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Paolo Dettori, un politico da volto umano

L’uomo

della rinascita

di Manlio Brigaglia QUANDO VENNE ELETTO CONSIGLIERE REGIONALE DELLA SARDEGNA PER LA PRIMA VOLTA, IL 17 GIUGNO 1957, PAOLO DETTORI AVEVA POCO PIÙ DI TRENT’ANNI. QUANDO MORÌ, QUASI IMPROVVISAMENTE, A SASSARI, IL 14 GIUGNO 1975, POCO MENO DI CINQUANT’ANNI.

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egli ultimi venti anni di questa vita così breve era stato ininterrottamente consigliere regionale, due volte presidente del gruppo consiliare del suo partito, la Democrazia Cristiana, più volte assessore (due volte assessore all’agricoltura, due volte assessore al lavoro e alla pubblica istruzione, Assessore alla rinascita), presidente della Regione, presidente del Consiglio Regionale. Era stato insomma, in quei vent’anni, non soltanto per le cariche che aveva ricoperto ma per il partito cui apparteneva e, soprattutto, per le sue capacità personali, uno dei protagonisti della vita dell’istituto autonomistico e – attraverso di esso, della sua “centralità” nella realtà isolana – della storia della Sardegna di quegli anni. Il documento forse più interessante della riflessione di Paolo Dettori su quel periodo è sicuramente il discorso pronunciato in qualità di presidente del Consiglio regionale, in occasione del ventesimo anniversario dell’”avvento” (come diceva Dettori) dell’Autonomia regionale, cioè dell’approvazione dello Statuto speciale per la Sardegna da parte dell’Assemblea Costituente, 31 gennaio 1948. Quel discorso, tenuto il 1 febbraio 1969 è come collocato fra i due “tempi” che la storia della Sardegna

ha conosciuto nei vent’anni di questo lavoro “regionale” di Dettori. Da una parte ci sono gli anni che vanno dal 1957 (prendo qui, come terminus a quo,la data della sua elezione, aggiungendo all’arbitrarietà di ogni periodizzazione la scelta di un tempo così “personalizzato”) al 1966; gli “anni della Rinascita”, come li chiamano correntemente, cioè gli anni delle prime rivendicazioni di un intervento straordinario capace di dare corpo all’impegno siglato dalla comunità nazionale attraverso l’articolo 13 dello Statuto speciale e insieme gli anni dell’ottenimento (della conquista) della legge 588, 1962 che a quell’impegno rispondeva con quella che parve all’inizio, larghezza e razionalità d’impostazioni normative e di dispositivi finanziari; anni, anche, di un decollo da prima lento ma poi sempre più rapido, sia pure con tutte le contraddizioni che dovevano accompagnare, al di là di ogni possibile previsione (sarà possibile dirlo senza che paia una scusa a incertezze, debolezze, inefficienze della classe politica più direttamente responsabile?), il processo di integrazione della Sardegna nel modo di produzione economico, ma anche nel modo di produzione e di consumo culturale del nostro paese, anzi forse dell’Europa, e sia pure di una Europa periferica e marginalizzata, Dall’altra ci sono glli anni che iniziati nel 1966, non sono ancora terminati; gli anni della delusione e delle lacerazioni, gli anni di quello che, magari sbrigativamente ma non per questo meno efficacemente, è stato chiamato “il fallimento della Rinascita”, e dunque l’inizio di quella ricerca di nuovi rapporti con lo Stato e la comunità nazionale (e, attraverso di essi, sia pure mediamente, con l’Europa) che caratterizza ancora questi nostri anni Ottanta.

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Paolo Dettori

Scegliendo come data di inizio, per questa seconda fase, il 1966, scelgo ancora una volta all’interno della biografia politica di Paolo Dettori, che nel luglio di quell’anno, indirizzando da presidente della Regione un ordine del giorno-voto al Parlamento e presentandolo in una solenne seduta congiunta del Consiglio regionale e dei parlamentari sardi, suggellava quella sua politica “contestativa” (o, come diceva altre volte di “contestazione-accetazione”) attraverso la quale tentava di trarre l’autonomismo sardo e la stessa autonomia “materiale” fuori dalle secche di un appiattimento e di un indebolimento in cui l’evolversi del sistema politico, istituzionale ed economico del Paese li aveva spinti. Era un tentativo coraggioso, frutto di una intensa elaborazione intorno ai temi del regionalismo italiano (e in particolare di quello sturziano, ma non senza riferimenti continui anche ad altri filoni di pensiero democratico), del meridionalismo (e qui la bussola era una lettura appassionata di Salvemini), di un nuovo umanesimo di scala regionale (in Dettori, se si va a vedere, e anche nel Dettori, diciamo così di “partito”, le citazioni di Gramsci sono più numerose del pur amato Maritain); una elaborazione che veniva da qualche misura di lontano, perchè aveva accompagnato Dettori sin dai primi studi universitari alla Facoltà di Lettere dell’Ateneo cagliaritano e lo aveva orientato rapidamente, subito dopo il 25 luglio, a tradurre in milizia politica l’educazione e la milizia cattolica vissuta nella natia Tempio. Quel suo discorso del 1969 resta, oltretutto, come il documento più importante di una permanenza alla presidenza del Consiglio regionale che fu di grande, traumatica brevità: un anno esatto dal 9 luglio 1968 a quell’8 luglio del 1969 in cui il sesto Consiglio Regionale, eletto il mese prima in un quadro che sembrava

“premiare” la politica contestativa della DC (che ebbe il 44,6 per cenbto dei voti, contro il 43,4 del 1965), scelse un altro candidato alla presidenza dell’assemblea. Si consumava, in quei mesi, la rottura di quel gruppo dirigente della Dc sassarese che nel marzo del 1956 era quasi improvvisamente apparso alla ribalta della vita politica isolana, conquistando la segreteria provinciale contro uno schieramento moderato che pareva destinato a durare a lungo indisturbato: un gruppo dinamico e combattivo, cui fu dato – un pò con ironia, ma un pò anche, c’è da pensare, con ammirazione – l’appellativo di “giovani turchi” e che, grazie alla modernità delle impostazioni e ad un modo più aggressivo di interpretare i bisogni della politica, era riuscito non soltanto a tenere insieme differenti provenienze culturali e politiche dei suoi componenti (chi veniva da Dossetti e da Luzzati, che invece della “rivoluzione” fanfaniana nelle strutture interne del partito) e differenti origini geografiche e sociali (chi veniva dalla borghesia urbana e chi dai piccoli ceti rurali della provincia). Era un gruppo destinato, da quel 1956 ad oggi, a pesare energicamente nella storia della Regione sarda e della DC isolana, con uomini come Paolo Dettori e Francesco Cossiga, Pietro Soddu e Nino Giagu Demartini, attraverso le cui biografie passa molto più che la cronaca del potere e delle responsabilità della Dc in ordine alle direzioni impresse alla vita politica ed economica della Sardegna in questi ultimi trent’anni. Ma anche dopo lacrisi di fine ’69 – Dettori e Soddu si orientarono verso la corrente morotea. Cossiga e Giagu verso la corrente di base: senza che peraltro l’una e l’altra scelta significassero meccaniche trasposizioni al livello sardo di diversificazioni nazionali (ma con una dura accentuazione delle contrapposizioni, questo si) –

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Dettori non rimase, secondo l’espressione che usò in uno degli ultimi congressi regionali del suo partito, relegato in una posizione fortemente minoritaria, soltanto un “profeta disarmato”. Il giuoco delle parti 8e, si deve dire, il suo stesso prestigio) recuperò una parte delle “scomuniche”, e Dettori fu ancora assessore al lavoro nella giunta Giagu, assessore all’agricoltura nella giunta Spano, assessore alla Rinascita nella giunta Del Rio; era assessore alla Rinascita il giorno della sua morte, l’antivigilia delle amministrative del 1975 che avrebbero accentuato quelle tendenze all’indebolimento della Dc, anzi la sua uscita dal ruolo di partito-chiave della politica italiana, che in Sardegna erano state già anticipate nel 1974 dal referendum sul divorzio e, più ancora, dalle elezioni del settimo Consiglio regionale (la Dc era scesa al 38,3 per cento, “registrando –come è stato scritto- in molti centri dei veri e propri tracolli”). Dell’agricoltura fu assessore, per la prima volta a 35 anni: e fu forse il primo assessore non solo non tecnico 8due volte si era scelto il titolare fuori del Consiglio, con i “tecnici” Musio e Pais) ma neppure istituzionalmente “addetto ai lavori” come erano stati, pur con diversi gradi di appartenenza al mondo rurale, i suoi predecessori, i Dc Costa, Cadeddu e Serra e il sardista Casu. Eppure l’agricoltura fu una delle “passioni” di Dettori : non soltanto perchè –come sarebbe agevole immaginare- vedeva continuata in essa una tradizione familiare (il padre e il nonno ortolani, lui stesso, da studente, obbligato a fare il suo turno di lavoro durante l’estate), ma perchè nell’agricoltura Dettori vedeva condensarsi la storia stessa della Sardegna, in cui emergeva il ruolo fondamentale de mondo rurale isolano; sul piano dei comportamenti non meno che dell’economia, della vita comunitaria e dei suoi valori non meno che delle tecniche produttive. L’agricoltura, al di là dei problemi proprii di un settore che sino al 1971 raccoglieva la quota più alta delle forze di lavoro isolane, era per lui anche una “summa”, un simbolo e insieme il nodo concreto della più vasta “questione sarda”, secondo una interazione della “questione agraria” nella questione meridionale che per lui aveva i propri referenti in Gramsci forse persino più che in Sturzo. L’altra “passione” fu quella per la pubblica istruzio-

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Paolo Dettori parla all’assemblea regionale

ne: il “professore Dettori” non solo non dimenticava mai di essere uomo di scuola, ma anche – seconod una interpretazione che doveva molto alla pedagogia moderna e, qui si, ad una formazione etica cattolica- assegnava alla scuola un ruolo essenziale nella formazione dell’ambiente umano che avrebbe dovuto in parte accompagnare e in parte sostenere dal di dentro il processo di sviluppo. Nel piccolo depliant che mise in circolazione dopo la sua prima legislatura, Dettori volle una fotografia: un bambino vicino a una grama fontanella di villaggio. Lo slogan diceva che la scuola è per i giovani quello che l’acqua è (era?) per i nostri paesi: un nutrimento vitale. È da questa idea vissuta con profonda compenetrazione, che vengono alcune direttrici del suo modus operandi politico. L’importanza data alla formazione professionale, al ruolo della scuola nella lotta contro la criminalità , alla diffusione della frequenza scolastica (la “sua”legge 26, 1971) sul diritto allo studio gli sembrava una delle poche cose da salvare in quella che intitolò, come un suo libricino, la “legislatura sprecata”). Infine la Rinascita. Sul tema della programmazione e dello sviluppo si può osservare come Dettori non abbia mai portato un interesse di tipo “tecnico”; la rinascita risultava in lui obiettivo intermedio rispetto al quale erano più intermedie se così si può dire, le strumentazioni operative settoriali: l’obiettivo ultimo veniva indicato in una crescita generale e diffusa della Sardegna, in una promozione non solo del reddito ma della “umanità”, e insieme in un accrescimento di senso e di funzionalità dell’autonomia, di cui la rinascita era il duro banco di prova, la pietra di paragone storico. L’autonomia, per lui, non era un mito; e basta ri-

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Paolo Dettori (a sinistra) con Taviani.

chiamare ancora una volta, per tutte, il discorso sul ventennale dello Statuto. L’autonomia così come era stata pensata e voluta dal movimento regionalista isolano (anche in testi meno meditati come sono la gran parte di questi discorsi torna spesso il richiamo ai precedenti storici dell’autonomia); era l’autonomia così come si realizzava nelle concrete aspirazioni dei partiti, con la loror tradizione storica –si sa che Dettori annetteva grande importanza al ruolo “autonomistico” del Partito sardo d’Azione, che pure nel tempo in cui Dettori visse attraversò un lungo periodo di indebolimento e di crisi, tanto che quando il PSd’A si ritirò, nel febbraio 1967, dalla giunta che aveva formato nel marzo dell’anno precedente, preferì dimettersi anche se i “numeri” della maggioranza sembravano assicurargli la possibilità di continuare con la formula del centro-sinistra di tipo “nazionale” (ma per Dettori il PSd’A era insieme una componente essenziale del centro-sinistra sardo e anche qualcosa di più, come lo specchio d’una legittimazione popolare non ricercabile, allora, oltre la morotea “strategia dell’attenzione”)-; ed era infine l’autonomia così come si realizzava nel concreto della coscienza della gente, dei singoli addirittura più che delle categorie; e al di là di quelli e di queste in quell’indistinto corpo generale del “popolo sardo” la cui rappresentanza Dettori sentiva esaltata nel Consiglio regionale, della cui funzione storica pochi altri personaggi della politica regionale hanno detto 8e si può credere, anche pensato) le cose così impegnative e così ottimisticamente incoraggianti che Dettori ne disse e sicuramente ne pensò. Molti dei concetti che hanno guidato la sua azione

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si ritrovano, sottolineati con forza, in quel suo discorso per i vent’anni dello Statuto. Al centro stanno due idee-chiave: l’”irreversibilità” dell’autonomia, la sua capacità di dare risposta ai bisogni “storici” dei sardi che tante altre volte, nella storia, erano rimasti senza ripsosta, e la necessità di una “unità autonomistica” senza la quale sarebbe stato impossibile affrontare la battaglia per il rilancio della politica di rinascita attraverso una contrapposizione energica con lo stato; “le poche volte che l’unità autonomistica si è costituita, la Regione ha potuto vincere importanti battaglie”, diceva in quella occasione. La legge 33, 1974, che dettava le norme per la nuova programmazione regionale, fu lo strumento individuato da lui per dare una prima concretezza a questo disegno, riproponendo in forme più avanzate – perchè portate sin dentro il livello degli esecutivi- quel principio della corresponsabilità di maggioranza e opposizione (così come di Consiglio e di Giunta) nelle decisioni strategiche dello sviluppo che aveva caratterizzato la fase finale della storia della programmazione in Sardegna. Era un progetto complesso: tanto al livello della gestione immediata di quella “unità” primaria che si sarebbe dovuta riscoprire nell’esperienza quotidiana dei Comprensori quanto al più alto livello di un nuovo disegno politico regionale. Esso esigeva una pazienza, anzi una testardaggine, una perseveranza, una capacità di mediazione e soprattutto una dedizione personale al lavoro concreto che Dettori, si può immaginare, sentiva di poter mettere a disposizione di questo largo disegno. Quanto di questo progetto “generale” sia rimasto irrealizzato è sotto gli occhi di tutti. Nè Dettori, peraltro, si tirava indietro quando, nei momenti d’un bilancio di prima approssimazione, si trattava di riflettere su quello che andava succedendo e di cui egli, con una umiltà che era reale (semmai è l’insistenza che si coglie in certuni di questi resoconti a dare quasi l’impressione contraria a chi non l’abbia mai conosciuto), si rendeva lucidamente conto, pur nella mai interrotta vocazione a difendere orgogliosamente le ragioni di partito cui non venne meno neppure nel momento in cui il “suo” partito parve più disposto a fare a meno dei suoi insegnamenti e della sua stessa passione.

Gli Amministratori

I Comuni interessati

Fedele Sanciu Presidente Agostino Columbano Vice Presidente Francesco Maria Roych Vice Presidente

Aggius Aglientu Arzachena Bortigiadas Calangianus Golfo Aranci La Maddalena Loiri-Porto San Paolo Luogosanto Luras Olbia Palau S. Antonio di Gallura S. Teresa Gallura Telti Tempio Pausania Trinità d’Agultu

Deputazione Ammistrativa Francesco Giovanni Forteleoni Pietro Annibale Langiu Francesco Pala Guido Selis Luigino Vargiu Roberto Vernici Consorzio di Bonifica della Gallura Viale Paolo Dettori, 43 07021 Arzachena (SS) Tel. 0789 844018-19-20 fax 0789 83527 E-mail cbgallura@tiscalinet.it N. verde 800165001

SOMMARIO AMMENTU 10 Paolo Dettori l’uomo della rinascita di M. Brigaglia

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ANNIVERSARI Risorsa Blu di G. Usai Banco Sardegna di A. Sassu Le sfide del futuro di N. Oggiano La Maddalena Istituto S. Vincenzo di A. Deleuchi

30 40 47 51

ANTROPOLOGIA L’accabadura di A. Mulas e V. Simonelli Il culto delle acque in Sardegna di V. Raspi La prigunta e l’abbrazzu di A. Ara Parole agresti di L. Pirodda

57 66 71 79 85

ARCHEOLOGIA Il dolmen di G. Lilliu Una questione di stile di M. Zedda Luogosanto. Villaggio nuragico di A. Antona Santa Maria delle Grazie di D. Dettori Le enigmatiche incisioni nuragiche di Mauro P. Zedda

ARCHITETTURA 90 I ponti romani in Sardegna di F. Laner 101 Frammenti di un sogno medioevale F. Pittui ARTE 110 Intrecci di storie lontane di C. Sanna BANDITI 118 Così è morto lo stregone di G.F. Ricci 112 Paolo il Bandito di G.F. Ricci 124 128 133 138 139

CRONACA Tissi, progetto “Proibito” di G. Sanna Un paese in scena di P. Simula Intervista a Monicelli di D. Bertini La culla del re di P. Vignoli Storia e storie di I. Sanciu Obino

147 159 128 166

FOTOGRAFIA Incanto sardo di A. Maisto Il mondo in un click di R. Campanelli Franco Pinna, chi era? di G. Pinna L’isola del rimorso di G. Pinna

GEOLOGIA 173 I giganti di granito di S. Ginesu

186 187 188 188 129 130

LIBRI Padre e figlio di Francesco Nardini Vecchie memorie di Bachisio Bandinu Le città della Gallura medioevale di Corrado Zedda Nuraghi e astronomia di Mauro Zedda Duetti di P. Sanna e A. Loriga Camoglio Le tradizioni galluresi di Francesco De Rosa

191 198 199 206 210 218 230 233 240 255 246 251

LUOGHI Stintino, soci per la vita di A. Schiaffino Badesi, il recupero della memoria Aggius. Pietra su pietra di A. Muzzeddu Erula, piccolo centro cuore grande di A. Piga Dèmoni o santi di M.M. Tortu e A. Ponzelletti Nuchis, l’autonomia interrotta di G. Canopoli Perfugas, il museo di A. Piga La Muddizza tra vecchio e nuovo di G. Lepori Palau, dalla locanda all’albergo di R. Cudoni Badesi, dal passato al futurodi G.M. Garrucciu Ozieri, Stalloni e Campioni di D. Satta S’Abboju di G. Casu

261 268 271 278 279 283 289 292 297 299 302 303

PERSONE Padre Luca Cubeddu di T. Tuccone Matteo Peru di M. Melis Giulietta da Bortigiadas di V. Loriga L’interprete ideale di j. Mongrédien Mario Unali, storia di una passione di V. Loriga Il professionista di L. Stazza Salvatore Satta, scrittore post mortem di P. Sanna Il grande navigatore di M. Mannoni Bernardo Sansan, umanista sommesso di G. Cossu Pietro Pintus. Cinema, critica e… di V. Simonelli Francesco Sanna Randaccio di G. Scano Bernardino Pes. Versi felici di M. Achena

REPORTAGE 314 La mia Patagonia di C. Azara RICERCA 324 L’amico sughero di A. Delitala 329 335 343 350 354 362

STORIA Il granito nella Roma imperiale di C. Massimetti In nome del Duce di A. Ara La sentinella di N. Ferro Una singolare amicizia di G. Davoli Arrivano i Corsi di M. Maxia Il generale e la scrittrice di C. Frau

ITINERARI 178 La valle verde di P. Mariotti 181 Dal Monte al Nuraghe di G. Dore

ALMANACCO GALLURESE n. 12

2004/2005

Reg. Trib. di Tempio n. 71 del 25-3-1993 - Direttore Responsabile e Coordinatore GIOVANNI GELSOMINO - Coordinatore Sez. Storia: Gianni Murgia, Università di Cagliari - Grafica editoriale e pubblicitaria e impaginazione Grafimedia Comunicazione - Foto di copertina: Nino Solinas - Stampa: Stampacolor, Muros (SS), tel. 079 345999. Si può richiedere l’Almanacco Gallurese al n. 079 273924, o scrivere a Giovanni Gelsomino, via Genova 12, 07100 Sassari, E-mail: g.gelsomino@tin.it

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Dieci anni fa l’istituzione del consorzio di Bonifica della Gallura, quattro anni dopo l’elezione del primo Consiglio dei Delegati. Primo (e finora unico) Presidente, Fedele Sanciu.

RISORSABLU di Giovanni Usai

LA GALLURA NEL PRIMO DOPOGUERRA ERA UNA DELLE ZONE PIÙ POVERE E DISAGIATE DELLA SARDEGNA, CON UNA BASSA DENSITÀ DI POPOLAZIONE ED UNA PARTICOLARE DISTRIBUZIONE (QUASI IL 50 % DI ESSA ABITAVA GLI STAZZI E I PICCOLI CENTRI ED IL RESTANTE 50% ERA CONCENTRATO NELLE “CITTÀ” DI TEMPIO, OLBIA E LA MADDALENA).

L’

economia prevalentemente agro-pastorale era ad un livello di sussistenza e seppur nelle città vi fosse un discreto livello di reddito dato dalle attività commerciali ed artigianali buona parte degli scambi con la popolazione rurale si esplicava con il baratto. Ad ostacolare ulteriormente lo sviluppo dell’economia contribuiva la mancanza di infrastrutture primarie quali strade, collegamenti ferroviari e marittimi e la cronica penuria di risorse idriche. In questo contesto un giovane di Luogosanto, il geometra Pasqualino Barraqueddu, già dal 1948 coltiva

un’idea tanto geniale quanto difficile da realizzare: costruire un invaso sul fiume Liscia per fornire alle popolazioni ed alle campagne della bassa Gallura la materia prima di ogni crescita economica, l’acqua. L’idea progetto viene da lui formalizzata il 21 Dicembre 1950 con una “Proposta di costituzione di un lago artificiale per l’immagazzinamento di acqua a scopo irriguo e di alimentazione idrica del Medio Liscia” inviata all’allora Sindaco di Arzachena, Cav. Pasquale Filigheddu, ed al Presidente della Deputazione Provinciale di Sassari, Avv. Nino Campus. Nel 1951 viene effettuato un primo sopralluogo dei tecnici del Servizio Dighe del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici su sollecitazione del Ministro dell’Agricoltura, Onorevole Antonio Segni. È del 1953 la conclusione degli accertamenti e la presentazione al Ministero dei LL. PP. di una relazione che avvalora la proposta di Barraqueddu. Per richiamare l’attenzione del Governo, nel 1955 l’Onorevole Giovanni Filigheddu, arzachenese, propone al Consiglio Regionale della Sardegna una “Mozione sulla Gallura” appassionata e lungimirante analisi delle condizioni socio economiche del territorio. La principale richiesta contenuta nella mozione è quella della realizzazione della diga sul fiume Liscia quale presupposto per la

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Fedele Sanciu.

rinascita della Gallura e per una sua futura valorizzazione turistica (preconizzava un turismo proveniente dall’isola di Napoleone verso l’isola di Garibaldi) e per risolvere, definitivamente, il problema idrico dell’isola di La Maddalena, fiorente cittadina e allora sede della Base Navale italiana. Nella stessa mozione chiedeva inoltre la realizzazione delle dighe sul Vignola e sul Padrongianus. Nel 1956 l’On. le Antonio Segni nel frattempo divenuto Presidente del Consiglio dei Ministri e l’Onorevole Mariano Pintus, lurese, furono i promotori della L. 501 del 16.05.1956, che istituì il comprensorio di bonifica montana del Liscia e che finanziò per l’importo di 5 miliardi di lire la costruzione della diga e delle opere connesse. Con il successivo decreto interministeriale n°47183 del 27.10.1956 venne riconosciuta all’ETFAS l’idoneità ad assumere le funzioni di Consorzio di Bonifica Montana del Liscia, funzioni che ha esercitato fino al 1994. Il progetto dell’Ing. Claudio Marcello prevede uno sbarramento a gravità alleggerita costituito da nove elementi cavi (conci) con altezza di circa 70 metri e una lunghezza di 281 metri. I lavori di costruzione della diga hanno inizio nel 1958 e vengono ultimati nel 1962 con l’impiego di maestranze prevalentemente locali e durante la sua costruzione persero la vita tre operai; il materano Nunziantonio D’Alessandro, il lurese Mariano Uscidda ed il calangianese, Paolo Altamira.

Negli anni successivi vennero realizzati il canale adduttore principale fino al bipartitore di Capichera e le condotte per i distretti irrigui di Arzachena e Olbia. Non venne mai effettuata una inaugurazione ufficiale dell’invaso forse a causa dei lutti verificatisi durante la sua costruzione o forse perché in quegli anni la tragedia del Vajont scoraggiò le autorità dai cerimoniali tipici in queste occasioni. Al dinamismo dei primi anni di attività dell’invaso seguì un periodo di crisi nella gestione ETFAS, dovuto in buona parte alla riduzione dei finanziamenti regionali necessari per mantenere e sviluppare l’intera struttura consortile. Nel 1989 gli agricoltori e gli allevatori galluresi costituiscono la consulta del C.B.M. Liscia per stimolare la gestione dell’ETFAS, in seguito divenuto ERSAT, ma soprattutto per contrastare la politica regionale che decurtava la disponibilità dell’acqua per uso irriguo a favore di altri impieghi. Fu grazie alla perseverante tenacia di questi ultimi che il progetto consorzio poté attuarsi. Presidente della consulta Marzio Rotta, nel 1994 Tino Demuro, arzachenese, Assessore Regionale dell’Agricoltura, da fine politico ed imprenditore intuisce la validità del progetto e istituisce con il D.P.R.G. n°219 del 20.07.1994 il Consorzio di Bonifica della Gallura, con sede in Arzachena. Contestualmente viene nominato commissario straordinario del Consorzio il Dr. Giuseppe Burrai con il compito di procedere alla costituzione degli organi di amministrazione del Consorzio.

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Pasqualino Barraqueddu

Nel 1998 e cioè dopo 42 anni dalla sua nascita, si insedia il Consiglio dei Delegati con la Deputazione Amministrativa ed il primo Presidente, Fedele Sanciu. Nel Luglio 2003 le elezioni per il rinnovo degli Organi Consortili ha visto la conferma della lista guidata dal Presidente uscente con un largo margine di preferenze sulle altre tre liste in campo. L’ATTIVITA’ DEL CONSORZIO. Il Consorzio di Bonifica della Gallura è un ente pubblico economico (art. 862 del Codice Civile). Il comprensorio consortile comprende gli ambiti dei 17 Comuni facenti parte della futura Provincia Gallura. Le finalità tipiche del Consorzio consistono nella proposizione, progettazione, esecuzione e gestione delle opere di competenza pubblica e privata attinenti alla bonifica, allo sviluppo delle produzioni agricole, alla difesa del suolo e dell’ambiente, nel quadro della programmazione economica nazionale e regionale, dei piani di sviluppo economico e sociale delle comunità montane e, con riguardo alle esigenze di coordinamento, con gli altri interventi della Regione e degli Enti locali in materia di agricoltura e di lavori pubblici. L’attività svolta dagli organi amministrativi durante i primi cinque anni di mandato (1998/2003) è stata improntata innanzitutto alla creazione di una struttura tecnico – amministrativa in grado di agire autonomamente rendendo il distacco dalla gestione ERSAT il più celere possibile; inoltre molte energie sono state dedicate alla battaglia legale che ha visto il neonato Consorzio opposto all’ESAF nella causa di fronte al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche di Roma per ottenere la concessione di derivazione delle acque del Liscia e mantenere la titolarità nella gestione della Diga in Gallura. In attesa della definizione della causa, è stata ottenuta, con la Determinazione del Direttore del Servizio del Genio Civile di Sassari n. 207 del 31/07/2002, la concessione di derivazione delle acque del Liscia e la gestione opera di sbarramento. Nel contempo sono stati realizzati tutti gli interven-

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On. Giovanni Filigheddu

ti strutturali che consentissero di rendere l’invaso del Liscia idoneo ad ottenere dal Servizio Nazionale Dighe l’autorizzazione (ottenuta nel 2002) all’aumento della quota di invaso della Diga sul Liscia passando da quota 166 metri s.l.m. a quota 169 metri s.l.m. con conseguente aumento del volume di invaso da 52.000.000 m3 a 65.000.000 m3, ed al successivo collaudo definitivo dell’opera (quota di massima regolazione 177,50 metri s.l.m. – volume utile di regolazione di 104.000.000 m3) in corso di ottenimento. L’impegno iniziale degli amministratori, teso a rendere operativo il servizio essenziale del Consorzio, è stato perseguito unitamente con la necessità di riattivare la programmazione di lungo periodo nello sviluppo delle competenze ed attribuzioni previste dallo Statuto. Infatti la precedente gestione ERSAT ha lasciato numerosi problemi irrisolti tra cui il diffuso abusivismo nell’utilizzo dell’acqua dovuto alla scarsa attività di polizia idraulica unita alle dinamiche demografiche dei comuni di Arzachena ed Olbia ed a combattere il quale l’ente dal 1998 in poi ha dovuto dedicare numerose risorse. In questi primi 5 anni di attività inoltre è stato dato nuovo impulso all’attività di progettazione e proposizione di nuove opere idrauliche che consentissero alla Gallura di disporre di una autonomia idrica pluriennale. Questi sforzi hanno portato l’ente alla progettazione sia di opere in grado di dare una celere risposta in termini di aumento della disponibilità di risorsa quale la realizzazione di nuovi impianti di sollevamento nel distretto irriguo di Olbia (Rio Toltu) sia in quello di Arzachena (Rio San Giovanni e Rio Oddastru), ma anche nella proposizione di grandi opere, quali la Diga sul San Simone che con i suoi 14.000.000 m3 previsti potrà essere l’opera in grado di assicurare al territorio l’autonomia non soltanto in relazione alle esigenze legate all’uso irriguo della risorsa, ma soprattutto in considerazione delle dinamiche demografiche in atto nel Nord della Sardegna.

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La costruzione della diga.

La modifica del titolo V, parte II della Costituzione attribuendo rilevanza costituzionale al principio di sussidiarietà, valorizza, soprattutto nel settore della politica del territorio, quelle istituzioni che, come i Consorzi di bonifica, diretti esponenti dei soggetti interessati con un’articolata presenza sul territorio, sono in grado di interpretare in modo diretto i bisogni della collettività. In tale contesto si può prevedere che l’attività di collaborazione esercitata dall’Ente con i vari attori istituzionali

andrà crescendo in relazione all’allargamento della sua operatività a tutto il territorio della Gallura. È prevedibile infatti che l’Ente possa rappresentare per tutto l’intero territorio della Gallura una risorsa capace di realizzare quelle opere che da tempo hanno favorito lo sviluppo del Nord Est e che da altrettanto tempo vengono rivendicate per lo sviluppo del Nord Ovest della Gallura. L’attività del Consorzio non si limita alla realizzazione di nuove opere idrauliche al servizio del territorio. È del 5 Marzo scorso la firma del protocollo d’intesa con i comuni di Calangianus, Sant’Antonio di Gallura, Luras e Ferrovie della Sardegna per l’attuazione del progetto integrato di valorizzazione ambientale e turistico – ricreativa del lago del Liscia e dei territori limitrofi. Il progetto prevede infatti: - la riqualificazione funzionale, il miglioramento, la conservazione e la salvaguardia degli edifici e degli impianti facenti parte della diga del Liscia;

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La diga del Liscia.

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il recupero fisico e funzionale del patrimonio esistente e la creazione di un punto ristoro, che comprenda anche una mostra permanente, a valenza territoriale, della tipicità dei prodotti della filiera agro alimentare della Gallura e la realizzazione della “Cittadella dei gusti tipici galluresi” e delle produzioni artigianali tipiche; la realizzazione di visite guidate agli impianti e alle gallerie consentendo l’accesso ai visitatori attraverso l’ausilio di guide autorizzate ed esperte; il ripristino e il potenziamento, anche mediante la messa in sicurezza, della viabilità esistente all’interno dei territori di propria competenza, la sistemazione della rete sentieristica esistente e delle principali vie d’accesso al lago; la realizzazione di una serie di percorsi naturalistici sottobosco per la pratica del trekking e la collocazione di bacheche informative; la creazione di aree di sosta attrezzate che si integrino con i progetti di valorizzazione promossi dalle Ferrovie della Sardegna; la realizzazione di un sistema integrato di sentieri d’acqua e di terra, la sistemazione di pontili galleggianti per le attività veliche e di canottaggio e la creazione di strutture prefabbricate a supporto di tali attività;

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la creazione di un percorso di educazione ambientale, con piazzole didattiche con la relativa segnaletica per il bird watching; - l’individuazione di alcune aree dedicate alla pratica della pesca e la regolamentazione dell’attività sportiva; - il recupero delle strade e tracciati ciclabili e ippovie e la loro messa in sicurezza nei tratti di conflittualità con il traffico veicolare - la realizzazione di una serie di percorsi archeologici, naturalistici ivi comprese le chiese campestri. Questa iniziativa permetterà di proporre all’esterno la Gallura non soltanto attraverso il biglietto da visita della Costa Smeralda ma anche attraverso un itinerario che dal mare porti i turisti a visitare le altre bellezze di cui dispone l’entroterra, dai Dolmen agli olivastri millenari fino al Limbara ancora tutto da valorizzare. Non poco per questi primi cinque anni di attività. Fedele Sanciu

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Banco di Sardegna 1954-2004.Mezzo secolo di storia

Un creditoche continua di Antonio Sassu

QUEST’ANNO RICORRE IL CINQUANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA COSTITUZIONE DEL BANCO DI SARDEGNA. LA SUA NASCITA, INFATTI, È FORMALMENTE AVVENUTA CON LA LEGGE N. 298 DELL’11 APRILE 1953. QUESTA DATA CI SEMBRA ORMAI LONTANISSIMA, TANTO FORTE E DIFFUSA È STATA LA PRESENZA DEL BANCO NELLA NOSTRA SOCIETÀ E TANTO PROFONDI SONO STATI I CAMBIAMENTI VERIFICATISI NELLA ECONOMIA SARDA A CUI IL BANCO HA CONTRIBUITO. SORTO PREVALENTEMENTE PER IL CREDITO AGRARIO E PER LO SVILUPPO DI UNA ECONOMIA AGRARIA, ESSO È DIVENTATO GRADUALMENTE LA BANCA LEADER REGIONALE, PASSANDO DA ISTITUTO DI CREDITO DI DIRITTO PUBBLICO A BANCA UNIVERSALE E, DA ULTIMO, A BANCA PRIVATA, CON OBIETTIVI E STRUMENTI TIPICI DI UNA ECONOMIA CARATTERIZZATA DALLE TECNOLOGIE DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE.

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n tutto questo tempo l’attaccamento al Banco da parte della comunità regionale non è mai venuto meno anche nei m,omenti più critici di frizione e ha costituito il fattore determinante della continua evoluzione del Banco alla ricerca degli assetti aziendali più adatti a soddisfare le esigenze del mercato. Oggi ci sembra quasi di non poterne fare a meno, così come è, con i suoi limiti e i suoi pregi. Non deve sorprendere, allora, se la storia di questi cinquant’anni può essere rappresentata, usando forse un termine improprio, come la storia di un amore fra una banca e la sua terra, talvolta non corrisposto e più di una volta contrastato, ma in ultima analisi duraturo perchè basato su

valori reali quali la condivisione della cultura e il perseguimento di interessi comuni. Quale è il motivo di questo successo? Credo si possa rispondere con una parola: radicamento. Radicamento verso le famiglie, presso gli operatori economici, presso le istituzioni. Il radicamento del Banco si manifesta immediatamente, già nel 1955, quando, a seguito dell’approvazione dello statuto, viene nominato il consiglio di amministrazione e inizia l’attività operativa. Grazie anche all’attività delle casse comunali di credito agrario e all’azione precedentemente svolta dall’Icas, la raccolta raggiunge in pochissimo tempo una quota di mercato di circa il quaranta per cento. Si sviluppa subito un sentimento di fiducia verso un istituto di credito che, anche per il nome che porta, viene sentito dalla collettività regionale come qualcosa di proprio. Da esso ci si aspetta, talvolta anche irrazionalmente, la soluzione di molti problemi individuali e regionali. Non c’è da stupirsi pertanto se il Banco diventa il punto di riferimento “totalizzante” nel sistema bancario isolano e, in caso di delusione, anche il soggetto da biasimare. In questo contesto la quota di mercato della raccolta va continuamente aumentando fin quasi alla metà degli anni novanta, quando perviene ad un valore di gran lunga superiore alla metà del mercato. Nel decennio passato, a seguito della forte concorrenza delle altre banche entrate nel mercato regionale, si verifica una flessione, che, tuttavia, incide ben poco sul primato dell’istituto di credito regionale e comunque è stata in parte attenuata negli ultimi due anni. Prendendo atto di questo sentimento e del successo ottenuto in così poco tempo, già alla fine degli anni cinquanta la dirigenza del Banco si dedica a rafforzare l’aspetto patrimoniale dell’ente, a dargli un’organizzazione

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I presidenti del Banco. Luigi Siotto, VittorioBozzo, Angelo Solinas.

Lorenzo Idda, Sebastiano Brusco, Antonio Sassu

e una professionalità tali da cominciare a competere sul mercato del credito. Da una occupazione di poco meno di 200 unità al momento dell’avvio si passa a 500 addetti nel 1959, a 1337 nel 1975, a 2561 nel 1988 per raggiungere il numero massimo di 3084 addetti nel 1993, quando l’appartenere alla forza lavoro del Banco rappresenta un punto d’arrivo per molti e un motivo di orgoglio per coloro che ci lavorano. Soprattutto per soddisfare una delle esigenze primarie delle famiglie sarde il Banco costituisce nel 1965 una sezione speciale di credito fondiario attraverso la quale finanzia intensamente l’espansione urbana di Sassari e di Cagliari e di altri centri minori dell’isola. Il sogno di una casa diventa una realtà per molti grazie alla politica aziendale che si mantiene nel tempo anche dopo l’abolizione della sezione speciale a seguito della trasformazione da istituto di credito in S.p.A. È così che con la legge regionale 32/85 il Banco diventa il più importante istituto di credito al servizio di una norma che promuove e incentiva la realizzazione della prima casa. Il vero radicamento del Banco e il suo contributo allo sviluppo economico, però, si manifestano nella politica degli impieghi. La nascita di una banca regionale dà il via libero ad una nuova cultura del rapporto fra credito e sistema produttivo. L’avere a disposizione

la “banca di casa” produce nuovi comportamenti fra banca e impresa. Le aspettative degli operatori economici sono forti e le richieste tante, specialmente da parte di quei settori produttivi di solito trascurati dalle imprese bancarie nazionali; e seppure esse non possano essere soddisfatte interamente, perchè più di una volta manca il merito di credito, contribuiscono molto a far crescere la cultura economica e manageriale delle imprese. Il settore inizialmente privilegiato è il settore primario. Al momento della costituzione del Banco il futuro economico delle regioni del Mezzogiorno e quindi della Sardegna è disegnato da tempo e orientato prevalentemente verso la razionalizzazione e il potenziamento dell’economia agricola. Benchè nella nostra regione sia stata costituita da qualche anno una commissione per la formulazione di un piano di rinascita, non esiste ancora una politica economica isolana diversa da quella contenuta nei provvedimenti nazionali che basano lo sviluppo del Meridione sulla riforma agraria e le infrastrutture. È naturale quindi che i primi interventi del Banco siano destinati in larga misura al mondo delle campagne, promossi anche da una chiara legislazione di incentivazione regionale, e restano per gran parte di questo periodo un punto fondamentale della politica creditizia aziendale.

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Negli anni sessanta seguito dell’approvazione del piano di rinascita, in Sardegna si avvia la politica dio industrializzazione e benchè non sia un istituto di credito speciale per l’industria il Banco favorisce e assiste il settore con le operazioni che accompagno normalmente gli interventi di medio e di lungo periodo. Ma l’attività più qualificante per la formazione del tessuto produttivo isolano si ha una volta che viene approvata la legge 40/76. Grazie ad essa il Banco è presente, in posizione dominante, nella promozione, assistenza e consulenza a favore delle imprese artigiane che rappresenteranno il nerbo dell’economia regionale. Questa legge, infatti, è stato lo strumento normativo che ha permesso lungo l’arco temporale di due decenni, la ricostruzione di un tessuto produttivo locale dopo la scomparsa di gran parte delle piccolissime imprese avvenuta come conseguenza della politica di industrializzazione basata sui settori pesanti. Il Banco non solo ha assicurato la realizzazione di volumi consistenti di investimento, ma ha favorito il decollo e la crescita del settore anche con il credito di breve periodo. La sua vocazione per l’artigianato e la piccola impresa è sempre stata molto forte. Pure negli anni più recenti quando, cessata l’operatività della legge 40, questa è stata sostituita dalla legge 51/93, il ruolo del Banco nel mondo dell’artigianato è stato fondamentale. Sicuramente non esistono paragoni con nessun altro istituto bancario in Sardegna. Man mano che il tessuto produttivo regionale cresce e si diversifica, il Banco interviene in maniera massiccia nei comparti tradizionali dell’agroalimentare e più precisamente del formaggio e del vino, oltre che, nel passato decennio, in quello turistico e alberghiero. Come si vede si tratta dei settori non solo tipici dell’economia regionale e come tali più radicati nella cultura sarda, ma in molti casi più dinamici e più produttivi. Altrettanto sostegno è stato assicurato al settore del commercio, dove è molto diffusa l’imprenditoria locale. Tramite anche il lavoro dei consorzi fidi, la cui solidità in questo settore universalmente riconosciuta, è stato possibile agevolare e incentivare il processo di crescita di tante imprese locali e far fronte alla agguerrita concorrenza delle grandi imprese nazionali e internazionali della distribuzione organizzata. Infine, il rapporto con le istituzioni regionali e locali ha permesso una stretta vicinanza con i rappresentanti del popolo sardo, costituendo un ulteriore punto di forza del radicamento del Banco. Dopo le iniziali incomprensioni sulle politiche creditizie da adottare, il Banco ha saputo esercitare la sua autonomia di istituto di credito avendo comunque presenti le esigenze espresse da più parti di contribuire allo sviluppo economico di una regione in ritardo di sviluppo. Il Banco è stato il collaboratore più leale delle istituzioni locali e in particolare della Regione, mettendosi a sua disposizione per il raggiungimento degli obiettivi della politica econo-

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mica regionale. Sono tante le leggi regionali che il Banco ha contribuito a predisporre e ancora di più quelle che ha “servito”, talvolta come unico istituto di credito fra tanti che non lo ritenevano conveniente da un punto di vista economico. Pure negli ultimi anni, quando per scelta dell’amministrazione regionale o come conseguenza delle direttive europee si doveva procedere ad una assegnazione dei servizi tramite evidenza pubblica, il Banco è sempre stato in grado di svolgere un ruolo assolutamente preminente, confermandosi primo fra gli istituti bancari preferiti dai sardi. Peraltro, la permanenza dei nostri sportelli nei centri più piccoli e più dispersi, contro l’evidenza economica e quando altri soggetti istituzionali abbandonano il territorio, è la dimostrazione, che ci viene universalmente riconosciuta, del nostro impegno a favore della comunità regionale di rappresentare comunque un punto di riferimento e di civiltà. Sono questi i motivi del successo del Banco che non sono venuti meno con le recenti trasformazioni dell’assetto sociale. Come è noto, a partire da marzo 2001 il pacchetto di controllo del Banco di Sardegna, in ossequio alla legge Ciampi del 1998, passa dalla Fondazione Banco di Sardegna alla Banca Popolare dell’Emilia Romagna che incorpora nel gruppo bancario omonimo l’istituto di credito sardo. Il nuovo assetto proprietario, fugando tutti i timori della prima ora, non ha modificato minimamente il radicamento che sta alla base del successo che ho descritto. Anzi, lo ha reso più efficiente e sensibile alle nuove caratteristiche della società isolana. Con una buona intesa esistente fra gli azionisti ed una accorta strategia creditizia attenta alle esigenze delle categorie produttive dei vari settori dell’economia regionale e alla immagine di una banca presente nella società per promuovere la crescita economica e civile, il Banco sta recuperando rapidamente la flessione della quota di mercato subita nella seconda metà degli anni novanta. Non solo, l’introduzione del know-how del nuovo azionista di maggioranza nella cultura professionale locale da lungo tempo sperimentata permette al Banco di diventare più efficiente nella produzione dei servizi alla clientela e di offrire migliori prodotti. La partecipazione ad un Gruppo bancario forte di 14 aziende bancarie in Italia, di imprese specializzate nella offerta di prodotti finanziari, assicurativi, di leasing, di factoring e con una vocazione alla crescita in un contesto internazionale tanto dinamico, dà sicuramente molti vantaggi al Banco di Sardegna e alle sue controllate. La storia di questo attaccamento fra la comunità regionale e il “suo” istituto di credito continuerà ancora. Antonio Sanna (Presidente del Banco di Sardegna S.p.A.)

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Banco di Sardegna

Il Banco guarda alle sfide del futuro di Natalino Oggiano Origini consolidate nel tempo, radici profonde nel territorio, senso di reciproca appartenenza tra il Banco e le comunità locali. Le radici del Banco si trovano indubbiamente nella sua lunga storia nonchè nella diffusa presenza. Quest’ultimo aspetto tuttora ci caratterizza ed esprime una condizione felice, che, nondimeno, può apparire nel nostro tempo non del tutto sufficiente. In altri termini –la questione si è posta per le tantissime banche a connotazione locale che caratterizzano il nostro sistema creditizio- occorre chiedersi, in primo luogom come sia possibile mantenere oggi, e ancor più per il futuro, vive e pulsanti queste “antiche” ramificazioni. La rete del Banco, per essere efficiente e competitiva, deve infatti saper corrispondere alle esigenze attuali , complesse e con le altre “reti” di impresa e di mercato, costantemente interconnessa con i sistemi avanzati. E ancora una domanda: quale “linfa vitale” deve scorrere nella nostra rete? Se non quella così ricca, delle “infinite” relazioni – di affari certo, ma anche di contatti personali, umani- che configurano oggi un mercato globale in cui le transizioni sono sempre più immateriali e in cui però l’economia della Sardegna, anche con il sostegno del Banco, può giocare con successo tutte le sue potenzialità. Una risposta efficace a questi interrogativi comporta scelte ambiziose e di grande impegno per il gruppo dirigente di un’impresa quale oggi è la nostra Banca. Si tratta infatti, innanzitutto, di coniugare i valori forti della tradizione e della presenza diffusa con gli obiettivi di efficienza, produttività e redditività alla base di ogni gestione aziendale. Ciò significa, sul piano strategico, un inevitabile “salto di qualità” in cui il Banco del resto è già fortemente impegnato in questi anni 2000 e che investe tutti gli aspetti dell’impresa: da quelli di mercato, operativi e funzionali a quelli attinenti la professionalità di coloro che vi operano. Riorganizzazione della rete e valorizzazione dei nostri sportelli; offerta diversificata di prodot-

ti e servizi competitivi; spinta informatizzazione, in parallelo, nelle procedure di lavoro; “controlli di qualità” sia nell’assunzione degli impegni operativi che nella gestione delle spese; queste in estrema sintesi, alcune delle linee guida –spesso tradotte in progetti esecutivi complessi- che contrassegnano la nostra azione attuale. Il tutto naturalmente, è finalizzato ad obiettivi di reddito e di rafforzamento patrimoniale. Nelle risorse umane, come ho detto, è l’altra grande ricchezza dell’Azienda: il senso di appartenenza che deriva dalle tradizioni merita valorizzazione, come punto di forza nella stessa operatività; occorre però, al contempo essere pienamente consapevoli che il Banco è oggi sempre meno un’istituzione e sempre più un’impresa, immersa in un mercato aperto ed esposta ad una concorrenza talvolta aspra. Di qui l’attenzione di noi tutti al cliente, certamente non in termini di mera “vendita” quanto piuttosto di un’attività complessiva –impegnativa ma gratificante- di assistenza e consulenza a tutto campo. Lo sviluppo di nuove competenze, il decentramento delle responsabilità gestionali e operative, una formazione professionale continua e una comunicazione diffusa, interna ed esterna, costituiscono i presupposti del successo per i nuovi modelli di comportamento, nei confronti sia dei provati che delle imprese, così come delle istituzioni locali. Il “salto di qualità” per ogni impresa, quindi anche per il Banco, non è mai definitivo: l’innovazione tecnologica e le pressioni del mercato spingono ripetutamente più in alto il traguardo. La sfida dunque non è facile, ma sicuramente stimolante: il Banco l’accetta con entusiasmo. Il mio personale augurio – e credo di interpretare in tal senso i sentimenti di tutta la compagine aziendale- è che il nostro lavoro dia eccellenti risultati per il Banco e per la comunità della Sardegna. (Natalino Oggiano è Direttore generale del Banco di Sardegna S.p.A.)

Un territorio che richiama oltre un quarto del turismo della Sardegna ed è ormai riconosciuto fra le più rinomate località turistiche del mondo. Paesaggi variegati tra imponenti rocce e piante profumate; stazzi dispersi nelle campagne e nuovi centri turistici fra scogliere e un mare cristallino. Una popolazione che mantiene salde le radici e il suo patrimonio culturale, che qualifica le attività produttive tradizionali e sviluppa nuovi settori accrescendo l’imprenditorialità locale e creando nuove opportunità di lavoro. Un fervore di iniziative per una grande potenzialità di sviluppo. OLBIA ARZACHENA GOLFO ARANCI LA MADDALENA LOIRI PORTO S.PAOLO MONTI PADRU PALAU S.ANTONIO DI GALLURA SANTA TERESA GALLURA TELTI

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Il Centenario dell’Istituto san Vincenzo di La Maddalena

UN SECOLO DI VITA ISOLANA di Alessandra Deleuchi LA SCIA DEI RICORDI CI CONDUCE LUNGO LA STRADA CHE, PASSO DOPO PASSO, L’ISOLA DELLA MADDALENA E TUTTI COLORO CHE HANNO VIAGGIATO IN SUA COMPAGNIA HANNO PERCORSO. I RECENTI FESTEGGIAMENTI LEGATI AL CENTENARIO DELLA FONDAZIONE DELL’ISTITUTO SAN VINCENZO, HANNO OFFERTO L’OCCASIONE DI RIVIVERE E DI VEDERE RIVISITATI CENTO ANNI DI STORIA E DI COSTUME DELLA SOCIETÀ ISOLANA.

L’

allestimento di una mostra fotografica di ampie dimensioni documentarie, dove ogni anno di vita maddalenina, a partire dai primi del Novecento, è stato riportato alla luce e illustrato con finezza e rigore storico, ha ampiamente descritto e proiettato come da una pellicola parlante, le principali tappe percorse dall’Istituto ma anche da quegli isolani che, in qualche modo e in diversa misura, ne hanno fatto parte. Qua e là ha echeggiato la voce di chi sperava di ritrovarsi e di trovare qualcuno o qualcosa di familiare. Il 25 ottobre, infatti, a La Maddalena, un pezzo importante della storia religiosa, sociale e scolastica della comunità ha fatto da protagonista incontrastato. Presso l’atrio comunale, molti sono stati gli occhi che, nel tentativo di ritrovare se stessi o persone conosciute, hanno scrutato le oltre trecento fotografie, testimoni della memoria centenaria dell’Istituto San Vincenzo. Un secolo é passato, e tante situazioni, persone, protagonisti e curiosità, sono state fissate per sempre in una mostra allestita per festeggiare quella che oramai é diventata una istituzione, una realtà in perfetta sintonia con la gente. Il successo é stato sorprendente ed é forse

dovuto alla forte attrattiva che la “palestra” vincenziana ha esercitato e continua ad esercitare sulla popolazione. La copiosità del materiale fotografico che le suore conservano ed hanno esposto, é stata notevolmente incrementata dal contributo dei collezionisti e di quelle famiglie che hanno trascorso parte della loro vita scolastica e religiosa, presso l’Istituto. Non é stata, perciò, una festa come le altre, nel chiuso di una casa o di un locale; ha invece coinvolto luoghi diversi e persone diverse, ripercorrendo e idealmente accompagnandoci lungo i passi compiuti attraverso un secolo. La partecipazione é stata notevole, e per la vastità del periodo ma soprattutto degli argomenti, é intervenuto anche chi, con l’Istituto San Vincenzo, non ha mai avuto a che fare. È stato un momento di gioia collettiva che ha messo in primo piano molte generazioni dell’Isola, o perché direttamente interessate o per un ricordo piacevole che é stato loro tramandato, e noi spettatori, alcuni non protagonisti di questa storia, non possiamo far altro che immaginare… Quando i primi viaggiatori stranieri approdavano a La Maddalena nella prima metà dell’Ottocento, poi immancabilmente, nei loro “diari” di viaggio, ricordavano tutti le visite illustri da Nelson a Napoleone. Successivamente, ai primi del Novecento, é stata la volta di principi, reali e uomini di Stato che quando giungevano all’isola, non potevano esimersi dal fare visita anche all’Istituto, dal salire la lunga scala in granito che conduce direttamente alla Cappella, disegnando idealmente una croce latina, già anticipata dalla via di ingresso all’edificio. Alcuni parlano di case bianche, strade pulite e della Chiesa Parrocchiale voluta dagli abitanti ormai scesi alla Marina perché più sicuri e perché le incursioni barbaresche sono soltanto un ricordo triste ma glorioso. Gli isolani, certamente fieri,

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La Maddalena, Istituto san Vincenzo.

si sentono onorati del fatto che la loro terra sia stata baciata dalla storia, pur rimanendo una comunità chiusa e compatta, come sempre avviene nelle isole o nei piccoli centri dove la popolazione vive in stretto contatto: le case erano così strettamente intrecciate e legate da formare un insieme di porte e finestre, di piazzaletti, di scale, di cortili interni, che finivano per costituire un organismo polimorfo, un segmentato continuum non agevolmente scomponibile con il metro della intimità borghese. Approssimativa era anche la nozione di spazio pubblico, non bene distinto da quello privato. Nei quartieri poveri, le strade costituivano la naturale e organica dilatazione dello spazio abitativo privato.1 Siamo agli sgoccioli dell’Ottocento, tanti anni sono ormai trascorsi da quando gli unici abitanti erano solo alcuni pastori corsi nemmeno troppo stabili; la vita nell’isola ferve e pullula di novità e di stranieri ed e’ in questa atmosfera quasi pionieristica che costruisce la propria casa un piccolo gruppo di suore che, dopo aver conquistato la modesta collina che domina sulla via Dandolo, fonda l’Istituto San Vincenzo. In pochi anni diventa scuola, casa e famiglia, superando le difficoltà dell’inserimento in un’isola a vocazione prevalentemente militare e nella quale gli unici riferimenti spirituali sono il Parroco e la sua povera Parrocchia. Qualche anno prima, l’Italia della Triplice Alleanza ha deciso opere di fortificazione di immense proporzioni, quelle del 1887 e molte riguardano in maniera massiccia La Maddalena che, di lì a poco, sarebbe diventata un’imponente piazzaforte militare, mantenendo questo ruolo per sempre. Le grandiose strutture belliche di questo periodo incrementano anche l’estrazione del granito di Cava Francese, richiedendo grandi quantità di materiale e richiamando moltissimi scalpellini, minatori e fabbri dalla Toscana, dall’Emilia, dal

Piemonte e dalla Lombardia, quasi tutti di “fede” anarchica, in nome della quale mostrano una forte ostilità a qualsiasi ingerenza da parte del parroco: lo stesso don Capula, tenace evangelizzatore, trova difficoltà nel diffondere il proprio messaggio, nonostante si rechi fisicamente in mezzo a loro. La Cava, già attiva prima del 1874, secondo quanto ci racconta Pietro di San Saturnino, fino a quel momento non era stata abbastanza valorizzata, perché mal gestita dalla Banca Italiana di Costruzioni; incomincia a decollare solo grazie alla collaborazione dell’ingegnere Giorgio Berlin con il Genio Militare che ha appena gettato le basi del suo insediamento. L’afflusso di operai giunti nell’isola per le grandi fortificazioni, e, successivamente, la seconda migrazione, questa volta di lavoratori provenienti dalla Gallura e dall’interno della Sardegna, significano un incremento dei commerci e, quindi, di negozi, di botteghe alimentari, numerosissime per quanto sappiamo da una relazione sanitaria del 1910; anche se l’igiene é scarsa e molti prodotti di generi diversi vengono messi vicini senza rispettare alcuna regola: olio e carbone, pasta e chiodi. Differente l’attenzione che le suore dell’Istituto dedicano all’aspetto sanitario delle ricoverate che dovevano avere, oltre al certificato di battesimo anche quello di vaccinazione e prima dell’accettazione, dovevano subire una visita accurata ….8Anche il mercato della casa subisce un forte incremento, per cui molti isolani affittano, spesso anche solo una stanza, senza tener conto delle cattive condizioni igieniche e delle difficoltà sanitarie e di sopravvivenza cui sottopongono gli affittuari: si uniscano i cittadini in uno spirito filantropico e si sventrino i quartieri insalubri. Si tratta, quindi di impegnarsi per modificare l’atteggiamento morale degli abitanti che vivono, in un primo Novecento, una sorta di entusiasmo

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economico. Molto diversa la condizione dell’isola nel 1874, descritta da Pietro di San Saturnino che parla di case ben governate e linde, di strade pulite e poco rumorose, visto che non ci sono carri e i cavalli sono pochi, di un clima molto salubre, tanto che l’età media degli abitanti é molto elevata, anche per la loro profonda rettitudine e il sentimento di carità verso i …compatrioti poveri. Le nuove presenze favoriscono, inoltre, un forte impulso alla vita culturale e spesso, nell’isola, giungono piccole compagnie teatrali; anche la carta stampata si cimenta in entusiastici e temerari tentativi con fogli misti di satira e politica, pubblicità di unguenti e oli miracolosi; alcuni sono precursori di giornali odierni quali A tramuntana, che, solo nel titolo anticipa il Vento, quindicinale della Parrocchia di La Maddalena. Proprio uno di questi fogli, l’entusiastico “Progredendo”, fa in qualche modo da spot all’isola, augurandosi che non abbia, in futuro, una vocazione solo militare: Progredendo … potrà appalesare che La Maddalena - questo lembo di sardo suolo che ebbe già, nella sua picciolezza notorietà grande, per figli forti e gloriosi …a’ quali si legano i nomi di un Bonaparte e di un Nelson …non é solamente “ la terra dell’armi” ma, diventerà eziandio quella “de’carmi!” Nonostante il forte anelito alla cultura, La Maddalena non ha ancora un adeguato edificio scolastico come denuncia il sindaco Alibertini, che in una relazione del 1903 dice: con una massa di oltre mille alunni non ha locali per le scuole che rispondano alle più elementari esigenze igieniche e didattiche … é in corpo un progetto … per la costruzione di un edificio atto a contenere tutte le scuole elementari e tecniche. Sorprendente, in un’isola che aveva ricevuto fama dalla presenza di Garibaldi a Caprera e che rispettava fedelmente ogni ricorrenza a lui legata, mostrando particolare sensibilità ad ogni spunto o evento culturale. Sono trascorsi pochi anni dalla sua scomparsa, e gli effetti della sua presenza continueranno a farsi sentire per sempre; tanti si avventurano per visitare i luoghi da lui vissuti e frequentati, come già era accaduto quando era ancora in vita, e la cittadinanza si prepara per le celebrazioni in suo onore: é del 1907 la costruzione della Colonna Garibaldi, scolpita ovviamente con il granito di Cava Francese e collocata nella Piazza 23 febbraio, già famosa per la colonna sulla cui cima spunta una delle bombe che Napoleone Bonaparte, nel 1793, lanciò contro l’isola, e che oggi troviamo in uno dei corridoi del Palazzo Comunale. Alla sua realizzazione, contribuirono l’Amministrazione comunale di sua Maestà, Vittorio Emanuele III, e il nipote del Generale, Cino Canzio, a capo del Comitato per i festeggiamenti del Centenario di Giuseppe Garibaldi. Per quanto riguarda la cura dell’anima, i cittadini avevano dato dimostrazione di grande partecipazione emotiva e materiale per la costruzione della Chiesa giù in un paese che é, oramai, in rapida evoluzione. Nel 1777, fu il primo bailo, Bartolomeo Fra-

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vega, …, a presentare al governo vicereale l’esigenza prospettatagli dagli isolani di avere una cappella alla Marina.14 L’attuale Parrocchia di Santa Maria Maddalena viene a sostituirsi a quella campestre della Trinita, sorta per prima, ma ormai troppo lontana per gli abitanti prevalentemente distribuiti lungo la costa. Dal 1885, a La Maddalena si é insediata anche una comunità valdese, che rimarrà per circa novant’anni e che in qualche modo costituisce un pericolo per la fede degli isolani: la Chiesa cattolica, fortemente preoccupata che l’Isola … potesse diventare protestante, organizzò in quegli anni ben quattro missioni popolari tra cui … una chiesa nel rione operaio Moneta e soprattutto l’Istituto San Vincenzo.15 L’ordine Vincenziano é presente già dal 1896 con due suore che prestano il loro servizio presso l’Ospedale militare, e che aprono la strada alla costituzione dell’Istituto, un progetto ben più grande, in quanto significò non solo un progresso culturale ma anche assistenziale: una scuola di educazione secondo i canonici contenuti e i programmi ministeriali ma anche esempio concreto di umanità e fratellanza per i cittadini dell’isola. Il suo é un cammino difficile, basti pensare che la strada di ingresso, la via Dandolo non esiste o meglio é chiusa da un deposito pacchi della Regia Marina, forse ufficio postale, successivamente trasferito al piano terra del palazzo comunale inaugurato nel 1907. Le prime suore devono quindi affrontare problemi pratici come la ricerca di una dimora, che la prima superiora, suor Teresa Fior, acquista nel 1903 dalla famiglia Dezerega, contando sull’aiuto delle Vincenziane di Torino e con il sostegno di qualche donazione; a questa si aggiunge un secondo edificio, nel mezzo sorgerà la Cappella. Intorno, il terreno coltivato ad alberi e spianato, viene lentamente riempito da una lunga e imponente gradinata, incorniciata dalle balaustre che sostituiscono gli steccati. La piccola casa degli inizi, quando per lo più c’era solo campagna intorno, diviene un grande edificio, il fulcro di innumerevoli attività. Il 1909 é l’anno di Suor Maria Elisa Gotteland, quella che da tutti é considerata la fondatrice o meglio l’innovatrice della comunità e dell’Istituto, tanto che, intorno alla sua figura, si é quasi costruito un impianto mitico che le ha attribuito fino a poco tempo fa un’origine nobile. Una persona energica e volitiva, una fonte di intuizioni quasi sempre realizzate, il cui aspetto imponente ma bonario, riflette la grandezza e la bontà delle opere realizzate. Con la creazione di un laboratorio di musica, pittura e francese, Suor Gotteland dà nuovo impulso alla vita culturale dell’isola: una vera novità, in particolare lo studio del francese, lingua considerata chic, usata dai romanzieri dell’Ottocento, e soprattutto, fino a poco tempo prima, parlata nelle corti sardo-piemontesi. Nel 1910 vengono avviate le Scuole Elementari che partono con tre bambini e che si affiancano a quelle pubbliche già esistenti In tutte le imprese é implicito il desiderio e l’intento di tene-

Grafica Anton Bruno Cleriti

LA MADDALENA 0789 735414

EDIZIONI 2004 AA.VV., Almanacco maddalenino Vol. III M. Leoni, F. Presutti, L. Bittau, La Spiaggia rosa e l’Isola di Budelli A. Conti, Paroli scritti supr’a rena

la Libreria dell’Isola LA MADDALENA C.so V. Emanuele II, 14 - 0789 735414 • Piazza Umberto I, 3 - 0789 735292 PALAU Via La Maddalena, 11 - 0789 709044 OLBIA Corso Umberto I, 154 - 0789 21386 E-Mail: libdellisola@libero.it

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La Colonna Garibaldi, scolpita dagli scalpellini di Cava Francese, fu edificata nel 1907, in occasione del Centenario della nascita dell’Eroe.

La cala Gavetta di fine Ottocento. Da notare l’errore di stampa: Gareta per Gavetta.

re lontana l’emarginazione e di favorire l’inserimento in una società in crescita. La presenza dei fanciulli ha accompagnato la vita e l’attività delle vincenziane in molte occasioni, ha fatto da contorno ad innumerevoli iniziative, ed é stata protagonista di altre; l’oratorio, le processioni, le feste e le recite sono le scenografie consuete di fotografie che ritraggono schiere di bambini che, in un girotondo ideale, abbracciano i visitatori dell’Istituto, o sono tra le braccia di una suora o perfettamente e simmetricamente disposti lungo le scale dell’imponente gradinata e la Cappella alle spalle. Tutto funziona come una vera e propria fucina capace di incrementare la realtà culturale dell’isola; vi é anche la Regia Scuola Tecnica Umberto I, mentre non é ancora sorto il Liceo che invece, a Tempio, funziona già da tempo: é il memorabile Collegio degli Scolopi, trasformato in Ginnasio nel 1859, e poi sostituito dal Regio Ginnasio nell’ottobre del 1885 per diventare, nel 1937, il Liceo Classico. Altra protagonista costante é la donna, le ospiti sono femmine, le associazioni sono femminili e le donne insieme ai bambini sono da proteggere, da inserire e preparare al mondo lavorativo. La comunità delle vincenziane, nel frattempo progredisce, arricchendosi di una nuova creatura con la nascita dell’Educandato che apre le porte a numerose fanciulle provenienti da tutta la Sardegna che desiderano studiare e sono lontane dalla loro famiglia; sono, perciò, favoriti ed intensi gli scambi culturali. A dieci anni circa dalla I guerra mondiale, nel 1928, suor Gotteland, ovviamente sensibile alle dure conseguenze che il conflitto ha trascinato dietro di sé, decide la costruzione di un orfanotrofio che accoglie tra le sue prime ospiti proprio una vittima di guerra, la prima di molte che, altrimenti, avrebbero rischiato di rimanere

in balia di un paese sconvolto e confuso; spesso le suore seguono le bambine fino al momento del matrimonio, preparando loro il corredo e provvedendo ad altre necessità. L’opera spirituale che le Vincenziane svolgevano doveva essere sicuramente difficile, visto che accogliere le orfane significava anche sottrarle ai pericoli che la società dell’isola prospettava; secondo testimonianze e ricordi, a La Maddalena sorgono, all’epoca, tre case di tolleranza, una per gli ufficiali della Marina Militare, una per i sottufficiali e una per gli isolani e per i civili, che sono numerosissimi, come abbiamo detto, e provenienti dall’esterno. Inoltre per avere un’idea di quanto fosse difficile gestire la situazione delle anime, bisogna tener presente che alla fine degli anni Venti il panorama spirituale della Maddalena si colora di nuove confessioni; oltre a quella valdese già presente, giunge un pastore protestante che elegge quale sede per i suoi incontri un appartamento proprio di fronte alla Parrocchia; un gruppo di protestanti aveva già scelto l’Isola, a partire dalla fine del secolo precedente: una presenza scomoda per il parroco don Antonio Vico che oltre alle prediche che tentano di scoraggiare e dissuadere i fedeli, decide di rivolgersi direttamente al vescovo: é in questi anni ed in questo contesto che riceve la nomina a Vice Parroco don Salvatore Capula. Destinato a non abbandonare più l’isola, collabora con l’Istituto San Vincenzo più di una volta nel portare a buon fine le opere di assistenza che sono da sempre nel carisma delle Vin-

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La Piazza Umberto I senza pavimentazione, fu anche un campo per le partite di calcio, fino alla fine degli anni Venti.

La Maddalena, suore in partenza sul postalino “Maddalena”

cenziane. Anche politicamente la situazione non é serena; a La Maddalena, come in altre località della Sardegna, sono presenti delle Logge Massoniche, come la G. Garibaldi, la cui attività parte dal 1889 e che raduna, in particolare, ufficiali e sottufficiali della Marina e dell’Esercito, ma anche numerosi uomini d’affari, attratti da fiorenti e vantaggiosi commerci. Il coinvolgimento della popolazione viene perciò rafforzato, le suore escono dall’Istituto e intorno a loro iniziano a ruotare anche gruppi e associazioni che collaborano e portano avanti il progetto comune della Carità, sono le figlie di Maria e le Damine di Carità; insieme preparano anche il grande apparato che contorna le principali ricorrenze religiose, come il Corpus Domini che é un’occasione in cui anche la gente comune viene coinvolta in accurati e laboriosi preparativi. Particolare cura viene dedicata alla Madonna in onore della quale si “compongono” lunghe Peregrinationes Mariae piene di devozione e amore popolare: dalla Madonnina di Luogosanto del ’49 a quella del ’54, che viene portata a braccio da un luogo all’altro dell’isola o all’interno dello stesso Istituto in affollate e coreografiche processioni. Tutte le età sono state coinvolte, curate ed amate all’interno dell’Istituto, a tutte le necessità si é cercato di venire incontro: questo ha significato la decisione di costituire anche la Casa di Riposo per Anziani che rientra nell’ambito del coraggioso progetto che suor Gotteland si propone: quello di alleviare le sofferenze di ogni fascia debole della popolazione. Nel 1937 viene inaugurata e con l’aiuto dell’allora podestà Chirico, quattordici anziani diventano ospiti della casa, situata al di fuori dell’Istituto. Un anno prima, Alberto Gotteland fa dono di una macchina, una vera e propria novità nell’iso-

la, visto che questo mezzo erano in pochi a conoscerlo; diventa perciò meno difficoltoso recarsi alla colonia estiva di Punta Tegge che abbraccia un panorama esteso ed unico, dove le ospiti, tra giochi d’acqua ed abilità ginniche, trascorrono il periodo più caldo anno. Le voci festose, un flash che lampeggia ci risveglia, riportandoci alla realtà e alla mostra: é il fotografo che ha immortalato una delle prime scene, che andranno a rappresentare i prossimi cento anni di avvenimenti isolani. Bibliografia: Nel Cinquantesimo Anniversario dell’Istituto San Vincenzo di La Maddalena, a cura delle Suore dell’Istituto San Vincenzo, 28 giugno 1953. L’Istituto San Vincenzo di La Maddalena, 1903 – 1960, Tesi di laurea a cura di Marilisa Santa Amato. Si ringrazia per le preziose testimonianze e il materiale documentario messo a disposizione, il signor Antonio Conti. Tutte le foto appartengono alla collezione privata Carlo Frau.

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L’accabadura: storiografia di un geronticidio in Sardegna tra mito, ritualità, letteratura di viaggio e tradizione orale

L’eutanasia dei poveri di Andrea Mulas e Viviana Simonelli Foto Piergiacomo Pala LE PRIME TESTIMONIANZE SCRITTE SULL’UCCISIONE RITUALE DEI VECCHI IN AREA MEDITERRANEA RISALGONO ALL’ANTICHITÀ CLASSICA, IN PREVALENZA INTORNO AL III SECOLO A.C. LE DIVERSE ATTESTAZIONI ANTICHE DI TALE PRATICA PRESENTANO TUTTAVIA ULTERIORI ELEMENTI CHE, A LORO VOLTA, HANNO GENERATO UN GRAVE EQUIVOCO DI FONDO, IL QUALE, HA POI INFICIATO QUALSIASI SUSSEGUENTE LETTURA DEL RITUALE EUTANASICO, DENOMINATO IN AMBITO SARDO COME ACCABADURA.

L’

equivoco ha le sue più remote origini nel mondo classico, i cui documenti rilevano come gli ultrasettantenni venissero messi a morte in onore di Saturno (Kronos), Dio del tempo. Ai vecchi sarebbe stata fatta ingerire una particolare erba velenosa, autoctona della Sardegna, letale per gli uomini e dannosa per gli animali: l’erba sardonica, (oeneanthe crocata), in sardo appiu de riu che, per sua stessa definizione, cresce copiosa lungo i corsi d’acqua ed è ancora usata dai pescatori di frodo, i quali, dopo averne ridotto in poltiglia le radici, le immergono nei corsi d’acqua, causando lo stordimento dei pesci. Sovente condotti verso il loro ultimo destino dagli stessi figli, certo preda di ineludibili sensi di colpa, i vecchi genitori venivano da essi costretti a masticare le foglie di questa pericolosa euforbiacea, il cui aspetto ricorda molto quello del sedano selvatico. Per sua peculiare composizione biochimica, la pianta, ingerita oppure solo strofinata sulle parti molli, esterne ed interne, del cavo orale, provoca una gradua-

le trasfigurazione del volto, simile alle convulsioni generate dal tetano. I suoi effetti tossici determinano spasmi atroci e una innaturale smorfia di dolore, cui segue fatalmente la morte. L’insieme del rituale veniva ad avere, così, una manifestazione quasi iconica, che trovava nel ghigno innaturale della vittima il suo momento più alto, macabro e grottesco insieme. Questa ieratica fissità è la stessa della maschera del teatro greco, ove i confini fra comoedia e tragoedia restano sempre labilmente ambigui. Nel linguaggio metaforico, questo amaro e triste sorriso è definito riso sardonico, ed è appunto in tali termini che ne parla Omero, quando, nelle pagine dell’Odissea descrive l’espressione enigmatica del volto di Ulisse. In uno studio del 1879-80, Ettore Pais rintraccia la vera origine del risus sardonicus in un culto arcaico, diffuso nella Licia, dedicato al dio Sardan: qui i volti delle vittime sacrificali, a causa degli spasmi generati dal dolore del rogo, si contraevano in una smorfia di dolore, simile appunto ad un riso innaturale. Tra riso sardonico e accabadura, non sussiste alcuna relazione consequenziale di causa – effetto, e se legami si riscontrano tra i due fenomeni, essi sono di natura alquanto differente, sebbene li si trovi spesso connessi tra loro, pure in assenza di una origine comune ad entrambi. Tra gli studiosi sardi contemporanei, il primo a ricondurre la vexata quaestio delle accabadoras in ambito storiografico è stato Francesco Alziator. Nei suoi ampi studi sul folklore sardo, egli delinea dal punto di vista epistemologico la pratica dell’uccisio-

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ne violenta dei vecchi e la riconduce in ambito greco: l’attribuzione ad essa di valenze profondamente negative è perciò da ricercarsi in quella visione ellenocentrica tipica dei secoli XI e X a.C. Questo parametro è il portato di una supremazia culturale della Grecia in ambito mediterraneo, primato che era altresì politico ed economico e culturale, insieme. A riguardo Alziator ricorda come fosse connotato spregiativamente “barbaro” tutto ciò che non trovasse rispondenza nei canoni egemoni della superiore lectio moralis della cultura greca. Si viene ad operare così una netta discriminazione tra “mondo civile”, quello greco, indicato come la più alta espressione estetica, etica e sociale all’epoca conosciuta, e “mondo non civilizzato”, rappresentato da ogni altro universo lontano da quell’insuperabile modello. Tra le terre più remote, la Sardegna rappresentava l’”altrove” mitico, l’archetipo di un primordiale stato di natura, non ancora permeato da profondi afflati culturali: qui l’eliminazione fisica dei vecchi trovava la sua ragione di essere in una economia di pura sopravvivenza, che riconosce come valide per sé solo le legittimazioni dettate da determinismi di ordine materiale. Entro questo universo economico conchiuso, improntato ai cogenti dettami di una struttura sociale rigida e poco evoluta, ove domina incontrastata la legge del più forte per natura, l’autosufficienza fisica dell’individuo è valore essenziale nella diuturna lotta per la sopravvivenza per se stessi e per la comunità di appartenenza. È appunto in tale prospettiva che devono essere interpretate le più antiche testimonianze sull’argomento, pervenuteci da Timeo, Sileno, Eliano, lo Pseudo-Aristotele e Suida “che tutti sembra compendiarli”, come scrive Alziator, il quale di seguito aggiunge: “Con il secolo X d. C. cessano le notizie sull’accabadoras”.1 L’analisi comparata delle fonti classiche, da lui operata sulle attestazioni di tale pratica eutanasica in Sardegna, dapprima rivolta verso i soli vecchi, quindi estesa anche ai malati terminali, conferma che non siamo in presenza di un’usanza tradizionale sarda che contempla il sacrificio umano, quanto piuttosto di una tradizione ellenica, che attraverso le sue fonti più autorevoli , è pervenuta fino a noi . Una corretta impostazione analitica del problema certo non deve, né può, dirimere dubbi o tanto meno risolvere malposte quanto oziose questioni circa un’eventuale persistenza dell’accabadura ancora in epoca contemporanea, in certe aree dell’Isola, ove donne “prezzolate” avrebbero posto fine all’agonia straziante dei moribondi assestando loro un secco colpo al capo con una mazza di legno. L’etimologia di accabadura proviene dal castigliano acabar, corrispondente a “finire”, “dare fine”. Per un confronto con la cultura spagnola, a proposito dell’uccisione dei genitori vecchi da parte dei figli, particolarmente illuminante è lo studio del 1950 di George Dumézil sugli usi dei popoli baschi

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e sulla storia del loro diritto ereditario.2 Poco invece si sa sulla tipologia di questa corta mazza in legno, “ sa mazzocca”, come la chiama Angius, quando la indica come strumento di morte rituale per i moribondi. Un esempio è conservato tra le collezioni del Museo “Galluras”a Luras, di cui siamo curatori scientifici. La mancanza di fonti documentarie ci impone, pertanto, il rigore di avanzare soltanto delle ipotesi sull’effettivo uso di questa mazza. Non vanno, infatti, escluse neppure le ragioni che indicherebbero la fine delle agonie strazianti in un rituale puramente simbolico che induceva a parentela a togliere dalla stanza del morente tutti quei segni apotropaici che prolungando la vita , impedivano il distacco dell’anima dal corpo, bloccandone la liberazione catartica. Ora, poiché una disamina di carattere antropologico impone altresì una rigorosa contestualizzazione storiografica, chi, come noi da anni conduce uno studio attento dei due argomenti, riso sardonico e accabadura, (i quali saranno oggetto di più ampia e articolata trattazione in una prossima pubblicazione specifica), stima scientificamente corretto di seguire la stessa metodologia di approccio e analisi. Riteniamo, per tale ragione, esercizio ozioso e vano, l’addentrarsi nella spire di testimonianze che riportano informazioni indirette quanto non comprovabili su una presunta veridicità della pratica dell’accabadura, che pure, nel dibattito attuale sull’eutanasia, troverebbe una sorta di antesignana originalità. Né tanto meno crediamo di dover inseguire i tortuosi sentieri “dei nidi di ragno” di non suffragate supposizioni che hanno determinato troppe ricerche volte unicamente a stabilire, se tale pratica sia realmente esistita, quali siano stati i rituali della sua attuazione, e se ne siano rimaste epigone attestazioni nella cultura tradizionale sarda in epoca contemporanea. La curiosità che induce l’argomento è certamente assai intrigante, ma va detto subito che essa non ha trovato finora alcun riscontro, né supporto documentario nelle visite pastorali, nelle relazioni sinodali pre e postridentine, nelle disposizioni ecclesiastiche, nelle leggi della “Carta de Logu”, e ancor meno nelle note informative mediche o legali, che infatti, risultano per l’Isola del tutto assenti, sia per l’epoca medievale che moderna. Nell’attualità del dibattito non dovrebbe essere dimenticata invece la traccia che di questa pratica si ha nella favolistica e nella memoria dei più anziani che, i quali, raccontando dei figli che, nel passato, portavano i padri a morire scaraventandoli negli strapiombi delle montagne, annotano anche la ragione della possibile fine dell’accabadura in Sardegna: la paura-certezza di fare a meno dell’esperienza e della saggezza dei vecchi, e il desiderio di non morire nello stesso modo per la legge del taglione che l’usanza prevede.

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Luras, il museo.

Museo Galluras, camera da letto. Il martello della donna agabbadora è sul cuscino.

Martello usato dalla donna agabbadora.

