di Dio e con la figura di Cristo. I direttori dell’Ufficio Famiglia

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CURIA METROPOLITANA Ufficio Catechistico e Ufficio Famiglia

Incontri di formazione 11 e 12 gennaio 2010

Presso l’aula “Mons. Mariano Magrassi” in Bari, nei giorni 11 e 12 gennaio 2010 dalle ore 18,30 alle ore 20,30 si sono tenuti degli incontri di formazione per i catechisti e per gli operatori della pastorale della famiglia. Si sono tenute le seguenti relazioni e testimonianze: Relazione di mons. Angelo Latrofa - Direttore Ufficio Catechistico: Genitori e catechisti insieme, come comunità educante, per vivere la centralità della domenica. Relazione di don Maurizio Lieggi e sr. Cristina Alfano: Vangelo e bellezza: evangelizzare attraverso l’arte e la musica. Testimonianza della catechista signora Enza Anelli della parrocchia S. Maria del Carmine di Noicattaro. Testimonianza della mamma signora Rosa Dibari della parrocchia S. Maria del Carmine di Noicattaro. Mons. Angelo Latrofa ha ricordato l’obiettivo pastorale proposto dall’Arcivescovo a tutta la diocesi per quest’anno: La centralità della domenica nel cammino della iniziazione cristiana: l’impegno dei genitori e dei catechisti. Tale proposta nata dalla constatazione che molti fanciulli e ragazzi che frequentano l’incontro di catechesi settimanale non partecipano alla celebrazione eucaristica domenicale, richiede alle comunità, ai catechisti e alle famiglie un momento di riflessio-

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ne al fine di cercare possibili soluzioni e proporre orientamenti pratici. Il relatore ha sostenuto che le comunità parrocchiali sono chiamate, da un lato, a creare una più forte collaborazione educativa tra genitori e catechisti per orientare il cammino catechistico all’incontro celebrativo domenicale e, dall’altro, a sostenere l’impegno dei genitori e dei catechisti perché il giorno del Signore diventi «autentica scuola, palestra di vita, continua immersione nella circolarità pedagogica dell’anno liturgico, cammino per crescere nella conoscenza del mistero di Cristo, e sperimentare l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità del suo amore» (XXIV Congresso Eucaristico Nazionale, Senza la domenica non possiamo vivere, Linee teologico-pastorali per una catechesi mistagogica sulla domenica, EDB, Bologna 2004, n. 16). Mons. Latrofa ha proposto alcuni impegni ai genitori ed ai catechisti perché l’assemblea eucaristica domenicale sia il contesto vitale e sicuro dell’irradiazione e della comunicazione della fede. I genitori e i catechisti devono educare i fanciulli e i ragazzi a custodire la domenica. I genitori ed i catechisti devono adoperare ogni strategia ed impegnare ogni energia per educare i fanciulli ed i ragazzi a conoscere l’Eucaristia. La presenza dei genitori e dei catechisti alla celebrazione eucaristica domenicale sarà di fondamentale importanza per i fanciulli e i ragazzi perché imparino a vivere il rito liturgico. I genitori ed i catechisti devono educare i fanciulli ed i ragazzi a vivere secondo la domenica, in modo da realizzare l’unità tra annuncio, celebrazione e vita. Mons. Latrofa ha concluso dicendo che la celebrazione eucaristica domenicale deve diventare per tutti scuola di vita e sorgente di missione. La catechista signora Enza Anelli nel suo intervento ha detto che l’Eucaristia domenicale è un bisogno, una necessità vitale dalla quale non si può evadere e da cui attingere energie per le nostre attività quotidiane ed ha invitato i catechisti a vivere in prima persona l’Eucaristia domenicale per dare testimonianza dell’amore di Gesù e «per l’umanizzazione profonda dei nostri rapporti, della nostra vita e di quella del mondo». La mamma signora Rosa Dibari nel suo intervento ha paragonato l’esperienza eucaristica all’innamoramento adolescenziale ed ha detto che la celebrazione eucaristica domenicale è diventata un’esigenza di vita per tutta la sua famiglia: «è questo un appuntamento

CURIA METROPOLITANA al quale non manco perché è parte integrale, e sottolineo integrale, del mio essere cristiana. Non è domenica per me se non partecipo a messa e non perché sia un’abitudine o una routine ma per profonda convinzione progressivamente maturata». Don Maurizio Lieggi, dopo aver sottolineato l’urgenza, il bisogno e la costanza nell’annunciare oggi il Vangelo attraverso un nuovo slancio missionario, ha parlato della via della bellezza come mezzo di comunicazione della fede e come risposta della Chiesa alle sfide del nostro tempo. Don Maurizio ha insistito sul potere dell’arte e sulla necessità di evangelizzare oggi attraverso l’arte visiva, l’arte sonora e l’arte corporea. Don Maurizio ha infine proposto di fare catechesi con l’arte attraverso la dinamica del vedere, ascoltare, sentire, capire, meditare. Agli incontri di formazione hanno partecipato con attenzione ed interesse costante duecentotrenta catechisti ed operatori pastorali della famiglia. A cura dell’Ufficio Catechistico Diocesano

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Mons. Angelo Latrofa

Genitori e catechisti insieme, come comunità educante, per vivere la centralità della domenica

1. L’obiettivo pastorale proposto dall’Arcivescovo

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L’obiettivo pastorale, «La centralità della domenica nel cammino della iniziazione cristiana: l’impegno dei genitori e dei catechisti», proposto dall’Arcivescovo a tutta la diocesi per quest’anno pastorale, è sollecitato da una constatazione e dall’intento di perseguire un obiettivo. La constatazione, maturata durante la Visita pastorale, che molti fanciulli e ragazzi che frequentano l’incontro di catechesi settimanale non partecipano alla celebrazione eucaristica domenicale, richiede un momento di riflessione sul difficile problema al fine di cercare possibili soluzioni e proporre orientamenti pratici. Questa indicazione pastorale dell’Arcivescovo sulla centralità della domenica nella vita cristiana è una proposta costante in alcuni documenti pastorali della Chiesa. La nota dell’Ufficio Catechistico Nazionale per l’accoglienza e l’utilizzazione del Catechismo della CEI parla della domenica come meta ultima e momento privilegiato dell’azione educativa dei fanciulli e dei ragazzi: «La meta ultima verso cui tende l’azione dei catechisti e degli educatori, è disporre i fanciulli e ragazzi a fare del mistero eucaristico la fonte e il culmine della loro esistenza cristiana. Ogni volume del catechismo propone le linee di una catechesi per la piena, consapevole e attiva partecipazione allo svolgimento dell’anno liturgico nella comunità e alla celebrazione dei sacramenti della Chiesa. I tempi forti sono presentati con chiarezza nello sviluppo degli itinerari e consentono di collegare la catechesi alla liturgia, in particolare al giorno del Signore… La domenica è giorno da vivere e da far vivere ai fanciulli e ragazzi come il giorno dell’assemblea liturgica, del riposo, dell’accoglienza nella carità, della anticipazione festosa del Regno che il Signore ha preparato per i suoi. È

CURIA METROPOLITANA il giorno dell’ascolto della Parola e della conversione, del perdono e dell’accoglienza reciproca, del servizio fraterno e verso i poveri. Per questo verso la domenica deve convergere l’intera settimana, la catechesi feriale e la vita della comunità. Il giorno del Signore diviene allora giorno della comunità e della missione, momento privilegiato dell’azione educativa, per crescere nella comunione di Cristo e della Chiesa» (Ufficio Catechistico Nazionale, Il catechismo per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, 1991, n. 20). La centralità dell’Eucaristia e del giorno del Signore è uno degli elementi significativi della proposta pastorale fatta dal Santo Padre Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte: «Occorre insistere in questa direzione, dando particolare rilievo all’Eucaristia domenicale e alla stessa domenica, sentita come giorno speciale della fede, giorno del Signore risorto e del dono dello Spirito, vera Pasqua della settimana» (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 2001, n. 35). I vescovi italiani negli orientamenti pastorali affermano che «La comunità cristiana potrà essere una comunità di servi del Signore soltanto se custodirà la centralità della domenica» (Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 2001, n. 47). L’Ufficio Catechistico Nazionale nella nota pastorale sulla formazione dei catechisti nella comunità cristiana sottolinea che «La celebrazione dell’eucaristia della domenica è punto di arrivo di un cammino catechistico e punto di partenza di un cammino mistagogico, che introduca al mistero di Cristo, procedendo dal visibile all’invisibile, dal significante a ciò che è significato. Essa esige gradualità e necessita di essere a misura delle persone, perché l’iniziazione avviene per gradi e tappe» (Ufficio Catechistico Nazionale, La formazione dei catechisti nella comunità cristiana, 2006, n. 7). L’obiettivo pastorale dell’Arcivescovo sulla centralità della domenica si pone nell’orizzonte della pastorale mistagogica che chiede di collocare al centro della vita delle nostre comunità il mistero di Cristo e di «passare da una pastorale che prepara ai sacramenti a una pastorale di progressivo inserimento nel mistero» (Libro del Sinodo, n. 7). «Il mistero di Cristo, nel quale è assunta e concentrata

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l’intera storia della salvezza, viene celebrato nelle domeniche dell’anno liturgico. Il giorno del Signore diventa così autentica scuola, palestra di vita, continua immersione nella circolarità pedagogica dell’anno liturgico, cammino per crescere nella conoscenza del mistero di Cristo, e sperimentare l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità del suo amore» (XXIV Congresso Eucaristico Nazionale, Senza la domenica non possiamo vivere, Linee teologicopastorali per una catechesi mistagogica sulla domenica, EDB, Bologna 2004, n. 16).

2. La domenica e la vita della famiglia

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Se consideriamo il rapporto tra la domenica e la vita della famiglia cristiana dobbiamo dire che la domenica è il giorno della famiglia cristiana, è il giorno in cui la famiglia si ritrova e si ricompone per rafforzare le ragioni della sua vocazione all’amore e della sua particolare missione, cioè essere Vangelo fattosi carne. «Preziosi sono [alcuni] elementi che si riscontrano nella vicenda dei martiri di Abitene [cittadina dell’Africa proconsolare dove nel 304 d. C. furono uccisi per la fede 49 cristiani], che si riferiscono al tema della “casa”. È significativa la notizia che l’arresto dei martiri avviene nella casa di Ottavio Felice durante la celebrazione del dominicum, e che altre celebrazioni si erano tenute nella casa di Emerito. La casa è luogo dove si svolge la vita quotidiana, ma è anche l’ambiente vitale dove si impara a conoscere, celebrare e vivere il dominicum. Ugualmente importante è il riferimento al modo di intendere e di vivere le relazioni familiari. Sotto questo profilo, utili indicazioni vengono dalla narrazione del martirio della vergine Vittoria e del piccolo Ilarione, figlio minore del presbitero Saturnino. Vittoria non cede alle lusinghe del fratello Fortunaziano, convinta che i veri fratelli “sono quelli che osservano i precetti del Signore”. Ilarione, seguendo l’esempio degli altri membri della famiglia che, prima di lui, avevano subito il martirio, dichiara: “Sono cristiano, e di mia volontà ho partecipato all’assemblea con mio padre e i miei fratelli”. Questi riferimenti richiamano l’importanza, anche per il nostro tempo, della famiglia cristiana, “Chiesa domestica” e del suo insostituibile compito di essere la “prima cellula” della società e della

CURIA METROPOLITANA Chiesa, luogo di educazione e di crescita della fede» (XXIV Congresso Eucaristico Nazionale, op.cit., n. 4). Infatti, la partecipazione alla celebrazione eucaristica domenicale e alla vita della comunità rafforza il cammino di fede dei genitori e arricchisce la vita delle famiglie cristiane. La celebrazione dell’Eucaristia arricchisce la vita della famiglia perché la educa a sentirsi parte di una comunità, ad aprire i suoi orizzonti sul vissuto di altre famiglie. La famiglia viene arricchita perché l’Eucaristia, a cui partecipa, è quel gesto in cui la Chiesa rivive la carità di Cristo. Allora l’amore sponsale, l’amore familiare, l’amore filiale ricevono quella dimensione di totalità, di offerta di sé, di martirio che è propria di Colui che ha donato se stesso per noi. Inoltre, partecipando alla celebrazione dell’Eucaristia, la famiglia pregusta la Liturgia del cielo, si arricchisce di speranza e riceve la forza di camminare da pellegrina nell’attesa del compimento del proprio amore familiare. L’assemblea eucaristica domenicale è, dunque, il contesto vitale e sicuro dell’irradiazione e della comunicazione della fede da parte dei genitori cristiani. Perciò bisogna continuamente promuovere il coinvolgimento dei genitori sia nel cammino del catechismo di iniziazione cristiana, ma soprattutto nel momento della celebrazione liturgica domenicale. «Si tratta - dice don Giancarlo Gozzi - di fare sì che la vita di famiglia si ambienti nell’Eucaristia tanto che questa diventi l’anima di quella e la famiglia espressione della donazione, del servizio proprio di Cristo, anche perché in famiglia lo strumento richiesto maggiormente è il grembiule più che la stola, il servizio più che il potere. È nell’Eucaristia che la famiglia coglie il valore di quel perdersi per salvarsi, di quel ritrovarsi tra le mani una vita in dono dopo che si è donata la propria, di quell’uscire da sé per andare incontro alla persona amata, di quell’aprire le porte del proprio amore e della propria casa a chi ha bisogno delle cure di affetto, di perdono, di comprensione. Mi pare che si possa ritenere che c’è una reciprocità tra Liturgia e famiglia, tra celebrazione dell’Eucaristia e vissuto familiare tanto che la famiglia non può vivere la relazione a tu per tu di tutti i suoi membri se non prende ossigeno dall’Eucaristia. Ma anche la celebrazione dell’Eucaristia manca di un polmo-

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ne se non impara dalla famiglia le modalità proprie dell’amore sponsale e filiale» (Giancarlo Gozzi, La presenza della famiglia nella liturgia della comunità, in Ufficio Nazionale della CEI per la pastorale della famiglia, Famiglia e liturgia, a cura di Domenico Falco e Sergio Nicolli, Edizioni Cantagalli, Siena 2009, p. 135). La famiglia cristiana, nutrita dallo Spirito del Risorto, è il luogo dove si celebra, nella vita, l’Eucaristia della Chiesa, dove si realizza l’unità tra celebrazione e vita, tra fede e storia. Come Gesù «li amò sino alla fine» (Gv 13), così gli sposi sono chiamati dall’Eucaristia domenicale ad amarsi sino alla fine, nello stile di Cristo, donandosi liberamente l’uno all’altro con un amore oltre misura. «La partecipazione della famiglia alla celebrazione eucaristica, dice don Domenico Falco, diventa tempo propizio, momento favorevole nel quale la sua storia quotidiana con le sue vicende, sia liete che tristi, ritrovi un significato e un orientamento. È nella liturgia che la famiglia prende coscienza che anche la sua storia, quando lascia spazio all’agire di Dio, diventa storia di salvezza» (Domenico Falco, Dall’Eucaristia domenicale alla quotidianità della vita familiare, in Ufficio Nazionale della CEI per la pastorale della famiglia, op.cit., p. 151).

3. L’impegno dei genitori e dei catechisti

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Le nostre comunità parrocchiali sono chiamate, da un lato, a creare una più forte collaborazione educativa tra genitori e catechisti per orientare il cammino catechistico all’incontro celebrativo domenicale e, dall’altro, a sostenere l’impegno dei genitori e dei catechisti perché vivano insieme ai fanciulli e ai ragazzi la domenica, definita da Giovanni Paolo II «protesta dello spirito contro l’asservimento del lavoro e il culto del denaro,… momento di intimità tra Cristo e la Chiesa sua sposa» (Giovanni Paolo II, Angelus, 28 marzo 1993). «L’assemblea domenicale, diceva Giovanni Paolo II, è luogo privilegiato di unità: vi si celebra infatti il sacramentum unitatis che caratterizza profondamente la Chiesa, popolo adunato “dalla” e “nella” unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In essa le famiglie cristiane vivono una delle espressioni più qualificate della loro identità e del loro “ministero” di “chiese domestiche”, quando i

CURIA METROPOLITANA genitori partecipano con i loro figli all’unica mensa della Parola e del Pane di vita. Va ricordato a tal proposito che spetta innanzi tutto ai genitori educare i loro figli alla partecipazione alla Messa domenicale, aiutati in ciò dai catechisti, che devono preoccuparsi di inserire l’iniziazione alla Messa nel cammino formativo dei ragazzi loro affidati, illustrando il motivo profondo dell’obbligatorietà del precetto» (Giovanni Paolo II, Dies Domini, 1998, n. 36). a. Educare a custodire la domenica I genitori e i catechisti devono educare i fanciulli e i ragazzi a custodire la domenica giorno della comunità. «Ci riuniamo insieme la Domenica, dicono i Vescovi delle Chiese di Puglia nella Lettera alle famiglie, per incontrare il Risorto che è il Vivente e parla a noi nella proclamazione e nella spiegazione delle Scritture e si comunica a noi nella frazione del pane. Non possiamo vivere senza la Parola di Dio e senza il Pane eucaristico. La celebrazione della santa Messa è un momento di gioia e di festa grande… La comunità cristiana ha bisogno della partecipazione di tutti i suoi membri. L’assenza dalla Messa di un discepolo di Gesù rende più povera la celebrazione, e tutta la comunità ne soffre. La Domenica è il giorno della comunità, oppure – come diceva san Girolamo – “è il giorno dei cristiani, è il nostro giorno!”. Il comune ascolto della Parola di Dio e la comune partecipazione allo stesso Pane eucaristico consentono a tutti quelli che partecipano all’assemblea liturgica di sentirsi comunità, di fare esperienza di appartenenza ad uno stesso corpo: “Noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1 Cor 10, 17)». (Conferenza Episcopale Pugliese, Senza la domenica non possiamo vivere, Lettera alle famiglie, 2003, n. 6). «La vita della parrocchia, dicono i Vescovi italiani, ha il suo centro nel giorno del Signore e l’Eucaristia è il cuore della domenica. Dobbiamo “custodire” la domenica, e la domenica “custodirà” noi e le nostre parrocchie, orientandone il cammino, nutrendone la vita» (Conferenza Episcopale Italiana, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 2004, n. 8).

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Nell’espressione utilizzata dai Vescovi emerge chiaramente che «custodire» significa “non trascurare”, “avere in debito conto” il valore e il significato di una realtà preziosa per il cammino di fede. Nell’antico Israele si era soliti sottolineare questa verità tramandata dai sapienti maestri del popolo eletto: «Non è Israele che ha custodito il sabato ma è il sabato che ha custodito Israele». Così dovremmo dire noi che abbiamo la grazia di vivere e di accogliere nell’Eucaristia, soprattutto quella celebrata la domenica, Pasqua settimanale, la salvezza che Gesù ha realizzato con il suo sacrificio sulla croce e la sua risurrezione: «non è la Chiesa che ha custodito la domenica ma è la domenica, celebrata e vissuta soprattutto con la partecipazione all’Eucaristia, che ha custodito e tiene viva la Chiesa».