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Il nostro precipuo interesse di studio è volto quindi a ridefinire il tracciato delle coordinate storiografiche, le medesime entro le quali l’accabadura è stata attestata dalle fonti, che , tuttavia, dopo l’anno 1000 inspiegabilmente tacciono, per poi ritrovare voce in pieno Romanticismo, peraltro con forti scintille polemiche. Sono trascorsi ben otto secoli, nel corso dei quali esse sono rimaste sepolte sotto la stratificata, silente cenere del tempo. In Europa, infatti, nel primo decennio dell’Ottocento l’ésprit bourgeois tocca il vertice della sua contrastata ascesa, con un sentimento di consapevole capacità di predominio sociale, politico e culturale, con una forte dominante eurocentrica, che ricorda l’epos del periodo aureo dell’espansione greca. Nel XIX secolo, infatti, le nuove élites culturali indirizzano i loro interessi di studio e di impegno verso la lotta contro le sopravvivenze di universi ritenuti inferiori rispetto al modello di civiltà europeo che si attesta come vincente. Cresce negli intellettuali il desiderio di penetrare in culture altre e difformi, nel tentativo di conferire più illuminate norme civili a lande lontane, avviluppate ancora nelle spire infide di un mondo segnato dalla superstizione e da empiriche ignoranze, frutto di condizioni economiche e sociali devastate dall’arretratezza. Sarà lo sviluppo delle attività mercantili e delle ricerche tecniche e scientifiche del nuovo secolo a mutare finalmente gli assetti imprenditoriali, allorchè, segnato un radicale stravolgimento nei pregressi rapporti sociali, si pone in seria crisi un intero universo di valori sino ad allora condiviso e patito, sempre con la medesima, tacita acquiescenza. La mutazione di orizzonti suscita inattesi quanto torbidi desideri di plaghe incontaminate ove riscoprire e rivivere il mito di una natura primitiva e selvaggia, mentre la letteratura romantica, scossa da freddi brividi ossianici, si attarda in recessi oscuri e tenebrosi. Ai pionieri dello sviluppo industriale si affiancano nell’Ottocento romantico les avant-gardes culturelles, affascinate dal mito del progresso, e curiose, insieme, di scoprire luoghi e popoli lontani, espressione incontaminata di originali culture autoctone, che mai abbiano avuto a patire l’insulto della corruzione di un progredire convulso e volgarmente incomposto del moderno processo di “civilizzazione”. E la Sardegna, che fino al 1849 addirittura si credeva più estesa della Sicilia, è il luogo sconosciuto e mitico per eccellenza, con i suoi scenari di una bellezza naturalmente aggressiva, che il mare esalta nella lontananza. Una misteriosa landa, perniciosa ad ogni viandante per una mal’aria che ruba la vita, inquietante per la sua lingua indecifrabile, fonte di attrazione per i misteriosi costumi della sua gente, spesso conservati solo nella memoria come segreti da non rivelare a chi viene dal mare. Altrove, in questi stessi anni, la letteratura di viag-

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gio del Grand Tour assomma memorie, romanzi, relazioni, corrispondenze di altissimo pregio, unitamente ad una fervida produzione pittorica e musicale di artisti stranieri e italiani, liricamente ispirati dalle vivide emozioni che il percorrere la Penisola, ha suscitato in loro, fecondandone la vena ispiratrice. Gli scrittori del tempo sono viaggiatori solitari che appartengono alla migliore borghesia europea. Sono esponenti di classi economicamente elevate: medici, militari di alto grado, uomini d’affari, notisti di un pittoresco colore locale, che hanno viva la passione delle memorie, della fotografia, del reportage, pronti a percorrere con qualsiasi mezzo disponibile, e a prezzo di non lievi disagi, regioni impervie, territori scoscesi sotto ogni profilo, logistico e culturale insieme, per l’insaziabile necessità di conoscere l’inconoscibile e il diverso. Ora, pressoché l’intera produzione documentaria relativa alla Sardegna, risulta stampata fuori d’Italia e ancora oggi è difficile reperirne esemplari, e la rarità ne aumenta il fascino. Così è a Parigi che Alberto Ferrero conte de La Marmora dà alle stampe, nel 1826 il suo Voyage en Sardaigne de 1819 à 1825, cui farà seguito nel 1835, una seconde édition, revue et considérablement augmentée par l’Auteur: Nella prima edizione, a proposito dell’accabadura, si legge: “Si è preteso che i sardi avessero anticamente l’usanza di uccidere i vecchi, ma la falsità di questa affermazione è stata già dimostrata da alcuni scrittori. Io però non posso nascondere che in alcune zone dell’isola, per abbreviare la fine dei moribondi, venivano incaricate specialmente delle donne; si è dato loro il nome di ACCABADURE, derivato dal verbo accabare / finire. Questo resto di barbarie è felicemente scomparso da un centinaio di anni”.3 È proprio a lui che dobbiamo questa prima, diretta testimonianza scritta in epoca moderna sull’argomento. Non saranno mancate certo, in ambiti politici direttamente interessati, polemiche che non è difficile immaginare vivaci quanto accese, e perciò lo stesso Conte, nella seconda edizione, troverà modo di ritrattare, con ogni debita cautela, le precedenti affermazioni, pubblicate 10 anni prima. Non è inverosimile ipotizzare che egli sia stato indotto a tale ritrattazione da pressioni della corte sabauda, cui premeva primariamente di attestare la propria vigile azione di controllo e di promozione culturale in tutti gli Stati del Regno, ivi compresa la lontana ma non dimenticata Sardegna. L’Isola di peculiare identità culturale, doveva essere conosciuta come terra i cui usi e costumi, per quanto singolari, restavano tuttavia compresi entro i “sani” ambiti di una corretta morale, del tutto allineata allo spiri-

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to della politica e dell’etica di Corte. Non è un caso che La Marmora, formatosi alla Scuola militare di Fontainbleu, avesse simpatizzato con i liberali dei moti rivoluzionari del 1821, e in conseguenza di ciò, l’anno dopo, fosse stato esonerato dal servizio attivo, con l’obbligo del confino in Sardegna, ove rimase per 10 lunghi anni di studio e di conoscenza dell’intero territorio. Negli anni successivi egli ebbe tuttavia a ricoprire, per nomina della Corona Sabauda, incarichi di alto prestigio in Sardegna: fu, infatti, Commissario straordinario e Luogotenente dell‘Isola, e, in tale veste, Portavoce ufficiale del Re. Tra il 1834 e il 1856, questa volta a Torino, vengono pubblicati i 28 volumi del monumentale” Dizionario geografico storico statistico commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna”, compilati da Goffredo Casalis, e da padre Vittorio Angius per le voci relative alla Sardegna. Per intendere appieno la fondamentale importanza che riveste il nucleo originario delle testimonianze, o per dirla altrimenti “le fonti delle fonti”, che parlano di accabadura, va ricordato che La Marmora e Angius furono amici e compagni di viaggi, intrattenendo un assiduo e proficuo scambio di informazioni e suggerimenti intorno ai propri lavori di ricerca sulla società sarda e la sua cultura. Soltanto tale sodalizio, umano e culturale, può dare piena contezza di una, altrimenti inesplicabile, specularità nelle attestazioni dei due Autori, i quali sovente riportano i medesimi dati. L’opera del La Marmora ebbe vasta eco in tutta Europa, e particolarmente in Italia. Un altro ufficiale di marina, William Henry Smith, avuto in lettura il manoscritto del Conte, nel 1828, nel suo Sketch of the Present State of the Island of Sardinia, dopo aver percorso tutta intera l’Isola a cavallo, così scrive in merito all’accabadura: “In Barbagia esisteva una straordinaria pratica di strozzare i moribondi senza speranza, questo fatto era compiuto da una donna incaricata chiamata accabadora, ma questo costume fu abolito sessant‘anni o settant’anni addietro dal padre Vassallo, che visitò questi paesi come missionario”.4 Lo Smith è il primo studioso che parli di uccisione dei moribondi per soffocamento. Anche altri scrittori e viaggiatori rimasero influenzati, in quegli stessi anni, dall’opera del La Marmora e dell’Angius, ed ebbero a riportarne le notizie nelle loro relazioni e nei libri di memorie, non sempre citando la fonte, come sarebbe stato doveroso e corretto. Tra quelli più noti, ricordiamo soltanto, per la Francia, Antoine Claude Pasquin, che si firma sempre con lo pseudonimo di Valery; per l’Inghilterra, John Warre Tyndale ; per la Germania il barone Heinrich von

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Maltzan; per l’Italia, il padre gesuita Agostino Bresciani, che raffronta gli usi sardi con quelli dei popoli orientali, per cercarne in essi le radici culturali. E fu proprio in Italia che la fama ottenuta dal fondamentale studio analitico del La Marmora, attirò la vivida curiosità di un medico e scrittore lombardo, di Tortona, Carlo Varese, animato da profonda passione per il romanzo storico e d’avventura, sul modello, in quegli anni ancora poco conosciuto, dello scozzese Walter Scott. Il genere letterario contiene infatti elementi di grande attrattiva per il pubblico: il patriottismo, il sentimento d’amore spesso tragico, la riscoperta dell’identità culturale e tradizionale di un paese che anima le tante storie entro la grande Storia. Coinvolge il lettore soprattutto la possibilità di identificarsi con quei personaggi di più modeste origini, che nel romanzo storico assurgono al ruolo di protagonisti, accanto ai personaggi più famosi della Storia, esaltando in questa identificazione l’immaginario collettivo del pubblico. Furono attratti dal romanzo storico, scrittori del livello di Alessandro Manzoni, Tommaso Grossi, Francesco Guerrazzi e Massimo D’Azeglio. Inoltre in questi stessi anni Milano si attesta come città di propulsione culturale d’avanguardia, soprattutto per l’editoria e la stampa di importanti testate periodiche, che allargano gli orizzonti dell’intellighenzia italiana, animata da spiriti di nuove libertà, anche nazionali. La collana “Biblioteca Amena”, dell’editore milanese A. Fortunato Stella, raccoglie l’esordio letterario di Carlo Varese nel 1827, con il suo primo romanzo storico “Sibilla Odaleta”, ambientato nel Regno di Napoli all’epoca di Carlo VIII e pubblicato anonimo . Il libro fu evento editoriale di strepitoso successo: di esso furono eseguite oltre dieci ristampe e due traduzioni straniere, che consegnarono chiara fama al giovane esordiente, a soli 35 anni, assegnandogli in letteratura il titolo di “maggiore scottista italiano” . Ad un tale successo aveva contribuito certamente anche il vivo interesse del pubblico femminile colto della buona borghesia del tempo, che in questo genere di romanzi assaporava soprattutto quella forma di storiografia nostalgica, caratteristica di tutta l’epoca romantica italiana ed europea. La fama del Varese e la stampa di altri romanzi suoi dedicati alla Sardegna, determinarono una accesa querelle sul tema delle accabadoras, mentre l’autore, in un suo più ampio disegno letterario, mirava a costruire una storia completa del Piemonte, data la grande amicizia intrecciata in quei fertili anni con lo storico sardo Giuseppe Manno. Vengono così dati alle stampe “Il Proscritto”, nel 1829; “Folchetto Malaspina”, nel 1830; “La Preziosa di Sanluri”, nel 1832; e infine, nel 1839, “Torriani e Visconti”.

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La Sardegna nel romanzo varesiano è descritta con toni foschi, atmosfere torbide, personaggi tenebrosi e al limite della repulsione. È soprattutto nella “Preziosa di Sanluri” che si leggono pagine sulla esistenza di una setta segreta degli Accabaduri e delle Accabadure, Questo uso di un maschile e di un femminile non è cosa di poca rilevanza nella ricostruzione e l’analisi storiografica della pratica dell’uccisione rituale dei vecchi e moribondi in Sardegna. La casta maledetta “razza impura, inquieta, barbara, disprezzabile e disprezzata più che non fosse quella degli Zingari d’Egitto o di Boemia, o dei Paria delle Indie, avea scelto a domicilio il tempio abbandonato del Signore. Pendeano qua e là dalle pareti gl’istromenti fatali dell’infame mestiere esercitato da una classe di uomini la cui esistenza sembra tuttora una favola: erano mazze di diversa misura, ma tutte quante alla forma simile alla clava che veggiam nelle mani di Ercole Farnese”.5 La presenza di “sicari” per abbreviare l’agonia dei moribondi e di prefiche per le lamentazioni, merita una precisazione. Nei rituali funebri di molte culture tradizionali, e così pure in quella sarda, le cause di una lunga agonia vengono ricercate nei trascorsi di vita del morente e in sue possibili colpe, la più grave delle quali è costituita dall’aver bruciato un giogo. Per scoprire se questa infrazione sia stata o no commessa, si accosta al capo del morente un giogo di dimensioni reali oppure una sua riproduzione in miniatura, la quale ultima può essere anche posta sotto il cuscino, così che il moribondo possa finalmente spirare. A morte avvenuta, il defunto è pianto dalla famiglia con un aumento enfatico della manifestazione del dolore, resa ancora più drammatica dai lamenti, urla e gesti scomposti di un coro di donne, talvolta “prezzolate”, per esaltare le virtù dello scomparso e la sofferenza dei familiari, le prefiche, le quali coinvolgono nel rito tutti i presenti, con un recitativo dagli accenti aggressivi, istigando vendette qualora si tratti di omicidi. Di queste “donne prezzolate”, attittadoras, appartenenti alla temuta casta delle accabadoras, così scrive Carlo Varese: “Così alcune donne si incaricano di compiere l’attito, ch’ era il complesso delle funebri cerimonie, le quali in quell’isola anche al dì d’oggi, hanno un carattere sommamente drammatico, e molto rassomigliano alle nenie romane”.6 Le tinte fosche con cui Varese dipinge la Sardegna arcaica, sia nella “Preziosa di Sanluri” che in “Folchetto Malaspina”, con evidenti note di insano compiacimento per il perdurare, di usanze crudeli, scandalizzano una “colta e gentile signora” di Torino. L’anonima, che si firma “T… 3 agosto 1832 A… a.

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D…. N….”, invia una sua “letteruccia” di protesta al primo numero del giornale di Cagliari “L’Indicatore sardo”, che fin dalla sua uscita dedica una serie di articoli proprio al fenomeno dell’accabadura. La prima critica che rivolge allo scrittore lombardo, è quella di aver reso protagonista della sua storia tortonese, un personaggio femminile ambiguo e turpe, Pattumeia, maliarda, prefica e accoppatrice, la quale viene sbalzata con tratti così turpi da farne un spregevole esemplare dell’universo culturale sardo. La “signora”aggiunge, quindi, che certe descrizioni insolenti dell’Autore offendono non solo le patrie virtù, ma l’intero universo femminile, e in particolare la bellezza delle donne sarde. Tanto spirito denigratorio, quasi si descrivessero i costumi africani di Tombittù, offensivo della realtà, distorta nel romanzo dalla calunniosa fantasia dello scrittore, la induce ad indirizzare a Carlo Varese una sua raccomandazione: “A questa nuova ingiuria preghiamo l’A., che con noi ha in comune se non la patria, la sudditanza, a rimanersi dalle fole de’ romanzi, e consultare su questo la nostra storia patria. Nel nostro più fedele, e più solenne istorico conoscerebbe, come i sardi ricambiare d’amore il bene, quando fu operato e patirono con sofferenza il male, quando i tempi non consentirono il meglio, come sotto la monarchia spagnola”. L’indignazione della signora aggiunge alla polemica in atto un elemento importante: non è solo l’umiliazione per un racconto denigratorio, ma anche la rivendicazione di un rispetto dovuto alla donna, che nell’Ottocento sente più prepotente la difesa dei propri diritti, sociali, politici, economici e culturali. Tutta la polemica in effetti è di natura moralistica: l’accusa a Varese è in fondo di avere offeso la dignità sarda, che non merita tanta cattiva fama, soprattutto ora che Carlo Alberto III di Savoia sta realizzando nel Regno la sua capillare “bonifica” di governo. Una doppia richiesta di rispetto quindi, per la monarchia sabauda e per la cultura nazionale, che non prevedono “province africane”, con sacche di razzismo e sopravvivenze tribali. I toni dello scontro si alzano sino a coinvolgere in esso nuovi protagonisti. Ed è ancora il tema delle accabadoras a contrassegnare il duello giornalistico tra il recensore Giuseppe Pasella e lo studioso Vittorio Angius, e i due si punzecchiano in punta di fioretto sulle pagine del giornale. Pasella fa intendere ad Angius che egli ha scritto di accabadoras in maniera fuorviante, per non aver selezionato a dovere le informazioni, “razzolate senza scelta e con minor giudizio”. Angius stizzito e offeso dall’accusa irriverente di essere stato un cattivo “statista”, come egli stesso si definisce nella lettera, ritiene vilipesa la sua attività scienti-

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fica e invita l’interlocutore a comprovare i calunniosi giudizi, espressi con saccente e sprezzante sicumera. Egli spiega inoltre ai suoi lettori come sull’accabadura, pure in assenza di attestazioni documentali a suffragio, nel corso delle sue capillari ricerche sul territorio sardo, abbia comunque raccolto voci, sospetti, e forse anche testimoni, che ha sentito il dovere di registrare. Ma, sottolinea Angius ai perplessi, la rarità della pratica, tenuta debitamente nascosta perché illegale, fa sì che ogni ragionevole dubbio circa la sua esistenza e persistenza, resti affidato esclusivamente alla serietà scientifica del ricercatore che si assume la responsabilità del dato informativo. Dopo tale dichiarazione metodologica, padre Angius, con aspro disappunto, si rivolge al “gazzettiere” Pasella, pungendolo con ironici consigli professionali: A lui suggerisce di :“continuare nel proprio lavoro, a raccogliere cioè novelle politiche, cenni di guerre, aneddoti graziosissimi, e se vi pare, proponete logogrifi, e sciarade ad esercizio di quelle menti che non hanno meglio di che occuparsi; e poi intascatevi il vostro salario…”. La polemica tra i due continua con la replica di Pasella, il quale accusa padre Angius di aver scritto cose “poco civili” sulla patria, parlando dell’esistenza di usi barbari. Non si può non notare come questa polemica tra due intellettuali di spicco in Sardegna in quegli anni, riveli una particolare contrapposizione nei confronti della politica instaurata dal Regno. Pasella, infatti, rimproverando Angius di essere stato poco attento nel riportare dati negativi sulla cultura dell’Isola, intende sostenere non solo le proprie opinioni, ma anche schierarsi apertamente con quella parte di intellettuali che si erano dichiarati in difesa del ruolo determinante dei Savoia nel progresso della Sardegna, la cui storiografia annovera i nomi del conte La Marmora e del barone Manno come i principali capisaldi di tale posizione politica e culturale. Se le leggi spagnole o la “Carta de Logu” di Eleonora d’Arborea non ne fanno alcun cenno, prosegue Pasella, ciò attesta come, quand’anche l’accabadura sia esistita, la pratica ha riguardato solo il mondo antico, ovvero l’epoca antecedente alla codificazione scritta delle leggi. E soprattutto, egli sostiene con ferma determinazione, niente di essa è rimasta nella cultura popolare sarda, la quale non mostra tracce di barbarici arcaismi, come vorrebbero invece divulgare scrittori interessati o ricercatori affatto privi di scrupoli rigorosi e selettivi. La politica culturale dei Savoia, a questo riguardo, è chiarissima e gli intellettuali, come in tutte le epoche interessate da profonde trasformazioni sociali ed economiche, si schierano o si dividono, a favore o contro il

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Potere, laico o ecclesiastico. È da tali opposti pregiudizi ideologici che nasce la legittimazione o la ricusa di quanto sia più o meno “giusto” per la propria causa. Noi riteniamo che, al di là delle figure delle accabadoras, siano esse storicamente attestate o miticamente presenti nella cultura orale, ciò che nella cultura tradizionale della Sardegna è profondamente significativo, riguarda essenzialmente l’universo femminile, molto articolato e complesso in tutte le manifestazioni del ciclo della vita e della morte. Il “fenomeno” allora potrebbe trovare la sua più giusta, e forse risolutiva, chiave di lettura nei poteri più assoluti attribuiti alle donne: per natura di conferire vita, per cultura di toglierla, come le mitiche Parche, altre imperscrutabili femmine, con in mano il filo che regge il fragile destino degli uomini. Circa l’esistenza, reale o fantastica, del rituale eutanasico dell’accabadura in Sardegna, restano ancora valide le parole di Vittorio Angius: “A voi cotale parebbe di poter negare le asserzioni d’uno che ha dieci volte perlustrato il regno, veduto le città, le terre, le ville, le campagne, le selve, visitato le spelonche e le capanne, osservato i costumi vigenti, imparato quelli che sono caduti dall’uso sì, ma non anco della memoria”.7 ( Lettera al Gazzettiere di Cagliari sulla nota 3 del n.39 dell’Indicatore sardo. Estratto. Torino, CassoneMarzorati-Vercellotti, 1837, pp.4-5)

Note 1 2

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Alziator, F.: Il folklore sardo. Bologna, La zattera, 1957, pag.52 Dumézil G. : “Quelques cas anciens de «liquidation de vieillards»: histoire et survivances”. In: Revue internationale des droits de l’antiquité, 1950., t.IV,pp.447-454. La Marmora A.: Voyage en Sardaigne de 1819 à 1825, ou description statistique, phisique et politique de cette ile avec des recherches sur des productions naturelles et ses antiquités, Paris, A. Betrand-J. Bocca, 1826, pag.258 Smith W.H., Sketch of the Present State of the Islan of Sardinia. London, Murray, 1828, pag. 195 Varese C., Preziosa di Sanluri ossia i montanari Sardi. Romanzo storico dell’autore della Sibilla Odaleta. Macerata, Tip. di Ben. Di Ant. Cortesi, 1835, pag. 63-65 Varese C., Folchetto Malaspina. Romanzo storico del secolo XII. 2 ed. Torino, Franchini, 1865, pag. 94

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Il Culto delle Acque in Sardegna

L’

popolazioni sarde, soprattutacqua è sempre to dell’interno, e molte di stata oggetto di queste persone viventi hanculto presso no assistito e partecipato cotutti i popoli, soprattutto me protagonisti a tali riti. È di Vittorio Raspi presso quelle popolazioni chiaro che ciò avveniva in Foto Nino solinas ove le precipitazioni sono questo l’uomo primitivo era state sempre scarse. Tale biconvinto dell’esistenza di un sogno, come vedremo, crea“Dio della pioggia”, cioè un va una situazione drammatiessere superiore in grado di ca in coincidenza dei bisogni agro – pastorali. Tale cul- concedere la pioggia solo attraverso certi meccanismi to ha assunto anche da noi delle manifestazioni magi- per mezzo della magia, di offerte, preghiere e quanto alche e religiose. Sappiamo che questi lunghi e ripetuti tro serviva a conseguire lo scopo. In Sardegna tale Dio periodi di siccità hanno contribuito a creare in Sardegna era identificato con Maimone, il Dio della pioggia apuna situazione di grande povertà, di spopolamento e punto. Infatti nella processione lo si invocava cantando conseguente impoverimento dell’attività produttiva, so- in coro: prattutto agricola, mentre la pastorizia con il fenomeno della transumanza ha, in parte, limitato i danni. NatuMaimone, Maimone ralmente non è azzardato affermare che, in una situabetta s’abba a su laore zione simile, dei fenomeni negativi come il banditismo, betta s’abba a su concheddu l’immigrazione, la mancanza di contatti e di rapporti a Maimone picciocheddu. causa dell’isolamento, siano tutti fenomeni non solo Dàdenos abba, Segnore collegati fra di loro, ma che trovano spiegazione proprio in custa nezessidade nell’arretratezza economica. Questa è dovuta non solo ca si abba no nos dades alla scarsità o assenza delle precipitazioni, soprattutto de su fàmine morimos nei periodi di maggior bisogno e cioè in primavera nei (za si siccant sos laores) mesi di marzo e di aprile, ma anche alla millenaria preSos pitzinnos cherent pane senza di altri fattori negativi come la malaria, il favismo, sos anzones cherent erba l’anemia e via dicendo. Ma è l’assenza o la scarsità delabba a terra l’acqua che ha maggiormente inciso sui destini dell’isoabba a terra. la, scarsità che dura ancora oggi con l’assenza o il razionamento persino per i bisogni quotidiani nei grandi (Maimone, Maimone / versa l’acqua sul grano / centri urbani. Per cui nel passato, ma non solo, si ricor- versa l’acqua nella ciottola / Maimone giovinetto. Datereva alla magia, attraverso la quale gli abitanti per più di ci acqua Signore / in questa necessità / perché se l’acqua tremila anni hanno espresso la loro paura, angoscia e non ci date / noi moriamo di fame (poiché si inaridisperanza invocando un Dio che facesse cadere dal cielo scono i campi di grano). I bambini vogliono pane / gli il liquido prezioso. Tale invocazione veniva espressa me- agnelli vogliono erba / acqua sulla terra /acqua sulla terdiante riti che sono stati spesso studio di indagini an- ra). tropologiche da parte di molti studiosi. Questi culti riPer ottenere il risultato desiderato, cioè la pioggia, guardavano non solo l’acqua pluviale ma anche quella si usava immergere le statue, come vedremo a Barumisorgiva. Come vedremo essi avevano riti diversi e ri- ni, fatte di legno o di paglia, in un fiume o in una pozguardavano zone e culture diverse, cioè la montagna e za d’acqua. Infatti la statua rappresentava il Dio dotato la pianura e quindi la pastorizia e l’agricoltura. Questi di potere uranico (dal cielo) e l’acqua del fiume o della riti propiziatori della pioggia sono durati a lungo in Sar- pozza rappresentava il cielo, contenitore d’acqua. È degna, diciamo fino agli anni ’50, con un cerimoniale chiaro che tale rito, o presso un pozzo sacro, oppure di elementi magici e pratici, la cui origine risale al pe- nello svolgersi di una processione, presupponeva la riodo protosardo e nuragico. Il ricordo di queste mani- completa e cieca partecipazione e credenza di tutti i parfestazioni magico – religiose è ancora vivo presso molte tecipanti, senza avanzare il minimo dubbio su quanto si

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Pozzo sacro a S. Cristina.

svolgeva, pena l’insuccesso. Infatti il tramandarsi attraverso i secoli il bagaglio di queste convinzioni e credenze non permettevano l’esistenza di un atteggiamento agnostico ed estraneo. Lo si sarebbe avvertito come in una riunione spiritica in cui il medium avverte la presenza di un elemento non convinto. Al contrario tutto il rito avveniva non solo in modo convinto, ma anche spontaneo e voluto a causa di una necessità vitale e cioè la pioggia. Abbiamo detto che si avevano diversi riti a seconda che gli abitanti abitassero in montagna o in pianura, cioè se l’economia era basata sulla pastorizia o sull’agricoltura. Quindi il cerimoniale collettivo basato su di una processione con la presenza di un simulacro era esclusivamente agricolo, mentre in montagna avevamo un cerimoniale molto più elaborato e denso di religiosità e si svolgeva nei pozzi sacri. Questi cerimoniali variavano da regione a regione a seconda della necessità dell’acqua ed in genere si svolgevano in certi periodi dell’anno. Questo periodo corrispondeva grosso modo alla primavera, al termine dell’inverno, soprattutto nei mesi di marzo e di aprile, allorquando cessando le precipitazioni invernali la campagna, in montagna o in pianura, necessitava di precipitazioni per l’erba o per la crescita del grano o altro. In tal modo l’argomento principale diventava il pericolo che la siccità avrebbe causato sull’economia, con la conseguente carestia. E in questo periodo che soprattutto avvengono le cerimonie di invocazione al Dio della pioggia, cioè Maimone o qualche altro. Si pensa che al cerimoniale partecipassero tutti indistintamente, ma i protagonisti erano soprattutto le donne e i bambini. Bisognava che chi invocava la pioggia fosse immune da ogni peccato o colpa, per cui i bambini, sinonimo di innocenza e purezza, e le donne vergini o quelle che per un certo periodo non avevano avuto rapporti sessuali, erano i protagonisti principali in un cerimoniale che però non conosceva gerarchie, ma era aperta a tutti, in quanto tutti erano interessati alla riuscita e al conseguimento del fine. Non sappiamo con precisione quali fossero i simulacri che venivano portati in processione. Sappiamo che la chiesa, allorquando ha cercato di eliminare, assorbendole, queste manifestazioni pagane, magiche e animistiche, risalenti addirittura al prenuragico, portava e porta ancora in giro delle statue di alcuni santi conosciuti, soprattutto quelli locali. Per quanto riguarda l’antichità Giovanni Lilliu parla di teschi umani, una usanza non del tutto scomparsa, che venivano immersi nell’acqua, assieme all’immersione di statue come vedremo successivamen-

te. Queste cerimonie non ancora del tutto estinte risalivano ad un periodo remoto in cui gli elementi che costituivano tutto il cerimoniale erano collegati al culto delle acqua: infatti l’immersione di teschi, statue o altri simulacri, come il battesimo ai giorni nostri, significava rinascita a nuova vita o continuità della vita con speranza di prosperità che sarebbe stata assicurata con la pioggia. La non riuscita di tale invocazione sarebbe stata la morte. Di ciò ne erano consapevoli tutti gli abitanti, avendo sperimentato attraverso i secoli questi mali a causa della siccità, di malattie e di carestie. Cerimonie di questo tipo erano espressione di una comunità, come già accennato, a economia agraria, cioè di popolazioni che abitavano la pianura. Altro cerimoniale e carattere avevano quelle manifestazioni che si svolgevano in montagna cioè presso i pozzi sacri che erano espressione di un popolazione con attività prevalentemente

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pastorale. I riti che si svolgevano presso questi pozzi miravano allo stesso scopo, e cioè l’invocazione affinché dal cielo cadesse la pioggia, oltre ad altre manifestazioni, come vedremo, di carattere terapeutico o come prova ordalica. Considerando la posizione e la struttura assai elaborata, presso questi pozzi i riti assumevano un valore di gran lunga superiore rispetto a quelli che si svolgevano in pianura, che erano per lo più espressione di popolazioni locali, limitate nel numero. Al contrario, i pozzi sacri che erano situati in luoghi di facile reperibilità e visibilità, erano come santuari di frequentazione generale con strutture assai complesse che permettevano il soggiorno di “pellegrini” provenienti da diverse località. Erano luoghi di culto ove col tempo si sono aggiunte molte altre manifestazioni non solo di carattere religioso. Non erano diverse da quelle manifestazioni che ancora oggi si svolgono in molti paesi della Sardegna prima dell’inizio dell’anno agrario con la presenza vicino al santuario di ambienti chiamati “cumbessias” e “muristenes” per albergarvi i viandanti o i fedeli. I riti che si svolgevano presso questi pozzi avevano, senza dubbio, una sacralità più sentita, sia per la presenza del pozzo, quasi un altare, e sia per la particolare figura dell’officiante, uno sciamano o una sacerdotessa o un capo tribù, persone cioè che erano state investite di particolare importanza perché dotate di capacità divinatorie, tali da permettere loro di intercedere presso il Dio. Non solo, ma la stessa acqua che si aveva nei pozzi aveva un potere di gran lunga superiore rispetto all’acqua pluviale: era acqua sorgiva, cioè di vena che scaturiva dalle profonde viscere della terra. Infatti presso questi pozzi, simili alle chiese attuali, I fedeli venivano a pregare, compiere sacrifici, deporre ex voto (bronzetti e altro), implorare qualche grazia oppure per scopi curativi. Comunque era soltanto l’aspetto esteriore che differenziava le due cerimonie quella di pianura e quella di montagna, in quanto poi alla fine esse miravano nella sostanza al conseguimento dello stesso scopo e cioè che il Dio concedesse quel liquido prezioso e cioè l’acqua. Come detto, la chiesa ha cercato attraverso i secoli di eliminare questi riti pagani, spesso non riuscendovi ma spesso assorbendoli. Non è difficile oggi riscontrare nelle manifestazioni religiose molto delle primitive cerimonie nuragiche sia nella sostanza come nell’esteriorità. Questi due aspetti, quello pagano e quello religioso continuano ad operare in Sardegna nonostante diversi secoli di “dominazione cattolica” e dopo 1500 anni dalla denuncia accorata di Papa Gregorio Magno. Infatti Papa Gregorio Magno, uno dei Papi più importanti di tutta la Cristianità, soprattutto per la sua cura pastorale e le esortazioni indirizzate a vescovi, principi e amministratori, nel Maggio del 594, per mezzo di due sacerdoti, indirizza una epistola a Ospitone, capo delle popolazioni barbaricine, nella quale si lamenta che dopo 600 anni dalla morte del Cristo, in Sardegna

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“Barbaricini omnes ut insensata animalia vivant, Deum verum nesciant, ligna autemet lapides adorent”. Cioè le popolazioni vivono come animali insensati, ignorando il vero Dio e adorando tronchi d’albero e pietre. Diciamo, e giustamente, anche le sorgenti d’acqua, alle quali i sardi hanno dedicato diversi pozzi. Cioè parliamo del binomio “acqua e sacro” che è sempre stato presente nella nostra isola sino ai giorni nostri. Non è una novità che trattasi di una credenza più che millenaria, che si basa sulla convinzione che nell’acqua si nasconda il segreto della vita. Quasi certamente altri relatori lo faranno, per cui non ritengo che sia il caso di parlare della diffusione universale, presso tutte le culture e tutte le religioni, politeistiche o monoteistiche, dell’acqua come elemento indispensabile a ogni forma di vita materiale per l’uomo, gli animali e per la vegetazione. L’acqua è un dono divino e da qui nasce da parte degli uomini il culto delle acque, che in Sardegna ha assunto forme e diffusione del tutto particolari. Questo culto, già in parte descritto dal Lamarmora, fu confermato dal Taramelli, quando nel 1909, durante gli scavi sulla Giara di Serri, scoprì quel pozzo sacro, seguito da una serie di altri pozzi rinvenuti poi in tutta l’isola. Questa scoperta doveva fornire materiale importante a Raffaele Pettazzoni, collaboratore agli scavi, per scrivere un libro fondamentale sulla religione primitiva in Sardegna, religione in cui il culto delle acque assume una importanza preminente. L’opera del Pettazzoni, famoso studioso del fenomeno religioso nel bacino del Mediterraneo, anche quasi dopo 100 anni dalla sua pubblicazione, appare ancora valida, nonostante gli studi recenti e le nuove scoperte archeologiche. Infatti la grande importanza data dal Pettazzoni al pozzo sacro e al culto dell’acqua, costituisce la parte più solida della difficile ricostruzione per quanto riguarda il fatto religioso, soprattutto essendo stato il primo ad iniziare in modo scientifico in un campo pieno di incertezze e di penuria dei dati. Il più diffuso dei culti protosardi è dunque il culto dell’acqua, attestato dalla universale diffusione dei pozzi sacri nell’isola. Infatti, tra piccoli e grandi in tutta l’isola, di questi templi ne sono stati contati più di trenta e il maggior numero si trova nella parte centro meridionale. Si dividono in tre categorie: 1) templi che sorgevano dentro o nelle vicinanze dei villaggi; 2) templi all’interno dei santuari e 3) templi apparentemente isolati. In tutti i casi i pozzi sacri hanno la stessa struttura architettonica, composta da un vestibolo a livello del terreno nel quale si svolgeva una cerimonia da parte di sacerdoti o sacerdotesse e nel quale venivano deposte le offerte votive. Questo tipo di costruzione non ha specifici riscontri altrove ed in particolare in nessun altro territorio che ebbe rapporti commerciali e culturali con la Sardegna. È quindi un elemento indigeno, apparso nel-

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l’età dei nuraghi con i quali ha in comune la struttura megalitica. Che l’acqua avesse anche carattere sacro con virtù terapeutiche e purificatrici ne erano convinte le comunità nuragiche che, più di tremila anni fa, avevano dedicato ad essa santuari, fonti sacre, templi a pozzo diffusi in tutta la Sardegna. Questa diffusione ha del sorprendente che non solo non ha riscontro in tutto il bacino del Mediterraneo, ma soprattutto in rapporto alla scarsità della popolazione di quel tempo. Ciò riguarda anche il numero strabiliante delle costruzioni nuragiche che si pensa ammontassero a quasi 14’000. Solo per citare alcuni dei più importanti ricordiamo i santuari di Abini a Teti, di Su Tempiesu a Orune, di Santa Cristina a Paulilatino, di Santa Vittoria a Serri, di Santa Anastasia a Sardara, di Cuccuru Nuraxi a Settimo San Pietro. La datazione dei primi templi è del XII secolo a.C. , ma il loro sviluppo prenderà vigore soprattutto durante i secoli VIII – VI a.C. È certo comunque che queste cerimonie avvenivano anche molto prima della costruzione dei templi a pozzo, che sono forme evolute di architettura, e precisamente presso le fonti, sorgenti, fiumi, fontane, pozzi e qualunque ambiente adattato o trasformato per l’occasione con la presenza di un bacile che conteneva l’acqua sacra. Quindi non è escluso che tale cerimonia avvenisse pure in qualche grotta con un particolare culto dedicato alle acque di stillicidio. Nelle grotte infatti sono stati trovati dei frantumi di vasi sparsi attorno al troncone stalagmitico, per cui dovevano avere una collocazione adatta ad accogliere lo stillicidio della corrispondete stalattite. Questa acqua sacra piovuta dal cielo poteva avere un valore utilitaristico, cioè poteva essere utilizzata anche a scopi salutari o terapeutici. Affrontiamo a questo punto l’aspetto fondamentale del culto delle acque e cioè del valore che aveva presso le popolazioni protonuragiche e nuragiche e il perché di questo rito assai diffuso allora e non del tutto estinto ancora ai giorni nostri, se pensiamo che la Chiesa stessa ne ha fatto un uso proprio, non potendo ignorare una consuetudine profondamente radicata presso tutte le popolazioni. Prisciano, poeta latino, dice: “Sardoniae post quam pelago circum flua tellus fontibus e liquidis praebet miracela mundo qui sanant oculis aegros damnantque nefando periuros furto, quos tacto flamine caecant” e Isidoro, vescovo spagnolo: “La Sardegna ha delle sorgenti termali, le quali mentre guariscono gli infermi, fanno perdere la vista ai ladri, se dopo aver giurato si tocchino gli occhi con quelle acque”. E Solino, nel III sec d.C. , scrive: “In Sardegna pullulano in vari luoghi delle acque termali e salubri, dotate di virtù terapeutiche; esse o rafforzano le ossa indebolite o disperdono il veleno inoculato dalle solifughe (specie di animale che evita la luce) o anche fanno sparire i dolori

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degli occhi. Ora quelle stesse acque che guariscono gli occhi, hanno anche la virtù di denunciare i ladri, perché chiunque sotto il vincolo del giuramento afferma di non aver commesso un furto, deve toccarsi gli occhi con quelle acque e se non è stato spergiuro, ci vede meglio; se invece ha asserito il falso, ecco che il delitto si scopre per il fatto che egli diventa cieco, e, col perdere la vista, deve confessare il suo fallo”. Descrizione abbastanza chiara ed esauriente di questi riti presso le acque sacre in quanto si tratta di un vero e proprio “iudicium acquae” e cioè del rito ordalico o giudizio di Dio. Questo giudizio sardo dell’acqua dopo un giuramento, aveva origine da un potere soprannaturale che era in stretto rapporto con l’elemento acqua. Non si può inoltre ignorare il fatto economico in una società come quella del periodo nuragico basata essenzialmente sulla pastorizia e sull’agricoltura. L’acqua ha rappresentato sin dalla preistoria un elemento vitale per la vita economica, materiale, sociale ed ideologica. È chiaro che la siccità comportava miseria, carestia e morte, per cui l’acqua che scendeva dal cielo si arricchiva di un potere particolare e nasceva la credenza che attribuiva all’acqua virtù magico – religiose e tutto un rituale che potesse assicurare un elemento così essenziale. Infatti già nel 1925 Gino Bottiglioni affermava che “quando la siccità e il sole cocente ardono le biade e abbattono le bestie nelle stalle e nei campi, il contadino sardo in preda alla disperazione invoca la benefica manna dal cielo. Donne e bambini, con croci e stendardi sfilano per le strade chiedendo al Signore di salvare loro e il loro raccolto con la pioggia”. È naturale allora che nei lunghi periodi di siccità, e la Sardegna è sempre stata caratterizzata da questo fenomeno meteorologico, quando l’aria era pestilenziale ed il clima malsano e le malattie infierivano nell’isola, la pioggia era attesa con ansia trepidante e la sua venuta appariva come un dono divino. La maggior parte dell’isola è caratterizzata da colline e montagne incolte, aride, occupate da pascoli magri, costringendo il pastore a cercare il magro sostentamento per il bestiame. L’aridità quasi assoluta non trova compenso nella pioggia, che allorquando accade, dilava lungo il terreno per lo più impermeabile e l’acqua finisce in torrenti al mare. In tali condizioni le sorgenti di falda diventano elemento prezioso per la vita della comunità. Abbiamo in tal modo un altro rituale, oltre a quello per le acque piovane, e cioè per le acque di sorgente o di vena. Quindi un culto uranico (dal cielo) ed un culto delle acque ctonie (sotterranee), oltre a un culto delle acque termominerali con virtù medicamentose presso le sorgenti calde ed effervescenti. Infatti a Bonorva è stato sin dal 1916 individuato un recinto circolare che racchiudeva delle polle d’acqua ribollente ed il Taramelli ne riconobbe un legame con

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Fontana Maimone (Iglesias).

le prove ordaliche. Questo recinto che si trova in zona santa Lucia viene chiamato “fontana sanza” la cui acqua è una concrezione di sali ferrosi, alghe e muschi che producono uno strato galleggiante viscido, ferroso, che ricorda appunto il residuo della macinazione delle olive, la sanza, da cui il nome della fontana. Ora queste acque effervescenti venivano usate per le malattie oftalmiche che in quel periodo dovevano essere particolarmente diffuse, come il tracoma, altamente contagioso debellato solo recentemente e causava pure la cecità. Presso quelle sorgenti è stato poi edificato un santuario dedicato proprio a Santa Lucia che è la protettrice della vista. Ma acque con altre virtù terapeutiche si ritrovano un po’ ovunque in Sardegna. Era convinzione comune che le divinità, per mezzo dell’acqua, avevano il potere di decidere sia i raccolti, la fertilità nel matrimonio, la guarigione di un malato. E questi riti, un misto di fede e di superstizione, i Sardi li rinnovano ancora oggi nelle feste o sagre cristiane, celebrate spesso negli stessi luoghi ove si svolgevano i culti preistorici. A Sardara per esempio si svolge una sagra dedicata a Santa Maria ‘e is acquas presso il santuario di Santa Anastasia con la

sua “funtana ‘e is dolus”, cioè il pozzo nuragico che curava mali e dolori. Ancora nell’antica Forru, l’attuale Collinas, si svolge una festa, un misto di paganesimo e cristianesimo, nella zona sacra di Santa Maria Angiargia. Nel bosco e nella chiesetta campestre dedicata a questa santa si svolge appunto una sagra molto sentita per la presenza di una vena sorgiva e di un antico impianto termale romano, cioè un “balneum”, in dialetto locale “bangiu” e poi “angiu” da ciu Angiargia. Ora queste acque ed il relativo bosco sono considerati sacri, tanto che è proibito tagliare anche il legno in quanto possono scatenarsi forze oscure. Nella Marmilla le donne si recavano in campagna per raccogliere la rugiada e con essa si lavavano per curare e prevenire i “tzerras” cioe la serpigine, che è una ulcerazione o eruzione cutanea a forma sinuosa. Per curare il malocchio si ricorreva al sacerdote che consegnava l’acqua di San Raimondo, chiamata “s’acqua ramundu”. A Cuglieri, alla vigilia della festa del Santo in silenzio la gente si reca al tramonto alla festa di “s’abba muda”. Giovanni Lilliu, anche lui della Marmilla, fa riferimento, in “La civiltà dei Sardi”, a queste manifestazioni di origine nuragica affermando che “il culto ideologico si rivolgeva all’acqua del cielo in un isola che è stata sempre sitibonda” e parla di una religione della pioggia propria delle genti a civiltà agricola dell’età prenuragica; una riguardava in prevalenza l’acqua di vena cioè quella delle fonti, dei pozzi, delle sorgive a cui si abbeveravano i pastori e le loro greggi. E per quanto riguarda il suo paese, Barumini, il nostro studioso parla dell’acqua come strumento di rigenerazione e di purificazione mediante immersione. Infatti attesta il rituale dell’immersione delle statue in Sardegna agli inizi degli anni ’50. Scrive che “a Barumini una tradizione tuttora viva fa gettare il simulacro di San Lussorio ne fiume Manno che scorre presso la distrutta chiesa rurale intitolata al nome del santo”. Questa immersione delle statue degli Dei,

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Olbia, pozzo sacro.

come il rito del bagno sacro praticato nel culto delle grandi Dee della fecondità e dell’agricoltura, erano già in uso nel mondo antico. Si tratta quindi di culti nuragici e prenuragici che la Chiesa ha riplasmato e riutilizzato come nella cerimonia del battesimo che avveniva appunto per immersione del nuovo nato a nuova vita, priva del peccato. Ma l’acqua aveva anche aspetti negativi, cioè dava vita ma anche morte, attribuendo ad essa una doppia natura, per cui nascono anche i riti per esorcizzarla. Infatti essa era la via che conduceva agli inferi ed era luogo di confine fra il mondo dei vivi e quello dei morti. Secondo la concezione mitica, essa nasceva dal buoi della terra, ove i fiumi venivano inghiottiti per riemergere di nuovo. In moltissime mitologie antiche l’ingresso agli inferi coincideva con l’acqua presente nei pozzi. Aspetti negativi, dicevo, come quello del diluvio universale, presente in moltissime culture, e quello delle inondazioni. Per quanto riguarda la Sardegna l’aspetto negativo è rappresentato da alcuni esempi. A Tonara, nella frazione di Toneri, si sa che l’acqua che sgorga dalla fonte, “s’acqua chi attoniada”, rende scemi e fa venire il gozzo. Ancora a Tonara la gente credeva che le nuvole gonfie colpissero a morte la gente con “sa seguredda ‘e tronu”,

la piccola scure che colpiva i vivi durante il temporale. Dentro l’acqua dei pozzi c’è pure il pericolo per i bambini: è “sa mamma ‘e funtana” che li attira e li uccide. Per mettere in evidenza l’aspetto negativo dell’acqua citiamo un fatto di cronaca: il 5 ottobre del 1889 Quartu, Quartucciu e Selargius furono investiti da “s’unda manna” che causò distruzione e morte, tanto che anche dopo molti anni venivano rivolte invocazioni alla Madonna della Difesa allorquando si scatenava la natura con tuoni e bagliore di lampi. Si dice che queste invocazioni avvengano ancora oggi. Ho voluto in questo mio breve excursus sul culto delle acque in Sardegna, dall’antichità sino ai giorni nostri, mettere anche in evidenza la unicità della Sardegna, non solo nel bacino del Mediterraneo, per quanto riguarda l’aspetto culturale, religioso, politico – amministrativo. È evidente che i rapporti avuti con i paesi più vicini hanno contribuito a fornire anch’essi un bagaglio culturale, ma questo, quando è avvenuto, è stato assimilato e trasformato in modelli originali. Infatti, e non a torto, si è parlato della Sardegna come di un continente, di uno Stato (giudicati), di una civiltà nuragica, di una lingua sarda per mettere in evidenza proprio questa sua unicità.

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Viddalba -L’antica usanza riproposta ogni estate dall’Amministrazione comunale vera attrazione per migliaia di turisti.

La prigunta e l’abbrazzu: rappresentazione del matrimonio tradizionale gallurese di Antonello Ara

BEN VINUTI LI STRAGNI. E COMMU MAI TANTA JENTI? COLZ’A NOI, JUANNI Z’È SCASCIENDI PA UNA CAPRITTA CHI NO ARRESCI A AGATTÀ; IN GJUGNA LOGU SI L’È ZILCHENDI E FINZ’A AGATTALLA NO VO’ TURRÀ.

Q

ueste parole del dialogo costituiscono un elemento centrale nella manifestazione del matrimonio tradizionale gallurese, la cui rappresentazione costituisce ormai da alcuni anni una delle manifestazioni di più grande richiamo dell’estate di Viddalba. Il paese ha scelto da tempo la via del recupero e della valorizzazione delle tradizioni locali, con diverse iniziative, fra le quali l’apertura del museo civico, la creazione del parco naturalistico-archeologico di Monte S. Giovanni, la progettazione della casa-museo gallurese, la manifestazione equestre della “corsa alla stella” e l’ormai consolidata manifestazione del matrimonio gallurese. Partita alcuni anni fa per iniziativa del sindaco Tino Ara ed alcuni viddalbesi appassionati di cavallo, la manifestazione si è allargata man mano alla partecipazione di cavalieri di diversi paesi. In seguito al crescente numero di visitatori ed al grande apprezzamento mostrato dai turisti, peraltro, la manifestazione ha già dato luogo a tentativi di emulazione, tant’è vero che anche il vicino paese di S. Maria Coghinas ha dato vita ad una manifestazione simile (L’abbrazzu). La rappresentazione, in effetti, ridà vita nella finzione a una delle tradizioni più suggestive della Gallura, oggi non più in uso, ma protrattasi almeno fino al terzo de-

cennio del 1900; le foto dei matrimoni o dei fidanzamenti degli anni ’50, comunque, mostrano ancora dei cortei di uomini a cavallo, a volte armati (con fucili caricati a salve). Teatro della scena era lu stazzu e i personaggi principali erano i due promessi, il padre degli stessi e, se necessario, l’ommu di la prigunta (“l’uomo delle richiesta”), che interloquiva al posto dell’innamorato o del genitore, quando questi erano troppo timidi o non sapevano poetare. La forma usata più frequentemente era la prosa, ma la prigunta poteva essere fatta anche in versi, quando erano presenti persone capaci di poetare. Come si svolgeva Quando i due giovani avevano deciso di costituirsi in coppia, venivano informate le rispettive famiglie e venivano fatti gli inviti ai parenti e agli amici. Nel giorno fissato, gli invitati della futura sposa (la palti di la femina) si recavano nello stazzo di quest’ultima. Appena avvistava a distanza il corteo costituito dal futuro sposo e dai suoi invitati (la palti di l’ommu), il ragazzo incaricato di fare la guardia dava l’annuncio, quindi tutte le donne entravano in casa e venivano chiuse porte e finestre. All’esterno restavano gli uomini: il padre della futura sposa e il poeta (se necessario) vicino alla porta d’ingresso, gli altri uomini si posizionano presso le finestre, come se facessero la guardia per salvare lo stazzo dall’assalto degli ospiti, i quali arrivano su cavalli al galoppo e fra gli spari delle fucilate (naturalmente a salve). Nella rappresentazione messa in atto a Viddalba, naturalmente, si evitano gli spari per ragioni di sicurezza, e i cavalli non arrivano al galoppo ma al passo con figuranti e curiosi; per il resto, si segue abbastanza fedelmente la tradizione.

Comune di

Viddalba Provincia di Sassari > Sardegna 079 5808051/43 e/mail comuneviddalba.tiscali.it

S.Teresa Gallura

La Maddalena

I. Asinara

Valledoria Castelsardo

Tempio P. Olbia

Viddalba

S.M. Coghinas Terme di Casteldoria Porto Torres

Sassari Alghero

Sardegna

una terra di storia, arte, cultura, tra mare, terme e montagna

Grafica Anton Bruno Cleriti

Badesi mare

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Il luogo della prigunta (la richiesta di matrimonio) è situato nella piazza del paese, dove dei grandi pannelli riproducono la facciata dello stazzo. La scena è aperta da alcune comari che passano il tempo a filare, chiacchierando (in stretto gallurese, ma la gente può seguire grazie a degli opuscoli che riproducono il testo dialettale con traduzione a fronte) di ciò che accade nella zona e della novità della giornata: Prima comare: … Tandu, intesu l’eti? I lu stazzu stasera fazini festa manna! Appurumali l’ani bugat’a luzi…: ogghj fazini la prigunta. … Allora, l’avete sentito (saputo)? Allo stazzo stasera fanno festa grande! Menomale che hanno messo in luce la cosa…: oggi fanno la domanda di matrimonio. Seconda comare: … Eh zeltu chi … no s’a puntu l’occi! S’è piddendi una stedda assinnata e una femina studiata. Dizini ch’è la primma di la scola; è sempri a libri in manu, a tutti l’ori, palchi dizi che vu divinità duttori. … Eh, certo che … non si è punto gli occhi (nella scelta)! Si sta prendendo una ragazza assennata ed una donna che ha studiato. Dicono che è la prima della classe; sempre con i libri in mano, a tutte le ore, perché pare che voglia diventare medico. Le chiacchiere vanno avanti per un po’, finché non si vede arrivare il corteo di cavalieri, costituito dallo sposo e dal suo seguito (seguiti da altri figuranti in costume e da un gran numero di curiosi). Giunti sulla piazza principale tutti smontano da cavallo, ma si fermano a debita distanza dalla porta d’ingresso; vanno avanti solo il futuro sposo e l’ommu di la prigunta, il quale inizia un dialogo col padre della sposa, finalizzato alla richiesta della mano della ragazza Per quanto il contenuto vari di anno in anno, seguendo il gusto e la creatività degli interpreti, tutto il dialogo finalizzato alla richiesta di matrimonio si svolge rigorosamente in rima ed esordisce con i convenevoli tradizionali dettati dalle regole dell’ospitalità. Padre della sposa: Ben vinuti li stragni. E commu mai tanta jenti? Aeti sbagliatu lu caminu o s’eti ‘inuti appustatamenti? Ben venuti, forestieri.

E come mai tanta gente? Avete sbagliato strada o siete venuti appositamente? Ospiti (la palti di l’ommu): Semmu ’inuti, m’eti di gridì palchi illu stazzu la pazi z’è mancata da gandu una culumbula z’è bulata e in chisti zoni a dizzisu di ’inì. Siamo venuti, mi dovete credere, perché nello stazzo ci è mancata la pace da quando una colomba è volata via e ha deciso di venire in queste zone. Quella della colomba è uno dei motivi più seguiti, ma il presunto “oggetto” da ricercare può cambiare. In un’altra edizione della manifestazione, ad esempio, “oggetto” della ricerca era una capretta smarrita: Una capritta da casa z’è mancata bianca comm’è la nii netta comm’è la pratta … In dugna palti e logu l’emmu jà zilcata ma in tutta la cussogghja finz’a oggi nisciunu l’a agattata; è tantu lu dolori chi a Juanni l’a presu lu cori. … no agattendi lu gaminu pa turrà und’e li soi po esse chi si sia misciata cu li toi. Ci è mancata da casa una capretta

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bianca come la neve candida come l’argento … In ogni parte e luogo l’abbiamo già cercata ma in tutta la cussorgia fino ad oggi nessuno l’ha trovata; è tanto grande il dolore che a Giovanni gli ha preso (spezzato) il cuore. … non trovando la strada per tornare dalle sue compagne può darsi che si sia mischiata con le tue. Il dialogo prosegue poi con la parte più divertente (che riecheggia un po’ il tono di certa poesia medievale toscana (alla Cecco Angiolieri, per intenderci, o sulla linea del Dante della Tenzone con Forese Donati), caratterizzata dalla presentazione di varie ragazze, indicate ciascuno come il possibile oggetto della ricerca da parte dell’uomo; questi le rifiuta immancabilmente, rispondendo con battute mordaci, avendone in cambio qualche bestemmia da parte della ragazza rifiutata: Il padre:

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da cantu agghju cumpresu diesse chissa chi ti z’è bulata In quest’angolo ce n’è una adagiata da quanto ho capito dev’essere quella che ti è volata via Il pretendente: Si figghjuleti be’ viditi ch’a un’ala cancarata chista no po’ bulà è palchissu ch’è appusintata Se osservate bene vedete che ha un’ala rattrappita questa non può volare; è per questo che è adagiata La ragazza rifiutata: Ti si cancarigghjani li brazzi e una manu e di l’alti diti no n’ambaria unu sanu Ti si rattrappiscano le braccia e una mano e delle altre dita non ne resti uno sano

Chista l’ai ista? mi pari sia abbastanza beddaredda Questa l’hai vista? Mi sembra sia abbastanza carina

… ma abbri be’ l’aricci: trattammilla be’, mi’…, o la culumbula torra a chizi!

Il pretendente: No è pa vulé di’, dugn’ultulanu si ‘anta la so zudda ma si mi possu pilmittì chista, sidd’è, po anda be’ pa la padedda Non è per voler dire qualcosa ogni contadino si vanta le sue cipolle ma, se mi posso permettere, questa, semmai, può andar bene per la padella La ragazza rifiutata: Illa padedda disti sta, cara di maccu, finz’a sciuppà Nella padella dovresti starci tu, faccia di scemo, fino a scoppiare Il padre: In chistu cuzu zi n’è una appusintata

… ma apri bene le orecchie: trattamela bene, mi raccomando…, o la colomba torna qua! A questo punto la ragazza si siede sul cavallo del suo promesso sposo ed il corteo dei cavalieri si sposta in un luogo molto suggestivo, i resti della chiesa medievale di S. Giovanni (illuminata con un adeguato gioco di luci), dove si svolge una cerimonia nuziale altrettanto divertente. Nel centro del paese, intanto, i cuochi preparano grandi quantità di zuppa gallurese e carne lessa (suppa e carri a budditu), che verranno servite a tutti i convenuti su grandi tavolate imbandite sulla piazza principale. Celebrato il matrimonio, infine, gli sposi invitano tutti alla cena nuziale e ai grandi festeggiamenti che seguiranno fino a tarda notte nella piazza. (correzione. È Dario Ara e non Aru l’autore dell’articolo pubblicato sul n.11 dell’Almanacco dedicato alle Terme di Casteldoria. Ci scusiamo per l’’errore con l’autore e con i lettori)

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Trinità d’Agultu: modi di dire e senso comune

Parole

AGRESTI

di Lucio Pirodda AVENDO MOLTI meglio ancora,sempre DETTI DIALETTALI secondo taluni: una Fotoarchivio Gianni Sini GALLURESI ORIGIbedda passata di liNE DAL MONDO gnoni (colpendo da AGRESTE, VENGOcap’a códdu o anche a NO PERCIÒ CITATI ischina) magari di leIN ESSI MOLTO SPESSO COSE ED ANIMALI DI gno d’addastru e tene e dì eu basta direbbe qualcuno. QUESTA REALTÀ, LA QUALE, FINO A NON MOLTI E possibilmente, eseguendo la fustigazione (falli tottòANNI FA, ERA ANCORA IN BUON VIGORE MA ni) sulla pubblica piazza, come è ancora in uso in certi CHE È ORMAI TRAVOLTA DALLA MODERNITÀ. paesi che, per opinione di molti in queste cose, più che

T

ra gli animali uno dei più nominati è senz’altro l’asino come ad esempio (oltre ai tanti già citati in passato) quando ci si riferisce a certi tipi ( ed in giro secondo alcuni ce ne sono più di quanto si possa immaginare, e quel che è peggio talvolta anche in posti di responsabilità) dalle apparenze più o meno normali e che sembrano, o vogliono pure far credere di essere, persone di “saienza”, ma a guardare un po’ più a fondo non si stenta “abbeddu” a scoprire che: sutt’a lu coggju v’è l’asinu (sotto la cute del tizio vi è l’asino). Oppure, molto conosciuti i due detti di senso inverso: bisogna lià l’asinu undi dizi lu patronu, o anche a seconda del caso bisogna lià lu patronu undi dizi l’asinu, ossia si deve eseguire quanto dice il padrone, ma talora può essere costui che deve accettare il consiglio di chi è alle sue dipendenze quando questi propone cose sagge; altrimenti, in caso contrario, e valido per ogni circostanza: ronchi d’asinu no alzani in zelu (ragli d’asino non salgono al cielo) cioè parole insensate non possono e non devono, appunto, essere prese in considerazione. Spesso, se la cosa potesse trovare applicazione, a chi gli si merita e secondo certuni sarebbero parecchi (una bona tinèa e distribuiti fra le varie categorie), più che a codesto degno animale, “converrebbe”: la paga di l’asinu, ovvero una “bedda frigata di ‘eltiga (la verga); o,

arretrati invece sono rimasti all’avanguardia. E, sempre attuale per i nostri tempi, si può ricordare ad alcuni che spesso dimenticano il portafoglio a casa: asinu ‘n funi e dinà in manu, ossia quando il caso lo richiede è meglio farsi pagare in contanti alla consegna della roba, onde non correre il rischio che il debito non venga ottemperato. Andia comme lu mal dinà si dice talvolta imprecando verso qualcuno per “augurargli” che vada a finire male come il cattivo denaro. Una persona piena di falsità: è falzu comme lu mal dinà. Di un elemento di questo genere (chi razza d’elementu lagat’a falà si direbbe, usato anche in casi diversi) e di altri tizi che si comportano come non ci si aspetta appropriatamante vien detto: ca lu cumpùta è la badda (la pilotta) che penetra “interiormente”. L’assuìtia la pilotta (lo raggiunga la pallottola) si impreca molto spesso verso qualcuno che garba assai poco. Chi cerca di intraprendere troppe iniziative allo stesso tempo, con il rischio quindi di non poterne portare a termine nessuna: vò currì umbè di lèppari tutti pari (vuole inseguire molte lepri contemporaneamente). Uno che giunge in un posto con passo indeciso e poco stabile: è vinutu pedi baltólu. Chi invece arriva camminando con il corpo “fuori piombo”, con il “baricentro” un po’ spostato: è arriatu bàtulu-bàtulu, ossia, appunto, ambulando (cu un andugnu) “toltu traèssu” o pindut’a una perra come la Torre di Pisa. Chi se ne sta chiuso ben bene in casa (o anche per qualcosa “sigillata” come si deve in un’abitazione): è ciusu in setti pizi di muru (cioè con pareti a sette strati). Specie in inverno quando uno si copre a letto in modo totale: s’è

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carraggjatu cap’e capizza. Chi nelle Trinità, anni Cinquanta: so ai danni specie della povera gente, la fila alla fontana. faccende è al solito in “mezzo ai piedi”: come “meritato ringraziamento” riceè sempr’a tribbita (lu brandàli, il trepvesse un’alchibusgiata. Dopo aver popiedi); oppure, ancora riferito a un tisto in opera l’angheria e prima che zio del genere ma detto più esplicito: è avesse fatto molta distanza (si racconta sempr’a trubbigùlu. ancora che quando chiedeva specie in Quando due persone iniziano ad intavolare un di- zone di campagna della dimora di qualche contribuenbattito un po’ lunghetto, magari di poco conto: han’ab- te e di esservi accompagnato da qualcuno gli veniva al baltu lu libbru, e, specie nel caso capiti che la discus- massimo indicata da lontano dicendogli: andeti dapalsione degeneri, (non fino al punto che zi so’ isciut’a col- voi no sia chi tirend’a voi daghin’a me - sparando a voi pi di badda, si sparino) può succedere che alla fine i due colpiscano me) già si proferiva contro di lui: chista ‘olta “rumbicchèndisi” (rinfacciandosi a vicenda delle cose): impròda lu bucchi nieddu cioè “assaggia” il fucile arma si so’ barriàti d’alga (si sono riempiti di mondezza) non assai impiegata ai (bei) tempi andati in molte altre cirsenza certamente aversi detto reciprocamente: se’ un’al- costanze e pronunciando, talvolta o spesso, prima di ga di muntinaggju (sei una mondezza da mondezzaio); “prendere la posta” la stessa minaccia appena riportata o anche se’ un bottu d’alga (sei un recipiente di spazza- verso persone “meritevoli” di ciò ossia di punissilli in tura). Riferito ad una famiglia o ad un gruppo di per- punta di canna (di fucile) e poi far fuoco (Dalli una tisone poco o niente amate in “vidda”, vi è anche: so’ la rata di ciaìtta – il grilletto – li falia un pistoni nota impeggj’alga di lu paesi (sono la peggior spazzatura del precazione in tema). Stando all’opinione di alcuni in paese). questo “settore” ci sarebbe un “gran da fare” anche ogQuando piove da “diluvio universale” vien detto gi, ma ormai: so’ chindulati li tempi. Tuttavia, tuttora, spesso: l’è lampend’a musoni ( o a caggjni) ossia la but- non si tralascia di augurare a qualcuno che ne è “deta giù a recipienti. Talora quando arriva la pioggia si gno”: chi li daghini lu colpu di lu messu (ossia che gli sente dire: piove governo ladro! Anche se non piove più sparino una fucilata – e no faddissillu – come avveniva come una volta (così pare) tuttavia però “Cesare” “la- spesso a più di un esattore e a tanti altri che hanno avudroneggia” ancora lo stesso (ma non solo lui) (questo è to quanto gli “conveniva”). Per un eventuale incarico certo) ed in passato, per mantenere l’apparato, veniva del genere doveva (o dovrebbe) occuparsene, per non incaricato dell’esecuzione del compito di riscuotere le mancare il bersaglio, un eccellente tiratore e non uno tasse, come “collega” di San Matteo, lu messu (l’esatto- che: si faddi lu boiu liàtu (fallisce il bue legato) come si re), mansione che ai tempi che furono, come grado di dice ancora di chi con le armi da fuoco ha una mira non rischio era da “allarme rosso”. Infatti non era raro il ca- proprio da medaglia olimpica. so che costui, magari dopo aver compiuto, per conto Bisogna punì lu carrulu addananz’a li boi (mettere del potere costituito o di sua iniziativa, qualche sopru- il carro davanti ai buoi) quando è necessario valutare

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bene la situazione prima di intraprendeTrinità, 1913: Non sempre però nell’aldiquà si gruppo di cacciatori, re una iniziativa ed usare prudenza. scontano i mali compiuti, perciò ben Una femmina dal carattere poco presenti le nipoti di Garibaldi. volentieri si augura a qualche defunto amabile: no mustra né cara e né cori; o, che in vita ne ha fatt’a caadd’e a pedi: peggio ancora, se le sue maniere non col’aggjia a pesu in chiddu mundu, ovnoscono proprio la gentilezza e l’affabivero ciò che ha combinato gli sia farlità, la tipa: è una caddusgiula di fogu (una brace ar- dello di condanna nell’aldilà. Spesso, specie una volta, dente che schizza dal fuoco acceso). Al contrario, di una non era facile cambiare il proprio stato sociale, per cui donna assai garbata e dai modi e grazie delicate può dir- solitamente: ca nasci cu la pala mori cu lu furrigoni si che: si po’ piddà in punta di fulchetta, ovvero, con (chi nasce con la pala muore col forcone) facendo quinestrema attenzione, per non danneggiarla toccandola, la di ben pochi progressi nel corso della propria esistenza. si può “cogliere” in “punta di forchetta”. Sia a unza di Chi invece ha un’ottima posizione e gode di beni e prifulchetta è una imprecazione per dire ad uno che perda vilegi: è unu chi istà bè comme chiddu donno Pala in abbondantemente sangue (a traìnu, a ruscello) in segui- Lodè. Nel caso invece uno abbia preoccupazioni specie to ad una sforchettata datagli da qualche tizio. se è timmurattigu (pauroso): n’ha cattru ‘n bussa. DoEssendo la Gallura costituita pressoché totalmente po un grande spavento o un brutto momento uno: no di rocce granitiche non poteva mancare la non sempre sa mancu cant’ha in busciacca (tasca). Ancora per chi si scherzosa imprecazione: ti fàlia un cantoni (ti cada ad- trova, o vi è stato messo, in grossi guai: è illi graìgli di dosso un blocco di granito, un cantoni appunto, di lu ‘nfarru (è sopra le griglie piazzate sulle fiamme arquelli che vengono ancora usati nell’edificare i muri). denti dell’inferno) come i dannati che a chéddi ci sono Presa sul serio la suddetta bestemmia (insieme ad voluti andare per loro spontanea volontà, e che pertanaltro), per taluni, andrebbe bene a chi è una bischisgia to non è affatto vuoto come dicono certi “benpensan(una cosa dannosa, una rovina per chi ha a che fare con ti”. Le “tenebre”, infatti, in ogni tempo hanno trovato, un tizio del genere,colz’e ca l’ha a gjettu, misero chi ce e trovano, facendo la ‘ncugna (la raccolta), i loro accol’ha nelle vicinanze si direbbe o colz’e ca lu pidda di liti che, quando giunge la loro ora, si precipitano nella pettu, povero chi lo incontra sulla sua strada). Con un Geenna intrinighittati, dopo essere stati in continua tizio così non si poteva che augurarsi, in passato, ma an- combutta, e per fare “festino” con gli “accasati” in essa, che al giorno d’oggi: lu re lu bischisgiggjia, ossia il re, in perpetuo. Tutto ciò ce lo fa sapere chi queste cose le per mezzo della giustizia, lo distrugga in modo totale (a sa con certezza assoluta, ne stiano pur certi quelli che irréu; senso simile: lu re lu scandiliggjia). Più usato in non hanno “credenza”. A meno che non si intenda su tempi odierni sempre per una pessima persona: la gju- tutto il corpo, (che poi non ha essendo solo spirito mastizia ni fazzia scalmèntu (la giustizia ne faccia scem- lefico) pur non correndo il rischio di pestargli i calli perpio). ché, così dicono quelli che l’hanno visto in sembianze

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concrete, ha le zampe come un caproTrinità, 1923: fauli (bugie) che in gran quantità venmatrimonio a cavallo. ne (come si vede, tra l’altro, dal “Sabgono dette da la manzana a la sera dagli ba” di Goya), uno che non tiene più adepti di ogni genere e grado. rancore verso un altro, che dimentica il A volte insistendo ad invitare per torto ricevuto: ha postu lu ped’a lu diqualche convito o visita qualcuno che moniu. (Che il maledetto da Dio si stenta ad accettare, ed usato anche al“faccia vedere” solitamente sotto le mentite spoglie di l’occasione da chi ha poca umiltà vien detto: a prigà un caprone è confermato pure dal fatto che chidd’anni s’anda a gjesgia (cioè davanti a Dio e ai santi ci si può chi aveva qualche “spirienzia” (visione) del genere, di abbassare ma non con gli altri). Però tante volte è sucquando il diavolo portava in “trionfo”lo spirito di qual- cesso pure che: la supelvia è andat’a caaddu ed è turracuno che si era dannato il “veggente” raccontava: hagg- t’a pedi, ovvero in certi casi gli orgogliosi e presuntuosi ju ‘istu lu colzu …(facendo il nome) .. a caadd’a un subiscono meritate sconfitte che possono servire a tipi beccu. Oppure poteva anche capitare, invertendo i ruo- del genere come lezione. li: haggju ‘istu lu colzu tali cu un beccu a caddigaròni Si può dire quindi di uno siffatto che è rientrato (con un diavolo sotto forma di becco a cavalcioni). Chi dopo un’eventualità suddetta: n’è turratu a l’accuccorarriva in un posto assai infuriato per qualche motivo: è ra-accuccorra; o anche n’è turratu culi battutu. In casi vinutu comme una préda di dimoni (come un branco simili qualcuno potrebbe commentare: m’ha postu un di diavoli scatenati). Per chi convive continuamente con palmu di laldu, un detto già ricordato in passato, che l’ira: è sempr’a dimoniu ill’occi. Diaulu commu l’ha esprime appunto la soddisfazione di uno quando, a chi fatt’andà viene pronunciato quando si sta raccontando ci voleva veramente, le cose sono andate come gli stavaciò che si è udito dire da un altro e non ci si ricorda più no “proprio bene”. A chi fa troppo chiasso avanzando le i passi salienti. proprie richieste, magari per cose che non gli sono doCome ben si sa, il maligno, oltre che assassino fin vute, o facendosi sentire in modo spropositato per altri da principio, con sulla terra i suoi tantissimi vassalli, motivi, si dice che: la peggju róta è la chi zicchirriiggvalvassori e valvassini di ogni epoca che operano su suo ja (la ruota peggiore è quella che cigola); per cui può mandato, è anche il padre della menzogna (e nell’essere succedere che facendo molto “rumore” il tale: ni faz’acmendace ha innumerevoli figli adottivi, tutti in stretto cudì, ossia al frastuono arriva gente per verificare cosa è connubio con lui, poiché il diavolo non fa adozioni a successo. distanza) ma, come si dice, le bugie hanno le gambe A volte si dice di qualcuno per un atteggiamento di corte, in effetti: s’assuìta più lestru un faulaggju che un invidia o anche per altro, che il tizio: è ribuddend’ a oczoppu (si raggiunge più in fretta un bugiardo che uno ci; chi ha rotto, danneggiato o fatto sparire qualcosa, zoppo). Per fortuna, almeno qui da noi, c’è il maestrale questa: si l’ha posta ill’occi. Una persona o cosa che un che, quando si alza forte, spazza via, disperdendole, li tale non può proprio vedere: l’ha ill’occi; per cui per il

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tizio che odia, se avesse bisogno, non Trinità, vecchia nella zona prancia no l’ha vista nemmeno col tedi Paduledda. farebbe proprio nulla: nemmancu si lu lescopio, riferito all’indumento si dice ‘igu infilatu illu spitu (nemmeno se lo tuttora: pari isciendi da cul’ a un cavedo infilato allo spiedo), direbbe. Ha ni. Un detto di dominio pubblico un occi illu piattu e unu illu struppedusato verso chi dice di sapere e d’indu (un occhio nel piatto e uno nel tagliere per attende- tendersi di questo e quell’altro ma, essendo in realtà re l’altra portata un tale che è assai ingordo – ingud- tutto il contrario, recita: ni sa abbeddu undi piscia dossu; che ha l’occi più manni di la ‘entri come è stato Garibaldi.Uno che non è mai stato, no v’è mai pasprecisato in precedenti scritti). Chi non viene a capo di satu mancu ‘n pintura presso l’abitazione di un altro una cosa per nessun verso: no ni bóga azzóla (o straz- può dire di questa dimora e del padrone no sogu za). mancu a chi palti fazi fogu cioè appunto non sa No si n’è più vistu punta d’azzóla quando un tizio neanche da che parte è situato il focolare, come è dissparisce e da gran tempo non si è più “siriatu”, notato posta la casa.Tra i santi, non menzionati nel calendain giro. Se uno è prodigo nelle cose di poco conto e tac- rio e non condotti in simulacro nelle case per la vecagno in quelle che valgono: è lalgu illu brinnu e strin- nerazione da nessun “santaiu”, ed altre volte citati, fra tu illa farina (dona molta crusca e poca farina). Chi ha i quali Santu Posancasa (presso la cui chiesa ed alla avuto sentore di qualcosa: n’è vinut’a tiva. festa del quale si prometteva, una volta, ai bambini di Chi ha veramente terminato proprio di compiere portarli per farli stare da bravi) ve ne è pure un altro, una cosa magari che lo avvantaggiava a danno di altri al quale tuttora quando capita si “rende culto”, ed il o anche che vien dato in qualche modo per spacciato cui nome viene posto ad un tizio che raccoglie, agail tizio: ha gjà binnannatu – vendemmiato. Per chi pìta, tutte le cose di ogni genere che gli vengono daindossa un capo di vestiario aggrummuzzulatu non te dagli altri o che lui stesso trova in giro e pidd’e polproprio da presentare ad una sfilata di moda, che la ta: SANTU RIGÓDDI.

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Luras, dolmen Ciuledda. (Foto N. Solinas)

Un monumento sepolcrale poco presente in Gallura, dove è stato importato dalla Corsica

Il Dolmen di Giovanni Lilliu 2ª parte IL FENOMENO DOLMEN IN SARDEGNA –COME DEL SIMBOLISMO GRAFICO– SI SPIEGA OGGI CON UN APPORTO OCCIDENTALE FRANCO-IBERICO DOVUTO A GRUPPI DI PASTORI CHE PORTANO I PRODOTTI DELLA CULTURA CAMPANIFORME E DI ALTRE CULTURE DEL MIDI FRANCESE (DI FONTBOUISSE, DI FERRIERES, DI ST. VÉRÉDÈME). MA TUTTO CIÒ È GIÀ AL DI QUA DELLA FRONTIERA DEL NEOLITICO-RECENTE, OSSIA DI QUELL’ETÀ ALLA QUALE STIAMO RIVOLGENDO LO SGUARDO PER CERCARE DI DARE RILIEVO AL QUADRO, PUR NELLE SUE IMPLICANZE COMPARATIVE ESTENSIVE DELLA CULTURA GALLURESE PRECEDENTE ALL’ETÀ DEL BRONZO.

S

upponendo l’avvento del megalitismo più vistoso e pregnante (dolmens e menhirs) calato in Corsica nella prima età del bronzo o, al più presto, nel calcolitico (certo dopo il neolitico-recente), potremmo spiegarci l’assenza della Gallura se non di tutto di una parte –ma assai appariscente– di questo contesto megalitico: cioè l’assenza di menhirs. La tendenza della Gallura sembrerebbe quella di inclinare a mantenere, inalterata o quasi, la sua immagine ideale e materiale neolitica con un rifiuto, o una scarsa apertura, alle novità ideali del calcolitico e del primo bronzo che non conosce invece la Corsica, la quale si lascia permeare dalla nuova ideologia. L’ambiente geograficamente più limitato e quasi chiuso della Gallura alimentava di più quelle difese re-

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sistenziali all’integrazione che la vicina Corsica meridionale non conteneva nella sua natura e nutriva nel suo spirito. E. quando nell’età del bronzo e del calcolitico, la Gallura accoglie il dolmen, in modo tuttavia non così sviluppato territorialmente come in Corsica, non lo tiene in quella dimensione spettacolare che gli fa maturare la non lontana regione del Sartenese, per esempio a Fontanaccia, quasi fosse, un fenomeno accettato senza grande entusiasmo, volutamente mantenuto ad una misura tale da non attenuare o corrompere l’elementarietà d’una linea culturale di pastori. Per quanto scendiamo giù della linea cronologica propostaci in questo excursus sulla cultura gallurese, poichè tuttavia si adatta alla sua particolare natura e la chiarisce di più ancora, è utile far parola dell’aspetto dolemnico gallurese. Un genere di monumento sepolcrale, come il dolmen abbastanza diffuso e coerente con l’ideologia pastorale in tanta parte del mondo antico, dal Caucaso alla penisola Iberica, dall’Africa al Nord dell’Europa, non poteva non trovare un terreno adatto nello spazio pastorale della Gallura, seppure nei limiti che abbiamo indicato, limiti che, in qualche modo, rappresentano un primo carattere dell’aspetto gallurese del dolmen. Ma prima di proporci la riflessione su queste particolari caratteristiche che risulteranno meglio anche dal confrontare i dolmens galluresi con quelli delle più vicine aree della Corsica e della Sardegna extragallurese, diamo un cenno descrittivo degli esemplari dolmenici della Gallura, basato su quello che oggi conosciamo (naturalmente non è tutto perchè la ricerca è ancora in corso in questa così interessante e singolare regione sarda). I DOLMEN DELLA GALLURA Non sono molti, sono anzi assai pochi, i dolmens finora segnalati e descritti della Gallura; in tutto appena otto, dei quali due in territorio del comune di Arzachena, ossia nell’area più ricca dei tumuli funerari a cista, tre in territorio di Luras e tre nelle campagne di Olbia, i primi e gli ultimi in zone sub-litorali e quelli di Luras nella Gallura interna più prossima al monte Limbara. Dei dolmens di Cabu Abbas, Ortos e Traissoli, nel territorio olbiese, non si conservano che ruderi poco significanti, essendo molto o quasi del tutto distrutti e non ci servono per il nostro studio più specifico relativo alla struttura e alla comparazione. Hanno senso soltanto in quanto dimostrano la dislocazione nella regione, in varie parti e, in questo caso, nella Gallura orientale pedemontana. Anche il dolmen di Patruali, nel territorio di Arzachena, nella prossimità di alcuni “circoli” a lastre infitte sparsi in una zona collinosa, è interamente distrutto, mentre rimane in piedi quello di Le Casacce, situato sul terreno pianeggiante, a m.1,30 l.m., poco distante da

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un gruppo di antiche abitazioni. Esso è costituito da uno spazio rettangolare di m. 1,43/1,63 di lunghezza x 0,63/0,60 di larghezza, è alto all’interno m. 0,78/0,58, con apertura a Est. Lo limitano una lastra sul fondo di m.0,63 di lunghezza x 0,78x0,34 di spessore, una per parte sui due lati, (a destra m. 1’,43x0,80x0,30; a sinistra 1,63x0,78x0,34), mentre dal lato frontale non vi è delimitazione alcuna. La copertura è data da uno sfaldone, granitico come le lastre di supporto, ritoccate nella faccia interna e sporgente di cm. 30 dal filo laterale e m.0,80 dal profilo frontale, con misure di m.2,80x1,92 e cm. 54 di spessore: un solaio monolitico assai ragguardevole come proporzioni. Davanti all’ingresso, sta rovesciata una lastra con una superficie piana e l’altra convessa, di cm.70x63x0,27 di spessore, che potrebbe interpretarsi come il chiusino dell’apertura, posto che, data la tangenza all’ingresso, non si può supporre come elemento del peristalite, non notato da coloro che hanno rilevato il dolmen (il Puglisi nel 1941 e poi il Mauri nel 1963). I dolmens di Alzoledda e di Bilella stanno a breve distanza al massimo 1 Km., dal paese di Luras. Sono entrambi in ottimo stato di conservazione e mostrano omogeneità strutturali, tanto da potersi ritenere contemporanei tra loro. Il più vicino al paese, quello di Alzoledda, ai margini del campo sportivo, ha il piano interno in forma di trapezio irregolare, col lato di fondo di m. 1,30 di lunghezza e quello di entrata di m.1,20, mentre la parete destra è lunga m. 1,80 e la sinistra 2,10. L’altezza della cella funeraria è di m. 1/0,90, lo spessore delle lastre varia da 30 a 40 cm. Funge da coperta un unico lastrone di profilo quadrangolare, che poggia interamente sugli spessori delle tre lastre granitiche di supporto, sbordando di 40/50 cm. Dal loro filo esterno, è lungo i m. 2,20 sull’asse W-E dove è l’ingresso e largo 2/2,50/2 m. con spessore di cm.40 al massimo; il resto assottigliandosi gradatamente verso i margini, per effetto del profilo diverso delle superfici, piatta quella interna e convessa fortemente l’esterna, lasciata del tutto al naturale al confronto con l’interna che sembra lavorata per adattarla al piano dei supporti. Il dolmen di Bilella è di forma quasi rettangolare, di m 2x1,70x1,70 di altezza; con ingresso volto a W. Il lato di fondo e i fianchi sono formati da lastroni ortostatici di granito, molto grandi quelli della parete destra (di m. 2,20x0,60x1,20), sormontati, a differenza che nel precedente dolmen, da filari di blocchi grezzi a secco. La copertura è data da un lastrone appiattito, dal contorno arrotondato e frastagliato, di m. 2,20x2x0,30/0,60. Disforme è la pianta dal dolmen di Ciuledda, a qualche Km. dal paese di Luras, su un terreno eminentemente roccioso coperto da basse ma larghe gibbosità granitiche. La pianta è qui a semicerchio irregolare, con

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Luras, dolmen.

la parete destra formata da due massi accostati ad andamento rettilineo e la sinistra da cinque massi disposti ad arco di cerchio, mentre il lato di fondo è a restringimento arcuato. La lunghezza è di m. 2,90 (lato destro) / 3,45 (lato sinistro), con larghezza all’ingresso, esposto a Est, di m. 1,30; l’altezza de vano non supera i m.0,97. Di rilievo la lastra di copertura, che segue la conformazione del vano, avendo la superficie inferiore piana e dirozzata, mentre quella esterna è grezza, variata da gibbosità e concavità naturali della roccia. Il solaio ha una lunghezza massima di m.3,40x2,50 di larghezza, con spessore di m. 0,50 al centro che diminuisce via via sino ad annullarsi ai margini stretti e frastagliati. A precisa collocazione culturale e cronologica dei dolmens galluresi non ci conducono davvero i materiali, assenti del tutto tranne che nei dolmens di le Casacce di Arzachena e di Ciuledda di Luras. Nel primo il Mauri segnala il trovamento di alcuni frammenti di vasi carenati e con bozze sul risalto dello spigolo e di una piccola ansa ad orecchio, senza dare dei disegni che consentano una migliore specificazione e individuazione. E, alla base dei supporti del dolmen di Ciuledda, il Manconi, nel 1948, raccolse, in un piccolo scavo del terreno, cocci di impasto nerastro con inclusi biancastri e rosa sporco (che denunziano un fissante granitico e, con ciò, fattura locale), riferiti a fondi di piatti e a pareti di olle

non decorate, ritenuti “analoghi a quelli nuragici”, ma senza alcuna dimostrazione offerta da precise comparazioni. La forma di ansa ad orecchia del dolmen di Le Casacce, potrebbe trovare riscontro, in Gallura, nel nuraghe Albucciu di Arzachena (corridoi c) datato al carbonio 14 al 1220+/-250 a. C. e nel deposito a vasi asckoidi di nuraghe La Prisgiona pure ad Arzachena, datato 850-750 a.C. ; si ha pure a Filitosa nel monumento ovest, diverticolo C e cavità F del livello superiore, con datazione al 1.200 a.C.. Sembrerebbe dunque trattarsi di una riutilizzazione del monumento dolmen in tempi del bronzo finale. Le forme di vasi carenati con bozze sul risalto dello spigolo parrebbero più antiche, di tempi prenuragici, come per esempio in un esemplare della tomba IX di Anghelu Ruju di Alghero. (Contu, St.s., XIV-XV, 1, 1958, p.146, tav.VII, 156). Può aggiungersi a riprova, che tazze carenate non appaiano più, nella zona di Arzachena, nelle “allées” poi adattate a tombe di giganti, di Li Lolghi e Coddu Vecciu, i cui materiali vengono assegnati dalla Castaldi dal bronzo medio alla tarda età del ferro, mentre la struttura di “allée” di Coddu Vecciu è riportata al 1800 a.C. una tazza carenata è anche nel dolmen di Notorra di Dorgali che può situarsi tra il 2000 e il 1800 a.C. Inoltre le carenate diminuiscono fortemente sino a quasi

Comune di Luras uras è un paese dell’Alta Gallura che si estende su un poggio granitico sull’estremo nord orientale dell’altopiano del Limbara, a 508 m di altitudine a pochi chilometri da Tempio Pausania, Calangianus, Nuchis, Aggius. Il comune ha una superficie di circa 89,98 km2 e una popolazione di circa 2.800 abitanti. In questo contesto Luras ha una sua identità storica, economica, culturale e linguistica, peculiarità, quest’ultima, che lo rende veramente originale nello stesso variegato mondo gallurese. Sulle origini di Luras esistono varie e bizzarre versioni, non sempre attendibili. Intorno al 1200 la Gallura fu infestata da una epidemia causata dai germi della “muscha maghedda”. Molti centri furono distrutti, ed i superstiti si rifugiarono nelle zone interne. Solo Luras rimase immune e potè quindi difendersi dai Corsi che intanto avevano occupato la parte superiore dell’isola conquistando i luoghi trovati deserti, ed è per questo che a Luras si parla il Logudorese, a differenza dei paesi vicini che parlano un dialetto derivato dal Corso. Il primo documento storico che cita Luras risale al 1300: è la Carta Pisana che elenca tutte le ville del Giudicato suddivise in Curatorie. Luras faceva parte della Curatoria di Gemini di Josso e doveva al fisco pisano 10 lire di imposta fondiaria. Un tempo Luras veniva chiamato Lunas o Villa Lauras; l’origine del nome attuale risulta sconosciuta, anche se sembra di origine romana. Nel periodo giudicale ed aragonese spagnolo nella zona di Luras sorgevano dei paesi che sono stati abbandonati in epoche diverse a causa delle pestilenze, delle carestie e delle incursioni dei Barbari. Essi sono: Silonis, Canaili, Carana. Verso la fine del 1600 viene costruita la chiesa parrocchiale dedicata alla Madonna del Rosario. La chiesa rappresenta un esempio del benessere del paese ed è uno dei monumenti più rappresentativi della Gallura. È nell’Ottocento che Luras raggiunse un certo benessere; alle tradizionali attività agricole subentrarono quelle commerciali vendendo tutto ciò che si poteva vendere con un certo guadagno: berrittas, stoffe, dolci, torrone, lavorati del sughero ecc. La prima metà del nostro secolo vede il apese in continua ascesa, sia culturale che economica: sono nati a Luras scrittori quali Filippo Addis, politici quali Giorgio Bardanzellu, Giacomo Pala, Mariano Pintus, e poi avvocati, professori, medici e tanti altri uomini di cultura. L’economia è basata sull’agricoltura, sull’allevamento, sullo sfruttamento del sughero e del granito, sulla viticoltura e vinificazione. Nel territorio di Luras si trovano le vigne più estese e forse le meglio coltivate dell’alta Gallura. Tre i vini tipici: il Nebiolo, il Vermentino ed un ottimo Moscato, ormai apprezzati oltre i confini sardi. È attiva la “Confraternita del Nebiolo”, che cura la promozione dei vini e dell’enogastronomia locali.

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PARROCCHIA E CHIESE La parrocchiale della Vergine del Rosario, situata nel centro storico, merita sicuramente una visita. Fu edificata nel 1795 per sostituire l’antica chiesa di San Giacomo. L’austera facciata in granito anticipa le linee sobrie delle ardite arcate con i rossi mattoni delle volte a botte. Un bell’intuito stilistico, a dimostrazione di devozione e discrete possibilità economiche. Sempre nel centro storico si possono ammirare altre chiese più piccole ma non meno significative: Santa Croce, Purgatorio e San Pietro, forse la più bella. OLEASTRI MILLENARI Gli oleastri di Luras sono due alberi monumentali ubicati in regione Carana, località Santu Baltolu, a quota 350 m s.l.m., nei pressi della chiesa campestre del 18º secolo che ospita le feste tradizionali di San Nicola e di San Giuliano. Il sito è ubicato a monte della strada che da Luras porta al lago artificiale del fiume Liscia. Il più imponente dei due, alto circa 8 m., presenta a 1,3 m da terra una circonferenza di di 12 m. La valutazione dell’altezza deve tener conto di un accorciamento imponente del del fusto eseguito, secondo la tradizione orale, agli inizi del secolo da carbonai toscani, che avrebbero desistito dal totale abbattimento per le difficoltà di incidere il durissimo legno. Il secondo esemplare presenta una circonferenza di circa 8 m ed un’altezza di 6 m. L’importanza monumentale degli oleastri si fonda sulle rilevanti dimensioni e il relativo impatto sul paesaggio, e sull’età plurisecolare che li rende preziosi testimoni di passate vicende. I due alberi sono costantemente oggetto di ricerca da parte di studiosi, allo scopo di determinarne con maggiore esattezza l’età, che rimane comunque compresa tra i 1000 e i 4000 anni. DOLMEN I domen di Luras costituiscono un significativo esempio della diffusione in Gallura del megalitismo funerario di tipo europeo nel Neolitico recente. Si tratta di sepolture collettive, attribuite a comunità agro-pastorali, presenti nella zona a partire dal IV millennio a.C. Il più importante è l’allée couverte di Ladas, secondo in tutto il bacino del Mediterraneo per dimensioni del lastrone di copertura. Si erge in un terreno granitico caratterizzato da ampi affioramenti di rocce piatte. A 500 m si trova il dolmen Ciuledda, adagiato su di una piccola conca piana. Presenta canalette naturali di ruscellamento delle acque piovane, utilizzate con un sistema di drenaggio, così che il vano sepolcrale fosse sempre all’asciutto. Il dolmen Billella sorge in una campo coltivato. Il dislivello fra i piani di posa delle pareti è di 70 cm; questa particolarità non trova riscontro, per il momento, in monumenti dello stesso tipo. L’Alzoledda è il più semplice dei quattro conosciuti nel territorio, ma particolarmente esemplificativo della essenzialità di questo tipo di architettura. Questi monumenti, unitamente a numerosi resti nuragici, dimostrano l’antichità del sito, ma è difficile collocarne con precisioni l’origine e la storia.

COMUNE DI LURAS Via Nazionale, 12 - Tel. 079 645200 • ASS. TURISTICA PRO LOCO Via Mercato, 1 - Tel. 079 647326 MUSEO ETNOGRAFICO GALLURAS Via Nazionale, 35/A - Tel. 079 647281 - Cell. 368 3376321

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Luras, dolmen Billella.

sparire, dopo lo strato III di M. Incappiddatu di Arzachena, che precede una fase “gallurese” ritenuta coeva a quella extragallurese di Bonnannaro. In questo stesso strato sono piatti e pareti di olle non decorate, proprio come vengono indicati i materiali –purtroppo non meglio descritti– raccolti dal Manconi nel dolmen di Ciuledda di Luras, riferiti in modo del tutto generico ad età nuragica. Questi sia pur deboli confronti, tentati su pochi oggetti scarsamente significativi, farebbero inclinare a collocare i dolmens galluresi anteriori alle “allées” e alle tombe dei giganti della regione, nei primi secoli del II millennio a.C.. Carattere di questi dolmens è la dominanza del profilo rettangolare o trapezoidale del piano tombale, quasi si fosse voluto ricordare e adattare il profilo della cella a quello, sempre ricordare o adattare il profilo della cella a quello, sempre rettangolare, della cista dei circoli coperti dal tumulo sorretto dal peristalite. Per quanto non si sia rilevata traccia in alcun caso, noi possiamo supporre il peristalite circolare pure nei dolmens . di pianta quadrangolare con o senza peristalite apparente, sono presenti anche in altre parti della Sardegna (altopiano di Abbasanta, planargiu, Dorgali, altopiano di Bitti-Buddusò, a Ittiri, a Berchidda presso le falde meridionali del Limbara); anzi essi prevalgono, nel numero, rispetto alle forme del Dolmen con pianta tondeggiante che presenta, più o meno, la stessa localizzazione geografica. Sono 24 dolmens a piano quadrangolare ripsetto a 12 di pianta tondeggiante. Ciò potrebbe far supporre che i dolmens galluresi siano stati una espansione di quelli, assai più numerosi, a Sud del Limbara tenuto conto anche della notevole concentrazione del tipo ret-

tangolare (9 su 1 tondeggiante) nella zona di Berchidda, in diretta posizione pedemontana del monte Limbara, a sud di esso, sulle vie di penetrazione verso la Galllura. Tuttavia e per contro, è da notare che in Gallura non penetra la forma tondeggiante, se non con un timido e aberrante accenno quale mostra il dolmen di Ciuledda che, a parte la deviazione dovuta forse anche alla morfologia del terreno roccioso assai irregolare, fa vedere di differenziarsi dagli altri esempi per la moltiplicazione degli elementi-supporti limitanti le fiancate, formate, negli altri, da un solo lastrone per lato secondo il concetto elementare del dolmen. Il luogo di provenienza dei dolmens galluresi non ci sembra dunque la Sardegna extragallurese, ma dobbiamo cercarlo altrove e, guardando alla maggiore prossimità, evidentemente nella fronteggiante isola della Corsica, nella parte meridionale, più propriamente di SW, di essa; nel Sartenese. Ciò anche se, lo abbiamo detto, il fenomeno dolmenico in Corsica tocca tutta l’isola, tranne la fascia orientale dalla Castagnaccia a Bonifacio, fascia, quest’ultima, che, per essere pianeggiante e più adatta a culture agricole, si diversifica da quella preminentemente collinosa e montagnosa caratterizzata dalla presenza pastorale dei dolmens. Nella Corsica sono segnalati 48 dolmens, di cui 21 sono ancora conservati in condizioni indifferenti e il resto completamente scomparsi. Nel complesso quanto al numero la Corsica è inferiore alla Sardegna che conta alla conoscenze attuali poco più di 100 dolmens di varia figura. Stante al superficie minore dell’isola corsa rispetto a quella sarda, il fenomeno dolmenico vi si può dire abbastanza quantificato e diffuso e anche più impregnante di quanto non appaia nella Sardegna dove però, con l’andar del tempo, il dolmen dà luogo ad una evoluzione morfologica e strutturale (in allées couvertes e tombe di giganti) che non conosce la Corsica. Non solo in questo, ma anche in altre manifestazioni architettoniche (come nelle torri), la Sardegna mostra sempre

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Luras, dolmen Alzoledda..

una maggiore capacità di sviluppo, unito a un più ricco progresso tecnico derivato da più rilevanti risorse materiali e umane. La fascia occidentale della Corsica registra la più alta densità di dolmens nel sud, nel quale i monumenti si situano a gruppi o concentrazioni, mentre nel nord i pochi esemplari sono notevolmente distanti fra loro. Il raggruppamento più consistente è nel sartenese, nella piana intorno al Villaggio di Grossa, 15 Km dietro il mare inclusiva di ben 10 monumenti dolmenici fra le quali 3 della 4 “allées couvertes” dell’isola. Presso alcuni di questi dolmens di Grossa (Campo Fiorelli e La Piana o Vaccil Vecciu) stanno allineamenti di menhirs, in stretta connessione funzionale e rituale come è da presumere. Abbiamo già accennato a queste condizioni del doppio megalitico menhir-dolmen, a proposito del centro dolmenico di Caùria, pure nel sartenese, dove 5 dolmens (fra cui eccellenti quelli di Fontanaccia e Rinaju) si accompagnano ad allineamenti tra i più risaltanti dell’isola. Terzo, nel sartenese, è il raggruppamento sull’altopiano di Tizzano, a Ovest di Caùria, poco lontano dal mare, con 4 domens di la Compra e quello di Cardiccia, tutti di dimensioni piuttosto notevoli e situati a poche decine di metri l’uno dall’altro, quasi a far pensare a un piccolo cimitero. Va notato come queste concentrazioni del sartenese non sono distanti dal mare, al massimo una trentina di chilometri, e che la predilezione della scelta ubicazionale va piuttosto all’altopiano e qualche volta alla collina, formazioni di zone favorevoli alla pastorizia, così che questi domens si inseriscono nel quadro ecologico e economico a sfondo preminentemente pastorale, che il genere monumentale offre nel Mediterraneo occidentale, come nella vicina isola di Sardegna e nella stessa Gallura. A parte le 4 “allées couvertes”, nei 21 dolmens dei quali si riconosce agevolmente la pianta per essere strutturalmente conservata, il piano rettangolare è quello che si afferma nella massima parte degli esemplari: ben 19 dolmens, mentre due soltanto (quelli di Pianelli-Calacuccia e di Saliva-Sarrola Carcopino, nel Niolo), presentano lla forma di piano tondeggiante. I dolmens rettangolari mostrano una certa omogeneità di costruzio-

ne e di proporzioni. Quanto a queste ultime si va dal massimo del dolmen di La Compra I, di m. 3,95x2,40x0,50 (mc. 4,74) al minimo di Tana, nel gruppo di Grossa, di m. 1,55x0,95x0,80 (mc.1,18). Nella concentrazione generale dei dolmens del sartenese, fra il fiume Rizzanese e la valle dell’Ortolo, a sudovest, le tombe dolmeniche presentano proporzioni dal massimo di m. 3,95x2,40x1,08, che da un volume medio di vani di mc 3,93. La massima parte dei dolmens del sartenese è orientata a S-SE, tranne che il domen di Argiola con esposizione a SW e quello di capo di Luogo volto a est. Lo spazio tombale è racchiuso da lastroni granitici in genere ben lavorati, per lo più a elementi plurimi, ma anche a supporti monolitici uno per ciascun lato, di fondo e di fianco. A cassa limitata da lastroni, uno per lato, è il monumentale dolmen di Cardiccia, si cita il dolmen di Fontanaccia, di m. 2,60x1,60x1,80 di altezza, con uan tavola di copertura, segnata da cuppelle rituali e simboliche, di m. 3,40x2,90x0,28, con una lastra che chiudeva l’ingresso, il tutto circondato da peristalite. In questo splendido monumento, dove le lastre si accostano mirabilmente una all’altra con una sutura organica che rivela grande maestria costruttiva, il lato fondale è chiuso da un lastrone, la fiancata destra da due e quella sinistra da tre ortostati monolitici, il tutto finemente lavorato in roccia granitica. Questo excursus necessario sui dolmens della Corsica e, in particolare, sugli esemplari del sartenese, ci consente un discorso sui dolmens della Gallura, a confronto, per dare credito all’ipotesi in premessa, di un passaggio del genere di monumento dalla Corsica alla Gallura. I tre dolmens a pianta rettangolare o quadrangolare

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Corsica, Sarténe: dolmen di Funtanaccia.

di Le Casacce e, in particolare, Alzoledda e Bilella, danno un volume di camera media di mc. 2,99, pari alle dimensioni medie in pianta di m. 1,66x1,18x1,12 di altezza. Siamo un pò al di sotto del volume medio di vano degli 8 dolmens del sartenese, indicata in mc 3,93 per una superficie di m. 2,53x1,44x1,08. Invece la media dei lastroni di copertura dei tre dolmens galluresi a pianta rettangolare, è superiore a quella dei dolmens sartenesi che la conservano completa; nei primi si ha m. 2,40x2,14x0,46 di spessore della lastra di solaio, nei secondi m. 2,16x2,06x0,30. Ma prese isolatamente, le tavole di copertura dei dolmens di Cardiccia (m. 3,10 x 2,50 x 0,40/0,30) e di Fontanaccia (m. 3,40 x 2,90 x 0,28) superano di parecchio le pur grandi dimensioni della coperta del dolmen di Le Casacce, di m. 2,80 x 1,92 x 0,54. Anche la lavorazione delle lastre, nei del gruppo sartenese, appare più curata e dovuta a maestranze specializzate assai più avanzate nella tecnica di quello che fanno apparire i dolmens della Gallura, anche se fra questi quello di Alzoledda di Luras dimostra una certa perizia costruttiva e una maggiore regolarità della struttura. Anzi quest’ultimo dolmen è quello che rende possibile, per alcune analogie di proporzioni in piano, di esposizione, di fattura, e di elementi costitutivi plurilitici, il miglior confronto con esemplari della Corsica, nel gruppo di Grossa; per esempio con il dolmen di La Speranzata, di m. 1,80x0,90, che presenta lo stesso numero di sostegni e nella stessa posizione che fa vedere il dolmen di Alzoledda. Anche il dolmen di Le Casacce si presenta a riscontro con altro dolmen dell’aggruppamento di Grossa, con quello di tana, che è il più piccolo dei dolmens di questa concentrazione e di tutta la Corsica, con le sue misure di pianta rettangolare di m. 1,55x0,95x0,80 (mc.

1,18); il dolmen di Le Casacce gli è di appena poco inferiore con le sue dimensioni di m. 1,53x0,61x0,68 (mc.0,995). Anche l’orientamento differisce di un minimo; a est, a La Casacce, a S/SE a Tana. Più ampia, a Le Casacce, la tavola di copertura (m. 2,80x1,92x0,54), contro i 2,20x1,80x0,20 di Tana. Ma si tratta di scarti senza grande significato, mentre sta la rispondenza architettonica complessiva, la coerenza generale di clima formale e culturale, che prova un certo non casuale rapporto. Credo che questi confronti più particolareggiati possano persuadere a dare un qualche credito all’ipotesi d’una influenza dei dolmens corsi (e di quelli del SW in particolare) su quelli galluresi, nel senso di una vera e propria discendenza dai primi dei secondi e di una applicazione a livello più modesto, quasi provinciale, nell’area di arrivo del monumento, rispetto a quella più propriamente genetica, si capisce genetica in senso secondario. Infatti il fuoco primario, come ho detto, è da ricercarsi fuori dell’isola di Corsica, nel continente frranco-iberico, sulla sponda mediterranea più probabilmente, trattandosi di un fenomeno di collocazione non lontana dal mare e venuto per via di mare con movimento di riflusso occidentale. Nell’onda di questo movimento, diventato proprio tanto della Corsica che della Gallura, il dolmen muove il suo sviluppo. Per un certo tempo esso va parallelo e, si può dire, di pari grado. Ma, poi, in ciò ribaltando la tendenza originaria che vede la Corsica più avanti quanto a livello e un pò indietro la Gallura, il semplice filone dolmenico tende a differenziarsi sino a staccarsi. La differenza consiste nel grado maggiore che il dolmen assume in Gallura giungendo sino al clima della tomba dei giganti, dopo il passaggio nella forma di “allée couverte”, mentre nella Corsica è quest’ultima forma che rappresenta il culmine, non superato, del contatto che la cultura gallurese, a differenza di quella corsa, viene ad assumere con la cultura sarda extragallurese, di tempi paleonuragici, verificandosi il fenomeno di una certa, ancorché debole, acculturazione da parte di quest’ultima della prima.

A C U R A D E L L’ A M M I N I S T R A Z I O N E C O M U N A L E P RO L O C O AG L I E N T U T E L . 0 7 9 6 5 4 3 7 5

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Nuraghe Tuttusoni di Aglientu e nuraghe Longu di Isili. La differenza sta nelle rampe che indicherebbero due filoni costruttivi diversi

Una questione di

stile

di Mauro Zedda “Non è dunque l’arte scultorea a connotare la grande stagione della civiltà nuragica, cosiddetta dal monumento più vistoso ed emblematico, il nuraghe, che riempie del suo prestigioso segno l’intero II millennio a.C. È invece l’architettura – l’arte applicata e funzionale – a dare titolo ad una nuova epoca, quella nuragica, e a un mondo di vita destinato a restare nella memoria dei posteri. Architetti potenti e temerari i costruttori dei nuraghi, delle settemila e più torri megalitiche [ciclopiche non megalitiche] strettamente legate ai territori e alle loro caratteristiche e bisogni, che costellano l’isola in un fenomeno di totale antropizzazione. Dell’architettura protosarda basata sulla costruzione “circolare” (il modo di vedere chiamato “barbarico”, mentre il “classico” si fonda sull’ortogonalità), il nuraghe è la forma la più esemplare, la più immediata, frutto d’una reale concezione. […] Esso nasce come un edificio a torre che si restringe verso l’alto terminando in un terrazzo. È un edifizio robusto perché costruito con murature di grande spessore usando materiale litico disposto a secco in filari sovrapposti più o meno accuratamente, di dimensioni decrescenti dal basso verso la sommità della torre. Il taglio delle pietre dell’interno presenta simili caratteristiche, benché le pietre siano più piccole e spesso lavorate più grossolanamente. Il vano a piano terra e quelli superiori (uno o due quando esistono) sono di pianta rotonda a sezione ogivale, con pareti progressivamente inclinate e con il diametro dei cerchi litici che le compongono diminuente sino alla sommità dove il giro del soffitto resta aperto formando un foro ricoperto da lastre orizzontali. È la forma classica greca della tholos. Al pianterreno, debolmente illuminato dalla luce che viene da fuori, si accede attraverso un vestibolo, che pre-

senta generalmente una nicchia sulla destra, da taluni supposta una “garetta”. Una scala in muratura sul lato opposto, a volte rischiarata da finestrini, sale a spirale alle camere superiori e alla terrazza, talvolta sorretta da mensole. Nelle più antiche torri nuragiche la scala si apriva nella camera bassa ad un’altezza considerevole dal pavimento, spezzando la spirale del percorso intermurario per entrare nei piani alti illuminati da una grande finestra.”

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osì nel 2002 si espresse Giovanni Lilliu in un saggio pubblicato dall’Accademia dei Lincei. Dal testo emerge come Giovanni Lilliu ancora considerava i nuraghi con rampa in camera (Su Nuraxi di Barumini, Is Paras di Isili, Goni di Goni, Domu ‘e s’Orcu di Sarroch, ecc.) più antichi dei nuraghi con rampa in corridoio (Tuttusoni di Aglientu, Losa di Abbasanta, Santa Sabina di Silanus, Santu Antine di Torralba, ecc.). Recentemente si è messo in luce come la tipologia delle torri nuragiche con rampa in camera sia canonica del Sud Sardegna mentre quella con rampa in andito lo sia del Nord (vedi Zedda 2002, 2004; Scintu 2003; Zedda and Belmonte 2004). Per torri nuragiche si deve intendere l’insieme dei nuraghi monotorre e delle torri centrali dei nuraghi complessi (vedi Zedda 2002 e 2004). La particolare distribuzione territoriale dei diversi stili di torri nuragiche (ogni territorio ha le sue peculiarità) è ricca di inferenze che aprono nuovi orizzonti alle ricerche e decretano la confutazione di tante ipotesi

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Aglientu, nuraghe Tuttusoni. Ruderi esterni. (Foto Quinto Zizzi).

finora perseguite, prima fra tutte quella sull’evoluzione del tecnema costruttivo nuragico avanzata dal Lilliu. È infatti altamente improbabile che il fenomeno costruttivo nuragico avrebbe avuto un boom nel Sud e dei modesti balbetii al Nord con la costruzione delle torri con rampa in camera mentre quando si passo alla edificazione delle torri con rampa in andito il boom avrebbe interessato il Nord mentre nel Sud Sardegna il fenomeno costruttivo si sarebbe quasi azzerato. Questo scenario è veramente poco credibile ed è smentito anche da questioni di carattere tecnico-costruttivo che non posso enucleare in questa sede. Alla luce di questi riscontri è chiaro come l’ipotesi evolutiva del tecnema nuragico (sul significato di tecnema vedi Laner 1999 e Zedda 2004) sostenuta dal Lilliu debba considerarsi erronea in quanto ignorava che le due tipologie di torri nuragiche hanno una distribuzione territoriale disomogenea. Qualcuno potrà trovare la spiegazione a questa défaillance (non essere riusciti a cogliere, in 150 anni di studi, la distribuzione territoriale delle due tipologie di torri nuragiche) adducendo che gli archeologi (Dottori in Lettere Antiche) non hanno le competenze tecniche necessarie ad affrontare una stringente analisi strutturale dei nuraghi, ma allo stesso tempo bisogna considerare che per cogliere una così lapalissiana evidenza non serve essere architetti o ingegneri e che le cause di tale

svista bisogna ricercarle nello scarso spirito critico con cui, fino ad oggi, gli archeologi hanno studiato i nuraghi. Oltre alle due tipologie descritte esistono anche torri nuragiche ove la rampa è assente (Piscu di Suelli, Arrubiu di Orroli, Longu di Isili, Asoru di San Vito, Nuraxi di Siurgus Donigala, ecc.) che mostrano una collocazione geografica comune a quella delle torri con rampa in camera. Considerato il dato di fatto che nelle torri nuragiche svettate a mezza altezza (la gran parte del totale) non è possibile stabilire se avessero o non avessero la rampa in camera ho ritenuto utile accorpare le torri con rampa in camera con quelle senza rampa ed intenderle come torri “senza rampa in corridoio” (vedi Zedda 2002, 2004). A proposito perché Giovanni Lilliu nel saggio anzicitato in apertura di questo articolo non da il giusto risalto alle torri senza rampa? Forse non le conosce? O forse gli viene difficile spiegare da un punto di vista militare l’assenza della rampa per raggiungere il terrazzo? Non so, ma questo rappresenta solo uno dei tanti elementi che mostrano come il Lilliu piuttosto che formulare le sue teorie sulla base di tutte le possibili variabili le abbia modellate strascurando (coscientemente o inconsapevolmente non so) o piegando alla sue preconcette idee una lunga serie di dati che in realtà sono ben diversi dal modo in cui li descrive. Esemplicativo è il

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A lato: esterno del nuraghe Tuttusoni (Foto Quinto Zizzi). Sotto: interno del nuraghe Is Paras Pagina a fronte: cupola interna del nuraghe Is Paras

modo con cui interpreta l’angustia degli spazi interni dei nuraghi, che vengono visti come un espediente funzionale al combattimento corpo a corpo una volta che gli assalitori fossero penetrati all’interno del nuraghe; in sostanza il nuraghe con la sua angustia sarebbe un sofisticato marchingegno, un’autentica trappola mortale per gli sprovveduti invasori. Tale angustia, piuttosto che trovare spiegazione nella fantasiosa e irrealistica idea del Lilliu, è indicativa di una difficoltà degli spostamenti che rende il nuraghe ancor meno atto alla difesa. Gli spazi interni dei nuraghi sono stati ben interpretati da Franco Laner (1999) che afferma Il nuraghe può essere “percorso”, non “abitato”. Il nuraghe può essere “penetrato” dalla luce solare, non “illuminato”. Se avessero voluto costruire una fortezza o un luogo abitabile li avrebbero costruiti in ben altro modo. Ma torniamo al tema di questo scritto. Accantonata l’idea che le torri nuragiche senza rampa in andito siano più antiche di quelle con rampa in andito, bisogna considerare le due tipologie come due filoni costruttivi che caratterizzano uno il Sud e l’altro il Nord dell’Isola. Due filoni costruttivi a cui si rinconducono una serie di altri sub-filoni che a loro volta caratterizzano le diverse regioni dell’Isola. Solo attraverso la conoscenza delle caratteristiche strutturali e della distribuzione di questi sub-filoni sarà possibile prospettare le modalità dell’evoluzione e della diffusione del tecnema costruttivo nuragico. Non è questa la sede per entrare nel merito dell’analisi della distribuzione e delle caratteristiche che distinguono i sub-filoni di torri nuragiche, ma si intendono avanzare alcune considerazioni attorno a due nuraghi, il Tuttusoni di Aglientu e il Su Idili (meglio noto come Is Paras) di Isili, che dei due filoni tecnico-co-

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Cupola interna del nuraghe Is Paras.

struttivi rappresentano due mirabili vette. I motivi per cui la torre centrale del Su Idili viene considerata come il più mirabile esempio tra quelle appartenenti al filone “senza rampa in andito” è facilmente intuibile, da sempre gli studiosi hanno considerato la cupola del Su Idili come la più raffinata fra tutte le cupole nuragiche. La sua bellezza non sta solo nella cupola, ma soprattutto nelle fattezze dell’altissima volta a carena del corridoio d’ingresso. “Si provi ad entrare nella camera del nuraghe, magari dopo aver visitato altri celebrati nuraghi. Si entri nell’Is Paras dopo essersi chinati nelle basse aperture e aver sentito l’incombenza, quasi minacciosa, delle tholos dei normali nuraghi o le cavernose volte di un cosiddetto “protonuraghe”: è come entrare in piazza San Marco a Venezia provenendo dalle strette calli ed esigui campi e piscine della città. Si avvertirà lo stesso gonfiarsi del respiro: l’emozione è totale. C’è architettura.” Così lo definii magistralmente Franco Laner (1998). Sono ormai vent’anni che mi domando per quale motivo archeonuragologi non vedano, non avertano, non colgano la tensione circolare e verticale che è congelata nei nuraghi (assieme ad una angustia degli spazi che fa escludere che fossero delle agili e funzionali macchine da difesa), ora ho finalmente una spiegazione: constatare che in 150 anni non si siano accorti delle lapalissiane differenze stilemiche che caratterizzano i nuraghi delle diverse regioni dell’Isola ritengo sia indicativo di come gli archeologi non riescano a coglierne l’essenza costruttiva a causa della maniera dogmatica con cui li studiano. Se nel Sud Sardegna la tensione costruttiva sembra, nei suoi più magistrali esempi, rivolgersi ad elevare l’al-

tezza delle cupole e delle volte a carena del corridoio d’ingresso, al Nord sono, in primo luogo, le caratteristiche tecnico-costruttive della rampa spiraliforme che denunciano il livello di abilità tecnica posseduta dalle maestranze nuragiche. Molteplici sono le caratteristiche tecnico-strutturali con cui le rampe delle torri con rampa in andito sono state realizzate, differenze che riguardano la pendenza, lo sbocco e le caratteristiche tecnicocostruttive dei paramenti murari entro cui sono inserite. Non è questa l’occasione per affrontare nei dettagli la descrizione delle diverse tipologie, ma si vuole solo porre in luce che la rampa del Tuttusoni appartiene alla tipologia più evoluta: le torri a rampa monumentale. Tra tutte le torri nuragiche appartenenti a questa tipologia (ovviamente fra tutte quelle a me note) l’esempio più a meridione è rappresentato dal nuraghe Luche di Illorai. Le torri a rampa monumentale, hanno la caratteristica di avere una pendenza lieve e regolare che si compie in un percorso di 360° (cioè un giro completo che si conclude all’imboccatura del finestrone del primo piano), ma l’elemento che le caratterizza e le distingue da tutte le altre consiste nel fatto che la volta della ram-

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La base del n uraghe Tuttusoni.

pa è inusitatamente alta e interamente fusa (da un punto di vista tecnico-costruttivo) con la nicchia d’andito. Immaginiamo di entrare in una di queste torri (un monotorre o una torre centrale di un nuraghe complesso), ebbene appena superata la soglia sormontata dall’architrave d’ingresso ci si ritrova in un ambiente che da un punto di vista tecnico-costruttivo non appare come un corridoio di accesso alla camera, le pareti della rampa sono altissime e si prolungano sino ad inglobare lo spazio solitamente occupato dalla nicchia d’andito. Proprio questa fusione morfologica tra le pareti della rampa e della nicchia d’andito, unita al fatto che per giungere alla camera bisogna oltrepassare un’altra soglia sormontata da un’altra architrave, da la sensazione che invece che nel corridoio d’ingresso ci si trovi nella rampa ascensionale. In queste torri a rampa monumentale, superata la soglia, l’invito più spontaneo non è quello di entrare nella cella, ma quello di ascendere la rampa in cui ci si ritrova appena superata la soglia. Poc’anzi ho affermato che il Tuttusoni e il Su Idili rappresentano i mirabili vertici dei due filoni tecnicocostruttivi, nel primo è la volta della rampa ascensionale che diventa monumentale, nel secondo è la volta a carena del corridoio d’ingresso. Quali sono i percorsi tecnico-costruttivi che hanno portato alla loro realizzazione? Quando, come e perché il tecnema costruttivo nuragico ha dato origine ai due stilemi? Risalire alle tappe tecnico-costruttive che lo hanno caratterizzato non sarà difficile, basterà studiarli da un punto di vista architettonico con adeguate figure professionali. Ma attenzione tale studio, importante e indispensabile, non deve farci dimenticare che il fine della ricerca non sono le pietre, i morfemi e gli stili dei nuraghi

ma le conoscenze, le idee, i pensieri degli uomini e delle donne che li hanno concepiti e realizzati. Ecco perché è giusto che il centro nevralgico dell’archeologia sia e resti nell’ambito delle scienze umanistiche, ma è allo stesso tempo indispensabile che gli archeologi si dispongano al dialogo e alla collaborazione con le professionalità e i contenuti delle scienze della natura. Se nell’Is Paras appena superata la soglia, la volta a carena del corridoio d’ingresso e l’altissima cupola trasmettono sensazioni connesse all’elevazione e all’ascensione, nel Tuttusoni quelle sensazioni le si sperimenta ascendendo la rampa. Certo anche nell’Is Paras si poteva salire sul terrazzo attraverso la scomoda rampa collocata a mezza altezza nella camera, ma è un sistema di salita (al Sud in tanti casi assente) che appare subordinato al desiderio di realizzare alte cupole. Quale sia il motivo per cui la tensione ascendente insita nella spiritualità delle genti nuragiche del Sud e del Nord Sardegna si sia espressa in due differenti schemi architettonici rappresenta uno dei tanti quesiti che l’archeologia (beninteso un’archeologia che abbia un forte background etnologico, antropologico e storico religioso) deve ancora spiegare. Note bibliografiche LANER FRANCO, 1998, “Dalla tettonica all’archittettura, il nuraghe Is Paras di Isili”, in Sardegna Antica n. 13, Nuoro. LANER FRANCO, 1999, Accabbadora, Tecnologie delle costruzioni nuragiche, Milano. LILLIU GIOVANNI, 2002, “La civiltà Preistorica e Nuragica in Sardegna”, in Memorie, S.IX-vol.XV-fasc. 3, Atti Accademia Nazionele dei Lincei, Roma. SCINTU DANILO, 2003, Le Torri del Cielo, Mogoro. ZEDDA MAURO PEPPINO 2002, “Per una Sistematica Classificazione della Torri Nuragiche”, in Sardegna Antica, n. 22, Nuoro. ZEDDA MAURO and BELMONTE JUAN ANTONIO, 2004, “On the Orientation of Sardinian Nuraghes: some Clues to their Interpretation” in the Journal for the History of Astronomy, Vol. 35 part 1, February 2004, Cambridge. ZEDDA MAURO PEPPINO, 2004, I Nuraghi tra Archeologia e Astronomia, Cagliari.

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Luogosanto. In anteprima

Il villaggio nuragico delle tre cime di Angela Antona

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uadagnata la sommità, ci si sente presi in un’atmosfera viva, perché i segni delle attività dell’uomo, esercitate qui per diversi millenni, sono leggibili nei numerosi manufatti nascosti fra la vegetazione. Ci si deve accostare con la sensibilità e col rispetto che essi meritano perché si possano apprezzare momenti del passato di società forti e complesse come quella nuragica, leggibili fra crolli ingenti di strutture dell’abitato che, tra il XIV e il IX secolo a.C. per quanto è dato sapere allo stato attuale della ricerca, era situato nella sella naturalmente fortificata fra le tre cime.

MONTI JUANNI, MONTI CASTEDDU, MONTI RUJU: LE TRE CIME PITTORESCHE DELLA CORONA GRANITICA CHE COSTITUISCE, DA OVEST A SUD, LO SFONDO SCENOGRAFICO DI LUOGOSANTO, CON QUEI PROFILI ERTI, COPERTI DI SUPERBI LECCI SECOLARI CHE SI SONO IMPOSTI SULLA MACCHIA RIGOGLIOSA E VARIEGATA DEI LENTISCHI E DEI CORBEZZOLI. UNO STRADELLO CHE SI SNODA DALL’INGRESSO DEL PAESE SI INERPICA FINO AL PIANORO FRA LE TRE ALTURE. VI SI GIUNGE GODENDO DI UN PANORAMA SUPERBO, APERTO SU UN’AMPIA PORZIONE DELL’ALTA GALLURA FINO AD INCONTRARE, VERSO NORD, IL MARE DELLE BOCCHE DI BONIFACIO COL SIPARIO SUGGESTIVO DELLE CIME DELLA CORSICA A LUNGO INNEVATE.

Veduta di Monti Ruiu con i resti del nuraghe.

Ma si possono apprezzare anche fragili testimonianze dei secoli più vicini a noi, di pastori, di artigiani e manovali e comunque di gente dedita ad attività legate alla terra; attività di esercizio semplice per l’attuale, sacrificante fino all’eccesso per i mezzi del passato. Così, diventano interessanti e vivi anche gli esiti della lunga azione di legnaioli e di carbonai, esercitata su queste alture fino a qualche decennio fa e testimoniata dagli ammassi di resti carboniosi in gibbosità circolari delimitate da una fila di pietre. Lasciandosi prendere dalla suggestione, sembra che aleggi ancora, in quei boschi intricati, il suono cadenzato delle accette che

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Capanna delle riunioni: lucerna a “barchetta” in fase di scavo.

si abbattevano sui tronchi degli alberi più o meno annosi, per andare a comporre i cumuli di legna che, sotto una coltre di terra, sarebbero bruciati lentamente per giorni e giorni fino a diventare carbone. Allora, la loro presenza si intuiva da lontano segnata da sottili colonne di fumo che il vento si divertiva a scomporre e ricomporre in intrecci armoniosi quanto arzigogolati. Questa immagine aiuta a superare anche il momento del rammarico quando si nota come quelle carbonaie abbiano spesso intaccato i manufatti nuragici, a volte sovrapponendosi ad essi, a volte distruggendoli per “pulire” il posto dalle pietre e guadagnare spazio alla “chea”. I lavori di ricognizione e di scavo appena conclusi1 hanno consentito una lettura ancora parziale dell’intero insediamento nuragico proprio a causa dei crolli e delle manomissioni avvenute nei secoli, ma anche dell’azione della vegetazione padrona del territorio. I dati raccolti sono sufficienti, tuttavia, a dare l’idea della sua estensione e consistenza. La dislocazione non lascia dubbi sull’istanza di controllo del territorio e delle sue risorse; lo si evince dall’assetto complessivo dell’insediamento. Ad esso è infatti pertinente un nuraghe, ormai ridotto a pochi filari2, posto sulla cima di Monti Ruju, con un’estesa muraglia di fortificazione della quale si leggono ancora diversi tratti, alternati a crolli poderosi; una sorta di bastione che ingloba nel suo percorso formazioni rocciose naturali e che vede l’applicazione di diverse tecniche co-

struttive: da quella ciclopica a grossi blocchi poligonali, a quella più ordinata a filari di elementi di pietra squadrati, accuratamente disposti gli uni sugli altri. Dalla posizione di dominio del nuraghe risultava facile il controllo dell’enorme estensione di territorio descritta più sopra, ma soprattutto di quella pertinente il “cantone” con i suoi pascoli, i boschi e le rare - e per questo ancora più preziose- aree coltivabili; ma si doveva vigilare anche sugli accessi possibili al villaggio esteso nel pianoro sottostante, concentrato soprattutto fra Monti Casteddu e Monti Juanni. Esso compone di un congruo numero di capanne circolari - intuibili fra i crolli ma di numero non ancora precisabile - costruite a volte isolatamente, altre volte in piccoli agglomerati di vani di diverse dimensioni, uno tangente all’altro, aperti su spazi comuni, come si sta riscontrando oramai in diversi villaggi nuragici galluresi in corso di scavo: da quello di Lu Brandali a Santa Teresa Gallura, a quelli di La Prisgiona e dell’Albucciu ad Arzachena. Vi si riflette la logica dell’assetto edilizio proprio dei villaggi delle fasi mature dell’Età del Bronzo anche nel resto dell’isola., riconducibili a quell’epoca che il grande studioso Giovanni Lilliu enfaticamente, ma con riscontri reali, definisce “la bella età dei nuraghi”. Di questa anche la Gallura, contrariamente a quanto è stato talvolta sostenuto, era pienamente partecipe. Come per i restanti villaggi citati, anche quello di Luogosanto mostra diverse fasi di vita. Si presenta, infatti, in un’articolazione molto complessa, frutto di am-

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pliamenti e ristrutturazioni degli ambienti e modifiche nell’utilizzazione degli spazi. Le sovrapposizioni stratigrafiche attestano vicende cronologicamente differenti, ma fra di esse concatenate senza soluzione di continuità, delineando il carattere dinamico di questo insediamento e della collettività che ad esso ha dato vita e si è accresciuta, certamente articolata nella sua composizione sociale. A giudicare dai dati di conoscenza dei quali si dispone, si può intuire una vitalità piuttosto accentuata di questa comunità ad economia di base agropastorale, aperta ai contatti ed agli scambi attraverso i quali sono giunti nel villaggio anche materiali di pregio per quell’epoca. Ad attestarlo sono i numerosi dati emersi in occasione dei recenti lavori, altri noti da rinvenimenti fortuiti dei quali si hanno notizie bibliografiche. In riferimento a queste ultime va ricordata l’informazione di Tonino Selis3 che riferisce del rinvenimento a Monti Casteddu di “……una padella di rame acciaccata e coperta di verderame” e “alcuni oggetti di rame e pani di rame……poi venduti a un raminaiu di Tempio che li fuse

per farne nuove padelle”. L’insieme di questi oggetti descrive uno di quelli che in archeologia si definisce “ripostiglio”, particolarmente prezioso per la comunità che doveva averlo costituito con scambi di notevole impegno, visto il valore che il rame rivestiva all’epoca. Di qui l’ipotesi che la società “delle tre cime” godesse di condizioni sufficientemente agiate ed in progresso, dove le risorse naturali dei pascoli, dei boschi, dei terreni coltivabili devono essere state sufficienti per lo sviluppo di un’economia non di sola sussistenza seppure limitata, nella produzione, all’ambito agropastorale. Ad arricchire le conoscenze in relazione all’organizzazione del villaggio è intervenuta la scoperta di un edificio particolarmente significativo, portato in luce con l’indagine di scavo appena conclusa. Si tratta di una capanna di circa 10 metri di diametro, alla quale si accede attraverso un breve corridoio lastricato terminante con due gradini che scendono all’interno del vano. Qui, alla base del perimetro murario, corre un bancone-sedile in granito composto da 40 lastre piatte. Fra questi elementi disposti in sequenza, uno spicca in modo spe-

I MATERIALI I materiali rinvenuti nello scavo archeologico provengono soprattutto dalla Capanna delle Riunioni e dagli ambienti ad essa adiacenti. Prevalgono, come consuetudine, le ceramiche, qui presenti nelle forme più tipiche della produzione vascolare nuragica: tegami, olle globulari e a bollitoio, ziri con anse a X, ciotoloni emisferici, scodelle e tazze. A queste classi tipologiche sono da riferirsi i vasi pertinenti al momento di vita della Capanna delle Riunioni, concentrati perlopiù nei pressi dell’ingresso e travolti e pertanto frammentati dagli ingenti crolli del paramento murario. Predominano nettamente le forme di grandi dimensioni atte a contenere derrate alimentari quali ziri e grossi tegami, ma non mancano i piccoli recipienti: una scodella emisferica con fondo piatto nettamente distinto, un vasetto miniaturistico e due lucerne a forma di barchetta, con fondo piatto. Le ceramiche nel complesso sono di buona fattura: presentano un’argilla ben depurata e le superfici spesso lucidate. In rapporto alla quantità considerevole di manufatti recuperati, poche sono le forme decorate. Dall’area intorno alla Capanna delle Riunioni e da un piccolo saggio effettuato all’esterno di una grande torre, provengono frammenti decorati con le tipiche sintassi d’età nuragica: pettine impresso e inciso, cerchielli concentrici e a “occhio di dado”, ditate impresse, cordoni plastici e bugnette. Gli oggetti in metallo rinvenuti nella Capanna sono limitati ad alcune grappe di restauro in piombo utilizzate per riparare gli ziri, ad una lamina in piombo lunga 8 cm e larga 4 cm, di ancora incerta attribuzione e da una fibula ad arco semplice in bronzo, purtroppo mancante dell’ago e di parte della staffa; ha sezione circolare ed una decorazione incisa costituita da fasci di linee anulari e motivo centrale a spina di pesce. Un preciso confronto si ha con una fibula dal Nuraghe Attentu- Sassari, custodita nei Magazzini del Museo Archeologico Nazionale “G.A. Sanna” di Sassari. I materiali, nel loro complesso, forniscono ad una prima analisi indicazioni cronologiche che attestano una frequentazione del villaggio dall’età del Bronzo Recente al Bronzo Finale - Primo Ferro. L’impianto del bancone sedile anulare e del focolare centrale nella grande capanna scavata risalirebbe, sulla base dei dati preliminari emersi dall’esame dei materiali rinvenuti, al Bronzo Finale, con una frequentazione fino al I Ferro. Paola Mancini

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ciale per essere meglio lavorato degli altri, arrotondato lungo il profilo esterno del fondo e sagomato alla base. Sono comprese nello svolgimento del bancone anche due strutture che compongono una sorta di due vaschette: una quadrangolare (cm 80 x 40) delimitata, sui lati corti, da due lastre infisse a coltello, posta nella parte sudest della capanna; l’altra semicircolare, posta sul lato nordovest. Al centro dell’ambiente è presente un grande focolare di circa 3 metri di diametro, delimitato da due anelli concentrici di pietre, nel quale si è conservato un accumulo di 30 cm di cenere, ricca di frammenti ceramici e di ossa di animali, stratificata sopra il piano di cottura segnato da un anello più interno di piccole pietre. Le caratteristiche strutturali evidenziate inducono a riconoscere la funzione speciale dell’edificio: quello di capanna delle riunioni, il luogo, cioè, riservato alle adunanze dei maggiorenti del villaggio. A questa interpretazione concorrono i confronti con costruzioni simili, note in numerosi villaggi nuragici: basta citare quale esempio più noto quello di Palmavera ad Alghero, ma se ne potrebbero ricordare diversi in tutta la Sardegna. Di essi, possono variare le dimensioni e la maggiore o minore accuratezza nell’esecuzione, ma ricorrono gli elementi caratterizzanti questo tipo di edifici: il bancone-sedile con un posto a sedere distinto dagli altri, a mò

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di piccolo trono, destinato certamente al capo del villaggio, e le vasche destinate a particolari rituali, probabilmente con l’uso dell’acqua e del fuoco, che dovevano tenersi in occasione delle assemblee. Lo scavo ha consentito inoltre di accertare l’articolazione di diverse fasi di vita di questa capanna, alcune delle quali potrebbero corrispondere a mutazioni all’interno della struttura sociale di questo villaggio. In proposito, è indicativa la nascita stessa della capanna delle riunioni su strutture preesistenti e di funzione diversa; in alcuni punti sembra addirittura di riconoscere resti murari probabilmente di una torre che potesse far parte di una precedente cortina difensiva. Ristrutturazioni del genere sono d’altronde note in altri villaggi della stessa epoca di quello di Luogosanto. Non sono noti, peraltro, gli eventi che hanno decretato una battuta d’arresto nella vita della capanna che, dopo un repentino abbandono, ha conosciuto un ulteriore momento di riutilizzazione quando era già crollata parte della sua copertura, costituita da travi di legno ed elementi vegetali, sui quali dovevano poggiare sottili lastre di granito. La ricerca è solo all’inizio, densa di numerose ed interessantissime problematiche alle quali solo l’auspicabile proseguimento degli scavi potrà offrire le risposte custodite fra i grovigli dei crolli e delle strutture.

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Pagina precedente: a sinistra, veduta generale del pianoro tra Monti Juanni e Monti Casteddu nel quale si trovano i resti del villaggio nuragico. A destra, fibula? semplice in bronzo rinvenuta all’interno della capanna delle riunioni. In alto: capanna delle riunioni dall’esterno. In basso: capanna delle riunioni, interno col sedile anulare e il focolare centrale.

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Capanna delle riunioni: particolare del sedile tronetto.

LE LUCERNE Il corredo fittile della Capanna delle Riunioni di Monti Casteddu presenta, accanto a forme vascolari comuni e d’uso quotidiano (tegami, olle, dolia), particolari fogge ceramiche che contribuiscono a caratterizzare l’ambiente e forniscono chiari termini cronologici. Tra queste vi sono due piccole lucerne definite, in base alla forma, del tipo “a barchetta” (l’altra foggia nota è quella “a cucchiaio”). Le lucerne di età nuragica compaiono durante il Bronzo Finale ma il loro utilizzo perdura sino ad una fase avanzata dell’età del Ferro. Provviste di frequente di un manico orizzontale (di rado verticale) impostato sull’orlo, dovevano essere dotate di uno stoppino imbevuto probabilmente di una sostanza infiammabile (resina, olio, cera). Si rinvengono spesso in contesti abitativi (capanne e nuraghi) e, non di rado, soprattutto nell’età del Ferro, in contesti cultuali (i sacelli di Pauli Arbarei e Su Mulinu di Villanovafranca)1. Pur affermando che la loro destinazione d’uso fosse legata alla necessità pratica dell’illuminazione, non si esclude tuttavia che le lucerne, rinvenute in un ambiente comunitario e caratterizzato strutturalmente (si pensi al bancone-sedile e al focolare centrale) come la Capanna delle Riunioni, acquistassero una funzionalità aggiunta rispetto a quella primaria, in relazione a pratiche rituali collettive. La lettura del contesto materiale e strutturale cui le lucerne di Luogosanto si riferiscono, e i raffronti con ambienti similari (Capanna delle Riunioni del Nuraghe Palmavera di Alghero), consentono infatti di affermare che i piccoli manufatti fossero parte integrante di un corredo materiale caratterizzato e caratterizzante per quanto non distintivo per forme e tecnologia (ad eccezione delle due lucerne e di una fibula bronzea). I due esemplari di Monti Casteddu sono stati rinvenuti all’interno della capanna in prossimità dell’ingresso, non distanti l’uno dall’altro. Non si esclude che le due “barchette” fossero poggiate in origine sul bancone-sedile cui ora sono adiacenti: la loro posizione è alterata rispetto a quella originaria a causa dell’azione dei primi crolli strutturali e ai conseguenti fenomeni di alterazione degli elementi di vita successivi all’abbandono dell’ambiente. Dal punto di vista tecnologico il loro impasto è molto depurato, le pareti sottili e le superfici, che indiziano una cottura accurata dell’argilla, lisciate. La prima lucerna (cm 17 di lunghezza, cm 5 di larghezza al centro, cm 4 di profondità massima) si caratterizza per la colorazione bruno-nerastra delle superfici: ha fondo piatto, orlo arrotondato e “prua” ad angolo smussato; l’altra (cm 15 di lunghezza, cm 5 di larghezza e cm 4 di profondità massima), rinvenuta in posizione capovolta con fratture evidenti, presenta superfici color avana, fondo piatto e orlo arrotondato. Quest’ultima si caratterizza per la presenza di quattro peducci d’appoggio. Il piccolo manufatto, per quanto noto, non troverebbe confronto puntuale con altre lucerne fittili, ma è possibile effettuare un’analogia con esemplari in bronzo rinvenute ad Oliena e a Padria2. Le due lucerne presentano tracce di residui carboniosi da porre in relazione al loro utilizzo. Sara Puggioni 1

Campus F., Leonelli V., La tipologia della ceramica nuragica, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza Archeologica per le Province di Sassari e Nuoro, BetaGamma Editrice, Viterbo 2000, p. 79. 2 Lo Schiavo F., Bronzi e bronzetti del Museo “G.A.Sanna di Sassari”, MiBAC, Sopr. Arch. SS – Nu, Imago Media ed., 2000, p, 115.

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Santa Maria Coghinas. I risultati dei recenti scavi archeologici e dei lavori di restauro della chiesa parrocchiale.

Santa Maria delle Grazie di Domingo Dettori LA CHIESA DI S. MARIA DELLE GRAZIE, ATTUALE SEDE PARROCCHIALE DI S. MARIA COGHINAS, È SITUATA ALL’ESTREMITÀ ORIENTALE DEL PAESE E NEL MEDIOEVO ERA UNA DELLE TRE CHIESE CONOSCIUTE DELLA VILLA DI COGHINAS1, L’UNICA AD ESSERSI CONSERVATA NELL’ALZATO SINO AI GIORNI NOSTRI (FOTO 1). GLI ALTRI DUE EDIFICI DI CULTO, S. NICOLA E S. BARBARA, DI CUI, COME PER S. MARIA, ABBIAMO TESTIMONIANZA NELLE FONTI2, SONO STATI BEN INDIVIDUATI GRAZIE DA UNO STUDIO, SVOLTO RECENTEMENTE SUL CAMPO, DALLA CATTEDRA DI ARCHEOLOGIA MEDIEVALE DELL’UNIVERSITÀ DI ROMA “LA SAPIENZA”3.

L

a datazione di S. Maria delle Grazie veniva assegnata, in relazione alle caratteristiche architettoniche della facciata, al primo quarto del XIV sec. e se ne ipotizzava un possibile primo impianto mononave alla seconda metà del XII sec.4. Recentemente, grazie ad una campagna di scavo condotta dallo scrivente sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologica per le Province di Sassari e Nuoro5, sono emerse alcune importanti novità relative alle problematiche cronologiche del monumento. In occasione dei lavori di restauro - che hanno interessato l’interno della struttura con la rimozione e il rinnovo del piano pavimentale - lo scavo archeologico, condotto con una accurata indagine stratigrafica, ha permesso di delineare quasi completamente le fasi di vita della suddetta chiesa. È stato infatti possibile mettere

in luce diverse caratteristiche architettoniche interne che sino ad oggi erano sconosciute, nonché chiarire che la chiesa, non essendo stata riscontrata alcuna preesistenza, ed essendo costruita in un unico corpo di fabbrica si data interamente tra la fine del XIII e la prima metà del XIV sec., escludendo così l’ipotesi che essa possa essere stata costruita ampliando un impianto più antico6. La chiesa in origine aveva un impianto mononave con una netta divisione tra presbiterio ed aula segnata da tre gradini in arenaria di cui sono stati ritrovati solo i primi due (foto 2). Gli originali piani pavimentali del presbiterio e dell’aula non sono giunti sino a noi, ma si sono conservati in ottime condizioni i piani di posa degli stessi; si tratta di due vespai organizzati con particolare cura, soprattutto quello del presbiterio (foto 3), dove tra l’altro si sono conservate abbondanti tracce di un intonaco di eccezionale fattura che inizialmente ricopriva per buona parte le pareti interne della chiesa. Al centro dell’aula è stata individuata l’unica sepoltura di età medievale presente all’interno della chiesa (foto 4). Sebbene si tratti di una semplice fossa terragna, la tomba si è dimostrata essere di notevole importanza non solo per essere l’unica di età medievale presente all’interno dell’edificio, ma anche per la posizione assai particolare che occupa al suo interno. La fossa infatti si trova al centro esatto dell’aula e l’inumato aveva la testa rivolta verso l’altare e sostenuta da un cuscino di pietre. Per deporre il defunto fu tagliato il pavimento del primo impianto, un cocciopesto di ottima fattura i cui frammenti sono stati rinvenuti all’interno del riempimento della sepoltura, tuttavia le relazioni stratigrafiche consentono di sostenere che il defunto non fu seppellito molto tempo dopo la posa del pavimento di coccio-

Santa Maria Coghinas Comune termale

S.Teresa Gallura

La Maddalena

I. Asinara Badesi mare Valledoria Castelsardo

S.M. Coghinas

Tempio P. Olbia Viddalba

Terme di Casteldoria

Grafica Anton Bruno Cleriti

Porto Torres

Sassari

Sardegna

Alghero

Comune: tel. 079 585604 - 585927

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S. Maria Coghinas. Facciata della Chiesa e veduta del presbiterio.

pesto. Le caratteristiche d’insieme lasciano supporre che si sia trattato di un personaggio di spicco della Coghinas del XIV sec.; in base ad altri confronti medievali si può inoltre ipotizzare che il personaggio possa essere stato il committente della chiesa, vale a dire qualcuno che avendo finanziato la costruzione dell’edificio abbia potuto riservarsi il diritto di essere seppellito al suo interno7. Nel corso della demolizione della moderna superfetazione che accecava il cilindro absidale, è stato possibile individuare ciò che rimane dell’altare medievale, eccezionalmente sistemato ancora nella sua posizione primaria (foto 2). L’altare è a pianta rettangolare e si è conservato limitatamente alla metà orientale; esso in origine aveva forma parallelepipeda ed era cavo all’interno,

l’alzato - poggiante su un basamento perfettamente conservatosi e ancora inglobato nella malta che sigilla il vespaio medievale - è costruito con una muratura di cantonetti di arenaria lisciati esternamente; la struttura ha gli angoli modanati in modo da ottenere delle colonnine simili per tipo e decorazione a quelle del portale di facciata e chiaramente eseguiti dalla stessa maestranza. L’altare era infine chiuso in alto da una mensa monolitica di arenaria che, a sua volta, presenta una modanatura a gola dritta sui lati brevi ed un piccolo incavo rettangolare al centro del lato lungo orientale, probabile alloggio per la reliquia di consacrazione dell’altare stesso. Al primo impianto della chiesa risalgono anche tre nicchie presenti nel presbiterio e ricavate in spessore di muro; due sono poste alle estremità del cilindro dell’abside ed hanno la parte superiore arcuata a tutto sesto; all’interno è presente una trilobatura ricavata a traforo nei blocchi di arenaria che costituiscono le nicchie stesse; la base delle due nicchie è decorata con un motivo a punte di diamante. Lo stesso motivo compare nella ghiera dell’oculo e nel sopracciglio dell’arco del portale di facciata a confermare il dato, emerso dallo scavo, della contemporaneità della facciata e dell’abside che costituiscono dunque un unico corpo di fabbrica. La terza nicchia è posta sulla parete settentrionale del presbiterio, anche

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Interno: sepoltura medievale e sepoltura di bambino.

questa è ricavata in spessore di muro, ma ha l’estremità superiore archiacuta e una base semplice, senza particolari decorazioni; anche in questo caso sembra essere stata presente una trilobatura interna, ne rimangono infatti le tracce nell’intradosso dell’archetto. Altra particolarità di questa ultima nicchia era la presenza di un sopraciglio archiacuto, ma anche di esso rimane solo una labile traccia a causa della rasatura effettuata a suo danno nel momento della tamponatura e del rifacimento dell’intonaco della parete su cui è posta la nicchia8. Tutti questi elementi rimandano ulteriormente alla facciata, dove sono presenti degli archetti a centina ogivale, molto simili per aspetto alla nicchia della parete settentrionale, e il già citato sopracciglio del portale di facciata che molto probabilmente aveva le stesse decorazioni che in origine erano presenti nel sopraciglio della stessa nicchia. Nel XVI sec. l’edificio è stato oggetto di grandi restauri che hanno portato alla sostituzione dei pavimenti del presbiterio e dell’aula, oltre che ad un primo restauro degli intonaci. Il pavimento dell’aula è stato sostituito da un battuto di marna giallo-rossastra, mentre nel presbiterio si organizzò un basamento rialzato, a pianta rettangolare, posto intorno all’altare e sviluppato sul lato destro dello stesso; il basamento in questione è stato creato delimitando l’area con una muratura costituita da blocchi di spoglio, al suo interno era stato posto un riempimento di terra e ciottoli su cui sembrerebbe essere stato steso un massetto di malta di calce con

funzione di piano di calpestio. Verso la prima metà del XVII sec. pare iniziare l’uso di seppellire i bambini in fosse terragne scavate lungo le pareti della chiesa (foto 5) e risalirebbe a questo momento anche la creazione, nella parte nord occidentale dell’aula, del primo ossario, una fossa a sezione rettangolare dal cui interno sono state elevate delle murature in cantonetti sbozzati di marna e arenaria. Non più in là della seconda metà del XVII sec., sullo strato di marna battuta dell’aula venne sovrapposta una nuova pavimentazione, una massicciata organizzata all’interno di una intelaiatura a spina di pesce. Il pavimento in questione fu elevato sino a raggiungere la quota del primo gradino del presbiterio (foto 2), obliterandone la funzione e lasciandone utilizzabili solo due. In questo momento continuò l’uso di seppellire i bambini lungo le pareti della chiesa, mentre sembra iniziare solo ora, fatta eccezione per l’unica e rilevante sepoltu-

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La chiesa in una cartolina del 1946, senza il campanile.

ra medievale, la pratica di seppellire all’interno della chiesa anche alcuni adulti. Anche in questo caso si tratta di sepolture in fossa terragna, nelle quali i defunti sono stati deposti senza cura particolare, fatta eccezione per due adulti ed un bambino rinvenuti con un coppo sul viso. Alla fine del XVIII sec. sembrerebbe risalire l’ampliamento della chiesa. Esso fu ottenuto abbattendo la parete meridionale dell’edificio e aggiungendo una navata sul lato destro; la nuova navata era collegata al vecchio corpo di fabbrica per mezzo di tre grandi archi ed aveva un piano pavimentale più basso rispetto alla quota presente nella vecchia aula, essendosi inizialmente adattato al piano di campagna esterno. In questa fase fu costruito anche il secondo ossario, posto all’angolo sud occidentale dell’aula, con una tecnica muraria simile a quella dell’ossario più antico, mentre la creazione della nuova navata determinò l’inevitabile abbattimento di una cripta sepolcrale, voltata a botte, che si trovava all’esterno della chiesa. Questo edificio, secondo stretti confronti con altre simili strutture dell’Anglona e della Gallura, può essere datato al sec. XVII. Una non accurata progettazione dell’intervento precedente fu sicuramente la causa dell’altro grande cantiere che ha interessato la chiesa e che è riconducibile ad una fase immediatamente successiva al suddetto intervento di ampliamento, in un periodo di tempo inquadrabile entro il primo quarto del XIX sec. I pilastri che dividevano le due navate, mal posizionati a terra, cominciarono a cedere verso sud e fu necessario intervenire organizzando tre archi diaframma, due per la navata centrale ed uno per quella laterale. Risalirebbe dunque a questa fase anche il cambiamento del sistema di copertura che passò da una probabile copertura a capriate ad una poggiante proprio sugli archi diaframma. In questo momento sia le due navate, sia il presbiterio furono rivestite da un unico tipo di pavimento, costituito da uno strato di cocciopesto caratterizzato da una bassa percentuale di frammenti di laterizi. Nella seconda metà del XIX sec. l’intera chiesa fu pavimentata con dei mattoni in cotto, quadrati nel presbiterio e rettangolari nell’aula, e il presbiterio subì un avanzamento che obliterò definitivamente quanto rimaneva dei gradini di età medievale. Gli ultimi grandi interventi che hanno interessato

la chiesa risalgono ad un periodo che va dal 1939 al 1946, momento in cui sono state ripristinate le parti d’intonaco ormai logore e il piano pavimentale è stato completamente rifatto con mattonelle quadrate di cemento colorato e di graniglia. Note 1

M. MAXIA, I nomi di luogo dell’Anglona e della Bassa Valle del Coghinas, Ozieri 1994, pp.133-135; M. MAXIA, La Diocesi di Ampurias, Sassari 1997, pp. 192-194. 2 I. BUSSA, La relazione di Vincenzo Mameli De Olmedilla sugli stati di Oliva (1769): il principato di Anglona e la contea di Osilo e Coghinas, in Quaderni Bolotanesi, n° 12, anno XII, 1986, p.315. 3 Ricognizioni di superficie sono state effettuate, in collaborazione con la Soprintendenza per le province di SS e NU, da una equipe di studenti dell’Università di Roma “La Sapienza” nei mesi di gennaio febbraio del 1999. Attualmente l’assetto della villa medievale di Coghinas e delle sue pertinenze è ancora in corso di studio con la finalità di produrre una monografia sulla suddetta villa. 4 R. CORONEO, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300, Nuoro 1993, p. 273, scheda 154. 5 La campagna di scavo si è svolta dal 15 novembre 2000 al 16 marzo 2001. Desidero ringraziare il Direttore Scientifico Dott. G. Pitzalis per la grande disponibilità e il sostegno datomi durante la campagna di scavo. 6 R. CORONEO, Op. cit., p. 273, scheda 154. Per la descrizione delle stratigrafie murarie si rimanda alla pubblicazione dei dati dello scavo attualmente in fase di preparazione. 7 Ulteriori informazioni si potranno avere dallo studio antropologico e dalle analisi sui resti ossei attualmente in corso. 8 Quest’ultimo intervento, in base alla stratigrafia degli intonaci, è stato effettuato in età moderna, probabilmente durante i grandi restauri eseguiti verso la metà del XIX sec. in un momento in cui l’utilizzo della nicchia era ormai venuto meno.

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LE ENIGMATICHE INCISIONI CHE VENGONO ILLUSTRATE IN QUESTO SCRITTO NON RAPPRESENTANO UN DATO ARCHEOLOGICO INEDITO. GIÀ PIÙ DI VENT’ANNI FA MASSIMO PITTAU, NEL LIBRO LA SARDEGNA NURAGICA SEGNALÒ LE INCISIONI PRESENTI NELLO STIPITE DEL CORRIDOIO D’INGRESSO DEL NURAGHE SUCCURONIS DI MACOMER. IL PITTAU CONSIDERÒ LE INCISIONI DEL SUCCURONIS COME UN’ISCRIZIONE SENZA AVANZARE NESSUNA PROPOSTA DI DECIFRAZIONE DEL DOCUMENTO.

P

iù recentemente Isabella Paschina (2000), ha segnalato che incisioni simili a quelle del Succuronis sono presenti anche nei nuraghi Cuccuru Ladu, Suppiu, Ferulaghe, ‘e Mesu, Traina e nella tomba di Giganti Sas Giagas di Macomer e nel nuraghe Fiorosu di Sindia. Per questa studiosa le incisioni risalirebbero all’età nuragica. Del mio interesse verso le enigmatiche incisioni sono “colpevoli” Pietro Ghiani e Franco Muroni che, mentre mi accompagnavano alla volta dei nuraghi del Marghine-Planargia (di cui stavo studiando l’orientamento, vedi Zedda 2004), mi hanno fatto toccare con mano l’entità di un fenomeno di “arte rupestre” che investiva i nuraghi attorno a Macomer. In quei sopraluoghi, oltre a farmi osservare le incisioni edite dalla Paschina, mi mostravano quelle presenti nei nuraghi Funtana Ide, Mura ‘e Bara, Tossilo, Tamuli di Macomer, del nuraghe Serras di Sindia, dei nuraghi Urassala, Nurtaddu, Badde Ona, Nuraccale di Scano Montiferro da loro scoperte (2002). Da quel momento ho cercato di capire se quel fenomeno fosse circoscritto ai territori attorno a Macomer o se coinvolgeva anche altre aree. Personalmente ho avuto modo di notare quelle presenti nel nuraghe Meringianu di Uras. A queste si sono aggiunte quelle presenti nei nuraghi Lugherras e Santa Cristina di Paulilatino segnalate da Giovanna Mura. Interessantissime quelle rupestri di Sa Perda Scritta a Perdaxius segnalate da Nicola Dessi e quelle di Cuccuru Corongiu a Genoni notate dal geologo Marco Mura. A questa tipologia di incisioni si riconducono anche quelle di Funtana ‘e Amenta a Bonarcado, pubblicate da Giacobbe Manca (2001). Questo studioso le riferì (basandosi sul tipo di lavorazione della pietra) ad un orizzonte Neolitico o Calcolitico (Manca 2001) senza istituire nessuna associazione

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Ipotesi suggestive pubblicate dall’Università di Cambridge e quasi ignorate in Sardegna dall’Archeologia accademica

Le enigmatiche incisioni “nuragiche” di Giovanni Usai Foto di Franco Muroni con quelle segnalate dal Pittau e dalla Paschina. Per quanto riguarda l’interpretazione, Giacobbe Manca (2002) ipotizzò che le incisioni di Funtana ‘e Amenta rappresentassero delle vulve. Nella sua interpretazione ebbe una parte importante il fatto che la roccia su cui sono state incise si trova nei pressi di una sorgente. Quelle presenti in un masso vicino al nuraghe Tamuli di Macomer, sono state interpretate da Gigi Sanna e Gianni Atzori come un’iscrizione (Sanna e Atzori 1999). Sono rappresentazioni di vulve o iscrizioni? O altro? Non è questa la sede per entrare nel merito (ma escluderei che si tratti di una forma di scrittura), in quanto l’obiettivo di questo scritto non è quello di tentare svi-

Nuraghe Serros, Sindia (NU).

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A sinistra: Nuraghe Urassala, Scano Montiferro (NU). Sotto: Nuraghe Succoronis Macomer (NU).

scerare il significato che gli attribuiva chi le realizzò, ma di sollevare l’attenzione su un fenomeno culturale che non ha ancora ricevuto l’attenzione che merita. Alle difficoltà estreme che caratterizzano i percorsi intelletuali tesi a sviscerarne il significato, sono da aggiungersi pure quelle che incontrano i tentativi mirati a determinarne un’esatta collocazione culturale. Attraverso la consultazione di manuali di arte preistorica, ho rilevato che le incisioni in oggetto hanno una fattura simile a quelle presenti in Liguria presso il riparo Mochi ai Balzi Rossi (Graziosi 1973, fig. 88), che Paolo Graziosi riferisce ad un orizzonte culturale epipaleolitico. Un dato che ci aiuta a constatare come le culture umane possono produrre, in modo indipendentemente, dei fenomeni artistici similari, anche senza alcun nesso spaziale o temporale. Le caratteristiche dei contesti geografico-culturali in cui le incisioni “nuragiche” sono state finora riscontrate si possono suddivvidere in quattro categorie: a) incisioni rupestri tipo Funtana ‘e Amenta di Bonarcado, Cuccuru Corongiu di Genoni e Sa Perda Scritta di Perdaxius; b) incisioni su massi inseriti in parti a vista dell’apparecchio costruttivo nuragico, come nel nuraghi Succuronis di Macomer o nel Lugherras di Paulilatino; c) incisioni su massi collocati sulla sommità del nuraghe svettato, come nel nuraghe Serras di Sindia e nel Meringianu di Uras; d) incisioni su massi che si trovano a poca distanza di nuraghi, come nel caso Santa Cristina di Paulilatino o del Nultaddu di Scano Montiferro. Nella categoria “a” abbiamo le due serie incisioni di Funtana ‘e Amenta e sa Perda Scritta che si trovano rispettivamente nei pressi di una sorgente e di un ruscello. E la serie di Cuccuru Corongiu realizzata sulla cima di uno sperone roccioso. Le incisioni di categoria “b” che (come detto si trovano in conci a vista) potrebbero risalire all’epoca nuragica o anche a tempi post-nuragici (un post-nuragico che inizia attorno al 1000 a.C., vedi Manca 1995 e Zedda 2004). Le incisioni di categoria “c” potrebbero riferirsi a

dei tempi post-nuragici se fossero state realizzate quando il nuraghe era già svettato, oppure a tempi nuragici se fossero state realizzate durante la costruzione e poi inserite all’interno dell’apparecchio murario, oppure a tempi prenuragici pensando ad un riutilizzo così come nel caso delle statue menhir inserite nel nuraghe Orrubiu di Laconi o nelle tombe di Giganti di Paule Lutturru di Samugheo o Aiodda di Nurallao. La possibilità che fossero un riutilizzo sembra emergere nel masso con le incisioni presente nel nuraghe Meringianu di Uras, dove accanto ad esso, giacciono, inequivovabilmente riutilizzati, gli spezzoni di menhir neolitici. Infine, per le incisioni di categoria “d” valgono le stesse considerazioni fatte per le incisioni di categoria “c”. L’interpretazione cronologica, cioè la collocazione culturale delle incisioni è tutt’altro che semplice, tenute in conto tutte queste caratteristiche ritengo che la particolare collocazione delle incisioni di caregoria “b” faccia escludere che si tratti di incisioni prenuragiche. Ritengo infatti impossibile che la particolare posizione delle incisioni collocate negli stipiti dei corridoi d’ingresso dei nuraghi possa essersi generata con la mirata collocazione di massi incisi in epoca neolitica o calcolitica. Siamo dunque in presenza di incisioni che devono essere collocate in un orizzonte culturale nuragico o post-nuragico. Se fossero nuragiche si dovrebbe pensare che in non pochi casi dei massi incisi venissero inseriti entro la massa muraria per motivi magico religiosi in riferimento a dei rituali di tipo fondativo. Mentre delle altre venivano inserite in punti visibili e soprattutto negli stipiti d’ingresso. Ovviamente, se le incisioni di categoria “c” fossero state realizzate su nuraghi gia svettati bisognerebbe attribuire l’insieme delle incisioni ad un orizzonte postnuragico. Come anzidetto la questione oggetto di questo scritto non ha ancora avuto il rilievo che merita. Credo che di incisioni ne esistano molte, molte di più di quelle finora note, il problema sta nel fatto che l’ar-

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Nuraghe Cuccuru Ladu, Macomer (NU)

Tomba di giganti “Sas Giagas” Macomer (NU). Nuraghe “Nurtaddu” Scano Montiferro (OR).

cheologia non le abbia ancora prese in seria considerazione. Ora, per poter capire meglio, è indispensabile ampliare il corpus documentale, per questo chiunque ne conosca qualcuna è pregato di renderle note.

Note Bibliografiche GHIANI PIETRO e MURONI FRANCO 2002, “Lettera al Direttore” in Sardegna Antica, n. 22, Nuoro. GRAZIOSI PAOLO 1973, L’arte preistorica in Italia, Firenze. MANCA GIACOBBE 1995, “Premessa Critica” alla ristampa del I Nuraghi e loro importanza (1888) di Alberto M. Centurione, Nuoro. MANCA GIACOBBe 2001, “Culto dell’acqua, “preghiere” e segni fertilistici a Bonarcado”, in Sardegna Antica n. 20, Nuoro.

MANCA GIACOBBE 2002, Bonarcado Antica, Nuoro. PASCHINA ISABELLA 2000, Monumenti archeologici di Macomer, Macomer. PITTAU MASSIMO 1985, La Sardegna Nuragica, Sassari. Sanna Gigi e Atzori Gianni 1999, “Che alfabeto usavano i Sardi Nuragici?”, in Sardegna Mediterranea n. 5, Oliena. ZEDDA MAURO PEPPINO 2004, I Nuraghi tra Archeologia e Astronomia, Cagliari.