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b. Educare a conoscere l’Eucaristia I catechisti, in particolar modo la domenica, sono chiamati a svolgere il compito di mistagoghi, cioè quello di prendere per mano i fanciulli e i ragazzi e condurli all’incontro vitale con Cristo nella celebrazione dell’Eucaristia. La presenza dei genitori e dei catechisti alla celebrazione eucaristica domenicale è di fondamentale importanza affinché i fanciulli e i ragazzi imparino a vivere il rito liturgico come un avvenimento, un’azione che ha Dio per protagonista e in cui viene offerta una salvezza che afferra la persona e la innesta sulla Pasqua di Cristo. L’esperienza celebrativa, che è azione, susciterà nei fanciulli e nei ragazzi emozioni, comportamenti, sensazioni nuove e inedite e insegnerà loro a vivere secondo il mistero celebrato. Conoscere, dunque, l’Eucaristia significa riandare al significato della celebrazione eucaristica così come ci è stato narrato dai Padri della Chiesa; significa edificare una comunità di uomini e di donne capaci di abitare il mistero con stupore, di vivere la celebrazione eucaristica come esperienza di ascolto, di compagnia, di partecipazione al Corpo di Cristo, fino a lasciarsi trasformare dall’azione dello Spirito, fino ad essere totalmente posseduti dal Signore Gesù. Bisogna impegnarsi, diceva Giovanni Paolo II, «in quella catechesi “mistagogica”, tanto cara ai Padri della Chiesa, che aiuta a scoprire le valenze dei gesti e delle parole della Liturgia, aiutando i fedeli a passare dai segni al mistero e a coinvolgere in esso l’intera loro esistenza» (Giovanni Paolo II, Mane nobiscum Domine, 2004, n. 17).

CURIA METROPOLITANA «La comprensione dei riti e delle preghiere, dice l’Arcivescovo, è di capitale importanza per incontrarsi con il mistero di Cristo presente nella Liturgia. La partecipazione attiva, consapevole e fruttuosa al mistero, passa attraverso il rito… Pertanto, la conoscenza dei segni e dei gesti liturgici, come anche delle preghiere, non può essere riservata ai soli specialisti o “amanti della Liturgia”, deve essere necessariamente impegno di ogni cristiano, che vuole partecipare consapevolmente e attivamente alla celebrazione liturgica, e responsabilità della comunità, chiamata a offrire momenti di formazione» (Francesco Cacucci, La mistagogia. Una scelta pastorale, EDB, Bologna 2006, p. 47). Perciò i catechisti devono adoperare ogni strategia ed impegnare ogni energia per l’iniziazione liturgica dei fanciulli e dei ragazzi. c. Educare a vivere secondo la domenica La Domenica, dice Benedetto XVI, «è il giorno in cui il cristiano ritrova quella forma eucaristica della sua esistenza secondo la quale è chiamato a vivere costantemente» (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, 2007, n. 72). L’Eucaristia domenicale costruisce nel tempo e nello spazio persone nuove abitate dal dinamismo del Risorto. Come i credenti si scoprono fratelli nello spezzare il pane della Parola e dell’Eucaristia, così la comunità familiare trova nella celebrazione eucaristica domenicale la forza di costruirsi come comunione profonda di persone, unite non solo dai vincoli del sangue ma anche dalla linfa vitale dell’amore di Dio per la quale i diversi membri formano un unico corpo. L’Eucaristia è, quindi, sorgente dell’amore che si fa storia di salvezza in famiglia poiché plasma e costruisce le relazioni familiari a misura dell’amore di Cristo Sposo rendendole ricolme di perdono, di misericordia, di sostegno ed obbedienza reciproca. «La Messa, sostengono i vescovi delle Chiese di Puglia nella Lettera alle famiglie, non è un’evasione, né una parentesi chiusa in se stessa, ma esprime la vita, con le sue ombre e le sue luci, e cambia la vita alla quale imprime un senso direzionale nuovo, che scaturisce da quella inesauribile sorgente di novità che è la Pasqua del Signore

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Gesù. Per questi motivi la celebrazione eucaristica incomincia con una richiesta di perdono e termina con un comando missionario a vivere in pace e a donare la pace. Si esce dalla Messa cambiati dentro, con la gioia di vivere e con la volontà decisa a continuare a vivere bene e a fare il bene. Così la storia non è mai uguale a se stessa perché vengono riscoperte le ragioni per cui vivere e sperare: la fatica e il riposo, la sofferenza e la gioia trovano senso e orientamento» (Conferenza Episcopale Pugliese, o. c., n. 5). Le categorie della bellezza, della carità, della festa e del riposo connotano il giorno del Signore e sono un invito ai cristiani a «vivere secondo la domenica», a vivere cioè in atteggiamento contemplativo, testimoniale e celebrativo per crescere nella fede, nella carità e nella speranza. Siamo nati nell’annuncio del mattino di Pasqua. Il sussurro spaventato di due donne ha raggiunto i confini della terra. Che bello sarebbe se il giorno di questo annuncio lo riconoscessimo per ciò che realmente è: il primo giorno della nuova settimana, capace di dare sapore a tutti gli altri giorni che lo seguono. L’annuncio della vittoria della Pasqua deve inondare la vita quotidiana della famiglia e donarle la grazia di vivere nei tempi dolorosi della storia con il profumo del giorno di festa. La Domenica è la vita di chi è risorto, la Domenica è la vita di chi anela all’eternità, perciò camminiamo tutti insieme presbiteri, genitori, catechisti, fanciulli e ragazzi verso la «domenica senza tramonto» con grande affetto e intelligenza. La ripetizione rituale del gesto del Signore Gesù riconvoca la famiglia attorno al suo Banchetto, offrendo a ciascuno dei membri la modalità reale per ritrovare il senso di spezzare giorno per giorno la propria vita per le persone amate. Sedendosi ogni domenica alla stessa Mensa della Parola e del Pane e partecipando alla stessa Cena la famiglia cristiana viene educata a sedersi quotidianamente con piacere attorno al tavolo di casa per nutrire la propria vita di amore e diventa capace di rendere grazie della propria esistenza. La celebrazione eucaristica domenicale deve divenire per tutti scuola di vita e sorgente di missione. Essa, mentre ci dispone ad accogliere con fiducia i doni di Dio e a ringraziarlo per questi, ci sollecita a condividere con i fratelli quanto abbiamo ricevuto. Tutto ciò costituisce un ottimo antidoto contro la disumanizzazione e l’indifferenza verso chi vive nella povertà e nel bisogno. Nella preghie-

CURIA METROPOLITANA ra del Padre nostro Gesù ci chiede di diventare noi per i fratelli il segno tangibile di un Dio provvidente e misericordioso, ci chiede di far giungere i suoi doni attraverso le nostre mani. Tutto ciò esige la scelta di vivere una tensione costante per mettere sempre al centro del proprio interesse umano e professionale la persona con il peso della sua storia, della sua sofferenza e dei suoi bisogni.

4. Conclusione Termino il mio intervento consegnando a voi, genitori e catechisti, questi pensieri di papa Giovanni Paolo II: «Posta a sostegno della vita cristiana, la domenica acquista naturalmente anche un valore di testimonianza e di annuncio. Giorno di preghiera, di comunione, di gioia, essa si riverbera sulla società, irradiando energie di vita e motivi di speranza. Essa è l’annuncio che il tempo, abitato da colui che è il Risorto e il Signore della storia, non è la bara delle nostre illusioni, ma la culla di un futuro sempre nuovo, l’opportunità che ci viene data per trasformare i momenti fugaci di questa vita in semi di eternità. La domenica, con la sua ordinaria “solennità”, resterà a scandire il tempo del pellegrinaggio della Chiesa, fino alla domenica senza tramonto. Gli uomini e le donne del terzo millennio, incontrando la Chiesa che ogni domenica celebra gioiosamente il mistero da cui attinge tutta la sua vita, possano incontrare lo stesso Cristo Risorto. E i suoi discepoli, rinnovandosi costantemente nel memoriale settimanale della Pasqua, siano annunciatori sempre più credibili del Vangelo che salva e costruttori operosi della civiltà dell’amore» (Giovanni Paolo II, Dies Domini, 1998, nn. 84 e 87).

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Verbale della riunione del 22 ottobre 2009

Il giorno 22 ottobre 2009, alle ore 9,30 presso il salone della Casa del clero in Bari, si è riunito il Consiglio Presbiterale diocesano, convocato e presieduto dall’Arcivescovo Mons. Francesco Cacucci. Sono presenti: il pro-vicario mons. Vito Angiuli e i vicari episcopali: don Ubaldo Aruanno, mons. Vito Bitetto, mons. Francesco Colucci, mons. Domenico Falco, mons. Angelo Latrofa. Sono assenti: il vicario generale mons. Domenico Ciavarella, don Vito Carone, don Angelo Cassano, don Luciano Cassano, don Enrico D’Abbicco, don Domenico Fornarelli, don Vito Piccinonna, don Francesco Savino, don Gaetano Coviello, don Vito Marziliano, don Nicola Colatorti, don Marino Decaro, don Vittorio Borracci, don Domenico Lieggi, don Vito Rescina, don Nicola Di Bari, p. Leonardo Di Pinto O.F.M., don Mauro Paternoster C.S.S., p. Piergiorgio Taneburgo O.F.M. Cap., p. Francesco Neri O.F.M. Cap., p. Rosario Scognamiglio O.P. All’ordine del giorno: 1. Celebrazione dell’anno sacerdotale: riflessione e proposte (introduce don Giacomo Fazio) 2. Normativa dei matrimoni misti (comunicazione di don Angelo Romita)

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3. Varie ed eventuali Dopo la preghiera dell’Ora Media, l’Arcivescovo comunica lo stato di salute di alcuni presbiteri e ricorda padre Giulio Doronzo e don Lorenzo Ekwe, tornati alla casa del Padre, sottolineando la loro esemplarità nella vita sacerdotale e la loro dedizione alla Chiesa locale. Inoltre l’Arcivescovo presenta mons. Domenico Falco, nuovo membro di diritto del Consiglio in quanto vicario episcopale per la Liturgia e comunica la nomina di padre Leonardo Di Pinto O.F.M., nuovo vicario episcopale per la vita consacrata. L’Arcivescovo chiede il parere al Consiglio per l’incardinazione di p. Giuseppe Spano, religioso clarettiano, presente in diocesi da circa sette anni e attualmente amministratore parrocchiale della parrocchia S. Pio X in Bari. Dopo la testimonianza positiva di alcuni presbiteri, il Consiglio esprime parere favorevole all’unanimità.

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Si passa al primo punto all’o.d.g.: Celebrazione dell’anno sacerdotale: riflessione e proposte. Introduce don Giacomo Fazio, direttore del CDV e membro dell’Ufficio Presbiteri. Don Fazio presenta il tema dell’anno sacerdotale Fedeltà a Cristo, fedeltà del sacerdote facendo riferimento ad alcune parti della lettera di indizione di Benedetto XVI del 16 giugno 2009 sulla spiritualità, i consigli evangelici, la comunione presbiterale, la valorizzazione della corresponsabilità dei laici nella missione della Chiesa, l’imitazione di sacerdoti esemplari, la constatazione di limiti e debolezze. Inoltre don Fazio presenta l’obiettivo di questo anno sacerdotale voluto dal Papa in occasione del 150° anniversario della morte di san Giovanni Maria Vianney: far percepire sempre più l’importanza del ruolo e della missione del sacerdote nella Chiesa e nella società contemporanea. Infine don Fazio presenta alcune proposte dell’Ufficio Presbiteri per vivere questo anno sacerdotale: Programmare un corso di esercizi spirituali per i presbiteri o valorizzare uno dei corsi che si tengono presso l’Oasi Santa Maria di Cassano Murge. Disponibilità di un confessore presso la Casa del clero in Bari. Far conoscere e valorizzare la realtà delle comunità sacerdotali presenti in diocesi. Realizzare il pellegrinaggio ad Ars programmato per la settimana di formazione del clero in ottobre del prossimo anno.

CONSIGLI DIOCESANI Attualizzare le indicazioni della nota pastorale dell’Arcivescovo “Un solo altare, una sola mensa” come segno di comunione presbiterale e pastorale. Seguono i diversi interventi. Don Aruanno ricorda la realtà del gruppo dei familiari del clero che si incontra mensilmente e si impegna a sostenere i sacerdoti con la preghiera e l’affetto e auspica che altri familiari facciano parte di tale gruppo. Mons. D’Urso auspica che oltre a vivere l’anno sacerdotale in diocesi, ci si organizzi per partecipare alla conclusione a Roma a giugno del prossimo anno; inoltre invita a custodire la memoria di sacerdoti esemplari come mons. De Palma. Mons. Falco propone di pubblicare una lettera dei presbiteri ai laici e di valorizzare i presbiteri della diocesi per la celebrazione di novene o per momenti di preghiera e di catechesi. Alcuni (don Lobalsamo, padre Bubbico, don Romita, don Mangialardi, don Trentadue, don Moro, don Gramegna) sottolineano la necessità di incontri di fraternità informali e spontanei, l’importanza di aiutare i laici a riflettere sul dono e sul ministero sacerdotale, la valorizzazione della confessione e della direzione spirituale. La riflessione prosegue sull’adorazione vocazionale diocesana che si realizza da venticinque anni e che fu voluta e organizzata da don Tonino Ladisa come esperienza forte di preghiera per la nascita e il sostegno delle vocazioni. Tale adorazione è partecipata da tanti laici specialmente giovani, presbiteri, consacrati e consacrate ma non vede il coinvolgimento di tutte le parrocchie. Don Domenico Castellano propone che, oltre a partecipare, si può valorizzare lo schema dell’adorazione vocazionale utilizzandolo nelle adorazioni in parrocchia. Don Fazio sottolinea che lo spirito dell’adorazione vocazionale è rimasto lo stesso nonostante qualche modifica nello schema proposto; quest’anno, in occasione del venticinquesimo, ogni mese si inviteranno rispettivamente: i presbiteri, i seminaristi di teologia, i consacrati e le consacrate, le famiglie, i malati. Mons. Colucci propone di valorizzare nella meditazione personale

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e nei ritiri vicariali alcune riflessioni del card. Ballestrero sulla vita sacerdotale e sul curato d’Ars. Don Serio chiede che ci sia più attenzione e stima reciproca tra presbiteri e che ciascuno “adotti” un confratello specialmente se in difficoltà o non molto partecipe nel presbiterio o nei momenti diocesani e vicariali e lo sostenga con la preghiera, con l’amicizia, il consiglio e l’aiuto fraterno. L’Arcivescovo accoglie le diverse riflessioni e proposte e indica che si realizzino soprattutto a livello personale e vicariale in modo da non aumentare gli incontri diocesani o cadere nell’attivismo e nell’emotività di momenti particolari che non incidono nella vita e nel ministero quotidiano del presbitero. Circa l’adorazione vocazionale mensile, l’Arcivescovo ribadisce che è un’esperienza ecclesiale che deve coinvolgere tutti (come l’assemblea diocesana di inizio anno pastorale e la messa crismale); nessuna parrocchia, aggregazione laicale e presbitero può disattendere l’adorazione vocazionale che, se partecipata e vissuta, può aiutare le comunità e le persone a non essere autosufficienti e autoreferenziali ma ad avere un respiro ecclesiale diocesano. Anche in occasione delle visite pastorali, l’Arcivescovo, incontrando i laici, ascolta il loro bisogno di diocesanità che va sempre incrementato.

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Don Angelo Romita presenta una bozza di indicazioni pastorali sui matrimoni misti (cattolico-ortodossi, cattolico-evangelici, islamocattolici) preparato dall’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso e l’Ufficio di cancelleria. Vista la delicatezza e la complessità del tema, si propone di elaborare meglio tale bozza e di attendere una pubblicazione in materia da parte della CEI. Infine don Vito Cicoria, presbitero fidei donum in Sidamo (Etiopia) aggiorna il Consiglio sulla sua esperienza in missione e sulla realtà in cui egli vive, chiedendo il sostegno nella preghiera, la vicinanza del presbiterio e della diocesi e invitando i confratelli a visitare e a trascorrere un periodo nella sua missione. La riunione si conclude alle 12.45 con la preghiera dell’Angelus. sac. Antonio Serio, segretario

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Verbale della riunione del 20 gennaio 2009

Il giorno 20 gennaio 2009, alle ore 19.00, presso il salone della Casa del clero di Bari, regolarmente convocato dall’Arcivescovo di BariBitonto Mons. Francesco Cacucci, si è riunito il Consiglio Pastorale diocesano sul seguente odg: Gli extracomunitari e la Comunità; Povertà e ricchezze dei Migrantes. Sono presenti n. 56 consiglieri, assenti n. 43, giustificati n. 8. Presiede la riunione S.E. Mons. Francesco Cacucci; modera la segretaria del CPD Annalisa Caputo. Dopo la preghiera iniziale e l’approvazione all’unanimità del verbale della seduta precedente, la segretaria presenta il tema in discussione e le modalità con cui si svolgeranno i lavori. L’argomento sarà introdotto mediante i seguenti quattro interventi: presentazione del tema a cura del vicario episcopale per la carità don Dorino Angelillo; analisi della situazione locale a cura di Angela Martiradonna, curatrice del Rapporto sull’immigrazione 2008 Caritas/Migrantes; relazione del presidente CISCAI Michele Portincasa sull’impegno della Caritas diocesana sul tema dell’immigrazione; relazione di don Gianni De Robertis, responsabile della pastorale degli immigrati del Servizio Migrantes.

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Allo scopo di dar voce agli immigrati, oltre ai suddetti quattro interventi, nel corso del dibattito è prevista la testimonianza di Angelita Pascual, una mediatrice linguistico-culturale di nazionalità filippina residente in Italia da oltre vent’anni. Don Dorino Angelillo, pur presentando l’argomento in esame come un approfondimento particolare del tema trattato nella precedente seduta del CPD, ossia le opere-segno della Caritas diocesana, spiega che esso sarà affrontato sia sotto il profilo del servizio della carità, che riguarda prevalentemente l’impegno per l’assistenza e l’integrazione sociale degli immigrati, e sia sotto il profilo pastorale, che richiama il dovere di accoglienza della comunità cristiana nei confronti dei fratelli immigrati. Angela Martiradonna, nel presentare i dati statistici del fenomeno in Puglia si sofferma innanzitutto sullo stretto legame che intercorre tra immigrazione e povertà: il 66% di coloro che si rivolgono alla Caritas oggi sono persone straniere. La condizione di immigrato spesso si trasforma in situazione di indigenza. Sbaglieremmo però se considerassimo tale condizione soltanto sotto il suo aspetto economico. Essa è piuttosto multidimensionale e interessa anche la sfera relazionale. Gli immigrati non chiedono soltanto un aiuto economico per soddisfare i bisogni primari, ma chiedono soprattutto accoglienza e ascolto. Nelle strategie d’aiuto è dunque necessario superare l’ottica dell’emergenza abbandonando forme di intervento basate su un approccio meramente assistenzialistico in favore di altre maggiormente imperniate sulla tutela e promozione dei diritti e sul coinvolgimento attivo degli stessi immigrati. Le situazioni di povertà sono spesso legate a diritti disattesi (non raramente dovuti a percorsi istituzionali discriminatori) o a palesi situazioni di illegalità (come è il caso del caporalato ancora oggi molto diffuso nel nord barese). Alla base di tutto, però, c’è la mancanza di una comprensione vera della realtà degli stranieri in Italia. Tale realtà, per evidenti ragioni culturali, non sempre è facile da capire. Una sua comprensione non potrà mai prescindere da una sua conoscenza diretta, non generica ma specifica per ogni etnia. Le rilevazioni statistiche non bastano. Bisogna scoprire il messaggio che si nasconde dietro le cifre. Da qui l’importanza che va data, anche nell’erogazione dei servizi, al momento dell’ascolto. Del resto, l’obiettivo di ogni autentica politica per l’immigrazione oggi

CONSIGLI DIOCESANI non può essere che quello dell’integrazione e dell’interculturalità. Questo si sta costruendo, anche se a fatica, nel contesto scolastico, che forse è il contesto sociale che più di ogni altro (insieme a quello produttivo) incrocia l’immigrazione ed è costretto a fare i conti con le problematiche ad essa legate. A livello locale gli interventi in questo campo hanno prodotto risultati molto incoraggianti, tanto che la Puglia presenta la percentuale più bassa di dispersione scolastica degli stranieri su base nazionale. Michele Portincasa relaziona sull’impegno della Caritas diocesana in tema di immigrazione. Tale impegno si sviluppa essenzialmente attraverso l’azione del CISCAI (Centro Internazionale di Scambi Culturali e per l’Accoglienza degli Immigrati) che è l’organismo Caritas preposto al servizio di accoglienza e assistenza delle persone immigrate. Richiama la storia dell’ente, le linee pastorali su cui fonda la sua azione, i principali problemi che ha incontrato e incontra, le modalità di intervento, gli strumenti di cui dispone. La relazione scritta è allegata agli atti della presente riunione ed è parte integrante del verbale della seduta odierna. Don Gianni De Robertis richiama l’importanza e la vitalità della presenza delle comunità straniere nella nostra diocesi e di come l’attenzione alle stesse debba essere ormai considerato un elemento qualificante dell’azione pastorale della nostra Chiesa locale e di ogni comunità parrocchiale. A questo proposito, ribadisce che il compito principale della comunità cristiana non è tanto quello (pur necessario) di dare assistenza a chi ha bisogno, quanto quello di esser capaci di dare accoglienza e ascolto. Si tratta in fondo di saper guardare allo straniero con gli occhi del Vangelo, riconoscendo nei migranti innanzitutto un soggetto di evangelizzazione. La relazione scritta è allegata agli atti e fa parte integrante del presente verbale. Al termine degli interventi introduttivi, la segretaria dichiara aperta la discussione. Don Dorino Angelillo interviene per ricordare che, oltre ai tanti problemi opportunamente richiamati nelle relazioni introduttive, è doveroso segnalare anche quello della tratta delle donne straniere, su cui sono impegnate in maniera silenziosa le suore.

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Maria Rosaria Salvemini racconta l’esperienza portata avanti da alcuni anni a questa parte dal XII vicariato. Ricorda come il quartiere Japigia di Bari sia uno dei quartieri più interessati al fenomeno dell’immigrazione. Se oggi nel quartiere esiste un campo nomadi attrezzato esso è anche il frutto dell’impegno delle parrocchie del territorio che non solo hanno fronteggiato l’emergenza ma hanno contribuito a trovare soluzioni adeguate alle esigenze di migliori condizioni di vita da parte della comunità rom. Le iniziative sono state numerose. Ad esempio, per tre anni (i primi due con il sostegno economico dell’intero vicariato e l’ultimo a carico della sola comunità di S. Sabino) un capo famiglia del campo ha fatto il sacrista presso la parrocchia S. Sabino. Negli anni la società civile si è fatta promotrice di alcuni importanti iniziative in favore della comunità rom, che vanno dalla sistemazione logistica del campo ai progetti per l’integrazione scolastica e l’inserimento lavorativo. Riguardo alla sistemazione logistica del campo, nonostante sia stato già fatto molto (luce elettrica, acqua, servizi igienici, ecc.), rimane ancora irrisolto il problema degli alloggi che essendo di legno hanno continuo bisogno di essere risistemati o rifatti. Riguardo all’integrazione scolastica, riferisce che al momento sono attivi alcuni volontari che danno assistenza ai bambini oltre l’orario scolastico. A questo proposito lamenta che talvolta gli ostacoli maggiori non sono dovuti al contesto familiare e alle difficoltà della lingua ma ad alcune scelte didattiche come per esempio l’inserimento degli alunni nelle classi in base al solo criterio dell’età e senza considerare il grado di preparazione dei bambini. Per quanto riguarda l’inserimento lavorativo, un risultato importante è dato dalla creazione di una cooperativa di lavoro che si occupa di servizi di giardinaggio, lavori di manutenzione, facchinaggio, ecc. La cooperativa è stata costituita al termine di un percorso formativo finanziato dal comune di Bari. A marzo 2008 sono state acquistate le prime attrezzature e ora si sta pensando di acquistare un grande camion. Questa esperienza ha una valenza fortemente culturale perché con la cooperativa la comunità rom ha scelto la via della legalità accettando un lavoro regolare e ottemperando a tutti gli obblighi di legge (fiscali e contributivi). Nonostante i risultati ottenuti, però, il pericolo è sempre quello di ripiombare nelle vecchie cattive abitudini perché continuano a persistere le vecchie situazio-

CONSIGLI DIOCESANI ni di bisogno. Da questo punto di vista è evidente che non può bastare l’impegno della società civile, ma è necessario il sostegno delle istituzioni. Compito nostro deve essere quello di sollecitarle. Angela Martiradonna, con riferimento all’intervento precedente, precisa che il diritto allo studio, in quanto diritto sancito e tutelato dalla Costituzione, deve essere garantito per legge. Pertanto un dirigente scolastico non può rifiutare l’iscrizione di un bambino anche se figlio di immigrati irregolari; e sarà soltanto il consiglio di classe a poter decidere l’inserimento in classi inferiori ma solo in via del tutto eccezionale. Maria Rosa Rossi denuncia che nelle comunità straniere serpeggia una forma di razzismo e di lotta fra poveri. Maria Luisa Lo Giacco con riferimento al diritto allo studio avverte che è facile eludere la legge e che un dirigente scolastico, ancorché obbligato in forza di legge ad accogliere l’iscrizione di chiunque, ha comunque la possibilità di giustificare in molti modi il rifiuto dell’iscrizione di un bambino immigrato. Sottolinea che, almeno fino ad oggi, seppur in presenza di un progressivo aumento degli stranieri, la nostra è una realtà abbastanza felice rispetto ad altre zone del Paese. Alcune città stanno infatti scivolando verso un pericoloso crinale di razzismo, anche se si sa benissimo che è la stessa condizione di irregolari ad esporre a forme di discriminazione, emarginazione e violenza. Questa situazione tuttavia non può esimerci a fare di più. Cosa significa accogliere Gesù nello straniero? Tutti dobbiamo uscire da un incontro come questo ponendoci nel cuore questa domanda e chiedendoci come riconoscere Gesù nello straniero e come accoglierlo. La segretaria presenta Angelita Pascual, un’immigrata filippina residente nella città di Bari da oltre vent’anni e impegnata come mediatrice linguistico-culturale. Angelita Pascual porta la sua esperienza di vita. A suo parere i temi maggiormente sentiti dagli immigrati sono quelli della scuola, della salute e dei diritti. Lamenta che a volte sembra esserci soltanto un rispetto formale delle leggi, quasi che si assolvesse semplicemente ad un obbligo senza però interessarsi veramente dei problemi concreti delle persone. Così i bambini a scuola possono anche

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essere accettati ma nell’indifferenza e senza la preoccupazione di un intervento educativo veramente efficace. Riguardo al tema della salute, denuncia che purtroppo nei confronti degli immigrati non c’è pazienza né preparazione adeguata nella relazione d’aiuto e che gli stranieri per mancanza di assistenza si ammalano. Riguardo ai diritti, denuncia il progressivo appesantimento della situazione. I requisiti per ottenere il permesso di soggiorno sono troppo selettivi. Viene per es. richiesta l’idoneità alloggiativa. A questo proposito fa notare come tale richiesta, che sembra ovvia sotto l’aspetto meramente burocratico, in realtà colpisce soprattutto le badanti, di cui c’è un gran bisogno, che a causa della maternità spesso vengono licenziate dalle famiglie e rimangono perciò senza un alloggio. Analoghi problemi esistono per il ricongiungimento familiare, che accanto all’idoneità alloggiativa richiede anche uno stipendio pari all’assegno sociale. La mancata agevolazione del ricongiungimento spesso è causa di divisione all’interno delle famiglie. Lucy Scattarelli afferma che come Chiesa non possiamo sostituirci ai doveri delle istituzioni (la casa e il lavoro non sono problemi che possiamo risolvere). La domanda è: come fare ad accogliere nelle nostre comunità gli stranieri presenti nei nostri territori? Esistono dei doveri dell’evangelizzazione che implicano di annunciare il Vangelo non solo ai lontani. Richiama la necessità di una maggiore attenzione alle persone. Peppino Brizzi afferma che la testimonianza ascoltata pone una questione basilare: proprio perché siamo (e vogliamo essere) testimoni veri, il nostro lavoro non può fermarsi a dare assistenza, ma è necessario diventare agenti di cambiamento. Chiedere all’immigrato condizioni di partenza addirittura migliori di quelle di tanti nostri poveri è ingiusto. Non si può rimanere silenziosi di fronte alle più recenti proposte legislative: fidejussioni di 5 mila euro per chi intende avviare un’attività autonoma, tassa governativa di soggiorno, innalzamento a 2 anni per il ricongiungimento. Talvolta fonte di iniquità e di discriminazione non è neanche le legge ma semplici atti amministrativi spesso dettati da discrezionalità. Per questa ragione è necessario impegnarsi per il riconoscimento dei diritti aprendo anche un contenzioso con le istituzioni preposte. Nell’ottica di questo impegno richiama l’importanza di una carità vissuta in forma associata.

CONSIGLI DIOCESANI Aldo Lobello ricorda che dietro la latitanza delle istituzioni o i mancati interventi o i ritardi ci sono sempre delle persone. I cristiani che operano nelle varie amministrazioni sono quindi chiamati a dare testimonianza di un impegno responsabile e coerente con il Vangelo. Propone altresì una consulta degli immigrati attraverso il coinvolgimento del Servizio Migrantes, dell’Ufficio Mondo sociale e del lavoro (con particolare riferimento al progetto Policoro) e dell’Ufficio Famiglia. L’Arcivescovo afferma che terrà presente quanto emerso nel dibattito soprattutto in occasione delle visite pastorali. Del resto proprio grazie all’esperienza fatta durante le visite pastorali egli può affermare che c’è molta più ricchezza di quanto appare perché ciascuno vive, senza volerlo, soltanto un pezzo della realtà ecclesiale. Un aspetto da considerare è quello di affrontare il problema dell’immigrazione avendo molto rispetto per le specificità di ogni etnia perché l’integrazione non può avvenire secondo criteri nostri. L’Arcivescovo sottolinea l’importanza dell’esperienza fatta nel XII vicariato in favore delle famiglie rom: un’esperienza positiva di volontariato e integrazione (anche se l’offerta di una sistemazione in alloggio non è sempre stata accolta dalle stesse famiglie rom). Mons. Cacucci avverte dunque che bisogna fare molta attenzione alle singole realtà e far maturare nelle nostre comunità una sensibilità diffusa sul problema. A questo proposito constata che la partecipazione alla Giornata del migrante, celebrata quest’anno il 18 gennaio, sta crescendo in numero e qualità. Le più interessate al problema sono naturalmente le parrocchie. Per questa ragione è fondamentale far nascere all’interno di ogni parrocchia un gruppetto di persone sensibili su questa tematica. Tuttavia è allo stesso tempo evidente che quello dell’immigrazione non è un problema che possono affrontare le parrocchie da sole. Del resto in alcune realtà ci sono situazioni particolarmente drammatiche e spesso si va avanti (anche nelle istituzioni) per luoghi comuni (cita a questo proposito l’esempio del quartiere Libertà di Bari dove non ci si accorge che esiste una concentrazione di problemi legati all’immigrazione). Una parrocchia da sola non è in grado di avere questo

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tipo di attenzione. Bisogna dunque andare oltre la parrocchia e coinvolgere i vicariati e gli uffici di curia per tener viva una riflessione comune e dare indicazioni di metodo e operative alle singole comunità parrocchiali. A questo scopo è auspicabile un coordinamento tra l’Ufficio Migrantes, l’Ufficio Mondo sociale e del lavoro e la Caritas. A conclusione del suo intervento, l’Arcivescovo, prendendo atto che con la seduta odierna sono esaurite tutte le tematiche in agenda, propone come argomento della prossima riunione del CPD quello degli oratori, chiedendo a don Vito Campanelli una comunicazione sul tema. Alle ore 21.00, dopo la preghiera finale, S.E. l’Arcivescovo dichiara chiusa la seduta. Per la segreteria Vito Micunco

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Verbale della riunione del 19 maggio 2009 Alle ore 19,10, presso la Casa del clero in Bari, si riunisce il Consiglio Pastorale diocesano presieduto da mons. Arcivescovo. Sono presenti 43 consiglieri, 13 risultano assenti giustificati. Viene approvato il verbale della precedente seduta del 20 gennaio 2009, dopo l’intervento di Maria Rosaria Salvemini che chiarisce il suo intervento nel predetto consiglio riguardo l’impegno a favore dei rom da parte del XII vicariato. La nuova versione del verbale è allegata. L’odg prevede la comunicazione di don Vito Campanelli, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale del tempo libero, turismo e sport, riguardo alla tematica “L’oratorio nella scelta mistagogica diocesana”. La relazione è allegata agli atti. Si è basata su un sondaggio fatto tramite questionario inviato a 129 parrocchie, ma solo 30 hanno risposto riguardo alla realtà oratoriale. Lamenta comunque una mancanza di chiarezza sulla realtà oratoriale. Alcune notizie sono state completate dalla visita pastorale. Alla relazione ben articolata segue il dibattito, introdotto da don Angelo Romita, che chiede al relatore e al Consiglio tutto maggiore chiarezza sul rapporto tra pastorale oratoriale e pastorale giovanile. A nome della realtà di Ceglie, segue un intervento che ribadisce la necessità di “fare oratorio”, perché negli adolescenti c’è tanto attivismo che cerca solo di colmare solitudini. Ma è sulle famiglie che bisogna intervenire, perché si pensa all’oratorio solo come luogo “di custodia” dei giovani. A Ceglie è stato fatto un esperimento di formazione delle famiglie insieme ai ragazzi. Don Nicola Di Bari chiede cosa possono fare le parrocchie che non hanno spazi per “fare oratorio” . Pino Variato (parrocchia S. Gabriele dell’Addolorata) ritiene che l’oratorio sia un’esperienza importante, ma qui manca la formazione all’oratorio. Soprattutto manca la formazione per i formatori, perché la disponibilità viene data solo o da giovanissimi o da pensionati.

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Giulio L’Abbate (Loseto) condivide l’impostazione della relazione, ricordando che l’oratorio prima era formazione-ricreazione-socializzazione, anche perché non c’era una grande distinzione di gruppi per fasce d’età. Nel progetto ha però riscontrato la carenza della creatività, perché i giovani non devono essere solo ricettori. Martino Lacirignola (scout presso la parrocchia Maria SS. del Rosario) porta la sua esperienza di giovane scout che vive, insieme al suo gruppo, la difficoltà dell’interazione con i parroci e le realtà parrocchiali. Nel progetto si parla di associazioni come risorse, ma in realtà non è così perché le associazioni spesso sono viste come coloro che “intralciano” la pastorale parrocchiale. Don Vito Marziliano ritiene che gli oratori fioriscano dove ci sono le strutture (o le congregazioni oratoriane); oppure si dovrebbe parlare di oratorio parziale, cioè realizzato solo per alcuni aspetti. Bisogna insistere che là dove non ci sono le strutture, si faccia educazione e formazione cercando di far vivere le dimensioni varie nella vita di un giovane. Il problema serio è la progettualità del postcresima, perché se perdiamo quei 2 anni di scuola media, perdiamo intere generazioni. L’ACR esiste solo in 42 parrocchie. E le altre parrocchie cosa fanno? Per Piero Danzi importante è anche la programmazione. Beppe Micunco ritiene che il problema è della comunità: è necessario il discernimento nel cercare vocazioni e capacità’ umane per fare oratorio. E’ indispensabile poi la presenza sacerdotale. Pino Piscopo ritiene che oggi o l’oratorio diviene un punto di riferimento intergenerazionale alla presenza di un sacerdote, oppure fallisce. Certo non si può applicare uno schema del passato. Non deve essere un luogo chiuso, ma capace di aggregare tutte le situazioni: la grande scommessa, infatti, è l’accoglienza. Annalisa Caputo propone una riflessione sul “gioco” di cui i ragazzi stessi stanno perdendo la dimensione. La scuola media inferiore è la fascia di età più complessa, perché è un’età in cui i ragazzi non vogliono né giocare, né tanto meno recitare, né fare altro. Bisogna poi fare attenzione al fatto che spesso l’oratorio si riduce al calcio e questo rende problematico l’inserimento delle ragazze. Ricorda infine alcune esperienze positive di oratorio parrocchiale, con integrazione di ragazzi disabili, grazie anche al sostegno e alla collaborazione con il CVS.