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I ponti romani in Sardegna Testo e foto di Franco Laner 1. Premessa. I ponti romani non avevano parapetto. La visita Pont’ezzu di Ozieri, di una decina d’anni fa, durante i miei ahimè non frequentissimi soggiorni in Sardegna, dovuti principalmente allo studio dell’archeologia nuragica, è stata la molla che ha fatto scattare la curiosità per i ponti di pietra dell’Isola. Tutto cominciò da questo ponte, che visitai perché incluso nei monumenti da vedere di quella città, a cominciare dalle grotte neolitiche di S. Michele, ai nuraghi –splendido quello di Burghidu- tombe e domus, con emergenze che percorrono tutta la storia, con punte di grande enfasi, come la romanica chiesa di S. Antioco di Bisarcio, o il poco conosciuto centro storico,

con edifici di notevolissimo interesse, spagnolo, neoclassico e liberty in particolare. Il periodo romano è segnato dal lungo ponte sul fiume Mannu, sulla strada che da Ulbia passava per Gemellas e sbucava ad Hafa, per incanalarsi verso il sud, ricordato dalle cronache ozieresi poiché negli anni Cinquanta un contadino, nel passare sul ponte con una ruspa, aveva urtato ed abbattuto tratti del parapetto (fig. 1). Tuttora ci si lamenta per quell’insensato uso del ponte: e se si fosse riparato subito, mettendo i conci dov’erano e com’erano? Ma fu aggiunta incuria alla sbadataggine. Devo però a quell’incauto gesto e all’ancor più deplorevole noncuranza se posso aggiungere qualche os-

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Pagina a fronte: Pont’ezzu di S. Nicola ad Ozieri (foto G.Mazza). Ponte romano di sei arcate sul rio Mannu di 89m di lunghezza. 2. A destra: rete stradale della Sardegna romana.

servazione a quanto scritto sui ponti in Sardegna da attenti e preparati studiosi, in particolare Foiso Fois, che per l’Editore Gallizzi di Sassari, nel 1964 scrisse l’unica monografia su questo argomento. Proprio dove il parapetto fu divelto, si può notare che le lastre del selciato della carreggiata stradale raggiungevano il filo esterno del muro, segno evidente che il muro del parapetto è stato realizzato sul ponte già completato. Così ho fatto attenzione a questo particolare costruttivo anche sugli altri ponti ed ora non ho difficoltà a sostenere che i ponti romani non avevano parapetto. Questa constatazione è estendibile, ovviamente anche ai ponti romani continentali (fig. 2 e 3). D’altra parte molti ponti veneziani in muratura erano privi di parapetto, cosi come le fondamenta sui rii: ora tutto è protetto, come se si fosse perso il senso del limite o del pericolo o forse, semplicemente, sono in aumento gli ubriachi! Senza parapetto, il ponte romano era essenziale. Considerata la “velocità” dei mezzi (Fois la stima in 5 miglia orarie, ma 7 km/ora – un miglio romano vale 1,478 km- sono tanti!) ed il forte senso dell’equilibrio delle bestie da soma o da tiro, non c’era pericolo di andar di sotto, vista anche la notevole larghezza della sede stradale. Per di più –in caso di piena– il parapetto avrebbe aumentato la superficie di spinta e quindi il pericolo di crollo. Nei ponti più alti e stretti, specie medioevali, il parapetto fu realizzato contestualmente al ponte, infatti sulla sporgenza del rostro, veniva ricavata una piazzola per la sosta ed il riparo di eventuali pedoni, poiché il carro occupava tutto la larghezza fra i parapetti. Il ponte romano, senza parapetto è –anche dal punto di vista formale ed estetico– essenziale: nulla è concesso all’effimero o al superfluo. È opera, d’arte che acquista venustas (bellezza) proprio perché utilitas e firmitas (funzione e resistenza) sono in sommo grado perseguite. Ancora, l’interesse per questi manufatti mi ha convinto che molti dei cosidetti ponti romani, hanno assai

poco di romano. Forse le fondazioni. Si è a parer mio abusato di una correlazione che non è biunivoca: la ricostruzione dei tracciati della viabilità romana dell’Isola ha come elemento di fondo il ritrovamento di resti romani, oltre ai ponti, i miliaria, il selciato, ecc. Viceversa, se un ponte si trova su questa viabilità, diventa “romano”: Scopo dunque di questa nota è di elencare gli elementi necessari –anche se non sufficienti- per definire le caratteristiche che un ponte deve possedere per essere definito “romano”. Da quanto ho potuto capire, in Sardegna ci sono molti ponti vecchi. Non molti sono romani! Ancora una osservazione. Per cercare di definire una attendibile viabilità romana –lo stato attuale delle conoscenze ha ancora tratti di indecisione e discordanza di pareri (non si sovrappongono le cartine proposte

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Nomenclatura di un ponte di pietra. Sotto: Ponte romano di Illorai sul Tirso. Si nota chiaramente la superfetazione del parapetto.

da Meloni, Mastinu, Casula, Belli o lo stesso Fois)- sarebbe necessario riprendere in mano tutta la materia, specie alla luce di nuove acquisizioni e con apporti interdisciplinari (fig. 4). Oltre a costruttori e storici, è necessario l’apporto di linguisti, geografi e geologi, archivisti, antropologi, ecc., ed un forte contributo può derivare dagli studiosi locali, spesso fuori dall’accademia, ma profondi conoscitori del proprio territorio. Questi studiosi, tenuti

lontani dai recinti accademici e tacciati da dilettanti (ovviamente non nel senso buono del termine, come amanti del sapere, ma nel senso spregiativo) che “purtroppo” –reitero un giudizio di un eminente accademico sardo- pullulano anche nella nostra Sardegna e parlano senza discernimento, ma che pongono spesso interrogativi intriganti e di difficile risposta. Nonostante il ponte sia un fatto eminentemente costruttivo e perciò la sua essenza non può che appartenere alle discipline dell’architettura e dell’ingegneria, pure il ponte ha significati che superano l’artificio costruttivo e appartengono alla storia di un territorio. Il ponte è teatro di vicende umane più di qualsiasi altro manufatto, poiché è sempre di confine, capace di unire l’al di qua con l’al di là. Il suo artefice è il “pontefice”, massimo grado attribuibile, sia spiritualmente –non è forse il titolo di colui che traghetterà il popolo di Dio?sia concretamente a chi unisce due sponde opposte con artefici costruttivi. Pontefice massimo era titolo assegnato solo ai grandi duci ed imperatori romani. Ancor oggi, costruire un ponte, un grande ponte, travalica il fatto costruttivo in sé per consegnare alla storia l’evento ed il suo artefice. 2. Gli elementi costruttivi di un ponte romano Per rispondere alla domanda se un ponte vecchio possa considerarsi romano, ho pensato di elencare gli elementi costruttivi e la concezione strutturale che caratterizzano un ponte romano, a partire dallo spiccato di fondazione. Anche le fondazioni potrebbero essere un forte indicatore della romanità del ponte, infatti i romani costruivano fondazioni ad arco rovescio e continue ed assai ra-

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ramente i plinti delle pile erano isolati o su pali. Per capire la consistenza delle fondazioni occorre però scavare. La mia indagine è –come si può capire- superficiale (spero si prenda alla lettera l’aggettivo), limitata dunque a ciò che qualche sopralluogo può restituire. In particolare abbiamo preso in considerazione (devo molto alla collaborazione di un mio laureando, ora architetto Roberto Simionato): a) la geometria del ponte: rapporto luce dell’arco/ freccia rapporto luce dell’arco/spessore pile b) rapporto altezza conci/luce dell’arco c) simmetria d) Tipologia rostri e) Buche pontaie f ) Parapetti g) Conci dell’arco e dei rinfianchi (fig. 5). In modo sintetico, stabilite dunque “le regole” canoniche degli aspetti sopraelencati, un ponte è per me “romano” quando esse regole siano rispettate. L’incongruenza di una o due può non essere significativa, ad esempio la simmetria (v. Porto Torres) od il rapporto luce arco/spessore pila. Ma se le regole non rispettate sono uguali o maggiori di tre, c’è fortemente da dubitare che il ponte sia romano. Sulla geometria dell’arco, il rapporto luce /freccia deve essere due, ovvero l’arco è sempre a tutto sesto. I romani hanno costruito ponti ad arco ribassato o a più centri, mai però in Sardegna. Sul rapporto luce arco/spessore pila, in generale siamo fra 2/1 e 3/1. Questo rapporto non è però così determinante, così come l’altezza dei conci in rapporto alla luce. Piuttosto, una volta fissata l’altezza del concio, 1 piede e _, oppure due piedi, essa rimane costante, sia per gli archi di maggior ampiezza, sia per quelli di minore, anche quando il ponte sia a molte arcate. Come dire che si preferiva la costanza di modulo, piuttosto che l’economia derivante dalla elementare regola di proporzionalità statica che recita che più grande è la luce, maggiore sarà il concio. Tutti i conci convergevano verso il centro dell’arco e lo spessore della volta era costante. I conci del rinfianco erano posti su di un letto orizzontale. La simmetria, per questioni sia di venustas (o meglio concinnitas=ritmo, armonia), sia di praticità, era generalmente rispettata, tranne in quei casi dove il luogo non si prestava (es. Porto Torres, anche se c’è un ritmo crescente fino all’ultima, grande arcata). Il concio di chiave dell’arcata maggiore, sul centro del letto del fiume, era, per così dire, lo spartiacque della schiena d’asino del profilo del ponte (fig. 6). La prova decisiva della romanità di un ponte è il rostro. I romani realizzavano questo importante elemento di protezione assieme alle pile, ovvero non era opera aggiuntiva ed il tutto era un blocco monolitico (fig. 7). Il ponte era dunque concepito come un unico corpo, a

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partire dalle fondazioni ad arco rovescio e continue, con l’integrazione di pile, archi e rostri, fra loro ben ammorsati, che si concludeva col selciato stradale, senza parapetti. La presenza delle buche pontaie, su singola o doppia fila, sono un altro importante indicatore della costruzione romana. Più tardi, in epoca medioevale, per l’appoggio delle centine furono impiegate rientranze o mensole, ma i romani preferivano infilare travi nello spiccato della volta –tre o quattro- su cui impostare la provvisoria centina (fig. 8). Ovviamente a queste regole è necessario aggiungere la “sensazione”. All’occhio esperto non serve il catalogo analitico: tante piccole sfumature e la concezione d’insieme, permettono un giudizio immediato dell’appartenenza e datazione di un’opera. Immediatamente una chiesa si giudica romanica, gotica o barocca, così è normale riconoscere in un centro storico un edificio neoclassico, o liberty o contemporaneo. Nell’indecisione le “regole “ sopradescritte possono contribuire al giudizio di appartenenza. 3. Di alcuni ponti esemplari. Ci sono dunque ponti che immediatamente si giudicano romani,come il caso di Porto Torres o Pont’ezzu di Ittireddu, altri dove c’è sospensione di giudizio. È il caso ad esempio del Ponte di Fertilia, Alghero. Ho spesso letto, sulla stampa locale, specie nel recente passato quando il ponte è stato oggetto di restauri, dei dubbi sull’originalità romana. Spesso i dubbi nascono perché non c’è uniformità costruttiva. Ciò è dovuto a rifacimenti per crolli parziali. Le arcate che la foto 9 fa vedere sono romane, gli elementi costruttivi rientrano nei canoni sopra descritti, ovviamente non il parapetto. Le arcate iniziali invece non sono romane. Probabilmente sono state rifatte partendo dalle fondazioni originali, ma l’apparecchio murario è improprio. Anche nel ponte di Allai si riconoscono facilmente le arcate romane da quelle medioevali e successive (fig.10). Uno straordinario ponte romano è per me quello di Illorai sul Tirso. Ancora oggi in uso, dimostra tutta la magistrale tecnica raggiunta dai romani. Tale ponte avrebbe dovuto, secondo il Fois, servire il raccordo trasversale fra la Hafa-Caralis e l’Ulbia-Caralis, all’altezza di Macomer-Nuoro. Pont’ezzu di Illorai si trova infatti non distante dalla cantoniera sul Tirso, a sud-est di Illorai, salendo verso Ozieri. Composto da tre arcate, quella centrale è inusitatamente ampia. La luce interna, fra le pile, è di 13,65 m e l’arco è a tutto sesto. Chi l’ha descritto o lo guarda, pensa sia un arco a tre centri, poiché in chiave e all’imposta la curvatura è diversa dai reni. Purtroppo tale configurazione viene assunta quando il carico ai reni provoca una depressione che modifica la

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Ponte Ennas nelle vicinanze di Padria. Questo ponte potrebbe essere di impianto romano fino ai reni. Il resto mi pare rifatto.

curva intradossale della volta, non scevra di pericolo, in quanto tale regione lavora a presso-flessione. Specificatamente dovrei dire che la curva delle pressioni è uscita dal terzo medio e la configurazione ha trovato un nuovo equilibrio, anche se è un equilibrio aleatorio. Nello schizzo è illustrato il fenomeno che disturba la geometria dell’arco originale a tutto sesto (fig. 11). Il grande arco si scarica sulle larghe pile, che a loro volta si raccordano con i due archi laterali, anche essi a tutto sesto e di minor luce (4,7m) che completano lo scarico delle spinte al terreno roccioso. Il ponte è lungo complessivamente circa 50 m. Le buche pontaie, generalmente su di una fila, sono qui su doppia fila, proprio per la necessità di una centina robusta, atta a sopportare il carico delle volte prima del disarmo (fig. 12). La grande robustezza del manufatto è dovuta anche al fatto che le fondazioni sono impostate su viva roccia. I conci dell’arco, in trachite, sono perfettamente squadrati e la perfezione costruttiva risalta proprio nella levigatezza e complanarità dell’intradosso della volta, che pare intonacata. Il parapetto del ponte risulta, come si vede bene nella fig. 12, chiaramente aggiunto, probabilmente in epoca medioevale, poiché i romani, per motivi che ho già spiegato, non lo costruivano. Infine i rostri, con punte a monte di circa 100°, sono raccordati contestualmente alle pile. Questo particolare costruttivo è uno degli indici più significativi della romanità del ponte. Dal punto di vista della venustas, a parte la forte emozione dell’armonioso inserimento del manufatto nel contesto ambientale, che sarebbe ancor più godibile senza la superfetazione del parapetto, il ponte è geometricamente un capolavoro di simmetria ed armonia di proporzione. La schiena d’asino del profilo, pur disturbata dal parapetto, è accentuata proprio dall’ampiezza dell’arco che rende estremamente snello il profilo, la cui forte geometria contrasta vibratamente con l’accidentalità del luogo. È, semplicemente, bellissimo. Infine per ciò che riguarda l’utilitas, la foto in controluce mostra che ancora oggi, a quasi duemila anni di distanza (penso sia un manufatto di epoca imperiale, primo-secondo secolo dopo Cristo), consente il passag-

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il monte acuto

Sardegna

terra di arte, sapori e tradizioni millenarie Un paesaggio infinito. O meglio, una infinita varietà di paesaggi. Questa è la Sardegna, e questo è il Monte Acuto, regione che pare sintetizzare la vasta gamma di paesaggi che l’Isola offre. Un significativo campionario di forme e di suggestioni, ben in grado di rappresentare gli ampi e variegati panorami delle zone interne della Regione. Il Monte Acuto è una delle 25 Comunità Montane della Sardegna. Undici comuni, 40.000 abitanti, 149.000 ettari di territorio. Meno di un quarantesimo dell’intera popolazione della Sardegna, un sedicesimo circa della superficie dell’Isola. A meno di un’ora di automobile dagli aereoporti di Olbia e Alghero, il Monte Acuto è un territorio di paesaggi incontaminati e di sapori genuini. Una Comunità Montana, cioè una realtà geografica, economica e sociale caratterizzata da elementi peculiari che le danno una sua unità profonda, che ne fanno una “tessera” inconfondibile di questo straordinario mosaico di terre e di uomini che è la Sardegna.

Oschiri

Berchidda Olbia Sassari Alghero Nuoro

Tula

Alà dei Sardi

Oristano

Ardara

Buddusò

Cagliari

Mores

Pattada

Ittireddu

Nughedu San Nicolò

Ozieri

REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA VI COMUNITÀ MONTANA

www.monteacuto.it OZIERI

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Controluce sul ponte su cui transita ancor oggi un carico notevole. Pont’ezzu di Ittireddu. L’arcata principale è ancora perfettamente conservata. Il letto del rio Mannu è ora spostato e sotto l’arcata di trachite di 8 m di luce non scorre più l’acqua.

gio di mezzi anche pesanti (si noti il camioncino) e nessuna piena del Tirso l’ha mai scalfito (fig. 13). Un altro ponte romano –o ciò che purtroppo resta- merita una visita. È quello di Ittireddu, sul rio Mannu ed anch’esso è segnalato dal Fois, che pone Hafa, importante “mansio” romana, sulla via Caralis-Turris, proprio nelle vicinanze di questo manufatto, da dove partiva la diramazione per Ulbia, passando per Liguidonec (Castra) e prima anche per Pont’ezzu di S. Nicola, ponte mai menzionato né dal Fois, né dagli storici, ma anch’esso di squisita fattura romana. È invece segnalato dal Belli nella carta della viabilità romana in Sardegna. Anche il rio Mannu, che scorreva sotto la grande arcata ha ora spostato il suo letto di una trentina di metri e così i resti del ponte sono ancora più desolanti, inutili e sostituiti da una misera, anche se essenziale, passerella in cemento armato. La grande arcata, di più di otto metri di luce, è realizzata con conci stretti e lunghi (75 cm, circa due piedi e mezzo), perfettamente lavorati di trachite rosso viola (fig. 14). Stesse dimensioni dei conci per l’altra arcata, di nemmeno quattro metri, quasi a sottolineare che la saldezza dell’opera non sia in relazione allo spessore dell’arco portante, quanto piuttosto ad una regola di misura e alla bontà di lavorazione e posa. La perfezione

ed il magistero della volta è contrastata cromaticamente dal bianco dei corsi orizzontali del calcare delle pile e dei rinfianchi del ponte. Di altri ponti mi sono occupato, ma il carattere di questo scritto impone sintesi e perciò aggiungo solo che non giudico romani né il ponte di Brabaciera di Isili (fig. 15), né quello sull’Oino (fig. 16), mentre il ponte Ennas, su di un affluente del Temo, sotto Padria, potrebbe essere romano fino all’attacco dell’arco (fig. 17). Il ponte sul Gusana, ora sotto l’ acqua della diga, da quel che si può vedere dalle foto, ha senz’altro la campata centrale rifatta, sicuramente non originale (fig.

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Anche sul ponte di Fertilia, laguna del Calich, si nota l’aggiunzione del parapetto. Il suo apparecchio murario è infatti completamente estraneo al ponte vero e proprio.

18). 4. Conclusione. Patrimonio da rivalutare Al di là della facile considerazione che questo patrimonio costruttivo andrebbe maggiormente conosciuto e quindi valorizzato e che è ormai tempo di passare dagli inconclusivi discorsi, ormai stantii, sul turismo culturale, ad atti pratici, o perlomeno ad avviare progetti di respiro ampio, considerati gli enormi giacimenti archeologi e storici dell’Isola, vorrei dire di alcuni corollari di questo, seppur modesto ed iniziale, studio sui ponti romani. Mentre nei ponti romani continentali si possono registrare inosservanze ai canoni costruttivi canonici e concessioni al genius loci, soprattutto per ciò che concerne adattamenti al contesto, in Sardegna la regola è stata fatta osservare con ostinata volontà, con determinazione e direi quasi con cattiveria. Come dire che nulla è stato concesso: si fa così e basta! Almeno questa è la mia opinione e se è vera, ne discendono altre. Ho detto che la bellezza di un ponte è data dalla sua utilità, funzionalità, saldezza e simmetria, allargata alla concinnitas, massima concessione della mentalità pratica ed utilitaristica dei romani. Ho visto una sola volta il monumentale ponte romano di Porto Torres. Ma ragionando su due immagini (fig. 19 e 20), l’una del viaggiatore inglese W. H. Smyth, l’altra una foto d’epoca e pur sapendo che il ponte è romano, anzi, da quello che ho visto, imperiale e di città (in città i ponti romani fanno parte dell’aulicità che i manufatti devono possedere, mentre altro carattere hanno i ponti di servizio della viabilità interna (fig. 21 e 22)), osservo che a rigore, non dovrebbe avere arcate, la

terza e la quarta, così strette e ad arco rialzato. Il ponte così com’è, è dissimetrico, sconclusionato, rotto nel ritm o . Ho provato a sostituire, nelle fotocopie, i due archi con un arco. Il ponte risulta subito armonioso e “romano”. Sostengo –a distanza- che le due arcate non siano originali e appena posso andrò a verificare. Se è vera questa interpretazione, diventano credibili anche le altre le considerazioni di questa nota! Riferimenti bibliografici AMADU, Francesco, La diocesi medioevale di Castro, Tipografia il Torchietto, Ozieri, 1984. BELLI, Emilio, “La viabilità romana nel Logudoro-Meilogu”. In Il Nuraghe di S. Antine a cura di A. Moravetti, Carlo Delfino editore, Sassari, 1988. CASULA, F. Cesare, Sintesi de la storia di Sardegna, Carlo Delfino editore, Sassari, 2002. FOIS, Foiso, I ponti romani in Sardegna, Ed. Gallizzi, Sassari, 1964. LANER, Franco, “Aggiunzione da una sottrazione. Pont’ezzu di Ozieri”, in Voce del Logudoro n° 15, aprile 2001. LANER, Franco, “Pont’ezzu sul Tirso, eccezionale biglietto da visita del Goceano”, In Voce del Logudoro n° 6, febbraio 2003. LANER, Franco, “Pont’ezzu, ponte romano sul Rio Mannu ad Ittireddu”, In Voce del Logudoro, n° 17, maggio 2003. MAODDI, Pasquale, Gusana. L’età romana in Barbagia, Associazione culturale s’Isprone, Gavoi,1997. MELONI, Pietro, La Sardegna romana, Editore Chiarella, Sassari, 1975. PAIS, Ettore Storia della Sardegna e della Corsica durante il periodo romano, Vol. II riedizione Ilisso, 1999 (originale 1923). SMYTH, William Henry Relazione sull’isola di Sardegna, Riedizione Ilisso, Nuoro, 2000.

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Ponte di epoca imperiale a Decimomannu (CA), di cui oggi ci sono pochi resti.

SPANO,

Ponte di Allai. Le due arcate centrali sono romane (si vedono le buche pontaie e l’attacco originale del rostro alla pila). L’arcata in primo piano è medioevale.

Ponte sul Gusana, ora sommerso dal lago artificiale. L’impianto potrebbe essere romano, ma anche l’arcata centrale è stata rifatta.

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Note sulle genealogie e la poetica della chiesa di San Nicola di Silanos, Sedini

Fra i ruderi i frammenti di un sogno medievale MENTRE TUTTO CONCORRE A FARCI CREDERE CHE LA STORIA SIA FINITA E CHE IL MONDO SIA UNO SPETTACOLO NEL QUALE QUELLA FINE VIENE RAPPRESENTATA, ABBIAMO BISOGNO DI RITROVARE IL TEMPO PER CREDERE ALLA STORIA. QUESTA POTREBBE ESSERE OGGI LA VOCAZIONE PEDAGOGICA DELLE ROVINE. MARC AUGÉ

L’

architettura romanica in Sardegna si sviluppa, principalmente dalla metà dell’XI alla fine del XII secolo, in un epoca caratterizzata da grande vitalità economica e sociale, determinata dallo sviluppo delle grandi aziende agricole delle abbazie benedettine e l’intensificazione dei traffici e del commercio. Il papato ed i Giudici (judikes) locali promuovono la propagazione degli ordini monastici nell’Isola e dai numerosi atti di donazione emerge l’esistenza del fenomeno, diffuso in tutta Europa, della «chiesa privata»1; è quindi l’epoca delle grandi donazioni e fondazioni a favore dei conventi, che determinarono ´il fiorire dell’architettura» che ´sarebbe inconcepibile senza l’enorme incremento del patrimonio ecclesiasticoª2. In quest’epoca nell’isola si insediano diversi ordini monastici, fra i quali: cassinesi, cistercensi, vittorini, camaldolesi, vallombrosani. Nei primi decenni del XII secolo nel Giudicato di Torres, richiamati da una committenza giudicale o a loro strettamente legata, agisce una cerchia di maestri di diverse provenienze, che si scambiano le esperienze vi-

di Frank Pittui

cendevolmente3, ed erano nel contempo «attive maestranze edilizie in cantieri itineranti e perciò culturalmente assortiteª4. Del resto sono documentati gli itinerari marittimi, rivelatori di una rete di relazioni e di scambi, nelle reciproche direzioni Pisa-Sardegna-Provenza-Spagna5. In questo contesto sorgono un grande numero di architetture, soprattutto religiose. Le chiese mostrano una gran varietà di piante, di tecniche costruttive e di materiali e sono arricchite da un vasto repertorio di forme decorative. Gli esempi più rilevanti, di questa prima fase, sono costituiti dalla cattedrale metropolitana di San Gavino di Porto Torres (1065-1111) e dalla cappella palatina di N. S. del Regno di Ardara (consacrata nel 1107) che sarà anche il modello più replicato. Fra queste la chiesa abbaziale di San Nicola di Silanos (ante 1122) ha una posizione di rilievo per le sue caratteristiche formali e per la elaborazione del tema tecnico e concettuale; secondo il Delogu è tra quelle ´artisticamente più raffinate dell’intera famiglia del romanico dell’Isolaª6. IL TERRITORIO La curatoria dell’Anglona all’inizio dello scorso millennio rappresentava uno dei 21 distretti o cantoni che componevano il Giudicato di Torres. Il suo territorio corrispondeva a quello dell’antica diocesi di Flumen o Emporia (chiamata dal XIV secolo in poi “Ampurias”). Fra l’XI ed il XV secolo vi erano 17 centri abitati fra questi nella conca di Silanos, in territorio di Sedini, oltre agli abitati di Silanos e di Speluncas è documentata la presenza di due domesticas (fattorie). Esistono nell’area, oltre il San Nicola, i resti delle chiese di Santa Maria in Solio, Santa Barbara (rimaneggiata nel XVII se-

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Vecchia immagine di San Nicola.

colo) e San Giovanni di Silànis, di cui rimane solo l’agiotoponimo7. La valle di Silanos era attraversata dall’antica strada denominata “Via de Galure” che si dipartiva da San Pietro delle Immagini (Bulzi), identificata da alcuni quale sede della cattedrale della diocesi ampuriense e ubicata nel villaggio di Flùmine, capoluogo della curatoria, e risalendo il corso del torrente verso Silanos, dopo aver attraversato San Pancrazio di Nursi, giungeva a Tergu8. I COMMITTENTI Negli studi più recenti si presta sempre più maggiore attenzione al grande impatto sociale avuto dai monasteri, ´sulla loro capacità di essere strumenti o protagonisti della progressiva ridefinizione medievale dei vertici politici, sulla loro funzione di riorganizzazione agrariaª9. Sicuramente anche il priorato di San Nicola ebbe un suo impatto: questo era un centro di spiritualità e di cultura ed al tempo stesso un organismo economico amministrativo. Una cospicua donazione testamentaria aveva costituito la base finanziaria per la costruzione del complesso; a questa ne fecero seguito altre fino al punto che, quello di San Nicola, divenne uno dei monasteri in assoluto più ricchi della Sardegna10. La prosperità dell’abbazia, la ricchezza dei possedimenti fondiari, lo sviluppo delle strutture architettoniche si spiegano anche in rapporto al legame stabilito con una committenza ai vertici del potere. Questo legame è comprovato dalla conferma del possesso del S. Nicola fatta nel 1147 dal giudice di Torres Gunnari (Gonnario) ai cassinesi. Dei committenti in realtà si sa ben poco, tuttavia Furatu de Gitil apparteneva ad una delle più distinte famiglie del regno di Torres come sua moglie Susanna de Thori. Quel che è certo è che questi, avendo fatto erigere la chiesa ed il convento a proprie spese, hanno esercitato un ruolo determinante sulle scelte della forma architettonica. A suo tempo, per edificare la basilica di San Gavino a Porto Torres, il giudice di Torres aveva fatto chiamare «XI Mastros de pedra, et de muru sos plus fines, et megius qui potuerunt acatare in Pisasª11, con molta probabilità anche i committenti del San Nicola cercarono nella stessa città le maestranze. Pisa fin dall’XI secolo, con i suoi molteplici cantieri fu il centro di attrazione di maestranze specializzate provenienti soprattutto dalla Lombardia, che da lì si spostavano in altre aree12 compresa probabilmente la Sardegna.

IL SANT’ALESSANDRO MAGGIORE E ALCUNE PROPAGGINI DEL ROMANICO LUCCHESE Sotto il vescovato di Anselmo dei Conti di Baggio, successivamente papa con il nome di Alessandro II (1061-1073), a Lucca si ricostruiscono o si fondano exnovo varie chiese, fra le quali S. Martino, S. Michele in Foro ed il S. Alessandro, caratterizzate dallo schema basilicale e da un sobrio classicismo ispirato dall’austerità della riforma gregoriana di cui il vescovo lucchese fu promotore. Tale ritorno all’antico assume caratteri diversi rispetto agli sviluppi di Pisa e Firenze, tanto da poter individuare un “romanico lucchese” caratterizzato da elementi peculiari che permarranno fino al secolo XIII fra questi: la persistenza della tradizione romana e greca, l’esclusiva adozione dell’impianto basilicale, l’assenza di coperture a volte. In un articolo, pubblicato sulla sua rivista, Carlo Ludovico Ragghianti13 aveva richiamato l’attenzione degli studiosi sulla chiesa di S. Alessandro a Lucca da lui ritenuto una dei grandi capostipiti architettonici italiani dell’XI secolo. Questi proponeva un raggruppamento delle chiese “anselmiane”, nelle quali si riflette appunto il modello del S. Alessandro. In uno studio più recente14 si propone un riordino della cronologia delle varie fasi costruttive della chiesa così le murature più antiche vengono datate al IX secolo, la ristrutturazione del presbiterio all’XI secolo e le fasi più tarde al XII. Avendo quindi il Sant’Alessandro assunto l’aspetto attuale solo nel XII secolo, pur rimanendo «il raggruppamento delle chiese anselmiane proposto dal Ragghianti […] sostanzialmente validoª, il S. Alessandro «non può essere più considerato l’archetipo […] ma è innegabile una loro affinità».15 Il Silva infine individua diverse analogie, piuttosto che con il Sant’Alessandro, fra un gruppo di chiese della Lucchesia, comprendenti fra le altre il San Pietro di Valdottavo, Santa Maria Assunta a Piazza di Brancoli e due chiese nell’antica città di Mariana in Corsica: San-

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Ricostruzione della facciata secondo Salvatore Rattu, da “Palladio” n. 7, 1957.

ta Maria Assunta detta “La Canonica” (1119) e San Parteo. Gli elementi che accomunano queste chiese sono la presenza delle buche pontaie a vista nel paramento murario16, le monofore allungate e fortemente strombate, i pilastri al posto delle colonne, tutti componenti al contempo comuni alle due chiese anglonesi17 di San Giovanni di Viddalba e San Nicola di Silanos18. Altro elemento comune alle 4 chiese isolane citate è la presenza degli oculi in facciata. Tuttavia nel caso del San Nicola si riscontrano corrispondenze dirette col Sant’Alessandro, quali i piedritti monolitici nel portale e soprattutto la presenza delle decorazioni del frontone di gusto classico come quelle del timpano del portale del testo lucchese.

tiva del quadrato quale modulo di base (vedi figura pag. successiva), così come a Viddalba. A Lucca risultano costruite con lo stesso metodo delle proporzioni ad quadratum il San Pier Somaldi ed il San Michele.

IL SAN NICOLA ED IL SAN GIOVANNI DI VIDDALBA Il San Nicola viene spesso accomunato con il San Giovanni di Viddalba, fino ad ipotizzarne un improbabile attribuzione ad un unico esecutore19. Quello che si può affermare con certezza per ambedue è l’esistenza di una loro relazione con l’ambiente lucchese, ma mentre nel San Giovanni vi è una maggiore adesione a tale tradizione20, il San Nicola al contrario appare permeato da diverse influenze ed il suo maestro dimostra di possedere un lessico molto più ampio ed una personalità più complessa. Tuttavia quello che emerge è che sia le misure maggiori del San Giovanni di Viddalba21, che del San Nicola sono multipli dell’unità di misura lucchese, il palmo lucchese appunto (che è pari a 0,2915 m.). Infatti la lunghezza della fabbrica, dall’estremità (quadrante) dell’abside alla linea esterna della facciata, è pari a circa 22,14 m. cioè 76 palmi lucchesi e larga 11,08 m. cioè 38 palmi, pertanto si ricava anche la matrice composi-

IL MAESTRO DI SILANOS Il Maestro di Silanos, fa parte di quella cerchia di architetti che in Sardegna assunsero quel «particolare atteggiamento» di fronte alle due nuove correnti lombarda e toscana22. La più grande fabbrica romanica esistente nell’isola al tempo della costruzione del San Nicola era il San Gavino e «contatti immediati tra i costruttori della chiesa di Silanos ed il testo conosciuto della basilica turritana»23 sono evidenti. Questi contatti tuttavia sono riferibili principalmente ad alcuni aspetti tecnico-formali (fabrica); sono infatti molto simili gli elementi costitutivi di archetti e lunette, le mensole sulle quali sono impostati gli archi delle campate, la scansione delle facciate laterali con le lesene e copia di archetti, ecc. Molto diversa appare la prospettiva teorica e matematica (ratiocinatio) che regola il progetto del San Nicola. Infatti il nostro, abbandonate le suggestioni tardoantiche ancora presenti nella cattedrale turritana, suddivide lo spazio in campate, lo ricopre con volte e

Ricostruzione del lato sud, di Salvatore Rattu.

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A COMUNITÀ MONTANA N. 2

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Facciata e pianta, rapporti geometrici.

circoscrive la fabbrica entro rigidi schemi geometrici e simmetrici. In particolare viene adottato un impianto a simmetria bilaterale e, come già accennato, i rapporti canonici 1:2 sia per la determinazione della larghezza delle navate che per il dimensionamento degli oculi in facciata (quello centrale è pari al doppio di quello laterale). Inoltre nel proporzionamento della facciata sono stati utilizzati sistemi modulari ad triangulum (vedi figura in alto) come era uso diffuso in gran parte d’Europa in tutto il medioevo. I riferimenti del maestro all’ambiente toscano emergono nel tipo di ricerca formale e spaziale: infatti per l’immagine di limpide superfici, dovuta alla levigatissima muratura, e per la sua forma stretta e slanciata potrebbe far pensare ad aspetti presenti nella chiesa dei SS. Apostoli a Firenze che annuncia, come notò Vasari, temi rinascimentali ed alla quale Bruno Zevi associa il San Frediano a Lucca (1112-1147)24. Anche se nel San Nicola lo slancio verticale nella navata centrale è smorzato, per non appesantire ulteriormente la struttura già gravata delle volte. Inoltre il peculiare riferimento al mondo classico del maestro, derivato dalla sua educazione lucchese (Serra), affiora, oltre che nei capitelli corinzi delle lesene centrali in facciata e nei capitelli25 delle due colonne del presbiterio, principalmente nel frontone dove, nelle decorazioni della cornice, compaiono ovoli e dardi. Ed anche nella tecnica muraria adottata e cioè l’opus quadratum, che tuttavia in Sardegna era largamente diffusa per la persistenza della tradizione tardoromana. Ma gli elementi significanti del linguaggio classico sono raccolti e classificati senza essere interpretati storicamente; del resto la presenza di altri elementi, come per esempio la monofora a sesto acuto di derivazione islamica26, collocata nel cleristorio, confermano questo atteggiamento descrittivo e di realizzazione formale.

Un altro elemento di novità è costituito dalla scelta di coprire l’intero edificio con volte. A quel tempo era già in atto la tendenza all’utilizzo sempre più diffuso di tali soluzioni, prima limitato a piccole luci, poi anche per luci maggiori. Le costruzioni a volta in quel tempo rappresentavano delle eccezioni, e come afferma il Kubach «il gran numero delle nuove costruzioni[…] in tutta l’architettura basilicale del tardo XI secolo e fino all’avanzato secolo XII, rimane fedele al soffitto in legnoª27. L’utilizzo della volta a crociera liscia comunque rappresenta la scelta di una tecnica consolidata in ambito lombardo28 e in uso anche in Sardegna nelle navate laterali come a Porto Torres e Ardara, e per luci lievemente maggiori nell’aula di S. Nicola di Trullas a Semestene (1113). Tuttavia le volte a Silanos sono realizzate con conci squadrati e messi in opera in perfetta aderenza, con un risultato molto differente dagli altri casi appena citati, con una perizia in possesso solo a maestranze altamente specializzate. Come già accennato prima, con molta probabilità parte delle maestranze del San Nicola provenivano da Pisa (e/o Lucca) e indirettamente dalla Lombardia; del resto in ambito toscano è documentato un flusso pressoché costante di costruttori lombardi fin dall’alto medioevo29. Il maestro di Silanos svolge il tema figurativo con grande equilibrio e risolve con competenza il problema strutturale. Crea un edificio interamente in pietra bianca che, raggiungendo una configurazione di grande coerenza, si stacca nettamente dal paesaggio circostante proponendosi come oggetto concluso. La sapiente fusione di diverse esperienze culturali ha prodotto un ri-

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sultato inedito che il Delogu ha dovuto necessariamente definire “sardo”30. LO STATO DEI LUOGHI I resti del complesso di San Nicola si trovano nel fondo di una valle su un terreno alluvionale, poco distanti dalla sponda nord del rio Silanis e nei pressi di una sorgente. Della chiesa rimangono dei frammenti: una navata laterale, l’abside (ricostruita dopo il crollo del 1995), parte della facciata, i resti delle basi dei piedritti, il tornacoro e parte delle murature perimetrali anche se ricostruite intorno agli anni ’50 del secolo scorso, infine la base della torre campanaria mai portata a termine. Resta poco anche del convento di cui, immediatamente a sud della chiesa, sono evidenti le tracce costituite da una massiccia base muraria che emerge di tanto in tanto dalla fitta macchia. Il San Nicola ha l’abside orientata a ovest, forse a causa delle situazioni contingenti, trovandosi questa in una conca chiusa su tre lati da alte pareti calcaree e aperta verso oriente. Tuttavia in Sardegna orientata esattamente nello stesso modo vi è il San Simplicio di Olbia e a Lucca il San Frediano. Per quanto riguarda il materiale lapideo impiegato per la realizzazione dell’edificio, da un primo studio31 risulta che il litotipo prevalente è costituito da una calcarenite friabile. Questo fa ritenere che i costruttori facessero riferimento ad una cava di estrazione; per la corrispondenza, dal rilievo geologico si evince che le cave fossero ubicate in zona dell’abitato di Sedini, sul piano di Lu Padru (distante dal S. Nicola circa 3 km.). LA CHIESA L’interno La chiesa divisa in 3 navate e 6 campate era coperta interamente con volte a crociera rialzate, divise da archi trasversali impostati su mensole collocate in corrispondenza dei piedritti, i quali, a pilastro di pianta rettangolare nelle prime campate e cruciforme nella penultima, divengono a colonna nell’ultima32. Lo spazio all’interno era scandito dagli archi delle campate; la larghezza di queste ultime, per dare la sensazione di maggiore profondità, fu dimensionata secondo un modulo approssimativo AABCCB (vedi fig.2), in cui le due campate “CC” sono le maggiori e le “AA” (in corrispondenza dell’anticoro e della tribuna) le minori per ordine di grandezza. Questo testimonierebbe una organizzazione dello spazio in funzione prospettica. Il coro, collocato di fronte alla tribuna alla quale si accede salendo tre gradini, è diviso dal resto dell’aula da un tornacoro realizzato con bassi parapetti di pietra. La luce all’interno penetrava attraverso monofore alte, strette e a doppio strombo nel piano inferiore, da una copia di monofore a strombatura interna nel cleristorio e

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dagli oculi in facciata. Gli oculi, collocati in corrispondenza del centro di ogni navata, sono sull’asse longitudinale al contrario tutte le aperture allungate sono sull’asse trasversale eccetto quelle dell’abside che sono concentriche rispetto al suo centro. La maggiore concentrazione delle fonti luminose è nell’area del presbiterio e nella terza campata in corrispondenza del coro. Infatti le monofore sono aperte nel perimetro dell’abside in copia, e nella terza, quarta, quinta ed ultima campata e nel cleristorio la copia di monofore ancora in corrispondenza della terza campata. Ad illuminare quell’area contribuiva anche la luce che attraversando l’oculo centrale, nelle ore antimeridiane, giungeva fino all’abside. Inoltre nell’area della tribuna la luminosità era amplificata dal riverbero del pavimento anch’esso in calcarenite bianca. L’esterno La facciata è composta dal timpano (con la base pari a 18 palmi lucchesi), collocato sulla sommità al centro, e più in basso da due spioventi laterali (10 palmi). La parte sottostante è divisa in tre specchi, leggermente arretrati rispetto al piano soprastante e perforati da tre oculi e dal portale architravato e sormontato da un arco di scarico. Gli specchi sono riquadrati dalle paraste d’angolo e dalle due lesene su cui poggiano gli archi. Le arcate ai due estremi sono uguali ed equidistanti rispetto all’asse di simmetria che, al centro della facciata, viene marcato dalla mensola su cui poggiano i due archetti pensili che dividono lo specchio centrale e dall’oculo. E’ da notare come gli specchi laterali presentino una leggera dissonanza in quanto il centro dell’oculo, coincidente approssimativamente con l’asse della navata, non corrisponde a quello dell’arco. Alla base sono adagiati i sarcofagi, uno per lato in corrispondenza degli archi laterali. Al disopra di un sarcofago, incisa sul paramento esterno della facciata, compare un’epigrafe funeraria, con la dicitura: » HIC REQUIESCIT CORPUS / IOH(ANN)ES THURIO / ET ELENE DE QUERQUI ´ « La parte inferiore del prospetto laterale, chiusa alle estremità da due paraste d’angolo, è ritmata con la ripetizione seriale di una lesena con base modanata e due archetti pensili. Nel cleristorio, causa l’altezza limitata, scompaiono le lesene per cui gli archetti poggiano su delle mensole. Il prospetto posteriore si presenta con il corpo centrale a doppio spiovente concluso da una sobria cornice che si flette leggermente all’estremità. Appena più in basso sporge l’abside, divisa in tre campi da altrettante arcate, di pari misura, impostate su sottili paraste che determinano tre specchi: quello centrale è cieco, nei due laterali sono aperte monofore. In corrispondenza delle navate laterali, in posizione simmetrica rispetto al centro, al di sotto delle cornici degli spioventi è collocato un arco cieco di altezza inferiore ma con la base uguale a quelli dell’abside.

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Le basi delle lesene lungo il prospetto nord, nel 2001, prima di essere ricoperte.

Decorazione ad ovoli e dardi del timpano.

CRONOLOGIA ESSENZIALE Ante 1122. La chiesa di S. Nicola di Silanos ( o in Soliu o di Silanis )33 presso Sedini era stata fondata da Furatu de Gitil e da sua moglie Susanna de Thori 25 aprile 1122. Furatu de Gitil e Susanna de Thori fanno una donazione a favore della chiesa di San Nicola, da essi già donata precedentemente insieme a Santa Maria di Solio34. 13 settembre 1127. Gostantine de Laccon univa la chiesa di S. Maria de Soliu (attualmente detta l’Annunziata) con quella di San Nicola de Soliu, perché insieme costituissero una ‘plebe’ (o pievania), cioè una chiesa provvista di fonte battesimale35. 1147. Il Giudice di Torres Gunnari, durante una sosta a Montecassino, lungo il viaggio per Gerusalemme, conferma ai cassinesi il possesso di alcune chiese fra le quali il S. Nicola36. 1253. Il papa Innocenzo IV nomina come priore della sede vacante della “ecclesiam Sancti Nicolai de Solio Emporensis diocesis” un certo “Frati Guillelmo priori Sancti Mathei Januensis” ed “Episcopo Plovacensi”, il quale per ricevere il possesso della prebenda, dovette recarsi presso l’abate tergutano37. 1321. La chiesa è citata in due protocolli del notaio Francesco Silva38. XIV secolo. Documenti relativi ad un appalto dei redditi della chiesa di S. Elia di Sedini, concesso da parte del priore di San Nicola a cittadini genovesi39.

1356. San Nicola e Santa Maria di Soliu venivano unite alla cattedrale di Sorres (Borutta)40. 1454. Il priorato di San Nicola risulta regolarmente tassato delle imposte ecclesiastiche41. 1611. Fino a questa data nell’annesso cimitero venivano sepolti i morti del villaggio di Speluncas e la chiesa di San Nicola svolgeva le funzioni di pievania42. 1652-53. Nel codice dell’Annunziata (antica parrocchiale dello scomparso villaggio di Speluncas) risulta che, alla pari delle altre chiese foranee di quel villaggio, il San Nicola ospitò degli appestati durante la grande epidemia di peste bubbonica43. 1658. Anno in cui due distinte persone fecero testamento a favore del priorato44. 1769. Secondo la relazione del Mameli de Olmedilla la chiesa risulta ancora integra45. 1769-1849. La chiesa, nonostante i diversi interventi di consolidamento ancora visibili, crollò entro quest’arco di tempo, probabilmente a causa del costante smottamento del terreno alluvionale verso il corso del rio Silanis. 1849. L’Angius scriveva che la chiesa era stata distrutta non si sa in quale tempo46. 1995-1996. Crollo e ricostruzione dell’abside.

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Note 1

«Potentati mondani fondavano chiese e monasteri, certamente con un intenzione religiosa, ma non senza interessi di potere». Cfr. KUBACH H. E., Architettura romanica, Milano, 1972, p. 193 2 HAUSER A., Storia sociale dell’arte, Vol. I, Torino, 2001, p. 191 3 Cfr. SERRA R., La Sardegna in “Architettura Romanica”, Milano 1989, p. 388 4 CORONEO R., Sardegna sacra, in FMR, Edizione Italiana, n.155, Milano, 2002, pp. 25-54 5 TESTI CRISTIANI M.L., ‘Orme pisane’ nell’architettura sarda medievale, in PADRONI G., Orme pisane in Sardegna, Pisa, 1994 p.n.n. 6 DELOGU R., L’architettura del medioevo in Sardegna, Ristampa anastatica del 1953 Roma, Sassari, 1992 p.95 7 MAXIA M., La diocesi di Ampurias, Sassari, 1997, p. 173-176 Per maggiori approfondimenti, sempre dello stesso autore consultare MAXIA M., Anglona Medioevale, nomi e luoghi dell’insediamento umano, Sassari, 2001 8 MAXIA M., Anglona medioevale, cit., p. 562-563 Il Maxia identifica S. Pietro delle Immagini come la cattedrale della diocesi di Ampurias a Flùmine. Al contrario Annamaria Premoli esclude tale ipotesi e la classifica come chiesa monastica. Cfr. PREMOLI A. M., Un segno nel tempo. La chiesa di S. Pietro delle Immagini a Bulzi, Nuoro, 1997 9 SERGI G., Le sedi religiose in CASTELNUOVO E. SERGI G. (a cura di), Arti e storia nel Medioevo “Del costruire: tecniche, artisti, artigiani, committenti”. Vol.II, Torino, 2003, p.119 10 MAXIA M., La diocesi di Ampurias, cit., p. 81 e SARI A., Un antico priorato cassinese in Anglona: San Nicola di Solio presso Sedini, in Anglona , 2003, p. 183 11 Cfr. SARI A., Architettura monastica nel Giudicato di Torres in Il Regno di Torres 1, cit., p. 122 12 BIANCHI G., Maestri costruttori lombardi nei cantieri della Toscana centro-meridionale (secoli XII-XV). Indizi documentari ed evidenze materiali. In “Magistri d’Europa” Atti del Convegno Como 23-26 ottobre 1996, s.d., p.157 13 RAGGHIANTI C.L., Architettura lucchese e architettura pisana, in “Critica d’arte”, 28, 1949 pp.168-72 14 SILVA R., La chiesa di Sant’Alessandro Maggiore in Lucca, Lucca, 1987 15 SILVA R., La chiesa di Sant’Alessandro, cit., p.31 16 «Nel Sant’Alessandro il paramento esterno ed interno non è formato come si è creduto, da conci di calcare bianco collocati senza calcina, ma da lastre di rivestimento di 7-10 cm. di spessore, le lastre marmoree sono tagliate e congiunte con estrema perizia». SILVA R., La chiesa, cit. p. 1315 I rivestimenti marmorei dei prospetti esterni sono uno degli elementi caratterizzanti dell’architettura romanica della Toscana occidentale. 17 A quel tempo Viddalba era in Anglona. Nella stessa curatoria si trova il San Leonardo di Martis (prima metà del XII secolo) che presenta anch’esso alcuni aspetti comuni alle due chiese citate. Cfr. CORONEO R., Architettura romanica dalla metà del mille al primo ‘300, Nuoro, 1993, p. 187 sch. 80 18 Queste propagazioni nelle due isole si erano prodotte a seguito di fatti politici importanti verificatisi nell’ultimo scorcio dell’XI secolo. Infatti il papa Urbano II, concretizzando la politica precedentemente intrapresa da Gregorio VII, concesse ai pisani «la legazia sulla Sardegna [e la] vicaria sulla Corsica (1091)» sancendo così l’egemonia pisana sulle due isole. Cfr. TURTAS, Storia della chiesa in Sardegna dalle origini al 2000, Roma, 1999., p. 207 e ssgg. 19 In realtà conosciamo solo il nome del maestro di Viddalba, che è contenuto nell’iscrizione che appare sullo stipite di un portale del San Giovanni: COMITTA DE MAELA/SACERDOS ALBER/TO MAGISTER FUIT. Cfr. SARI A., “Nuove testimonianze architettoniche per la conoscenza del Medioevo in Sardegna” in Archivio Storico Sardo, vol. XXXII, 1981, p. 69. 20 Secondo Aldo Sari l’autore «agisce secondo tradizione, ripetendo senza elaborazione alcuni modi e formule in uso nella regione di provenienza» SARI A., Nuove testimonianze, cit., p. 71 21 Le misure del S. Giovanni sono riportate in RASSU M., La geometria del

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tempio, Armonia e proporzione nelle chiese della Sardegna medievale, Dolianova, 2002, p.73 22 «I modi lombardi, lesene ed archetti nella decorazione esterna mentre all’interno […] l’icnografia pisana» ARGAN G.C., L’architettura protocristiana, preromanica e romanica, Bari,1978. p.45 23 DELOGU R., L’architettura nel medioevo, cit., p.95 24 ZEVI B., Romanico Gotico, Controstoria dell’architettura in Italia, Roma,1995, pp. 22-24 25 Di cui ne è rimasto solo uno. 26 Eseguita probabilmente da qualche maestranza proveniente dalla Spagna. 27 KUBACH H. E., Architettura romanica, cit., p. 80 ed aggiunge lo studioso «negli edifici protoromantici vengono provveduti di volte la cripta, la navata laterale, (…) tutt’al più il presbiterio e talvolta il transetto, cioè gli elementi architettonici che o hanno campate più piccole e sostegni ravvicinati o hanno, come sede del clero, una destinazione particolarmente importante» 28 Cfr. P. VERZONE, Le origini della volta lombarda a nervatura in Atti del IV Convegno Nazionale di storia dell’architettura, Roma, 1953, p. 536 29 Cfr. BIANCHI G., Maestri costruttori lombardi, cit., pp.155-166 tav. 1 30 «Tutto quello che si è dovuto riconoscere ed ammettere nel corso dell’analisi delle strutture di questi suggestivi ruderi, (…) pur dovendosi pensare che le maestranze fossero costituite da immigrati, che sardo, almeno geograficamente, possa definirsene il risultato». Delogu, cit., p. 99 31 LANGIU M.R. - MAMELI P., Relazione geologica-petrografica, 2003, Archivio privato, p. 12 32 Secondo Aldo Sari questo utilizzo di diversi piedritti sarebbe determinato dalla volontà di conferire allo spazio «significazioni simboliche» e più precisamente «i pilastri cruciformi segnavano il limite dell’anticoro, […] Un’area definita simbolicamente, oltre che dai pilastri cruciformi, dalle due colonne che precedevano l’abside, segno tropologico della potenza divina, di cui erano la teofania » Cfr. SARI A., Un antico priorato cassinese in Anglona: S. Nicola di Solio presso Sedini, di prossima uscita sul periodico “l’Anglona”. 33 Dal XII secolo non si costruivano più piccole cripte all’interno delle chiese. I sarcofagi vennero collocati in un epoca successiva all’impianto, e contestualmente fu incisa l’iscrizione in facciata. 34 «Silanos» è il nome della regione, «Soliu» è il nome che risulta nei documenti medievali, «Silanis» è il nome del rio che vi scorre poco distante. 35 PREMOLI A., Un segno nel tempo, cit., pp. 50-51 36 TURTAS R., Storia della chiesa, cit., p. 223 37 TURTAS R., Storia della chiesa, cit., p. 224 38 CHESSA S., L’insediamento umano medioevale nella curatoria di Montes, Comuni di Osilo e Tergu., Sassari, 2002, pp.138-139 39 BASSO E. SODDU A., L’Anglona negli atti del notaio Francesco da Silva (1321-1326), Perfugas 2001 schede 15-16 pp.103-106 40 MAXIA M., L’operaiu e l’eremita, in “Almanacco Gallurese”, n.10, Sassari 2002, p. 319, nota n. 55 41 SARI A., Un antico priorato cassinese, cit. 42 SABA A., Montecassino e la Sardegna medievale. Note storiche e codice diplomatico sardo cassinese, Miscellanea cassinese, n.4, Montecassino, 1927, p. 63 43 MAXIA M., La diocesi di Ampurias, cit., p.81 n.222 e p. 49 n.79 44 MAXIA M., I nomi di luogo dell’Anglona e della bassa Valle del Coghinas, Ozieri, 1994, p.390 45 MAXIA M., La diocesi di Ampurias, cit., p.83 n.236 46 BUSSA I., La relazione di Vincenzo Mameli de Olemdilla sugli stati di Oliva (1769): il principato di Anglona e la Contea di Osilo e Coghinas, Quaderni Bolotanesi, n.13, 1986, p.294-295 47 ANGIUS V. CASALIS A., Dizionario Geografico Storico Statistico Commerciale degli Stati di S. M. il re di Sardegna, Vol.XIX (1849), p.774

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Aggius, tappeti e orditi custoditi nel tempo

Intrecci di storie lontane Testo e foto di Cecilia Sanna

1. Il linguaggio dei simboli Venuti a mancare nell’odierno contesto socio-culturale le figure depositarie del patrimonio di conoscenze da tramandare oralmente, figure storicamente legittimate dalle società coeve e investite di un ruolo del quale hanno sofferto il peso e la responsabilità, spariti i cosiddetti “Custodi del Tempo”, il passato si manifesta a noi a tratti e, spesso, siamo obbligati a leggerne i segni dei segni, ricomponendoli in un microcosmo di verità che, seppure non incontrovertibile, restituisca una valida traccia storica, il disegno di un mondo dove sia stato compiuto l’atto della decifrazione. Gli archetipi disseminati con dovizia nei manufatti artigianali sono i segni di un mondo dissolto, di un tempo trascorso, finito, la cui cosmogonia, filosofia, psicologia, lo spirito stesso, se non decifrati, andranno dissolvendosi con esso. Essi diventano, pertanto, gli indispensabili codici da indagare alla scoperta del nostro passato. Nulla è, infatti, più fugace della forma del mondo dominato in tutto e per tutto da Saturno, dio delle violente contrapposizioni e della continua trasformazione. L’imperativo è contrapporsi alla melanconia nata dalla consapevolezza della provvisorietà della condizione umana, di cui Albrecht D_rer in “Melancholia I”, ha inciso un pensoso scenario, scrollarsi dalle spalle l’accidia saturnina e fare proprie le ispirazioni benefiche provenienti dalla faccia chiara di Saturno favorevole alle ricerche più sublimi. L’uomo, di passaggio nel mondo ma da sempre alla ricerca di una inaccessibile eternità, deve compiere l’azione antistorica di rendere eterno il mutabile attraverso la conoscenza del grande libro del mondo in cui è racchiuso il contenuto delle sue immagini così che le

sue radici possano aderire al substrato che le ha nutrite ed egli ri-conoscersi nell’antico eterno linguaggio di simboli, figure, colori con cui l’arte popolare racconta la storia della forma che si evolve, lo spirito di un popolo anteriore primigenio remoto oscuro, modellato sul fluire dei secoli e che nei secoli ha forgiato il presente. 2. L’Arte Popolare Per gli Antichi “Arte” è l’operare dell’uomo nel suo distinguersi dall’operare della natura; l’arte è “l’Opera” guidata dall’intelligenza consapevole e non “il Farsi ” inconsapevole della natura. La qualità di tale arte esprime indiscutibilmente il grado di civiltà, di conoscenza delle tecniche e di sensibilità estetica di un popolo, esprime il suo corredo genetico che nel caratterizzarlo tra gli altri, conferisce quell’aura di unicità che lo consacra libero creatore di una realtà multiforme nata dagli sforzi concordi di un comunità intera. Il campo delle arti popolari, fertile terreno per un espressionismo spontaneo, l’unico percorribile nell’ambito specifico della Sardegna in cui la grande committenza ha brillato di cronica assenza, offre un multiforme caleidoscopio di immagini e di segni da interpretare come la grammatica di una realtà che descrive l’anima di un popolo ancora incontaminata e felice di esprimere se stessa. Il campo di applicazione dell’arte popolare, abitualmente, circoscritto agli oggetti d’uso più o meno quotidiano, spazia da un legno intagliato, ad un gioiello cesellato, ad un pannello tessile inteso come pagina figurata, da leggere alla maniera di un quadro ed ogni oggetto prodotto dalle società passate costituisce un’importante fonte di lettura per lo storico, giacché ogni immagine è un tratto di memoria e, nel contesto della più generale

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dimenticanza, il passato opera attraverso di esse come un fantasma nell’attualità che edifica il presente sommando memorie su memorie, segni su segni. 3. Gli Orditi e le Trame La grande varietà degli ornati che distinguono l’arte applicata in Sardegna nasce dall’apporto multietnico delle diverse culture e civiltà che sono approdate nell’Isola. Stratificandosi nei secoli e sommandosi ad influenze più casuali legate essenzialmente alla posizione geografica dell’Isola nel Mediterraneo, crocevia di rotte e navigazioni ricche altresì di scambi figurativi e fogge stilistiche che ritroviamo insediati stabilmente nella tradizione locale, tali ornati hanno subìto un processo di distillazione da parte della cultura indigena che non ha mai abbandonato o tradito l’impronta delle sue origini primordiali. Al proposito si evidenzia, con G. Lilliu, una costante resistenziale dei Sardi, ai movimenti culturali provenienti dall’esterno, sempre assimilati e metabolizzati attraverso il vaglio dello spirito estetico anticlassico formatosi fin dal megalitismo nuragico, età dell’oro dei Sardi, che differenzia e condiziona la cultura isolana. In generale, tuttavia, si rileva nel campo delle arti popolari della Sardegna, così come per tutte le culture italiane sviluppatesi lontano dai grandi centri di irraggiamento del Rinascimento, un perdurare nei secoli delle iconografie e dei segni della tradizione antica legati alla produzione di simboli reiterati senza fine, mutuati dalla natura idealizzata, che, nel caso della Sardegna, indicano una prevalenza comune a tutta l’Isola dell’influenza dal mondo orientale di Bisanzio che tanto peso sembra avere avuto nella cultura di questa sua lontana provincia occidentale. Una società di sussistenza dunque conservatrice, assoggettata per lungo tempo all’Impero Romano di Oriente, ha acquisito la civiltà bizantina nei suoi aspetti molteplici e ne ha interiorizzato l’estetica dominante che impone la perfezione del prototipo e la immutabilità nella continua ripetizione come nel caso delle icone; la strada liturgica ha fatto il resto, infatti il cristianesimo che si andava sostituendo al paganesimo dei Sardi, nato ad oriente e carico di simbolismi che si innestavano naturalmente nella cultura di Bisanzio ha fatto sì che quelle acquisizioni primarie ormai fortemente radicate nella cultura sarda, si rafforzassero portando a vivere come “interferenze” i lunghi secoli di cultura iberica senza che producessero deviazioni sostanziali dall’approccio metodologico verso la forma artistica la quale, si è comunque andata arricchendo di simbologie e di riferimenti iconografici importati dalla nuova cultura. L’arte popolare sarda si è raccontata in tutte le espressioni manuali che spaziano dagli intrecci di fibre vegetali per la produzione di cesti agli oggetti e mobili in legno intagliato, alla lavorazione della ceramica, del cuoio, del

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ferro battuto, della minuziosa filigrana in oro e alla vasta produzione di tappeti , bisacce, tele ricamate. Nei manufatti tessili più che altrove, è possibile decifrare il modello culturale di un popolo attraverso la lettura dei simboli ricorrenti e le loro genealogie che risultano essere sostanzialmente differenti tra le diverse aree geografiche, gruppi etnici, condizioni altimetriche. Comune a tutte le subaree dell’isola è l’impostazione formale dello spazio, profondamente prerinascimentale nel rifiuto delle regole prospettiche che scandiscono la proporzionalità delle figure sul piano tridimensionale in relazione alla loro collocazione in esso; lo stesso telaio, nel vincolo degli incontri obbligati delle linee orizzontali delle trame con quelle verticali dell’ordito, condiziona la volontà di rappresentazione dello spazio nella sua bidimensionalità con il conseguente appiattimento delle figure e l’annullamento della terza dimensione. Si ritrovano disseminati in tutta l’isola, con minore o maggiore frequenza a seconda dell’area di appartenenza, simboli diversi come il leone, il pavone, metafora dell’apoteosi divina, colombe, aquile, il tralcio di vite, la katalufa, motivo floreale composito raffigurante l’albero della vita, o gli stessi disegni geometrici derivati dagli antichi mosaici, elementi reperibili anche negli ornati delle “mustras” o nei frontali delle cassapanche intagliate che rimandano, per la loro struttura formale e gli stessi decori, ai sarcofagi paleocristiani. La stessa ricchezza compositiva degli ornati, provenuta dalla copiosità e dal fasto della civiltà dell’immagine bizantina, il rifiuto dell’idea tradizionale dell’arte come riproduzione della realtà visibile - l’aniconismo - databile ai primi secoli dell’epoca paleocristiana e la conseguente tendenza all’astrazione che si esprime con un geometrismo legato a motivazioni sicuramente simboliche e spiritualistiche, sono elementi di sicura ascendenza bizantina che si sono espressi sincretisticamente alla periferia dell’Impero, nella provincia di Sardegna dopo una rielaborazione creativa del modello riadattato alle ritualità antropologiche della collettività dalle quali dipendeva il loro uso. 4. I Telai di Aggius L’Incontrada di Gallura, regione da sempre difficile, abitata da gente incline all’insubordinazione ed all’indipendenza, insofferente del potere costituito, era, nell’ epoca in cui si hanno notizie dell’arte della tessitura dai diari di viaggio di studiosi d’oltremare, fonte di gravi problemi per la monarchia Sabauda, fortemente ostacolata nell’affermare la propria autorità. Aggius ed il suo territorio era di fatto l’area più turbolenta, preclusa tanto agli agenti baronali quanto alle truppe regie, morosa nei confronti delle esazioni fiscali, sicura nel suo isolamento in quanto sottratta ad ogni controllo, rifugio di banditi e contrabbandieri, unico caso in Gallura di perfetta integrazione tra abitanti della villa e delle campagne, con i quali l’unico vincolo riconosciuto era

AGRITURISMO Il Muto di Gallura Piatti tipici galluresi con prodotti di produzione propria Equitazione Trekking a cavallo Riserva di caccia

AGGIUS (SS) LocalitĂ  Fraigas - Tel. 079/620559

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Bisaccia a disegni geometrici, manufatto tessile di area aggese risalente ai primi anni del XX secolo. Tappeto composto di 11 bande geometriche differenti scelte tra le “date” tradizionali più antiche. Il manufatto mostra un ampio repertorio di moduli caratteristici dello stile geometrico di Aggius. Tessitrice Giovanna Peru, epoca di tessitura fine anni ‘40. Corsia a disegni geometrici a fasce alterne con disegni (fiori e stelle) incuneati nel reticolo di base a losanghe. Tessitrice Pietrina Peru, epoca di tessitura primi anni ’50.

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quello di sangue, indipendenti dai grandi proprietari residenti a Tempio pertanto senza alcun legame con il potere costituito. Splendido isolamento che, unitamente alla renitenza centrifuga verso il massimo sforzo riformistico sabaudo, mantenne più a lungo la cultura del paese e delle sue simbiotiche campagne lontano dalle influenze e dai confronti con l’esterno autoperpetuando nei modi, nei costumi, nella cultura, quegli aspetti tipici che ancora oggi lo diversificano. Aggius, tra le sei ville del Gemini superiore, microcosmo affine e distinto da quelle, ancora nei primi anni dell’Ottocento, epoca di grandi vojages nelle più remote periferie del regno sabaudo, brillava tanto per la capacità delle sue donne di tessere al telaio orizzontale i segni e i colori della tradizione immutati nei secoli, quanto per la musicalità espressa dalle ruvide voci dei cantori che intonavano armonie vocali composte di 3, 4 o 5 voci nei concordi delle “tasgje”. È l’Angius che nel Dizionario del Casalis segnala che ad Aggius, nell’Ottocento, esisteva un telaio per ogni casa e forse anche più e, nel generale contesto, ricco di apporti multietnici e multiculturali, le complesse informazioni simboliche di culture diverse che hanno dato origine a tradizioni simili ma distinte all’interno di ogni specifico contesto in cui sono state recepite ed elaborate in virtù delle specifiche caratteristiche etno-culturali dei singoli sottogruppi, ha fatto si che nei più antichi telai di Aggius rimanessero impigliati tra le trame dell’ordito, antichi simboli e stilizzazioni naturalistiche che si discostano dallo stile figurativo che informa quasi tutta l’Isola e si distinguono per una prevalente tendenza al geometrismo che, con le dovute diversità, si rintraccia nella produzione isolana non figurativa da Bitti a Orgosolo, da Nule a Tonara. È interessante, a questo punto, notare che tutte le località citate sono, al pari di Aggius, località montane e, come tali, più chiuse agli scambi ed ai contatti con l’esterno a causa dei naturali limiti di accessibilità. 5. L’ornato geometrico L’ornato geometrico, stile considerato come il più arcaico e pertanto tipico dei popoli meno evoluti in quanto mutuato dall’istintivo quanto primitivo intreccio di rami e di giunchi, spontaneo ovunque nel mondo, che si esprime con triangoli, rombi, zig-zag, linee ondulate, circoli, costruendosi con una severa osservanza delle leggi della simmetria e del ritmo, è tipico delle zone di montagna poichè tali aree sono state più difficilmente raggiunte dalle innovazioni e dalle contaminazioni linguistiche legate ad occasioni di frequentazioni e scambi con culture diverse. Il geometrismo dei manufatti tessili di Aggius, non euclideo o logico-matematico, è la tendenza all’astrazione di un linguaggio aniconico, una disposizione a con-

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tenere le forme naturalistiche entro uno schema idealmente geometrico, un codice essenziale nelle cui composizioni triangolate si possono leggere i profili di monti o di alture e nelle stelle a sei od otto punte, stilizzazioni floreali. Da queste considerazioni è, pertanto, ammissibile pensare al geometrismo di questi tappeti, come ad un metodo per rapportarsi alla natura dando ordine al caos primigenio con rappresentazioni della stessa schematizzata in archetipi che si possono definire come una prima fase di analisi e di controllo sull’ordine delle cose, lontani da schemi di calcolo matematico o da proporzioni calcolate. Le culture più arcaiche hanno da sempre cercato di rassicurare la loro esistenza attraverso l’uso della forma che raggiunse il suo culmine di perfezione nell’età di Pericle, mitica età dell’oro per i Greci, quando la perfezione formale scaturiva dall’armonia delle proporzioni basate su calcoli geometrici e sui rapporti tra la parte ed il tutto. Armonia personificata da Apollo, dio della bellezza e della perfezione, contrapposto a Dioniso ed al caos della natura selvaggia e non addomesticata, imprevedibile e temibile. Il prevalere dell’aspetto dionisiaco nelle civiltà arcaiche rende necessario controllare la paura nei confronti dell’ignoto con il ricorso ad un ordine imposto dalla serialità e dalla ripetitività del simbolo perseguibile nell’evento concluso di uno spazio “progettato” come la pagina tessile di un arazzo, le pareti di un oggetto ceramico o di un qualsiasi altro oggetto in sé definito che escluda dai suoi margini, il vuoto, l’ignoto e ciò che sfugge al controllo della ragione. 6. La tecnica Il fondo realizzato secondo la tecnica dell’ unu in dente, ossia in ciascun dente del pettine del telaio viene fatto passare un solo filo d’ordito, rigorosamente di cotone, risulta a trama di tela dove vengono tessuti i disegni con lane ruvide che prediligono i colori saturi con un netto prevalere sul rosso cupo e sul nero della base, di incisioni e grafismi nei toni dei gialli, dei viola, dei verdi, dove il modulo denominato “data”, ripetuto e riproposto nelle sue infinite varianti, si dispone secondo una scansione di singole unità formali iterate a riempire la griglia spaziale e velando il fondo che continua ad emergere sanguigno negli interstizi liberi. Il geometrismo che, ad Aggius, informa i tessuti più tradizionali, immediatamente riconoscibili per l’ornato a disegni stilizzati e per il cromatismo di base, si compone di segni e di linee spezzate che invadono la pagina tessile con un ritmo incalzante e determinano un pannello carico di pathos enfatizzato dall’uso di colori sanguigni e forti; la linea non è fluida ma spezzata, dura, carica di energia primaria, come sottoposta all’azione di due forze uguali e contrarie che agiscono alternativamente e che conferiscono alla figura sul piano

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un effetto drammatico in quanto nate da un evidente conflitto. Questi segni disposti con ritmo costante e sostenuto richiamano alla mente l’incalzare del ritmo dei canti che accompagnano le antiche danze dei pastori come spartiti di una musica mai annotata sui pentagrammi perché tramandata oralmente ma, naturalmente impressa sulle lane e sui disegni da quella gente che adottava nel canto le stesse pause e gli stessi ritmi che cadenzavano le faccende quotidiane e lo stesso lavoro di tessitura. Sulla lana tessuta dei tappeti sembra sia stato impresso il ritmo stesso della vita di una gente abituata a pochi orpelli e nessuna agiatezza, cadenzata dal ritmo dell’esistenza fondata su principi semplici e antichi e perciò incontrastabili: la vita e la morte, l’alternarsi delle stagioni, del giorno e della notte. 7. La composizione della pagina tessile Il cromatismo di base si gioca su ritmi alterni a volte solo su base di colore a volte su base decorativa o di entrambe, sopra le quali esplodono come fuochi di artificio i colori dei fregi, su una campitura rosso cupo contornata di nero profondo, si incrostano ornamenti policromi separati da registri orizzontali paralleli ripetuti a tutto campo, sui quali hanno risalto minuscoli disegni stilizzati di natura floreale o faunistica. L’alternanza dei registri a volte si attua attraverso l’uso del rosso e del giallo alternati, a volte si imposta con l’uso di differenti fregi che si ripetono simmetricamente partendo dal centro del tappeto verso l’esterno da entrambi i lati, l’obbedienza agli schemi geometrici impostati sulle due dimensioni planimetriche di altezza e larghezza. L’ansia descrittiva che copre l’intera pagina di lavoro, come a respingere l’ ”horror vacui”, sottolinea la tendenza dell’animo umano a risolvere le tensioni terrene all’interno del razionale riempiendo di simboli noti lo spazio per scongiurare il vuoto in cui l’assenza di dati concreti porta verso la tragica presa di coscienza della dolorosa condizione mortale. La totale assenza di campiture libere all’interno della pagina di lavoro documenta della volontà di un popolo “tragico” che ha scelto la positività come valore principale. La pagina tessile viene invasa con prepotenza da motivi ornamentali differenziati a secondo della destinazione d’uso del manufatto: righe multicolori parallele per il cosiddetto “saccu a ciai”, utilizzato come coperta da letto, motivi romboidali per i copricassa da sovrapporre al cassone nuziale e le bisacce della festa, i tappeti da destinare, nel tempo, agli usi dettati dal cambiare delle abitudini. 8. La materia ed i colori Nelle creazioni dell’arte e dell’artigianato le componenti primarie sono materia e colore. La materia, nel caso specifico è la lana, grezza e re-

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peribile in loco in quanto derivata dalla tosatura delle pecore, risorsa primaria nell’Isola, che consente in tutta l’isola, una vasta produzione di manufatti tessili; le lane lavate, cardate, filate e sottoposte a colorazione con pigmenti provenienti dal mondo vegetale, costituiscono l’elemento primario di lavorazione del quale, i singoli sottogruppi, hanno sempre goduto di un facile approvvigionamento. Il colore, al pari della materia, costituisce l’espressione del gruppo etnico che, come ogni artista, possiede la sua palette cromatica che mantiene la sua identità nel tempo. I manufatti creati per durare, informati del principio della forma che segue la funzione, non sono soggetti al mutare delle mode che oggi incalzano ad ogni mutare di stagione, pertanto gli stessi segni cromatici si ripetono nel tempo. Se è vero che la storia dei colori può essere assimilata alla storia sociale, e che il mondo in origine era bianco, come la luce, nero come la notte, rosso come il sangue la passione e la vita, (e ciò è dimostrato dalle pitture dei popoli che per primi hanno dato forma all’arte), è la società che fa il colore attribuendogli una definizione ed un significato e stabilendone l’ambito delle sue applicazioni. La natura è neutra e l’uomo la colora a seconda delle sue necessità di comunicazione. La presenza costante del rosso e del nero e dei colori dai contrasti tonali evidenti che troviamo in tutta la produzione tradizionale di Aggius ci portano all’interno di un contesto sociale arcaico, molto vivo e ricco di polarità, di un popolo tetragono che comunica passione, chiarezza e voglia di vivere piegando rispettosamente la testa davanti alle leggi naturali e all’Ente Supremo con un codice comportamentale ben definito e che non ammette interferenze: l’esclusione di chiaroscuri e mezzi toni pertanto, può mostrare la volontà comune ad un gruppo etnico di esprimersi attraverso valori forti e chiari. Il ricco cromatismo dei manufatti tessili, caratteristico e basato su poche tinte ottenute con il ricorso al mondo naturale, si esprime con una tavolozza di colori che vede prevalere il rosso contrapposto al nero punteggiato di giallo cromo, viola intenso, verde e, nell’insieme, si perviene ad un buon equilibrio e una sicura euritmia. Ciò che caratterizza il tappeto di Aggius dalla vasta produzione di manufatti tessili presenti in Sardegna, al di là dei disegni e dell’impostazione formale della pagina tessile, è il vivido cromatismo che lo rende riconoscibile tra gli altri; l’uso del rosso cupo e del nero in contrappunto ad altri colori dai toni vividi ed energici compendia tutti i caratteri espressivi della società allo stesso modo dei canti delle tasgje, dei sonetti ricchi di arguzie dei “mutti e brindisi”, del piacere di ballare gli arcaici balli “a passu” accompagnati dalle voci del coro. Paul Klee negli anni di docenza al Bauhaus di Ber-

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Particolare di “data” o modulo a fiori stilizzati e losanghe. Antica coperta da letto denominata “Saccu a ciai”. Lavorazione a fasce policrome alternate di lane colorate con pigmenti vegetali. Tessitrice sconosciuta, epoca di tessitura fine ‘800. Composizioni cromatiche di Ottavio Missoni. Visualizzazioni cromatiche di armonie sonore Serigrafie e acquaforte-acquatinta.

lino, definì un ciclo di ricerche pittorico–spaziali in cui evidenziava la corrispondenza tra suono e colore e le possibilità che l’uomo ha di percepirne il ritmo, ritmo che può essere afferrato con tre sensi: possiamo udirlo, vederlo, sentirlo nei nostri muscoli ed è per questo che il suo effetto sull’organismo è così potente. Ad Aggius, il ritmo, manifestamente impresso nel patrimonio genetico dei suoi abitanti, lo si coglie appieno con i tre sensi; seguendo Klee, lo udiamo nei canti della tradizione, lo sentiamo nei nostri muscoli alle ca-

denze delle antiche danze, lo vediamo nelle decorazioni policromatiche dei manufatti tessili, vere e proprie rappresentazioni grafiche di armonie sonore. Il colore che è vibrazione come la musica, nei tappeti di Aggius dalle variazioni cromatiche predominanti di toni attivi come il rosso, il giallo, l’arancione, è il manifesto che dichiara gli stati d’animo dinamici e vitali, comuni ad una stirpe, come quella di cui si parla, che è riuscita a far coincidere i mezzi espressivi della sua arte popolare con le necessità interiori valide per tutti.

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1883, Bortigiadas. Le formule magiche di Giorgio Dettori salvano gli altri ma non lui

Così è morto

lo stregone di Giovanni Francesco Ricci

IL MOVENTE DEL DELITTO DI CUI CI OCCUPEREMO PIÙ AVANTI COSTITUISCE UNA VERA E PROPRIA RARITÀ NELL’AMBITO DELLA VASTA ED ASSORTITA CASISTICA SARDA DELL’OTTOCENTO. SI TRATTA DELL’OMICIDIO PREMEDITATO DI GIORGIO DETTORI, UN BISLACCO PASTORE DI BORTIGIADAS, PERPETRATO INTORNO AL 1883. SECONDO I CARABINIERI («CONTINENTALI») DI QUEL PERIODO, CHE NON LO CONOBBERO IN VITA, EGLI ERA STATO UNO STREGONE. VEDIAMO DUNQUE COME SI SVOLSERO I FATTI.

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er raggiungere lo stazzo del Dettori, situato nel vasto ed impervio agro di Bortigiadas, bisognava guadare due torrenti e percorrere, per diversi chilometri, un tortuoso ed insidioso sentiero in salita. Eppure, quella piccola tenuta, dall’aspetto sinistro ed apparentemente abbandonata, era diventata, sul finire dell’Ottocento, la meta preferita di tutti coloro che, nell’Alta Gallura, si sentivano perseguitati dalla iella o vittime di cattivi influssi. La ragione di questo andirivieni era nota a tutti gli abitanti della zona: quell’uomo era considerato un vero e proprio fattucchiere, che con una serie di formule magiche riusciva ad allontanare i malefici del diavolo o il semplice malocchio. Allo stesso tempo – si diceva in Gallura – egli era in grado di orientare l’influsso maligno verso le persone che si volevano danneggiare. In questo caso, stando ai ben informati, il pastore bortigiadese entrava in azione

seguendo un rituale ormai collaudato: costruiva una statuina in legno che rappresentava la vittima; bruciava alcuni oggetti sacri reperiti per l’occasione e, con le ceneri di questi cospargeva il rudimentale simulacro. Recitando, infine, le formule magiche, conficcava degli spilli nei punti corrispondenti a quelli che si desiderava colpire. Successivamente, la piccola statua doveva essere collocata (occultata) in un luogo frequentato abitualmente dalla persona presa di mira1. Secondo i più scettici, invece, Giorgio Dettori era semplicemente un mago da quattro soldi, molto abile nel vendere fumo e nello spillare denaro alle persone più sprovvedute, ma niente di più. Qualcuno lo riteneva soltanto un mistificatore. Tuttavia, molte persone, credendo di essere destinatarie dei suoi malefici, lo temevano e lo disprezzavano al punto di volerlo morto. Tra queste vi era tale Clemente Bianco, un altro pastore di Bortigiadas, che attribuiva la causa del suo perenne ed atroce mal di testa proprio al Dettori, soprattutto da quando nella propria casa di campagna aveva rinvenuto, casualmente, una statuina di legno con un grosso spillo conficcato nella testa. Per questi motivi, dunque, decise di farlo uccidere, rivolgendosi ai fratelli Antonio e Leonardo Addis Mattola, i quali asserirono ironicamente di essere anche loro colpiti dal malocchio. E quando Chimentu Biancu commissionò ai due germani l’omicidio del comune <<nemico>>, offendo un compenso di 450 lire, ottenne subito una risposta positiva. Fu così che dopo pochi giorni, Leonardo Addis Mattola, confermando la sua fama di tiratore infallibile, si appostò nel podere del Dettori, uccidendolo con

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due fucilate. Suo fratello Antonio gli aveva fatto da palo, posizionandosi dietro un macchione di lentischio. L’assassinio di Giorgio Dettori rimase insoluto fino a quando il brigadiere dei carabinieri Pietro Picciocchi, comandante della stazione di Bortigiadas, non riuscì ad acquisire, sulla base di numerose testimonianze, una serie di indizi di colpevolezza a carico del mandante e degli esecutori materiali, che furono arrestati dallo stesso sottufficiale e dai carabinieri Salvatore Maulo e Anselmo Loi nella notte tra il 5 ed il 6 aprile 1883. Il sottufficiale fu in seguito premiato con un encomio

Bortigiadas, inizio ’900.

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solenne, mentre ai due militari fu concesso un elogio2. Non conosciamo, purtroppo, l’esito del processo, ma il movente del delitto, se fosse vero, costituirebbe un fatto più unico che raro. Note 1

Sull’argomento, cfr. il bel libro di Franco Fresi, Antica terra di Gallura, Newton Compton Editore, Roma 1994. 2 Cfr. Il Carabiniere, n. 31 del 4 agosto 1883.

COMUNE DI ARZACHENA chju” ddu ’Ec nti “Co di giga Tomba

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... o n a t n o al d o m a Veni

ro u t u f l e on m a i d e …cr A cura dell'Amministrazione Comunale

ARZACHENA il Comune della Costa Smeralda. Dove il mare è piÚ blu Tel. 0789 849300 E-mail aaggarzachena@katamail.com

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Arzachena, i fratelli Gosciu

Paolo il bandito di Giovanni Francesco Ricci PAOLO GOSCIU RISA, NATO NELLE CAMPAGNE DI ARZACHENA1 VERSO LA FINE DEL SETTECENTO, ERA UN SEMPLICE PASTORE – COME LO ERANO SUO PADRE SIMPLICIO E SUO FRATELLO ANTONIO – BASSO DI STATURA, MA DOTATO DI MUSCOLI VIGOROSI E DI MEMBRA ROBUSTE; IL CORPO ERA TOZZO E VILLOSO, CON LA TESTA ENERGICA ED UNA CAPIGLIATURA FOLTA E NERA. IL SUO SGUARDO ERA VIVO E PENETRANTE. RISA INIZIÒ A COMMETTERE LE PRIME AZIONI BIASIMEVOLI (QUALCHE MINACCIA, UN PAIO DI DANNEGGIAMENTI ED ALCUNI FURTI DI BESTIAME) TRA IL 1828 E IL 1829.

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uttavia, nel giro di pochi mesi, il suo spessore criminale crebbe a dismisura. Egli era diventato un sicario spietato ed infallibile, molto apprezzato da chi lo ingaggiava e molto temuto dai suoi nemici. Alternava un gioviale buon umore a una crudeltà spietata quando si trattava di eliminare qualcuno. I carabinieri reali – ed in particolare quelli della Luogotenenza di Tempio – cominciarono ad occuparsi concretamente di lui il 30 marzo 1830, dopo aver ricevuto una missiva del Delegato Consultore2, con la quale veniva trasmesso un mandato di cattura nei suoi confronti. Paolo Gosciu, che si era dato alla macchia qualche

mese prima perché accusato di almeno due omicidi, doveva essere arrestato anche per un altro delitto di sangue: il tentato omicidio nei confronti di tale Paolo Mannoni. Furono eseguite le solite perquisizioni, con decine di battute e di rastrellamenti, ma del bandito non fu mai trovata neppure una traccia. Egli aveva numerosi parenti e amici, che gli fornivano sostegni logistici e che costituivano una formidabile rete informativa. Ma come spesso accadeva, le spie della “Benemerita” erano sempre in agguato, e non tardarono a mettere nei guai la famiglia Gosciu. Non fu dunque un caso se, il 9 maggio 1832, una squadriglia di carabinieri a cavallo, guidata dal maresciallo Carlo Guidetti, si appostò nei pressi dello stazzo di Simplicio Gosciu, in località Candela, con la certezza di intercettare il fuorilegge. Alle 4:30 il sottufficiale ordinò ai carabinieri Giovanni Bellando, Francesco Machet e Michele Manca di avvicinarsi alla piccola abitazione rurale per sfondare la porta. Ad un certo punto i cani cominciarono ad abbaiare, e da una grotta poco distante uscì un uomo di corsa, armato di fucile3 e di un grosso coltello, che si diresse verso la boscaglia. – È lui, ecco il nostro uomo – gridò un militare, e subito dopo il carabiniere Machet intimò al fuggitivo di fermarsi con le mani in alto. L’individuo rallentò la corsa e si fermò, si girò e puntò l’arma contro il carabiniere che in quel momento gli stava più vicino. Fu sfortunato, perché cadde su un fianco, fulminato da una fucilata4 esplosa in quello stesso istante dal carabiniere Manca. Lo sparo rimbom-

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bò fortissimo, e qualcuno gridò per lo spavento e il dolore. Era una donna vestita di nero, alla quale fu impedito di avvicinarsi. All’interno della grotta, intanto, sotto una coperta, fu rinvenuta una pistola carica, e poco dopo, sopra un piccolo colle, nei pressi di un cespuglio, furono rinvenuti un fucile, una pistola, un coltello ed una cartucciera. Ben presto, tuttavia, si scoprì la vera identità dell’uomo ucciso dai tutori dell’ordine. Si trattava di Antonio Gosciu Risa, fratello del latitante, il quale probabilmente si era sacrificato per consentire a quest’ultimo di allontanarsi indisturbato dallo stazzo. Dopo aver recuperato le armi, il cadavere venne sistemato sopra una rudimentale barella e trasportato alle carceri baronali di Tempio, per essere messo a disposizione dei giudici. Il giorno successivo, in una camera tetra ed umida, i medici Antonio Giuseppe Mundula e Paolo Pes Ventura eseguirono l’esame autoptico, che venne così sintetizzato: «[…] troviamo una ferita nella parte posteriore del lato sinistro…la quale offendendo i tegumenti comuni e muscoli sottoposti, s’avanza superiormente tra i medesimi e penetrando nell’addome…offende porzione degli intestini grassi e tenui, e va a sortire nella prima costa falsa…formando un’altra ferita di figura sferica quasi di un cagliarese. L’altra ferita, situata nell’ultima vertebra dorsale, offendendo prima i tegumenti comuni e muscoli sottoposti, penetra nella cavità naturale e nel suo corso verso la parte superiore offende così pure gli intestini grassi e sottili […] ed avanzandosi nella cavità vitale offende il diaframma, il cuore ed il pericardio e va passando l’osso detto sterno…ed indi va a fermarsi sotto i tegumenti comuni con piccola offesa dei medesimi, senza però formare altra ferita che una piccola gonfiezza e lividezza dei medesimi nella parte dove si è dovuta fermare la palla che cagionò tale ferita. Le medesime ferite cagionate previo sparo d’arma da fuoco, come carabina o fucile, sia per la loro circonferenza, poco più di un cagliarese, sia per essere state cagionate da palle infocate sortite previo impulso della polvere accesa, e per aver offeso parti essenzialissime alla vita umana dalle quali ha sgorgato molto sangue per avere offeso vasi sanguigni…si giudicano essere state inferte da 40 ore circa a questa parte; e per il tumore e rossore di esse ferite e fresco sangue che ha grondato e tuttora scorre dalle medesime, giudichiamo essere state inferte mentre era vivo e per causa delle medesime ferite sia dovuto istantaneamente rendere cadavere…». I due medici, infine, confermarono sotto giuramento che quel corpo privo di vita apparteneva al fratello del fuorilegge, «per averlo visto, parlato e trattato precedentemente». A questo punto, la magistratura ordinò una perizia sulle armi sequestrate, affidandola agli armaioli tempiesi Giacomo Mureddu e Andrea Sechi. I quali accertaro-

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no la perfetta efficienza delle due pistole e del fucile. Dopodiché furono messi sotto torchio i militari che avevano partecipato all’operazione. I giudici volevano vederci chiaro, anche perché il povero Antonio Gosciu era incensurato, e non aveva mai fatto del male a nessuno (così almeno sostenevano i suoi parenti). Circolava la voce, inoltre, soprattutto nelle campagne di Arzachena, che i carabinieri avessero sparato contro un uomo disarmato, inviperiti dal fatto di non aver potuto catturare il latitante. Fu interrogato per primo il maresciallo Guidetti, che confermò integralmente la versione riportata nel verbale. Poco dopo toccò al carabiniere Machet, che riferì sostanzialmente la stessa dinamica. Manca, che aveva ucciso con una fucilata a mitraglia Antonio Gosciu, venne interrogato all’aria aperta il 25 maggio, proprio nel luogo dove si era svolta la sparatoria. Egli fornì una versione ritenuta compatibile con i rilievi e con la perizia medica. L’inchiesta, pertanto, si concluse senza alcuna incriminazione, poiché l’operato del carabiniere era stato legittimo. Paolo Gosciu era riuscito ad evitare il carcere e probabilmente una condanna a morte, ma aveva perso il fratello più caro5. Qualche anno prima, in circostanze misteriose, nelle campagne di Lettu di Idda, era stato ucciso – questa volta dai suoi ex compagni – un altro Gosciu, tale Agostino Gosciu Pitticcu, che in pochi anni era diventato uno dei banditi più temuti e ricercati della Sardegna, ritenuto responsabile, tra i vari e numerosi delitti, della strage di tre carabinieri, avvenuta il 7 settembre 1823 alle porte di Tempio6. I due Gosciu erano forse parenti tra loro, ma a tal proposito non esistono riscontri documentari. Non sappiamo quanto durò la latitanza di Paolo Gosciu, ed ignoriamo le cause della sua morte. Una cosa è certa: egli è stato uno dei più famosi banditi di Arzachena durante il primo Ottocento.