CONSIGLI DIOCESANI Don Vito Campanelli replica agli interventi, non senza aver prima ringraziato per i contributi e le suggestioni emerse. Ribadisce che l’oratorio deve essere prima di tutto un luogo educativo, accogliente per tutti e che, secondo la sua esperienza, le proposte devono essere differenziate per età. Interviene l’Arcivescovo, proponendo di continuare la riflessione, puntualizzando, per esempio, i metodi. Mons. Cacucci aggiunge che anche lui ha bisogno di riflettere ulteriormente sull’argomento. La sua generazione aveva una visione problematica degli oratori; e anche l’A.C. di quella generazione aveva fatto scelte diverse. Ma oggi i ragazzi sono cambiati e forse la dimensione ludica va rivalutata. Le visite pastorali hanno mostrato che là dove c’è pastorale oratoriana, si vive in maniera originalissima il rapporto con i ragazzi. Questo aspetto va tenuto in considerazione; non è una questione di strutture: anzi, a volte, le strutture sono inversamente proporzionali alla vitalità di una pastorale oratoriale. Infine, l’oratorio non dovrebbe essere solo per la pastorale giovanile, ma anche e soprattutto a servizio e supporto della pastorale catechistica e poi anche per la famiglia. Si decide di continuare sull’argomento nel prossimo CPD che sarà alla ripresa dell’anno pastorale. L’Arcivescovo comunica le nuove nomine negli uffici rimasti vacanti per la morte di alcuni sacerdoti: Il nuovo direttore dell’Ufficio delle comunicazioni sociali è don Carlo Cinquepalmi, mentre la direzione della Scuola di comunicazione e cultura viene affidata al giornalista Enzo Quarto. L’Ufficio missionario viene affidato a don Andrea Favale. L’incontro si conclude con la comunicazione di don Antonio Ruccia riguardo alla raccolta pro-terremoto (della domenica in Albis) dove si sono superati i 50.000,00 euro. A L’Aquila, la diocesi è stata presente con una tenda presso S. Giacomo, un comune di circa 1.000 abitanti. Questo secondo le direttive della Caritas nazionale che ha suddiviso il territorio aquilano in 9 zone, ognuno affidata alle cure di due delegazioni regionali Caritas. A S. Giacomo la Puglia è presente insieme all’Emilia

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Romagna. Si tornerà a ottobre-novembre, mentre il parroco di S. Giacomo sarà probabilmente presente alla giornata di santificazione sacerdotale. Presenta infine la raccolta nazionale per il c.d. Fondo di solidarietà’ per le famiglie. Per poter accedere al fondo, le famiglie dovranno avere almeno 3 figli e aver perso il lavoro. La disabilità di un membro della famiglia può essere ancora un’altra condizione per l’ammissione. Il fondo riguarda un mutuo. Si vorrebbero raggiungere i 30 mil. i euro con l’ABI come fondo di garanzia. Il mutuo verrebbe concesso con un tasso molto basso, per circa 5.000-6.000 euro all’anno. L’Arcivescovo conclude, suggerendo di devolvere le offerte per le cresime per questa causa, cosa che avrebbe alto valore educativo. Alle 21,15, con la preghiera, si conclude la seduta di CPD. Per la segreteria Lucy Scattarelli

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CONSIGLI DIOCESANI

Allegato

La realtà degli oratori nella diocesi di Bari-Bitonto Vedere: Dati di riferimento Nel 2008 è stato pubblicato l’annuario degli oratori di Puglia le cui informazioni sono state raccolte attraverso un questionario inviato a tutte le parrocchie. Nella nostra arcidiocesi, su un totale di 129 parrocchie, ne sono pervenuti compilati circa una trentina. Seppure incompleto il campione a disposizione (dovuto alla scarsa propensione delle parrocchie nei confronti dello strumento utilizzato), l’analisi è controbilanciata da una conoscenza diretta, attraverso telefonate e/o contatti telefonici, che l’Ufficio diocesano ha avuto in questi anni. Il dato è ulteriormente completato dalle notizie ricavate direttamente dalla visita pastorale del nostro arcivescovo attualmente in corso. In sintesi emergono i seguenti elementi da prendere in considerazione. - L’elemento più rilevante è quello di una mancanza di chiarezza rispetto alla comprensione “dell’Oratorio”. Questo rende quindi difficile dire quanti oratori ci sono in diocesi. Se da una parte infatti, per molti si tratta semplicemente di un gruppo che pratica un certo tipo di attività a carattere prevalentemente ricreativo, dall’altra invece s’identifica con l’insieme degli spazi o strutture che la parrocchia ha a sua disposizione. - La quantità di questi spazi, nella nostra diocesi non è certo da disprezzare, varia a seconda della zona pastorale. Dove ci sono, spesso però non sono pienamente e direttamente utilizzati dalla parrocchia. Dove non ci sono, se ne sente forte la necessità.

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- Esistono molteplici e significative esperienze di animazione che vedono il coinvolgimento di varie figure al servizio dei ragazzi. Degne di considerazione sono le esperienze estive, campi scuola, grest, estate ragazzi, estate insieme, etc., nelle quali si realizza una felice sintesi tra attività catechetiche, ricreative e di preghiera unificate in un’unica proposta formativa. - Laddove la comunità parrocchiale ha compiuto la scelta del servizio educativo nei confronti dei ragazzi di fatto è superato il problema del “dopo cresima”. - L’esigenza maggiormente avvertita è quella formativa, soprattutto nella individuazione delle vocazioni al servizio educativo nel ruolo dell’animatore. Tutti chiedono di essere guidati nella programmazione delle attività ed in concreto vogliono conoscere i passi da porre in progressione. La richiesta ricorrente: come fare l’oratorio? - All’interno degli oratori esistono anche delle esperienze associative, nella maggior parte dei casi l’interazione è positiva. La realtà associativa se ben condotta risulta essere un fattore di crescita. Le rispettive competenze, messe insieme, sono fonte di ricchezza per l’intera comunità. - In diocesi la presenza, all’interno delle parrocchie, di congregazioni ed istituti religiosi con il carisma educativo, è ulteriore elemento di arricchimento. Quest’ufficio per collegare le diverse esperienze di oratorio ha creato un gruppo di studio che vede la significativa collaborazione dei salesiani. - In alcune realtà cittadine come a Bitonto esiste il tentativo di un coordinamento tra gli oratori, ma non poche sono le difficoltà. La volontà di camminare insieme va incoraggiata e sostenuta. 144

Giudicare: Un nuovo sguardo sull’oratorio a partire dalla mistagogia Nella scelta mistagogica intrapresa dalla nostra Chiesa locale attraverso il sinodo diocesano è maturata la consapevolezza di una comunità cristiana che non vuole solo “generare alla fede” i suoi figli, attraverso la preparazione e la celebrazione dei sacramenti, ma ancor più li vuole “educare alla fede”.

CONSIGLI DIOCESANI (cfr proposizioni sinodali “La mistagogia espressione dell’azione materna della Chiesa” nn. 7-14). In che modo però li vuole educare? Il sinodo non parla esplicitamente dell’oratorio ma ad esso fa riferimento quando parla dei ragazzi ed affronta la questione del dopo cresima. Infatti, richiamando il ruolo educativo della comunità parrocchiale, lo traduce poi praticamente indicando «in primo luogo, l’offerta, da fare ai ragazzi di una guida, di un itinerario mistagogico, di occasioni di socializzazione, di spazi operativi, di incontri a carattere socio-culturale e di momenti ricreativi (gite, feste, sport, campi estivi), e poi in secondo luogo, con la proposta di attività di servizio, graduali e sotto forma di tirocinio, da svolgere sia in parrocchia che sul territorio» (prop. sin. n. 90). Troviamo quindi così abbozzata quell’esperienza concreta che nella tradizione ecclesiale si è andata configurando come “esperienza di oratorio”. A partire dalla scelta mistagogica diocesana, l’oratorio comincia ad assumere una sua ben precisa identità: diventa la traduzione operativa di una Chiesa che avverte come insopprimibile dentro di sé la passione educativa e che cerca in tutti i modi di esprimerla verso tutti, verso tutti i ragazzi, gli adolescenti e i giovani che vivono sul suo territorio. Questa passione nasce dallo stesso “mistero” ovvero da quella paternità di Dio che assume caratteristiche diremmo anche “materne”. Di qui la valenza popolare dell’oratorio nella sua attenzione, in qualche modo privilegiata, per quelli – tra ragazzi, adolescenti e giovani – che hanno bisogno di maggiori cure ed attenzioni per farne dei “buoni cristiani ed onesti cittadini”. L‘oratorio quindi “nasce da una comunità che si configura interamente secondo una sensibilità educativa”. Una comunità che si riconosce come madre e che ha Dio come Padre, si prende cura, insomma, dei suoi figli, non un giorno sì e un giorno no, ma sempre. La sua vita cambia in relazione dei suoi figli, i quali non sono tenuti ai margini o nella dipendenza, ma vengono guidati e sostenuti nella crescita e nell’autonomia per renderli protagonisti.

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- Nelle lettere consegnate, a conclusione delle visite pastorali, alle comunità parrocchiali e al vicariato, il nostro arcivescovo richiama proprio questo ruolo della comunità constatando che là dove si è intrapresa l’esperienza dell’oratorio, di fatto, il problema del dopo cresima è superato. - A questo punto, se la vita della comunità è l’indispensabile punto di partenza, allora vuol dire che l’oratorio non è più riducibile materialmente alla “struttura“ poiché necessita anzitutto di un “tessuto di relazioni”, e neppure ad “un’insieme di attività” in quanto è piuttosto il frutto maturo della sensibilità educativa della comunità. - L‘oratorio, quindi non può più essere considerato un semplice gruppo ma deve essere inteso come l’espressione materna dell’intera comunità. Da questa prospettiva scaturiscono alcuni orientamenti pastorali concreti per le parrocchie che scelgono di fare Oratorio.

Agire: Orientamenti pastorali sull’oratorio

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1. L’oratorio una comunità di relazioni A partire da quanto detto, la parrocchia che decide di fare oratorio è chiamata a considerare l’oratorio come una realtà integrante del suo progetto pastorale, a favorire la vocazione di ogni persona, specie dei giovani, facendo maturare in ciascuno il senso di Chiesa attraverso un’accoglienza cordiale, fatta di solidarietà gioiosa e semplicità di cuore, promuovendo l’incontro delle persone con lo stesso ideale. Pertanto sua preoccupazione non sarà quella di organizzare attività bensì di avviare processi educativi pastorali, capaci di trasformare le persone, di operare cambi di mentalità, illuminando la mente e facendo buono il cuore. Più che divenire “distributore di servizi ecclesiali”, favorisce accoglienza verso tutti i fedeli, non aspettandoli in sacrestia, ma divenendo luogo missionario, suscitando “progetti” che si rivolgono “ai pagani di oggi”, che hanno linguaggi appropriati e una rievangelizzazione con luoghi decentrati e che coinvolgano i laici.

CONSIGLI DIOCESANI L’oratorio diviene comunità di relazioni perché: sa mettere al centro il giovane, all’interno della comunità ecclesiale e sociale, facendo crescere la dimensione trascendente a cui ogni giovane è chiamato, l’amicizia (quindi avere a cuore questo patrimonio enorme che attraversa la vita dell’uomo e che permette di costruirsi un’esistenza qualificata), il valore dell’aggregazione, il bisogno di dar ragione della propria fede, il recuperare con grande senso di responsabilità, la dimensione ludica … impegna l’intera Comunità a servire tutti i suoi figli riconoscendo la ricchezza dei doni dello Spirito, specifici di ogni età, da sviluppare. In una società multietnica e multiculturale l’oratorio diviene palestra di convivenza luogo in cui si può vivere un ecumenismo ordinario, come straordinaria zona di frontiera che non ha paura di incontrare colui che è in dubbio, in difficoltà, in resistenza nei confronti della fede facendolo comunque sentire a casa sua; così come non ha paura di incontrare colui che è aperto, in ricerca di una dedizione più radicale (cfr animatori o altre figure). È comunque un luogo che non si ferma al suo spazio, ma è sempre luogo educativo, espressione dell’intenzionalità educativa di tutta la comunità. La comunità cristiana non può offrire ai ragazzi e ai giovani soltanto un’aula per il catechismo o la chiesa per le celebrazioni, bisogna invece che offra una proposta fatta di luoghi, di persone, di iniziative, di esperienze che aiutino i ragazzi e i giovani a vivere occasioni di aggregazione, a stabilire relazioni significative, a sperimentare la compagnia di educatori che camminano con loro a maturare uno stile di vita comune e di solidarietà, ad assumersi progressivamente responsabilità nella comunità cristiana e nella società civile, a scoprire giorno dopo giorno la bellezza del vivere la vita come l’ha vissuta Gesù. La significatività di ogni oratorio si misura proprio dalla qualità di questo intreccio tra luoghi, persone ed esperienze in una tensione continua tra l’incontrare i mondi vitali dei ragazzi, i loro linguaggi

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e le loro attese e l’offrire loro un luogo educativo, una casa dove possano abitare, crescere e dalla quale anche partire. È infine un luogo che valorizza le soggettività associative, senza annullarle né pastorizzarle, rendendole indistinte. La presenza dell’ ACI, dell’ AGESCI o di altre associazioni, fa sperimentare a tutti la ricchezza e l’apporto di queste, diverse tra loro per competenze, ambiti di impegno e metodi educativi. La presenza di un gruppo dell’ ACR o di giovanissimi e giovani di AC, ad esempio, rappresenta una delle modalità attraverso le quali la comunità cerca di incontrare, accogliere ed accompagnare tutti i ragazzi, gli adolescenti e i giovani e cura la vita associativa degli stessi.

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In sintesi ogni comunità parrocchiale è chiamata a vedere l’ oratorio come una proposta educativa per comunicare amore, gratuità e fiducia con una grande passione educativa. Non un semplice contenitore di attività, bensì laboratorio formativo che fa proposte concrete in grado di affrontare alcuni fenomeni sociali emergenti (immigrazione multiculturalità, disagio familiare) e che abbia come punti fermi: l’attenzione all’accoglienza e la convocazione per tutti; la convocazione nel nome di Gesù per scoprire la propria vocazione; attività proporzionate alle possibilità reali; la scelta giovanile, dando priorità alla pastorale unitaria con uno sguardo privilegiato rivolto ai ragazzi; la scelta familiare e popolare, giacché attento alla famiglia quando si costituisce (preparazione al matrimonio), quando nasce il figlio (battesimo), durante la crescita dei figli nella fede (Iniziazione cristiana), quando c’è il malato e l’anziano (pastorale degli ammalati), nel lutto (funerale); condivide il lavoro educativo in rete con la Chiesa locale e le altre agenzie educative del territorio. 2. L’oratorio, una comunità che progetta insieme Fare oratorio è compito dell’intera comunità. Ma come fare? Ci vuole l’impegno di tutta la comunità ma soprattutto delle persone che saranno impegnate attivamente in oratorio. Bisogna seguire queste tappe:

CONSIGLI DIOCESANI 1. La convinzione Tutta la comunità deve essere convinta della scelta pastorale, cioè, di fare oratorio. È importante la convinzione del parroco, perché dalla sua persona dipende il successo dell’oratorio. Ma insieme con la sua convinzione ci deve essere anche quella delle famiglie. Bisogna valorizzare il ministero coniugale. La scelta viene poi presa nel Consiglio pastorale della parrocchia. Ci vuole la piena partecipazione dell’intera comunità dal clero ai religiosi (se sono presenti), dai figli ai genitori, dagli esperti ai volontari, dai giovani agli adulti. Tutti devono essere convinti, sicuri e disponibili. 2. L’organizzazione Oltre che convinta la comunità deve saper organizzare le risorse disponibili. Bisogna discernere le vocazioni al servizio educativo. Non tutti infatti sono chiamati ed essere educatori, ma tutti possono collaborare. Formata una équipe ognuno riceve un compito preciso. Anche se l’oratorio viene affidato ai laici, la figura del parroco o del vice parroco non deve mancare. È bene che i membri del Consiglio pastorale parrocchiale siano pienamente inseriti nella vita dell’oratorio, ma devono essere coinvolti anche altri specialmente se esperti in varie attività (sportive, teatrali, ecc). Lo stile dell’oratorio è quello dell’animazione, ovvero si programmano interventi educativi e/o attività che mettano sempre al centro il ragazzo e lo stimolino ad assumere consapevolmente delle responsabilità. 3. La comunità degli animatori Tutti coloro che in parrocchia stanno con i ragazzi, (catechisti, educatori, animatori del canto, del gioco etc.), devono conoscersi, confrontarsi, progettare e lavorare insieme. La proposta deve essere unitaria ed equilibrata. Inoltre la comunità degli animatori diviene anche luogo formativo. Questa formazione è però ben integrata con quella generale della parrocchia e questo per evitare l’equivoco di creare un gruppo distaccato dagli altri. Stando insieme e lavorando insieme in oratorio anche i responsabili delle associazioni si conoscono e si crea comunità.

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4. La programmazione Quando le varie realtà presenti in parrocchia hanno già stabilito le loro proposte, ci deve essere un momento di programmazione comune per mettere insieme le attività pensate per i ragazzi. Particolare attenzione deve essere posta ai momenti di cambio caratterizzati dall’età, alle fasi dello sviluppo, ad esempio dalla fanciullezza alla preadolescenza, dalla preadolescenza all’adolescenza … e quindi alla realizzazione di itinerari diversificati ma complementari, precisi e condivisi da tutti gli animatori. A questo punto per ogni arco di età vanno coordinate le proposte rispetto ai classici ambiti di attività oratoriane: l’area del gioco-espressione e del tempo libero, l’area dell’evangelizzazione e della catechesi, l’area culturale e degli interessi/impegno/servizio, senza trascurare ovviamente la preghiera e la celebrazione domenicale del Cristo Risorto. 5. Lo sguardo sempre attento al territorio L’oratorio, come lo ha definito Giovanni Paolo II, è un ponte tra la strada e la Chiesa, questo per indicare il continuo dialogo con il mondo e le sue istituzioni. L’oratorio assolve infatti una importante funzione sociale oltre che educativa. Interessarsi di quello che accade sul territorio e creare forme di collaborazione con le diverse realtà presenti è di fondamentale importanza per una Chiesa incarnata. L’oratorio infatti è sempre oltre i cancelli, è una frontiera missionaria per intercettare tutti e non solo quelli che frequentano.

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6. La preparazione immediata Una volta preparato ed approvato il programma generale dell’oratorio, bisogna iniziare con le iscrizioni, la pubblicità, la ricerca degli sponsors, la preparazione dei materiali ed organizzazione dei canti e balli per l’animazione. 7. Inizio Quando s’inizia l’oratorio, tutto deve essere già a posto per poter godere questo momento di festa e di gioia per tutta la comunità.

CONSIGLI DIOCESANI Conclusione Credo che Dio ama i giovani. Questa è la fede che sta all’origine della vocazione e che deve motivare la nostra vita e tutte le nostre attività pastorali. «Noi crediamo che Gesù vuole condividere la sua vita con i giovani: essi sono la speranza di un futuro nuovo e portano in sé, nascoste nelle loro attese, i semi del Regno. Noi crediamo che lo spirito si fa presente nei giovani e che per mezzo loro vuole edificare una più autentica comunità umana e cristiana: egli è già all’opera nei singoli e nei gruppi; ha affidato loro un compito profetico da svolgere nel mondo che è anche il mondo di tutti noi. Noi crediamo che Dio ci sta attendendo nei giovani per offrirci la grazia dell’incontro con lui e per disporci a servirlo in loro riconoscendone la dignità e educandoli alla pienezza della vita. Il momento educativo diviene così il luogo privilegiato del nostro incontro con il Signore. In forza di questa grazia nessun giovane può essere escluso dalla nostra speranza e dalla nostra azione, soprattutto se soffre l’esperienza della povertà, della sconfitta e del peccato. Noi siamo certi che in ciascuno di essi Dio ha posto il germe della sua vita nuova. Questo ci spinge a renderli coscienti di tale dono e a faticare con loro perché sviluppino la vita in pienezza; e quando la dedizione sembra non raggiungere il suo scopo noi continuiamo a credere che Dio precede la nostra sofferenza come Dio della speranza e della salvezza» (CG23 dei Salesiani). Intervento a cura del gruppo di studio dell’Ufficio diocesano per la pastorale del tempo Libero, turismo e sport

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Verbale della riunione del 3 novembre 2009

Il giorno 3 novembre del 2009, alle ore 19.00, presso il salone della Casa del clero di Bari, si è riunito il Consiglio Pastorale Diocesano sul seguente odg: 1. Comunicazione sulle questioni legate alla dimensione oratoriale (mons. Vito Angiuli). 2. Comunicazione dell’Ufficio Laicato: Verso il Convegno regionale delle Chiese di Puglia del 2011 sull’impegno dei laici (Beppe Micunco). 3. Proposte da parte dei membri del CPD in relazione ai temi da trattare nel prossimo biennio. 4. Varie ed eventuali. Sono presenti n. 48 consiglieri (4 assenti giustificati). Presiede la riunione S.E. mons. Francesco Cacucci, modera la segretaria del CPD Annalisa Caputo. Presiede la riunione S.E. mons. Francesco Cacucci, modera la segretaria del CPD Annalisa Caputo. Dopo la preghiera iniziale e l’approvazione all’unanimità del verbale della seduta precedente, Annalisa Caputo propone di invertire l’ordine dei lavori e pertanto di cominciare con il secondo e il terzo punto all’odg. La relazione introduttiva sul convegno ecclesiale regionale è affidata al direttore dell’Ufficio Laicato Beppe Micunco. Beppe Micunco riprende alcuni punti della relazione allegata alla lettera di convocazione del Consiglio, il cui testo – spiega - potrebbe costituire una prima bozza del documento preparatorio del convegno. Sottolinea la continuità di questo convegno con i due precedenti convegni ecclesiali regionali. Come il primo convegno (Crescere insieme in Puglia, Bari, 29 aprile–2 maggio 1993) pose l’attenzione sul tema della comunione ed il secondo convegno (La vita

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consacrata in Puglia, Taranto-Martina Franca, 30 aprile–2 maggio 1998) richiamò il valore della profezia, questo terzo appuntamento, in ideale continuità con i due precedenti convegni e dietro la spinta del recente convegno di Verona e della 45a settimana sociale dei cattolici italiani, intende porre l’accento sul tema della speranza in vista di un dialogo tra la Chiesa e il mondo. La finalità potrebbe essere riassunta nei seguenti tre interrogativi di fondo: come i laici devono educare, testimoniare e comunicare il vangelo nel nuovo millennio? Si tratta di riflettere sulla specifica vocazione laicale e delineare le modalità e le forme con le quali essa deve esprimersi nell’attuale contesto socio-culturale ed ecclesiale. Con particolare riferimento al contesto ecclesiale, Micunco riferisce che in base alla riflessione fatta in seno alla commissione che sta preparando il Convegno sono emersi tre diverse categorie di laicato. In primo luogo ci sono i collaboratori nell’apostolato gerarchico. Spiega che si tratta di persone che svolgono un prezioso servizio nel campo della catechesi, della liturgia e della carità, nelle quali, però, spesso vi è la tendenza a una mentalità clericale e a un distacco tra fede e vita quotidiana. Una seconda categoria è rappresentata da chi aderisce alle aggregazioni laicali. Ricorda che le aggregazioni laicali non sono fine a se stesse ma per l’utilità comune e l’edificazione della Chiesa e che costituiscono una grande risorsa per tutta la comunità ecclesiale, tanto che Benedetto XVI, nella sua lettera di presentazione dell’anno sacerdotale, li definisce una “nuova primavera” per la Chiesa. Essi sono un dono dello Spirito per la Chiesa e la società come lo furono in passato tanti ordini religiosi. Ognuna di queste aggregazioni è chiamata perciò a mettere il proprio particolare carisma al servizio dell’unico popolo di Dio collaborando, secondo modalità proprie, alla pastorale parrocchiale o diocesana. La terza categoria di laici è costituita da coloro che non hanno una frequentazione assidua con la parrocchia. Questo tipo di laici spesso tende a comportarsi in maniera “privata”, prescindendo dalla vita ecclesiale e dal Vangelo. Molti di loro si limitano alla partecipazione alla messa domenicale, circostanza questa che carica la comunità di una grande responsabilità perché la celebrazione eucaristica diviene in tal modo l’unica occasione di evangelizzazione per questi fedeli. Purtroppo, però, nonostante le letture domenicali

CONSIGLI DIOCESANI tocchino temi che riguardano la vita delle persone (rapporti coniugali, uso del denaro, il potere come servizio, ecc.), è molto raro che nelle omelie ci si soffermi sulle implicazioni sociali della fede cristiana. Secondo la Lumen gentium – prosegue Micunco - l’impegno dei laici, a prescindere da quale categoria appartengano, è rendere presente la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze in cui essa non può diventare sale se non per mezzo loro (LG 33). Precisa che per luoghi e circostanze vanno intesi fatti molto concreti: la famiglia, il lavoro, la società civile e tutti gli altri ambiti della vita quotidiana. In particolare ricorda che vi è un dovere di presenza nel sociale e nel politico e che tale presenza, da parte dei laici, richiede da un lato maggiore responsabilità ed autonomia (cfr E. Bianchi, Per un’etica condivisa, Einaudi, 2008) e dall’altro una conoscenza approfondita e competente di quelle che sono le peculiarità del territorio in cui sono chiamati ad operare (cfr contributi di mons. Vito Angiuli, Luigi Ferrara Mirenzi, Francesco Sportelli allegati alla lettera di convocazione della seduta odierna). A conclusione del suo intervento, Micunco presenta il documento La verità vi farà liberi come una iniziativa che bene esprime l’attenzione del laicato alla vita sociale e politica. Si tratta di un documento proposto da un gruppo di laici provenienti da esperienze diverse. Esso è stato elaborato nell’ambito dell’Ufficio Laicato dopo un lungo percorso di confronto, approfondimento e discernimento sulla situazione attuale del paese e della comunità ecclesiale. Il documento - che sarà inviato a tutte le parrocchie - individua come urgenza prima quella della comunicazione, e da questa fa scaturire due impegni improrogabili tanto a livello personale come a livello comunitario. Annalisa Caputo, aprendo il dibattito sulla relazione ascoltata, posto che l’orientamento della segreteria è quello di considerare il tema del laicato come filo conduttore dei prossimi incontri del Consiglio, invita i presenti ad intervenire non solo sul secondo punto all’odg ma anche sul terzo punto in discussione, ossia sulle proposte di argomenti da affrontare nel futuro. Don Mauro Paternoster evidenzia come le tante speranze suscitate

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dalla esortazione apostolica Christifideles laici siano rimaste in gran parte disattese. In questo egli ravvisa innanzitutto una difficoltà da parte dei laici nel recepire il suo insegnamento. Sono forse mancate le condizioni per soddisfare le attese del documento. E sulle ragioni di tale mancanza è necessario riflettere. Ritiene tuttavia che bisogna ripartire da quel documento perché prima dell’impegno viene l’identità. Lo sforzo deve essere quello di attualizzarlo e calarlo nella realtà pugliese perché il fermento possa essere rinnovato. Salvatore Schiralli propone di assumere come criterio per la riflessione sull’identità e la missione dei laici quello della comunità. Ritiene infatti che affrontare tale tematica al di fuori della dimensione comunitaria comporti il rischio di derive rivendicazionistiche. Richiamando il numero 10 della Lumen gentium, sottolinea la necessità di recuperare la dimensione di Popolo di Dio. A questo riguardo suggerisce di riprendere in mano il testo di mons. Michele Mincuzzi Servi di tutti schiavi di nessuno. Don Antonio Ruccia condivide l’analisi contenuta nella relazione iniziale e considera fondamentale riprendere quanto diceva Schiralli: la comunità è alla base della maturazione dell’impegno dei laici. Egli ritiene che prima debba esserci la comunità come Chiesa in cammino e soltanto in un secondo momento, come stretta conseguenza di quella esperienza di Chiesa, le diverse vocazioni specifiche. Avverte che alla base delle tante difficoltà di oggi c’è forse la mancanza di un modello di Chiesa in base al quale indirizzare il laicato verso l’annunzio e la testimonianza nelle diverse realtà. Un modello di Chiesa, biblicamente fondato, è sicuramente offerto nei primi numeri della Lumen gentium. Appare dunque fondamentale – conclude don Antonio Ruccia – individuare quale modello di Chiesa vogliamo e, soprattutto, cercare di calarlo qui al Sud. Mons. Vito Angiuli ritiene che una riflessione sul laicato, a partire dall’insegnamento conciliare, cada oggi in un momento particolarmente propizio. Fa rilevare che c’è un contesto favorevole per almeno tre motivi: il papa interviene con sempre maggiore insistenza sulla presenza pubblica dei laici cattolici; le diverse organizzazioni laicali stanno vivendo una fase nuova del loro cammino che, senza rinunciare ai rispettivi carismi, privilegia la comunione; nel tempo sono stati prodotti molti documenti del magistero sul tema del laicato. Oggi – conclude mons. Vito Angiuli – c’è dunque lo spazio per

CONSIGLI DIOCESANI fare una sintesi e rivedere la teologia del laicato conferendo alla stessa una visione più complessiva in grado di ricollocare il laicato nella vita della Chiesa e nella sua missione nel mondo. Annalisa Caputo avverte che lo stesso termine di laici, che oggi si spinge fino a identificare gli stessi non credenti, dovrebbe forse essere riconsiderato essendo un po’ troppo “annacquato”. Don Antonio Serio mette in guardia contro il rischio di ridurre la questione dell’impegno dei laici alle sole necessità di “collaborazione” e di “promozione” quando invece l’insegnamento conciliare sottolinea due esigenze profondamente diverse richiamate dai termini “comunione” e “corresponsabilità”. Fa rilevare come spesso le comunità si riducano ad essere quelle degli operatori pastorali. A questo proposito richiama il documento Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, laddove si afferma la duplice natura, eucaristica e battesimale, della comunità ecclesiale. Ritiene, infine, che unico antidoto per non cadere nelle rivendicazioni di una componente ecclesiale rispetto alle altre sia quello di vivere l’esortazione paolina ascoltata nella liturgia odierna: “Fate a gara nello stimarvi a vicenda”. Pino Piscopo ritiene che l’apertura al mondo, tanto auspicata dal Concilio, non possa che basarsi sull’impegno comune del popolo di Dio. A volte, invece, da parte della comunità cristiana c’è la tendenza a chiudersi anziché ad aprirsi ed è così che le vocazioni specifiche non servono e i laici diventano meri esecutori. È il contatto con le realtà quotidiane che solo rende consapevoli di come vadano valorizzate e non soffocate le specificità di ognuno perché soltanto insieme siamo popolo di Dio, cioè un unico corpo con membra diverse. Gianni Ruggeri si sofferma sull’esigenza di chiarire e dare sostanza al tema dell’identità e del ruolo del laicato e su quanto sia importante a questo fine riprendere, approfondire e diffondere, soprattutto nelle parrocchie, gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa. Lamenta a questo proposito molta superficialità e scarsa preparazione. In particolare egli ritiene che vadano recuperate le riflessioni di Lazzati perché ha notato che c’è interesse ed entusiasmo intorno a questo pensiero. Paolo Stufano pone alcune domande che riguardano il rapporto tra

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laicato e giovani. Come interviene il giovane nella questione del laicato? Il tema dei laici riguarda soltanto gli adulti? In quest’ottica il giovane è soltanto un “laico in divenire” o può essere anch’esso considerato un laico in senso pieno? Quanto può aiutare la formazione nella maturazione di una vocazione laicale anche da parte dei giovani? Come conciliare l’impegno da parte dei giovani nei vari ambiti di vita e nel servizio nella Chiesa, tenendo presente che la gioventù è l’età della vita in cui c’è maggiore disponibilità di tempo? Conclude invitando a riprendere quanto è già stato fatto nella seduta precedente dedicata al tema dell’oratorio. Lucy Scattarelli condivide la necessità di inquadrare la figura e il ruolo del laico nella Chiesa intesa come popolo di Dio. Allo stesso tempo ritiene che sia doveroso recuperare un radicamento della Chiesa nei vari ambiti di vita. Riprende a questo proposito l’immagine utilizzata da papa Benedetto XVI in occasione del raduno dei giovani a Loreto: Chiesa, casa e agorà. È questa la sintesi che la Chiesa è chiamata a fare. Avverte però che questo è un compito che riguarda non soltanto i laici ma tutte le componenti ecclesiali. In quest’ottica, ritiene che sarebbe significativo, in occasione di quest’anno sacerdotale, chiedere ai sacerdoti una particolare sollecitudine pastorale nel preparare e spingere i laici a impegnarsi e animare le diverse realtà temporali. A proposito del terzo punto all’odg, suggerisce per i successivi consigli di riprendere il discorso sulla pastorale giovanile collegandosi con l’emergenza educativa e facendo riferimento al sinodo soprattutto a proposito di un impegno forte delle comunità parrocchiali. Don Giovanni Castoro richiama i doveri dell’apostolato del laico, e dunque le diverse responsabilità cui è chiamato, a cominciare dalla famiglia. È dalla famiglia, infatti, che bisogna partire perché - avverte don Giovanni Castoro - è soprattutto nella famiglia che ogni laico ha la possibilità di esercitare la profezia, la regalità e il sacerdozio. S.E. mons. Francesco Cacucci ricorda che a partire dalle riflessioni di padre Congar c’è stata un’evoluzione della teologia del laicato che non si può comprendere se non si parte dall’idea conciliare di Chiesa come semenza e germe del regno: la Chiesa non è il regno ma soltanto il sacramento del regno. Ritiene che la distinzione tra Chiesa e regno sia fondamentale: quando la Chiesa cammina verso il regno deve sapere che il regno abbraccia tutto il mondo. Da que-

CONSIGLI DIOCESANI sto nasce il dovere dei laici di interessarsi delle cose del mondo: il regno verso cui siamo chiamati ad andare abbraccia l’umanità intera e tutte le realtà del mondo. In quest’ottica – avverte l’Arcivescovo – non può e non deve più preoccupare neanche la questione nominalistica sul significato che oggi assume il termine di laico perché la dimensione del laicato è quella del popolo: la Chiesa scompare come tale e viene riassorbita nel regno. La prospettiva di apertura al mondo, del resto, non riguarda soltanto la Bibbia, ma tutta la storia di salvezza, che ricomprende e supera la Parola. A questo riguardo – prosegue l’Arcivescovo - forse devono essere superate anche alcune visioni riduttive della Chiesa e della storia di salvezza perché la Chiesa è chiamata per la salvezza di tutti gli uomini. Non esiste dunque un clero che deve guidare il laicato né un laicato che deve “imbeccare” il clero sulle cose del mondo. In conclusione del suo intervento l’Arcivescovo fa appello perché tali indicazioni siano fatte arrivare all’Istituto Pastorale Pugliese che ha avuto incarico di organizzare il convegno in modo che possa tenerne conto per l’elaborazione del documento di base e per la definizione del percorso preparatorio. Allo stesso tempo ritiene fondamentale cercare un metodo che, a partire dall’esperienza di Chiesa che viene fatta nelle comunità, dia indicazioni e apporti anche ai diversi consigli pastorali parrocchiali. Con riferimento al terzo punto in discussione, mons. Cacucci rende noto che, in prossimità dell’imminente scadenza del consiglio, ha ritenuto opportuno prorogare di ulteriori due anni il relativo mandato; ciò al fine di non interromperne il cammino e in considerazione della durata quinquennale degli incarichi di molti suoi membri di diritto. A questo proposito chiede espressamente alla segreteria di effettuare una verifica in ordine alla partecipazione di ciascun consigliere, in modo che chi dovesse aver superato il numero massimo di assenze consecutive consentite dallo statuto possa essere considerato decaduto lasciando il posto ad altri. La partecipazione a tale organismo – ricorda l’Arcivescovo - deve essere da tutti sentita come un dovere perché in caso contrario mancherebbe di fatto il canale di comunicazione tra il livello diocesano e quello territoriale.

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Al termine dell’intervento dell’Arcivescovo, la segretaria dichiara esauriti i primi due punti in discussione e chiama mons. Vito Angiuli a relazionare sul terzo e ultimo punto all’ordine del giorno ovvero sul programma formativo rivolto ai giovani preti sul tema dell’oratorio. Mons. Vito Angiuli illustra finalità, obiettivi e contenuti del programma formativo in parola mettendo particolarmente in risalto la metodologia adottata che prevede una stretta interazione tra riflessione e sua attualizzazione. Precisa che si tratta di quattro incontri di tipo residenziale da tenersi nel biennio 2009-2010. In merito ai contenuti, facendo riferimento al recente viaggio del clero diocesano in terra ambrosiana, sottolinea come nella esperienza milanese la pastorale giovanile sia essenzialmente oratoriale e come questo modello di pastorale implichi non tanto la disponibilità di particolari strutture quanto piuttosto uno stile di pastorale che può essere attuato secondo modalità anche molto diverse fra loro. Alle 21.00, dopo la preghiera finale, S.E. l’Arcivescovo dichiara conclusa la seduta. per la segreteria Vito Micunco

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B ARI -B ITONTO

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE Relazione dell’attività dell’anno 2009 in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2010 (Bari, 13 febbraio 2010)

Eccellenze reverendissime, onorevoli autorità, illustri magistrati del Foro civile, illustri autorità accademiche, illustri avvocati, signore e signori 1. Porgo il mio deferente saluto e il mio ringraziamento a tutti voi che avete voluto partecipare a questa cerimonia di inaugurazione ufficiale dell’anno giudiziario del nostro Tribunale Regionale. In modo particolare saluto S.E. Mons. Francesco Cacucci, Presidente della Conferenza Episcopale Pugliese e Moderatore del Tribunale. Egli rappresenta tutti i vescovi della nostra Regione e con la sua vicinanza cordiale e i suoi paterni consigli non fa mancare a noi operatori del Tribunale l’ incoraggiamento e l’apprezzamento di tutti i vescovi per il nostro lavoro. È questa l’occasione per dirgli il nostro grazie. Quest’anno tra noi c’è S.E. Mons. Angelo Massafra, Arcivescovo di Scutari, che saluto con cordialità. Egli è il Moderatore del Tribunale Interdiocesano (nazionale) di Albania di cui il nostro Tribunale Pugliese già dal 2004 con decreto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica fu designato come sede di appello. Saluto anche il vicario giudiziale e i giudici del Tribunale di Appello di Benevento e le autorità civili e militari, rappresentate dai più alti vertici.