Note 1

In quel periodo Arzachena era una cussorgia di Tempio. Il Delegato Consultore era un magistrato, istituito in Sardegna durante il periodo sabaudo per vigilare sull’operato dei giudici baronali. 3 Si trattava del solito schioppo sardo, ad avancarica, munito di acciarino. 4 I carabinieri di quel periodo avevano in dotazione due tipi di cartuccia: a palla unica e a mitraglia (costituita da tanti frammenti di piombo). 5 Cfr. Archivio di Stato di Cagliari, Reale Udienza, classe III, Serie 2/2919. 6 Per saperne di più sul bandito Pitticcu e su questa vicenda delittuosa cfr. il mio Banditi, Edizioni Solinas, Nuoro 2001, pp. 218-221. 2

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Tissi. Come la Pro loco ricorderà il 1954. Sul set del film “Proibito” a cinquant’anni dalla sua realizzazione

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nna i Sa n n iova di G

MOLTE SONO STATE LE CORRENTI STILISTICHE CHE HANNO FORGIATO LA CULTURA FILMICA SARDA. PER AVERE UN QUADRO RIASSUNTIVO DI ALCUNE DI QUESTE CORRENTI, ALMENO DELLE PIÙ SINTOMATICHE, SI PUÒ CERCARE, CON LAVORO CERTOSINO, UN’OPERA CHE NE RIASSUMA IL MAGGIOR NUMERO DI SFACCETTATURE, VISIONARLA E TRASFORMARLA NEL PUNTO DI PARTENZA.

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uesto è quanto dovrebbe fare chi volesse cimentarsi nella conoscenza della “cinematografia sarda”, includendo in questa personale definizione tutte quelle pellicole che citano la Sardegna o vi sono state prodotte. Potrebbe servirgli un buon compendio, magari non dettagliato, ma sicuramente rappresentativo e foriero d’ottime nozioni, grazie al quale possa, per lo meno, intuire le principali ramificazioni di questa parte della cinematografia italiana. L’intento è di suggerirne uno: un lungometraggio, girato dal maestro Monicelli in Sardegna nel 1954, intitolato “Proibito”, e di cui nell’anno corrente si celebrano i cinquant’anni. Dell’opera non è pertanto rilevante il livello tecnico-stilistico, né l’importanza datagli dalla critica di settore e dal pubblico, quanto i contenuti conformi ai diversi sottogeneri della cinematografia isolana e descrittivi della peculiarità di un popolo e del suo vivere. Se si pensa che grandi artisti sono considerati tali dal giudizio positivo conquistato da opere minori, o che pregevoli capolavori sono riletture di creazioni dal valore artistico inferiore, si comprende quanto sia vero il detto popolare che nella botte piccola vi stia il vino buono, e quanto possa essere utile una rilettura e la rivalutazione d’opere trattate con sussiego dagli esperti o dimenticate nel tempo. A fronte di queste considerazioni diviene estrema-

mente importante capire che in “Proibito” albergano tre pseudogeneri che vanno a comporre il complesso narrativo del film e che sono stati sfruttati nel tempo da molti registi per descrivere l’isola ed il suo popolo: il genere letterario che trova nella Deledda una vera miniera di

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storie per raccontare le ideologie, le tradizioni ed il folklore dei sardi; il genere western, che fa del paesaggio un vero e proprio personaggio; infine il genere che ha in “Banditi ad Orgosolo” di De Seta il suo esponente più celebre, e cioè quello relativo al banditismo in Sardegna, alla meglio conosciuta “questione sarda” delle faide tra famiglie. In anni di ricerca, ad opera del dott. Dario Bertini, ed a seguito della pubblicazione di un calendario commemorativo da parte della Pro loco di Tissi, si è potuto rintracciare sia il materiale fotografico e cartaceo, sia i detentori dei diritti del film e, di conseguenza, le copie preziose della pellicola. La buona condizione del materiale permette un’ottima fruizione e l’allestimento di una suggestiva e didattica mostra, oltre alla proiezione dell’opera stessa. Da queste premesse, e con l’auspicio che possano essere recuperate le risorse necessarie all’attuazione del progetto, si possono carpire le principali motivazioni che spingono gli organizzatori a proporre: una mostra principalmente iconografica, costruita intorno a copiosi fondi fotografici del periodo di produzione del film, sia di carattere giornalistico che, soprattutto, privato, con catalogo promozionale dedicato; due proiezioni evento con ospiti della pellicola da effettuarsi a Tissi, paese che è stato la location principale del film, e ad Olbia, sede di interscambi culturali di altissimo livello artistico in materia cinematografica, nonché importante approdo sardo estivo del turismo nazionale ed internazionale; la realizzazione di un DVD che contenga copia visionata del film e diversi extra, e che sia il primo di una collana interamente dedicata alla conservazione e

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promozione del cinema “sardo”. Tale prodotto non è compreso tra le attività da produrre col presente progetto, ma durante lo svolgimento dello stesso si arriverà a creare le condizioni per la sua realizzazione. La mostra ha come obiettivo principale la promozione, valorizzazione e riscoperta del periodo storico abbracciato dagli eventi del film, gli anni cinquanta in Sardegna, ed in seconda misura la conservazione e promozione delle testimonianze materiali dell’esistenza di una pellicola di notevole importanza nel panorama cinematografico legato alla Sardegna, che altresì rischierebbe l’oblio. Sebbene la tematica principe del film derivi da un racconto della Deledda costruito su registri drammatici e passionali, poi riproposto sotto una veste resa più particolare dalla faida tra banditi, esso abbraccia e descrive un’ampia serie di elementi della tradizione popolare sarda, e nel particolare delle terre sassaresi. Usi e costumi, ambienti, monumenti e paesaggi ci appaiono oggi come cospicue testimonianze di un passato che le nuove generazioni non hanno modo di conoscere, se non attraverso l’importante, ma astratta e vulnerabile, tradizione orale. Lo strumento iconografico facilita e rende diretto il contatto e l’apprendimento, più credibili i racconti ed i testi, accrescendo nei giovani il senso di appartenenza ad una realtà che è figlia di quei tempi, valorizzando il rispetto per i valori tramandati da una tradizione e da una cultura locale spesso denigrata e considerata a stregua di relitto, sì vecchio da non solcare nuovi mari. Ma se, per un target che va dai giovanissimi sino alla mezza età, ciò può essere motivo di scoperta e riflessione, per tutti coloro che gli eventi “raccontati” da foto, articoli locandine,testimonianze, oggetti, costumi e cartine, li hanno vissuti, vi è la concreta possibilità di rinfiorire appassiti ricordi del particola-

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ultime analisi di studiosi dell’opera e della cinematografia nazionale. Inoltre si registreranno e conserveranno sia in audiovisivo che in cartaceo le testimonianze di coloro che parteciparono o furono semplici testimoni delle riprese. Ultima, ma non meno importante, l’attività di ricerca, analisi e conservazione e valorizzazione di materiale filmico in pellicola relativo a quel periodo, di proprietà di nobili famiglie sarde, che potrebbe costituire un primo passo verso la conservazione su supporto digitale di tutti i materiali esposti nella mostra. L’esposizione del materiale sarà accompagnata da pubblicazioni cartare evento che “sconvolse” positivamente il paese di Tissi e le terre di Sassari, e riscoprire nei tanti elementi di vita quotidiana, catturati da quei frammenti di tempo, oggetti, mode, passioni, credenze dimenticati. Un momento di alto confronto generazionale e culturale dedito a suscitare una reazione di forte risposta sociale attraverso la consapevolezza della forza del principale linguaggio e strumento di odierna comunicazione: l’immagine. L’ampia mole di materiale in nostro possesso rende l’evento didatticamente completo. Alle fotografie e locandine, ai testi, articoli e testimonianze dirette si aggiungono oggetti di uso comune riferibili alla vita sociale del periodo trattato dal film, costumi folklorici delle popolazioni coinvolte all’epoca nella produzione del film, sì da non tralasciare un aspetto locale fortemente presente sia nel romanzo della Deledda che nel film di Mario Monicelli. Il patrimonio cartaceo che accompagnerà l’esposizione fotografica deriva dalla ricerca effettuata su articoli dei critici del settore dagli anni antecedenti l’inizio della produzione del film sino alle

cee che ne conserveranno i contenuti: brossure, cataloghi fotografici, libri. La mostra verrà proposta principalmente in due sedi: Tissi ed Olbia; ma non si esclude, anzi si auspica, la possibilità di farla diventare itinerante, così da renderla fruibile a tutta l’isola. Si avvarrà della consulenza di esperti del settore e coinvolgerà giovani collaboratori già attivi in seno alla Pro loco di Tissi ed associazioni di promozione culturale del territorio olbiese, per permetterne una partecipazione attiva alla realizzazione del progetto, arricchendone il bagaglio d’esperienza culturale e lavorativa.

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Tissi. Sul set del film “Proibito” ricordando quel meraviglioso 1954

Un paese

in scena di Pietro Simula

Il “mitico” Domenico Masia.

CORREVA L’ANNO 1954: IL DECIMO DALLA FINE DELLA GUERRA CHE AVEVA SEGNATO DURAMENTE ANCHE QUESTO PAESE. LA VITA DEI SUOI ABITANTI, 1400 CIRCA, SCORREVA SCANDITA DAI RITMI SECOLARI DELLA NATURA: IL SOLE, LE STAGIONI, LA CAMPAGNA ERANO L’ARIA E L’ALIMENTO CHE NUTRIVA UNA POPOLAZIONE GENEROSA, TESTARDA E LABORIOSA.

L

ontano il boom che da altre parti cominciava a farsi sentire: qui era ancora fame, contrastata dalla fatica quotidiana che assicurava una dignitosa sopravvivenza. I poco più di mille ettari di terre, la maggior parte di proprietà di pochi, impegnavano un buon numero di contadini e qualche pastore; ed erano molti i braccianti agricoli e gli operai che lavoravano lontano, sotto impresa o nella terre della Nurra. Qualcuno tentava il grande salto nel continente arruolandosi nell’esercito o nell’Arma. Succedeva così che di giorno il paese si svuotava e la mattina, quando i bambini erano a scuola, appariva quasi deserto. E del deserto il paesaggio urbano aveva proprio l’ap-

parenza, con le lunghe e larghe strade che correvano a valle assolate e polverose d’estate e dilavate e fangose d’inverno. Sulla zona alta del paese troneggiava, e troneggia ancora, la bella chiesetta di Santa Vittoria, diventata ora la patrona del paese; mentre a valle l’alto campanile della parrocchiale di Sant’Anastasia sovrastava e proteggeva le basse case del centro storico. La campagna era lì ad un passo, si insinuava tra una strada e l’altra o si affacciava dai cortili delle case, lanciando pennellate di verde qua e là ed estendendo ai vicoli il respiro della vita agreste di cui tutto era impregnato. La vita e il paese erano ancora quello che erano stati per secoli, fissi ed immobili come in un’eternità. Quel che successe nella primavera-estate del 1954, quando arrivò la troupe di Monicelli, ebbe un effetto dirompente, tale da sconvolgere abitudini ed equilibri che sembravano non dovessero avere mai fine. All’improvviso arrivarono strani “forestieri”, accompagnati da macchinari sconosciuti, che fecero del paese come un grande palcoscenico naturale e cominciarono a costruire una storia ai tissesi sconosciuta e familiare allo stesso tempo nella quale non fu difficile lasciarsi coinvolgere. Un po’ per gioco un po’ sul serio fecero a gara nel prestarsi a quella finzione, che tanto finzione non era perché in fondo dovevano recitare sé stessi. Quei giorni sono rimasti indelebili e quella esperienza, vissuta con trasporto ed entusiasmo, è ora un ricordo lucido e pieno di qualche nostalgia, a stento dissimulata dall’ironia tipica del tissese. Se raccontiamo qualche bugia tenete

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presente che noi siamo tissesi, dicono mettendo le mani avanti e ricordando che nei paesi vicini è diffuso il detto “tissesu faularzu” (tissese bugiardo). Naturalmente non è vero, per il semplice fatto che qualche piccola esagerazione non può essere considerata una bugia. Prima di raccogliere qualche testimonianza di quella esperienza, resa attuale dall’iniziativa della Pro loco di celebrare il cinquantennio dalla realizzazione del film, è doveroso premettere che non tutte le scene sono state girate a Tissi; ma è altrettanto vero che il paese e i suoi abitanti hanno dato all’opera parte preminente dei suoi scorci e dei suoi volti, in termini essenziali, fortemente caratterizzanti e immediatamente riconoscibili, tali non solo da rendere giustificabili le iniziative di celebrazione che si vogliono mettere in cantiere, ma anche da apprezzare la volontà di riconoscere quanto Tissi ha avuto e quanto ha dato in occasione di quella esperienza. Il lancio delle manifestazioni che si svolgeranno la prossima estate, avvenuto attraverso la diffusione del calendario dedicato all’evento curato dalla Pro loco, sta in effetti avendo un’eco interessante, soprattutto nei paesi dei dintorni e nella stessa Sassari, da cui stanno arrivando preziosi contributi per la ricostruzione storica dell’avvenimento. Del resto, ricordano i tissesi, in quei giorni Tissi era pieno di gente che arrivava, anche a piedi, dai paesi vicini, da Ossi, da Ittiri, da Usini e dalla stessa città di Sassari. Una testimonianza è proprio di un sassarese, Andrea Melis, riconoscibile nel film nella scena in cui accende un falò per fare segnali di fumo. “La notizia della realizzazione a Sassari del film ���Proibito”, racconta Melis, “si diffuse rapida nella città, che nel 1954 svolgeva il suo ritmo pulsante lungo l’arteria principale che dalla Porta Sant’Antonio arriva alla Piazza d’Italia e dove l’atmosfera di fine guerra aleggiava ancora un poco, in attesa di tempi migliori. La troupe, con a capo il regista Mario Monicelli, con gli attori Amedeo Nazzari e Mel Ferrer, allora popolarissimi e molto stimati, e Lea Massari all’esordio, alloggiava all’inizio del Corso Vittorio Emanuele presso l’Hotel Turritania, da poco edificato e allora in piena efficienza. Si cercavano giovani comparse che dovevano interpretare le figure dei banditi e dei carabinieri, personaggi secondari nella vicenda cinematografica: furono selezionati sei aspiranti per parte ed io fui inserito nel gruppo che doveva contrastare le forze dell’ordine. Le riprese del film avvennero nelle zone circostanti i comuni di Muros, Tissi, Martis e Nulvi e durante una fase io fui designato ad accendere un falò

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per segnalare col fumo la presenza eventuale dei militari ai compagni che occupavano il promontorio della collina di fronte, che delimitava il tortuoso sentiero attraverso cui doveva transitare la camionetta. La breve scena fu girata in territorio di Muros ed il primo tentativo non ebbe esito positivo, poiché una improvvisa folata di vento spinse la fiamma sul mio viso, bruciacchiandomi le sopraciglia. Nell’intervallo il regista Monicelli, seduto sulla nuda pietra vicino a me, mentre mi chiedeva notizie personali, mi parlava cordialmente e spontaneamente del suo stupore per la bellezza della natura incontaminata, per il maestoso silenzio del luogo, per i colori dei prati e del cielo così azzurro e così limpido: la primavera faceva allora capolino, ma con prepotenza. Il colloquio fu interrotto dalla presenza delle altre comparse frattanto avvicinatesi e dalla necessità di riprendere a girare la scena del segnale di fumo, essendo nel frattempo arrivati, oltre tutto, i carabinieri nella loro jeep, che cercavano i banditi della cui presenza avevano notizia sicura. Per esigenza di copione i banditi furono protagonisti anche nella chiesa sconsacrata di Nulvi, dove si erano recati per scortare e proteggere Costantino Corraine (Amedeo Nazzari) che doveva incontrare don Paolo Solinas (Mel Ferrer) per discutere sulle ragioni della contesa tra le famiglie Barras e Corraine. Qui si consumò un pranzo al sacco e la soddisfazione fu enorme, avendo in quel momento il privilegio della compagnia di divi tanto acclamati, vicini col loro sorriso aperto e cordiale”. Se la selezione ufficiale delle comparse si svolse a Sassari, molte volte la scelta avveniva sul campo, spesso pochi attimi prima del ciak. In questo modo entrarono nel cast molti tissesi, uomini e donne, giovani e bambini. Pasqualina Manunta, classe 1918, allora avvenente trentaquattrenne, oggi vispa ottantacinquenne, passava da quelle parti per commissioni, o sia per caso. Zia Pasqualina si mostra restia a parlare di quanto è successo cinquant’anni fa. Dice che in fondo non ha fatto nulla di particolare; ma ricorda con un certo orgoglio quella mattina in cui venne fermata ed invitata a recitare una parte, piccola, ma importante lo stesso. Perché allora solo andare al cinema era una sciccheria, figurarsi “entrare dentro il film”, soprattutto se accanto ad attori famosi. Attrice per un attimo, insomma, ma pur sempre attrice. Per quei tempi, in cui la mentalità tradizionale imponeva alla donna cliché quanto mai severi, quella esperienza poteva ritenersi quasi una trasgressione. Il copione? Fin troppo facile,

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tanto da potersi recitare con estrema naturalezza. Doveva, infatti accompagnare un bambino all’asilo, che don Paolo e sua madre avevano appena aperto. “Quest’ultima parlava in francese, ma io la capivo lo stesso”, ci tiene a sottolineare. Un’apparizione fugace, che nel film regala qualche sequenza della giovane Pasqualina che entra tenendo per mano un bambino. Fugace, ma ugualmente impegnativa, perché, racconta oggi zia Pasqualina, l’ingresso avvenne da una porta fittizia costruita di fianco alla chiesa di Santa Vittoria a Tissi, mentre l’interno venne registrato a Roma. Quella uscita di casa così le offrì anche l’occasione inattesa di una visita alla capitale, che, naturalmente non si lasciò sfuggire. A fatica zia Pasqualina si mette in posa, disinvolta allora davanti alla macchina da presa, oggi impacciata davanti a quella fotografica. “Mi sembra che non vengo più bene”, dice con un sorriso accattivante, che dimostra come l’età non abbia per nulla intaccato lo spirito della “giovane attrice” di cinquant’anni fa. Domenico Masia ha oggi 92 anni, portati con estrema disinvoltura e, soprattutto, con spirito straordinariamente giovanile. Baffi lunghi e arricciati, sguardo intrigante e mente ancora volitiva. Risponde con noncuranza alle domande sulla sua partecipazione al film “Proibito”, un tema diventato di estrema attualità in paese dopo l’uscita del calendario della Pro loco. Dice di non ricordare niente, abbassando lo sguardo sornione, complici i baffi che celano l’ironia di uno che non vuole darla ad intendere. Poi comincia a raccontare come un fiume in piena. Allora aveva 43 anni, era nel pieno delle forze e non aveva tempo per assistere a tutto quel pandemonio che stava succedendo in paese. In quel periodo, ricorda, stava lavorando in un cantiere stradale, a “Badde ‘e rebuddu”, tra San Giorgio di Usini ed Olmedo. Un’ora e mezzo di strada a piedi per andare e un’ora e mezzo per tornare: la giornata era piena e la stanchezza tanta da non aver voglia di interessarsi ad altro. Quel sabato mattina era però a Tissi, in giro con gli amici per raccontare quattro frottole dietro un bicchiere di vino e per curiosare su quello strano via vai tra via Municipale, via Roma e la chiesa di Santa Vittoria. Fu fermato due volte: prima dall’èquipe cinematografica, poi dai “carabinieri”. Quel che successe avvenne tutto in un giorno: la sua faccia parve adatta ad interpretare il ruolo di un pastore dalla faccia sospetta e venne quindi invitato ad interpretare la parte nella scena che fa seguito all’uccisione di Costantino Corraine-Amedeo Nazzari. Detto fatto si passa al ciak: arriva la camionetta e il

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giovane Domenico viene fermato dai carabinieri per accertamenti e portato in caserma. Una scena muta, di una sequenza, ma ugualmente impegnativa, perché anche stavolta l’esterna fu girata a Tissi e gli interni a Roma. Trascorse otto giorni nella capitale, alloggiato, racconta, all’albergo Amendola con una diaria di quattrocinquemila lire. Eravamo una comitiva di undici persone, ricorda, dieci di Tissi più “il chierichetto” che veniva da Sassari. Una bella esperienza, consumata senza tanta fatica e, tutto sommato, ben retribuita. Ma furono soprattutto i bambini ad essere partecipi di quel mondo straordinario quanto effimero. Si facevano trovare dappertutto, a curiosare magari, spesso comparse involontarie entrate nel film con la naturalezza più estrema. “Eravamo sempre lì”, raccontano Giommaria Sanna e Antonio Porcu, ricordando le chiacchierate affabili con Mel Ferrer, che “dormiva a Tissi, mentre il resto della troupe arrivava ogni volta da Sassari”. “Girammo molte scene”, ricordano, “quasi sempre eravamo ripresi mentre giocavamo”. Poi nel film ne è rimasta soltanto una: quella nella quale don Paolo, accompagnato da un nugolo di bambini si reca al nuovo campo sportivo per piazzare i pali della porta. Giommaria allora aveva tredici anni e Antonio nove. Nella scena Giommaria ha un battibecco col chierichetto che pretende di dettare ordini su come piazzare i pali, perché non essendo presente in quel momento don Paolo è lui che comanda. È Antonio a chiudere il litigio con la battuta fulminante, diventata poi proverbiale a Tissi, “ha ragione Giommaria”. “A Roma noi non andammo”, ricordano con qualche disappunto, “perché i genitori non ci mandarono”. In compenso la produzione pretese di acquistare i pantaloncini e la maglietta utilizzati nella scena, probabilmente per riutilizzarli con altri bambini in altre scene. Anche loro venivano pagati, mille lire o ottocento lire a scena, a seconda. Anzi, per la verità, raccontano che l’entità del compenso venne ridotta dopo l’intervento di un notabile del paese, che avrebbe avuto di che lamentarsi perché la paga proposta era troppo alta, superiore a quanto lui pagava per le giornate dei suoi braccianti. E questo fatto costituiva un precedente che lo avrebbe potuto danneggiare. Fu una manna, comunque. Ai genitori, con prole numerosa (a casa di Giommaria erano allora dieci figli, nove a casa di Antonio), non parve vero che quei ragazzetti potessero portare a casa tanti soldi, in tempi in cui i soldi per chi viveva in paese erano davvero una cosa rara. Nino Pittalis ha oggi settantaquattro anni, allora era

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un giovane ventiquattrenne. Basta un accenno e gli occhi si ravvivano: “In quel film io ci ho lavorato”, esclama con un pizzico di orgoglio. “L’appuntamento era a Santa Vittoria, dove ogni mattina ci passavano in rassegna e, a seconda delle esigenze , ci assegnavano le parti”. Spesso erano mute presenze sceniche, inventate per riempire lo schermo e per dare un tocco di verità alla costruzione del racconto. “Ci chiedevano sempre”, ricorda Nino, “ di venire vestiti con abiti vecchi, da campagna o semplicemente da gente povera”. Era questa una consegna perentoria,tanto che un giorno, racconta, uno che arrivò vestito bene, con gli abiti della domenica, si sentì apostrofare: “Tu cosa ci fai vestito così?”. Pronta però la ri-

sposta: “Voglio fare la parte del medico!”.Alla fine della giornata si passava per la paga. “Ci davano seicento lire per un lavoro che per noi non era tale, perché ci divertivamo”, commenta Nino. Per circa un mese tutto il paese, uomini e donne, ebbe un reddito assicurato. Sorride di gusto, raccontando di quella volta che volevano dare la stessa paga anche ad un pastore che aveva messo in scena le sue pecore. Ne pretese mille, perché anche le pecore avevano recitato la loro parte. Se tante furono le comparse, prese a Tissi e nei dintorni, grande protagonista per tanta parte del film fu il paese con i suoi edifici e la sua conformazione urbanistica: la chiesa di Santa Vittoria, anzitutto, un palcoscenico naturale a grande effetto, che si protende oltre via Roma sulle alte gradinate della piazzetta in cui sorge; la Piazza municipale con la storica fontanella, il vecchio municipio, le case e i vicoli segnati dal tempo, le strade polverose piene di antica suggestione. Certamente Monicelli ha trovato nel piccolo paese e nella sua gente uno scenario quanto mai efficace: una circostanza fortunata, che ha permesso di consegnare per altro canto alla storia di Tissi preziose immagini di un passato e di un mondo che il vorticoso progresso di questi anni rende ancora più significative.

Giommaria Sanna e Antonio Porcu sulle gradinate di Santa Vittoria. Nino Pittalis. La casa è ancora come nel film. Pasqualina Manunta.

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Intervista a Mario Monicelli

Quella terra la porto

nel cuore di Dario Bertini

“Proibito” è tratto dal romanzo “La Madre” della scrittrice sarda Grazia Deledda, in che misura si è fatto reale riferimento al romanzo? Si… ricordo che lessi il libro è rimasi colpito da alcuni elementi che mi parvero di stile Western… questo paesino isolato, la descrizione dei paesaggi… e quella storia misticoreligiosa tra la ragazza ed il prete. Quindi si può dire che il primo elemento che la colpì furono le descrizioni del paesaggio sardo? Si… non principalmente forse, ma sicuramente influì non poco sullo stile che poi scelsi per la pellicola. Aveva avuto già modo di conoscere ed apprezzare gli ambienti dell’isola? No… quella fu la prima volta che andai in Sardegna. Ricordo che rimasi colpito dalla vastità del territorio, da straordinari santuari, molti dei quali abbandonati o poco frequentati, dispersi nella natura, edificati tra vallate e colline; di una fattura raffinata nei rivestimenti ed in sculture in legno assolutamente non barbariche, come era opinione comune della cultura sarda. Non vi era alcun controllo sugli edifici, ad indicare un grande rispetto per

NON POSSO NASCONDERE CHE INIZIALMENTE MI TROVAI IMPREPARATO E VISIBILMENTE EMOZIONATO NEL POTER PARLARE A COLUI CHE, PER UN GIOVANE APPASSIONATO DI CINEMA, SI PRESENTA COME UN’ICONA, “UN MOSTRO SACRO” DEL NOSTRO CINEMA: MARIO MONICELLI. MI MISE A DISPOSIZIONE PARTE DEL SUO TEMPO PER UNA CONVERSAZIONE TELEFONICA SULL’ARGOMENTO DI MIO INTERESSE: “PROIBITO”. EQUIPAGGIATOMI DEI “FERRI DEL MESTIERE”, UN TACCUINO, UNA PENNA ED UN REGISTRATORE, INIZIAI A REGISTRARE L’INTERVISTA.

il culto. Alcuni erano quasi inavvicinabili a causa della collocazione su impervie colline o alla mancanza di vere vie di collegamento. Una Sardegna diversa da quella conosciuta oggi? Indubbiamente… erano dei tempi, per conto mio, straordinari per la Sardegna, che penso non si ripeteranno più. Diversamente da quello che è l’interesse odierno, più che le coste ricordo che ci incuriosì la conoscenza dell’interno. Facevamo lunghe camminate immersi in paesaggi di una straordinaria bellezza, incontaminati, privi della presenza dell’uomo per chilometri e chilometri. Spinti dalla voglia di andarli a vedere, anche, ma non solo, per esigenze dello scenografo. Vi fu un aspetto che ricorda particolarmente di tutte quelle perlustrazioni nel paesaggio e nella cultura sarda? L’interno della Sardegna, in realtà, è molto più bello delle coste. È un ambiente che avete solo in Sardegna… insomma di coste belle se ne trovano anche altrove… Intende la concezione di

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vita isolata e strettamente legata alle proprie tradizioni e costumi? Si certo… ma non solo. La cosa che ci stupiva in maniera strepitosa era che, in qualunque punto si arrivasse, il più inaccessibile della Sardegna… un paesino da raggiungere a piedi… vi parlavano un italiano perfetto. Nonostante vivessero una situazione prevalentemente isolata? Si… sapevano parlare un italiano perfetto… Perché vi stupì tanto? Beh… noi eravamo abituati, come cineasti, ad andare in giro per l’Italia… uno viaggia va in Campania… oppure in Sicilia e capita di parlare con persone che non conoscono correttamente l’italiano. Adesso naturalmente sono passati forse più di cinquant’anni, la televisione ed altre vie di comunicazione hanno oramai colmato quelle differenze… loro parlavano un dialetto abbastanza infelice da comprendere. In Sardegna invece si esprimevano perfettamente in italiano… non so dove diavolo imparassero… c’erano paesini sperduti, con quattro alunni, dove arrivava una maestrina disperata e imparavano, imparavano eccome. Come trovaste Tissi, il paese dove si svolge la vicenda, è straordinariamente identico al villaggio descritto dalla Deledda? Si, ha alcune caratteristiche comuni al romanzo…ricordo che scegliemmo la zona di Sassari perché straordinariamente ricca di colline rocciose e ci fu segnalato il paese per la posizione della chiesa sopraelevata rispetto al paesino. L’entroterra sassarese non fu il solo ambiente che “visitaste”. Giraste anche nelle campagne intorno ad Aggius, vicino a Tempio Pausania? Stavamo d’istanza a Sassari ed anche a Tempio, e di conseguenza perlustrammo tutte le zone circostanti sia alla ricerca di paesaggi e location, sia per puro e sempli-

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ce piacere ed interesse. Non tanto per cercare propriamente luoghi adatti, perché ve ne erano ovunque, e tutti di estrema bellezza. Ricordo queste distese lunari…sembrava di stare proprio sulla luna, vallate rocciose e desertiche. Nel film si possono riscontrare tre filoni principali: quello che rimanda alla Deledda ed alla sua Opera, quello che rievoca i miti del Western, ed infine quello che rimanda alla “questione sarda” del banditismo. Quest’ultima fu una scelta dedita a rispecchiare una piaga che colpiva la Sardegna di quel periodo? Beh, più che altro il banditismo esisteva al tempo della Deledda. Quando andai io non vi era un vero e proprio banditismo…c’era gente alla macchia ricercata dalla polizia per delitti commessi, ma non è che assaltasse diligenze o che altro. Viveva anche abbastanza bene, stava nascosta perché comunque ricercata, ma non e che qualcuno andasse a scovarla… Quindi, quella della faida, fu una scelta dettata più dalla componente Western e spettacolare che si voleva dare al film? Si, per la bellezza e spettacolarità dei luoghi e del paesaggio che mi ricordavano lo sconfinato west statunitense, ma anche per questa collocazione, che aveva la Sardegna allora, che era un rifugio di ricercati. Possiamo considerare “Proibito” una digressione all’interno della sua carriera? Lei veniva da alcune commedie girate in coppia con Steno? Ma, non tante, un cinque sei film….ma perché volevo togliermi dalla commedia farsa…precedentemente feci “Le Infedeli”…ed allora scelsi questa via per non fare sempre e soltanto film comici. Scelse lei il soggetto o le fu commissionato? Lessi il romanzo e mi piacque. Mi

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dava l’occasione di fare un film, non più su piccoli borghesi, appartamentini, sottoproletari eccetera, ma gestire degli spazi…. Mi pare quindi di capire che giudica l’esperienza positivamente? Certamente, mi permise di misurarmi con altri generi e di capire che preferivo la commedia. Inoltre fornì all’Italia una delle attrici più brave del nostro cinema, Lea Massari, e mi permise di conoscere una terra splendidamente solare, dalla natura incontaminata, radicata in tradizioni ataviche, ma anche splendidamente ospitale. Ripeto, un periodo magnifico. Confesso che, da sardo, le ultime parole che il Maestro mi disse prima di salutarci, non poterono che riempirmi d’orgoglio. Posso dunque ritenere che nelle riprese dei paesaggi e degli ambienti sardi, presenti in “Proibito”, vi sia uno spassionato omaggio a questa Sardegna descrittami dal mio interlocutore. “Proibito” fu dunque un piacevolissimo fuori pista, che portò Monicelli verso territori inesplorati, sia del cinema, sia dell’Italia. Mi piace pensare che la Sardegna ed il suo splendido, silenzioso, solare e desolato paesaggio siano stati testimoni della consapevolezza artistica del maestro Monicelli. La differente esperienza, cercata dal regista con “Proibito”, ha rafforzato un‘inconscia convinzione verso un’espressività comica, ironica tendente al grottesco.

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Scheda ed analisi sull’importanza del film

Molte sono state le correnti stilistiche che hanno forgiato la cultura filmica sarda, diversi sono stati anche gli scultori, ma, quasi tutti, hanno plasmato le stesse materie: la Storia, la Società, l’Ambiente. Per avere un quadro riassuntivo di alcune di queste correnti, almeno delle più sintomatiche, si può cercare, con lavoro certosino, un’opera che ne riassuma il maggior numero di sfaccettature, visionarla e trasformarla nel punto di partenza. Questo è quanto dovrebbe fare chi volesse cimentarsi nella conoscenza della “cinematografia sarda”, includendo in questa personale definizione tutte quelle pellicole che citano la Sardegna o vi sono state prodotte. Potrebbe servirgli un buon compendio, magari non dettagliato, ma sicuramente rappresentativo e foriero d’ottime nozioni, grazie al quale possa, per lo meno, intuire le principali ramificazioni di questa parte della cinematografia italiana. L’intento è di suggerirne uno: un lungometraggio, girato dal maestro Mario Monicelli in Sardegna, nel 1954, intitolato “Proibito”, e di cui nell’anno corrente si celebrano i cinquant’anni. Dell’opera non è pertanto rilevante il livello tecnico-stilistico, né l’importanza datagli nei secoli dalla critica di settore e dal pubblico, quanto i contenuti conformi ai diversi sottogeneri della cinematografia isolana In “Proibito” albergano tre “pseudogeneri” che vanno a comporre il complesso narrativo del film e che son stati sfruttati nel tempo da molti registi, per descrivere l’isola ed il suo popolo: Il “genere letterario”: che trova nella Deledda una vera miniera di storie per raccontare le ideologie, le tradizioni ed il folklore dei sardi. Il “genere Western”: che fa del paesaggio un vero e proprio personaggio. Infine il “genere, che ha in “Banditi ad Orgosolo” di De Seta il suo esponente più celebre, quello relativo al banditismo in Sardegna”, alla meglio conosciuta “questione sarda”, alle faide tra famiglie. Per quanto riguarda il romanzo “La madre” della Deledda, si segnala come gli sceneggiatori si siano appropriati d’alcuni elementi, fisici e psicologici, dei personaggi del libro. Il romanzo è dunque servito da supporto, ne è stato modificato l’intreccio, rivolto

maggiormente agli elementi spettacolari del libro che non alla storia, alla descrizione degli spazi e degli ambienti che non allo spessore psico - caratteriale dei personaggi. Dalle documentazioni cartacee reperite in tutta Italia e dalla lettura dei racconti della scrittrice sarda è stato possibile riconoscere influenze da altri romanzi: “Colombe e sparvieri”, “Elias Portolu”, “Canne al vento”. La presenza di elementi e citazioni descrittive e narrative derivate da altre fonti dell’opera deleddiana accresce l’importanza della pellicola per l’attualizzazione con la quale sono stati trasposti personaggi e contenuti. Il banditismo è stato introdotto com’elemento scatenante. L’azione che muove un tale fenomeno è ampia, nel coinvolgere un intero paese, e lunga, nel protrarsi nel cambio generazionale. La mitologia western trova punti di contatto anche con la struttura del banditismo sardo, portandoci a credere che la scelta della faida sia stata fatta più per le sue caratteristiche spettacolari analoghe al western, che non per l’ambientazione sarda ed il referente letterario seguito. La presenza simultanea di queste tre tematiche rende il film particolare, anche entro una sua collocazione nella lista di quelle pellicole che, per svariati motivi, parlano della Sardegna o vi sono state esclusivamente girate. Azzardiamo a definirla una piccola summa di questa particolare lista di film sia perché ricalca quel filone letterario deleddiano cui molti altri prodotti si sono ispirati, ma anche perché preannuncia i molti Western che saranno girati in Sardegna più avanti, ed infine perché tratta lo spigoloso problema del banditismo sardo, seppure sommessamente. A caratterizzarla ulteriormente vi è la presenza di un Amedeo Nazzari nel primo ed unico ruolo nelle vesti di un suo conterraneo, e l’esordio della giovanissima e promettente Lea Massari, infine è il primo film a colori girato da Mario Monicelli, ed anche la prima esperienza in un genere, quello drammatico, lontano dalle sue preferenze comiche. Oltre tutto è anche esemplare del modo di gestire le produzioni in tutto il decennio: la scelta, a volte avventata, di scritturare gli attori hollywoodiani per assicurarsi incassi più cospicui.(D.B.)

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1934. Accadde ad Aggius

La culla del re Di Pietrina Vignoli

CORREVA L’ANNO 1934 E LA PRINCIPESSA MARIA JOSÈ MOGLIE DI UMBERTO DI SAVOIA PRINCIPE DEL PIEMONTE ERA IN ATTESA DEL FIGLIO PRIMOGENITO. LA CASA REALE AVEVA ANNUNCIATO AL POPOLO CON UN “PROCLAMA”, DIFFUSO TRAMITE I QUOTIDIANI, CHE CHIUNQUE FOSSE NATO NELLO STESSO GIORNO E ALLA STESSA ORA DEL PRIMOGENITO DEI PRINCIPI AVREBBE RICEVUTO UN DONO CHE CONSISTEVA IN UN CORREDO PER IL BAMBINO, QUESTO DONO SAREBBE STATO CONSEGNATO SE AL NEONATO FOSSE STATO DATO LO STESSO NOME DEL PRIMOGENITO DI UMBERTO E MARIA JOSÈ.

IL

24 settembre dle 1934 nacque Maria Pia di Savoia primogenita della Casa Reale. Nello stesso giorno e nella stessa ora ad Aggius venne al mondo mia sorella, figlia di Maria Carta e di Pasquale Vignoli. Mio padre si recò in comune per registrare la nascita della bambina e per comunicare il nome della figlia che sarebbe dovuto essere Pierina. In quel giorno il municipio era in fermento, infatti in occasione della nascita della Principessa, si adornavano i balconi con fiori e bandiere. Mio padre si recò presso l’ufficio anagrafe e in quel momento gli venne comunicato che avrebbe dovuto dare alla propria figlia il nome della principessa, anche lei appena nata. La bambina fu quindi chiamata Maria Pia Vignoli.

Passati quindici giorni circa, mio padre ricevette una lettera in cui gli venne comunicato di recarsi a Sassari al palazzo della Provincia per ritirare il dono della Casa Savoia. Il dono consisteva in una splendida culla in legno di noce, con intarsi raffiguranti la fauna e la flora sarda. Sui fianchi della culla sono raffigurate delle colombe e dei fiori. In testata lo stemma di Casa Savoia sovrastato dalla scritta: Deus et su Re”, ai piedi della culla lo stemma della Sardegna raffigurante i Quattro Mori. Insieme alla culla fu donato tutto il corredo per la bambina. Quest’avvenimento fu molto significativo per la comunità aggese e non solo, infatti per mesi, arrivarono a casa nostra persone da tutta la Sardegna per poter ammirare la “Culla del Re”. Cinque anni dopo, e precisamente l’11 giugno del 1939 in occasione della visita di Umberto e Maria Josè a Tempio fu preparato ad Aggius un palco nella via principale. I principi si recarono in effetti ad Aggius e fra una moltitudine di persone mia sorella Mari Pia Vignoli fu presentata da mio padre al Principe Umberto che la baciò e con una pacca sulla spalla si congratulò con mio padre. Nel 1955 la principessa Maria Pia andò in sposa al principe Alessandro di Yugoslavia. Il matrimonio fu celebrato a Cascais.

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I viaggiatori e la Sardegna tra il settecento e l’Ottocento

storia e storie di Irma Sanciu Obino

L’ISOLA DELLA SARDEGNA IMMERSA NEL MEDITERRANEO, RICCA DI STORIA E DI FASCINO MISTERIOSO, CON ROCCE MILLENARIE, SCOLPITE DAL VENTO DI MAESTRALE, CON PIANURE RICCHE DI MESSI, CON COSTE FRASTAGLIATE, CON ISOLOTTI CHE SI SPECCHIANO IN UN MARE DI CRISTALLO, HANNO RICHIAMATO L’ATTENZIONE DI LETTERATI, DI COMMERCIANTI, DI APPASSIONATI DI ARCHEOLOGIA, IN MODO PARTICOLARE DI FRANCESI, INGLESI E DI “TERRAMANNA”, GIÀ DALLA PRIMA METÀ DEL SETTECENTO CON GIUSEPPE FUOS,*1 DI NAZIONALITÀ TEDESCA.

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ssi, da puntuali cronisti, presero a scrivere l’itinerario dei loro viaggi riportando impressioni, situazioni politiche e sociali dei paesi e dei luoghi visitati dell’isola, che non è facile riportare in queste brevi note se non qualche accenno. Il Fuos incolpa il governo piemontese di scarse attenzioni per la Sardegna, mentre a suo avviso, gli abitanti indeboliti dalla malaria, dalle carestie, dal banditismo, palesano una pigrizia endemica che non può aiutarli a superare il travaglio per il passaggio dal dominio spagnolo a quello sabaudo. Le campagne sono spopolate, le strade in dissesto. Dopo qualche annotazione del Lambert, dell’Azuni e di Francesco IV d’Austria d’Este, nel libro curato da Alberto Boscolo, si rileva, nel primo 800, l’impegno profuso dal conte torinese Alberto Della Marmora per conoscere veramente la Sardegna e la

descrizione delle difficoltà che incontrava il viaggiatore. Le strade erano solo dei tratturi senza indicazioni; il carattere collerico degli abitanti, il clima freddo per alcuni mesi, con esalazioni mefitiche dagli acquitrini. Le sue fedeli annotazioni appaiono nel 1826 e in seguito nel 1840, nel libro “Voyage en Sardaigne”. Passato dall’esercito napoleonico a quello piemontese mostra simpatia per il movimento liberale che lo porteranno ad essere confinato in Sardegna. In seguito pur richiamato in servizio qui si trattenne per circa cinquantanni. Di lui ci resta una carta dell’isola. Il “Voyage en Sardaigne” ne descrive la geologia, l’archeologia, l’economia, mentre “l’Itinerario” è il completamento del suo lavoro letterario. In seguito molti viaggiatori attinsero alle descrizioni del Della Marmora per conoscere meglio l’isola. Un libro pubblicato a Lipari nel 1831, sulla Sardegna, di autore anonimo, mette in risalto la bellezza delle donne e la pigrizia degli uomini, le feste e le usanze isolane e le avventure in cui viene coinvolto in uno degli attacchi dei barbareschi frequenti nelle coste sarde. Nel 1835 un altro libro, pubblicato a Parigi, è il famoso “Voyage en Corse, à l’ile d’Elbe et en Sardaigne” di Antoine Claude Valery. Costui bibliotecario a Versailles, traversa quasi tutta l’isola a dorso di cavallo, sostando spesso per cogliere le caratteristiche degli abitanti; descrivendo scene di vita, usanze, tradizioni. Importanti le osservazioni sull’abolizione del feudalesimo in Sardegna nel 1836. Anche Alfonso de Lamartine nel suo viaggio sfortunato verso l’oriente, fa una breve sosta a Carloforte e ne descrive le spiagge verdi di lentischio, le alte catene montuose della Sardegna. Honoré de Balzac in una lettera diretta ad una signora polacca descrive i sardi, uomini e donne, come dei selvaggi in costume adamitico che abitano in tane nelle

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missionari che dieci reggiforeste. Le sue esagerazioni e Costume di Urzulei. menti di soldati”. La sua l’acredine che nutre verso i opera sui costumi è la più sardi sono dovute alle sfortuimportante e la più utile alla nate vicende economiche dei suoi viaggi. Molto realistiche sono invece le notizie del conoscenza dell’isola. Edoardo Delessert, aristocratico Tendale espresse in un libro pubblicato a Londra nel francese viene in Sardegna con un domestico portando 1849. Egli, accompagnato da un servitore, percorre nel con sé un’ingombrante attrezzatura per fotografare e ri1843 tutta l’isola. S’interessa di archeologia, di storia, portare in patria le impressioni fotografiche. Egli covisita i nuraghi e interpella gli abitanti. Nota la man- munque per prudenza non si allontana dalla “Carlo Fecanza di istruzione nelle campagne e lo scarso interesse lice”. Sbarca a Porto Torres, va a Sassari, a Cagliari, ferdel governo. Fra i lati positivi dei sardi ricorda il rispet- mandosi, inoltre nelle principali località. Il suo viaggio to delle tradizioni, le belle feste, l’amore per le cerimo- avviene utilizzando onnibus e diligenze che descrive nie, i balli. Nel 1830 viene pubblicata a Napoli l’opera con ironia, sporche all’inverosimile. Fa ritorno in Frandi un gesuita, padre Antonio Bresciani, che effettua una cia su uno scomodo battello facendo scalo ad Ajaccio. comparazione dei costumi sardi con quelli degli antichi Il suo scrivere è di agevole lettura. Il libro è intitolato popoli orientali ed esprime teorie circa l’origine di mol- “Sei settimane in Sardegna” ed è ricco di scenette piene te usanze sarde. Il titolo dell’opera è “Dei costumi del- di colore paesano. Egli descrive i “carraioli” che a Sassal’isola di Sardegna comparati con gli antichi popoli ri vanno ad attingere l’acqua dalla fontana di Rosello e orientali”. Le sue teorie nacquero dal lungo soggiorno che danno botte senza pietà ai poveri asinelli che fatiin Sardegna e dalle visite a cavallo effettuate nella Tre- cosamente procedono sotto l’eccessivo peso. Descrive la xenta, nell’Ogliastra e nella Barbagia. Negli appunti di fiabesca illuminazione, con candele, della grotta di Netviaggio egli ne descrive le consuetudini e le usanze con tuno ad Alghero; il corteggiamento dei giovani che comolta precisione; l’aspetto fisico e morale dei sardi, la me è uso nella vecchia Spagna, parlano con l’innamoloro storia, il lavoro e la vita dei pastori, la situazione rata dalla strada, stando sotto il balcone. Si dedica andegli agricoltori, la fede al Re, la cortesia verso i fore- cora alle sagre paesane ed allo splendore dei vari costustieri. Riporta una frase attribuita a Carlo Alberto che mi. Critica la mancanza di osterie ma, nell’insieme, è così si esprime: “Vale più in Sardegna una dozzina di sempre attendibile e sincero nelle descrizioni integrate

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da fotografie. Al contrario del libro del Delessert un altro, pubblicato nel 1861, di Gustave Jourdan, dal titolo “L’Ile de Sardaigne” è stato scritto con il solo scopo di mettere in cattiva luce la Sardegna che è descritta come “un focolare spento, una terra di banditi, di barbarie in seno alla civiltà”. Queste affermazioni suscitano lo sdegno dei sardi e il Vivanet uomo di grande cultura replica con un altro libro. Pare che lo Jourdan non perdonasse ai sardi di non essere riuscito dopo un anno di soggiorno nell’isola a coltivare gli asfodeli per ottenerne dell’alcool. Un altro libro sulla Sardegna, pubblicato a Parigi nel 1867, è spigliato e vivace. Il suo autore è Emanuel Domenech. Costui dopo una vita molto avventurosa, venendo una seconda volta nell’isola, vi trova “popolazioni ardenti, simpatiche, buone; anime fortemente temprate, virtù patriarcali, difetti moderni, bizzarrie rispettabili, grandezze e poesia”. Egli, comunque, non visita tutta l’isola ma accetta come vere descrizioni fantasiose come quella di un villaggio sugli alberi e la descrizione dell’isola di Sant’Antioco che appare un centro abitativo, destinato un tempo ai sepolcri. La piacevole lettura del testo e la descrizione sincera del lavoro delle campagne e della popolazione, gli fanno perdonare i peccati di fantasia. (Siamo in un periodo di grandi trasformazioni nella Sardegna. La legge delle chiudende, l’abolizione del feudalesimo, la costruzione delle strade, una campagna in favore dell’istruzione, lo sviluppo delle due università di Cagliari e di Sassari, il procedere delle industrie minerarie). Dopo aver riportato il pensiero di alcuni scrittori stranieri e non, mi soffermerò qui di seguito particolarmente, sulle “Impressioni e curiosità” di William Henry Smyth, espresse nel libro pubblicato a Londra nel 1828 (tradotto da Francesco Alziator) che riferisce, in modo capillare e con molta attenzione, gli usi, i costumi, le tradizioni dei sardi e, generalmente, riporta vocaboli del Campidano. Il modo di vestire degli isolani delle classi elevate è uguale a quello del resto dell’Italia, mentre gli agricoltori e i contadini usano vesti di pelle e orbace (fresi) e pelli conciate a Bosa e dintorni. “Sa este ‘e peddes” con la quale nelle intemperie si difendono, che è ottenuta da una pelle non tosata di un montone o di una pecora è detta “sa mastruca”. La mastruca viene rivoltata con la lana all’interno nel periodo più freddo dell’anno. L’uso di indossare alcune pelli bianche a forma di saio è un modo più elegante per coprirsi. Le cuciture vengono mimetizzate da nastri azzurri. Quattro pelli di cuoio conciate finemente e unite fra loro formano il “collettu”, spesso di colore giallo o rosso che sarebbe il giubbone ornato da grossi bottoni d’argento, aperto ai lati, lungo fino al ginocchio e senza maniche, fermato in vita da “sa cintorza” (alta cintura di cuoio chiusa da una fibbia di metallo). I sardi infilano in questa cintura una daga che serve per i pasti e per difesa personale. Indossano una camicia bian-

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ca che lascia libero il collo, ornata da due bottoni d’argento. “Su gabbanu” è una giacca di orbace pesante come pure “su cabaneddu” con cappuccio. A Cagliari si usa un copricapo “sa berriuola” di colore rosso. Mentre in altre località è di color nero ed è più allungata. Si usa ancora, nel Campidano la reticella per i capelli. Nella parte bassa dell’isola si porta un lungo bastone. Gli uomini della Gallura e della Barbagia si lasciano crescere le chiome e le barbe che danno loro un aspetto temibile. Sopra i calzoni di lino bianchi usano “sas ragas”, una specie di corto gonnellino. Le gambiere di panno o “carzas” completano l’abbigliamento maschile. Le donne di una posizione elevata, come gli uomini usano vestirsi all’italiana, mentre quelle di rango inferiore o medio, usano il costume sardo di varie forme e colori. Nelle occasioni importanti, sia religiose che civili, si agghindano splendidamente. Dal velo bianco alla “fardetta” o gonna tutta a pieghe che termina in basso con una striscia colorata vistosamente, di velluto o broccato. La camicia bianca tutta ricamata sul collo e nei polsi, è chiusa da due bottoni o da un gioiello detto “lassu”. Sopra uno stretto corsetto usano portare una giacchettina di broccato che termina nelle maniche con ricchi bottoni d’argento. Sul davanti hanno un grembiule, un po’ più corto della gonna, di seta colorata, detto “su diventale” e allacciato alla vita da nastri. Collane di corallo, rosari, catene d’oro e d’argento ricoprono in modo ordinato il petto, come pure ciondoli con reliquie. Alle orecchie usano orecchini di corallo e boccole d’oro. Ricopre la testa spesso una pezzuola di lino sistemata in diverse fogge, a seconda del paese, spesso con l’intento di coprire la bocca, all’orientale. I costumi sardi variano da paese a paese, alcuni sono semplici, altri molto sfarzosi, specialmente quelli indossati in occasione delle festività. L’aspetto delle donne è diverso dal Nord al Sud dell’isola. Nel Sulcis il loro volto ha caratteristiche africane e gli abitanti di questa località vengono definiti “maurreddus” cioè mauritani. Le strade dei villaggi sono larghe non lastricate e nella periferia enormi letamai ammorbano l’aria. Le case del Campidano sono costruite con mattoni di fango e paglia, seccati al sole, mentre nella zona Nord si usa la pietra viva, trachite o granito. Le camere dei benestanti sono poche e contengono materiale vario, dalle provviste, ai letti, alle selle dei cavalli, tutto in una grande confusione. Le case dei contadini, generalmente sono senza finestre, ad un piano. In una sola stanza si ritrova l’asinello che gira la mola, il focolare al centro del pavimento, segnato da una buca circondata da alcune pietre. Bambini e animali domestici si dividono il poco spazio. Mentre in un altro ambiente si trova un grande letto per i padroni di casa, i vecchi, i malati e…per gli ospiti. Infatti non esistono osterie e i viaggiatori vengono ospitati benevolmente. I giovani non possono godere delle delizie del letto fino al matrimonio, ma riposano su stuoie nella

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re Smith che avrebbe potuto stanza comune con i piedi riLe case, generalmente, sono senza finestre, lasciare sua moglie sola in volti al focolare oppure in ad un piano. mezzo ai Cappuccini. I sardi estate all’aria aperta. L’arreamano i piaceri della tavola e damento è costituito da poche sedie basse a da un tavolo anch’esso basso. La lon- bevono molto vino. Nel periodo quaresimale il cibo gevità delle persone, che pure vivono in questi ambien- preferito è esclusivamente il pesce. Quasi tutti mangiati scomodi e malsani, è sorprendente e le famiglie spes- no con le mani dimenticandosi delle forchette. Si nuso sono composte da più di dieci figli. Gli abitanti del- trono perlopiù, di un pane assai bianco mentre i pastole città disprezzano i contadini ricambiati allo stesso ri ogliastrini e galluresi usano un pane più grossolano modo da questi ultimi. Un’antipatia corale esiste fra i confezionato anche con la farina ottenuta dalle ghiansassaresi e i cagliaritani e direi quasi un odio cordiale. de. In periodi di carestia vi uniscono spesso una specie Gli uomini quando s’incontrano, di ogni ceto sociale, di creta. Nell’inverno per far lievitare la pasta la collooltre a baciarsi sulle guance si baciano sulla bocca. Usa- cano nel letto ancora caldo dove hanno dormito i fano senza alcuna vergogna sputare per terra. Nei loro in- miliari. Consumano molta carne e come vasellame usacontri si esprimono ad alta voce. Le donne sarde rido- no “su talleri” che è quasi un piatto di legno per servire no quando si fanno allusioni scherzose e libertine e non a tavola. Preferiscono gli arrosti di bue, di montone, di si vergognano di dare il giusto nome alle parti anche in- capretto, di maialetto e la cacciagione. I paesani straptime del corpo. Il compito di queste è quasi sempre di pano la carne con i denti portando il coltello quasi fino sottomissione nei riguardi dei maschi. Provvedono ad alla bocca. Le foreste sono ricche di lepri, cinghiali, perallevare i figli a preparare il pane, a lavare i panni nei nici, daini, mufloni e di molta uccellagione, anche di fiumi, a portare dalla fonte l’acqua e con passo svelto passo. Nel periodo estivo mangiano delle lumachine procedono con la tinozza sul capo. Quando hanno dette “giocca” che vengono bollite e condite col sale. ospiti si fanno vedere solo al primo incontro e non sie- Usano molto i maccheroni diversamente cucinati e la dono alla tavola con i commensali. I sardi sono per na- polenta; le uova vengono arrostite nella cenere, il latte tura gelosi delle loro donne ma si fidano della loro one- viene, generalmente, riscaldato con pietre roventi. Usastà. Un contadino convinto di ciò dichiarò allo scritto- no molto i legumi, le verdure, gli erbaggi che crescono

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più vicino spara uccidendola spontaneamente nelle rive Donne al lavoro. con cartucce contenenti due dei ruscelli, (che i ricchi cono tre pallettoni di piombo. discono con spezie e olive). Se si ammazza un daino o un Un buon piatto sono i “curicervo la pelle è di tutti, se ingionis” fatti di farina, formaggio fresco e verdure. I sassaresi vanno a frotte a vece è un muflone o la femmina di un daino, la pelle mangiare lattughe negli orti. Grandi distese di terreno viene assegnata a chi ha ucciso la preda. La pesca con sono finalizzate alla coltivazione dei carciofi che i sardi l’amo non è molto seguita, i pescatori preferiscono catmangiano con gusto attribuendo loro poteri medicina- turare le trote nei fiumi con strumenti di giunco messi li. Mangiano inoltre, la parte superiore dello stelo de di traverso alla corrente. I più abili le prendono con le “su palmizzu” che cresce specialmente nelle vicinanze di mani servendosi di rami di euforbia. In alcune isole, Alghero. I sardi non amano camminare a piedi e si ser- specialmente in quella di San Pietro, i pescatori per vono spesso del cavallo; durante le feste sono cavalleriz- prendere il “cervus acquaticus” usano un metodo curiozi esperti e spericolati. Le donne cavalcano al modo ma- so, quando, all’imbrunire, questi uccelli si rifugiano suschile e sono assai agili. Per il trasporto delle masserizie gli scogli, vengono avvicinati con cautela, da uomini si usano i carri coperti (detti traccas), trascinati da buoi. sulle barche e bagnati con schizzi d’acqua. Le bestioline Quando escono da casa i paesani si fanno il segno del- credendo che stia piovendo, nascondono il capo sotto la croce. Montando a cavallo, specialmente durante il l’ala e sono subito preda dell’uomo. Per prendere gli avcarnevale, corrono a gruppi con grande maestria ed voltoi, di cui si usano le penne più piccole, li attirano equilibrio per avere dei premi che i più ricchi mettono con carcasse di animali. Quando gli uccellacci sono ben in palio. Vanno spesso a caccia nei boschi con molti uo- sazi e impossibilitati a volare, li uccidono a bastonate. mini con fucili e cani. Alla caccia al cinghiale (caccia Nella terra sarda non si trovano né lupi, né serpi velegrossa) i cacciatori si dispongono nei punti stabiliti do- nose. I sardi osservano molto le feste, quelle generali e ve si presume passi la bestia stanata dal vociare dei bat- quelle del proprio paese. Nei giorni festivi ascoltano la titori e dal latrare dei cani. Venuta a tiro il cacciatore messa e si astengono dal lavoro. Le chiese vengono ral-

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legrate con fiori e serti. A Sassari la festa più sentita è quella del 14 agosto dedicata a Maria Vergine dormiente. Sfilano le varie corporazioni, dette gremi. I massai, che sono i grossi proprietari terrieri, occupano l’ultimo posto che è invece ritenuto il posto d’onore. Si presentano nel palazzo civico per rendere omaggio alle autorità. Otto colonne di legno, variamente decorate, usate come candelieri, vengono portate in processione dai portatori che danzano e volteggiano. Una delle feste più importanti della Sardegna si celebra a Cagliari il primo di maggio per S. Efisio, un guerriero greco che fu decapitato a Nora. Alla processione partecipano uomini a cavallo, donne in costume di tutta l’isola, le famose “traccas” che riportano scene di vita familiare. Il simulacro del santo viene trascinato da due magnifici buoi bianchi. Nel Capo di Sopra si venera San Gavino che venne gettato in mare, con i Santi Proto e Gianuario dopo la decapitazione sotto il regno di Adriano e ripescati poi da alcuni fedeli. Molte penitenze vengono effettuate nella chiesa di San Gavino a Porto Torres con fustigazioni corporali. Questa basilica molto originale le cui navate sono sostenute da ventotto colonne, ha il tetto di piombo. Sotto l’altare si trova una cripta che contiene le tombe dei tre martiri. Le devote, trascinandosi in ginocchio, baciano il piede di tutte le colonne e delle statue che sono nella cripta. Gli uomini, all’esterno si flagellano, ma ciò non toglie che tutta la notte la passino tra orge e divertimenti eccessivi. Sant’Antioco è venerato nel Sulcis; si dice che fosse un mauritano esiliato da Adriano in Sardegna e poi giustiziato. Le sue reliquie vennero scoperte nel 1615; il suo capo è collocato nella cattedrale in una nicchia d’argento esposto al pubblico. Le feste nella Gallura sono più particolari giacché sono un insieme di ospitalità, di rusticità e di ferocia. Le principali si festeggiano a Luogosanto e ad Arzachena. Nella piccola chiesa di Santa Maria, vicino ad Olbia, dove lo Smith si recò per la festa, la moltitudine dei convenuti si dispose intorno al sacro edificio. I pastori uccisero e scuoiarono le bestie che servivano per il gran pranzo corale e le appesero ai rami degli alberi. La festa era stata organizzata da trenta o quaranta individui detti “soprastanti”. Ciascuno di essi aveva provveduto a donare un capo di bestiame, pane, vino, formaggio, combustibile e candele. Molti fedeli, nel frattempo ballavano “su ballu tundu” e la più vivace “pelicordina”. Eleganti i vari costumi maschili e femminili. Lo Smith, in questa circostanza mentre tutti cantavano e ballavano, vide due giovani preti che si divertivano come i laici, severamente criticati da alcuni vecchi. I ballerini seguivano il ritmo dato dal canto di alcuni uomini, com’è usanza nel Nord della Sardegna (a Sud si balla al suono delle “launeddas” strumento a fiato composto da tre o quattro canne qualche rara volta da cinque). La danza cominciò con un passo lento che poi si scatenò in volute e passi veloci. Dopo la festa religiosa

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la compagnia si portò da Santa Maria alla chiesa diroccata di San Pietro di Baldolinu per ripetere la cerimonia. Nei sotterranei di questa chiesetta, i pastori buttano i cadaveri dei loro morti, specialmente di quelli dei banditi uccisi. Per penitenza un individuo, quando è necessario, si cala all’interno (con la precauzione di portare con sé alcune torce), per liberare l’imboccatura. Il fetore è nauseante per cui ogni anno si costruisce un altare provvisorio, alquanto distante per la celebrazione della messa. I ricchi, i nobili e gli ecclesiastici vengono generalmente sepolti di notte nelle chiese, mentre i poveri vengono affidati alla nuda terra. Specialmente per i morti ammazzati le “prefiche” (donne prezzolate) con canti, urla, capelli strappati e nenie che decantano le virtù del morto incitano i parenti alla vendetta. Il periodo del lutto dura da sei mesi a dieci, dodici anni. Quest’ultimo periodo è stabilito dalla consuetudine e cioè fino a quando il morto (per morte violenta) non viene vendicato da un membro della famiglia. Nella Barbagia esisteva la brutta usanza di finire il malato senza speranza, facendolo strozzare da “sa accabbadora”. Questo delitto venne estirpato da padre Vassallo in visita come missionario in quelle contrade. In Gallura esiste un cerimoniale tutto particolare per la richiesta della sposa e cioè quando avviene il fidanzamento. Il matrimonio si celebra tre o quattro anni dopo e nel frattempo le coppie si comportano come fossero già marito e moglie senza nessuno scandalo. I sardi sono superstiziosi e hanno paura di essere “pigadus a ogu” cioè della jettatura. Al vestito dei bambini si appuntano degli amuleti contro il malocchio. Agli isolani non piace che si chieda loro l’età e non danno risposte dirette alle domande troppo personali. Secondo la tradizione l’ululato notturno del cane annuncia disgrazie, come il canto della civetta. Non si deve mettere il pane col fondo all’insù; non si spara mai a una rondine, sacra a Santa Lucia. Si dice che i bimbi, quando non piangono durante il battesimo, saranno sfortunati. L’esorcismo viene praticato quasi sempre dai frati cappuccini e il malcapitato che si ritiene indemoniato, viene ricoperto da reliquie di ogni genere. Il libro del nostro autore ha termine con la descrizione della città di Cagliari, che, occupando un’intera collina, palesa dal mare una veduta indimenticabile, con le torri di San Pancrazio e dell’Elefante, il suo Castello, dove abitano nobili, cortigiani e persone altolocate. Descrive i quartieri di S. Avendrace, della Marina, di Villanova, il Lazzaretto. Quest’ultimo si stende all’ombra del Capo di Sant’Elia. Nota *1 Vedasi: Viaggiatori dell’Ottocento in Sardegna, a cura di Alberto Boscolo. (Ca 1973).

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Le foto di Alberto Maisto

Incanto Sardo ALBERTO MAISTO Nato a Tempio Pausania nel 1944, vive attualmente a Sassari. Dopo aver lavorato per molti anni in un importante istituto di credito, è approdato al giornalismo come pubblicista e fotografo free-lance. Diversi suoi reportages sulla Sardegna sono stati pubblicati da riviste sarde e nazionali, come “Costa Smeralda Magazine”, “Ambiente Duemila”, “Sardegna e dintorni”, e “Medioevo”. Collabora inoltre con l’agenzia fotografica Realy Easy Star e le sue foto sono comparse su alcuni volumi del Touring Club Italiano, sulle enciclopedie a fascicoli settimanali “L’Italia dei parchi naturali” e “Coste e mari d’Italia”, sul supplemento I Viaggi del quotidiano La Repubblica e sul mensile specializzato Partiamo.

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Sassari, Settimana Santa.

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IL LIBRO Un viaggio con gli occhi e la parola che non pretende di essere esaustivo: è solo quello che l’anima ha avvistato di una terra amatissima e che è stato coniugato e come sostenuto dalle voci o parole degli scrittori più diversi, associando immagini e parole.

Cucciolo di muflone.

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Notturno gallurese.

Nulvi, la vallata di Fenosu.

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Stintino, mattino dâ&#x20AC;&#x2122;inverno a Sa Pelosa.

Impianto eolico in alta Gallura.

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Dintorni di Planargia, primavera.

Chiaramonti, pascoli di primavera.

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Chiaramonti, la vallata di Santa Giusta.

Vento di maestrale sulla Nurra.

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Francesco Pinna, fotografo sardo straordinario, singolare, irripetibile

il mondo in un CLICK di Riccardo Campanelli dova Anna Maria Greci, che ne custodisce ammirevolmente la memoria per assicurarne la diffusione e la conoscenza. Gli inizi della sua attività avvengono negli anni della scoperta della libertà e delle realtà, che schiude ai giovani come Pinna, ma non soltanto alla sua generazione, nuovi orizzonti e nuovi entusiasmi. Sono anche gli anni nei quali l’inventiva sopperisce all’indisponibilità di tutti quei materiali necessari allo svolgimento dell’attività creative, come dimostra la storia esemplare dal capolavoro di Roberto Rossellini, girato all’indomani ato a La della liberazione nella caMaddalepitale. Mamuthones na nel 1925 e ben presto “Roma città aperta” fu infatti realiztrasferitosi con la famiglia nella penisozato con tutti gli spezzoni di pellicola la, per seguire gli spostamenti del padre scaduta reperiti nei recessi dei magazzini ufficiale dell’esercito, inizia giovanissidi produzione. In questo clima di entumo a misurarsi con la fotografia e con il siastica riappropriazione degli spazi cinema, con l’arrivo degli Alleati a Roma nel 1944. espressivi Pinna muove i primi passi, incerto tra l’attiviMuore nel 1978 a Roma lasciando un grande rimpian- tà cinematografica in veste di operatore e quella giornato tra chi lo ha conosciuto e un archivio immenso e di listica in veste di fotografo. Tra cinepresa e fotocamera, notevole interesse, oggi raccolto nella Fondazione che all’epoca ritenuti un pò ingenuamente strumenti interporta il suo nome (vedi articolo a parte), voluta dalla ve- scambiabili, finisce per scegliere la più maneggevole e

UNA PARABOLA STRAORDINARIA QUELLA TRACCIATA DALLA BIOGRAFIA UMANA E PROFESSIONALE DI FRANCO PINNA NEL PANORAMA DEL GIORNALISMO FOTOGRAFICO ITALIANO. STRAORDINARIA, SINGOLARE E, PER ALCUNI VERSI, IRRIPETIBILE VICENDA, A TENER CONTO DELLE COORDINATE DI TEMPO E SPAZIO IN CUI SI È TROVATO AD OPERARE.

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duttile macchina fotografica, non senza prima aver realizzato alcuni documentari nel formato 16 mm, Della tecnica di ripresa e di visualizzazione cinematografica, tuttavia, assorbe al meglio tutti quei segreti operativi che nel corso del tempo gli torneranno utili per la realizzazione di reportage che iniziano a connotarlo per il taglio diretto delle immagini –secondo quello stile chiamato dagli americani “straight”- e per la capacità descrittiva degli avvenimenti. Le prime esperienze da fotogiornalista avvengono nella stampa periodica del P.C.I., cui Pinna aderisce sin dalla Liberazione, e cioè per le riviste “Noi donne” e “Vie Nuove”. Questa adesione “politica” dura sino al 1956, quando esce per i ben noti “fatti di Ungheria”, pur restando legato alla sinistra. Gli spazi per dare il giusto risalto ala fotografia d’autore provengono dai primi rotocalchi che iniziano ad apparire a cavallo tra gli anni ’40 e gli anni’50, come “L’Europeo” ed “Epoca” e “Il Mondo”, “L’Espresso”, fondato da Arrigo Benedetti vede la luce nel 1955. Questi settimanali che adoperano la fotografia non soltanto come apporto illustrativo si rifanno all’esempio nato qualche decennio più avanti con il mitico “Life”. In questo clima e con queste testate anche in Italia inizia a delinearsi con più spessore la figura del reporter fo-

son, David Seymour e George Rodge, ovvero la “Magnum-Photos” con sede a Parigi e New York. Le due capitali sono al centro dell’universo editoriale che determina scelte, gusti e ruoli anche in Italia, dove tuttavia i fotografi indipendenti o “associati indipendenti” non godono di grandi risorse economiche, e soffrono, anzi, di minore visibilità. Pinna attento osservatore di quanto si muove nel pianeta della fotografia e della informazione, inizia ad intravedere nella ricerca antropologica che Cagnetta, De Martino e Carnitella vanno conducendo rigorosamente “sul campo”, un modo nuovo di impegnare le proprie energie e curiosità intellettuali. Non segue tuttavia il sociologo Cagnetta ad Orgosolo, dove lo studioso tra il 1951 e il 1954 raccogli ed elabora il materiale di ricerca per le sua “inchiesta”, ma parte con l’équipe De Martino-Carnitella in Lucania nell’autunno 1952. in questa occasione il fotografo maddalenino può misurarsi, nel senso più ampio, con l’oggetto della spedizione, cioè il rilevamento etnologico, ma anche con la realtà che sta attorno e, no ultimo, con l’apparecchio fotografico: questo è il primo, vero reportage della sua carriera, cui seguiranno altri soggiorni e spedizioni e altri spostamenti, verso la Lucania, la Calabria e la natia Sardegna. L’esecuzione di questo

l’assoluta novità del suo metodo fotografico una sorta di viaggio à rebours tempo/spazio nelle sopravvivenze arcaiche NON SOLO AFFASCINA MA RAPPRESENTA IL PUNTO D’AVVIO, PER ALCUNE GIOVANI GENERAZIONI DI FOTOGRAFI, CHE SI AFFACCIANO AL REPORTAGE tografo. Inizia a delinearsi anche la figura del fotografogiornalista indipendente dal giornale, ma che al giornale fornisce i sevizi fotografici di volta in volta, figura nuova in Italia, mentre non lo è in Francia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, paesi dai quali provengono gli artefici della prima e più importante agenzia fotografica cooperativa del mondo, nata nel 1947 per opera di nomi famosi come Robert Capa, Henri Cartier-Bres-

reportage a carattere etno-antropologico, con in suoi tempi e le sue regole, fa entrare Pinna nel tempo a-storico di una condizione umana segnata da grande precarietà esistenziale, prima ancora che sociale e civile come oggi, con occhio diverso, alcuni potrebbero essere tentati di definire. I riti magico-coreutici, le feste stagionali, sono momentanee sospensioni –spesso apparenti sospensioni- di

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questa condizione, o momenti liberatoCastelsardo. ce alla successiva appercezione della sua ri che a stento nascondono il sintomo. attività, in quanto “scoperta del mondo Gli etno-antropologi conducono la loro in termini visivi”, come sinteticamente ricerca e Pinna ne documenta passo passcritto Cartier-Bresson circa la propria so le diverse fasi, ma, fenomeno più imesperienza, grazie all’apparecchio fotoportante, il fotografo inizia a registrare un processo in- grafico “prolungamento dell’occhio”. teriore di percezione di sè stesso in rapporto alla realtà Questo lavoro di documentazione dell’avvenimene al fare fotografico. Lo sguardo di Pinna, abituato tan- to, ma anche quello minuzioso del contesto, suscitano to alla “comédie Humaine” della nascente società dello nella acuta percezione di Pinna non solo la consapevospettacolo, quanto all’esercizio della “blitz-phot ogra- lezza della eccezionalità del trovarsi lì come testimone phie”, la fotografia d’assalto che per qualche tempo egli visivo del declino di un antichissimo mondo contadino, ha praticato nella capitale, si trasforma al cospetto di assediato alle porte da cambiamenti epocali che preluquesto mondo contadino con i suoi antichi rituali, per dono, in tempi non lontani, a vistosi a spesso radicali assumere un misto di riserbo isolano e di attiva testi- mutamenti. Ma anche della essenziale importanza del monianza. L’opposto, insomma, di quella “chiarezza mezzo fotografico, la cui forza di silenziosa penetraziopriva di sentimenti” teorizzata da Hegel e citata da En- ne lo colloca a un livello superiore. Superiore sicurazo Forcella a proposito dell’understatement dei redatto- mente all’idea e alla, pratica che lo ritiene solo mezzo di ri de “Il Mondo” nei confronti dell’uso della fotografia mera illustrazione. nell’economia della pagina scritta. Da questo momenL’immagine fotografica, questa è la vera percezione to, come appare sia dalla memoria storica che si conser- di Pinna, pronta a evolversi in appercezione e, allo stesva di quel tempo, sia dal lascito fotografico di Pinna so tempo, l’ammaestramento che ne ricaviamo, ha fornella sua interezza, incomincia una progressiva messa a za autonoma di rappresentazione e di verità, di insostifuoco, una percezione in senso leibniziano, che condu- tuibilità nel cogliere tempi e sfumature, ma anche di

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Castelsaraceno.

evocazione a più livelli nell’immaginario del fruitore, sia nel reportage etnografico che nel reportage tout court. Ma la notazione di maggiore rilievo che l’esame complessivo del lavoro del fotografo sardo, nell’ambito delle spedizioni demartiniane tra il 1952 e il 1959, ci consente di rilevare con evidenza che l’assoluta novità di questo metodo fotografico –una sorta di viaggio à rebours tempo/spazio nelle sopravvivenza arcaiche-, non solo affascina, ma per alcune giovani generazioni di fotografi che all’epoca si affacciano al reportage, rappresenta un punto di avvio. Non sappiamo quanto Pinna abbia avvertito, dopo queste diverse e lunghe esperienze antropologiche, di avere gettato le basi di un metodo e di uno stile che permettono di riconsiderare sotto un aspetto nuovo la fotografia italiana, partendo dalla sua fotografia. A rivedere con occhi ed esperienze più recenti si può affermare che il lavoro svolto da Pinna nel corso di quegli anni ha portato oggi a dare alla fotografia il crisma della disciplina che può fare a meno della tutela degli apparati scritti. Come a distanza di qualche anno faranno gli studiosi riunito attorno alla rivista di “Anna-

les”, non solo per la fotografia ma anche per il cinema. La raggiunta maestria al termine dei suoi viaggi nel cuore della cultura popolare del centro-sud d’Italia, allarga la visione del mondo e della professione, come ampiamente dimostra la realizzazione del libro “Sardegna una civiltà di pietra”, commissionatogli dall’Automobil Club d’Italia, con testi di Giuseppe Dessì e Antonio Pigliaru, nel 1961. Nei campi lungi che egli spesso predilige, lo sguardo contiene ogni dettaglio, senza farsi imbrigliare dal “luogo delle idee”, ovvero le idee prese in prestito, nell’eccezione flaubertiana. Non c’è il pathos meridionalistico degli anni precedenti, c’è il senso dell’acquisizione delle figure che egli ritrae nello spazio “figurativo”, lo spazio che lo fa muovere con una certa dimestichezza nella personale “récherche” delle radici. La terra natale gli fa realizzare uno dei libri fotografici più interessanti e moderni degli ultimi quarant’anni. L’antischematico Pinna rompe che schemi dell’approccio visivo all’isola, come si era venuto configurando sino a quel momento. Da Stintino all’Argentiera, da Macomer sino al Sulcis, passando per Nuoro, Orgosolo e Dorgaliu, il viaggio è costellato di pause, di soggiorni, di accelerazioni e di riflessioni immediatamente riportate sulla pellicola. Tutto è vecchio, anzi, tutto è antico, sembra suggerci Pinna, ma tutto diventa nuovo, sino a quando la fotografia non lo ripropone nella sua essenza di “istante significativo”.

Associazione Turistica Pro Loco Aglientu Presidente: Quinto Zizi PROGRAMMA MANIFESTAZIONI “ESTATE 2004”

GIUGNO 19 Rena Majore - Serata musicale 26 Aglientu - Sagra del Calamaro

LUGLIO 03 17 24 25 31

Aglientu - Sagra degli Gnocchetti Galluresi Aglientu - Sagra delle Seadas e del Pane gallurese Vignola Mare - Serata musicale Aglientu culturale - Il racconto del pane Sagra delle frittelle

AGOSTO

Grafimedia 079395515

05 Aglientu culturale - Presentazione Almanacco gallurese 13 Aglientu - Festa del turista 15 Vignola Mare - Serata musicale 21 Aglientu - Sagra delle frittelle 16 Aglientu - Biologia marina

Notte sotto le stelle: la manifestazione divulgativa di astronomia indirizzata a tutti i cittadini e turisti nel corso della serata verranno proiettate foto di stelle, pianeti, satelliti, galassie e nebulose. Inoltre si effettuerà la visione diretta del cielo mediante telescopio e binocolo astronomico. Al termine della manifestazione verrà dato ai presenti un depliant sugli allineamenti stellari, su come riconoscere stelle e costallazioni a cura del prof. Lolli Adriano. Interverranno: dott. Sestu Raffaele, presidente Pro Loco Regione

www.prolocoaglientu.net

tel. 079 654346

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Macomer

Franco Pinna CHI ERA? di Giuseppe Pinna

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FRANCO PINNA (LA MADDALENA/SS 1925, ROMA 1978) È STATO SENZA DUBBIO UNO DEI MAGGIORI FOTOGRAFI ITALIANI DEL NOVECENTO. I SUOI ESORDI PROFESSIONALI (1952), DOPO LA MILITANZA NELLA RESISTENZA ROMANA E UNA BREVE ESPERIENZA COME OPERATORE DI CINEDOCUMENTARI, AVVENGONO NELL’AMBITO DELLA COOPERATIVA FOTOGRAFI ASSOCIATI (INSIEME A DE MARTIIS, GARRUBBA, N. SANSONE, VOLTA). LA PRATICA DELLA FOTOGRAFIA GIORNALISTICA VIENE CONCEPITA IN PARALLELO A UN’INTENSA MILITANZA POLITICA NELLA QUALE PINNA SI DISTINGUE COME ATTIVISTA DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO; IN QUESTA VESTE HA RIPRESO, CON TAZIO SECCHIAROLI, LE TUMULTUOSE CARICHE DELLA POLIZIA CONTRO UNA MANIFESTAZIONE ANTI-NATO (ROMA, GIUGNO 1952), RIUSCENDO A SFUGGIRE ALLA REAZIONE DELLE FORZE DELL’ORDINE E INAUGURANDO DI FATTO I METODI DA BLITZPHOTOGRAPHIE CHE AVREBBE IN SEGUITO CARATTERIZZATO IL “PAPARAZZISMO”.