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Do il benvenuto al chiarissimo prof. Giuseppe Dalla Torre, Rettore della Università LUMSA, il quale terrà la prolusione sul tema: “Il matrimonio tra ordinamento canonico e ordinamento civile”. Sin da ora gli esprimo il ringraziamento più cordiale. 2. Propongo alla vostra attenzione l’attività svolta dal nostro Tribunale Regionale durante l’anno 2009, con le cifre che riguardano il numero delle cause, i motivi su cui si fondano in fatto e in diritto le richieste di nullità di matrimonio e la durata delle convivenze coniugali. Questi dati non hanno un fine di mera notiziacuriosità, bensì vogliono offrire motivi di riflessione ai responsabili pastorali e a coloro che nelle diocesi, nei consultori familiari e nella società civile sono impegnati per la famiglia.

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3. Le cause A) Nel 2009 sono stati introdotti 221 nuovi libelli (11 in meno del 2008); sono state concluse con decisione 254 cause (tante quante nel 2008); con dispensa super rato 1 causa; ne sono state archiviate 22; al 31 dicembre 2009 risultano pendenti 577 cause (al 31 dicembre 2008 risultavano pendenti 633 cause). Delle cause concluse con decisione: 197 si sono concluse affermativamente, cioè con la dichiarazione di nullità del matrimonio; 57 si sono concluse negativamente, cioè con il riconoscimento della validità del matrimonio. B) Le motivazioni principali: Matrimoni dichiarati nulli: 81 per esclusione della indissolubilità; 64 per esclusione della prole; 48 per mancanza di uso di ragione, difetto di discrezione di giudizio e per incapacità ad assumere gli obblighi coniugali (iuxta can. 1095,n.1, n. 2 e n. 3); 47 per simulazione totale del consenso; 12 per timore; 6 per esclusione della fedeltà;

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE 3 per condizione; 2 per esclusione del bonum coniugum; 1 per dolo; 1 per errore di qualità (iuxta can. 1097 § 2); 1 per impotenza; 1 per vincolo precedente. Durata della convivenza dopo la celebrazione: dai 221 libelli presentati nel 2009 risulta che 179 unioni matrimoniali sono durate tra 7 giorni e 10 anni. Alcune considerazioni Mi sembra opportuno rilevare che se nel 1998 furono introdotti 300 libelli, e nel 2001 ne furono introdotti 311, il 2009 ha registrato una diminuzione di libelli introdotti: 221. A - Per quanto riguarda la spiegazione del fenomeno del numero delle richieste di nullità, mi sento di confermare quanto riferii nella mia relazione dello scorso anno e cioè: è evidente la fiducia dei fedeli nella Chiesa alla quale (nella maggior parte dei casi) essi si rivolgono per far chiarezza circa il proprio stato di vita matrimoniale per quindi intraprendere un cammino spirituale proficuo; B – Per quanto riguarda i capi di nullità: resta sempre alto il numero delle sentenze di nullità a motivo della simulazione totale del consenso e della esclusione della indissolubilità, della prole e della fedeltà e a motivo del grave difetto di discrezione di giudizio e della incapacità ad assumere gli obblighi essenziali del matrimonio per cause di natura psichica. Da questi dati risulta che molti giovani si accostano al matrimonio o con serie fragilità psicologiche o con superficialità circa gli impegni che lo stesso matrimonio comporta per tutta la vita. Nella fase istruttoria del processo, dalle deposizioni delle parti interessate, emerge che durante la preparazione remota e prossima al matrimonio qualcosa non ha funzionato. Pertanto forse bisognerebbe insistere molto nel rendere i cosiddetti “corsi per fidanzati” veri e propri itinerari di evangelizzazione del

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sacramento del matrimonio in cui il parroco e gli operatori suoi collaboratori, in un clima di serena fiducia personale con i nubendi, possano verificare per quanto possibile le loro reali intenzioni e la loro effettiva preparazione al sacramento. Papa Benedetto XVI, lunedì scorso 8 febbraio, nell’udienza ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha parlato espressamente e in maniera “molto alta” della preparazione prossima dei fidanzati al matrimonio sacramento. Egli ha detto che «dovrebbe configurarsi come un itinerario di fede e di vita cristiana, che conduca ad una conoscenza approfondita del mistero di Cristo e della Chiesa, dei significati di grazia e di responsabilità» e che «occorre...porre particolare cura perché in tale occasione i fidanzati ravvivino il proprio rapporto personale con il Signore Gesù, specialmente ascoltando la Parola di Dio, accostandosi ai sacramenti e soprattutto partecipando all’Eucaristia: solo ponendo Cristo al centro dell’esistenza personale e di coppia è possibile vivere l’amore autentico e donarlo agli altri». Lo stesso “processetto” dovrebbe essere valorizzato come preziosa occasione pastorale. Se alla fine dei vari momenti di verifica sorgesse un dubbio, il parroco con molta discrezione dovrebbe comunicare ai fidanzati che vi è qualcosa su cui devono confrontarsi o da approfondire, successivamente egli potrà valutare se gli eventuali problemi siano stati risolti o meno. Se, nonostante tutti i leciti e possibili tentativi, rimanesse il dubbio circa l’effettiva preparazione dei nubendi, qualora esso non tocchi la validità del matrimonio, il parroco non può rifiutare il matrimonio (per il diritto che ogni persona ha di sposarsi): tuttavia non mancherà di far presente alla coppia i possibili rischi a cui va incontro, magari per la loro immaturità o per la fragilità della relazione o per alcune circostanze esterne. Se invece vi fosse certezza della presenza di un problema che tocca la validità delle nozze, allora il parroco non può procedere al matrimonio; essendo questa una decisione molto delicata e grave, egli potrà opportunamente chiedere un parere alla sua Curia. Mi piace qui riportare quanto affermato nelle premesse del nuovo Rito del Matrimonio:

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE n. 20: «Nello svolgimento della preparazione, considerata la mentalità del popolo circa il matrimonio e la famiglia, i pastori si impegnino ad annunciare alla luce della fede il significato evangelico del vicendevole amore dei futuri sposi. Anche i requisiti giuridici riguardanti la celebrazione valida e lecita del matrimonio possono essere utili a promuovere tra i fidanzati una fede viva e un amore fecondo per costituire una famiglia cristiana». n. 21: «Se però, risultato vano ogni sforzo, i fidanzati apertamente ed espressamente affermano di respingere ciò che la Chiesa intende quando si celebra il matrimonio di battezzati, non è lecito al pastore d’anime ammetterli alla celebrazione. Sebbene a malincuore, deve prendere atto della realtà e spiegare agli interessati che non la Chiesa, ma loro stessi, in tali circostanze, rendono impossibile quella celebrazione che peraltro chiedono (F.C. n. 68)». *** Voglio ricordare che se una delle parti è stata causa di nullità per dolo o per simulazione, il Tribunale, considerate tutte le circostanze del caso, appone il divieto di contrarre un nuovo matrimonio senza la previa consultazione dell’Ordinario del luogo in cui il nuovo matrimonio deve essere celebrato (cfr Istr. Dignitas connubii, art. 251 § 2). L’Ordinario del luogo rimuoverà il divieto dopo che l’interessato avrà dimostrato un vero cambiamento di mentalità e con serietà avrà pronunciato un giuramento di impegno di accettare il matrimonio sacramento senza riserve sugli elementi e sulle proprietà essenziali dello stesso. 4. L’attività dei giudici Nell’anno 2009 sono state decise 254 cause. Le cause pendenti, che al 31 dicembre del 2008 sono state 633, al 31 dicembre 2009 risultano 577. Posso attestare che tutti i giudici e gli uditori hanno svolto il loro servizio con sacrificio, specialmente se si tiene conto che molti di essi contemporaneamente hanno altri impegni pastorali nelle proprie diocesi.

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Il Tribunale potrebbe dare risposte più sollecite ai fedeli che si rivolgono se ci fossero altri giudici. Come ha già riferito S.E. il Moderatore, nel settembre scorso don Nunzio Palmiotti ha cessato il suo servizio di giudice. Anche io a nome di tutti gli operatori del Tribunale esprimo a lui la gratitudine per il suo zelo e la sua competenza dimostrata in trenta anni di impegno. A p. Giuseppe Tomiri, religioso dei Frati minori, e a don Emanuele Tupputi della diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, che quest’anno iniziano il loro servizio come giudici, va l’augurio di buon lavoro. Confido molto nella sensibilità e attenzione dei vescovi pugliesi che tramite S.E. Mons. Cacucci, nostro Moderatore, sentiamo vicini alla nostra attività. Sono sicuro che essi, convinti della valenza pastorale del nostro impegno, non faranno mancare la presenza di altri sacerdoti competenti e disponibili nel servizio giudiziale. *** Per la formazione degli operatori del Tribunale è stata incentivata la partecipazione a diverse occasioni culturali. Due giudici e un uditore hanno partecipato al IV Corso residenziale di Diritto canonico applicato (Cause matrimoniali) che si è tenuto dal 30 agosto al 2 settembre 2009 a Perugia, organizzato dalla redazione di “Quaderni di Diritto Ecclesiale”. Otto giudici, due difensori del vincolo, due notai e diciotto avvocati hanno partecipato al Congresso nazionale di Diritto canonico sul tema “La giurisprudenza della Rota Romana dal 1908 al 2008”, svoltosi a Spoleto dal 7 al 10 settembre 2009, organizzato dall’Associazione Canonistica Italiana. 166

5. L’attività del nostro Tribunale come sede di appello per il Tribunale nazionale di Albania Come vi informai nella relazione dello scorso anno, già con decreto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica del 23 gennaio 2004 il nostro Tribunale Regionale fu designato come Tribunale di seconda istanza per le cause trattate in primo grado dal Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano (nazionale) di Scutari (Albania). Nel dicembre del 2008 pervennero le prime due cause riguardanti la nullità di matrimonio, una per esclusione del matrimonio stesso da

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE parte dell’attrice e l’altra per esclusione della fedeltà da parte del convenuto. Esse, nei mesi di marzo e di maggio del 2009, sono state definite con decreto di ratifica. Secondo gli accordi tra gli Ecc.mi Moderatori Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto e Mons. Angelo Massafra, Arcivescovo di Scutari, questo ulteriore lavoro con piacere vogliamo svolgerlo nello spirito di collaborazione e di servizio tra Chiese sorelle. Perciò abbiamo salutato con gioia la presenza di Mons. Massafra a questa cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario. 6. Difensori del vincolo e promotore di giustizia Il titolare dell’ufficio di difensore del vincolo è Mons. Felice Posa. Con lui hanno collaborato come difensori del vincolo sostituti 2 sacerdoti e 9 laici. Tutti hanno svolto il loro compito con impegno e competenza. Anche nell’anno 2009 l’ufficio di promotore di giustizia è stato svolto da Mons. Felice Posa e quando ciò è risultato incompatibile, perché impegnato come difensore del vincolo, detto incarico è stato svolto dal sac. Ignazio Pansini. 7. I costi e i tempi Per quanto riguarda i costi delle cause, torno a ricordare, perché se ne abbia una larga informazione, che il contributo delle parti alle spese processuali è il seguente: la parte attrice, che invoca il ministero del Tribunale, è tenuta a versare euro 500 al momento della presentazione del libello; la parte convenuta non è tenuta ad alcuna contribuzione, ove partecipi all’istruttoria senza patrocinio. Nel caso in cui nomini un patrono di fiducia o ottenga di usufruire dell’assistenza di un patrono stabile, è tenuta a versare euro 250. Per quanto riguarda la durata delle cause, devo dire che, stando al numero di esse e alla disponibilità dei giudici, è non meno di due anni. Certe volte i tempi si allungano poiché, dovendo verificare la causa di natura psichica che genera la incapacità al consenso matrimo-

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niale, si rende necessaria la perizia di un perito d’ufficio, psichiatra o psicologo.

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8. I patroni stabili I patroni stabili del nostro Tribunale sono l’avv. Franca Maria Lorusso e l’avvocato rotale Concetta Farinato. Poiché il numero dei fedeli che chiedono le consulenze e l’assistenza tecnica dei patroni stabili è abbastanza considerevole, il nostro Tribunale ha chiesto alla CEI la possibilità di nominare un terzo patrono stabile. Siamo contenti che la Conferenza Episcopale Regionale, nella sessione del 6 ottobre 2009, abbia nominato come terzo patrono stabile l’avv. Antonella Angelillo della diocesi di Altamura-GravinaAcquaviva. Voglio ancora ricordare, perché sia noto ai fedeli, che secondo il can. 1490 del Codice di Diritto canonico e dell’art. 6 delle norme della CEI “circa il regime amministrativo dei Tribunali Ecclesiastici Regionali Italiani e l’attività di patrocinio svolta presso gli stessi” i patroni stabili fanno parte dell’organico del Tribunale. Secondo le suddette norme, ai patroni stabili i fedeli possono rivolgersi per ottenere la consulenza canonica circa la loro situazione matrimoniale e per avvalersi del loro patrocinio. Il servizio di consulenza avviene ordinariamente nella sede del Tribunale e, una volta al mese, nelle sedi delle diocesi dei capoluoghi di provincia, e da quest’anno anche nella provincia BAT, in un ufficio delle rispettive Curie, così come stabilito dal nostro regolamento. Per potersi avvalere del patrocinio di uno dei patroni stabili, la parte che ne abbia interesse deve farne richiesta scritta e motivata al Preside del Collegio giudicante. Questi accoglie la richiesta, tenuto conto delle ragioni addotte e delle effettive disponibilità di servizio. Il patrono stabile non riceve alcun compenso dai fedeli né per la consulenza, né per il patrocinio o la rappresentanza in giudizio, in quanto alla retribuzione dei patroni stabili provvede il Tribunale, attingendo dalle risorse messe a disposizione a tal fine dalla CEI. I nostri patroni stabili durante l’anno 2009 hanno introdotto n. 36 libelli. Il numero delle consulenze da essi svolte è il seguente:

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE n. 134 a Bari, n. 32 a Foggia, n. 12 a Brindisi, n. 54 a Taranto, n. 89 a Lecce. Attualmente, i nostri patroni stabili tra le cause introdotte nel 2009 e quelle degli anni precedenti, stanno seguendo n. 114 cause: 47 l’avv. Concetta Farinato e 67 cause l’avv. Franca Maria Lorusso. Intanto mi sembra necessario e doveroso ricordare che il patrono stabile non è l’avvocato d’ufficio, poiché alle situazioni di indigenza è possibile provvedere con il gratuito patrocinio assicurato dai liberi professionisti iscritti all’albo, secondo un turno determinato dal vicario giudiziale. 9. I patroni di fiducia Nell’albo del nostro Tribunale sono iscritti gli avvocati residenti nella Regione Puglia. Ritengo ancora utile che sia a tutti noto l’elenco aggiornato degli avvocati residenti in Puglia, ammessi a patrocinare nel nostro Tribunale perché ai fedeli che si rivolgono alle curie diocesane o ai consultori familiari siano date esatte informazioni. L’albo è costituito da 17 professionisti che hanno conseguito il titolo di avvocato rotale, da 53 laureati in Diritto canonico, da 10 licenziati vere periti in Diritto canonico e da 5 licenziati in Diritto canonico ammessi ad biennium al fine di concedere la possibilità di conseguire il dottorato. Il Consiglio Episcopale Permanente della CEI stabilì già dal 2007 che l’onorario per i patroni di fiducia sia determinato dal Preside del Collegio giudicante (e non dall’avvocato), tra un minimo di Euro 1.500 ed un massimo di Euro 2.850 (escluso IVA e ulteriori oneri, sostenuti dal patrono, che non possono essere compresi in tali onorari). 10. La Cancelleria e la sede del Tribunale La Cancelleria, retta da don Vito Spinelli, svolge un lavoro encomiabile. Con il Cancelliere collaborano dieci impiegati i quali, oltre a soddi-

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sfare il rapporto con il pubblico e con gli avvocati, assistono i giudici, come notai, seguono tutte le pratiche: ricezione dei libelli, contabilità amministrativa, spedizione di quanto è necessario alla sede del Tribunale di Benevento. Il nostro Tribunale ha il sito internet: www.terpuglia.it visitando il quale si possono apprendere tutte le notizie utili riguardanti l’indirizzo della sede, l’organico del personale che opera, l’elenco degli avvocati, il regolamento del Tribunale e le norme della CEI “circa il regime amministrativo dei tribunali ecclesiastici regionali italiani e l’attività di patrocinio svolta presso gli stessi”, le statistiche annuali, e le relazioni dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. La sede del Tribunale è in Largo S. Sabino 1, Bari.

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11. Conclusione Voglio concludere assicurando che nel nostro lavoro siamo in piena collaborazione con i nostri vescovi e con tutti coloro che nelle diocesi si dedicano alla preparazione dei giovani al matrimonio e nel sostenere le famiglie: consultori familiari e operatori di pastorale familiare. Il nostro impegno vuole essere in sintonia con il magistero del Papa Benedetto XVI. Ci sono come luce-guida queste espressioni che egli ha detto nel recente discorso al Tribunale della Rota Romana: «l’azione di chi amministra la giustizia non può prescindere dalla carità»… «l’amore verso Dio e verso il prossimo deve informare ogni attività»...«Lo sguardo e la misura della carità aiuterà a non dimenticare che si è sempre davanti a persone segnate da problemi e da sofferenze»...«la giustizia, la carità postulano l’amore alla verità e comportano la ricerca del vero». Nella funzione giudiziaria esercitata nelle cause di nullità di matrimonio intendiamo dimostrare l’amore pastorale della Chiesa verso i fedeli che soffrono a causa di relazioni familiari difficili, mettendo a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza. A tutti i giudici, gli uditori, i difensori del vincolo, al cancelliere, ai notai, ai periti, ai valenti avvocati e a tutti coloro che, a vario livello, collaborano, la più viva gratitudine e l’augurio di buon lavoro. sac. Luca Murolo Vicario giudiziale

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C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PUBBLICAZIONI PONTIFICIO Salvatore De Pascale

Viaggio nei 10 anni 1999-2009 Parrocchia S. Giuseppe Moscati in Triggiano

Prefazione di Salvatore De Pasquale a Viaggio nei 10 anni 1999-2009 Litopress, Bari 2009 Indice: Introduzione, Decreto Consuntivo Parrocchia, Pensiero di Vincenzo Giannelli Diacono, Pensiero di don Paolo Bux, Saluto di don Salvatore, Le immagini, Verbale Assemblea Parr. 1996,Le immagini, L’Oratorio, Lettera aperta Halloween? No, thanks !, Le immagini, Primo Verbale C.P.P., Le immagini, Articolo Gazzetta sugli incidenti stradali, Le immagini, I Care, Le immagini, Pensiero del dons su Santiago, Le immagini, Teriamik, Bozza Progetto Chiesa nuova, Le immagini, Messaggi Pastorali, Le immagini, Presepi e Altari del repositorio.

Carissima famiglia parrocchiale, quando il 7 ottobre del 2002 con la benedizione di Sua Ecc.za mons. Francesco Cacucci facevo il mio primo ingresso in qualità di parroco di questa comunità, non avrei mai pensato che mi sarei ritrovato dopo 8 anni a scrivere queste righe in occasione del 10° anniversario di erezione canonica della nostra Parrocchia. «Grandi cose ha fatto in noi l’Onnipotente e Santo è il Suo Nome». Questi sono i miei sentimenti a distanza di tempo. E’ solo Grazia di Dio infatti, tutto quello che di buono insieme abbiamo costruito, pietra dopo pietra, nel corso di questi anni. Quello che invece abbiamo seminato male, per le nostre negligenze o incoerenze, lo affidiamo alla Misericordia di Dio perché abbia pietà di noi e ci perdoni.

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Le foto e gli scritti, corredo di questo libretto, non siano allora per noi motivo di vanto ma solo di riconoscenza nei confronti del Buon Dio che «tutto opera in colui che crede», consapevoli che « se il Signore non costruisce la casa invano vi faticano i costruttori ». O mia amata famiglia, il meglio è sempre e comunque dinanzi a noi, perché il futuro é nelle mani di Dio. La nostra speranza ha un nome e un volto: si chiama Gesù. Siamo appena all’inizio della Sua costruzione spirituale per la nostra comunità. Buon lavoro a noi tutti e grazie di cuore per quello che siete e sarete per me.

Vostro don Salvatore

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PUBBLICAZIONI

Leonardo Nunzio Di Taranto

Fare pastorale della salute in Italia, oggi Presentazione di Ornella Scaramuzzi a Fare pastorale della salute in Italia, oggi di Leonardo Nunzio Di Taranto Edizioni Centro Volontari Sofferenza, Roma 2010 Indice: Guardando alla novità del testo… di Ornella Scaramuzzi – Presentazione: Un libro per gli operatori pastorali sanitari – Introduzione: Domanda di salute e bisogno di salvezza – Capitolo I: Cosa è la pastorale della salute?; Le tre tappe evolutive dell’identità della pastorale della salute; I cinque volti del malato nella vita di una comunità cristiana; Conclusione – Capitolo II: Perché la Chiesa fa pastorale della salute?; 1. Fondamento biblicoteologico; 2. Fondamento cristologico; 3. Fon-damento ecclesiologico – Capitolo III: Quali sono le finalità della pastorale della salute?; Primo ambito: malati e familiari; Secondo ambito: cultura e politica; Terzo ambito; umanizzazione ed etica – Capitolo IV: Chi deve fare pastorale della salute?; Prima parte: I soggetti della pastorale della salute; Seconda parte: Malato e comunità – Capitolo V: La comunità cristiana e la promozione della salute nelle istituzioni sanitarie; Alcune puntualizzazioni; I sentieri della promozione della salute; Un traguardo: Nome e volto della comunità cristiana in ospedale – Capitolo VI: La comunità cristiana e la promozione della salute nel territorio; Prima pista: La costruzione di una comunità guarita e sanante; Seconda pista: Alcune scelte pastorali; Terza pista: “Conoscere le molteplici strutture che promuovono la salute…” – Capitolo VII: Le strutture di comunione e di animazione della pastorale della salute: Pontificio Consiglio per la pastorale della salute; Ufficio nazionale per la pastorale della sanità; Consulta nazionale per la pastorale della sanità; Tavolo nazionale delle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana; La Consulta regionale per la pastorale della salute; Ufficio e Consulta diocesani per la pastorale della salute; La comunità parrocchiale; La cappellania ospedaliera e il consiglio pastorale ospedaliero – Bibliografia essenziale di riferimento – Riviste principali di settore.

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Che la Scuola di pastorale sanitaria di Bari sia stimolo per gli alunni verso una nuova comprensione aperta e cordiale dei problemi dell’umanità sofferente e in cammino verso la salvezza, è un dato acquisito ormai da molti anni che ci riempie di orgoglio. Ma quando un docente, come nei ripetuti casi di p. Leonardo Di Taranto, p. Francesco Neri e mio, scrive pagine nuove aprendo orizzonti concreti a quanti intraprendono lo studio dell’umanizzazione del mondo della salute, si ha l’impressione che si stabiliscano punti di riferimento nuovi nella storia della pastorale sanitaria, che illuminano e facilitano il cammino ecclesiale. Così è per la recente fatica di p. Leonardo Di Taranto che pubblica il lavoro già offerto agli alunni del Biennio di etica e umanizzazione 2008 – 2010 di Bari: Fare pastorale della salute in Italia, oggi. Già in altri testi in passato, l’autore si era occupato dell’evoluzione della sanità dagli anni ’60 in poi, sottolineando la missione nuova che la Chiesa, che da sempre si è presa cura dei malati, svolge al suo interno, cooperando ai cambiamenti. Tutto alla luce dei documenti del Magistero della Chiesa a partire dal caposaldo, la Salvifici doloris (1984) seguita dalle due Note per la pastorale della salute stilate dalla Consulta relativa e dalla Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute rispettivamente nel 1989 (La pastorale della salute nella Chiesa italiana) e nel 2006 (“Predicate il Vangelo e curate i malati”. La comunità cristiana e la pastorale della salute). I riferimenti si allargano anche a quanto viene suggerito più o meno esplicitamente per il nostro settore nella Christifideles laici, nella Evangelium vitae, nella Carta degli operatori sanitari, nel Dizionario e nel Manuale di teologia pastorale sanitaria … Bisogna riconoscere all’autore la sensibilità con cui ha scorto gli elementi propositivi mettendoli poi insieme con chiarezza in un progetto che, prima di essere scritto, è stato sperimentato e verificato in corso d’opera. Infatti, p. Leonardo è da trentacinque anni cappellano ospedaliero e da venticinque direttore dell’Ufficio diocesano di pastorale della salute di Bari–Bitonto, al quale ufficio fin dall’inizio ha associato l’organo collegiale della Consulta. Adesso, dopo tanto tempo, possiamo ben definire la sua, passione e lungimiranza nel servizio. Questa dunque mi sembra la stagione dei frutti che segue quella della semina profusa a piene mani in terreni non sempre favorevoli e difficili da dissodare.

PUBBLICAZIONI Ecco che adesso abbiamo nelle mani un testo molto efficace che inquadra i fondamenti biblico-teologico, cristologico ed ecclesiologico della questione. Nel primo è il Dio dell’alleanza che si rivela padre-madre, pastore e medico. Nel secondo Gesù manifesta il volto del Padre e rappresenta l’oggi della salvezza. Nel suo agire compassionevole sono descritti i lineamenti programmatici di ogni discepolo di Gesù sulla terra, tra verifica (Mt 5–7) e giudizio (Mt 25). Nel terzo è tracciata la storia della carità della Chiesa che si riassume nel programma del profeta Isaia di portare un annuncio di speranza agli umiliati, fasciare le piaghe dei corpi malati e dei cuori spezzati, proclamare la libertà ai prigionieri del male, donare l’olio di letizia agli afflitti, intonare un canto di lode con i disperati, inaugurare ogni mattina i tempi messianici (cfr Is 61,1). L’autore si addentra poi nelle finalità della pastorale della salute e traccia gli ambiti di evangelizzazione nell’impegno con i malati e i familiari, nella cultura e nella politica, nell’umanizzazione degli operatori e dei luoghi di cura, illuminandoli con la fede. Delinea poi l’identità di coloro che devono fare pastorale della salute attingendo alle due Note pastorali del 1989 e del 2006, e mette al primo posto la comunità cristiana fatta di battezzati tutti coinvolti e corresponsabili. Con la precisione espositiva che lo caratterizza, l’autore inquadra, ciascuno in dieci punti, prima gli effetti devastanti della malattia (pp. 58 ss.), poi l’impegno del malato per trasformare la malattia in opportunità (pp. 63 ss.) e infine i compiti della comunità cristiana verso i malati (pp. 68 ss.). Tale accostamento sviluppa didatticamente in concreto l’azione pastorale e fornisce obiettivi chiari al lettore. Nel distinguere poi i sentieri della promozione della salute, seconda area di interesse della nostra pastorale, correttamente intesa a dare a tutto campo pienezza di vita all’uomo (cfr PVCM n.33), Leonardo Di Taranto dice «quanto sia impegnativa la missione della comunità cristiana nel mondo sanitario e quale rivoluzione pastorale essa debba compiere nella proposta di una visione di salute come dono

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di Dio e come responsabilità personale» che implica il significato dato alla vita e la speranza cristiana. Infine la promozione della salute si allarga a intrecciare relazioni con le parrocchie nel territorio, sostenendo il valore di una pastorale integrata di tutti responsabili ormai improrogabile, pena l’affievolimento stesso dell’evangelizzazione che non fosse mediata dalla testimonianza della sequela dell’amore di Cristo pastore delle anime e dei corpi. Tanti sono i riferimenti ai testi più aggiornati di pastoralisti odierni, nel tracciare le piste operative affinché una comunità guarita e sanante si metta a servizio concreto, con animo missionario, dello sviluppo cristiano-sociale. Sarà allora l’iniziazione cristiana, le catechesi per le varie fasce di età dei parrocchiani, la cura per l’educazione e la formazione degli operatori pastorali a svelare il senso della vita, che, benché fragile, è dono e responsabilità. Ciò si attua promuovendo anche sani stili di vita per l’uomo, che si riflettono sulla salvaguardia dell’ambiente, luogo nel quale l’essere umano è fruitore e non padrone, creatura fra creature e non cieco e arrogante despota. L’ultimo capitolo offre il panorama evolutivo delle strutture di comunione e animazione della pastorale della salute; è molto utile per comprendere le attuali gerarchie di riferimento entro le quali si opera. Proprio leggendo fino all’ultima riga il testo, ci si accorge che l’azione dello Spirito ha trasformato la pastorale della salute da “cenerentola” a “educatrice pedagogica” delle altre pastorali perché nulla di ciò che è dell’uomo, relativo alla sua fragilità e alla sua ricerca di felicità, è estraneo a Dio. Allora tutta la pastorale della salute va letta come missione del popolo di Dio in cammino verso il Padre, punto di origine e fine dell’esistenza umana. dott.ssa Ornella Scaramuzzi Direttrice della Scuola di pastorale sanitaria di Bari

PUBBLICAZIONI

Ruggiero Doronzo

Chiesa e mezzi di comunicazione: un rapporto da approfondire Presentazione di mons. Francesco Cacucci a Chiesa e mezzi di comunicazione: un rapporto da approfondire di Ruggiero Doronzo Ed Insieme, Terlizzi (Ba) 2010 Indice: Presentazione; Prefazione; Ringraziamenti; Introduzione; Parte I: Il già: Approccio positivo ai mezzi di comunicazione; neutralità dei mezzi e importanza del contenuto; Necessità di moralizzare le comunicazioni; pensare i mezzi per comunicare ad intra e ad extra; Parte II: Il non ancora: Un rapporto ancora da approfondire; Neutralità versus determinismo; L’homo technologicus; L’uomo in rete; Dono versus copyright; Comunicazione e tecnologia: Cristo comunicatore o Cristo recettore?; Media e teologia: doni di Dio?; Cyberspazio e teologia: Teilhard de Chardin versus Cybergnostici; Conclusione; Bibliografia; Libri; Riviste; Articoli; Documenti e siti.

Comunicare è uno dei bisogni primari dell’uomo. Ascoltare le storie degli altri e raccontare la propria storia agli altri è la maniera per partecipare, condividere la nostra avventura terrena. La comunicazione, dunque, è da sempre bidirezionale: chi parla, o scrive, non può prescindere da chi ascolta, o legge, dalla necessità di capire di essere stato compreso o meno. Così come chi ascolta o legge non può farlo senza reazioni, di approvazione o disapprovazione o anche, nel caso, disinteresse. Per questo comunicare è la premessa del dialogo, della conoscenza reciproca tra persone, comunità, popoli interi. Ma ciò che per secoli è stato affidato soprattutto alla parola detta o

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scritta, nel corso del ‘900 ha trovato, per essere manifestato, strumenti e sistemi tecnologicamente sempre più complessi, che hanno potuto avvalersi dell’immagine quale elemento predominante, fino a consentire la definizione del XX secolo quale secolo della comunicazione. Dalla fotografia al cinema, dalla radio alla televisione, dai cd ai dvd, dagli ipertesti alla multimedialità, dal satellite ad internet, è stato un susseguirsi di novità tecnologiche che hanno stravolto la quotidianità, soprattutto nella seconda metà del ‘900. Una realtà complessa fatta di nuove modalità e nuovi linguaggi comunicativi in continuo rapido mutamento, che hanno saputo facilitare e favorire ogni forma di comunicazione sociale, ma hanno aggravato il peso della comprensione per i fruitori, anche per la eccessiva comunicazione in troppo poco tempo. Una realtà complessa che la Chiesa ha seguito passo per passo, mostrandosi aperta ed attenta alle capacità dei mezzi comunicativi, milioni di persone contattabili in pochi minuti, ma altrettanto attenta e preoccupata per come questi mezzi potentissimi possano essere usati, per la forte impronta formativa sulle masse conseguenza anche del linguaggio induttivo della pubblicità che via via è andato affermandosi fino ad essere dominante. Tutto ciò scaturisce con chiarezza nella puntuale scansione ed analisi dei documenti del Magistero pontificio e del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali, realizzata da fra Ruggiero Doronzo, che individua i quattro elementi costanti: l’approccio positivo della Chiesa ai mezzi di comunicazione; i media come canali o strumenti neutri, anche se potenti, della comunicazione; l’importanza del contenuto trasmesso e la necessità di moralizzarlo; l’invito ad usare i media per la diffusione del Vangelo. Da papa Pio XI in poi, tutti i pontefici non hanno fatto mancare la loro parola sui mass-media, rivolgendo pressanti inviti al senso di responsabilità dei comunicatori e all’attiva capacità di senso critico di ascoltatori e telespettatori e recettori dei messaggi comunicativi, che comunque, come si è poi dimostrato negli anni, sono capaci di influenzare la vita sociale imponendosi negli stili di vita, nelle abitudini delle famiglie, e incidendo nelle relazioni sociali affettive ed intellettuali con l’individualizzazione dei tempi e aspetti sociali posti come priorità all’attenzione collettiva.

PUBBLICAZIONI Profeticamente Paolo VI avvertiva che «l’avvertire si apre a grandi speranze, se l’uomo saprà dominare queste tecniche nuove». Riscoprire la centralità della figura umana nel mondo ipertecnologico che ci circonda è la necessità primaria della società globalizzata. Una necessità primaria che trova nella sempre più diffusa esigenza del sacro e di religiosità la conferma. In questo senso l’esortazione di Giovanni Paolo II, «non abbiate paura delle nuove tecnologie! Esse sono tra le cose meravigliose che Dio ci ha messo a disposizione per scoprire, usare, far conoscere la verità, anche la verità sulla nostra dignità e sul nostro destino di figli suoi», è catechizzante. Non c’è niente di meglio per combattere il sensazionalismo, la spettacolarizzazione del dolore e delle gioie della vita, il senso del virtuale che sovrasta il reale, della verità, che in quanto tale non ha bisogno di essere gridata. Occorre un’etica della verità, esigenza primaria dell’uomo contemporaneo, che sappia superare e riequilibrare l’etica della libertà, dominante dal dopoguerra ad oggi, annientatrice della dignità umana dei singoli e quindi delle comunità in funzione di un presunto diritto di liceità di ogni cosa anche se e quanto questa è a svantaggio di altri o dell’intera collettività. Un’etica della verità che sappia riscoprire il valore del bene comune a salvaguardia della vita autentica di ogni persona, attraverso il dialogo ed il rispetto. Non si tratta semplicemente di moralizzare solo i contenuti della comunicazione mass-mediale e digitale, quanto di offrire a tutti la conoscenza, attraverso la potenza di questi mezzi, della via di Cristo, unica vera risposta alle sofferenze dell’uomo, senza illusioni e inganni. Semmai nello sforzo di individuare un linguaggio univoco, interculturale ed interreligioso, che è un sentire unico, frutto di una globalizzazione sempre più matura. In un mondo che predilige la sinteticità dobbiamo ritrovare la via della sintesi, che può essere solo la via del dialogo, dello scambio e del confronto delle conoscenze e del pensiero. In questo la tecnologia è lo strumento autentico.