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ell’autunno del 1952, Pinna ha seguito l’antropologo Ernesto De Martino in una prima spedizione scientifica multidisciplinare effettuata in Lucania, prevalentemente nella provincia di Matera, a cui ne avrebbe fatto seguito un’altra (1956), prevalentemente nella provincia di Potenza. Da esse, Pinna ha estratto documentazioni di straordinario valore scientifico, artistico e culturale che sono state di volta in volta presentate in esposizioni di notevole successo. Nel 1956, dietro l’antropologo Franco Cagnetta, Pinna ha compiuto un’intensa ricognizione fotografica sulle condizioni materiali e morali delle borgate romane, adottando per la prima volta la sequenza come forma di rappresentazione di eventi o riti continuati nel tempo. Nello stesso anno, in seguito all’occupazione dell’Ungheria da parte dell’URSS, Pinna ha interrotto definitivamente la militanza nel PCI. Nel 1959, la fotografia di Pinna finalizzata alla ricerca antropologica ha raggiunto il suo apice di maturità nel corso di una spedizione in Salento dietro i riti del tarantismo, di nuovo al seguito di Ernesto De Martino, sviluppandosi al meglio i presupposti già segnalati nei lavori presso le borgate romane. Nello stesso anno, Pinna ha pubblicato il suo primo fotolibro, La Sila, emancipandosi dall’ambito strettamente antropologico a cui erano legate le esperienze demartiniane. Ad esso ha fatto seguito, nel 1961, Sardegna una civiltà di pietra, con il quale Pinna ha trovato occasione per recuperare un rapporto più profondo con la propria terra d’origine, abbandonata in età giovanissima. Sempre nel 1961, il modesto trattamento riservatogli da De Martino ne La terra del rimorso, resoconto scientifico della spedizione in Salento, finisce per compromettere i rapporti fra il fotografo e lo studioso. Reporter prediletto di periodici quali “Noi Donne”, “L’Espresso” e “Panorama”, Pinna è diventato dal 1964 fotografo di fiducia di Federico Fellini, per il quale aveva già lavorato nel corso della preparazione de La strada. Dai film del regista, Pinna ha ricavato materiale per illustrare special nei principali periodici del mondo e fotolibri di larga diffusione (I Clowns, Fellini’s Filme). La morte improvvisa gli ha impedito di concludere il progetto di documentazione Itinerari emiliani, iniziato nel 1976 su incarico pubblico, e di svolgere ulteriore attività organizzativa all’interno dell’AIRF (Associazione Italiana Reporter Fotografi). Sulle relazioni personali e professionali fra Pinna e la Sardegna è in uscita una nuova monografia da me scrit-

Franco Pinna ta, L’isola del rimorso. La Sardegna nelle fotografie di Franco Pinna, pubblicata con dedizione esemplare dall’Imagomultimedia di Nuoro. Il volume - dopo Franco Pinna. Fotografie 1944-1977 (Milano 1996) del quale, malgrado le erronee indicazioni dell’editore, sono stato il curatore unico, e Con gli occhi della memoria. La Lucania nelle fotografie di Franco Pinna, 1952-1959 (Trieste 2002) - è il terzo esito editoriale di una ricerca globale sul fotografo sardo dovuta all’attività dell’Archivio Franco Pinna (Roma), dalla cui costola si è sviluppato il laboratorio Istituto di Studi Scientifici sul Fotogiornalismo che dirigo. La ricerca dell’Archivio Franco Pinna non si è limitata ad analizzare la produzione del fotografo nel modo filologicamente più attendibile oggi a disposizione, ma ha provveduto a sperimentare sul campo nuove metodologie scientifiche per lo studio della fotografia e di quella giornalistica in particolare modo. De L’isola del rimorso. La Sardegna nelle fotografie di Franco Pinna si presentano per l’Almanacco Gallurese i seguenti due estratti:

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Orgosolo

Lâ&#x20AC;&#x2122;isola del rimorso

Per gentile concessione dellâ&#x20AC;&#x2122;Autore anticipiamo due capitoli della nuova monografia in pubblicazione presso Immagomultimedia di Nuoro

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Sardo nell’anima. Franco Pinna, un fotografo e la sua terra

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ltezza media, carnagione e capelli chiari, tratti più nordici che mediterranei, nessuna particolare cadenza dialettale che potesse rivelare in quale terra fosse nato. A vederlo e a sentirlo Franco Pinna non sembrava proprio un sardo, o comunque uno di quei sardi che la tipologia più canonica di una volta, sempre più smentita dalle ultime generazioni, avrebbe potuto contemplare entro la formula “bassi-scuri-cacofoni”. Per formazione, abitudini, mentalità, non c’è dubbio che Pinna andasse considerato un romano. La sua nascita a La Maddalena, isola nell’isola, e la successiva permanenza sassarese durante la prima infanzia erano state determinate da ragioni incidentali quali quelle derivanti dai frequenti trasferimenti di lavoro del padre Pietro, ufficiale dell’esercito. In fondo Pinna sarebbe benissimo potuto venire al mondo a Tortona o ad Anzio, i luoghi dove la famiglia di Franco avrebbe in seguito soggiornato prima di sistemarsi definitivamente, nel 1935, a Roma. Ed è nella capitale, come è noto, che Franco Pinna studia, matura, si fa uomo, combatte, ama, diventa attivista politico, inizia a fare il fotografo, conosce i suoi più importanti successi professionali, forma una famiglia propria.1 Ma a volte la realtà oggettiva non riesce a soddisfare le speciali esigenze anagrafiche del proprio io. Sebbene la vita potesse invogliarlo a credere altrimenti, Franco Pinna si è sentito profondamente sardo. Certo, c’era il sangue dei genitori - il già nominato Pietro, la mamma, Maria Pais, entrambi sassaresi d’origine - a giustificare un simile atteggiamento, ma la sardità di Pinna non faceva parte di quelle eredità nominali che rimangono in sostanza lettera morta nel patrimonio delle proprie radici familiari. Particolarmente negli anni Cinquanta e Sessanta, Pinna ha avvertito l’ostinata necessità di recuperare un rapporto con la propria terra natìa che le sue vicende biografiche avevano ridotto a ben poca cosa, relegandolo nell’evanescente sfera dei ricordi

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infantili. Della Sardegna, per dirla in metafora, Pinna si è sforzato di essere almeno idealmente un devoto figliol prodigo piuttosto che un orfano, magari per cancellare quella sorta di rimorso esistenziale che gli esuli precoci e involontari sentono spesso addosso come una patente attestante la loro condizione di “senza patria”. Sia chiaro che Pinna non ha mai pensato seriamente di poter riallacciare i legami con la Sardegna nella maniera più concreta e naturale, ossia tornandoci a vivere. Non lo ha fatto nemmeno quando le circostanze – amici stretti come il collega Antonio Sansone ricordano una sua sfortunata convivenza more uxorio con una sarda, tale Cannes, morta precocemente - potevano realmente invogliarlo alla decisione. Pinna si sentiva un sardo, ma un sardo esule, condizione del resto comune e persino tipica del sardo moderno. Lungi dall’essere sardi “dimezzati”, i sardi esuli riuscivano non di rado ad esprimere altrove certe capacità per le quali la terra di provenienza poteva dimostrarsi incapace di valorizzare adeguatamente. Il campionario di esempi che in proposito Pinna aveva di fronte era assai gratificante. Da una parte c’era nientemeno che Gramsci, il fondatore del partito nel quale Pinna militò fino all’anno della repressione ungherese (1956) e al cui credo ideologico continuò ad ispirarsi anche negli anni seguenti, sulla scia del quale si era distinto un importante contributo sardo alla causa comunista nazionale (Spano, Laconi, i Berlinguer, i Pirastu). Dall’altra, passando a tutt’altro campo, poteva esserci una figura come quella di Amedeo Nazzari, l’attore di Pirri che il cinema, passione dichiarata di Pinna, aveva trasformato in un riconosciuto campione di italica virilità.2 Tra questi estremi, personaggi noti o perfetti sconosciuti che Pinna si compiace di incrociare nel corso della sua attività fotogiornalistica: “sarde per causa di forza maggiore” come le scrittrici Joyce Lussu e Fausta Cialente3; Giovanni Berlinguer, figlio dell’”avvocato dei banditi” Mario, con il quale compie nel 1956 una formidabile inchiesta sulle borgate romane4; lo sceneggiatore maddalenino Franco Solinas, cercato tra gli spettatori di un incontro di tennis nel periodo della preparazione del film Banditi a Orgosolo 5, ma anche la povera Epifania Lussu, una delle tante domestiche isolane operanti a Roma che la miseria aveva costretta ad abbandonare tre figli.6 Fu comunque un pugliese, Franco Cagnetta, colui che più di ogni altro incise profondamente sui rapporti di Pinna con la Sardegna. I due si conobbero a Roma tra gli ultimi del 1951 e i primi del 1952 grazie al comune interesse, secondo quanto ebbe modo di riferirmi Cagnetta, per le belle donne e per la fotografia. Pinna era allora un giovane attivista del PCI e un reporter appena esordiente. L’autore di Banditi a Orgosolo, formatosi al seguito del più importante antropologo italiano del Novecento, Ernesto De Martino, era invece una figura atipica e vivacissima di intellettuale. Agiato viveur

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residente nella prestigiosa Villa Strohl-Fern, frequentatore di raffinati ambienti mondani a Roma e a Parigi, playboy amabilmente sessuomane e dal carattere imprevedibile, menteur irresistibile, “mangiapreti”, coniatore di aforismi longanesiani la cui efficacia si è spesso preservata nel tempo (“l’Italia è il paese dei camerieri”), ma anche serio, quanto irregolare studioso, di antropologia come di psicologia e sociologia dell’arte, promotore culturale al fianco di Delio Cantimori e di Carlo Muscetta, uomo di fede “liberal-comunista”, come singolarmente si definiva da giovane, vicino al pensiero progressista di Raniero Panzieri e con una spiccata vocazione alla militanza civile in favore dei più deboli. Due uomini in apparenza molto diversi tra loro; però due uomini autentici, avrebbe detto ancora con orgoglio Cagnetta, accomunati da un’analoga tempra morale e da un ardore vitalistico che a distanza di tempo rimangono i caratteri più fascinosi della migliore generazione uscita dal dramma della guerra.7

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Vedi G. Pinna (a cura di) Franco Pinna. Fotografie 1944-1977, Milano 1996, pp. 9-22 e la cronologia contenuta in questo volume, pubblicata in forma pressoché identica in G. Pinna, Con gli occhi della memoria. La Lucania nelle fotografie di Franco Pinna 1952-1959, Trieste 2002, pp. 164-167. 2 Fotografie di Pinna realizzate nella casa di Nazzari illustrano un articolo pubblicato ne “L’Espresso” (L’eterno Amedeo, XI, n. 20, 16/5/1965, pp. 16-17); cfr. anche Archivio Franco Pinna, Roma. 3 Cfr. F. Cialente, Fra cielo e terra in “Noi Donne”, IX, n. 32 (8/8/1954), fotografie di F. Pinna, 7 immagini b/n, pp. 8-9; J. Lussu, Gli stessi giorni e le stesse notti in “Noi Donne”, XII, n. 22 (2/6/1957), fotografie di F. Pinna, 14 immagini b/n, pp. 8-11. 4 Cfr. G. Pinna (a cura di), Franco Pinna. Fotografie..., cit., pp. 14-15, 138-139, 302, e id., Con gli occhi della memoria, cit., pp. 18-19, oltre la cronologia in questo volume. 5 Cfr. Archivio Franco Pinna, Roma. La ripresa con Solinas proviene da una serie realizzata durante un incontro di Coppa Davis tra Italia e U.S.A. (14-16/10/1961), parzialmente impiegato nell’articolo di C. Cederna, Discussa Chanel più di Gardini in “L’Espresso”, VII, n. 43 (22/10/1961), 3 immagini b/n, pp. 12-13. Solinas viene ripreso insieme al regista Gillo Pontecorvo, con il quale intratteneva in quegli anni uno stretto sodalizio. Dalla stessa serie provengono anche alcune riprese con Ignazio Pirastu in compagnia di Pietro Ingrao. Il fatto che Pinna conoscesse Solinas è sostenuto in

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particolare da una testimonianza dell’orgolese Alberto “Umberto” Goddi, di cui si dirà diffusamente più avanti, che afferma di aver visto insieme i due maddalenini in Petralia una villa di Fregene, intorno al 1960-1961, presenti ad un incontro nel quale Vittorio De Seta discusse con Cagnetta, Fellini (neo-produttore della Federiz, interessata alla nuova opera di De Seta) e Pontecorvo attorno all’elaborazione della sceneggiatura per Banditi a Orgosolo. Solinas ne avrebbe presentata al regista siciliano una sua, scartata a favore di quella di Vera Gherarducci. Cfr. B. Madau, Come lo ricordano. Testimonianze di Mario Battasi, Peppino Marotto e Umberto Goddi in Orgosolo omaggio a Franco Pinna, a cura di M. Pischedda, A. Greci, B. Madau, V. Sparagna, catalogo della mostra di Orgosolo, Roma 1995, p. 10. 6 Cfr. E. Lussu, Li ho abbandonati per salvarli in “Noi Donne”, XIII, n. 2 (11/1/1958), fotografie di F. Pinna, 12 immagini b/n, pp. 12-15. 7 Sui rapporti tra Pinna e Cagnetta, cfr. G. Pinna (a cura di), Franco Pinna... , cit., pp. 11-17, 136-137, oltre che id., Con gli occhi…, cit., pp.18-19, e id., A proposito di paparazzi, paragrafo 1957: arriva Jayne Mansfield in AA.VV., Gli anni della Dolce Vita. Tendenze della fotografia italiana, Torino 2003, pp.255-ss.

All’opera nell’isola Si collocano tra il 1953 e il 1967, per quanto ci è dato di verificare, tutte le presenze di Pinna in Sardegna connesse alla sua professione di fotogiornalista. La prima trasferta (novembre 1953) consente a Pinna di conoscere finalmente de visu l’Orgosolo di Cagnetta, quando il paese era ricaduto nella pubblica ignominia in seguito a un nuovo delitto banditesco, il rapimento omicida di Davide Capra. Obiettivo occulto del viaggio, magari nella speranza di ripetere uno scoop fotografico simile a quello riuscito a Ivo Meldolesi in occasione di una celebre intervista al latitante Salvatore Giuliano 1, era Pasquale Tandeddu, il presunto “terrore della Barbagia” che si era convertito al comunismo durante la latitanza e del cui volto non esisteva ancora alcuna immagine. Tandeddu si era già dichiarato disponibile a rivolgersi alla stampa, ma non a essere fotografato. Arrivato sul posto, Pinna dovette invece verificare l’insanabile frattura creatasi tra la popolazione orgolese e lo sventurato Tandeddu, datosi al banditismo solo per evitare il confino e soprannominato dai locali “s’ischerbeddau” (lo scervellato) dopo la svolta politica. Non do-

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vette perciò sorprendersi, Pinna, quando anche Tandeddu sarebbe stato ucciso, esattamente un anno dopo la morte di Capra, vittima necessaria e poco rimpianta della nuova tregua stabilita tra Orgosolo e le forze dell’ordine. Il Pinna che nel 1959 ritorna in Sardegna è un fotografo che stava giungendo, in virtù di alcune straordinarie esperienze antropologiche condotte al fianco di De Martino e di Cagnetta, al suo punto massimo di maturità professionale. Non sono tanto gli ordinari servizi di Alghero e Santu Lussurgiu, eseguiti nei primissimi dell’anno, a rivelarcelo, quanto la serie dedicata al rito coreutico dell’argia, realizzata in tarda primavera a Tonara nell’ambito delle note ricerche demartiniane sul tarantismo. Ancora la cronaca nera, nei primi del 1960, obbliga Pinna a tornare in Sardegna e a occuparsi dell’omicidio della piccola Elena Cuccu, avvenuto a San Priamo (CA), per conto della rivista “Noi Donne”2. I più importanti reportage mai svolti da Pinna nella sua terra natale si verificano comunque tra il febbraio e il giugno del 1961. Vengono inizialmente stimolati da una nuova campagna di registrazioni sonore condotta dal Centro Nazionale di Studi sulla Musica Popolare, già vicino a Pinna nelle indagini antropologiche in Lucania (1952, 1956), al Mandrione (1956) e in Salento (1959), e dalla RAI3; i materiali vengono però opportunamente integrati in vista di un nuovo fotolibro richiestogli dall’ACI (Automobil Club d’Italia) per la stessa collana – “Italia nostra”, a cura di Lorenzo Camusso – nella quale l’anno prima il sardo aveva pubblicato La Sila. Il fotolibro silano aveva segnato il distacco definitivo di Pinna dalla scienza antropologica proprio nel momento in cui il rapporto sembrava offrire i massimi frutti; nella dimensione del fotolibro, finalmente adeguata alle proprie ambizioni, Pinna aveva recuperato tutto il senso della distinzione tra la professione del reporter, totalmente autonoma nelle scelte tematiche come in quelle espressive, e il documentatore scientifico il cui lavoro veniva sottomesso all’insindacabile e poco generosa volontà di De Martino4. Il secondo fotolibro di Pinna (Sardegna una civiltà di pietra, Lea editrice) esce alla fine del 1961, presentando un’introduzione dello scrittore Giuseppe Dessì e le didascalie dell’antropologo Antonio Pigliaru. Dal 1962, anno della sua creazione, Pinna collabora regolarmente allo staff fotografico di “Panorama”, il magazine della Mondadori improntato sul calco dell’americano “Time”. Vi comincia a pubblicare dall’anno seguente e subito con un contributo notevole: Le quattro Italie, realizzato tra alcune località agli estremi geografici del territorio nazionale, realtà ignote e dalla notevole arretratezza sociale, nelle quali si reca in compagnia del giornalista Paolo Pernici5. La tappa-ovest del percorso (le altre sono Livigno a nord, Otranto ad est,

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Lampedusa a sud) è costituita dai giacimenti sardi dell’Argentiera (SS), dove Pinna, interessato in primo luogo a ricerche tipologiche tra i volti dei minatori, agisce in sostanziale continuità con quanto aveva fatto due anni prima nel bacino metallifero del Sulcis. Messo definitivamente da parte il rigore del vaglio antropologico, l’occhio di Pinna recupera il piacere di immagini che riescano a sintetizzare in una cifra visiva compiuta l’atmosfera complessiva dell’ambiente in cui agisce. É l’impetuosa crescita del banditismo, se si eccettua una visita a Porto Conte sul set del film Boom! La scogliera dei desideri, a causare tra il 1966 ed il 1967 le ultime presenze professionali di Pinna in Sardegna. La brusca caduta di credito della gente isolana, e dei barbaricini in particolare, che il dilagare del banditismo aveva provocato nella vox populi dovette risvegliare in Pinna sentimenti di orgoglio regionale che lo portarono a schierarsi decisamente contro i pregiudizi razzistici. La partecipazione alle lotte sindacali dei pastori, ultimi baluardi della Sardegna più vera e bistrattata, segna per Pinna l’epilogo del viaggio interiore volto alla riconquista delle proprie radici etniche. Anche la Sardegna così “acquisita” da Pinna è d’altronde alla fine di un ciclo, una Sardegna che non è più quella idolatrata da Cagnetta e che anche nelle sue propaggini più tradizionaliste pretende un radicale cambiamento dal passato. Dopo il 1967, come detto, Pinna non dovette più recarsi in Sardegna, almeno per motivi di lavoro 6. Proverà forse a seguirla attraverso le imprese del Cagliari, vincitore del campionato italiano di calcio 1969-1970, a proposito del quale un ritaglio tratto da “Il Messaggero”, conservato nell’archivio del fotografo, riferisce della civiltà con cui dei cori di tifosi romanisti salutavano le vittorie di Riva e compagni nella Capitale: “banditi, banditi…”. Proverà forse a cercare una nuova Sardegna, Pinna, in Cina, in Albania o nei deserti australiani, terre nelle quali la frenesia della modernità non era ancora riuscito a infrangere il mito di una civiltà atavica e vergine. 1 Per alcune informazioni a riguardo, cfr. G. Pinna, Guglielmo Coluzzi, Trieste 2001, pp.11-s. 2 Cfr. Elena non arrivò a scuola in “Noi Donne”, XV, n. 11 (13/3/1960), testo di G. Dal Pozzo, fotografie di Franco Corraine (= Franco Pinna), 8 immagini b/n, pp. 1921. 3 Cfr. G. Pinna (a cura di), Franco Pinna …, cit., Milano 1996, pp.11-12, 14-17; A; Ricci, Lo sguardo sui suoni: il fotografo e la musica popolare in Franco Pinna. Fotografie … cit., pp. 142-147, oltre alla cronologia in questo testo. Tra i materiali dell’Archivio Franco Pinna non è stato possibile rinvenire elementi suffraganti con certezza assoluta la datazione dei reportage - non uno soltanto svolto continuativamente, come si è sostenuto - che hanno fatto capo

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al fotolibro Sardegna. non fossero apparse nel Una civiltà di pietra. In suo La terra del rimorso, passato (cfr. E. Pellegripresentato ufficialmente ni, a cura di, Franco nell’autunno 1961. É Pinna, Milano 1982, quanto si dedurrebbe da pp. 36-39; A. C. Quinalcune indicazioni in un tavalle, a cura di, Franco appunto di Pinna riproPinna. Sardigna, Nuoro dotto in appendice di 1983, p. 28; E. Taraquesto testo, vedi p......, melli, Viaggio nell’Italia visto che gli altri servizi del Neorealismo, Torino di Pinna realizzati nel 1995, pp. 195-199, corso delle ricerche de270) si era preferito colmartiniane sul tarantilocarla al 1960 o addismo erano giunti alle rittura al 1959, basanstampe già nel 1960; dosi presumibilmente cfr. anche la cronologia su calcoli arbitrari. La su questo testo. presenza di chiari indizi Le informazioni apcronologici in alcune pena riferite correggono immagini del servizio – quanto si afferma in G. per esempio le insegne Pinna (a cura di), Franpropagandistiche alluco Pinna ..., cit., pp. denti alle elezioni regio305, 312-314, e parzialnali di quell’anno, il camente nelle indicazioni lendario nel salone del contenute a p.18. É evibarbiere orgolese Goddente il refuso tra le due di, gli stemmi delparti del libro, da me rel’A.C.I. e i bolli nei golarmente segnalato in parabrezza di alcune ausede di correzione delle tomobili, il funerale di bozze di stampa, per il Ittiri nel quale la data di quale mi sembra giusto morte della defunta è rideclinare le responsabiportata in una croce lità alla redazione della professionale - fanno incasa editrice milanese. vece ritenere che il suo 4 Cfr. G. Pinna (a “grosso” sia stato realizcura di), Franco Pinna zato con certezza tra il ..., cit., pp. 16-18, e id., febbraio e il giugno del Con gli occhi …, cit., 1961, in concomitanza pp.23-s. con due campagne di 5 Cfr. Le quattro documentazione sonora Italie in “Panorama”, II, (10-16/2, 6-7/5) conn. 8 (maggio), testo di P. dotte nell’isola dal Pernici, fotografie di C.N.S.M.P. (Accademia Franco Pinna, 24 imNazionale di Santa Cemagini b/n, pp. 68-85; cilia) e dalla RAI, non cfr. G. Pinna (a cura di), La Maddalena potendosi comunque escludere a Franco Pinna..., cit. , p. 306. priori che alcune sue parti margina6 In questa direzione si muove li possano riferirsi all’agosto dello anche la testimonianza di “Umberstesso anno (le riprese durante i preto” Goddi contenuta in Orgosolo parativi per la festa dei Candelieri a Sassari) o anche al omaggio a Franco Pinna …, cit., p. 12: “Tornò a Orgosolo 1960. l’ultima volta alla fine degli anni 60, diretto a Cagliari, disI tempi della pubblicazione di Sardegna. Una civiltà di se: ‘Sono passato un attimo a salutarvi’. Rimase tre giorni. pietra furono condizionati dal vincolo esercitato da De Lo rividi nel 1975 a Bologna. Qualche tempo dopo lessi sul Martino sulle immagini dell’argia di Tonara fino a quando giornale che era morto.”

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I giganti di granito di Sergio Ginesu

TRA I CARATTERI FISICI CHE DISTINGUONO LA GALLURA DAL RESTO DELLA SARDEGNA, IL PAESAGGIO È CERTAMENTE DA METTERE IN PRIMO PIANO; QUESTA PARTE DELL’ISOLA PUÒ CERTAMENTE VANTARSI DI OFFRIRE UN PANORAMA DEL TUTTO SINGOLARE, SIA LUNGO LE SUE COSTE CHE NEL SUO TERRITORIO INTERNO. ALCUNI LUOGHI E MOLTI CENTRI DELLA GALLURA SONO DIVENUTI FAMOSI IN TUTTO IL MONDO MA, NON TANTO PER LA LORO NOTORIETÀ (SI SA, LE MODE SONO PASSEGGERE) QUANTO PER LA STRAORDINARIA BELLEZZA E IL PARTICOLARE FASCINO DELLA SUA TERRA E DEI SUOI ANGOLI NASCOSTI.

Foto 1 - Il domo granitico del Monte Pulchiana, presso Aggius, rappresenta uno dei maggiori monoliti costituiti da questo tipo di rocce in tutta la Sardegna.

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on si vuole in tal modo sminuire le bellezze e gli scenari mozzafiato presenti ovunque in tutta l’isola, sia lungo la costa che nei comuni interni e nelle sue montagne; tuttavia, non a caso, l’impulso per la valorizzazione turistica dell’intera Sardegna è partito proprio dalle coste galluresi e ancora oggi, dopo 40 anni, si assiste ad un continuo crescendo di presenze verso questa regione dell’isola dove il flusso turistico fa impallidire il resto dell’isola.

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Foto 2 – Dalla vetta del Monte Moro presso Porto Cervo, si domina il paesaggio granitico della Gallura orientale da cui “emergono” le guglie e le caratteristiche morfologie dei graniti.

Foto 3 – Accumuli di blocchi, domi e guglie rappresentano sempre le cime e le quote maggiori del paesaggio gallurese, dove i processi di denudazione del granito accentuano le forme strutturali di tale roccia.

In che modo nasce questa passione? La risposta viene da molto lontano e ha bisogno di un’analisi morfologica e geologica dell’intera Gallura per comprendere efficacemente la singolarità di questo paesaggio e di questa terra, dei suoi luoghi e delle sue genti. Percorrendo la strada, che collega il paese di Luras al centro abitato di Aggius, si può osservare l’imponente rilievo del Monte Pulchiana che domina l’altopiano di Tempio con i suoi 673 metri (foto 1). L’imponenza di questa montagna non è data certamente dalla modesta quota, quanto dalle sue caratteristiche morfologiche che la rendono evidente in un contesto paesaggistico pur dominato da rilievi altrettanto simili e spettacolari. Il Monte Pulchiana è un monolite di granito, di dimensioni ciclopiche, caratterizzato da versanti lisci e rocciosi e da cime completamente smus-

sate e levigate sul granito. In geomorfologia queste forme singolari sono efficacemente contraddistinte con metafore tipo “a dorso di balena” o “a dorso di elefante” per far meglio comprendere la levigatezza della roccia che costituisce l’intero versante, mentre il rilievo viene definito con il termine di “inselberg”, termine che identifica antichi rilievi testimoni di una lunghissima e persistente erosione. Queste forme (foto 3), molto frequenti negli ambienti dove affiorano i graniti, costellano la Gallura offrendo scenari particolari e suggestivi che non si riscontrano altrove nel resto dell’Italia, dando così al visitatore “continentale” un motivo in più per considerare diversa la nostra isola e ancora più diversa la Gallura. L’aspetto geologico è certamente il fattore che ha, per primo, profondamente condizionato la geografia di

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Foto 4 – La cima di Punta Balestrieri sul rilievo del Monte Limbara, la “vera” montagna della Gallura.

questo luogo, non a caso, infatti, i confini della Gallura si chiudono quando si passa ad altri tipi di rocce; infatti, mutando la geologia cambia anche l’aspetto del paesaggio passando, in tal modo, ad un’altra sub regione. Questo passaggio è’ molto evidente nell’area della foce del Coghinas, dove la pianura costiera segna il confine tra i graniti della Gallura ad est, verso Trinità, e le vulcaniti del Terziario dell’Anglona ad occidente, verso La Muddizza – Castelsardo. Le rocce vulcaniche di questa zona offrono un paesaggio completamente diverso, con forme e caratteristiche differenti: ben lo sapevano i nostri antenati che, spostandosi da una parte all’altra dell’isola, incontravano paesaggi e morfologie mutevoli e, pertanto, indicavano in modo diverso tutte le aree dove era possibile identificare un preciso paesaggio. In tal modo la Sardegna, che è un territorio particolarmente complesso da un punto di vista geologico, risulta assai ricca di nomi di sub regione che circoscrivono particolari aspetti del paesaggio fisico (fig. 2); inoltre, quest’ultimo condizionava profondamente anche la presenza dell’uomo (Fig. 5). Proprio in Gallura la situazione idrogeologica dei graniti non permette l’esistenza di grandi disponibilità d’acqua per la scarsità di sorgenti e di acquiferi; infatti, in questo territorio sono nati gli “stazzi”: pochi abitanti intorno a scarse risorse d’acqua generalmente legate alla presenza di sorgenti. Solo Tempio è divenuta nei secoli passati una città, probabilmente proprio per la grande disponibilità d’acqua offerta dalle fonti di Rinaggiu, ricche e abbondanti. Appare evidente il ruolo che le rocce granitiche hanno nel contesto non solo paesaggistico di questo ter-

ritorio, eppure i graniti sono presenti anche in altre parti dell’isola; allora perché continuiamo a considerare singolare il territorio gallurese? Anche in questo caso esistono molte risposte, certamente alcune sono più immediate e consentono una più facile motivazione. Le altre aree, dove sono presenti graniti, non sono così estese come la Gallura e, soprattutto, i graniti non sono sempre uguali e con le stesse caratteristiche petrografiche; lo sanno bene i cavatori e gli imprenditori del granito che non tutte le zone dove essi affiorano sono idonee alla loro escavazione. È sufficiente percorrere le aree minerarie di Buddusò e Alà dei Sardi, oppure transitare tra Bassacutena e S.Antonio di Gallura per rendersi conto di quanto importante sia la condizione strutturale del granito per essere utilizzato e sfruttato; la grande diversità petrografica dei graniti tra il nord e il sud dell’isola risale al Paleozoico, oltre 300 milioni di anni fa, quando le due parti della Sardegna appartenevano a continenti diversi con caratteri strutturali diversi. Quella diversità si conserva ancora oggi e si manifesta nella differenza delle forme; come esempio particolare si possono confrontare due montagne che rivelano subito questa antica origine granitica: il Monte Limbara e il Monte Setti Fraris, più conosciuto come il Monte Sette Fratelli, nel sud est dell’isola. Quest’ultima montagna rivela subito il suo singolare aspetto costituito, infatti, da ben sette cime diverse e tutte uguali che impongono il nome al rilievo, si comprende quanto questa montagna sia profondamente fratturata e condizionata da movimenti crostali che l’hanno disconnessa nella sua continuità geologica. (foto 4)

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Foto 5 – I tafoni (o conchi, in gallurese) rappresentano delle forme di dissoluzioni molto frequenti nelle rocce granitiche. Il processo della loro formazione, assai complesso, è dipendente anche dall’intensità del vento.

Foto 6 – La penisola di Culuccia chiude la foce del fiume Liscia, presso S.Pasquale, il maggior corso d’acqua del settore nord orientale dell’isola.

Il Monte Limbara evidenzia, invece, una sua compattezza e continuità sottolineata dall’imponente cima di Punta Balestrieri (1359 m) che domina la Gallura e sulla cui vetta si giunge superando una sequenza di falde granitiche che intervallano le numerose incisioni, tutte orientate nord est – sud ovest e si chiudono con i rilievi più vallivi tra cui il più conosciuto è il Monte Acuto, presso Berchidda, che assegna il nome all’intera regione della piana di Chilivani e Ozieri. Questi rilievi granitici sono il risultato di un lunghissimo processo di erosione e di modellamento che ha inciso e scolpito profondamente questi litotipi, quando la potente copertura delle rocce metamorfiche è stata asportata mettendo in luce i sottostanti graniti. L’intera Gallura, milioni di anni fa, risultava ricoperta dalle rocce che oggi possiamo ancora osservare nei dintorni di Tula e sulla fascia costiera compresa tra Golfo Aranci e Porto Cervo. Qui, ancora si trovano lembi residui di antichissime rocce che hanno resistito agli agenti erosivi, e

testimoniano la lunghissima storia geologica della Gallura e dell’intera Sardegna. Erosa questa copertura metamorfica, il modellamento ha cominciato ad interessare i graniti sottostanti che lentamente ma in modo continuo si sollevavano portando il territorio gallurese a quote progressivamente crescenti. Questo lento movimento forniva maggiore capacità erosiva ai corsi d’acqua e alle acque comunque incanalate che scavavano profonde valli e in alcuni casi, dove il sollevamento era maggiore, davano luogo a veri e propri cañons. Seguendo il corso del più importante fiume gallurese, il Liscia, (fig. 6) si scopre che questo corso d’acqua in alcuni punti forma una valle molto stretta, quasi una gola, nel tratto finale del suo corso prima di riversarsi nella piana di Barrabisa, tagliando i rilievi di Monte Nieddu e Monte Cuncacci a nord ovest di Bassacutena. Il fiume Liscia, grazie all’aumento di energia fornitogli dagli ultimi cambiamenti relativi ai periodi cosiddetti “glaciali” del Pleistocene (ultimo mi-

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Foto 7 – La superficie morfologica di Sotza e Tirialzu nell’area interna di Padru testimonia le complesse vicende geologiche che hanno condizionato l’evoluzione recente e antica dell’intera Gallura.

lione di anni dal presente), è riuscito a sfondare lo sbarramento di questi rilievi e puntare direttamente verso il mare presso L’Isuledda. Questa sua attività ha provocato un importante fenomeno di cattura di un fiume che scorreva parallelo, il rio di Bassacutena che, con diversi nomi (Riu di Viglieto, Riu Suaraccia, Riu Rizzana) risale a monte fino al rilievo del Pulchiana, presso Aggius; in tal modo il fiume Liscia si è impadronito di un vasto territorio della Gallura orientale che prima sfociava nell’insenatura di Porto Pozzo, percorrendo la valle di Camporotondo – Campovaglio. Il continuo lavoro erosivo dei corsi d’acqua e delle acque selvagge ha progressivamente spogliato i rilievi galluresi del materiale di disfacimento dei graniti che ricopriva le parti più elevate, trascinando questo detrito, comunemente noto come “sabbione granitico” verso le zone più depresse o più basse a costituire delle piccole pianure. Dalla figura (schema 2) si può facilmente comprendere come la progressione di questo processo ha generato rilievi sempre più aspri e selvaggi con le cime caratterizzate dalla presenza di guglie e monoliti granitici che offrono spettacolari scenari al visitatore. L’asportazione del materiale detritico ha anche permesso di riconoscere la natura “intrusiva” del granito, cioè la sua antica origine di roccia che si è formata intrudendosi nelle rocce sovrastanti quasi come una profonda iniezione che penetra con cunei all’interno di una massa rocciosa; esistono spettacolari esempi di questo fenomeno che offrono alla Sardegna scenari di inimmaginabile bellezza che nascondono un profondo interesse scientifico e culturale. È il caso della catena dei rilievi di Costa di Beddoro (fig. 10), Punta Muvrone e Punta Pelchia Manna che dominano il paese di San Pantaleo, presso Arzachena; l’evidente struttura digitata di questa cresta di montagne mostra l’intrusione granitica all’interno di una massa rocciosa di copertura che oggi non esiste più, spazzata via dai processi di erosione legati agli agenti atmosferici che hanno modellato il paesaggio della Gallura. Risulta, in tal modo, più comprensibile la forma e la grandiosità degli innumerevoli rilievi granitici che sono presenti un po’ ovunque nel territorio gallurese: il già citato Monte Pulchiana, la P.ta Cugnana nell’omonima baia, il M.Biancu e la P.ta Occhione alla periferia

di Arzachena, il Monte Moro di Porto Cervo, i Monti di Mola presso Aggius e ancora un infinito numero di grandiosi rilievi, veri e propri giganti di granito a sorvegliare il territorio della Gallura e avvisare il forestiero dell’ingresso in un nuovo territorio dall’apparenza selvaggio e incontaminato, con un profilo delle montagne mai regolare e mai uniforme ma sempre ricco di varietà e di differenze. Proprio queste derivano dalla struttura stessa di queste rocce che si mostrano talvolta fittamente fratturate, altre volte compatte e sane; una tabella (schema 1) accompagna la possibile evoluzione morfologica di queste rocce, dove la frequenza delle fratture è molto elevata il paesaggio risulterà più uniforme e solo sporadicamente ricoperto da blocchi e rocce sparse. Dove la struttura della roccia si mantiene più sana per la scarsa presenza di fratture nel basamento granitico, ecco che emergono rilievi cupoliformi e monolitici dall’aspetto imponente anche se costituiscono solamente delle piccole colline (Fig. 7). A conclusione di questa breve riflessione sul paesaggio granitico che tanto ci suggestiona e ci affascina mi pare gratificante rileggere come il Prof. Jean Pelletier dell’Università di Lyon, autore di un imponente e significativo volume su “Le relief de la Sardaigne” introduce i problemi della morfologia di dettaglio citando proprio questa terra con le prime sue esperienze sarde proprio in questa regione “…qu’il faut repenser quelque peu les problèmes de l’évolution des formes lorsqu’on étudie les reliefs granitiques de la Sardaigne, et surtout de la Gallura que nous avons parcourue en premier…”. Anche lui ha cominciato a conoscere la Sardegna attraverso la Gallura. Che sia rimasto affascinato dai giganti di granito?

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Itinerari Santantonesi: Priatu e Stazzu Caldosu

La valle verde di Paola Mariotti SI INCONTRA PRIATU PERCORRENDO LA STATALE CHE DA OLBIA PORTA IN DIREZIONE DI TEMPIO E SI RIMANE INCANTATI DALLA SUA POSIZIONE AI PIEDI DI COLLINE GRANITICHE DALLE FORME IMPONENTI, CON LE CASE ADAGIATE NEL VERDE.

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e origini di Priatu risalgono agli anni compresi tra il 1940 e il 1945. Inizialmente, il luogo dove attualmente sorge il paese veniva chiamato “Stazzu Giovanni Mannu”, dal nome del suo proprietario, il quale occupava una posizione centrale rispetto agli stazzi circostanti. Dopo la guerra il paese assunse la denominazione di Priatu (sono incerti l’etimologia e il significato del nome, forse è assimilabile alla parola “privato”). La chiesa costruita nel 1930 (prima quindi della

nascita dell’agglomerato urbano) è dedicata alla Vergine di Montenero, la cui statua fu portata a Priatu da un carbonaio toscano poi stabilitosi in paese. La prima messa si celebrò nel maggio del 1931 e da allora tale evento ricorre ogni anno. All’interno della chiesa si possono ammirare delle interessanti opere pittoriche, donate dal pittore e scenografo romano Fausto Santoni, tra cui una bellissima icona della madonna e un crocifisso ligneo. Con i suoi circa 300 abitanti, Priatu è dal 1979 parte del comune di Sant’Antonio di Gallura, del quale assume grande importanza per il recupero proprio a Priatu dell’antico costume, che viene indossato ancora oggi da gruppi di giovani e di bambini durante la processione in onore della Madonna di Montenero, patrona del paese. Il recupero è stato possibile grazie allo studio approfondito e accurato della signora Maria Scanu. Nel costume di Priatu si ritrovano i colori della festa: dall’oro del grano, al verde dei campi, dal rosso del tramonto

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al blu del cielo; il fiore rappresentato è al rosa. Ed infatti sono i colori che lo distinguono dal costume di Tempio, il quale riporta nello stesso motivo floreale solo il nero del lutto. I quattro pezzi fondamentali del costume femminile consistono in: lu Miccalori (il fazzoletto), la Faldetta (la gonna), lu Gjpponi (corsetto, giacchina) e la Faldetta di Cappitta (gonna da mettere in testa). Questi quattro elementi non erano sempre uguali, ma avevano piccole variazioni nel modello e nel colore e seconda dei gusti della persona che li indossava e subivano anche il capriccio della moda e il variare delle stagioni. Il costume maschile subiva le stesse piccole variazioni di quello femminile ed era ugualmente semplice e piuttosto sobrio nei colori: molto usato il nero per gli abiti da cerimonia. Gli elementi essenziali erano: la Camiscia (la camicia), li Calzoni ( i pantaloni), lu Cansciu (il gilet), la Casacca (la giacca), lu Gabbanu (cappotto di orbace), lu Sumbreri e la Barretta (cappello con tesa e la berritta). A circa cinque chilometri da Priatu, proseguendo in direzione di Sant’Antonio e deviando a destra sulla strada comunale, si incontra lo stazzo Caldosu di proprietà della signora Santoli Tomasina, al cui interno, la proprietaria ha conservato l’arredamento originale e dove ha raccolto degli interessanti pezzi dell’antica arte contadina, il tutto corredato da vecchie foto di famiglia. Lo stazzo merita una visita, perchè vi si potrà ammirare oltre all’imponente camino in pietra lavorata, il pavimento a grandi lastre anch’esse di granito e i solai in legno, oltre naturalmente al paesaggio.

Priatu. Stazzo Caldosu. Costume di Priatu. Stazzo Caldosu, l’interno (foto P.G. Pala). Stazzo Caldosu, oggetti (foto P.G. Pala).

S. Antonio di Gallura i suoi luoghi, le sue cose, la sua gente

Nel cuore verde della Gallura a cura dellâ&#x20AC;&#x2122;Amministrazione Comunale

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Gallura e Anglona

dal MONTE al NURAGHE Testo e Foto di Graziano Dore

Stazzo “Lu Finocchiu” nei pressi di Monte Pulchiana.

MONTE PULCHIANA E LE SUE CIME SORELLE, NONOSTANTE L’ARCIGNA APPARENZA, SONO BONARI E RICONOSCENTI: TENGONO IN SERBO PER COLORO CHE VI ADAGIANO LO SGUARDO IL PIACERE DI UNA FORTE SENSAZIONE. CHE SI TRADUCE SPESSO IN UN’ESCLAMAZIONE, IN UN MOTO DI STUPORE. CI TROVIAMO IN GALLURA, NEL REGNO DEL GRANITO, IL QUALE FORMA BEN 2\3 DELLA SARDEGNA.

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e propaggini montuose galluresi s’innestano a quelle barbaricine formando il territorio granitico più esteso d’Italia, lungo circa 120 km. ma in pochi posti dell’entroterra esse danno luogo a paesaggi così grandiosi. Monte Pulchiana, in comune di Aggius, ha la forma di un’immensa cupola tondeggiante. Emerge dal terreno leggermente declive a guisa di poderoso faraglione immerso in un mare di roccia.

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Intorno voli di falchi. Natura sovrana. La natura che erige, smussa, leviga, scolpisce. Abile. È granito tinto d’argento. Lo modella l’acqua alleata con la furia del vento. Imbattersi in Monte Pulchiana significa divenire spettatori non paganti di un trionfale spettacolo che solo particolari siti naturalistici possono allestire. Si pensi alla gola di Gorroppu, alla voragine (dolina) di Su Suercone, all’orrido di Badde Pentumas nei Supramontes. Chi li dimentica una volta visti? Monte Pulchiana è stato dichiarato dalla regione monumento naturale della Sardegna (sono solamente 24 in tutta l’isola tra cui la sorgente di Su Gologone di Oliena e Punta Goloritzè a Baunei), uno status riservato ai siti di particolare pregio naturalistico o scientifico che li sottopone ad un programma di salvaguardia e protezione. Bisogna purtroppo obbiettare che la recente bitumatura della strada che passa ai piedi del sito non tiene conto della tutela paesaggistica auspicata. Poco prima di arrivare in vista di M. Pulchiana penetrando nella Conca di Mezu s’incontra alla nostra sinistra lo stazzo di Lu Finocchiu, composto di diverse case, dalle più antiche alle più moderne. È difficile qui trovare qualcosa fuori posto; solo coloro che hanno girato gli ovili e le abitazioni coloniche in altre parti dell’isola sono in grado di apprezzare l’ordine e la pulizia che si legge tutt’intorno. L’ascesa inizia dopo aver curiosato, alla destra della strada, all’interno di un enorme masso isolato: è una roccia in cui l’erosione ha provocato una grande cavità partendo dalla base. Le due pareti laterali rimaste aperte sono state murate in modo da formare una pittoresca casa nella roccia. Resti d’intonaco raccontano un passato recente in cui l’economia e le esigenze erano altre, come pure i legami e le vicende umane erano vissuti in maniera diversa, più intensa. Imbocchiamo un sentierino a pochi metri dalla casetta che ci condurrà sul versante di nord-est di Monte Pulchiana. Radi gli alberi, fitta la macchia, d’impronta umana scompare ogni traccia. Dopo 10 minuti il tratturo (sentiero delle greggi) spiana debolmente. Si profila una marea rocciosa che s’infittisce, si solleva, ci sommerge ad ondate increspate in forme bizzarre in cui l’occhio distingue ora rapaci e figure umane dall’aspetto demoniaco, poi gentili profili di fate o pacate testuggini. In circa mezz’ora siamo giunti alla base di della montagna. Lo vediamo da vicino, le superfici levigate, l’impressionante cucuzzolo arrotondato che troneggia su di noi. Sul fianco si aprono delle grotte naturali oppure i massi erratici precipitati gli uni sugli altri danno luogo a intriganti cunicoli e ripari. La cima di monte Pulchiana si raggiunge con un’ardua scalata, anche senza corde, dalla parte opposta. Quei pochi agili che guadagneranno la vetta scopriranno con stupore una sorgente che scaturisce dalla viva roccia poco prima di aver raggiunto il punto più alto. Torniamo con…i piedi per

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terra e riprendiamo il sentiero in direzione NE che attraversa il pianoro di Lu Parisi dove giacciono resti di massi frantumati di una cava dismessa. Poco dopo il sentiero costeggia i contrafforti di monte Lu Bagnu alla sinistra e quelli di Monte Piru Ruju a destra. Noi fiancheggiamo monte Lu Bagnu finchè il tratturo si perde nell’intricata vegetazione e ci costringe per qualche centinaio di metri a farci largo con la roncola. Il nostro punto di riferimento è un “busto” di roccia nel cui volto scolpito si scorge un naso camuso. Giunti ai piedi della scultura naturale inizia l’ascesa su monte Lu Bagnu. È tutto estremamente divertente perché s’incontrano cunicoli, balze, massi a forma di chiglia su cui bisogna “imbarcarsi” o aggirare per attraversare il passaggio fra le due creste che formano monte Lu Bagnu le quali toccano quota 719 e 742 slm. Per compiere questo percorso abbiamo impiegato non meno di mezz’ora senza toccare terra! Il meglio deve ancora apparire. Lo fa lasciandoci letteralmente attoniti quando, sbucati in una solitaria valletta, compaiono davanti ai nostri occhi un susseguirsi di straordinarie torri e guglie granitiche che ricordano i bastioni di un castello medioevale. Quale rigoglio di roccia! Stiamo entrando nella Sarra di Lu Tassu, cioè un luogo alto ricco di formazioni rocciose. Tassu è riferito al tasso (Taxus baccata), detto anche albero della morte poiché sia i semi che le foglie sono altamente tossici e possono uccidere gli animali che se ne nutrono. L’unica parte non velenosa è il frutto (arillo)che forma il rivestimento rosso e polposo del seme, appetito dagli uccelli. Il tasso è una pianta antichissima, presente almeno 70 milioni di anni fa, ed ha un ciclo di crescita lentissimo. Un tempo il suo legno era molto ricercato ed utilizzato per le assi dei carri essendo particolarmente resistente ed elastico. Qui ne sopravvive una piccola stazione. Ora possiamo decidere, in base all’allenamento dei membri del gruppo, se arrampicarci su qualche cima dalla forma a cupola senza correre pericoli. Ne vale la pena. Serpeggiare tra i massi, accarezzare il granito con le mani, morderlo con i piedi, scivolare su letti di roccia…Per il rientro prendiamo un’agevole carrareccia che ci riporta a breve a Lu Parisi ed alle macchine. Per accedere a Monte Pulchiana si imbocca da Tempio la strada statale 133 per Palau sino al km 10.700. Qui si svolta a sinistra in una stradina asfaltata di recente. Si parcheggia dopo km 1,5 dalla SS alla base si Monte Pulchiana che troviamo alla nostra destra subito dopo lo stazzo di Lu Finocchiu (a sinistra). Tappa in Anglona: il nuraghe Su Idighinzu(Ploaghe) Un tocco di archeologia arricchisce anche il più interessante itinerario naturalistico, crediamo. Abbiamo scelto un monumento poco noto che merita. È situato a qualche km di distanza della vecchia provinciale che

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collega Ploaghe a Chiaramonti. Su Idighinzu si riferisce alla clematide (Clematis vitalba o Clematis cirrhosa), una pianta lianosa, dai fiori bianchi a campanula o in grappoli che si abbarbica su alberi o siepi. La torre del nuraghe è superba. Di un rosso possente. Attira lo sguardo, colpisce la mente. Siamo di fronte a un monumento notevole per dimensioni e stato di conservazione composto da un’unica torre slanciata che supera i dieci metri d’altezza. I massi lavorati (conci) che lo compongono non sono di proporzioni eccezionali nei filari inferiori mentre in quelli superiori le dimensioni si riducono ulteriormente ma la lavorazione è più accurata com’è consuetudine. Osservando la tessitura muraria non si può non rimanere stupiti per l’ottima tecnica e la perfezione degli anelli murari. Adesso vi entriamo, dall’ingresso rivolto verso il sorgere del sole. Un lungo andito. Dopo un paio di metri notiamo l’avvio della scala a sinistra e una profonda nicchia, o meglio una stanza allungata, a destra dove si trova, ad altezza dal suolo un robusto masso sospeso, inserito fra le due pareti con funzioni statiche. L’andito termina nella camera circolare. Alziamo lo sguardo sulla copertura ad anelli concentrici di pietre (tholos). Caspita! È intatta, raggiunge circa 7 metri ed emana aria di sapiente vetustà. Ha atteso paziente, insieme a tante altre, per 3000, 3500 anni che noi, popolo del terzo millennio, potessimo contemplarla. Certo chi la ideò non lo fece solo per sé stesso: era stata concepita per durare, per suscitare meraviglia e rispetto. Nella stanza si scorgono tre nicchie disposte a croce ricavate nello spessore murario. Anche in questo caso invece di nicchie si dovrebbe parlare di stanzette allungate viste le dimensioni. Una consuetudine costruttiva, questa, sviluppata nella zona come si rileva, ad esempio, nel vicino nuraghe di Badde Pedrosa (monumento dotato, fra l’altro, di un originalissimo vano allungato disposto sopra i lastroni di copertura dell’andito). A che cosa servivano tali nicchie o stanzette? Dipende da chi lo si chiede… Coloro che sostengono le torri nuragiche fossero delle dimore con funzioni difensive vi risponderanno che questi erano comodi giacigli o ripostigli per derrate e utensili. Altri vi direbbero che in queste spazi venivano alloggiati i simulacri delle divi-

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Nuraghe Su Lodighinzu.

nità come ancora facciamo nelle cappelle delle nostre chiese. Infine vi sono coloro che, sulla base di precisi rilevamenti, asseriscono che talvolta tali nicchie (come quella del 1° piano del nuraghe Aiga di Abbasanta) sono illuminate dai raggi solari in giorni precisi, durante il solstizio d’estate (il 21 Giugno, il giorno più lungo dell’anno) ad esempio, e pertanto i nuraghes potevano essere considerati come templi del Dio sole o come monumenti aventi funzioni calendariali per segnare il trascorrere del tempo. Immaginiamo per un attimo che tale affermazioni fossero inconfutabili. Non è affascinante pensare ai nuragici nell’atto di progettare un monumento delle proporzioni delle nostre torri megalitiche orientandolo esattamente affinché un raggio di luce potesse penetrarvi e far risplendere una nicchia che poteva magari ospitare l’immagine del proprio Dio? Terminata la visita della camera ci avviamo verso la scala che avevamo lasciato alla sinistra dell’andito. I gradini sono stati divelti o si trovano sotto i conci crollati ma è comunque possibile salire con poca difficoltà. La scala dei nuraghes è uno dei punti più deboli della struttura, non a caso manca una parte della copertura, eppure si conserva egregiamente in alzato e presenta sulle pareti degli occhi di luce allargati (strombati) verso l’interno. Essa ha andamento elicoidale compiendo addirittura un giro di 360°per raggiungere il piano superiore dove si trova un’altra piccola camera in parte diroccata. Siamo a più di 10 metri d’altezza. Spaziamo con lo sguardo sulle colline di Chiaramonti fino ai contrafforti rocciosi della Gallura, riconosciamo in lontananza la sagoma di qualche altro nuraghe adagiato su promontori boscosi, mentre la nota malinconica che si avverte nell’aria cattura il pensiero, lo proietta nell’immaginario, verso quell’antico, prodigioso popolo, per quello che fu in grado di ideare, erigere, tramandare. La Kena Lakanas Escursioni. La Kena Lakanas escursioni ha ideato questo itinerario insieme a tanti altri a piedi o in pullman sparsi in tutta l’isola. Chiama per il calendario allo 079\242942. E. mail kena.lakanas@tin.it

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La Maddalena, la vita di un fanalista nel racconto di Benito Pisapia

riverberare sul figlio il desiderio di rivivere e ripercorrere i sentieri del dolore? Preso dal “sogno del padre” tante volte rivisto in evanescenti sprazzi di ricordi lontani e confusi (quando il padre partì per la Grecia Benito aveva solo otto anni, e quando tornò, e morì, ne aveva undici), il figlio è andato alla ricerca dei segni, inseguiti e testimoniabili passo passo con il diario alla mano. Quel diario letto e riletto, di Francesco Nardini meditato, circondato dal sacro rispetto, diventava il sentiero su cui dispiegare il proprio passo alla ricerca di un passato ra naturale che dopo aver portato a termi- di cui, come figlio, aveva avuto una parte decisiva nelle ne la prima sua fatica editoriale, Benito Pi- emozioni paterne e, in definitiva, nella stesura dello spisa si cimentasse nella seconda, “Un lun- sbiadito scritto. Deciso per l’appunto a dimostrare a se go Cammino di Speranza” (162 pagine, editore Stampa- stesso e agli altri che la forza del legame padre-figlio è color Sassari, autunno 2003) che è, nella sua scarna os- inscindibile, deciso a prendere su di sé il peso del dramsatura narrativa, semplicemente un ritorno al passato, ma paterno vivendolo di persona, deciso a constatare ma pure attraverso una completezza del presente, di per contro la saldezza della forza morale di quell’uomo fronte all’amore struggente che può legare il padre con sbattuto lontano dalla famiglia e dagli affetti, l’Autore si il figlio ed esorta quest’ultimo immancabilmente a pro- è armato di buona volontà e coraggio ed ha ripercorso cedere sulla via di quella conoscenza morale mai com- in Grecia tutto l’itinerario che il padre aveva percorso pletatasi per voler di destino. La vicenda umana del pa- tanti anni prima. dre di Benito, Guglielmo Pispisa, fanilista della Regia La molla che spinge tutto questo è il sogno. Non Marina, si staglia sullo sfondo del panorama turbolento tanto il sogno comunemente inteso come attività ceredell’ultima parte della guerra mondiale con un tratto brale, ma sogno come immagine del divenire, futuribitutto proprio fatto di semplicità e purezza d’animo che lità, emozione creativa, anche se nelle sue riflessioni forse abbiamo dimenticato. un tratto di tempo terribil- l’autore non nasconde di essere stato interessato da vimente angoscioso compreso fra il marzo del 1942 e il sioni di inconfutabile natura onirica, probabilmente settembre del 1945, entro cui si situano i limiti estremi elaborate nelle lunghe ore di ricerca su documenti padella follia guerriera d’una parte d’Italia: l’espansione terni. Su questi segni persi fra ricordo e sogno, dunque, militare nel Mediterraneo – in cui entra l’attacco alla è che Benito traccia il suo saggio, una via di mezzo tra Grecia -, il drammatico giorno dell’8 settembre 1943 e ricerca storica e immaginazione, facendoci da guida nelil miserando destino delle migliaia di internati militari la Grecia moderna che però, ai suoi occhi, restava la trascinati nei campi di lavoro germanici, sino al mesto Grecia del 1942/43 riletta e immaginata chissà quante ritorno in Patria. Di questa avventura il fanalista della volte. Regia Marina nativo di Villasimius, classe 1906, ne trasIn fondo per un uomo che non ha granché da chiese a suo tempo – probabilmente subito dopo la libera- dere alla propria vita sia professionale che affettiva e fazione americana, il 2 aprile 1945 giorno di Pasquetta – miliare il ritrovare in una soffitta un diario ingiallito del una specie di diario per ricordare il lungo tormento: proprio genitore potrebbe rappresentare solo un moventicinque pagine di dolore che descrivono dal suo mento di riflessione e di ricordo, ma quando i bisogni piccolo angolo di osservazione la ventata di fuoco e dello spirito diventano forti, i legami fra un padre ed un morte sull’ultimo periodo della pazzia nazista in Euro- figlio attraversano spazi e tempi collegati ad afflati mipa. Quel documento familiare si tramutò, per impulso steriosi che sono tuttavia l’essenza stessa del divenire del figlio Benito, nella prima fatica editoriale (‘Aufste- storico. hen! Internato 55563 in piedi!’). Fatica semplicemente E dietro le parole Benito Pispisa lascia spirare un’atecnica giacché quelle pagine raccoglievano solamente il ria di piccolo tranfert familiare che non guasta alla diracconto, immutatamente trascritto, della “regia missio- namica del racconto. Lascia che la mano segua i baglione in Grecia” e la lunga stagione di prigionia nei vari ri dell’immaginazione e quindi del rapporto onirico, campi di lavoro. laddove racconta dei tanti episodi ‘strani’ che hanno acMa poteva l’avventura tanto tragica del padre non compagnato i suoi due viaggi sulle orme paterne.

Padre e figlio

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uesta nuova edizione di Ammentos dopo vent’anni permette di fare un confronto tra passato e presente. Nel terzo millennio la valle d’Olevà ha un altro volto da mostrare. Negli antichi stazzi sono sorti ospitali ambienti per l’agriturismo, segni di una rinforzata comunicazione con le coste delle rinomate località di vacanza e ancora fedeli testimoni di un’accoglienza tradizionale. Accanto alle abitazioni arcaiche sono sorte case dall’aspetto moderno ma con i segni di una rustica familiarità. La strada asfaltata scende da Berchiddeddu a Sa Castanza e a Su Carru e prosegue sino a Trainumoltu per risalire, costeggiando la zona di Santu Tomèu, alla periferia del centro abitato. Di questo cambiamento colpisce la felice combinazione dell’antico e del nuovo, senza degrado ambientale e sociale. La popolazione è custode di un patrimonio ereditato e tuttavia ha saputo inserirsi con intelligenza nel mondo dinamico della città di Olbia e nelle attività del turismo costiero. Il passato e il presente convivono dando senso e storia alla vita della gente che ha saputo rivalutare tradizioni rituali, culturali e gastronomiche, usanze, costumi e valori creano una trama di relazioni sociali che sanno coniugarsi con i ritmi della vita moderna. Un mondo locale che ha mantenuto la sua identità pur in connessione con la più vasta realtà globale. La valle d’Olevà è un territorio così ricco di risorse ambientali e culturali da suggerire un ulteriore sviluppo alla fervorosa attività dei suoi abitanti. Gli Ammentos di Franco Trudda non sono eco di un mondo antropologico ormai perduto, non sono ricordi destinati a morire con i vecchi delle frazioni, sono invece memorie che rivivono ancora oggi nel vissuto della popolazione, grazie allo spirito d’iniziativa dell’autore che in questi anni ha saputo organizzare una mirabile attività culturale. È nata un’Associazione S’Abboju (l’incontro) che svolge nel corso dell’anno appuntamenti di grande rilievo sociale e culturale. A primavera si fa festa e convegno sulla transumanza nella memoria ancora viva della discesa delle greggi dalle montagne di Alà, Buddusò e Bitti nelle pianure di Olbia. E proprio nelle frazioni della valle i pastori erranti facevano tappa e sostavano in amichevole corrispondenza con gli abitanti del luogo: occasione di confronto tra l’ovile montagnino e lo stazzo gallurese. È stata eretta una statua

A venti anni dalla prima edizione, torna in libreria “Ammentos” di Gianfranco Trudda

Vecchie memorie di Bachisio Bandinu del pastore transumante a Trainumoltu e una pietra scolpita segnala il passaggio obbligato dell’attraversamento del fiume. Pinuccio Canu, socio di “S’Abboju”, ha scritto sull’esperienza infantile di famiglia transumante un poemetto di novantasei ottave di pregevole valore poetico. Di grande effetto è stata la rivalutazione dello Scottis, un tradizionale ballo d’origine scozzese in voga nella fascia orientale della Gallura, ballo che ora fa parte del repertorio di alcuni gruppi folkloristici. Ad agosto l’Associazione “S’Abboju” organizza una festa di grande richiamo nella piazza di Sa Castanza con nutrita partecipazione popolare. È stata costituita una Biblioteca rurale che raccoglie migliaia di volumi d’argomento sardo e che permette di svolgere incontri culturali, presentazione di libri e dibattiti su temi di attualità. Grazie a queste iniziative Ammentos non sono solo memorie storiche ma vivono ancora nell’esperienza presente delle nuove generazioni.

Dalla presentazione dell’Autore ….“La ristampa realizzata, lasciato ovviamente intatto il testo del “racconto”, si presenta in una veste rinnovata che, per l’impiego di carta più raffinata e di nuovi “caratteri”, rende indubbiamente la pubblicazione più pregevole. Il vasto corredo fotografico, che nella edizione originaria è qua e là distribuito a illustrare personaggi e fatti, è stato accorpato in un inserto autonomo, nonché arricchito di ulteriore documentazione iconica. E ciò perché il racconto “orale” non venisse interrotto o distratto da quello “visivo”. Infine è stato inserito un dizionarietto di parole ed espressioni trascritte così come l’autore sentiva da bambino e che ancora resistono nella zona.”

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Fra i quattro giudicati in cui rizzate da differenti caratteristiche era divisa la Sardegna medioevale, Le città della Gallura istituzionali, I primi erano centri medioevale la Gallura è quello del quale meno di origine giudicale, con l’orgasi sa. In questo studio viene pronizzazione che questo comportadi Corrado Zedda posto un confronto fra mondi va, Terranova al contrario fu cenEd. CUEC € 20,00 diversi,a volte lontani, che nontro di fondazione pisana, svilupostante le guerre cercarono di patosi tra la fine del XIII e l’inizio entrare in contatto: il mondo sardo giudicale con il del XIV secolo e da subito vi troviamo operanti mondo pisano prima, con quello iberico poi. Sono magistrature di tipo comunale italiano. In seguito state così analizzate l’amministrazione pisana e arago- alla conquista pisana l’amministrazione di questi nese in Gallura, per vedere fin dove, in che modo e centri si omologò e ad Orosei e in parte a Posada per quali ragioni sii conservarono aspetti della gestio- furono introdotte, al fianco delle antiche magistrane del territorio e del governo delle popolazioni e ture sarde, quelle di tipo continentale, già presenti a dove invece vi furono i mutamenti. Terranova, come il Podestà e il Camerlengo, mentre La Gallura aragonese nonostante il suo fraziona- nei centri più piccoli si conservò la figura del majomento feudale, riuscì a conservare per qualche tempo re. lo spirito dei secoli passati, specialmente nei suoi cenLa lettura di questo lavoro ci introduce in una tri principali, che però non riuscirono ad evolversi in Sardegna medioevale per niente emarginata, ma ben strutture urbane più complesse, tanto che possiamo inserita nel contesto mediterraneo, ricca di porti e pensare ad essi come vere e proprie città mancate. con un’attrazione commerciale non irrilevante, a dire Orosei, Galtellì e Posada da una parte e di uan storia medioevale sarda tutta ancora da conoTerranova dall’altra ebbero origini diverse, caratte- scere. E da riscrivere.

I Nuraghi tra Archeologia e del celebre Stonehenge, in cui si è I nuraghi tra Astronomia, tratta del significato ravvisato un osservatorio astronomiarcheologia astronomico che mostra l’orientaco, o meglio un tempio che teneva e astronomia mento dei nuraghi e delle tombe conto delle eclissi; l’orientamento di di Mauro Zedda di Giganti. numerosi monumenti precolumbiaEd. Agorà nuragica € 9,90 In questa opera vengono preni, da Chichen Itzá a Uxmal, da sentati, al grande pubblico, i risulCharvin a Cerro Sechin, sui punti tati delle ricerche archeoastronodell’orizzonte corrispondenti alla lemiche che lo scrivente, in qualita di autore o coauto- vata e al tramonto del sole nei solstizi e negli equinozi. re, ha condotto negli ultimi tre lustri e i cui contenuE tutto questo non è solo architettura, o geografia: è ti sono già stati pubblicati in riviste specializzate. religione, è credenza magica, in una parola è visione e Nel faticoso approccio che gli archeologi hanno concezione dell’universo, sicchè l’archeoastronomia ne verso l’archeoastronomia, sta emergendo anche in emerge come scienza essenziale per la ricostruzione storiItalia, grazie soprattutto all’indimenticabile Sabatino ca, una scienza senza la quale il filologismo dominante Moscati, una presa d’atto dell’importanza di questa in passato resta fine a se stesso, dicendo in ultima analidisciplina. si quasi tutto su quasi niente. Per basilare che sembri, la Nel Convegno Internazionale (26 Novembre scienza filologica è non più che uno strumento da offri1994), da lui voluto, Archeologia ed astronomia: espe- re agli astronomi, come ai medici e agli esponenti di rienze e prospettive future dell’Accademia Nazionale tante altre scienze ancora per la ricostruzione del passadei Lincei di cui era il Presidente, così si espresse: to.”. “Senza il concorso dell’astronomia non avremmo inteso, Ne I Nuraghi tra Archeologia e Astronomia viene e non intenderemmo, gli orientamenti di molti templi illustrato l’orientamento dei Nuraghi descrivendone egiziani dedicati al Sole, ad esempio quello di Amon Ra la valenza astronomica e scoprendo che il Losa di Aba Karnak allineato sul solstizio estivo; la direzione degli basanta e il Santu Antine di Torralba, due autentiche assi di vari monumenti della Grecia classica, ad esempio Icone del Cosmo, non sono meno importanti dei moil Pantheon di Atene orientato sulla levata del Sole nel numenti citati da Sabatino Moscati. giorno d’inizio delle feste panatenaiche; la natura stessa

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di Gian Luca Marini

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“Condaghes” intitolata “Arcale”. Ma la bontà di Duetti: “Un’opera nuova come cantu e contra va ben oltre. E di Paolo Sanna e progetto e come esecuzione sono gli stessi Maieli e Sole, Adele Loriga Camoglio (...) Ed il canto che ne deriva venendo ai dettagli dell’opera Ed. Condaghes non sole è interessante per rica dirlo “ciascuno dei due mochezza di sentimenti, di suoni duli linguistici utilizzati (il sase di timbri diversi ben armonizzati, ma piace”. Co- sarese da Sanna, l’italiano da Camogli)-scrive Maiesì nella prefazione Leonardo Sole definisce Duetti: li- riesce a dare espressione piena a sentimenti, ad cantu e contra, il libro di versi poetici in sassarese e emozioni, a vibrazioni, attraverso sonorità diverse in italiano scritto a “quattro mani” da Paolo Sanna che però non stridono, mostrando quanto la rice Adele Loriga Camoglio, scrittori già noti e ap- chezza di moduli linguistici sia irrinunciabile nella prezzati anche oltre Tirreno. Dal canto suo nell’in- cultura dei popoli”. E Leonardo Sole aggiunge: troduzione, Gavino Maieli parla convinto di “un “Leggendo il libro si ha la netta sensazione che i progetto finito e compiuto, dolce e potente (...) due poeti gareggino non soltanto sul piano poetico una dimostrazione tenera e delicata di cosa signifi- ma anche su quello musicale”. Non c’è solo la comchi, e di come possa essere rappresentato, l’essere pletezza dell’opera, ma anche il fascino e la gradepoeti “insieme”. Come dire che, stante l’autorevo- volezza del suo contenuto. Spiegandone al contemlezza dei giudizi, si tratta indubbiamente di un bel po il crescente successo nonostante l’incomprensibiglietto di presentazione per quest’opera con cui si bile scarsa promozione-diffusione del libro non è aperta la nuova collana letteraria delle edizioni sempre facilmente disponibi

Duetti

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A cinquant’anni dalla nascita Riproposto da Ilisso il libro di Francesco De Rosa

Le tradizioni galluresi

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a ragione della ristampa di questo bel volume di Francesco De Rosa sulle tradizioni galluresi , l’ha già data, con puntuale precisazione, Francesco Corona nella Prefazione all’edizione del 1899 :“ un libro, la cui importanza a nessuno può sfuggire e al quale è riservato certo un meritato successo.” Quel successo auspicato allora, oggi ritrova la sua giusta considerazione scientifica nell’edizione curata, con sapiente analisi metodologica, da Andrea Mulas e pubblicata per i tipi dell’Ilisso, che ha raggiunto, con questa opera, ben 89 titoli prestigiosi nella sua Collana Bibliotheca sarda. Nella sua struttura, spiega il curatore nell’Introduzione, il libro presenta due parti distinte: una prima, di 11 capitoli, riguarda il “ carattere fisico-morale” dei galluresi ed una seconda di 39 riguarda i vari aspetti della vita e delle tradizioni locali. Ma chi era questo studioso, “ storico imparziale e geografo accurato, ma anche novelliere arguto e festoso, e folklorista inappuntabile”, come lo definisce il suo illustre prefatore Francesco Corona? Maestro elementare, ma anche giornalista e studioso eclettico, Francesco De Rosa nasce ad Olbia (all’epoca Terranova Pausania), il 15 novembre 1854 da Giuseppe e Maria Degortes. Il vero cognome è Derosas. Desta molta ammirazione, allora come ora, la sua particolare intelligenza, frutto di una attenzione e di una disciplina, quasi doverosa, nel raccogliere dati e note informative sulla storia sarda, e della Gallura in particolare, su premuroso invito della sua amica “signorina Grazia Deledda”. A lui si deve anche un esempio di scuola serale gratuita per adulti e ragazzi analfabeti, ai quali De Rosa, mastro Zicco , desiderava consegnare le chiavi di un riscatto sociale, forse in nome di una certa sua ribellione, mai del tutto esplicitata, ma strisciante nei suoi scritti, alla sudditanza sabauda nei confronti del popolo sardo, che rischiava, a suo dire, di omologarsi su una cultura

colonialista, perdendo di vista le coordinate delle proprie tradizioni, magari facendone disperdere anche la memoria scritta e orale. Pubblica una serie di articoli nella importante Rivista di tradizioni popolari italiane, diretta da A. De Gubernatis, un suo studio giuridico, sociale, religioso su Il divorzio e nel 1899 le Tradizioni popolari di Gallura. Usi e costumi, che esce a Tempio e Maddalena per i tipi della stamperia Tortu. Noto per il suo parlare dotto, è fine relatore in molte conferenze di cui esistono estratti, all’epoca di grande risonanza culturale, come quella più famosa “ Uso dei Nuraghi”, che fa eco anche presso l’Accademia dei Lincei. Il De Rosa è fertile studioso e nel 1901 pubblica: I poeti terranovesi, Tempio e Maddalena, Tortu. Nel 1928 a Terranova Pausania compare la prima raccolta di poesie in dialetto gallurese Aure fresche di Limbara e a Cagliari il volume su Le Leggende galluresi. Ciò che meno si conosce è la sua attività di pubblicista. Fonda e dirige il giornale gallurese Le Bocche di Bonifacio, vissuto solo tre anni, dal 1883 al 1885, e collabora a molti periodici e quotidiani locali, come: L’epoca di Genova; La Nuova Sardegna di Sassari; La Tribuna; Il Tempo; Il Messaggero; Il giornale d’Italia di Roma; La Sardegna scolastica; Sardegna e scrive su molte altre testate minori. Ha lasciato manoscritte alcune spigolature di preistoria e di storia sarda e note sulla storia religiosa, di un discreto valore per l’epoca in cui furono descritte. Nel 1938, alla età di 83 anni, muore ad Olbia. Scrive De Rosa nell’edizione del 1899: “ Se altro merito non avrà il mio lavoro, avrà forse quello di spingere qualcuno, di me assai più valente, a scrivere un’opera della mia più ponderosa ed accurata. Io mi terrò pago d’essere stato colui che nel pubblico edifizio ha posta la prima pietra, lasciando che altri s’abbia intero il vanto di innalzarlo dalle basi”. E noi, leggendo queste pagine, scopriamo soprattutto un altro merito di De Rosa: non era solo un laudator temporis acti, ma un attento osservatore delle trasformazioni sociali e culturali dell’epoca, tanto da temere un processo di omologazione modernista anche delle tradizioni, che egli attribuisce alla nascita dell’unità d’Italia, alla dominazione della politica culturale sabauda e alle conseguenti modifiche generate dai rapporti con i paesi d’oltre mare.

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Stintino. La cooperativa pescatori ha un secolo di nottate in mare, sacrifici, scaramanzia, aneddoti, feste

Soci per la vita di Angelo Schiaffino LA COOPERATIVA PESCATORI STINTINO COMPIE QUEST’ ANNO CENTO ANNI DI ATTIVITA’, ED E’ LA SECONDA IN SARDEGNA PER ANZIANITÀ E ANNI DI SERVIZIO. LA SOCIETA’ DI PESCATORI STINTINESI AVVIO’ LA SUA ATTIVITÀ NEL 1904 ANCHE SE PROBABILMENTE ALMENO IN FORMA UFFICIOSA FU APERTA ALMENO DUE ANNI PRIMA. NON RISULTA INVECE CHE UNA ASSOCIAZIONE SIMILE ESISTESSE GIA’ SULL’ ISOLA DELL’ASINARA, DA CUI GLI STINTINESI PROVENIVANO.

È

probabile comunque che la situazione di disagio in cui si trovavano le famiglie da poco deportate dalla loro isola madre sia stato il motivo che spinse le quarantacinque famiglie ad unirsi e collaborare insieme. Lo statuto fu poi riscritto

una seconda volta e ufficializzato il 6 Ottobre del 1913, per cambiare l’ art. 3 e permettere ai pescatori soci anche di lavorare nello stabilimento e nella pesca della tonnara. Leggere la storia della Cooperativa Pescatori equivale a ripercorrere la storia piu’ “antica”e piu’ intima di Stintino, fatta di nottate in mare, sacrifici e sforzi fisici, ma anche di atti scaramantici, aneddoti e momenti di festa. La festa patronale stessa, che si celebra l’ otto Settembre e’ in onore della protettrice dei pescatori,la Beata Vergine della Difesa, alla quale affidavano le proprie speranze e i propri sogni oltre che il semplice augurio di una buona pescata. All’ epoca infatti andare per mare era sicuramente ancora piu’ pericoloso di oggi e chi ogni mattina chi si imbarcava per andare a pescare sapeva che c’ era la possibilita’ di non tornare a casa. Quasi tutti i pescatori stintinesi avevano paradossalmente un rapporto molto rispettoso e poco confidenziale con il mare, tanto che non sarebbero mancati i pescatori che pur

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avendo passato la propria vita in mare non avrebbero mai imparato a nuotare. Dopo la costruzione delle prime case, ci fu la fondazione della cooperativa, alla quale parteciparono tutti gli stintinesi, anche i non pescatori, a dimostrazione dell’ incredibile spirito di solidarieta’ che c’ era tra loro. Tutti gli stintinesi erano iscritti, a prescindere dal loro lavoro. Nell’ elenco dei soci promotori, capeggiati dal primo presidente Fortunato Denegri, compare anche il parroco, Don Quirico Marginesu, oltre ad altri sessantasette sottoscriventi. I soci della cooperativa erano tutti tassativamente uomini. Le donne non pescavano ma avevano il monopolio sul funzionamento della casa. Si poteva diventare soci gia’ a quindici anni, ma per votare nel consiglio di amministrazione bisognava aspettare il ventunesimo anno di eta’. In realta’ pero’ in maniera ufficiosa non erano pochi i bambini che iniziavano a pescare all’ eta’ di 12-13 anni, dopo la quinta elementare. I pescatori avevano deciso di abitare in quel territorio vicino alla loro isola proprio per continuare a calare le loro reti in quelle coste che conoscevano bene e che gli erano state cosi’ brutalmente espropriate e lo strumento migliore per potenziare l’ attiivita’ fu deciso dovesse essere di tipo consortile. La cooperativa svolse in quegli anni anche una preziosa funzione sociale in quanto era il mezzo per acquistare la farina, il grano, i viveri e i prodotti di prima necessita’ oltre che i materiali per la manutenzione delle barche e per la pesca, come ad esempio il giunco per le nasse. Stintino infatti era una piccola borgata senza strade di collegamento con gli altri centri, collegata alla sola Porto Torres solo in via marittima. Facendo da centro di stoccaggio la cooperativa diede la linfa che permise la vita alla neonata comunita’ stintinese. La cooperativa comprava i prodotti, che arrivavano con un bastimento proveniente da Napoli e che poi venivano rivenduti ai soci. Questo carattere particolare della cooperativa e’ ben evidente nello stesso statuto, nell’ art. 3 comma d/e in cui si dice che “scopo della societa’ e’ quello dell’ acquisto, nell’ interesse dei soci di generi alimentari di prima necessita’ e di curare, nei limiti di cui la societa’ puo’ disporre, l’ elevamento morale, igienico ed intellettuale dei soci”. La vendita del pesce almeno fino agli anni trenta rimase legata alle iniziative dei singoli, che dopo la pescata si recavano a Porto Torres per vendere il pesce ai piccoli commercianti. Nessuno invece ancora veniva a prenderlo a Stintino. La cooperativa non aveva ovviamente ancora alcun punto vendita ne si curava di venderlo. Nel traffico commerciale rientrava solo il pesce, mentre non ne facevano ancora parte le aragoste, che iniziarono ad essere ammassate per essere vendute solo nel dopoguerra, intorno agli anni 50. I locali dove ha tutt’ora sede l’ attivita’ furono costruiti nel 1913. Tutti gli stintinesi in base alle loro pos-

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sibilita’ e capacita’ lavorarono per la costruzione di questo stabile, realizzandolo in un piano. Il piano superiore fu realizzato nel 1964 nell’ ambito dei lavori di restauro della struttura. Prima di tali lavori, tutto si concentrava nel solo locale esistente, dove un tramezzo lasciava riservata l’ area magazzino, all’ interno della quale, intorno a un tavolaccio venivano organizzate le riunioni del direttivo. Ma non c’ erano sedie e ancora fino al ‘60 durante le riunioni ci si sedeva sulle “calomme” ,le corde che servivano per calare le nasse in mare. Fino agli anni 50 l’ attivita’ della cooperativa si concentrava nel solo periodo invernale, quando si calavano le reti (allora in cotone) per pescare principalmente boghe e occhiate e le nasse per le murene. La pesca dell’ aragosta che iniziava in Primavera non faceva ancora parte strettamente dell’ attivita’ della cooperativa ed era lasciata alle azioni dei singoli. Nel periodo di Primavera-Estate chi voleva poteva lavorare nella tonnara. La pesca si concentrava al “mare di fuori”, dove si andava inizialmente a remi. I primi motori comparvero intorno agli anni trenta, sulle barche di Giuseppino Chiappe, Agostino Maddau, i fratelli Benenati, Antonio Diana, Silvestro Valle e Isidoro Balzano. Con le barche a remi si facevano tre salpate in tre giorni e due notti, in cui si restava per mare. Per portare il pesce a Porto Torres ci si organizzava a turno e cosi’ una barca sola trasportava il pesce per un gruppo . Dopo i tre giorni le barche si ritrovavano nel solito posto prestabilito. Se all’ orario e nel luogo prestabilito qualche equipaggio mancava all’ appello, le altre imbarcazioni cercavano la comunicazione con la “corra” una grossa conchiglia a forma di corno che se soffiata produceva un suono forte e intenso, che poteva essere sentito a distanza. Tutti in barca l’ avevano e se c’ era la risposta immediata voleva dire che niente di grave era accaduto e sarebbe bastato aspettare qualche minuto in piu’ per vedere arrivare la barca ritardataria. In barca l’ equipaggio era composto da almeno trequattro persone (se si pescava col palamito si era in 5) che si alternavano a remare. Raggiunta la posizione, due remavano e due facevano le funzioni, tirando le reti e sbrogliando il pesce. Nei primi anni del 900 le aragoste pescate venivano tenute in due enormi nasse che fungevano da vivaio, una collocata all’ Isola Piana e una a Cala D’Oliva. Queste particolari nasse a forma di bottiglione schiacciato venivano chiamate in gergo dialettale “Maruffo”. Queste vennero poi sostituite da dei cassoni in legno, ugualmente immersi in acqua. In questi contenitori ogni pescatore aveva il suo settore dove ammassare le aragoste da Maggio a Settembre. Si trattava senz’ altro

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di un periodo piuttosto lungo con grande rischio di moria dei crostacei. Grande attenzione era concentrata a non lasciare fessure troppo grandi aperte perche’ anche l’ ingresso di un piccolo polpo (grande divoratore di aragoste) avrebbe comportato una grave calamita’. In autunno i preziosi crostacei venivano imbarcati a Porto Torres in direzione Marsiglia. Le aragoste erano tenute in dei cesti e periodicamente il piroscafo si fermava per permettere di calarli in acqua e tenere in vita i crostacei. Intorno agli anni 10 del secolo scorso, comincio’ a trafficare a Stintino un veliero spagnolo che comprava le aragoste e le metteva in un vivaio nella stiva dell’ imbarcazione. Un vivaio incorporato nell’ imbarcazione era una grande novita’ per l’ epoca.Un abile pescatorecarpentiere stintinese, Vincenzo Bosco, chiese di poter vedere quel sistema che prontamente riprodusse sulla sua imbarcazione. Il metodo funziono’ a meraviglia tanto che lo stesso fu applicato da tutte le imbarcazioni che pescavano aragoste. In questo modo il prodotto pescato poteva essere tenuto in vita fino a Stintino e poteva essere ammassato in un luogo piu’ vicino e piu’ facilmente controllabile, nella rada antistante il paese.Cessarono di esistere da quel momento gli scomodissimi depositi all’ Isola Piana e nei pressi di Cala D’Oliva. Il pesce veniva venduto di fronte al paese, dove i pescatori contrattavano con i responsabili dei velieri sul prezzo del prodotto.

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Dopo gli anni 50 la cooperativa inizio’ a occuparsi anche delle vendite. Non c’erano pero’ ancora assicurazioni e contributi per la pensione, che iniziarono a essere versati solo negli anni 60. Sempre nello stesso periodo la societa’ era ormai in grado di fornire ogni tipo di attrezzatura da pesca, compresi i tremaglioni, le reti per catturare le aragoste, che mandarono in disuso le nasse. Il ruolo della cooperativa e’ andato via via ridimensionandosi, anche a causa dell’ avvento del turismo che rappresento’ fin da subito una fonte di sostentamento piu’ appetibile. Cosi’ dagli anni 60 il numero dei soci ha iniziato una lenta ma inesorabile diminuzione e se nel 1982 i pescatori erano scesi al numero di 48, nel 1992 erano 41 e oggi sono solo 25 con un’ eta’ media che sfiora i sessant’anni. Un motivo che allontana i giovani stintinesi da questa professione e’ anche il non elevato ricavo, legato anche a una forte diminuzione del pescato. Rappresenta invece un interessante e originale introito l’ attivita’ della pescaturismo, ancora pero’ concentrata nei soli mesi estivi. Questa ed altre iniziative come l’ ittiturismo, l’ acquicoltura e la lavorazione dei prodotti ittici dovranno essere la piste da percorrere per un’ evoluzione del sistema della pesca locale che potrebbe assicurare alla Cooperativa Pescatori un futuro ancora lungo. Le cifre degli anni passati e attuali dicono chiaramente che non potra’ essere altrimenti.

c’è posto per tutti

BADESI

a cura dell’amministrazione comunale

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Badesi. L’impegno della Pro Loco per la promozione del paese

Il recupero della memoria

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ostituita nel 1977 la proloco è oggi un punto di riferimento nel paese. Nata dalla voglia di far conoscere il territorio e promuoverne la vocazione turistica e ambientale, è andata sempre più qualificandosi come ente che, lavorando al di sopra delle parti politiche, ma tenendo presente l’amministrazione comunale di turno, ha saputo crearsi uno spazio e una identità cui oggi non si può rinunciare. Un merito doppio se si pensa che i membri del direttivo e quelli che organizzano (che alla fine come in ogni proloco “che si rispetti” sono sempre gli stessi) prestano la loro opera senza alcuna remunerazione. A gratis, come si usa dire da noi. Ciò, naturalmente, non basta a mettere a tacere le malelingue che esistono e si insinuano un pò dappertutto. Ma, come persino il buon senso ormai lascia intendere, ogni iniziativa pubblica vive di critiche più o meno giuste. Comunque vadano le cose. Del resto chi le cose non le vuole vedere per quello che sono non le vede: anche con quattro paia di occhiali. L’importanza della proloco ( e delle proloco in generale) si è avuta con l’avvio dell’attività turistica e con la consapevolezza che la nostra isola, il nostro specifico territorio ha qualcosa di importante da offrire. E quello di Badesi ne ha tante: dall’ambiente alla spiaggia. Si deve alla proloco la promozione di alcuni prodotti tipici locali, legati al mondo agricolo, quello stesso mondo che costituisce, anche oggi che Badesi guarda la turismo marino con particolare e giusta benevolenza, la memoria della comunità, la radice stessa della cultura badesana che vive del buon senso e del rispetto tipico di società contadine. Badesi, al pari degli altri comuni del-

la zona, non ha paura delle sue origini anzi, grazie ad associazioni come la proloco queste vengono continuamente ricordate, e riproposte al turista. Ma proloco, a Badesi non ha significato solo recupero della cultura e delle tradizioni popolari. È stato anche inventare qualcosa di diverso per differenziarsi nell’offerta. È nato così il carnevale estivo, l’unico sopravvissuto in Sardegna che vanta numerose edizioni e che ogni estate è seguito da decine di migliaia di turisti. È diventata questa festa, fuori dai canoni della “normalità” temporale, un appuntamento irrinunciabile, sempre più partecipato, sempre più coreografico che i turisti, perchè a loro buona parte delle iniziative sono indirizzate, mostrano di gradire. Badesi come Rio (con le dovute proporzioni ma con la stessa temperatura climatica), il carnevale in bikini come il più famoso carnevale del mondo, quello brasiliano appunto. L’importanza di una associazione turistica, come questa, ha contribuito in altre realtà isolane a far conoscere il patrimonio archeologico, i siti ambientali più importanti, le tradizioni che ormai facevano parte della memoria dei vecchi. Senza questo impegno molto si sarebbe perduto. È un pò come lo zoo che ha contribuito (sia pure con tutti i limiti e i difetti che ognuno gli riconosce) a salvaguardare specie di animali in pericolo e tramandarle fino a noi. La proloco è questo: una cultura mediata da tante esigenze che si espone perchè c’è o si vuole creare una richiesta. Ma è anche identità, proprio per le sue iniziative legate alla comunità, ai suoi saperi (spesso tramandati oralmente), alla sua gente. È valorizzazione di qualcosa che ha che fare con il territorio e dove la maggioranza della comunità si riconosce. E nel futuro si avrà sempre più bisogno di associazioni come questa che contribuiscono, con tutti i limiti (spesso dovuti a carenze finanziarie e non alla mancanza di volontà, che è già tanta quando uno decide di entrarvi a farne parte impegnarsi e, più di una volta, giocandosi anche le ferie) che sono visibili, a tenere vivo l’interesse su cose che hanno segnato la storia della comunità.

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LE PIETRE, SE OSSERVATE NEL LORO INSERIMENTO MURARIO PARLANO! RACCONTANO NON SOLO LA STORIA DEL LORO TEMPO, MA ANCHE LA CIVILTÀ DEL POPOLO CHE LE HA SISTEMATE, UNA SOPRA L’ALTRA, IN QUEL MODO. RIEVOCANO, INSIEME AI DOCUMENTI D’ARCHIVIO A CUI RIMANDANO, STORIE DI UOMINI CHE SONO PASSATI SULLA NOSTRA TERRA LASCIANDO, CON DELICATA DISCREZIONE, L’IMPRONTA DI SÉ NEI LAVORI ARCHITETTONICI REALIZZATI. POCO IMPORTA SE SI TRATTA DI VILLE REGALI O PICCOLE CASE DEL POPOLO, DI EDIFICI CIVILI O RELIGIOSI, DI MONUMENTI PER TENERE VIVA LA MEMORIA DI UN GRANDE AVVENIMENTO O COSTRUZIONI OCCASIONALI REALIZZATE PER RISOLVERE DELLE EMERGENZE. CIÒ CHE CONTA È CHE LE LORO MURA (O I LORO RUDERI) PARLANO E A CHI SA GUARDARE MOSTRANO GLI SPAZI IMMENSI DELLA CULTURA, DELLA TECNICA E DELLA CREATIVITÀ DELLA COMUNITÀ CHE, PER RAGIONI DIVERSE (ARTISTICHE, ABITATIVE, DI CULTO, ECC.), HA VOLUTO E REALIZZATO QUELLE COSTRUZIONI COSÌ COME OGGI NOI LE POSSIAMO OSSERVARE.

Origine e sviluppo della Chiesa Parrocchiale Stando ai documenti ritrovati nella Curia Vescovile della Diocesi di Tempio-Ampurias, la Chiesa Parrocchiale di Aggius, è stata costruita nel 1536. Dai dati a disposizione, non è possibile sapere se questa fu edificata su una precedente cappella di campagna o se costruita ex novo. Il periodo, comunque, che ci dà per certa la sua esistenza è, di per sé, abbastanza eloquente. Non solo fa capire che la “Villa d’Agios” era ormai una realtà consolidata nella “Curatorìa di Gemini”, ma anche che il villaggio ha origini più antiche: con certezza nel 1300, quando il Re di Aragona si preoccupava di far ritirare il censo (abbastanza consistente per quell’epoca), ma molto probabilmente ancora più indietro nel tempo, sia per la presenza, nel territorio, di ruderi e toponimi che risalgono al periodo bizantino (700-1000 d.C.), sia per il significato stesso del nome del paese che rimanda, per un verso, al periodo romano e, per l’altro, ad un tempo ancora Aggius 1970. Gruppo di donne col parroco.

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Aggius. La demografia di un paese filtrata dal restauro delle sua chiesa. La parrocchia di Santa Vittoria

Pietra su pietra di Andrea Muzzeddu Fotoriproduzione Gianni Fumu più lontano. Pochi anni dopo la sua costruzione, in conseguenza alle decisioni assunte dalla Chiesa Cattolica Romana durante il Concilio di Trento (1545-1563), obbligata ad arginare l’espansione del movimento protestante che ha avuto origine con la pubblicazione delle 95 tesi di Lutero, con le quali attaccava la Chiesa su questioni pratiche (come la vendita delle indulgenze) e teologiche (come la validità della mediazione ecclesiastica e di alcuni sacramenti), la Chiesa dedicata a Santa Vittoria, venne elevata a Parrocchia e affidata, insieme al territorio di sua pertinenza (corrispondente, dopo l’abolizione dei feudi –1839- al territorio comunale), alle cure di un Rettore permanente, detto “parroco”, coadiuvato, nel suo ministero da alcuni viceparroci. Per avere lo smembramento della Rettorìa di Aggius, che aveva il compito della cura delle anime e lo

INFORMAZIONI UTILI E LUOGHI DA VISITARE

I DINTORNI DI AGGIUS…

SOLO AD AGGIUS…

A cura dell’Amministrazione Comunale

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svolgimento di non poche pratiche civili –incluso l’impegno della prima alfabetizzazione dei bambini e degli adulti-, dobbiamo aspettare il 1813 quando, dopo la costruzione della Chiesa della SS Trinità, nel territorio di Agultu –costruita per volontà del Re di Sardegna, Vittorio Emanuele I, che necessitava di “riunire i pastori sparsi” e avere un “maggior controllo del territorio”, infestato all’epoca da fuoriusciti e malavitosi– fu nominato, per questa “cussorgja”, un nuovo Rettore dal Vescovo Stanislao Paradiso. Ma, osserva Piero Baltolu, “essendo territorio appartenente al Comune di Aggius, il parroco della Trinità restò in realtà un “viceparroco mobile” alle dipendenze del Rettore di Aggius”, che continuò ad esercitare la sua autorità sul territorio con l’aiuto di tre viceparroci che, nelle stagioni propizie, giravano in lungo e in largo tutto il Comune per confessare i pastori, battezzare bambini ed assolvere ad altre necessità religiose e civili. La testimonianza del “granito” I segni più tangibili della vita civile e religiosa della “comunità degli aggesi” si riferiscono ai primi anni del XVII° secolo. Di questo periodo permangono diverse “tracce architettoniche”. Ancora oggi, nonostante gli scempi provocati da rifacimenti frettolosi e incuranti della testimonianza antica, è possibile vedere qualche “pezzo di muro”, ormai incorporato nelle aggiunte successive, ed architravi, con la data scolpita alla quale, spesso, si aggiunge il simbolo ecclesiastico. Segni tangibili del processo di antropizzazione del territorio sui quali si inseriscono le costruzioni di altre chiese nei periodi successivi: la Chiesa di Santa Croce, datata 1709; la Chiesa del Rosario, datata 1727 ma, presumibilmente, costruita in precedenza in quanto, dopo la battaglia di Lepanto, che ha visto le armate cristiane vittoriose, per intercessione della Vergine, sui turchi (1571), il culto del SS Rosario si è immediatamente diffuso in tutta l’Europa Cattolica; la Chiesa di Nostra Signora d’Itria (Odigitria), costruita dalla famiglia Tirotto nel 1750. La semplice osservazione delle tracce visive incise sulla pietra granitica, usata per le costruzioni private e religiose, evidenziano, immediatamente, come i due secoli trascorsi dalla fondazione della parrocchia (1536) alla costruzione della chiesetta della Madonna d’Itria (1750), siano stati anni di fermento e crescita per la popolazione tutta, nonostante le carestie, le pestilenze, la povertà indotta dal potere baronale e i soprusi subiti per opera degli esattori e dalla giustizia chiamata ad esercitare la propria funzione sulla base di leggi poco rispettose dell’umanità. Tutto ciò, per ragioni comprensibili, provocò non poche ribellioni contro il potere costituito, quasi sempre sordo alle esigenze della popolazione. A queste si aggiunsero, poi, le lotte intestine (faide). Sopravvivere (non semplicemente vivere) in quegli anni non era facile. Il popolo era servo e ridotto alla

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stregua delle bestie da soma. Non godeva di nessuna libertà e nemmeno poteva essere sicuro di veder rispettati i propri affetti. Era facile essere “banditi” dal consorzio civile solo per aver risposto per le rime al “podatario”, in difesa dell’onore della famiglia, o aver cercato di “raccogliere” qualcosa per poter sfamare i propri figli: anche la semplice caccia era una concessione feudale. Se si era sorpresi privi di autorizzazione si aprivano le porte del carcere... In quel tempo, cosa abbastanza inconsueta nel resto della Sardegna, la popolazione della Gallura usava vivere nelle campagne. Per la maggior parte dei mesi dell’anno, ad Aggius, come negli altri villaggi del territorio, restavano solo gli anziani (inabili al lavoro) e le donne con bambini non ancora in grado di contribuire, con i loro piccoli servizi, all’economia della famiglia. Gli uomini, i giovani e le coppie con figli in età lavorativa si recavano nelle “cussorge”, negli “ademprivi”, o nelle terre di esclusiva proprietà del feudo e loro affidate, per accudire alle faccende di ogni giorno, utili e necessarie per la propria sopravvivenza. Una fatica grande come il giorno, dallo spuntar del sole fino al suo tramonto, per una lunga serie di giorni che si consumavano nell’anno, per poi ricominciare, uguali, per un altro anno ancora, e così fino alla fine del proprio tempo, o almeno fino a quando le forze potevano reggere. E dopo questo... il profitto migliore si accumulava nelle cantine dei signori... Ovvia la reazione degli aggesi, che hanno visto minacciata la loro villa dai re che si sono susseguiti nei secoli (aragonesi, spagnoli, sabaudi), in difesa dei loro diritti di sopravvivenza e dignità della vita. Nonostante ciò la piccola comunità di Aggius ha costruito la sua storia e la sua cultura. Ha dato il suo contributo, insieme agli altri villaggi del territorio, al patrimonio comune che ha regolato le forme sociali e culturali della Gallura. Un lembo della Sardegna NordOrientale omogeneo per lingua e tradizioni, al di là delle specificità comunali che, ben lungi dal dividere, contraddistinguono e vivacizzano le diversità in una dinamica relazione ricca e foriera di ulteriori contributi ed intrecci comunitari ricchi di arte, poesia, tradizioni e folklore nei quali si specchia la vera anima di un popolo non del tutto vinto dalla tirannia e, tanto meno, soffocato dalla mera produzione materiale. Col passare degli anni, soprattutto dopo l’avvento dell’automobile e della televisione, diversi centri della Gallura hanno visto affievolirsi la memoria del loro passato. In alcuni casi è definitivamente scomparsa, incalzata dai valori fatui del flusso turistico. Favorito dall’interesse etnostorico di Giovanni Andrea Cannas, dalla competenza etnomusicale di Gavino Gabriel, dall’attenzione per la produzione tessile di Eugenio Tavolara e l’attaccamento per le proprie tradizioni di tutta una comunità che, fino alla prima metà del Novecento, usava festeggiare radunandosi nella “Piazza del-

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Aggius 1939. Tutti da fotografo.

le Danze” per volteggiare al ritmo dell’organetto che scandiva il tempo del ballo, quando questo, addirittura, non era semplicemente ritmato dalla sola voce dei “cantori”, tra i quali è ancora viva la memoria di Gjaseppandria Peru (1874-1971, meglio conosciuto come “il Gallo di Gallura”, come fu appellato da Gabriele D’Annunzio quando, nel 1936, si recò, insieme agli altri componenti del coro di Aggius, al Vittoriale per alcune esibizioni canore volute dall’etnomusicololo Gavino Gabriel), Aggius ha seguito un’altra evoluzione: una sapiente integrazione del moderno con l’antico, così le tradizioni sono “passate” di generazione in generazione e giunte fino ai nostri giorni. Non è un caso, infatti, che, nell’ultimo ventennio, molti centri della Gallura, spinti dal desiderio di recuperare il proprio patrimonio popolare, si siano ispirati alle tradizioni aggesi, attingendo dalla sua peculiarità etnologica quanto poteva essere considerato patrimonio comune. Non tutte le Pro Loco degli altri Comuni hanno saputo utilizzare intelligentemente questo patrimonio. Diversi componenti di questi gruppi culturali non sono stati in grado di comprendere ciò che ad Aggius era ancora presente per ricostruire, sulla base di ricerche scientificamente fondate, il proprio patrimonio popolare. Alcune associazioni, infatti, hanno preferito (forse per comodità, incapacità o pigrizia mentale) non distinguere ciò che appartiene alla specificità aggese da ciò che fa parte del patrimonio della Gallura. Hanno mescolato il tutto riciclando una nuova “moda” folkloristica (ad uso e consumo turistico) nella quale si sono immersi fino al punto di far passare per autentico, ciò che autentico non è, ma semplicemente frutto di un maquillage, e spacciarlo poi come il loro (anche se il villaggio è semplicemente sorto nell’Ottocento con l’immigrazione di altre etnie chiamate a popolare la zona dietro il miraggio di concessioni di appezzamenti di terreno e casa d’abitazione –secondo lo schema del controllo territoriale promosso e sostenuto dalla Casa Savoia). È proprio la caratteristica locale (per un verso, integrata con la cultura del territorio e, per l’altro, distinta), che determina l’impronta etnica di un villaggio. I canti,

i balli, i costumi e le trazioni che nel tempo hanno accompagnato gli aggesi (ricordati dai viaggiatori dell’Ottocento come “sagaci osservatori” e portatori di “facile fantasia e regolata ragione”), hanno fatto del Comune un “unicum”, ormai riconosciuto dai più. Così come unico è il suo panorama e caratteristico il suo centro storico: un dedalo di vecchie costruzioni in granito, edificate in una pianta disegnata dall’esigenza dell’uomo che continua, col suo passo, a calpestare i ciottoli delle sue viuzze nonostante il lento trascorrere dei secoli. La Chiesa come nicchia etno-storica Come accade per tutte le costruzioni umane, anche le chiese, col tempo, richiedono degli aggiustamenti. Interventi mirati a salvare l’esistente. Provvedimenti utili per ampliare lo spazio costruito quando questo non risponde più alle esigenze della comunità. Lavori che comportano, di volta in volta, e a seconda della situazione in cui si opera, la modifica, la demolizione e la ricostruzione dell’edificio, o parte di esso, quando ciò che era stato edificato in precedenza è diventato pericoloso per l’incolumità pubblica, oppure è diventato ormai un rudere e il tutto necessita di rifacimento totale. Quando si interviene lo si fa per rispondere, più adeguatamente, alle nuove emergenze dettate dalla necessità imposta dalla precarietà dello stabile o dall’evoluzione della cultura religiosa che richiede spazi di preghiera più aderenti ai valori della fede. L’architettura, allora, diventa spazio di culto e, nello stesso tempo, arredo deputato a favorire la meditazione. La posizione e la fattura delle pietre che costituiscono il muro perimetrale della Chiesa raccontano di queste vicende. Dicono della Chiesa ciò che hanno visto le generazioni precedenti e che la nostra, se non sa “interrogare la pietra”, non riconosce più. Così ciò che ha costituito la storia del paese si perde per sempre. Per uno strano gioco della Provvidenza Aggius ha avuto sempre qualcuno che ha raccontato la sua storia. Che l’ha rievocata, in modo diretto o indiretto, e che, comunque, l’ha messa al centro del proprio interesse culturale. Uno di questi, l’ultimo in ordine di tempo, è sta-

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Aggius. Panorama inizi XX secolo.

to il suo parroco, Don Piero Baltolu (1923-2002). Egli ha raccontato le vicende del suo villaggio con la devozione del figlio riconoscente; ne ha raccolto le testimonianze antiche e soprattutto è stato testimone particolare della storia della fabbrica di Santa Vittoria, la Chiesa Parrocchiale del suo paese dove egli ha ascoltato Dio mettendosi al servizio delle anime dei suoi compaesani nei suoi 55 anni di sacerdozio. Nella cronaca minuta, raccolta nel “Chronicon della Parrocchia”, è possibile cogliere le ansie, i fermenti, gli impegni e la devozione del sacerdote e del “suo” popolo. Ma, per avere un’idea più tangibile dello spessore di questo pathos, diamo la parola a Don Piero che, meglio di altri, ha saputo descrivere la storia e le ragioni del restauro della Chiesa Parrocchiale di Aggius e dei suoi protagonisti. La fabbrica di Santa Vittoria V. M. “Dal colore antico dei muri della facciata laterale –scrive Don Piero- si potrebbe arguire che, originariamente, sia stato questo l’ingresso principale e, quindi, l’edificio fosse rivolto a oriente, come le altre Chiese del paese. Un restauro radicale lo ebbe certamente nel 1856 “essendo inagibile per l’acqua che vi stagna”. Un portone olivastro, del 1864, fu distrutto nel 1954. La struttura interna si presenta in uno stile romanico-barocco assai povero ed elementare, a croce latina e a tre navate delimitate da archi molto alti. Nel presbiterio vi era l’altare a pala, con tabernacolo sulla mensa e con nicchia della Santa Patrona tra mensole di graniglia. Dietro l’altare vi erano gli stalli del coro a semicerchio, in olivastro, attorno ad un ingombrante organo antico collocato a ridosso dell’altare (...): organo e coro furono demoliti rispettivamente nel 1942 e nel 1954. Il pulpito fu costruito, forse, nel 1864, come si può leggere da una sbiadita scritta nel pulpito stesso. Il Battistero, di pregevole fattura, in legno intarsiato, opera dell’artigiano calangianese Nicolò Columbano, sostituisce e copre dal 1906 il Battistero a nicchia incavata nel muro a lato del portale. Nel timpano dell’abside un dipinto raffigura la regina dei martiri tra angeli ed evangelisti (deturpati, tra l’altro, da approssimative imbiancature), opere del pittore Spirito Lari nel 1906.

Corrispondenti alle otto arcate della navata centrale (quattro per lato) si trovano altrettante cappelle dedicate, nella navata a sinistra: a San Giuseppe Santa Lucia - Sant’Antonio da Padova (anticamente Sant’Antonio Abate, a Nostra Signora del Rimedio, a San Luigi Gonzaga, a Sant’Anatolia; nella navata destra: al Sacro Cuore di Gesù (anticamente vi era Sant’Antonio da Padova) con tabernacolo per la conservazione del Santissimo Sacramento, a San Francesco Xaverio, alla Madonna del Carmine (quadro delle anime purganti); tutti altarini parietali in pietra con nicchie scavate nella parete e ornamenti in calce (rifatti nel restauro del 1968). L’altare di S. Sebastiano che era dedicato alla Madonna “di li sètti dulori” fu demolito nel 1954. Era una indovinata soluzione di bussola all’ingresso laterale della Chiesa. I simulacri sono tutti di gesso; vi è solo un dipinto ad olio, quello raffigurante la Madonna del Carmine nell’altare omonimo. Originariamente i simulacri erano di legno, ma furono distrutti in seguito a decreti vescovili perché ritenuti indecorosi. Praticamente tutte le cappelle laterali erano padronali con lasciti per messe, come risulta in alcuni testamenti trascritti negli atti di morte. La cappella di S. Antonio da Padova è l’unica che ancora conserva un Legato. Una pila di marmo per l’acqua benedetta e un confessionale completano la suppellettile della Chiesa, disadorna e povera. Bisogna dire, però, che i pochi simulacri e gli oggetti conservati testimoniano la decorosa raffinatezza della scelta. Oltre al simulacro di S. Teresa D’Avila, al Battistero e al Pulpito, meritano attenzione un piccolo crocifisso in legno nero (restaurato da Erasmo Rigone nel 1968), un apparatore in olivasto, due calici e una pisside del ’700, un ostensorio, un aspersorio a pigna del ’600, un lampadario del ’600 (donato dal Prof. Giovanni Andrea Cannas nel 1968), una croce astile del ’700, un grazioso cofanetto per Olii Santi che porta la scritta “Parochia de S.ta Vittoria de la Villa de Agios, año 1745”, un crocifisso sospeso sulla mensa (donato da Agar Matteucci/Cannas nel 1968), un Sant’Antonio da Padova, un San Michele Arcangelo (già collocato nella Chiesa campestre omonima), una Vergine Assunta, scolpita in atteggiamento di “dormiente risvegliata” o di “risuscitata” che porta la scritta: “Dono di Arnaudon Tuttisanti – Agostino Vignolo fece in Genova l’anno 1869” (gli anziani precisano che

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Aggius. Panorama inizi XX secolo. Aggius 1969. don Baltolu con un gruppo di giovani.

un certo Ardisson genovese, avendo acquistato la tanca detta di “Tutti li Santi”, nei pressi di Abbavritta, da Maria Caterina Cannuedda, o Piga-Muzzeddu in Serra, per poche lire, avesse compensato col dono di questo prezioso simulacro, che fu perciò consegnato in custodia alla famiglia Serra-Piga). La sagrestia aveva una volta a botte. Vi si accedeva scendendo dal presbiterio o dalla navata di destra. Il suo pavimento in terra battuta copriva una “losa” ripiena di scheletri. Questa “losa” già esisteva nel ’700 (... fu ritrovato anche un pallettone di piombo dentro un cranio!): i restauri del 1968 diedero un assetto definitivo alla sagrestia e alla collocazione di oggetti e suppellettili che sino a quell’anno erano messi alla rinfusa in un archivio umido incavato nel muro. (...) Nel 1945 si fece il primo rifacimento del letto della Chiesa, ripetuto poi nel 1953, e furono eseguiti lavori di pavimentazione con la sistemazione del presbiterio. Per questi lavori l’Assessorato ai Lavori Pubblici della Regione Sardegna aveva stanziato la somma di £ 2.000.000 (due milioni), affidandoli in gestione diretta al Comune, ma il parroco tra il fervore e la delusione lamenta la lentezza sia nei lavori di manovalanza sia nel pagamento: “la Chiesa –annota Don Pancrazio Bitti, parroco di Aggius negli anni del primo restauro e riportati, con scrupolosità storica, da Don Piero Baltolu–, vista in quelle condizioni, presentava un aspetto orrido e disperante anche per il fatto che l’ente gestore, il Comune, non disponeva di alcuna somma e il contributo della regione sarebbe stato liquidato a lavoro eseguito... Si dovette arrivare alla seconda quindicina del mese di agosto per riprendere, e questa volta definitivamente, i lavori di pavimentazione e relativa lucidatura che ebbe termine in settembre”. Seguirono l’imbiancatura del timpano, per cui le vecchie pitture dell’abside appaiono a collage (novembre 1959), la posa del nuovo coro (luglio 1960), più altri ritocchi e aggiunte di marmi, vetri e angeli di gesso non sempre indovinati. La solenne consacrazione dell’altare maggiore in marmo (Ditta Lurani di Sassari) fu celebrata dal Vescovo Mario Ghiga il 16 dicembre 1961. Ma i restauri eseguiti nel 1968, nel clima di rinnovamento post-conciliare, hanno dato un nuovo aspetto all’intero edificio (...). L’occasione di quest’ultimo restauro –vissuto con trepidazione da Don Piero, nominato parroco del suo paese dal Vescovo Giovanni Melis nel 1964- fu data da una gibbosità apparentemente insignificante del muro della vecchia sacristia, pericolosa per i passanti nella sottostante strada detta “Li Criasci”. Si tentò dunque di sanare questa gibbosità, ma appena

toccata crollò una buona porzione del muro stesso, mettendo in pericolo tutto l’edificio (22 novembre 1966). Infatti squarci e cedimenti di vecchia data apparvero nel soffitto e sulla parete interna del transetto. Il Comune, per l’intervento dell’architetto Giovanni Andrea Cannas, decise la demolizione e la ricostruzione della sacristia, il cui rustico fu ultimato nell’aprile del 1967. dall’aprile di quell’anno al gennaio 1968 ogni lavoro fu sospeso, ma con la data del 17 gennaio 1968 si ha l’inizio dei lavori definitivi affidati dal Comune ad un cantiere di lavoro per un totale di 12 milioni di lire. Furono costruiti ex novo, oltre la sacristia (arretrata a linee più architettoniche), anche gli uffici parrocchiali, il portico esterno nel cortile, il portale laterale e il tetto; fu inoltre risanata l’intera volta e furono intonacate le cappelle, rifatti gli altarini. L’altare maggiore, seguendo le nuove norme liturgiche, fu ridotto alla sola mensa. Furono rifatte le porte e rinnovati i mobili e le suppellettili. Finalmente il 6 ottobre 1968, festa patronale, si potè celebrare la solenne inaugurazione. Furono invitati per la cerimonia gli onorevoli Paolo Dettori, presidente del Consiglio Regionale, Giagu De Martini, assessore alla P. I., l’on. senatore Pietro Pala, il geometra Panu, il prefetto della Provincia dr. Angelo Sciaccaluga, il sindaco di Aggius, Libero Muntoni, e il vicesindaco Giovanni Muntoni, principali promotori dei restauri, la Giunta Comunale, ecc... Alla messa celebrata dal Vescovo Mons. Giovanni Melis fu straordinario l’afflusso dei fedeli. Da questa data la Chiesa non ha avuto altre modifiche architettoniche, solo fu arredata di un organo a canne nel 1971, di riscaldamento nel 1972, e ... (di una) tela del pittore Nicolò Pirodda raffigurante il martirio della Santa Patrona (1981)...”.

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Piccolo centro

cuore

grande Erula. Paese ameno, tranquillo, ospitale, di Alessandro Piga Foto e riproduzioni di Maurizio Marras

ERULA, OGGI È UN PAESE DI CIRCA 800 ANIME COMPRESE LE FRAZIONI, HA OTTENUTO L’AUTONOMIA SOLO NEL 1988, STACCANDOSI DA PERFUGAS, A CUI ERA UNITA FIN DA PRIMA DELL’UNITÀ D’ITALIA. IL PAESE È SITUATO SU UN ALTIPIANO A 490 METRI SUL L. M. AI PIEDI DEL MONTE SU SASSU, CHE RAGGIUNGE I CIRCA 700 METRI CON LA PUNTA DI SU CASTEDDUZZU. IL PAESAGGIO COLLINARE E LA NATURA OFFRONO, NONOSTANTE GLI INTERVENTI UMANI, UN ASPETTO AMENO E TRANQUILLO.

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a vegetazione prevalente è tipicamente mediterranea, con boschi di Lecci, Querce e Roverella, mentre il sottobosco è costituito da Lentischi, Corbezzoli e Cisti. La fauna è anch’essa ricca di cinghiali, conigli, lepri, volpi e di uccelli di diverse specie, seppur oggi mutilata dal mutamento delle condizioni climatiche e ambientali. Fin da tempi remotissimi, inserendosi in un habitat ormai scomparso, le antiche popolazioni nuragiche, solidale forse scelsero il sito ove ora sorge la nuova Erula, per la salubrità del luogo e per il facile approvvigionamento di selvaggina e d’acque dai torrenti, che ormai sono solo un ricordo. Gli antichi inquilini dell’altipiano costruirono i Nuraghi, come templi o come fortezze, oppure come semplici punti avvistamento? Questo è ancora incerto da parte degli studiosi; ma ciò che sappiamo è che i nostri antenati ci hanno lasciato circa 8 nuraghi, alcuni ben conservati, tra cui: il nuraghe Majore che segna oggi il confine comunale tra Erula e Perfugas. Sono di grande interesse le testimonianze della civiltà Nuragica, segnaliamo le Domus de Janas di Bulguni, Fustilaza e Su Bullone. I reperti pervenutici da località in territorio di Erula sono veramente interessanti, tra cui: una navicella nuragica con protome cervina ( Museo archeologico di Cagliari ), delle dimensioni 19 cm di larg. per 25 di lug. risulta la più grande rinvenuta in Sardegna. Un altro reperto è il pugnale votivo, rinvenuto nell’area urbana di Erula (conservato presso il Museo archeologico di Perfugas). Anche i Rapporti con Cartagine erano sicuramente sentiti, data la scoperta, molti anni fa, di un piccolo forziere di monete raffiguranti la dea Kore e Tanit con in retro il cavallo. Anche il traffico commerciale doveva esservi presente senza costituire un’eccezione alla regola.. Questo periodo storico, sicuramente oscuro, date le scarse fonti, può essere ricostruito analogicamente alle altre realtà della Sardegna. Spero che in futuro le ricerche e il piccone dell’archeologo possano dare buoni frutti. Attualmente gli enti locali stanno predisponendo progetti, quali i Piani Integrati d’Area. Vicino al centro urbano di Erula vi sono il Nuraghi:

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Sotgiu, costruito a pianta complessa, ovvero, con più ambienti, e il nuraghe Erula che dà nome alla via Su Nuraghe. In questi due siti si è sviluppata la nuova Erula o Ferula, come spesso era chiamata dagli abitanti del Logudoro, forse anche per l’abbondante crescita di quest’ombrellifera. Il CASULA nel nuovo dizionario storico sardo, sostiene che il toponimo Erula derivi da Erulus o Herculus, demone nella mitologia romana, oppure dal cognomen latino Gurulus, (v. voce ERULA, Dizionario storico sardo). Attorno al Nuraghe Sotgiu, sito a circa 100 m dalla piazza Giovanni XXIII, sono stati rinvenuti occasionalmente cocci di vasellame tipicamente romani e alcune monete di età imperiale: da Augusto fino alla dinastia dei Severi, che probabilmente indicano la presenza di attività umana attraverso alcuni secoli. Ad avvalorare i nostri indizi è anche una tomba scavata nella roccia di probabile età romana. Tra le monete che vi sono state trovate abbiamo notizia di una moneta di Augusto con un altare e la scritta PROVIDENT S.C. (rif. C.228), una moneta di Adriano con l’allegoria della FORTUNA REDUCI (rif. c756 B.M.C. 1130), e una di Publio Elvio Pertinace con la LIBERALITAS in piedi (rif. C.22). Certo è difficile, vista la mancanza di fonti scritte e di scavi archeologici, azzardare teorie; ma possiamo affermare che questo sito vicino ad un nuraghe possa essere servito come stazione per soste di passaggio, che aprivano la strada verso il Logudoro. Come non poterlo affermare, visto il ritrovamento di un miliare romano con l’indicazione del miglio 180 ( anche se l’iscrizione danneggiata è incompleta) vicino alla Frazione di Sa Mela

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in Loc. La pedra iscritta. I recenti studi condotti dal Prof. Attilio Mastino, costituiscono una nuova mappatura della viabilità romana nel nord Sardegna è indicano nelle vicinanze di Erula una strada di collegamento da Ampurias o Juliola con la Liguidonenses. Sicuramente, dopo il declino dei traffici e dei passaggi per le vie

degli antichi Romani, anche il sito venne per secoli abbandonato. Il nostro territorio, a parere del prof. Piero Meloni, luminare della storia romana, doveva essere un punto di confine con i Balari, e lo ricorda presumibilmente anche il toponimo Ballariano ( Lu Baddarianu ). La folta foresta precluse, lungo i secoli difficili e oscuri dell’alto medioevo, lo stabilirsi di nuove popolazioni e probabilmente il luogo diventò particolarmente adatto per la vita eremitica, infatti, è ancor oggi molto interessante la chiesetta romanica di S. Vittoria, vicino a Campu d’Ulimu, edificata nel 1120. La data esatta: 3 aprile 1120, ci è pervenuta grazie alle due pergamene di Dedicatio della chiesa a Santa Vittoria Martire da parte del Vescovo Nicola di Ampurias, oggi conservate presso l’archivio parrocchiale di Perfugas. Le due importanti carte, oltre che questa rilevante informazione, sono anche tra le prime in Sardegna ad essere scritte con la scrittura Carolina. Probabilmente, adiacente alla chiesa doveva trovarsi anche un piccolo convento di monaci Vittorini di Marsiglia, un ramo dell’ordine di

Comune tel. 079 575363 - 575398 - 575648

Grafica Anton Bruno Cleriti

ERUL

Oasi dellâ&#x20AC;&#x2122;Anglona

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San Benedetto, anche perché la toponomastica di un appezzamento di terreno conserva il nome di lu ignali di lu frati. Ma è la presenza di un’antica fossa comune vicino alla chiesa che può orientarci alla possibilità di questa presenza monastica, avvalorata anche da un iscrizione in Gallurese antico posta, sul retro dell’abside:”Operaiu malu e a fora l’erimita “.una scritta di protesta rivolta contro l’appaltatore e il committente: “l’erimita” , probabilmente un monaco? Del periodo Giudicale sappiamo ben poco. Fece parte del Giudicato di Torres fino al 1272, per passare per breve tempo al Giudicato d’Arborea. Tuttavia, come zona di confine e di passaggio, non poteva essere del tutto sconosciuta ai signori dominanti in quel tempo, i genovesi Doria; ma anche al comune di Pisa. Questo dato è tramandato da una leggenda popolare che riportava come, nelle vicinanze di Erula, tra due olivastri fosse nascosta una campana d’oro. Un’altra versione invece la indica sotto una lapide, con incisa una croce di fronte a tre chiese. Nulla ci vieta di dare spazio anche alla leggenda, tipica della mentalità del medioevo. Certo a nota degli studiosi più qualificati come l’amico Prof. Francesco Cesare Casula, non vi è alcun riscontro storico, anzi si tratta di una “Balla” storica. Nel 1420 con la conquista catalano-aragonese, anche il territorio di Erula passò in feudo prima ai TellezGiron e Pimentel, poi ai Marchesi di Oliva come tutta la curatoria dell’Anglona, denominato Principato d’Anglona . Così il sito di Erula, dimenticato per lunghi secoli, venne di nuovo abitato solo a partire dalla seconda metà del Settecento da pastori venuti dalla Gallura, forse per fuggire alle carestie oppure, come vuole qualche vecchia cronaca tramandata, per trovarvi sicuro rifugio dalla Legge. Nella relazione di Vincenzo Mameli de Omedilla sul principato di Anglona, inviata nel 1769 al Ministro Bogino, (V. QUADERNI BOLOTANESI N°12 pg. 277 e segg.) si descrive in modo molto particolareggiato il territorio di Erula e le contrade vicine, auspicandone il suo popolamento, per la salubrità del luogo. Nel libro Viaggio in Sardegna del Lamamora, citando il sito detto Erula, lo indica come una corruzione della Stazione romana di ad Erculem, infatti l’autore sottolinea il ritrovamento di un ripostiglio di monete consolari romane nel 1865. Nulla si dice sul popolamento, oltre ad indicare la presenza di una cinquantina di pastori nella zona. Invece, lo stesso autore espone il problema del banditismo, in particola-

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re cita il castello ( el Castillo ) di Oluitti, (si tratta non di un Castello ma di un gola ricca di spelonche) rifugio di molti briganti, tra cui il famoso Juan Fais ). Anche Il Casalis nel suo Dizionario storico statistico degli stati di S.M. il re di Sardegna descrive l’area di Su Sassu come una grande foresta abitata da pastori che spesso non avevano neppure il conforto della Dottrina cristiana. I nuovi inquilini sicuramente dovettero fare i conti con la stessa natura, cioè curare il taglio della fitta boscaglia, coltivare terreni e allevare il bestiame. Uno dei miei avi, un certo Antonio Maria Marras, ai primi dell’ottocento si costruì una casetta ai piedi del Nuraghe di Erula. In seguito il figlio Antonio Pietro Marras costruì vicino al Nuraghe Sotgiu, con le pietre ricavate dalle fondamenta di antichi ruderi. Anche il sig. Antonio Pietro Brundu, di102 anni, mi ha confermato che già negli anni ’20 erano ancora visibili le fondamenta di antiche abitazioni e del ritrovamento di diverse anfore di grande capienza probabilmente dei Dolia. Il Marras, cambiò di nuovo residenza e tornò nel sito dove il padre costruì la propria abitazione, ma questa volta più a monte rispetto alla prima. Ancor oggi questa casa seppur restaurata dai proprietari e visibile in Via Su Nuraghe ad Erula. Il paese fin dagli inizi del ventesimo secolo si formò attorno a nuclei sparsi di case sui colli di Su Nuraghe, La Radda, Lu Castedducciu, un poco simile alla Roma antica! Il centro del paese è la piazza Papa Giovanni XXIII. Oggi, Erula, nonostante le grandi difficoltà per sostenere un autonomia senza risorse, negli ultimi 15 anni ha sviluppato le proprie infrastrutture di base come: la residenza municipale, l’edilizia scolastica e ecclesiastica, anche se la monumentale chiesa non è stata ancora ultimata. Sono in atto progetti di ristrutturazione della vecchia chiesa parrocchiale “tipo Pio XI”, dedicata al “Cuore Immacolato di Maria”. Lo sviluppo del paese, non è stato solo quello delle opere pubbliche ma si è data l’opportunità di avere una propria autonomia e una propria amministrazione, guidata per tre legislature dal Dott. Sergio Mundula, e attualmente dal Dott. Antonio Tanda. A testimonianza dello sviluppo del paese sono presenti diverse associazioni quali: l’Associazione nazionale Carabinieri, la Compagnia Barracellare con più di sesssat’anni di attività, l’ass. Turistica Pro-loco, L’A.V.I.S. Erula, la Società calcistica di Erula che milita in Terza cat. Una cooperatva di assistenza domiciliare, le A.C.L.I. Erula.

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Bolotana. Le decorazioni della chiesa di San Bachisio. Una nuova rilettura

Demoni o Santi di Mario Matteo Tola e Alessandro Ponzelletti

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ella chiesa, grazie ad un’epigrafe ancora in parte leggibile (con la data 1594) posta nella facciata, si conosce il nome dell’architetto, il cagliaritano Michele Puig, che operò in vari centri del Marghine nello stesso periodo2. Un’altra epigrafe, all’interno nella controfacciata, ricorda la consacrazione dell’edificio da parte del Vescovo d’Alghero Andrea Bacallar (10 maggio 1598); in tale occasione il Presule algherese concedeva il patronato del Santuario alla famiglia Tola, ramo di Bolotana della nobile casata di Ozieri oriunda di Spagna. La chiesa mononavata è coperta da una volta ogivale ed è divisa in cinque campate da quattro archi a sesto acuto tardo gotici; nei lati si aprono cinque vani per parte che ospitano: due porte d’accesso se-

L’ATTUALE CHIESA DI SAN BACCHISIO, SANTUARIO POSTO AL LIMITARE DELL’ABITATO DI BOLOTANA, RISALE ALL’ULTIMO QUARTO DEL XVI SECOLO COME ATTESTANO LE DATE 1587, 1590 E 1592, VISIBILI NELLA CHIAVE DEI TRE ARCHI TRAVERSI DELLA NAVATA, E LA TESTIMONIANZA DELLO STORICO GIOVAN FRANCESCO FARA1 CHE PONE LA FINE DELLA FABBRICA DEL TEMPIO NEL 1594.

condarie quelli al centro della costruzione; otto cappelle gli altri. Il presbiterio ospita un imponente altare ligneo con tre nicchie che accolgono altrettanti interessanti simulacri. L’edificio, dopo essere stato requisito dallo Stato e acquistato dal Cavalier Giovanni Tola Sulas nella seconda metà del XIX secolo, nel 1993 è stato consegnato dagli eredi del Cavalier Tola proprietari del Tempio - al Comune di Bolotana perché fosse restaurato con finanziamenti della Regione Sardegna3. Restauro recentemente terminato. La chiesa di San Bacchisio presenta un’interessante decorazione scultorea che partendo dal portale d’ingresso, dove negli stipiti sono sei metope scolpite in bassorilievo e altre figure nell’architrave, prosegue all’interno in alcuni dei capitelli degli otto pilastri che separano le otto

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cappelle e i vani delle porte laterali, nei quattro archi che segnano la volta, in una metopa sopra la quarta cappella laterale sinistra e nei capitelli dell’arco trionfale. Le sculture, che rappresentano guerrieri, figure maschili e femminili, visi deformi con sulla testa copricapi etc., sono state analizzate da numerosi studiosi, storici dell’arte e architetti, che in proposito hanno scritto dandone diverse interpretazioni, tra le quali una etnografica e una che si riallaccia alla simbologia cristiano-medievale. Vorremmo offrire qui una nuova interpretazione del ciclo decorativo di San Bacchisio che parte dalla storia del Santo titolare, da un’attenta lettura del settenario e del “Gosos”4 - da cui forse ha origine il testo del settenario - in lingua sarda a Lui dedicati e dall’analisi della strofa popolare, sempre in sardo, che a Bolotana ancora qualcuno ricorda. Riportiamo per intero il settenario, che certamente per errore, nell’edizione in nostro possesso è indicato come: NOVENA DI S. BACCHISIO5 I O gloriosu Santu Bachis, chi naschidu in Roma in tempos de ignorantia e idolatria, bos sezis fattu militare de s’imperadore Massimianu, arrivande pro meritu ostru a s’altu gradu de secundu comandante. Bois cun animu forte e coraggiosu professezis a sa milizia terrena e sa celeste ancora, faghindebos cristianu fervente e custa fide cunfessezis in faccia a su mundu e a sos tirannos. Ottenidenos d’essere ancora nois fortes e generosos milites de G. C., de amare e cunfessare su Signore in faccia a su mundu e a sos inimigos tottu, a costu de sa propria vida. II O gloriosu Santu Bachis, chi essendebos rifiutadu de adorare sos idulos paganos e haende dichiaradu d’es-

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sere cristianu e cristianu de cherrer morrere, bos ispozzesint pro cumandu de s’imperadore Massimianu de sa divisa e de sas insignas militares, e pro isfregiu e birgonza bos bestesint de femina, e unu cullare de ferru in trugu bos fattesint passare in sa via de sa cittade. Ottenidenos chi ancora nois nos ispozzemus de sas vana pompas de su mundu e de s’abitu de su peccadu, e non bestemus invece de su estire de sa penitenzia e de sa grazia divina. III Gloriosu Santu Bachis, chi perseverande in sa vida cristiana e non cedinde mai ne a isfregios ne a minettas de su tirannu Massimianu, sezis bistadu costrintu de partire bene iscortadu a sa Siria, pro essere inie giudicadu dae su presidente Antiogu guvernadore de su Oriente, e i cussu crudele tirannu ordinesit chi bois esserezis inserradu in d’una presone militare e incatenadu in manos e in pes, ma tottus custas torturas bois azzis fortemente supportadu senza bos lamentare ne zeder mai, bos pregamos chi ottenzedas puru a nois sa perseverantia in sa fide, e i sa cristiana fortilesa in su suffrire ogni pena, ogni dispiaghere e affannu pro sa gloria de Deus e pro su bene de s’anima nostra. IV O gloriosu Santu Bachis, chi bidinde su tirannu presidente Antiogu esser bois irremovibile in sa fide professada dae Gesù C. e nonostante sa dolorosa provas a sa cales bos suttaponzesit, disisperadu isse de bos induire a sa idea sua in ateru modu, pienu de ira e furore bos cundannesit a su martiriu, ottenidenos dae su Signore de fagher nois puru fuire lontanu disisperadu, confusu e umiliadu su dimoniu, mediante s’eserciziu de sas pius bellas virtudes e mediante sa santidade de sa vida nostra. V O gloriosu Santu Bachis, chi supportezis cun eroicu coraggiu e for-

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tilesa su crudele martiriu chi bos desint battor sordados infideles cun nervios attarzados e verga staglientes finzas a bos faghere sa carena a cantos, su corpus tottu a una piae in modu de si biere su coro, sas visceras e i sas intragnas. Ottenidenos dae su Signore de faghere volontarias mortificazione e sacrifiziu a Deus de su corpus nostru, offerindelu a isse chi nos hat criadu, redimidu e santificadu, pro sa gloria sua, pro su triunfu de sa fide e pro sa salvesa de s’anima nostra. VI O gloriosu Santu Bachis, chi essende vicinu a ispirare sutta a tantos tormentos de su crudele martiriu chi bos han dadu, cun boghe amorosa Gesus bos giamesit a sa gloria, ei s’anima ostra circundada de lughe e de vittoria bolesit a su chelu pro rezzire inie su premiu eternu chi Deus hat destinadu a sos fortes e coraggiosos chi morint pro sa gloria sua. Ottenidos pro tantu dae su Signore chi a s’ora de sa morte nostra nois puru siemus giamados dae Gesus a gosare in su chelu pro totta s’eternidade. VII O gloriosu Santu Bachis, grande protettore nostru chi in cumpagnia de sos martires cumpagnos bostros Sergiu, Marcellu, ed Epuleiu bos godides sa beatifica visione de Deus in su Paradisu dae ue ottenides tanta grazias e favores a tottu sos divotos bostros, ottenide a nois e a tottu cuddos chi dae ogni parte e logu accudini ai custu grande santuariu pro bos venerare e festeggiare tottu sas gratias chi bos domandamus pro custa vida temporale e i sa gloria eterna de su Paradisu. (...omissis...)6 Vediamo ora le sculture. Partendo dall’esterno - dagli stipiti del portale d’ingresso - possiamo osservare in quello di destra, dall’alto in basso, tre metope che raffi-

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gurano: 1. Un guerriero dagli attributi maschili assai accentuati con la spada e lo scudo; 2. Un soldato in atteggiamento pacifico con qualcosa in bocca, qualcosa che i più hanno interpretato come un fiore. Questo “qualcosa” parte dalla bocca con una linea retta e si divide quindi in tre; 3. Un personaggio con i polsi incrociati, abito muliebre e qualcosa in testa che può essere tanto un’aureola quanto un copricapo. Sopra ognuna delle tre metope ce ne sono altrettante che raffigurano una sorta di lapide bombata, quasi un menhir. Quello più in basso, a differenza degli altri due è segnato sul fronte da una croce. Lo stipite sinistro è decorato con poche differenze in modo speculare al destro, anche se nelle sei metope si evidenziano, per abilità e per alcune differenze interpretative, almeno due scultori distinti. Nell’architrave sono alcune piccole mensole decorate, in quella al centro appare un viso antropomorfo con un vistoso collare; le altre sono o fitomorfe o zoomorfe. La lettura della prima e della seconda giornata del settenario sembra non lasciare dubbi per una corretta interpretazione delle immagini sin qui descritte. Nella prima metopa è il valoroso guerriero Bacchisio soldato di Massimiano che, nella seconda è rappresentato come secondo comandante mentre predica la Fede in Cristo. Quel “qualcosa” che gli esce da bocca niente altro è che un simbolo della Trinità7, uno e trino. Simboli simili sono visibili nei monogrammi Cristologici cari ai Gesuiti a raccordare le lettere IHS. Alcuni sono presenti anche all’interno di San Bacchisio e in tutti si può notare sotto le lettere lo stesso simbolo che esce dalla bocca del soldato della metopa. Insomma, ciò che si vede e che è stato interpretato come un oggetto “fisico” è voce, suono! D’altronde sappiamo che nel primo ‘600 in Sardegna e non solo, nelle grandi tele o pale di al-

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tare che adornano ancora tante chiese, molti Santi venivano rappresentati con delle strisce di carta con su scritte frasi a loro attribuite o prese dai testi Sacri che escono dalla bocca. Nella terza metopa il povero San Bacchisio è invece rappresentato all’inizio del suo martirio in quella che deve essere considerata la parte più umiliante del suo percorso verso la santità, con i polsi legati e in vesti femminili e con sul capo una cuffia da donna alla moda rinascimentale, con due protuberanze ai lati8, che nella stilizzazione appaiono come due corna, ben visibili nella raffigurazione dello stipite sinistro dove il Santo appare con le gambe incatenate (questo particolare si trova nel terzo giorno del settenario). Le metope che raffigurano i “menhir” potrebbero essere delle semplici baccellature ornamentali ma anche interpretabili come idoli pagani (vedi seconda strofa del Gosos) che si trasformano in simboli cristiani, segnati dalla croce, seguendo il cammino del Santo. Sull’architrave sono rappresentazioni zoomorfe e fitomorfe, al centro è il viso di San Bacchisio con il collare di ferro e la cuffia femminile. Le prime due metope potrebbero anche rappresentare l’imperatore Massimiano quella di destra e Antioco governatore dell’Oriente quella di sinistra. L’interno della chiesa, dove si assiste al martirio del Santo sino alla sua apoteosi nella gloria di Nostro Signore Gesù Cristo, si può dividere in due parti: quella più antica, che va dal presbiterio e comprende la quarta, la quinta e la terza campata, dove sono le due porte di accesso laterali, fu completata nel 1581 e quella più

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recente, che comprende le prime due campate realizzate tra il 1590 e il 1592. Partiamo dai quattro pilastri delle prime due campate, i più recenti, gli unici che presentano delle decorazioni scultoree con figure umane. Riteniamo di dover iniziare da quelli della seconda campata per procedere a ritroso verso la controfacciata, entrando quindi in chiesa da una delle porte laterali. Nei due lati dei pilastri sia di destra che di sinistra si trovano quattro rappresentazioni che mostrano dei personaggi che si tengono per mano. La scena è stata interpretata come una danza o addirittura “su ballu tundu”, la musica è fornita da due soldati (uno a destra e uno a sinistra al centro dei pilastri) che suonano l’uno un piffero doppio (letto da alcuni come delle launeddas) e un piffero e un tamburo l’altro. Riteniamo che la scena vada interpretata come una “striscia” partendo dal pilastro di destra per poi passare al pilastro di fronte. Per capire si deve tornare al secondo giorno del settenario. La prima scena presenta il Santo che al suono del piffero, suonato da un soldato, viene portato in giro per le vie della città e viene spogliato della divisa da secondo comandante che ancora indossa, ma già con la cuffia da donna in testa. La seconda lo mostra in abiti muliebri. Nel pilastro posto frontalmente la scena prosegue con il giro per le strade della città e con il massimo dell’umiliazione per Bacchisio. Al piffero si è aggiunto un tamburo e gli abiti femminili compresa la cuffia diven-

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tano più vistosi. Gli strumenti musicali sono quelli che ancora oggi in alcuni centri dell’isola si usano per le processioni e servono per dare solennità all’avvenimento e per attirare il popolo; strumenti che certamente anche a Bolotana venivano suonati quando era portato in processione il seicentesco simulacro del Santo, quello che ancora oggi si può ammirare all’interno del tempio, statua vestita di un ricco abito femminile e con un vistoso cappello da donna in testa. Anche qui, come notammo per il portale si possono riconoscere le mani di almeno due scultori o scalpellini. Procedendo a ritroso il primo pilastro di destra ci presenta per due volte San Bacchisio con i polsi legati, vestito da donna, con l’anello al collo e con il cappello con le “corna”. San Bacchisio con i polsi legati lo troviamo nel terzo giorno del settenario, in Siria verso la conclusione della sua vita terrena. Il primo pilastro di sinistra presenta per due volte una figura dal volto serafico con le braccia levate al cielo che sembra librarsi verso l’alto elevandosi da una sorta di otto rovesciato sormontato da una sorta di falce o mezzaluna. Figura questa che ha creato numerosi problemi agli studiosi. La spiegazione si trova nel sesto giorno del settenario e nella sesta e nella settima strofa del Gosos, dopo la lettura dei quali riteniamo che nel pilastro sia raffigurata l’anima di San Bacchisio circondata di luce che, dopo il martirio, viene chiamata da Gesù in cielo per ricevere il premio destinato ai forti e ai coraggiosi che muoiono per la gloria di Dio. L’otto rovesciato con la “falce” è un omega minuscolo (w) simbolo della fine, della morte, e quindi simboleggiante le spoglie mortali che l’anima di Bacchisio abbandona. La “falce” può essere tanto il segno grafico

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dell’inizio e della fine di una lettera di una qualunque scrittura corsiva così come una mezzaluna, simbolo anch’essa della fine e della morte. Degli w (omega) simili in tutto (compresa la “falce”) a quelli del San Bacchisio di Bolotana si possono vedere, per esempio, sulle lame delle spade e dei coltelli, che infilzando danno la morte, in alcune tele del pittore fiammingo Hieronymus Bosch (1453 - 1516)9. I sottarchi delle prime due campate sono scolpiti simmetricamente partendo dalla chiave di volta a destra e a sinistra: nel primo arco due monogrammi IHS sotto i quali è il simbolo ricordato prima; due cherubini (forse un’altra rappresentazione dell’anima di San Bacchisio che ascende al cielo); un rilievo non facilmente leggibile che Roberto Caprara10 vuole sia un’aquila (la Chiesa), e un dragone (il peccato); due scene con due figure incatenate ai polsi e con una palma nello sfondo. Essi sono San Bacchisio e San Sergio suo compagno (settimo giorno del settenario) quelli scolpiti a destra, San Bacchisio è riconoscibile per il grosso anello intorno al collo. Quelli a sinistra potrebbero essere ancora loro (la figura a destra sembra indossare una cuffia femminile e avere un collare intorno al collo mentre l’altro ha la barba, così come il simulacro di San Sergio nella nicchia a destra dell’altare maggiore), oppure potrebbero essere identificati con San Marcello e Sant’Apuleio, Santi che a Bolotana sono tradizionalmente collegati ai primi due. La palma al centro è il simbolo del martirio. Anche qui sembrerebbe evidente il lavoro di due scultori differenti. Nel secondo arco: due monogrammi IHS sotto i quali è ancora il simbolo ricordato prima; due cherubini, forse ancora un’altra rappresentazione dell’anima di San Bacchisio che ascende al cielo; una cerva inseguita dal cane (la Chiesa perseguitata) e un dragone (il peccato); una figura antropomorfa dalla posa innaturale e la pelle squamosa o piagata che il Caprara interpreta come un leone11e una curiosa figura dai polsi legati, un collare intorno al collo e il viso deforme che si presenta

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con il naso rotto, gli occhi tumefatti, la bocca distrutta e sanguinante. In testa indossa la cuffia a doppio cono già incontrata altre volte. L’immagine è stata interpretata come una figura diabolica con i polsi legati12. Riteniamo invece, dopo la lettura del quinto giorno del settenario, che si tratti per entrambi i rilievi di San Bacchisio dopo esser stato picchiato a sangue, massacrato, dai suoi persecutori e prossimo a morire. Veniamo ora alla parte più antica della chiesa, verso il presbiterio. Qui la decorazione scultorea è riservata solo ai due sottarchi del terzo e del quarto arco, a una formella murata sopra la quarta cappella laterale destra, e ai capitelli dell’imposta della volta del presbiterio dove appare ripetuto due volte lo stemma nobiliare dei Centelles, Signori del Monteacuto, regione in cui era compresa Bolotana, affiancati da un angelo e da un fiore l’uno e da un tritone e da un fiore l’altro. Nel terzo arco: due monogrammi IHS sotto i quali è il simbolo ricordato prima; due volti con la cuffia a doppio cono e il collare; dei motivi fitomorfi; altri due volti con la cuffia a doppio cono e il collare. Nel quarto arco: quattro figure con la cuffia a doppio cono e il collare. Inutile dire che il personaggio con la cuffia femminile e il collare al collo è sempre San Bacchisio nell’apoteosi del suo martirio. La metopa sopra la quinta cappella laterale destra rappresenta la crocifissione di Gesù nella sua più classica iconografia sotto la quale è il viso di San Bacchisio con un vistoso collare di ferro intorno al collo e un’evidente cuffia a doppio cono. Ancora un chiaro rimando al sesto giorno, ma anche al settimo, del settenario. La cuffia da donna è nominata come attributo principale di San Bacchisio in una strofa popolare che si cantava a Bolotana che riportiamo alla fine di questo contributo. Insomma il ciclo scultoreo è, come è giusto che sia nella chiesa di San Bacchisio, la storia del Martirio di San Bacchisio; è un’opera che ha la funzione di sermone: narra, esemplifica e commuove. Ai tempi in cui fu realizzato doveva essere assi chiaro e di facile comprensione per tutti i fedeli che numerosi accorrevano alla recita del settenario e alle due feste che si celebravano in onore del Santo cantando questi versi: “Santu Bachis in caretta de femmina t’han bestidu...” Per concludere desideriamo ringraziare Don Tito Scarpa, Donna Maria e Don Giovanni Delitala Tola, il responsabile dei Beni Culturali della Diocesi di Alghero - Bosa Don Antonio Nughes e il Parroco di Bolotana Don Gian Franco per la cortesia e la disponibilità dimostrataci.

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Note 1

Giovan Francesco Fara, In Sardiniae Chorographiam (1580 - 1590), Sassari, vol. I, 1992, p. 180. 2 Francesca Segni Pulvirenti, Aldo Sari, Architettura tardogotica e d’influsso rinascimentale, “Storia dell’Arte in Sardegna”, a cura della Fondazione Banco di Sardegna, Nuoro, Illisso, 1994, scheda 47, pp. 159 e seg. 3 Donna Maria Delitala Tola, Notizie sulla chiesa di San Bacchisio di Bolotana, scritto del 1987 con aggiunte del 1993, inedito non pubblicato. 4 Riportato alla fine di questo intervento. 5 Novena di San Bacchisio, Bolotana, Stampa Grafica Mediterranea srl, s. d.. Questa è la riedizione di una più antica, anch’essa senza data, con queste indacazioni: Tip. Fratelli Urtis Macomer, “La presente Novena si vende nel negozio di Peppino Pisanu – Bolotana”. Nella pubblicazione è riportato anche il Gosos. 6 Le parti in grassetto sono quelle che più interessano per la comprensione della decorazione scultorea della chiesa. 7 Gianfranco Pirodda, Massimo Rassu, La Simbologia del Tempio – Decorazione allegorica nelle chiese della Sardegna medievale, Dolianova (Ca), Grafica del Parteolla, 2003, p. 47. 8 Gian Battista Melzi, Il Novissimo Melzi, vol. I linguistico, voce: “costumi storici italiani”, Vallardi, p. 177, tav. 7, 1981. 9 Mario Bussagli, Bosch, Giunti - Artdossier n. 21, Firenze, Giunti Barbera, s. d.. L’autore, a p. 51, interpreta l’w (omega) come una “misteriosa M” (lo legge al contrario). Riteniamo, come detto, che si tratti di un simbolo di morte su uno strumento che da la morte. 10 Roberto Caprara, I beni culturali della Chiesa di Bolotana, Bolotana, Parrocchia di San Pietro Apostolo, 2002, pp.104, 106. 11 Roberto Caprara, cit. 2002, pp.104, 106. 12 Roberto Caprara, cit. 2002, p.105. 13 Vedi nota 5. 14 Vedi nota 6.

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Nuchis. La fine di un comune

L’AUTONOMIA INTER ROTT A di Gavino Canopoli Seconda parte

La Fontana di “Ziu Lippu” e la “Funtana d’ignò” Nell’anno 1902 si presenta la esigenza dell’”Accomodamento fonte pubblica di “Ziu Lippu” ma a fronte anche del parere contrario dei consiglieri Pala,Addis e Solinas fondato sulla impossibilità del Comune di sopportare alcun’altra spesa la decisione viene rinviata. (Delibera n.46 del 28.4.1902) Dalla delibera di “pagamento a saldo lavori fonte pubblica a Piccollu Giuseppe” di qualche mese più tardi si deduce che i lavori sono stati eseguiti (Delibera n.51 del 15.6.1902). In precedenza e più esattamente nella seduta consiliare 20.1.1901 era stata deliberata “l’accettazione di un prestito di £.1.200” presso la Cassa depositi e Pre-

stiti” per la costruzione della “fonte pubblica”. Molto probabilmente è sulla scorta di tali atti che viene fatta risalire a quell’anno la costruzione della nuova fonte nota come “la Funtana d’ignò”. Tale opinione è però da ritenersi errata posto che non trova conferma in alcun altro atto progettuale o amministrativo successivo, se si eccettua la delibera n.4 del 16 gennaio 1910 relativa alla formazione del Bilancio per lo stesso anno ed in cui si dà atto della avvenuta contrazione, nel 1900, del mutuo di £.1.200 “per la costruzione della fonte pubblica”. Sulla scorta delle fonti documentarie attualmente conosciute,la costruzione della “Funtana d’ignò” deve, pertanto, farsi risalire a molti anni prima.

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Il primo documento “Sulla fonte di Nughes” è costituito dalla comunicazione della Intendenza Provinciale della Gallura datato “Tempio,addi 5 novembre 1840” a firma dell’Intendende Avv. Vitelli e diretta al Vice Re in Cagliari in cui si legge: “Comunicate al Consiglio Comunitativo del Villaggio di Nughes ed al Capo Mastro Livio Baffigo le osservazioni dell’Ingegnere Molinati che l’E.V. si è degnato farmi conoscere con venerato Dispaccio in margine ricordato sulla nuova pratica della fonte di quel Comune,vien di presentarmi altri chiarimenti sulle osservazioni fatte e che io ho l’onore di unire a V.E. unitamente alle altre carte e pezze,acciò il prelodato Ingegnere possa nel miglior modo possibile farsi un’idea alquanto esatta dell’opera e delle sue parti. Non vi è dubbio che il tipo e calcolo formato dal suddetto Baffigo presenta molte irregolarità e non somministra una chiarezza e precisione nell’arte,ma siccome in questa non trovasi altro soggetto più capace a potermi disimpegnare in simili lavori,perciò mi è giocoforza servirmi dl medesimo il quale sebbene non manchi d’abilità ed abbia una gran pratica per aver fatto molte altre fonti e vasche per abbeveratoi e lavatoi con ottimo effetto non sarebbe però in grado,per mancanza di cognizioni,di formare un calcolo con tutte le regole dell’arte,massime che bisogna adattarsi anche agli Artisti di questo Paese che sono purtroppo addietro nei lavori.”(32) In data 26 novembre 1840 il responsabile dell’Ufficio del Genio Civile di Cagliari ,maggiore ing. Molinatti, informa il Reggente la R.Segreteria di Stato e di Guerra di Cagliari che “Il sottoscritto si è fatta una doverosa premura di rivedere la pratica relativa ala costruzione di una nuova Fonte in Nughes,che il sig.Intendente della Provincia di Tempio rassegnava alla S.E.” e “nel compiacersi quindi far presente che il detto Capo Mastro Baffigo si è reso meritevole di encomi,tanto per il buon discernimento che ha manifestato nel redigere il progetto del preacennato edifizio quanto per la diligenza e chiarezza che vi ha impiegato nel rispondere alle osservazioni che le furono fatte,il sottoscritto giudica l’ultimo piano presentato dal Baffigo sotto li 4 ottobre degno dell’approvazione della sullodata E.S. ed abbia a servir di norma nell’esecuzione che si andrà ad intraprendere senza prescindere per nulla di quanto vi è prescritto e cosi neppure dell’abbeveratoio e vasche per le Lavandare che sono tutti accessori utili ed indispensabili. Avvertendo solamente di sopprimere l’altezza superflua di dette vasche come già in altro parere si è osservato. Siccome poi questo lavoro si farà probabilmente eseguire in via di regolare appalto,perciò onde nulla manchi al compimento dell’opera il sottoscritto pensa ,che oltre al al già ben inteso indice che porta il disegno della Fonte,faccia d’uopo ridurre in tanti capitoli parziali che col piano stesso formeranno indi parte integrale del contratto,tutto ciò che contengono d’istruttivo per l’Impresaro le

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delucidazioni somministrate al sig.Intendente Prov.dal ridetto Baffigo sotto li 5 corrente mese bastando che l’adempimento di tale condizione sia raccomandata all’autorità amministrativa senza che faccia bisogno di ritornare il progetto”. (33) Lo stesso Ufficio del Genio civile,infine,con lettera in data quattro dicembre 1840 da incarico all’Intendente di Tempio “che procurerà pure di procedere al più presto possibile all’apertura della occorrente licitazione” per il conferimento dell’appalto relativo alla costruzione della nuova fonte. La dispersione dell’Archivio comunale di Nuchis non consente di conoscere i tempi dell’esecuzione dell’opera. Appare,tuttavia versosimile che questa sia stata realizzata immediatamente dopo e comunque entro la prima metà del 1800. L’orologio a pendolo e il ritratto Nel 1904 il Consiglio Comunale si trova a dover decidere sulla accettazione o meno di un orologio a pendolo e di una fotografia ingrandita che i famigliari di Pinducciu Sebastiano intendevano donare al Comune alla sola condizione che tali oggetti venissero esposti nel salone consiliare. Il problema per la verità può apparire di poco conto se non contenesse un utile dato storico:il nome del primo Maestro elementare e del primo Segretario comunale di Nuchis. Dagli interventi in Consiglio veniamo,infatti,a conoscenza che i consiglieri Addis G. e Solinas P. “non ostante il Pinducciu Sebastiano avesse meriti distinti fra questi concittadini e in un ‘epoca lontana abbia prestato buoni servizi a questo Comune come Maestro elementare e come Segretario,ciò nullameno non credono conveniente l’affissione nell’aula consigliare della sua fotografia per la ragione che a tutti sarebbe dato il diritto di mandare fotografie al Comune per riempire la sala.Il diritto potrebbe ammettersi qualora il fu Pinducciu avesse fondato un posto di studio nella Provincia per giovanetti studiosi di questo suo Comune giammai per avere donato un pendolo.” Ma la maggioranza dei Consiglieri e lo stesso Sindaco Pinducciu Fresi esprimono voto favorevole alla proposta dei donanti e si delibera “ l’affissione del quadro per la memoria di un cittadino rispettabile e meritevole di osservanza e considerazione.Egli fu il primo Maestro pubblico e il primo Segretario comunale che servi il Paese”. (Delibera n.112 del 4.2.1904). Variante alla strada Nazionale Tempio-Terranova Nella adunanza del 13.5.1906 il Consiglio comunale presieduto dal Sindaco Michele Giagheddu si occupa di questo importantissimo problema. Nel 1864 era stata realizzata la strada nazionale

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Nuchis, la fontana oggi.

Terranova-Sassari che “pur potendo benissimo transitare nel paese di Nuchis “e renderlo vitale,in comunicazione col suo capoluogo Circondario e con Terranova”, lo ha “ lasciato fuori”. Per riparare “a tale sconcio” l’Amministrazione di Nuchis nell’anno 1888 aveva rivolto reiterate istanze al Governo per una variante alla detta Nazionale che prevedesse l’attraversamento del Paese e il Governo, aderendovi, inviava un Ingegenere del Genio Civile per gli studi preliminari. Questo Tecnico,rilevato lo stato dei luoghi, compilava un progetto del tutto favorevole alla variante e lo inviava all’approvazione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Inspiegabilmente questo Organismo, forse anche a causa della opposizione di alcuno dei proprietari dei

terreni interessati al nuovo tratto di strada, non approvò la variante proposta. “Considerato che in seguito a detto provvedimento gli abitanti non fecero che accasciarsi al duro destino” e “Ritenuto però che nell’attuale risveglio della Società,nell’attuale congiuntura dei fatti nei quali la Sardegna tutta esulta pel Disegno di legge che sta dinanzi alla Camera dei Deputati presentato dal Governo del Re pel miglioramento delle Provincie meridionali Sicilia e Sardegna”…” è sacro dovere del Consiglio Comunale sollevarsi dal letargo ed innalzare al Governo le sue voci per dar vita ad un paese morto e che pure merita l’attenzione interessando le Autorità preposte al buon andamento dei pubblici servizi;fiducioso in esso, unanime delibera di far voti al Governo del Re perché si compiaccia far riprendere in esame il Progetto di cambiamento della strada Nazionale-oggi Provinciale-Tempio Calangianus compilato dall’Ing. Francesco Cau presso il Consiglio Superiore Lavori Pubblici o quantomeno presso il Genio Civile della Provincia onde ottenere al Comune quanto gli venne ingiustamente tolto. Non potendosi rintracciare il Progetto suddetto,fa voti per una nuova strada”. (Delibera n.198). Ma i voti del Consiglio non vennero evidentemente esauditi se 15 anni dopo e più precisamente nel

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Il parroco Salvatore Pes (aprile 1897).

settembre del 1921, la Giunta Municipale è costretta ad occuparsi nuovamente di questo problema e cosi deliberava; “la Giunta Municipale di Nuchis,volendo riparare alla enorme ingiustizia perpretata nel passato a danno di questo Comune,il quale nonostante la posizione favorevole e i suoi peculiari bisogni è stata scartata dalla strada provinciale Terranova-Tempio e considerato che questo errore di apprezzamento e di tecnica ha condannato per lunghi decenni questo abitato ad un isolamento dannoso al suo sviluppo economico e sociale;che se la strada provinciale Terranova-Tempio è stata costruita in tempi in cui si badava cosi poco al domani e con deplorevole incoscienza si troncava l’avvenire dei piccoli Comuni pur di non variare un millimetro né la lunghezza né la località della strada progettata,oggi che il pubblico interesse sta a cuore di tutti e dev’essere superiore alle mire particolari ed alla stessa economia è dovere inderogabile di questa Giunta di insistere ancora una volta perché l’errore contro il Comune di Nuchis si riconosca e corregga;che il sacrifizio fatto da questo paese per costruirsi un tronco di allaccio alla Provinciale Terranova-Tempio è stato vano e senza benefici e tangibili effetti perché il detto tronco mentre non garantisce lo sviluppo avvenire del Comune,non facilita le sue comunicazioni in quanto il Comune stesso non gode dei benefici del traffico e si deve percorrere una maggiore distanza per unirsi a Tempio; che dovendosi.come certamente dovrà istituirsi la cora automobilistica TerranovaTempio, questo Comune verrebbe inevitabilmente scartato con grave danno del nostro traffico e del nostro avvenire;che per favorire l’aumento della popolazione e per un maggiore incremento della civiltà,per facilitare lo svolger-

si della industria sugheriera fiorente in questo quanto nei finitimi comuni,per incoraggiare lo sfruttamento delle terre fertilissime ed irrigue è necessario togliere al più presto il Comune di Nuchis all’isolamento a cui lo condannarono ingiustamente i passati errori unensolo con un tratto di strada alla nazionale Terranova-Tempio e precisamente nel punto Parapinta; che questo nuovo allaccio poco sagrifizio costerebbe allo Stato e alla Provincia,essendo di breve tragitto e pronto o poco soggetto ad esproprio potendosi costruire lungo la strada mulattiera. Per questi motivi la Giunta sottoscritta fa voti tanto al Governo quanto all’Onorevole Deputazione Provincila di Sassari preché fra i progetti di strade da costruire nella Provincia di Sassari sia pure compreso il breve tronco Nuchis-Parapinta sulla ProvincialeTerranova-Tempio” (Delibera n.20 del 6.9.1921.

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A seguito di questa ed altre reiterate richieste il tratto di strada “dalla S.S. 127 Tempio-Olbia per l’abitato di Nuchis “fino a Rio Parapinta sulla S.S. 127” veniva classificata tra le strade della Provincia di Sassari con D.R. in data 4.3.1926. (Con lo stesso provvedimento veniva classificata tra le strade provinciali anche quella che dal Bivio SS.127-porta a Luras e di qui allo Sfossato.) Ma i tempi delle opere pubbliche notoriamente non sono celeri e soltanto nel 1952 la nuova strada poteva essere inaugurata. E forse l’unico a dolersene era Don Salvatore Lentini,il pio Parroco di Nuchis dal 1939 al 28 ottobre 1973 il quale,in totale ed assoluta buona fede,era convinto che la demolizione di un piccolo tratto della antica Chiesa di S.Croce posta al centro del paese e materiale ostacolo per la congiunzione della nuova strada con la vecchia “Nuchis-Indicanti” fosse da considerarsi “un sacrilegio”, come ebbe a sostenere in una polemica giornalistica con il sottoscritto. La Maestra elementare della classe femminile Nel 1907 il Consiglio Comunale si trova a discutere e deliberare su un problema spinoso:il licenziamento della Maestra Elmentare Giuseppina Tanca. E “Visto che all’esame di compimento del mese di luglio non è stata promossa nessuna delle sue allieve ad eccezione di Pinducciu Maria, figlia del Maestro e di Caddeo Rosina,figlia della Maestra perché entrambe hanno frequentato la scuola maschile sotto la direzione del Maestro Pinducciu Giovanni il quale ebbe a togliere la figlia dalle dipendenze della Maestra Tanca Giuseppina avendone riconosciuto l’incapacità e fu allora che la stessa Maestra incapace mandava sotto la direzione dello stesso Maestro la propria figlia Rosina –per questi motivi– unanime delibera di licenziarla e fare istanza presso l’On.Consiglio Provinciale scolastico perché voglia accogliere il presente deliberato a norma del’art.181 del Regolamento 9.10.1905 n.613 (Delibera n.230 del 29.8.1907). A fronte di tale decisione la Tanca corre ai ripari e presenta apposito certificato medico all’Ispettore Scolastico Circondariale che lo partecipa al Comune informando che poiché la predetta Maestra é affetta da malattia d’occhi e quindi “fa d’uopo procedere alla nomina di altra supplente che la surroghi durante il tempo della malattia”. Dall’allegato certificato medico risulta che la Tanca, “oltre ad essere monocola, è affetta da congiuntivite angolare cronica.” Il Consiglio fa rilevare che la Tanca, monocola e affetta da malattia d’occhi da tanti anni non è più in grado d’insegnare. “Prova evidentissima è il risultato infelicissimo degli esami di quest’anno che non ha insegnato niente”.

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E fa rilevare, altresì, che l’Insegnante non ha allegato nel concorso per titoli per il triennio 1906-1909 il certificato medico “di sana costituzione fisica ed esente da imperfezioni atte a diminuire il prestigio dell’Insegnante ed impedirgli il pieno adempimento dei suoi doveri” cosi come previsto dalla Legge e dal Regolamento. È, pertanto, ingiusto che il Comune durante la malattia all’Insegnante gli corrisponda il trattamento economico per non oltre 6 mesi come previsto per legge e provveda alla nomina di altro supplente. “La colpa è quindi dell’Insegnante e di chi l’ha nominata” e cioè “Il Consiglio Circondariale Scolastico di Sassari che volle addossare al Comune di Nuchis una Maestra cogli occhi ammalati senza peritarsi di richiedere il certificato medico” “Ed è per questo fatto che la signora Tanca ha privato dell’insegnamento le bambine del paese nell’anno scolastico decorso 1906-1907 rimanendosi in casa a Tempio e percependone lo stipendio ed è per questo che il C.C. la licenziava in data 29.8. Il Consiglio, pertanto delibera di: 1) -Ricorrere al Ministero Istruzione Pubblica perché voglia annullare il decreto del Consiglio Provinciale scolastico per non avere ancora comunicato al Comune di non avere approvato il licenziamento disposto con delibera n.230 del 29.8.1907; 2) -Annullare il decreto di nomina della Tanca per non avere ella presentato il richiesto certificato medico; 3) -Soprassedere alla nomina del Supplente fino a che il Ministero non si pronunzi sulla controversia. (delibera n. 231 del 20.10.1907). Ma soltanto nel 1909 la vertenza si concludeva con le dimissioni della Maestra Tanca Giuseppina da insegnante dela Scuola femminile (Delibera n. 402 del 22.10.1909). Periodo 1910-1920 La mancanza di fonti documentarie relative al periodo 1910-1920 ed in particolare la irreperibilità,fino a questo momento, dei Registri delle delibere del Consiglio Comunale e dalla Giunta Municipale non ci consente di conoscere il nome degli amministratori né le attività svolte in tale periodo. (29) Sappiamo solo che dal 1913 al 1920 il Comune “fu disgraziatamente amministrato dai frazionisti” come si legge nella deliberà podestarile n.49 dell’8.10.1926. È facile ritenere che si sia verificata per Nuchis la stessa situazione di Tempio,ovvero la consuista della maggioranza da parte dei “frazionisti” nelle rispettive amministrazioni comunali a seguito dei risultati elettorali del luglio 1914. Ma mentre, come è noto, a Tempio veniva eletto Sindaco l’arzachenese Salvatore Ruzittu che ricoprì la carica fino al 1917, non si ha alcun elemento per sapere se nello stesso periodo a reggere le sorti del Co-

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mune di Nuchis sia stato o meno un “frazionista di S. Pantaleo”. Di certo l’amministrazione del Comune di Nuchis non deve essere stata delle più produttive se nel 1921 “questa Amministrazione comunale era carica di debiti pel continuo succedersi dei Regi Commissari” come si legge testualmente nella delibera n.38 del 29.10.1921. Periodo 1921-1938 L’anno 1921 si apre con la riunione del Consiglio comunale in data 9 gennaio alla quale partecipano il Sindaco Michele Giagheddu e i consiglieri,Addis Giacomo, Piccolli Giovanni, Scampuddu Martino, Pinducciu Fresi Giovanni. Risultano assenti i 10 Consiglieri della frazione di S. Pantaleo: Usai Salvatore, Sangaino Michele, Pileri Giov.Maria, Fresi Tali Nicolò, Rosso Giov. Battista, Demuro Sebastiano, Chiudino Giovanni, Pitzoi Giov. Maria, Demuro Nicolò, Sanna Pietro. La nuova aministrazione era evidentemente scaturita dalle elezioni comunali svoltesi nei precedenti mesi di ottobre-novembre 1920 ma si ignora la data di elezione del Sindaco e degli Assessori comunali che risultano essere Piccolli Giovanni, sostituito dal 20.1.1921 da Pinducciu Fresi Giovanni, e Scampuddu Martino più altri due delle frazioni. Questi i principali problemi trattati nell’arco di tempo che precede la soppressione del Comune di Nuchis. La Luce elettrica In data 18 ottobre 1921 Meloni Tomaso di Filippo, quale incaricato del sig. D’Ambrosio Giuseppe di Napoli (Portici) presenta domanda per la concessione del tratto di terreno in Via Garibaldi vicolo Antiogheddu per l’impianto della luce elettrica e Il Consiglio nella seduta del successivo giorno 29 approva all’unanimità. (Delibera n.43) Tuttavia, soltanto nel 1931, Podestà Giovanni Maria Solinas, il problema appare risolto con la cessione gratuita di mq.12 di area comunale “per la costruzione della cabina della luce elettrica alla Ditta Cav.Giovanni Piccolli e Pietro Livi in località Monfradino” (delibera del Podestà n.67 del 15.8.1931). Lapide caduti Il 12 novembre 1921, il Consigliere Piccolli Giovanni, rilevato che in tutti i Comuni della Provincia si era provveduto per una lapide in marmo in memoria dei caduti nella recente guerra,chiedeva che anche a Nuchis si provvedesse “assicurando che la relativa spesa non oltrepasserebbe la somma di £.1000”. Il Consigliere Pileri,viste “le condizioni disastrose del Comune” propone di aprire una pubblica sotto-

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scrizione per il recupero della somma, e dello stesso avviso dichiarano di essere anche i consiglieri Sanna, Sangaino e Demuro. Il Sindaco Giagheddu espone: “Il Comune trovasi in non floride condizioni finanziarie e mentre ritenea tanto necessario di provvedere per due lapidi e cioè una per il paese e una per la frazione di San Pantaleo era del parere di ricorrere ad una colletta come accennava il consigliere Pileri e provvedere dopo stanziata apposita somma nel bilancio 1922”. Il Consigliere Scampuddu insiste perché le due lapidi siano provvedute a totale spesa del Comune. Sulla proposta Piccolli votano a favore, oltre il proponente, i consiglieri Demuro Nicolò,Sanna Pietro, Addis Giacomo, Scampuddu Martino e Pinducciu Fresi Giovanni. Votano contro il Sindaco Giagheddu Michele, Pileri Giovanni Maria e Sangaino Michele. Soltanto dieci anni dopo, Podestà Giovanni Maria Solinas, la lapide per i Caduti nella Guerra 1915-1918 veniva consegnata dalla Ditta Pietro Livi di Terranova al prezzo di £.1000 compreso il piazzamento nella facciata del Palazzo Comunale. “L’industriale Cav. Giovanni Piccolli ha offerto £.500”. (Delibera Podestà n.62 del 4.7.1931) L’edificio scolastico Nella seduta del 2.12.1922 il Consiglio delibera la contrazione di un mutuo presso la Cassa DD. e PP. per il riattamento dell’edificio scolastico del Capoluogo. La spesa prevista in progetto è di £. 32250 da estinguersi in 50 anni (come previsto per legge in caso di assoluta necessità giustificata dalle condizioni economiche del Comune). La estinzione del mutuo è garantita dalla sovrimposta comunale. Nel 1926 il Podestà Michele Giagheddu delibera la Demolizione Caseggiato Scolastico e ricostruzione. (Delibera n.6 del 26.5.1926) Ma soltanto nel 1928 il progetto dell’Ing.Pietro Corda per la Costruzione di un edificio scolastico di 6 aule “sufficienti alla popolazione scolastica del Comune che nel decennio 1915-16=1926-26 è di n.549 maschi e n.649 femmine” e per la spesa prevista di £. 418.000, viene approvato. L’edificio dovrà sorgere “sullo stesso caseggiato esistente che è pericolante e su una casa di proprietà di Careddu Antonio e fratello da acquistare per £.10.000” (Delibera n.21 del 20.4.1928). Benito Mussolini e Pietro Lissia cittadini di Nuchis Con delibera n.4 in data 19 maggio del 1924 la Giunta Municipale di Nuchis composta dal Sindaco Cav.Michele Giagheddu e dagli Assessori Pinducciu Fresi Giovanni e Scampuddu Martino decide di “eleggere” “S. Ecc. Benito Mussolini” unitamente a “S. Ecc.