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Se ci lasciassimo dominare dal fascino tecnologico come risposta alle nostre domande esistenziali vivremmo nell’inganno e nella mortificazione del nostro essere uomini, figli di Dio. L’aspetto dell’educazione alla lettura del linguaggio massmediale deve ricevere attenzione prioritaria, secondo le indicazioni che il Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa “Comunicazione e missione” ampiamente ci offre. Ben venga, dunque, l’approfondita riflessione di p. Ruggiero Doronzo, frate cappuccino, che aiuti l’uomo a rimpossessarsi dei propri strumenti, quali la tecnologia, e a non esserne schiavo, per cercare come individuo e come comunità la risposta a domande esistenziali evidenziate dai misteri della vita e della morte. + Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari- Bitonto

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Antonio Serio

Il futuro nelle radici Presentazione di mons. Francesco Cacucci a Il futuro nelle radici. La pastorale catechistica nel cammino postconciliare della Chiesa di Bari dai convegni ecclesiali al primo Sinodo diocesano (1979-2000) di Antonio Serio Ecumenica Editrice, Bari 2010 Indice: Sigle; Presentazione; Prefazione; Introduzione; Capitolo I - Il cammino postconciliare alla luce del magistero dei vescovi; Gli orientamenti pastorali di mons. Enrico Nicodemo (1953-1973); La recezione e l’attuazione del Concilio di mons. Anastasio Ballestero (1974-1977); Il magistero episcopale di mons. Mariano Magrassi (1977-1999); Evangelizzazione gli adulti (1980); Bari, Pentecoste 1981; Diventa quello che sei (1982); Capitolo II Il primo convegno ecclesiale diocesano “Evangelizzazione e promozione umana” (28 aprile–1 maggio 1979); Fase di preparazione; celebrazione del convegno; Prospettive e attività pastorali del post-convegno; Capitolo III - Il secondo convegno ecclesiale diocesano “Perseveranti nell’ascolto” (23-25 aprile 1983); Fase di preparazione; Celebrazione del convegno; Prospettive pastorali e catechistiche a partire dal convegno; Il progetto pastorale diocesano degli anni Ottanta; Il progetto catechistico diocesano e il piano di formazione dei catechisti; Capitolo IV- Il terzo convegno ecclesiale diocesano “Celebrare in Spirito e Verità (25-27 ottobre 1991); Fase di preparazione; Celebrazione del convegno; Prospettive pastorali e catechistiche a partire dal convegno; Capitolo V - Il primo sinodo diocesano “Insieme con gioia verso il Duemila” (1996-2000); La preparazione presinodale; L’indicazione; Le quattro sessioni; Prima sessione; Seconda sessione; Terza sessione; Quarta e ultima sessione; Il libro del Sinodo; I temi della pastorale e della catechesi nel Libro del Sinodo; Conclusione; Bibliografia; Documenti; Documenti della Chiesa universale; Documenti della Conferenza Episcopale Italiana e dell’Ufficio catechistico nazionale; Documenti della Chiesa locale a livello regionale e diocesano; Studi; Articoli.

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Memoria futuri Si potrebbe sintetizzare con questo ossimoro la finalità e il contenuto di questo libro di don Antonio Serio sulla pastorale catechistica nel cammino postconciliare della Chiesa di Bari. Non per nulla, egli ha intitolato il suo lavoro, frutto della sua tesi dottorale, Il futuro nelle radici, quasi per ribadire lo stretto legame che intercorre tra la storia passata e quella che dovrà ancora accadere ed evidenziare l’assoluta necessità che la progettazione pastorale si coniughi con il ricco e fecondo patrimonio della tradizione catechistica della Chiesa di Bari. Insomma, don Antonio con il suo libro intende presentare il ciclo virtuoso che scorre lungo la storia della Chiesa locale con l’intreccio tra la memoria del passato, l’attenzione al presente, l’attesa del futuro. In un celebre passo delle Confessioni, sant’Agostino sottolinea che sono proprio queste le tre operazioni dell’anima. Così egli scrive:

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«Il futuro, inesistente, non è lungo, ma un lungo futuro è l’attesa lunga di un futuro; così non è lungo il passato, inesistente, ma un lungo passato è la memoria lunga di un passato. Accingendomi a cantare una canzone che mi è nota, prima dell’inizio la mia attesa si protende verso l’intera canzone; dopo l’inizio, con i brani che vado consegnando al passato si tende anche la mia memoria. L’energia vitale dell’azione è distesa verso la memoria, perciò che dissi, e verso l’attesa, perciò che dirò: presente è però la mia attenzione, per la quale il futuro si traduce in passato. Via via che si compie questa azione di tanto si abbrevia l’attesa e si prolunga la memoria, finché tutta l’attesa si esaurisce, quando l’azione è finita e passata interamente nella memoria. Ciò che avviene per la canzone intera, avviene anche per ciascuna delle sue particelle, per ciascuna delle sue sillabe, come pure per un’azione più lunga, di cui la canzone non fosse che una particella; per l’intera vita dell’uomo, di cui sono parti tutte le azioni dell’uomo; e infine per l’intera storia dei figli degli uomini, di cui sono parti tutte le vite degli uomini». (Confessioni 11,28,37-38) Il libro di don Antonio si muove lungo la scia di questa intuizione agostiniana. Se egli prende in considerazione quanto è avvenuto nel passato è soprattutto per valorizzare il lavoro che la Chiesa di Bari

PUBBLICAZIONI sta compiendo nel presente e per individuare le possibili direttrici lungo le quali deve muoversi il futuro impegno pastorale. È noto che la Chiesa di Bari, soprattutto a partire dagli inizi dell’Ottocento, grazie anche al magistero dei vescovi che si sono susseguiti alla guida della diocesi, si è impegnata con decisione e continuità nel campo della catechesi. La curata ricerca di mons. Vito Angiuli, La catechesi nella diocesi di Bari: dagli inizi dell’Ottocento al Vaticano II, ne dà un resoconto dettagliato. A questo studio si ricollega il libro di don Antonio per completare l’indagine storica, misurare l’incidenza che il Concilio Vaticano II ha avuto nell’azione pastorale della Chiesa barese e prospettare alcune linee guida per il futuro. L’intera trattazione si muove attorno a due punti focali: l’analisi dei tre convegni ecclesiali diocesani (1979-1991) e la riflessione sul sinodo diocesano (1996-2000). Quanto al primo aspetto, vengono attentamente studiati le varie fasi che hanno caratterizzato il cammino ecclesiale: dalla preparazione alla celebrazione e all’attuazione dei tre convegni. Realizzati durante l’episcopato di mons. Mariano Magrassi, questi tre appuntamenti ecclesiali si caratterizzano come momenti propedeutici all’indizione del sinodo diocesano. Avvenimento, questo, di grande rilevanza ecclesiale per il consolidamento e lo sviluppo di quello “stile sinodale” che mons. Magrassi aveva voluto imprimere a tutta l’azione pastorale. Lungamente desiderato il sinodo si tiene alla fine del secondo millennio in concomitanza con la celebrazione del Grande Giubileo del 2000. Giubileo e sinodo – scriverà mons. Magrassi – sono un “binomio affascinante” per il cammino pastorale della Chiesa barese, quasi la concretizzazione del desiderio di raccogliere il meglio della tradizione pastorale per proiettarsi con maggiore entusiasmo nel terzo millennio e con un rinnovato impegno portare avanti il progetto di “evangelizzare tutti”. Il frutto più significativo del sinodo diocesano è la sua decisione di assumere la prospettiva mistagogica come l’orizzonte pastorale fondamentale all’inizio del nuovo millennio. Questa scelta viene ulteriormente approfondita nei tre anni di preparazione al Con-

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gresso eucaristico nazionale, che si tiene a Bari dal 21 al 29 maggio 2005, e verificata nella visita pastorale che è ancora in corso. A don Antonio va la stima e la riconoscenza di tutta la comunità diocesana perché con il suo libro egli ha ravvivato la memoria del passato lasciando che essa illumini il presente e apra nuove prospettive per il futuro. Un futuro saldamente ancorato alle nostre radici e, per questo, pieno di speranza e annunciatore di novità. + Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto

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NELLA PACE DEL SIGNORE Don Angelo Michele Battista

Nato a Capurso il 13 maggio 1928, Angelo Michele Battista fu ordinato presbitero il 20 luglio 1952 e inviato come viceparroco a Noicattaro, presso la parrocchia S. Maria del Carmine. E’ stato parroco presso la parrocchia Sacro Cuore in Gioia del Colle (1959-65), arciprete di Noicattaro (1965-1989), e primo parroco del Sacro Cuore di Mola (1989-2005). Uomo riservato, di grande fede, sempre obbediente ai vescovi, ha svolto un intenso apostolato. Come arciprete di Noicattaro, nello spirito del Concilio Vaticano II ha dato avvio al rinnovamento spirituale e materiale della chiesa madre. Ha promosso nei condomini i “cenacoli”, gruppi di preghiera che si incontravano ogni settimana per il rosario e la liturgia delle ore. Ha accolto l’Opera dell’Amore Sacerdotale (OAS), fondato da don Gianfranco Ferrari, sacerdote di Verona. Ha curato il restauro della chiesa, la costruzione delle opere parrocchiali e il restauro del santuario “Madonna del rito”, sito sulla provinciale Noicattaro-Torre a Mare, divenuto luogo di ritiri spirituali e meta di pellegrinaggi a piedi. Nel 1982 ha organizzato un tir di vino diretto a Varsavia, quando la Chiesa polacca non aveva più vino per le messe. Ha sostenuto anche alcuni sacerdoti polacchi che studiavano a Roma. Trasferito a Mola, è stato il primo parroco della parrocchia Sacro

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Cuore, ospitata provvisoriamente in alcuni locali del Polivalente per sette anni. In tre anni, dal 1993 al 1996, ha costruito la nuova chiesa, opera dell’architetto Piero Masini, una tra le più belle delle nuove chiese della diocesi, grazie all’8 per mille e alla generosità dei parrocchiani. Ha promosso anche a Mola i cenacoli e l’OAS. “Afferrato da Gesù Risorto”, ha pubblicato nel 1991 la Via lucis (le 15 apparizioni del Risorto) presentata da mons. Mariano Magrassi e nel 1995 una edizione semplificata con prefazione del card. Corrado Ursi. Invitava tutti a gioire con l’alleluia e a pregare così: “O Gesù Redentore, fammi risorgere ogni giorno a vita nuova, per poter mostrare a tutti il tuo volto glorioso”. Ha pubblicato inoltre la Via pacis (il mistero dell’incarnazione in 15 tappe), presentata da don Tonino Bello nel 1992, e Il cammino con gli angeli (le apparizioni degli angeli nel VT e nel NT), presentato dal card. Anastasio Ballestrero nel 1994. Afferrato anche da Maria, ha voluto due fiaccolate all’anno nel territorio della parrocchia: il 13 maggio e il 13 ottobre. Nel 2005, a 77 anni ha lasciato l’incarico di parroco per limiti d’età, ma non ha voluto allontanarsi dalla comunità parrocchiale, continuando la sua missione di presbitero. Ha aiutato e accompagnato il suo successore, don Franco Fanizza, con il consiglio e la preghiera, rispettando sempre il suo ruolo e le sue scelte. Nell’autunno del 2009 la malattia lo ha costretto a rimanere in casa a letto o in carrozzella. La sua casa è diventata un cenacolo di preghiera e solidarietà, perché tanti parrocchiani si sono avvicendati nell’assisterlo. Ha sofferto in modo esemplare, donando serenità a chi andava a visitarlo. È spirato la mattina del 25 febbraio 2010 all’età di quasi 82 anni. Le esequie sono state celebrate il 26 febbraio dall’Arcivescovo di Bari-Bitonto, S.E. mons. Francesco Cacucci.

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DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Gennaio 2010

3 - Al mattino, presso la parrocchia Natività di Nostro Signore nel Quartiere S Pio in Bari-Santo Spirito, celebra la S. Messa. 5 - Nella Cattedrale di Lecce, partecipa alla concelebrazione eucaristica in occasione del XX anniversario dell’ordinazione episcopale di S. Ecc. mons. Domenico Umberto D’Ambrosio, Arcivescovo di Lecce. 6 - Alla sera, presso la parrocchia Immacolata in Adelfia Canneto, celebra la S. Messa nella solennità dell’Epifania del Signore. 7- Nel pomeriggio, presso il Pontificio Seminario Regionale Pugliese Pio XI in Molfetta incontra i seminaristi teologi della diocesi. 9 - Alla sera, presso la parrocchia S. Croce in Bari, assiste alla rappresentazione teatrale sulla beata Elia di San Clemente “Uno strano reportage” a cura di Vittorio Stagnani. 10 - Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa per la festa diocesana della famiglia. 11- Alla sera, presso la parrocchia S. Ferdinando in Bari, celebra la S. Messa e visita la mostra a chiusura delle celebrazioni per il 160° anniversario della fondazione della parrocchia. 12 - Alla sera, presso la Biblioteca “G. Ricchetti” in Bari, partecipa alla presentazione del libro Sogni da preti. Una ricerca sulla Chiesa del futuro tra i presbiteri di Puglia con don Angelo Sabatelli, delegato per la pastorale della diocesi di Conversano-Monopoli. 14-17 - Visita pastorale alla parrocchia S. Nicola in Bari-Catino.

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18 - Al mattino, presso il Cinema Socrate in Castellana Grotte, partecipa alla proiezione del film Io, loro e Lara di Carlo Verdone e ne guida la lettura. - Alla sera, presso la Libreria Laterza in Bari, partecipa alla presentazione del libro di Oscar Iarussi L’infanzia e il sogno. Il cinema di Fellini. 19 - Alla sera, presso la Casa del clero in Bari, presiede la riunione del Consiglio Pastorale Diocesano. 20 - Al mattino, in Cattedrale, celebra la S. Messa per la festa di S. Sebastiano, patrono della Polizia Urbana. 24 - Al mattino, presso la parrocchia Santa Famiglia in Bari, celebra la S. Messa. - Alla sera, nella Basilica di S. Nicola, partecipa alla veglia diocesana di preghiera per l’unità dei cristiani. 25-28 - A Roma, partecipa ai lavori del Consiglio Permanente della CEI. 28 - Al pomeriggio, presso l’aula magna “Mons. Enrico Nicodemo” dell’Istituto di Teologia Ecumenico-patristica greco-bizantina “S. Nicola”, presiede la Giornata accademica con la partecipazione di S. Ecc. Mons. Cyril Vasil, S.J., segretario della Congregazione per le Chiese Orientali. 29 - Al mattino, presso la Casa del clero in Bari, presiede la riunione del Consiglio Presbiterale diocesano. - Al pomeriggio, presso l’Hotel Sheraton Nicolaus in Bari, interviene al convegno ACLI sulla Caritas in veritate. 30 - Al mattino, presso il Palazzo di Giustizia di Bari, partecipa alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario. - Al pomeriggio, in Cattedrale, incontra i cresimandi della parrocchia Maria SS. del Carmine di Sannicandro di Bari. - Alla sera, presso l’Hotel Sheraton Nicolaus in Bari, incontra i membri del Circolo della Sanità sulla Caritas in veritate. 31 - Al mattino, presso la parrocchia SS. Redentore in Bari, celebra la S. Messa per la festa di san Giovanni Bosco. - Alla sera, in Sammmichele di Bari, partecipa al Meeting della pace organizzato dall’A.C. diocesana.

DIARIO DELL’ARCIVESCOVO

Febbraio 2010 1 - Alla sera, presso la chiesa di S. Domenico in Bari, celebra la S. Messa per i giuristi cattolici. 2 - Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa per la festa della Presentazione del Signore e per la Giornata mondiale della vita consacrata. 3-5 - A Massafra, presiede i lavori della Conferenza Episcopale Pugliese. 5 - Alla sera, presso la III Regione Aerea in Bari, tiene una conferenza sul tema: “La famiglia nei mass media”. 6 - Nel pomeriggio, interviene alla cerimonia di inaugurazione del Museo Nicolaiano in Bari. 7 - Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa per la Giornata della vita. 8 - Alla sera, presso la parrocchia Buon Pastore in Bari, celebra la S. Messa per il 5° anniversario della morte di mons. Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. 9 - Al mattino, nella cripta della Cattedrale, celebra con i canonici del Capitolo Metropolitano Primaziale la S. Messa per la festa di S. Sabino, compatrono dell’arcidiocesi. - Al pomeriggio, presso la Sala consiliare della Provincia, partecipa alla presentazione del libro I volti dell’altro, a cura del Progetto Mondialità. 10 - Al mattino, presso il Seminario arcivescovile in Bari, incontra l’équipe educativa. - Alla sera, presso l’Abbazia di S. Scolastica in Bari, celebra la S. Messa per la festa della Titolare. 11 - Alla sera, presso la parrocchia Buon Pastore in Bari, presiede l’adorazione vocazionale; in seguito partecipa alla cerimonia di intitolazione a mons. Antonio Ladisa della sala del Centro Diocesano Vocazioni. 12 - Nel pomeriggio, presso l’aula magna del Politecnico di Bari,

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presiede il convegno del laicato della diocesi sul tema “Educare ad essere cittadini del mondo”, relatore il prof. Jesús Morán, del Movimento dei Focolari. 13 - Al mattino, nella cripta della Cattedrale, celebra la S. Messa e successivamente, presso l’aula “Mons. Enrico Nicodemo”, presiede l’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese. - Al pomeriggio, presso il Castello Angioino in Mola di Bari, presenta l’enciclica Caritas in veritate. 14 - Al mattino, presso la parrocchia SS. Rosario in Mola di Bari, celebra la S. Messa e amministra il sacramento della Cresima. - Alla sera, presso la parrocchia SS. Sacramento in Bitonto, celebra la S. Messa e amministra il sacramento della Cresima. 15 - Al mattino, nella Basilica di S. Nicola, celebra la S. Messa per il 50° anniversario di professione religiosa del priore p. Damiano Bova, O.P. - Alla sera, presso la parrocchia S. Maria delle Grazie in Cassano Murge, celebra la S. Messa per l’ordinazione diaconale di Pierpaolo Fortunato. 16 - Alla sera, presso l’Oasi S. Martino in Bari, partecipa alla proiezione del film Cuore sacro di Ferzan Otzepek e ne guida la lettura. 17 - Al mattino, presso il C.A.R.A. di Palese, celebra la S. Messa per gli ospiti del Campo. - Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa nel Mercoledì delle Ceneri. 18-21 - Visita pastorale alla parrocchia Stella Maris in Bari-Palese. 22 - Alla sera, presso la sede della Confindustria in Bari, partecipa alla presentazione del libro L’impresa virtuosa di Roberto Lorusso, amministratore delegato di Fincons Sud-Bari. 23 - Al pomeriggio, presso il Pontificio Seminario Regionale Pio XI in Molfetta, incontra i seminaristi teologi. - Alla sera, presso la parrocchia Maria SS. di Costantinopoli in Bitritto, tiene un incontro sul tema “Il prete nel cinema italiano”. 24 - Alla sera, presso la parrocchia S. Pietro in Modugno, tiene la catechesi alla comunità sul tema “Il sacerdozio al servizio della vita”.

DIARIO DELL’ARCIVESCOVO 25-28 - Visita pastorale alla parrocchia S. Michele Arcangelo in Bari-Palese. 26 - Al mattino, partecipa alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario del TAR. - Al pomeriggio, presso la parrocchia Sacro Cuore in Mola di Bari, celebra le esequie di don Angelo Michele Battista.

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Bollettino Diocesano Gennaio-Febbraio 2010