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Pietro Lissia” cittadini onorari di Nuchis. Vale la pena di riportarne la motivazione: “Il Sindaco espone che:Colla gloriosa vittoria italiana di Vittorio Veneto,una innumerevole folla sognante chimere pazzesche anziché saper profittare della fortunata impresa trascese ad atti deplorevoli,che faceva trepidare l’animo di tutti gli onesti. Profittando della debolezza dei successivi governi,e insuperbita dalle concessioni ottenute,acquistò tanta baldanza da scompaginare il regolare andamento di tutti i pubblici e privati servizi. Perduto ogni prestigio all’estero,colla guerra civile all’interno,gli italiani furono in procinto di rimanere senza Patria . Un uomo di pensiero e d’azione,venuto da umile condizione,si pose alla testa di un manipolo di giovani baldi e valorosi,come la storica compagnia della morte,compromettendo la vita e con un erosismo indicibile,dopo molteplici lotte riusci a indebolire la compagine di tanti facinorosi. Accresciuti di jnumero e moltiplicatisi in ogni angolo d’Italia i difensori della Patria dopo aver bagnato di sangue cittadino le vie delle città e dei paesi,l’ordine e la fiducia rientrò nelle masse per virtù del famosissimo Duce Mussolini,che da diciannove mesi dirige le sorti della Patria con un’intransigenza che il momdo

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ammira e gli italiani orgogliosi benedicono. Sicuro interprete del Vostro e dell’intiero sentimento della popolazione,propongo che S.Ecc.Benito Mussolini,il quale tanto ha meritato dalla Patria,sia eletto Cittadino onorario di questo Comune,e non potendo dimenticare il lavoro infaticabile e solerte del Compagno SottoSegretario alla Guerra prima e poi delle Finanze,per dovuta gratitudine sia anche data la cittadinanza ed eletto Cittadino onorario di Nuchis S.Ecc.Pietro Lissia.- Unanime la Giunta per alzata e seduta riconosce giusta e meritevole la proposta del Sindaco e proclama S.Ecc.Benito Mussolini e S.Ecc.Pietro Lissia Cittadini onorari di Nuchis. Del che sia redatto il presente verbale,incaricando il Sindaco di darne comunicazione tanto a S.Ecc.Mussolini quanto a S.Ecc.Lissia”. La delibera risulta firmata dal solo Sindaco. A prosecuzione della stessa delibera viene adottata un’altra specifica per motivare le ragioni della cittadinanza onorari a S.Ecc.Pietro Lissia. Ed è lo stesso Sindaco che “espone quanto segue:Credo di compiere un dovere imprescindibile col tributare la nostra devozione all’uomo che come faro luminoso sono rivolti gli sguardi e le speranze della Sardegna. Pietro Lissia che da giovane prometteva un bell’avvenire,si fece avanti nella carriera amministrativa e in po-

La Biblioteca e l’Archivio Storico del Banco di Sardegna: un patrimonio di sapere vecchio e nuovo a disposizione di tutti.

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a Biblioteca del Banco di Sardegna nasce nel 1969 come parte integrante del Servizio studi, ed è specializzata in materie economiche-bancarie; la documentazione tuttavia è ricca anche per quanto riguarda gli aspetti dello sviluppo economico e della gestione e organizzazione d’impresa. Il patrimonio è costituito da 17.000 volumi, 600 periodici (tanti in collezione completa), banche dati e varie pubblicazioni edite da Enti e organismi economici italiani e stranieri: Banca d’Italia, Confindustria, Istat, Commercio Estero, Ocde, UE, FMI, ILO. La nostra Biblioteca partecipa al Catalogo Nazionale dei Periodici, un grande archivio che contiene le descrizioni bibliografiche dei periodici posseduti dalle biblioteche dislocate su tutto il territorio nazionale e copre tutti i settori disciplinari. Attraverso questo strumento siamo quindi in contatto continuo con altre biblioteche italiane ed estere nel settore dell’economia. L’informatizzazione del catalogo è iniziata dal 1993 e da allora è consultabile via Internet (wwwbancosardegna.it). La Biblioteca è situata a Sassari, in pieno centro (Via Moleschott, di fronte alla Direzione Generale del Banco), e dispone di due ampie sale di lettura con una trentina di posti. E’ aperta al pubblico tutti i giorni, l’accesso è libero e i servizi sono gratuiti (ricerche bibliografiche su Internet, fotocopie e prestito). La frequentano assai assiduamente operatori economici, docenti e studenti delle facoltà di Economia, Giurisprudenza e Scienze Politiche di Sassari ma anche di Cagliari; infatti, data la sua specializzazione, vi si possono reperire materiali difficilmente reperibili in altre sedi. Come hanno fatto tante grandi imprese e banche italiane, riorganizzando i loro patrimoni di documentazione sulla vita aziendale nel contesto di una rinnovata attenzione per gli archivi d’impresa, anche il Banco

di Sardegna da una decina d’anni ha avviato la valorizzazione del suo Archivio storico. Il materiale documentario ha particolare rilievo, oltre che per la ricostruzione delle vicende del Banco, per ripercorrere la storia del credito in Sardegna, e le connessioni tra quest’ultimo e lo sviluppo economico della Regione. Si tratta di documenti relativi all’attività dei Monti frumentari o granatici, istituzioni di origine spagnola, riorganizzate durante il Settecento sabaudo. La funzione dei Monti era quella di costituire un capitale di supporto al ciclo agrario prestando ai contadini il grano e l’orzo per la semina a interesse molto basso. Nell’Archivio sono conservati documenti molto interessanti del Sette e Ottocento, relativi a vari Monti: Barumini, Las Plassas, Ales, Tissi ecc. Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, attraverso una serie di leggi speciali, nel quadro di un primo riordino del credito agrario, i Monti vengono trasformati nelle due Casse Ademprivili di Cagliari e Sassari. Con la riforma del 1928 le Casse sono fuse nell’Istituto di Credito Agrario per la Sardegna (ICAS). Anche l’attività delle Casse e dell’ICAS sono ben documentate nell’Archivio del Banco. Nel 1953 ha finalmente luogo la costituzione del Banco di Sardegna come Istituto di diritto pubblico, che nasce dalla fusione dell’ICAS e dell’omonimo Banco di Sardegna di Cagliari, che era stato istituito nel 1944 ma che era divenuto operativo solo come sezione di Credito industriale. La documentazione relativa al Banco, comprende le serie dei verbali del Consiglio di Amministrazione e dei bilanci; esiste anche una ricca raccolta di fotografie del periodo dell’ICAS e del Banco. Due secoli di vita dunque, che trovano significativa espressione nell’Archivio storico del Banco e che compendiano, oltre che le vicende dell’Azienda, episodi di notevole rilievo nella vita economica e culturale della Sardegna. MARIA GRAZIA CADONI Archivio Storico e Biblioteca del Banco di Sardegna

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co tempo arrivò all’alto grado di Ispettore Generale al Ministero dell’Interno. Dichiaratasi la guerra mondiale si arruolò volontario;in vari scontri si colmò di gloria,fu gravemente ferito e ancora convalescente nominato R.Commissario a Maddalena,all’ombra del Leone di Caprera.Colà adoerò ogni energia per sistemare gl’interessi di quella civica amministrazione e incoraggiava e aiutava una popolazione agitata e tormentata dai molteplici bisogni cagionati dalla guerra. Alle elezioni generali del 1919 venne eletto Deputato nel collegio di Sassari;nel 1921 riconfermato in carica e fu Sottosegretario alla Guerra nel governo Fatta. Quando nell’ottobre del 1922 il Duce del fascio rovesci quel governo che non sapeva far fronte a un’orda imbaldanzita,senza coscienza e senza onore lovolle con sé come sotosegretario alle Finanze. Checché i nermici abbiano potuto dire,una volta,che solo,al Senato,restò a combattere una legge compiacente a una classe di privilegiati,e un’altra volta accusato da un volgare giornalista di illecite confidenze,Pietro Lissia insorse e con un ruggito affermò la Sua origine Sarda e Gallurese,e il nemico fu sbaragliato come per incanto. Nelle passate elezioni,in tutta la Sardegna ebbe un solenne plebiscito e noi qui fummo compatti per lui senza che uno deviasse.Gli è per completare l’opera incominciata dall’unione dell’intiera popolazione e sicuro del generale consenso,propongo che S.Ecc.Pietro Lissia sia eletto cittadino onorario di Nuchis. La Giunta,con voto unanime,per alzata e seduta approva la proposta del Sindaco. Sua Ecc.Pietro Lissia è eletto cittadino onorario di Nuchis. La folla prorompe in un prolungato Alalà,Alalà!”

le e non avendo il Comune altro terreno disponibile in vicinanza della Parrocchia da concedere tranne che il tratto denominato Petrangula avente la forma quasi triangolare,descritto nell’unito schizzo,della superficie di m.q. 100.-Unanime nel voto e in via d’urgenza Delibera di concedere.come concede.il trato di terreno denominato Petrangula e gratuitamente per la costruzione della Casa Parrocchiale in Nuchis con annesso cortile”. Evidentemente la disponibilità finanziaria del Comune non era elevata se è stato necessario aggiungere in delibera:”Di non poter presentemente stabilire se e quale somma possa il Comune stanziare a prò dell’edificio e sempre quando le condizioni finanziarie lo permettano si concorrerà nella più adeguata misura”. Con successiva delibera n.28 del 27.10.1927,la cessione veniva confermata e stabilito il “sussidio” in £.1000. Senonché nel 1931 “ritenuto che il Sommo Ponefice Pio XI si impegnò di costruire le case parrocchiali ove mancavano in Sardegna a proprie spese e perciò non era atto di Saggio Amministratore essere generoso con l’offrire anche £.1000 in danaro facendo anche molto cedendo gratuitamente a tale scopo m.q. 100 di terreno oltre quello dell’annesso cortile, considerando che il Comune,date le sue condizioni finanziarie non ha potuto soddisfare l’impegno assunto dal Podestà di pare le £.1000 e che le condizioni si sono aggravate sempre più in modo da non poter pagare debiti urgenti e di carattere obbligatorio e quindi nemmeno le £.1000 che rivestono proprio il carattere di spesa facoltativa straordinaria, delibera di revocare la deliberazione 17 ottobre 1927,n.28 su indicata nella parte che riguarda il sussidio di £.1000 per l’oggetto in esame e di radiare le £.1000 dall’elenco dei residui” (Delibere 10.11.1931 n. 84 e 85 )

La casa parrocchiale Nello stesso anno 1926, con delibera n.11 del 24 aprile.la Giunta municipale, costituita come sopra, concede alla Parrocchia un tratto di terreno per la costruzione della casa parrocchiale e nella relativa delibera si legge: “Vista l’istanza presentata dal Reverendo Pes Salvatore,Parroco di questo Comune in data 15 aprile 1926 dalla quale rilevasi come per disposizione del Sommo Pontefice Pio XI in ogni Parrocchia della Sardegna si eriga a sue spese, ove manca,la Casa Parrocchiale,la quale qualora non si fra pongono ostacoli gravissimi,dev’essere inerente alla Parrocchia. Considerato che la Parrocchia-Spirito Santo- di questo Comune non trovasi nel Centro o vicinissimo al popolato,ma in un promontorio o alti piano, a distanza di circa 300 metri esposta a tutti i venti e priva del terreno necesario per la costruzione della voluta Casa Parrocchiale come giustamente espone il Reverendo Pes. Considerato poi che l’opera in parola è indispensabi-

Il Podestà La legge 4 febbraio 1926,n.237 aveva abolito la figura del Sindaco e creato la figura del Podestà e a tale carica con Regio Decreto 14 maggio 1926 viene nominato lo stesso Cav.Michele Giagheddu. Vice Podestà è nominato in data 4 giugno Solinas Giovanni Maria. Il Podestà alcuni mesi dopo delibera di richiedere al Prefetto “perché si compiaccia fissargli una indennità annua fissa di £.6000” Vale la pena di riportare il testo della delibera non tanto per le motivazioni che giustificano la richiesta ,quanto per gli elementi storici che vi sono contenuti. Si legge,infatti: “Ritenuto che egli deve provvedere a proprio carico a moltissime spese inerenti alla carica,sia per le gite nello interesse del Comune,a Tempio,Calangianus ed alle frazioni del Comune,S.Pantaleo,S.Giovanni e Cugnana,distanti dal capoluogo dai 42 ai 48 chilometri,alle quali deve recarsi per sentire personalmente ed intendersi

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coi frazionisti “che lo richiedono” sui loro desiderata e sui bisogni delle frazioni,con tenuissime indennità,e altre che sono le maggiori per ospitare i frazionisti che si recano nel capoluogo per espletare pratiche d’ufficio .per imposte ed altri affari e recarsi poscia a Tempio per sbrigare pratiche nel Tribunale ,nella agenzia delle Imposte e del Catasto e nello Uffcio del registro e deve provvedere non solo al vitto,ma anche all’alloggio nella notte,e spesse volte sono otto o dieci frazionisti e non è raro il caso che vengano accompagnati dalle mogli e a questo fatto sono assolutamente indotti perché qui mancano Osterie e Trattorie ed altre comodità e tutti ospitano da lui” “Che è costretto rimanere in ufficio quasi tutto il giorno e spesso anche di notte per sbrigare gli affari dei frazionisti,in modo che nell’inverno siano liberi nella note di ripartire di buon’ora nel mattino successivo e di estate ripartire tardi dopo cena verso le 10 o 11 per evitare i grandi calori della stagione” Che per tali cause egli è costretto abbandonare i propri interessi,con gravissimo pregiudizio e aferma che per queste circostanze ha speseo un patrimonio durante il venticinquennio del suo sindacato ,fino al 1913 non aveva alcuna indennità,le spese erano minori perché tutto era a buon patto-e si ridussero dal 1913 al 1920,periodo in cui il Comune fu disgraziatamente amministrato dai frazionisti,ma dal 1920,avvenuta la riconciliazione coi frazionisti le spese sono aumentate del trecento per cento. Considerando che dato il suo interessamento per il Comune,questo oggi ha avuto il risanamento economico e finanziario e si trova in buone condizioni mai viste,mentre durante l’Amministrazione dei frazionisti,dal 1913 al 1920 si ebbero debiti per £.46.000;subentrato ai frazionisti nell’ottobre 1920 riusci con grandi economie a pareggiare il Bilancio,oggi nonsi hanno debiti,ma attività, e basti dire che nei conti postali si hanno depositate £.25.363,25 e nella verifica di cassa del 10 settembre u.s. si ha un fondo cassa liquido a debito dell’Esattore di £.9.100. La deliberazione consigliare 2 ottobre 1922 n.28 dimostra abbastanza interessamento e le attività spiegate a prò del Comune (si allega copia della deliberazione stessa). Considerando che le tenui indennità che percepisce a calcolo per le gite nello interesse del Comune sono irrisorie di fronte alle altre ingenti spese che deve subire. Che con la sua ccettazione alla carica di Podestà ha arrecato al Comune grandi economie-poiché è notorio che i Podestà dei Comuni di Calangianus,Luras,Monti,vicini a Nuchis,ed altri ove i Podestà non sono del luogo,si prendono oltre lire 1000 al mese di indennità,oltre quelle di gite che in complesso possono oscillare dalle 14 alle 1500 lire. Considerando ancora che per le ragioni su esposte è giusto che gli venga stabilita una indennità annua fissa,che crede coscienzioso in £.6000- delibera di chiedere…….”(Delibera n.49 dell’8 ottobre 1926).

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La delibera n.28 alle quale si fa riferimento è relativa al Voto di plauso al Sindaco Cav.Giagheddu Michele e contiene le varie benemerenze del Sindaco e tra queste “la pacificazione dell’attrito esistente tra il Capoluogo e la frazione essendo egli stato l’anello di congiunzione ,il paciere,tanto che l’Amministrazione Comunale,non ostante costituita in maggioranza di Consiglieri della Campagna,funziona di pieno accordo”. Nel 1928 presenta le dimissioni da Vice Podestà Solinas Giovanni Maria e alla stessa carica viene desiganto Addis Giacomo (Delibera n.24 del 6.5.1928) La salute pubblica Con delibera .n.36 del 27.8.1928 all’oggetto “Lotta contro le mosche,ritiro immondizie e nettezza pubblica” cosi dispone: 1° -A datare dal 1° settembre p.v. si inizierà il trasporto dalle case private e dalle stalle per asportare a distanza di 500 metri dall’abitato come prescrive l’ordinanza prefettizia; 2° -A tale scopo la Guardia urbana tute le mattine passerà per il paese con la carretta trainata dall’asinello per ritirare le mondezze; 3° -Tutti i proprietari hanno l’obbligo di pulire il tratto di strada pubblica adiacente alla propria casa di abitazione deponendola con quella della casa in una cassetta coperta da depositarsi nella porta di ciascuna casa per ritirarla subito dalla Guardia, 4° -I proprietari di stalle hanno pure l’obbligo giornalmente nelle ore di mattina e non è permesso di tenerle ammucchiate fino ad averne uno o più carri per poi asportare le immondezze nella loro proprietà. Devono anche essi metterle ogni mattina nelle cassette coperte per ritirarle dalla guardia:i contravventori saranno assoggettati alla multa di £.10-se recidivi al doppio e secontinueranno la multa sarà triplicata e saranno denunciati al Pretore. 5° - Nello interesse dell’igiene e per l’osservanza delle rigorosissime prescrizioni di S.E. il Prefetto e per evitare malumori si raccomanda a tutti i Cittadini la strettissima osser45vanza della presente ordinanza. 6° -Alla Guardia incaricata del servizio è fissato il compenso di £.5 al giorno per le sole ore mattutine destinate per il ritiro della immondezza e a suo utile la cebdita del Concime. 7° -Di avere già provveduto all’ascquisto di una carretta usata e dell’asinello e della relativa bardatura per la somma di £.450.” Commento: Secondo un antico proverbio cinese: “le città saranno pulite tanto in quanto ciascun cittadino pulirà il proprio uscio di casa. Con decreto in data 17.5.1929-VII il Prefetto di Sassari “veduta la lettera presentata dal Podestà di Nuchis Cav. Michele Giagheddu con la quale egli consegna le dimissioni dalla carica per ragioni di salute, no-

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Piazza della Parrocchiale.

munale interino, Meloni Vittorio, dal Medico Condotto Dott. Gaspare Corda, dall’applicato provvisorio Giovanni Addis, dalla guardia municipale Sotgiu Domenico e dal messo provvisorio e usciere Careddu Nicolò fu Giov. Agostino (delibere del Podestà in data 10.2.1939). Note 1

Archivio Comune Tempio. Archivio Comune Tempio. 3 Archivio Comune Terranova. 4 Archivio Comune Nuchis. 5 Archivio Provincia di Sassari. 6 Archivio di Stato di Sassari-Processi verbali di “delimitazione del Salto detto Arzaquena di Nuches in data del 20-28 aprile 1848. Per il Consiglio di Nuches i verbali sono firmati, o meglio,vi sono apposti il segno di croce del Sindaco Pietro Solinas, dei Consiglieri Giacomo Angius, Pietro Careddu, Andrea Panu Careddu e Antonio Giagheddu Loriga, dei Probi Uomini Salvatore Careddu Angius e Gio. Agostino Careddu. Firma, invece, il Notaio Marco Tamponi Segretario Assunto. Per il Consiglio di Calangianus il verbale è firmato da Gaspare Corda, Probo uomo. 7 Vittorio Angius, Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M.il Re di Sardegna di Goffredo Casalis, Vol.I. 8 Vittorio Angius, id.come sopra. È appena il caso di ricordare che,come è noto, l’Angius ha assunto i suoi dati direttamente e personalmente in occasione dei suoi viaggi effettuati in tutti i paesi della Sardegna tanto che la descrizione della realtà geografica, economica e sociale della Sardegna in quell’epoca costituisce fonte insostituibile per qualsiasi ricerca storica. 9 Archivio di Satato Cagliari-Reale udienza civile-cartella 1264 n.12672. 10 G. Doneddu, Una regione feudale nel’età moderna, pag.80-81). 11 Il documento mi è stato gentilmente concesso da Mons. Mario Careddu di Nuchis, Vicario Generale della Diocesi di Tempio-Ampurias fino al 2001. 12 “Cronistoria d’Arzachena dall’età della pietra ai nostri giorni” di Michele Ruzzittu contenuto nella pubblicazione Storia di una autonomia-Santa Maria di Arzaghena, Edizione il Girasole 1992, pag. 195. Michele Ruzittu,maestro elementare, è l’ispiratore ed artefice della autonomia di quel Comune e prima ancora della alleanza tra tutti “i pastori di Tempio” che nella tornata elettorale del 20 luglio 1914 avevano clamorosamente conquistato la maggioranza nel Comune di Tempio ed imposto quale Sindaco della Città, oltreché Consigliere provinciale, l’arzachenese Salvatore Ruzittu, fratello di Michele. 13 Idem c.s. 2

mina Solinas Giovanni Maria Commissario Prefettizio, senza indennità di carica a carico del Bilancio comunale” Poco dopo il Solinas è nominato Podestà e ricoprirà tale carica fino al 1.12. 1934. Gli succede quale Commissario Prefettizio Addis Giovanni Antonio-che firma la sua prima delibera in data 29.12.1934. L’Addis resta in carica fino al 9.8.1935. Viene sostituito da Canopoli Giovanni Maria che firma la sua prima delibera il 18.9.1935. Rimane nella carica di Commissario Prefettizio fino al 9.2.1936 e viene sostituito da certo Sechi Mario fino 14 .1.1937. Dal 6.2.1937 e fino al 24.4. il Commissario Prefettizio è Lutzu Francesco. Commissario Prefettizio. Dal 3.5.1937 Commissario Prefettizio è ancora Solinas Giovanni Maria che resterà in carica fino al 29.1.1939 data di soppressione del Comune. Soltanto a titolo di pura curiosità e,per concludere, i primi atti del Comune di Tempio nei confronti della sua nuova frazione hanno per oggetto licenziamento del personale dipendente, costituito dal Segretario Co-

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Una via del centro.

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Trattasi del Cav. Giovanni Agostino Giagheddu di Calangianus. 15 Archivio Comune Nuchis-Erano presenti in Consiglio, il Sindaco Michele Giagheddu e i Consiglieri Addis Giacomo, Pinducciu Fresi Giovanni, Scampuddu Martino, Pileri Giov. Maria, Sanna Pietro, Sangaino Michele, Demuro Nicolò. Questi ultimi 4 delle frazioni. 16 Archivio di Stato di Sassari-Processi verbali di “delimitazione del Comune di Nuches” in data 7 giugno 1948-(Nuches-Cartelle 12). Per il Consiglio di Nuches i verbali risultano firmati, o meglio,vi è apposto il segno di croce del Sindaco Pietro Solinas, dei Consiglieri Giacomo Angius, Pietro Careddu, Andrea Panu Careddu e Antonio Giagheddu Loriga, dei Probi Uomini Salvatore Careddu Angius e Gio. Agostino Careddu. Firma, invece, il Notaio Marco Tamponi Segretario Assunto. Per il Consiglio di Calangianus il verbale è firmato dal Sindaco Domenico Pes Mancini e dal Notaio Nicolò Giua.Vi è apposto il segno di croce dei Consiglieri Giuseppe Giua Gattu, Gio.Batta Forteleoni, Simone Giordi Satta, la firma di Lucca Tamponi Pietro Columbano e del Probo Uomo Gaspare Corda e del Notaio Marco Tamponi Segretario Comunale. 17 Archivio di Stato di Sassari-Nuches “Sommarione dei beni rurali”, ovvero dal Registro relativo al censimento di tutti i beni immobili (terreni, fabbricati, strade ecc.) compilato in data 1 novembre 1856 a seguito della istituzione del catasto con legge 15 aprile 1851, n.1192 e dell’allegato “foglio di unione” 18 Francesco Corridore, Storia documentata della popolazione di Sardegna, 1479-1901, Torino 1902, Tabella a pag.126. 19 Il fenomeno della prevalenza delle femmine sui maschi non era limitato a Nuchis poiché anche altri paesi della Gallura, inglobata nella Provincia di Ozieri, presentavano la stessa anomalia. E cosi a Tempio su 7057 abitanti i maschi erano 3297 e le femmine 3760; a Luras su 1357 abitanti i maschi erano 655 e le femmine 702; ad Aggius su 1610 abitanti i maschi erano 793 e le femmine 817; a Bortigiadas su 1519 abitanti i maschi erano 759 le femmine 760. Soltanto a Calangianus su 1650 abitanti i maschi erano 838 e le femmine 812. Perfino a La Maddalena che contava allora 1758 abitanti e che era l’unica base navale della Marina Sardo-piemontese i maschi erano 877 e le femmine 881. 20 Vittorio Angius, Opera citata. 21 Vittorio Angius, Opera citata. 22 Archivio Comune Tempio. 23 Archivio Comune Tempio.

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Il Giagheddu contesta la regolarita della elezione del Sindaco eccependo che i consiglieri Pala e Picciaredda avevano votato sullo stesso tavolo mostrando il nome del votato. L’assessore Addis gli replica osservando che c’era un solo tavolo su cui votare. 25 Martin Clark, Storia della Sardegna e dei Sardi. La Storia politico e sociale (1847-1914), Vol.IV, Jaca Book, Milano 1990. 26 Archivio Parrocchiale Nuchis. 27 Archivio di Stato di Cagliari. Segreteria di Stato, II Serie, Volume 109. 28 Archivio Parrocchiale di Nuchis. 29 L’Ing. Pietro Corda, oltre ad essere un noto professionista era anche Consigliere provinciale, carica ricoperta dal 1902 al 1923. 30 La assenza dei consiglieri Careddu Andrea, Careddu Carmine, Careddu Salvatore, Giagheddu Michele, Pes Giovanni Maria, Solinas Piestro e Solinas Agostino Antonio denota la contrapposizione esistente tra i due gruppi consiliari. 31 La numerazione delle delibere a partire dalla n.393 del 4.2.1909 salta, evidentemente per errore, di cento numeri. 32 Archivio di Stato-Cagliari, Segreteria di Stato, serie II, busta 412. 33 Archivio di Stato, Cagliari, Segreteria di Stato, come sopra. 34 Dell’anno1910 non è stato rintracciato il registro delle delibere. Esistono, comunque, sparse le seguenti delibere tutte in data 16 gennaio 1910: n. 1 - Pagamento alla signora Giuseppina Pinducciu del terreno occupato per l’ampliamento del Cimitero. (Riportata all’argomento). n. 2 - Approvazione progetto Ing. Pietro Corda per la costruzione Cimitero di S. Pantaleo. n. 3 - Ratifica della delibera del Giunta in data 6 dicembre con la quale, a seguito delle dimissioni della Maestra Elementare Maria Pasella, viene affidato l’insegnamento anche “alle alunne della Scuola femminile al sig. Giovanni Pinducciu Maestro della Scuola Maschile”. n. 4 - Formazione bilancio 1910.

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Perfugas. Il Museo Archeologico e Paleobotanico, uno dei più importanti della Sardegna

Dal Neolitico ai nostri giorni di Alessandro Piga foto: concessione Ministero per i Beni e le Attività Culturali IL MUSEO DI ARCHEOLOGICO E PALEOBOTANICO DI PERFUGAS INAUGURATO NEL 1988, È IL RISULTATO DELL’IMPEGNO DELLA SEZIONE DELLA SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGICA SASSARI-NUORO DI PERFUGAS, COSTITUITA DA UN’EQUIPE DI FOTOGRAFI, DISEGNATORI, GEOMETRI, GUIDATA DALL’ARCHEOLOGO DOTT. GIUSEPPE PITZALIS. I LOCALI DEL MUSEO SONO STATI REALIZZATI GRAZIE ALL’INTERESSAMENTO DELL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE E DELLA COMUNITÀ MONTANA, CON L’OPERA DI RISTRUTTURAZIONE DELLA VECCHIA FIERA DI PERFUGAS.

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l museo nasce con l’intento di conservare e rendere visibile un immenso patrimonio di testimonianze archeologiche e paleobotaniche di cui l’Anglona è particolarmente ricco, e non solo per la quantità, ma per la qualità, infatti, i ritrovamenti paleolitici hanno permesso agli studiosi di datare la presenza umana nell’isola, che era indicata nel Neolitico. L’intervento ad adiuvandum di studiosi dell’Università di Firenze e del museo fiorentino di preistoria “Paolo Graziosi” tra cui il prof. Fabio Martini, hanno consentito lo scavo e lo studio di diversi siti nell’agro Perfughese, e quindi l’acquisizione da parte del locale museo d’importanti reperti paleolitici (Vedi La Sardegna Paleolitica, a cura di F. Martini). Il museo articolato in diverse sezioni divise in due padiglioni separati da un piccolo giardino di tronchi fossili recuperati nella “Foresta Pietrificata”. Nella sezione Paleobo-

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tanica vi è un gran campionario di fossili vegetali e conchiglie provenienti da tutta l’Anglona. I reperti fossili rivenuti possono datarsi approssimativamente tra i 30 e 15 milioni d’anni: la loro formazione è dovuta ad un processo di fossilizzazione, ovvero una sostituzione della materia organica con sostanze minerali (silice). Nella sezione Paleolitica, come supra accennato, sono esposti manufatti preistorici (i più antichi sinora ritrovati in Sardegna del paleolitico inferiore databili tra 500.000 120.000 anni fa) Tra i reperti vi sono raschiatoi e Raschiatoi e lenticolati provenienti da Sa Pedrosa-Pantallinu di Perfugas, risalgono al pleistocene medio, in selce. Proseguendo con la sezione Neolitica ed Enolitica sono presenti diversi reperti tra cui spicca per pregio la splendida Dea madre con bambinola prima, la kourotrophos neolitica in ambiente occidentale (IV millennio a. C. ). Nella stessa sezione sono conservati molti reperti della Cultura di Ozieri (35002700 a.C.) con esempi di ceramiche decorate. La sezione nuragica è sicuramente la più completa, visto che l’Anglona possiede numerose testimonianze della nostra antica civiltà. Gli oggetti conservati nel museo sono provenienti dai molti siti archeologici sparsi nel nostro territorio, tra cui il bellissimo pozzo sacro del centro abitato di Perfugas e la fonte sacra del nuraghe di Niedda. Di questo periodo sono conservate le ceramiche e il vasellame di diverse forme, oggetti in bronzo tra cui spicca un pugnale rinvenuto presso l’abitato di Erula. Sono presenti anche alcune spade, fibule e bracciali. In questa sezione è particolarmente curata con cartelli esplicativi e materiale fotografico dei diversi siti, permettendo al visitatore di collegare il reperto al luogo del ritrovamento. L’ultima sezione in ordine cronologico è costituita da reperti di epoca fenicio-punica e romana fino al periodo medievale. L’esposizione interessa molti oggetti che testimoniano i numerosi rapporti commerciali (cfr. Anglona romana, in Anglona, 2002 ) come via intermedia tra i porti della costa e l’interno. L’età Medievale è documentata da maioliche provenienti da chiese di Chiaramonti, Martis e Perfugas. Sempre a Perfugas è presente il Museo Diocesano dov’è possibile vedere in bellissimo retablo di San Giorgio, all’interno della chiesa parrocchiale S. Maria degli Angeli, dove sono conservate anche le due pergamene di S. Vittoria di Su Sassu, molto interessanti visto il valore degli antichi documenti. Il servizio di guida e informazioni offerti dal museo civico sono gestiti dalla società cooperativa “sa Runidine” composta da un gruppo di giovani, particolarmente motivati e qualificati. All’interno del museo è possibile acquistare depliant, cartoline e libri. Colgo l’occasione per dire che un museo è sempre un luogo che rende più rinomato un paese, e Perfugas può ringraziare quanti, anche dietro le “quinte” hanno offerto questa possibilità al paese e all’Anglona

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Statuetta in marna raffigurante dea madre con bambino. Perfugas. Il pozzo sacro Predio Canopolo (età del Bronzo).

Il Museo si trova in Via N. Sauro a Perfugas, tel. 079-564241 ed è gestito dalla Soc. Sa Rundine, tel. 349 7777103 E-mail: sarundine@tiscalinet.it Orari d’apertura: Ottobre-Maggio 9:00-13.00/15:00-19:00 Giugno-Settembre 9:00-13:00/16:00-20:00 Chiuso il Lunedì

MUSEO Perfugas (SS) Via N. Sauro, Tel. 079 564241

Orari dâ&#x20AC;&#x2122;apertura Ottobre - Maggio 9 > 13 / 15 > 19 Giugno - Settembre 9 > 13 / 16 > 20 Chiuso lunedi

Comune di Perfugas Piazza Mannu, tel. 079 5639000 Soc. Sa Rundine Perfugas, tel. 349 7777103 sarundine@tiscali.it

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La Muddizza attraverso un secolo della sua storia. La Chiesa della Madonna di Fatima crinale di vicende negli ultimi cento anni

tra vecchio e nuovo di Giovannino Lepori

LA MUDDIZZA (VALLEDORIA) INDICA IL CARTELLO STRADALE D’ENTRATA, POI: TABACCHINO, MARKET, DUE BAR, LA CHIESA, UN PIAZZALE PIENO DI GENTE E DI MACCHINE E, TUTT’INTORNO, PALAZZINE A DUE E A TRE PIANI. COM’ERA, INVECE, CENTO ANNI FA, E CHE COSA C’ERA? DUE O TRE CASE, POI: CAPANNE, PINNÈTTI, E UNA FITTA MACCHIA D’ESSENZE MEDITERRANEE (LENTISCHIO, CISTO, MIRTO, CHÈSSA, MÙCCIU, MÙLTA) CHE ARMONIZZAVANO I PROFUMI ASPRI CON UN DELICATO ASPETTO DI MOLLEZZA, MUDHÌZZA, DA CUI È NATO IL NOME DELLA BORGATA CHE, OGGI, CONTA CIRCA OTTOCENTO ANIME.

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quel tempo si chiamava Mudhìzza caltidhàna (apparteneva a Caltédhu), per distinguerla dalla vicina Mudhìzza di Sàntu Péddru (appartenente a Séddini), territorio cespuglioso e adiacente alla chiesetta di San Pietro Celestino, che si poneva a cavallo del confine catastale con l’ingresso in agro di Castelsardo e l’altare in agro di Sedini. Cent’anni fa, appunto, comincia la cronistoria (che sto per raccontare) della nostra cussòggia, contrada, e della sua gente. Anno1904, a Mezaùltu, giorno di Ferragosto: a La Mudhìzza di Sàntu Péddru viene spenta una vita quando un’altra viene accesa a La Mudhìzza caltidhàna.

Sembra quasi la sintesi di quanto recita un nostro antico detto: lu mùndu è ùn’ilcàla, a càl’àlzza e a cà’ fàla, a conferma che la vita continua. E così, “…mentre il prof. Pier Felice Stangoni si restituiva in casa dopo aver fatto il bagno, nella vicina spiaggia, fu fatto bersaglio ad una scarica d’arma da fuoco che lo rese cadavere…” poteva leggersi su La Nuova Sardegna dell’epoca, che nei giorni seguenti continuò a descrivere il clamore e tutta la commozione che aveva destato un omicidio tanto efferato, basti dire che la vittima designata “…era in compagnia dei due suoi bambini…”; nello stesso giorno, invece, conosceva la luce terrena Salvatore Lepori, colui che insieme alla sua amata consorte, Antonica Ruiu, m’avrebbe dato, poi, l’incomparabile dono dell’essere, che oggi mi consente, tra le altre cose, di fà a còntu lu chi haggi’a dì, di raccontare quel che dirò.

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“Lu Palazzu”, La prima costruzione due piani (1911).

Erano tempi duri, segnati dal lavoro pesante (le donne si recavano a ilpigulà i’ lu riltùggiu, a raccogliere spighe nelle stoppie, oppure a frigà, a cogliere drupe di lentischio per estrarne l’olio) e dall’analfabetismo che contribuiva a sostenere la cultura del crimine, per la quale era famigerata La Muddizza di allora. Agricoltori, pastori, servi pastori e, ovviamente, animali formavano una comunità arcaica poco incline alle finezze. Che cosa poteva offrire, d’altra parte, un mondo simile se non l’esempio della violenza e della forza, dettate più che altro dall’istinto di sopravvivenza? A fare da contraltare, per fortuna, c’erano anche onestà, ospitalità e soprattutto solidarietà, come dire che non tutto era nero; e benché i mezzi di trasporto non fossero veloci (il cavallo, nel migliore dei casi, o il carro trainato dai buoi) le persone si visitavano molto, andavano spesso a iltragnà e, quel che più conta, si rispettavano e si consideravano. Quand’era necessario aiutare un parente o un amico si disponeva la manialìa, un lavoro collettivo senza paga; e se qualcuno perdeva il suo bestiame, per disgrazia o moria, si organizzava la puniddùra, regalando ognuno una bestia, un fiàddu, e la mandria si ricostituiva. Le malattie si curavano con l’èa di l’òcci, mentre la pùnga, l’amuletto, preservava da ogni male. Nel tempo libero, poco per la verità, si giocava a imbrèltiga, una sorta di sfida alle bocce, al posto delle quali s’impiegavano murielle, pietre piatte, lanciate radenti contro un piccolo sasso prismatico, lu maltrìttu, l’equivalente del pallino. Non esistevano buttighìni, bettole, era d’usanza pertanto andare di casa in casa per fare baldoria, da pinnètta a pinnètta a fà ribbòtta, e quando si era avvinazzati ci si sfidava a la mùrra, alla morra, puntando sulla somma delle dita che mostravano i contendenti aprendo le mani. Altro passatempo in voga era l’agghintàdda, che oggi vive ancora in Barbagia col nome di “istrùmpa”; non sempre prevaleva il più forte, anzi, sovente era lu più gàffu, il più abile, se batteva l’av-

versario cu’ l’anchètta, con lo sgambetto. Vennero gli anni della prima guerra mondiale e La Muddizza darà il suo contributo di vittime: caddero per onorare la Patria i fratelli Francesco e Giovanni Antonio Bianco, mentre Francesco Deliperi fu dichiarato disperso. Ma altre vittime, molto più numerose, cadranno sotto i colpi della terribile malaria e per “mano”, poi, della pandemica ilpagnóla, alla fine del conflitto. Un decennio più tardi inizierà una lunga e pesante crisi economica con la quale dovranno confrontarsi i pochi benestanti, costretti a indebitarsi per pagare le tasse divenute troppo onerose e perfino superiori alle entrate che le terre riusciranno a produrre. In questo clima di miseria arriva il secondo conflitto mondiale, che cancellerà la vita di Casimiro Dettori (ufficialmente disperso), mentre altri meno sfortunati saranno fatti prigionieri e potranno, poi, rivedere le loro case. Fra questi ultimi ricordiamo Nicolino Tedde che, salvatosi miracolosamente dall’eccidio nazista, dovette esaudire la richiesta di Sant’Antonio da Padova (apparsogli in sogno) di “una cappella bianca da costruirsi sul lato destro della strada di La Muddizza, dopo la salita, a ridosso e prima del quadrivio, dove incrocia il cammino vicinale di Tempio”. La cappella venne edificata nel 1945 su un fazzoletto di terreno regalato dal cav. Filippo Fois, zìu Filìppu, che era un autentico patriarca della comunità muddizzese, visto che nella sua casa trovavano ospitalità e lavoro quasi tutti gli abitanti della borgata. Per circa un decennio la cappella sarà per La Muddizza la sua chiesa, dove tutti gli anni nel mese di agosto in onore del Frate patavino, divenuto ormai il Santo Patrono, verrà celebrata la festa. Nell’occasione si davano appuntamento turrunài, zanfaraióli, puètti e cantadóri; non mancava, peraltro, l’àlburu di l’accuccàgna. Mancava, però, un sacerdote fisso, supplito saltuariamente da religiosi di Castelsardo, primo fra tutti il Dottor Gavino Falchi; non mancava invece la scuola, nata nel 1924 e ospitata in una stanza offerta dai Fois: era una pluriclasse (prima, seconda e terza elementare) e le giovanissime maestrine di turno (si ricorda la mitica Sig.na Gesuina Faedda) dovevano faticare non poco a svolgere i programmi diversi per le differenti età degli scolari.

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Pluriclasse (1938).

Ci si avvia alla fine degli anni quaranta, c’è ancora lu doppulavvòru dove in periodo bellico si ritiravano le “quote alimentari”, poi vi sorgerà l’iltàngu, il tabacchino. Nel locale si organizzava anche lu carrrasciàli, con tradizionale musica di sunèttu che mio padre era abilissimo a fàllu trinchizà, suonando lu pàssu, la dànsa e lu badhìttu Col tempo i balli carnevaleschi, divenuti ormai moderni, troveranno ospitalità i’ lu casgiufìzziu, un ex caseificio trasformato in apprezzato locale di danze allietate dalla fisarmonica di Mario Bianco. Sono gli anni di lu ziribìlcu, l’invasione di cavallette, e del DDT, giustiziere implacabile di tanti parassiti, ma anche i tempi di la marróccula, della trottola, e noi bambini, oltre ad avere quelle di fabbricazione industriale, ce le costruivamo noi stessi con legni duri, l’agliàltru o lu chèlcu, l’olivastro o la quercia. Si giocava cu’ lu cìlciu, col cerchio, sospinto da un ròcciu, da una bacchetta. Si comincia a giocare a bòccia o, come dicevano esperti e sofisticati, a fùbba, al football. Si forma una vera squadra di calcio, la Palmas, che si cimenterà con sodalizi più agguerriti nel circondario. Nasce anche la bruttéa, il negozio, dove si venderà un po’ di tutto: da la buètta di salìppa, il pacchetto di sale fino, a lu zùccaru; da la bàgna, l’estratto di pomodoro, a lu sùccu, la minestra; da l’àcciddu, la varechina in polvere, a lu calbùru, il combustibile della lampada ad acetilene, la centilèna. Intanto zìu Filìppu decide di realizzare il suo sogno: donare a La Muddizza una vera e propria chiesa che possa ospitare sotto un tetto i fedeli della frazione. L’idea d’una chiesetta simile a quella di San Giuseppe, costruita dalla famiglia Stangoni a Codaruina, com’era stata pensata, venne però modificata quasi per caso dall’Architetto Giovanni Andrea Cannas, che fu ospite presso la famiglia Fois. Nacque, perciò, un progetto avveniristico e di stile inedito, con corpo centrale ellittico provvisto in alto di sette oblò, uno frontale e tre per lato, due navate laterali, tettoia anteriore con quattro pilastri inframmezzati da cinque arcate a tutto sesto, esterno interamente in pietra a vista, che affiora anche nell’interno, e il tetto centrale poggiante su capriate. Per

realizzarlo ci vollero sei anni e l’impegno di tutta la popolazione della borgata; dalla posa della prima pietra (1948) all’ultimazione dell’opera (1954) ci sarà un prezioso lavoro collettivo, col trasporto di pietrame sui carri trainati da buoi, mentre alcuni agivano da cavatori e altri operavano da muratori o da manovali. Vi fu anche un cantiere-scuola del comune di Castelsardo, che s’aggiunse al cospicuo contributo elargito dai Fois, costituito dall’area sulla quale sorse la chiesa, che fu oggetto di donazione, e dall’ulteriore sostegno finanziario. Rimase immodificato, tuttavia, il desiderio intoccabile di zìu Filìppu nel “dedicare la nuova chiesa alla Madonna”, come lui stesso aveva sempre detto e ripetuto in più di un’occasione. Fu, infatti, la statua della Madonna di Fatima, regalata dal Papa Pacelli “Pio XII”, a giungere da Roma con tutti gli onori che imponeva la circostanza, il 12 settembre 1954, per prendere posto nell’altare centrale con la benedizione del Vescovo Carlo Re, di fronte ad una folla immensa, quasi oceanica, di fedeli arrivati a La Muddizza da ogni parte della Sardegna e non solo. Anche la statua nuova di Sant’Antonio (la prima era stata danneggiata da un incendio divampato nella nicchia) dovette alloggiarsi nella chiesa, essendo stata demolita la “sua” cappella per il “decoro dell’arredo urbano”, come si direbbe oggi; l’originaria statuetta fu invece, per così dire, “rottamata” su ordine ecclesiastico, ma con grande disappunto di moltissimi “fedeli”, fedeli, appunto, a un’antica e consacrata tradizione che imponeva di conservare tutto ciò che era sacro. L’evento del 1954 rappresenterà, comunque, una vera e propria svolta per la comunità, una sorta di spartiacque che separerà i due mezzi volti dell’ultimo secolo, come le facce d’una medaglia. Se dovessimo traccia-

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La cappella di S. Antonio (1945).

re con un grafico le tappe della nostra storia negli ultimi cento anni, avremmo un profilo piramidale con il 1954 al vertice, che rappresenta la parte più alta d’una linea ascendente, il massimo traguardo, ma anche l’inizio d’una linea in discesa che disegna in maniera chiara e semplice il cammino controverso d’una bizzarra evoluzione involutiva, per colpe non certo imputabili, evidentemente, alla nostra nuova chiesa. Da questo momento in poi, infatti, le vicende di La Muddizza (al pari di quelle italiane) cominceranno a incanalarsi in una globalizzazione ante litteram. Se la chiesa aveva arricchito la borgata di spiritualità per la presenza religiosa, con arrivo di parroci finalmente nostri (sette fino ad oggi) e la sospirata promozione della chiesa al rango di parrocchia (che ha già perso!), la comunità, invece, andava gradualmente disgregandosi, distruggendo giorno dopo giorno i suoi antichi connotati e calpestando, purtroppo, quei valori che fino ad allora avevano cementato rapporti d’amicizia e di rispetto, da sempre considerati alla stregua di sacralità. Non sono neppure mancate leggende metropolitane intorno all’edificio ecclesiastico, al quale non venne affiancato, si sa, un campanile (manca tuttora), benché previsto nella bozza di progetto, ma ciò che aveva turbato di più i muddizzesi era l’assenza, contro ogni ragionevole logica, di una croce visibile nella chiesa; l’unico simbolo del crocifisso, all’esterno, era costituito da una crocetta di cemento, sopra l’architrave della porta laterale di sinistra, sulla quale erano state appiccicate, a suo tempo, alcune monete rinvenute dai muratori durante i lunghissimi lavori di costruzione. Ebbene, nella ricorrenza del secondo anniversario dell’inaugurazione, durante un violento uragano notturno, quella minuscola croce “miserina”, com’era stata sempre definita, venne colpita da un fulmine che mandò letteralmente in fusione le monete. Si cominciò a dare fiato alle trombe: “…una punizione per la mancanza d’una croce vera …”

o “…un segnale alla comunità che è sempre meno credente…” oppure “…colpa dell’abbattimento della vecchia statuetta di S. Antonio…del trasloco del Santo…della demolizione della “sua” cappella …” e, come si dice, chi più ne ha più ne metta. Ma soltanto una ventina d’anni più tardi sarà collocata sul tetto frontale della chiesa una bella e vistosa croce di ghisa che la famiglia Bongioanni di Cuneo aveva regalato alla moglie e ai figli di ziu Filìppu, ormai defunto, perché si desse al santuario un segno della loro gratitudine per l’ospitalità ricevuta nel nostro paese. Saranno, quelli che seguono il 1954, anni di conquiste tecnologiche, con l’arrivo della corrente elettrica nelle case, nel 1957, e quindi della radio e del giradischi, che soppianterà il grammofono a corda; poi sarà la volta della televisione (nata in Italia proprio nel 1954): la prima nella sezione della Democrazia Cristiana e la seconda nella sezione del Partito Monarchico Popolare; e dopo qualche anno gli apparecchi TV entreranno nelle case private, così come le motociclette cominceranno a sostituire le biciclette che, a loro volta, avevano già preso il posto dei quadrupedi, cavalli e asini. Fra i mezzi di trasporto pubblico, lu pultàli, il postale, un piccolo autobus a vapore della SATAS, era stato sostituito dal pullman a benzina della SITA, mentre le corse per Sassari e ritorno venivano già raddoppiate; la nuova strada per Santa Teresa di Gallura mandava in pensione la vecchia strada polverosa, l’iltradòni, e i cumuli di ghiaia biaìtta, bluastra, dove zìu Mìu Béltulu aveva martellato per anni, non si vedranno più, il nastro nero d’asfalto li farà presto dimenticare; intanto, un moderno ponte di calcestruzzo sul Rio Cuggiani aveva già scalzato l’antico e caratteristico ponticello di legno. La fermata dell’autobus verrà trasferita da Biancarédhu al piazzale della chiesa; crescerà il numero di autovetture e di autocarri, tant’è che li carrulanti, i trasportatori del carbone di chèa, che transitavano con lunghe file di càrruli, di carri trainati da buoi, diventeranno un vago e sbiadito ricordo dell’infanzia. Vanno perdendosi nei ricordi anche l’immòlti-immòlti, offerte che venivano elargite la sera della festività d’Ognisanti, vigilia della commemorazione dei defunti, su richiesta di bambini che, bussando di casa in casa i’

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La Società Sportiva “Palmas” (1948). Costruzione della Chiesa (1949).

lu currùggiu, nel vicinato, imploravano: a zi li déddi l’immoltimmòlti? Le massaie si prodigavano a regalare caltàgna, càriga, mèndula, melaghiddògna, melagranàdda, nózi e pabbàssa. Le offerte rappresentavano un atto di generosità in omaggio e in memoria dei cari estinti, come la tavola che s’apparecchiava, quella sera, accuratamente senza posate appuntite (coltelli e forchette) per offrire simbolicamente la zèna a li mòlti. E anche le romantiche sirinàddi a li vaggiani sotto le stelle e le finestre delle signorine, la notte che precedeva Ognisanti, andavano ormai perdendosi nel remoto, assieme a li brìndisi a li cuiuàddi nói (memorabili quelli di Tinùcciu Trìnghiri) che, i’ lu gultàri di l’affìdu, durante il pranzo di matrimonio, si dedicavano agli sposi. Moriranno le “feste del lavoro”, intreccio di fatica e gioia conviviale: lu tundiddòggiu a brànu, la tosatura a fine primavera delle pecore, dove la mazzavvrìssa era il piatto forte; la triuléra a iltaddiàli, la trebbiatura estiva, quando a l’incùgna, per il raccolto, si mangiava trìgu còttu, minestra di grano preparata con i dovuti ingredienti; in attùgnu la vinninnéra, la vendemmia autunnale, dove il pranzo con maccarròni di càsa, pasta casereccia, spadroneggiava; lu pulchinàddu, infine, era l’evento che dava il benvenuto a lu giérru, all’inverno, quando s’ammazzava lu mannàli, maiale d’ingrasso, e il pranzo non poteva essere, chiaramente, che a base di maiale di cui si cucinava subito lu mattivvùzu,

le interiora, e il sangue dolcificato e raccolto nell’intestino crasso, lu culcùdhu. Testa e zampe si conservavano, invece, a fà la giraddìna, gelatina dolce ch’era la delizia del carnevale, assieme a li frisgióli, alle frittelle. A Pàlca d’Abbrìli, per Pasqua, v’erano li sippùlchi, i sepolcri quaresimali, li còsi bòni, i dolcini caserecci, lu còzzulu di l’óu, il nostro “uovo pasquale”, pane e uovo integro di gallina al forno, e si sacrificava l’agnello “adottato”, lu cassìnu, per il pranzo pasquale e per traguardare la pàla, l’ala scapolare, scrutandone i segni di futuri auspici. E che dire di lu fogaròni di Sàntu Giuànni, del falò di San Giovanni, sul quale i giovani si fazìani a cumpàri e cummàri, si consacravano compari e comari? Questi fatti, oggi, sembrano racconti da fiabe, invece sono avvenimenti che molti di noi hanno vissuto e che custodiscono nel cuore e nella mente; rappresentano ormai una pallida fotografia di ricordi delle

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nostre radici che vanno perdendosi come, peraltro, si va perdendo, nonostante i premurosi tentativi di tutela, il linguaggio della memoria che c’è stato tramandato, divenuto sempre più osteggiato, per la vergogna di parlarlo, e sacrificato nell’interesse di un italiano fai-da-te, meglio noto come italiànu pulchidhìnu. Dal 1961 La Muddizza farà parte del nuovo comune di Valledoria, traendo vantaggi di carattere pratico e anche di carattere politico. Saranno ancora anni di conquiste tecnologiche: l’illuminazione al neon della via principale (una novità per l’epoca) e, soprattutto, l’acqua nelle case; scompariranno la mitica funtanèlla e la benemerita bàlzza, abbeveratoio e lavatoio, mentre funtanédha e pùzzi di famìlia, altri nostri antichi cimeli, erano finiti nel dimenticatoio da parecchio tempo. Intanto, il moderno Bar El SueÚo, con biliardo, biliardino, flipper e juke-box, manderà in archivio il vecchio e decrepito buttighìnu delle carte e della dama. In quegli anni La Muddizza incoronerà perfino un sacerdote “suo” per davvero, Don Cesare Delogu, che tutti continuano a chiamare Cèsaru, a dimostrazione della confidenza e dell’affetto che, a suo modo, vuole tributargli la comunità, vista l’impossibilità di averlo come parroco; si fregerà inoltre di cinque Cavalieri di

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Vittorio Veneto (Anton Pietro Ara, Pietro e Salvatore Bianco, Giovanni e Antonio Francesco Dettori) e, infine, vedrà la propria squadra, la Palmas, vincitrice della Coppa Coghinas, nel campionato di calcio del 1967. Ora, nel cinquantenario della chiesa, arricchitasi negli anni novanta di un affresco di pregevole fattura del pittore Giovanni Cau, La Muddizza attende, forse, il “suo” campanile che, nella veste di nuovo crinale, consenta una riflessione sul trascorso e diventi faro illuminante d’un avvenire di benessere e di progresso, capace di recuperare, anche, un prezioso patrimonio di valori che rischiano di cadere nell’oblio per sempre.

Trebbiatura (1950). Inaugurazione della Chiesa di Nostra Signora di Fatima (1954).

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Palau. Frammenti di microstoria

Dalla locanda

all’albergo di Rino Cudoni

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riu di la bruttea da non l mio breve exconfondere con ziu Biriu cursus fra le attidi la luci). Fra i frequenta“ZIU BILIANU” AVEVA FORSE vità economiche che si tori della locanda c’è un ospite di GIÀ INTUITO CHE NEL PICCOsvilupparono nel nostro paese agli particolare riguardo, il vescovo di LO BORGO CHE ERA PALAU DI inizi del secolo appena trascorso Tempio Pausania Mons. Albino FINE OTTOCENTO, (PUNTO (tutte in gran parte legate al settoMorera che, negli itinerari delle DI PASSAGGIO OBBLIGATO re dei trasporti) si imbatte nei prisue visite pastorali include Palau FRA LA MADDALENA E L’ISOLA mi alloggi e nei piccoli punti di rialmeno una volta all’anno. MADRE) ACCANTO ALLA TRAstoro le cui insegne si intravedevaCon lo scopo di rendere più DIZIONALE OSPITALITÀ OFno nelle foto d’epoca. Sono le due confortevole la permanenza delFERTA NELLE CASE DI QUEI piccole trattorie sul molo di “zia l’illustre prelato nella sua casa, PASTORI–PROPRIETARI CHE Tirisina” e “ziu Jacu Piara”, la lo“ziu Bilianu” provvede anche alDAGLI STAZZI DELLA BASSA canda di “ziu Bilianu” e, successil’acquisto di una speciale poltroGALLURA SI ERANO TRASFERIvamente, l’albergo ristorante Sana da sistemare in camera da letTI IN PAESE, POTEVA ORMAI voia ideato e realizzato da Alfonso to. AFFERMARSI UN’ATTIVITÀ IMBarabino. Ma la spontaneità che lo renPRENDITORIALE. Il conosciutissimo “ziu Biliade tanto simpatico nelle sue manu” (Giuliano Pisciottu) è originifestazioni è certamente legata nario dello stazzo “La China”, in alla indimenticabile frase: “Eccelagro di Balaiana: si trasferisce nellenza, Eccellenza, questa volta ci la bassa Gallura dopo aver venduavete coglionato!!” (Eccellenza, to tutte le proprietà ereditate dai genitori. Questa scel- questa volta di avete gabbato!) che rivolge al Vescovo il ta radicale che avrebbe cambiato totalmente il resto del- giorno in cui, contrariamente al solito, arrivato a Palau, la sua vita, secondo il racconto di chi lo conosceva, è at- scende alla stazione principale mentre era atteso da un tribuibile ad una faida sviluppatasi nell’ambito della fa- folto gruppo di fedeli al Terminale Marittimo. Mons. miglia per motivi di confine delle proprietà ereditate. Morera, sorridente e quasi compiaciuto della battuta, lo L’editto delle chiudende doveva aver segnato, certa- attira verso di sé in un abbraccio di affettuoso saluto e mente, anche la vita nelle campagne della Gallura! gli mormora qualcosa all’orecchio. Forse nel chiedergli Nel 1878 “Bilianu” acquista dei terreni in zona “La perdono lo rassicura per il futuro “non Vi coglionerò Cuntredda” e ai lati dello stazzo “Scopa”. Non appagato mai più!” dalle attività legate alla campagna decide di realizzare nel Alfonso Barabino arriva “dal Continente”: era nato centro abitato una palazzina con quattro camere da af- a Bologna nel 1868 e a soli diciassette anni si arruola fittare a quanti dovessero sostare in paese; non disdegna nella Regia Marina; a La Maddalena conosce Corinna neppure di entrare nelle attività di trasporto e, ai primi Casali, la futura moglie, e con lei decide di vivere neldegli anni Trenta, acquista un’autovettura per il noleggio l’Isola. Affitta un piccolo appartamento in via XX Setdi rimessa; l’autista è Giovanni Maria Pisciottu (ziu Bi- tembre e, al piano terreno, apre un negozio di mercerie.

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Attraverso la famiglia Lantieri, con la quale sviluppa uno stretto legame di amicizia, ha occasione di entrare in contatto con gli eredi Garibaldi, in particolare con Donna Clelia, la figlia dell’Eroe, che vive a Caprera. Le continue passeggiate in calesse e le battute di caccia lo attraggono sempre di più nell’entroterra gallurese fino a convincerlo ad acquistare nel centro abitato di Palau un lotto di terreno adiacente alla via Nazionale, nella piazza a lato della Chiesa di S. Maria delle Grazie (rogito notaio Culiolo n° 7553 in La Maddalena, il 17/05/1918). Ormai innamorato del posto decide di abbandonare il negozio per dedicarsi alla costruzione di quello che noi ricordiamo come l’albergo Barabino, ma che in realtà si chiamava Albergo Ristorante Savoia, con oltre dieci camere da letto: abbastanza per le esigenze di quel tempo. Anch’egli, come “ziu Bilianu”, ha l’opportunità di ospitare clienti di alto rango fra i quali i conti Calvi di Bergolo, imparentati con la famiglia reale. L’intera struttura è requisita nel corso degli eventi bellici della seconda guerra mondiale per essere adibita a foresteria per la sistemazione logistica di alti ufficiali della Marina e dell’Esercito; la sala ristorante, la sua sicurezza e riservatezza, diventa spesso luogo di riunione degli Stati Maggiori che qui discutono ed elaborano piani di guerra e strategie difensive in caso di attacco nemico.

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Alfonso Barabino in compagnia di alcuni familiari davanti all’albergo Savoia.

L’albergo può riprendere a funzionare dopo l’armistizio e rimarrà attivo fino alla scomparsa del titolare avvenuta nel 1950. Dai nostri genitori, più inclini ai riti della campagna che a quelli del mare, abbiamo spesso sentito raccontare dello “stravagante Barabino” come uno dei pochissimi, forse l’unico che, da buon marinaio, era solito fare il bagno in mare in tutte le giornate di sole, anche durante i mesi invernali. Da ragazzi, infatti, tutte le volte che osavamo fare altrettanto, nelle puntuali filippiche, ci sentivamo ripetere “c’è turratu Barabinu chi si faci lu bagnu di arru!” (state imitando Barabino che fa il bagno d’inverno). Intorno a questi piacevoli e nostalgici ricordi un gruppo di amici, durante le consuete passeggiate serali sulla via Nazionale ai primi degli anni’60, innestava le sue riflessioni sulla nuova realtà che si delineava a piccoli passi trasformando il vecchio borgo e anticipando le profonde mutazioni che a breve avrebbero investito la

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Giuliano Pisciottu, “ziu Bilianu”, in una foto di famiglia.

nostra comunità. Ormai le coste della Gallura , con la trasparenza del suo mare e i contorni delle granitiche scogliere, costituiscono motivo di particolare attrazione per gruppi di agguerriti operatori economici italiani e stranieri che dispongono di consistenti risorse finanziarie e mostrano un forte interesse ad investire nel settore turistico-immobiliare: Il conte Rafael di Neville ha già acquistato a punta Sardegna, immediatamente seguito dall’Anglo Italiana di Mr. Da Ponte; altri imprenditori torinesi, guidati da Barbero, rilevano dalla famiglia Fresi le aree intorno alle spiagge della Galatea e di Punta Nera, subito infelicemente ribattezzate “Acapulco” e “Baia Saraceno”. Intanto, l’insegna luminosa “Da Graziano” ci invitava a proseguire le nostre dissertazioni a tavola; la sala è ampia e confortevole, abilmente curata nei pur semplici particolari: le pareti rivestite di stuoie, le lampade a muro che intervallano piccole nature morte, i tavoli ricoperti da tovaglie quadrettate richiamano la tradizionale osteria di provincia; nulla è rimasto della vecchia autorimessa di “ziu Biriu di la luci”. La cucina sistemata dietro

un’ampia vetrata emana piacevoli odori di gustose pietanze in fase di preparazione. Alcuni avventori, seduti a poca distanza, ci fanno capire con sorrisi e cenni di assenso scambiati con il cameriere che il menù si presenta di ottima qualità. “Ha dittu Grazianu di piddà lu ziminu” (Graziano consiglia la zuppa di pesce) ci suggerisce il medesimo cameriere che nel frattempo si era avvicinato al nostro tavolo. La sala è ormai colma, gruppi di avventori, alcuni giunti dai recenti insediamenti in costa Smeralda, non volendo rinunciare alle succulente pietanze di Graziano si prenotano, assicurando di ritornare più tardi, fra un’ora o due. Scopriremo successivamente che il giovane accomodatosi in compagnia di due splendide ragazze altri non era che il figlio dell’armatore greco Aristotele Onassis mentre, dall’altro lato, avevamo intravisto un attore conosciutissimo: Renato Salvatori. La presenza a Palau di noti personaggi del mondo finanziario rianima la conversazione che verte ora sulla lungimiranza necessaria ai nostri operatori che dovevano essere e sentirsi protagonisti attivi dello sviluppo dell’intera industria turistica del nostro territorio. Santa Teresa Gallura, il vicino borgo balneare situato dirimpetto alla Corsica, già disponeva di strutture ricettive articolate in una quindicina di recentissimi alberghi, alcuni di proprietà di piccoli imprenditori locali, altri costruiti da operatori “forestieri”, come il Moresco di Allasio. Palau avrà a breve un altro ristorante di qualità, sempre sulla via Nazionale, gestito dai Palaesi Franco Aversano e Salvatore Malu, mentre qualche piccolo e moderno alberghetto già assicurava la ricettività ai primi flussi turistici. Costruendo al centro del Paese su di una piccola rocca dalla quale veniva il nome “l’Hotel La Roccia”, ziu Pascali Bioddu” (zio Pasquale Ciboddo) aveva realizzato la sua costruzione, “innantu a lu muntigghiu di l’alga” (sul cucuzzolo che fungeva da discarica) sottolineavano le chiacchiere di paese, con quel pizzico di invidia da cui non vanno esenti le piccole comunità quando

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qualcuno del posto assume una nuova Nicolino Serra, “Niculinu”, prenditoriale di Giovannino Ciboddo al lavoro nel suo albergo. iniziativa. portò ad una sempre crescente domanda Nella realtà l’edificio sorge in una di posti letto che convince Paolino Cuzona relativamente alta da cui, oltre ad doni, un altro piccolo imprenditore pauna bella vista sull’arcipelago, è possibilaese, a realizzare un esiguo numero di le ammirare buona parte del panorama di Palau. Dopo camere con bagno da destinare al soddisfacimento delle poco tempo subentra nella proprietà il conte Soranzo, maggiori richieste del tour-operator olandese. Di fatto, già acquirente dell’Isuledda, e, a proposito, ricordo uno quello che nasce nel 1970 come dépendence del Vanna scambio di battute con “ziu Pascali”: “ ziu Pascà, eti fat- diventerà poi l’Hotel Piccada che oggi, dopo una adetu una cosa bedda e vill’aeti venduta!” (zio Pasquale, guata ristrutturazione dispone di oltre 140 posti letto avete realizzato un qualcosa di bello e poi l’avete ven- distribuiti tra l’albergo e semiresidenziale. Sono questi duta). Alla mia domanda risponde con un sorriso signi- gli anni in cui l’impetuoso sviluppo economico che traficativo: “L’agghiu fattu, ma forsi no è mestieri meu sformerà definitivamente l’Italia da Paese agricolo in chissu di fa l’albergadori!; dapoi, comu focciu a punim- grande paese industriale, provocando un innalzamento mi in concorrenza in famiglia cun me nipoti Giovanni- del tenore di vita, modifica le abitudini e i costumi denu?” gli italiani. Così l’Hotel Piccada, esclusivamente a con(l’ho realizzato ma forse il mestiere di albergatore duzione familiare, sarà frequentato negli anni settanta, non mi si addice; inoltre come posso fare concorrenza nel periodo di alta stagione, da gruppi di intere famiglie in famiglia a mio nipote Giovannino?) Giovannino Ci- che, venute in Sardegna dal “Continente”, trascorreranboddo aveva infatti costruito in quegli anni, nel verde no in albergo anche un intero mese di vacanza. della collina di Baragge, l’Excelsior Vanna; l’albergo è Negli anni Ottanta sarà l’insediamento della Base frequentato prevalentemente da una clientela di vacan- USA a La Maddalena, con l’arrivo di un cospicuo conzieri provenienti dall’Olanda, collegata in quegli anni tingente militare, a provocare una nuova richiesta di aldalla primavera all’autunno con voli charter sull’aero- loggi negli alberghi prima che in case di privati. L’Hoporto di Alghero. L’arrivo delle Olandesi, le longilinee tel Piccada diverrà allora punto di riferimento per una bionde fanciulle assetate di sole, turba i sonni dei gio- clientela d’oltre Oceano e sarà per questo, subito idenvani del paese, spingendoli a gareggiare per accattivarsi tificato come “l’albergu di l’Americani”. la considerazione e la confidenza dell’ormai popolarissiL’Hotel Serra, “l’albergu di Niculinu” per gli amici, mo Giovanninu a cui chiedevano un facile “lasciapassa- nasce nello stesso periodo sulla via Nazionale, a pochisre” per l’ingresso in albergo… L’intraprendenza im- simi passi dalla palazzina che aveva funzionato da lo-

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Graziano Sotgiu, “Grazianu”, anni ’60. Giovannino Ciboddo “Giuanninu”, anni ’70. Pasquale Ciboddo, “Pascali Bioddu”, anni ’60.

canda ai tempi di “ziu Bilianu”. Mentre l’opera era in avanzata costruzione, parlandone con l’amico Nicolino, in una delle consuete passeggiate di fine serata, gli facevamo scherzosamente notare che aveva privato la Comunità dell’orto di “lu colciu ziu Fattacciu”, il vecchio ortolano che approvvigionava di verdure il paese, provocando un danno alla nostra economia. Egli, con orgoglio, si prodigava allora a spiegarci, con dovizia di particolari, la posizione delle camere da letto, delle zone comuni, dei servizi e, infine, l’ubicazione di un’ampia sala nel sottopiano, una sorta di tavernetta “undi podaremu fa calche cena e calche spuntinu” (dove potremo organizzare qualche cena o spuntino). …Siamo ormai al dessert quando Aida, la simpatica cognata di Graziano, sua indispensabile collaboratrice in cucina, si avvicina al tavolo per verificare se siamo soddisfatti della cena “Grazianu lu ho sapè e da chici a un pocu venarà iddu pa acciltassi di passona” ( Graziano vuole saperlo e fra qualche minuto verrà Lui stesso ad accertarsene) precisa mentre saluta e si allontana. I tavoli sono ormai vuoti quando Graziano, contento di trovarsi tra Palaesi, siede con noi. Gli facciamo notare che avrebbe dovuto iniziare quest’attività così creativa per Lui molto tempo prima; Egli aveva sperimentato come tanti altri giovani palaesi diverse attività, da quella di muratore all’impegno sindacale nella compagnia dei portuali ma mai neppure nei momenti più inquieti degli anni Cinquanta, ( quando il tasso di disoccupazione aveva raggiunto il massimo livello e sbarcare il lunario era divenuto l’assillo quotidiano per trop-

pe famiglie) Graziano aveva preso in considerazione la possibilità di emigrare a Nord, alla ricerca di una sistemazione più redditizia. “mancu mali chi no ti ni sei andatu ancora tu, Grazià, si no comu ariami fattu a magnà unu ziminu cussì bonu? ( per fortuna non sei andato via anche tu, come avremmo mai mangiato una zuppa di pesce così saporita?) gli diciamo nel chiedergli il solito caffè lungo e conto corto “Lu socu chi seti burrulendi, no v’è bisognu di vantammi tantu” (So che scherzate, non è il caso che mi vantiate tanto) rispondeva bonario e poi, con ironica preoccupazione: “Mamma mea, minn’era sminticatu, dumani è sabatu, in Madalena v’è ludienza e a ora di mezudì minn’arreani tutti l’avvocati cu lu Prettori: si no mi docu di fa a cilcà pesciu bonu dumani pal me è cundanna sigura!” (avevo dimenticato che domani, sabato, a La Maddalena in Pretura si tiene udienza e a pranzo arrivano tutti gli avvocati con il Pretore; se non mi do da fare alla ricerca di pesce fresco di qualità per me è sicura condanna!) La nostra Palau è ormai divenuta una cittadina a vocazione turistica; parlare delle strutture ricettive dell’oggi presuppone analisi complesse: I flussi turistici, i bisogni che alimentano il mercato, la sostenibilità del territorio sono tutte variabili che gli operatori del settore non possono ignorare; in queste righe si voleva soltanto ricordare la simpatia, la disponibilità, la carica umana che contraddistinse questi Palaesi precursori del nostro “Sistema Turistico”, doti che appaiono ancora importanti in una moderna logica dell’accoglienza.

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Ozieri. 130 anni fa, l’istituzione del Regio Deposito stalloni, da mezzo secolo Istituto Incremento Ippico della Sardegna

stalloni di Diego Satta foto di Bruno De Lorenzo

La cavalla “Cima de Monte Longu” allevatore Angelo Piras, cavaliere G. Luca Cambaradu.

&campioni

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Chilivani, anni ’30, arrivo solitario. (Archivio I.I.I.).

L’ISTITUZIONE DEL REGIO DEPOSITO STALLONI DI OZIERI VENNE DECRETATA NEL FEBBRAIO 1874 SOTTO FORMA DI SEZIONE STACCATA DEL DEPOSITO DI PISA, MA GIÀ DUE ANNI DOPO DIVENNE SEDE AUTONOMA. LO SCOPO PRIMARIO ERA QUELLO DI STIMOLARE E UNIFORMARE LA PRODUZIONE IPPICA DELLA SARDEGNA CHE VANTAVA UN’ANTICA TRADIZIONE DI ALLEVAMENTO DEL CAVALLO E DEL SUO IMPIEGO COME MEZZO DI TRASPORTO DI PERSONE E COSE E NEI LAVORI AGRO-PASTORALI OLTRECHÈ, PER ANTICA TRADIZIONE, NELLE FESTE E NELLE CORSE TRADIZIONALI. SU QUESTA ANTICA TRADIZIONE DI ALLEVAMENTO SI INTENDEVA BASARE LA PRODUZIONE DI BUONI CAVALLI PER I REGGIMENTI DI CAVALLERIA CHE COSTITUIVANO IL NERBO DELL’ESERCITO. DOPO SOLI DIECI ANNI DI ATTIVITÀ IL DEPOSITO CONTAVA BEN 35 STALLONI DAGLI INIZIALI 14 E ANDÒ MAN MANO ACCRESCENDO IL SUO PARCO DI RIPRODUTTORI SINO A CONTARE, NEGLI ANNI ’20 E ’30, UN EFFETTIVO DI 120/130 STALLONI IN SERVIZIO.

L’

importanza di un indirizzo allevatorio controllato fu subito dimostrata dai successi ottenuti nelle mostre equine di Sassari (1894), Torino (1898) e Macomer (1909) che misero in risalto la distinzione, la correttezza del modello, la buona taglia, la robustezza e la prestanza atletica dei cavalli sardi. Nel 1910 il Direttore del Deposito Capitano Eusebio Grattarola presentò al Ministero il suo progetto per l’istituzione delle stazioni ippiche selezionate che poté essere avviato soltanto nel 1915. Contestualmente venne istituito il libro genealogico del cavallo “sardo-arabo”. Esso si prefiggeva lo scopo di allevare un soggetto agile e resistente a fondo orientale, destinato agli usi bellici e metteva al bando lo stallone di purosangue inglese. Furono scelte le migliori seicento fattrici dell’isola e si crearono delle famiglie assegnandone trenta a ciascuno degli stalloni orientali importati dalla Mesopotamia, Siria, Egitto che divennero i cosiddetti “Arabi capi stipiti”. Abbajan Sharragh, Tamania U Kamsin, Uhaed U Arbain, Saba, Tisa, Rasoir ecc. furono gli artefici della nascita del “sardo-arabo”. Ma con l’apertura dell’ippodromo di Chilivani nel

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Ippodromo di Chilivani, corsa ad ostacoli. (Foto G. Manca).

1921, l’antica passione dei sardi per le corse al galoppo, divampò in maniera esuberante e quasi incontrollabile.Tanto che gli allevatori, sempre alla ricerca di maggiore velocità e resistenza, reclamarono la reintroduzione dello stallone purosangue. Quella che fu una vera e propria battaglia degli allevatori, dopo aspre polemiche e dibattiti, fu coronata dal successo soltanto nel 1937 con l’arrivo del purosangue Rigogolo. Si può affermare che il cavallo “anglo arabo sardo” ha avuto dignità di razza a partire da questo momento. Frattanto la selezione fatta dalla pista di Chilivani in circa vent’anni di attività aveva favorito l’utilizzo in razza dei migliori galoppatori – vincitori del Derby e delle altre corse più importanti – e delle migliori galoppatrici. Si era quindi andata amalgamando una base allevatoria, controllata oltretutto dai tecnici del Deposito nelle annuali rassegne di fattrici e puledri, che aveva tutte le carte in regola per un ulteriore salto di qualità in vista delle prove di fondo ed agonistiche in generale. Dopo gli eventi bellici, quasi a festeggiare il ritorno alla vita, la passione per le corse al galoppo riprese vigore nella palestra dell’ippodromo di Chilivani e nuove idee e progetti per l’incremento e il miglioramento della razza equina in Sardegna vennero lanciati. Negli anni ’50 e ’60 si accentua l’abbandono della produzione del cavallo come strumento di lavoro, per specializzarsi sempre più verso una selezione orientata all’impiego negli sport ippici (corse al galoppo e salto ostacoli). Significativo il reclutamento in Sardegna di ben 60 cavalli che vennero appositamente preparati per essere messi a disposizione degli atleti partecipanti alle gare di Pentatlon moderno delle Olimpiadi di Roma. A metà degli anni ’50, frattanto, il Deposito Stallo-

ni, istituzione andata in crisi con l’abbandono delle storiche strategie militari basate sull’impiego della cavalleria, era passato sotto il controllo della Regione Sarda diventando Istituto Incremento Ippico della Sardegna. Fu questa una lodevole scelta da parte della classe politica regionale, perché consenti all’allevamento sardo di guardare avanti e di ricercare nuove prospettive ed orizzonti al contrario degli altri Depositi che andarono progressivamente in decadenza sino ad estinguersi. In Sardegna si continuarono ad acquistare ottimi stalloni, soprattutto anglo arabi francesi e a selezionare il cavallo mediante le annuali rassegne che consentivano di premiare e incoraggiare i più attenti e appassionati allevatori. È del 1967 la delibera del Consiglio di Amministrazione, che sancisce la denominazione ufficiale dell’anglo-arabo-sardo, che diede poi luogo alla catalogazione di tutto il materiale iscritto nei libri di selezione e all’attribuzione della percentuale di sangue arabo. Il 28 maggio 1969 venne emanata la Legge Regionale n. 27 concernente lo Statuto dell’Ente strumentale della Regione Sardegna Istituto Incremento Ippico della Sardegna. Nuovo impulso e nuove risorse vengono dedicate da questo momento al comparto equino sardo che raggiunge i massimi livelli e ottiene prestigiosi risultati non solo nelle manifestazioni allevatorie regionali e nazionali ma anche, e soprattutto, nelle più importanti competizioni ippiche ed equestri come le corse al galoppo e i concorsi di salto ostacoli, in Italia e all’estero. Nomi come quello di Djambo de Nora che prese parte alle Olimpiadi del 1968 a Montreal, di Rohan Lechereo medaglia d’oro nel completo a squadre alle Olimpiadi di Mosca o di Argo de Villanova che fece parte dell’équipe italiana alle Olimpiadi di Los Angeles rimangono nella memoria di tutti gli appassionati. Negli anni ’80 e ’90 la pressione selettiva si è accentuata sotto l’incalzare della concorrenza. La leaderschip che il cavallo sardo aveva conquistato in Italia è stata attaccata e minacciata da allevatori avveduti e non privi di mezzi che hanno comprato all’estero le migliori fattrici e i migliori stalloni e in pochi anni hanno ottenuto dei

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Airone Biondo impegnato nel cross, cavalcato da Angela Bertoli.

prodotti di ottimo livello che hanno conteso ai cavalli nati e allevati in Sardegna i primi posti delle classifiche nazionali. Eppure i cavalli sardi continuano a primeggiare soprattutto nelle competizioni riservate ai giovani cavalli mettendosi in evidenza ogni anno nelle speciali classifiche nazionali. Soprattutto nella specialità del completo di equitazione nella quale sono ogni anno concentrati ai primi posti e numerosi entro i primi dieci in Italia. La generosità e la precocità dei nostri cavalli ne mette in evidenza l’ardore e la carica agonistica che li hanno fatti apprezzare anche ai Campionati del mondo dei giovani cavalli nei quali si sono particolarmente distinti S’Archittu, ormai stallone e Ulabai tuttora in competizione a livello di Gran Premio.. Sin dai primi anni ’90 vi è stata l’apertura alla produzione del sella, sperimentando così la validità dei patrimoni genetici custoditi dalle nostre più qualitative fattrici anglo arabe e aprendo una prospettiva di mercato ulteriore. Stalloni come Arpège du bois, il primo sella francese impiegato in via sperimentale, o come Alloro, Equus mon Amour o come Avenir S. Patrignano, sella olandese ormai unanimemente apprezzato, insieme ai sella belga Robine e Ksar Sitte danno lustro e competitività al “sella sardo” che sempre più prepotentemente si fa conoscere ed apprezzare nel panorama equestre nazionale. Accanto alla selezione del cavallo da ostacoli, da circa una ventina d’anni è stata curata particolarmente la “linea corsa”, dalla quale sono usciti ottimi galoppatori sempre più padroni del mercato italiano e sempre più competitivi anche a livello internazionale. Dal 1987 infatti gli anglo arabi sardi galoppatori si misurano ogni anno a Chilivani nel “Meeting Internazionale” ottenendo lusinghieri risultati al cospetto dei più forti anglo arabi francesi. Accettando il confronto internazionale, sempre sostenuto e finanziato dall’Istituto Incremento Ippico di Ozieri, l’anglo arabo sardo ha potuto mettere in mostra le proprie qualità conseguendo anche prestigiose vittorie in Francia con Ostenda, Vidoc e Vituliana e in Spagna con Alkatraz. Un altro merito dell’Istituto è stato quello di recuperare le più antiche origini di puro sangue arabo esi-

stenti nel suo allevamento di Foresta Burgos e di orientarle verso le corse al galoppo che da circa dodici anni si sono sviluppate moltissimo in Italia. Ben presto la qualità delle linee femminili unite a straordinari stalloni come Rubis de Carrere (campione d’Europa per tre anni consecutivi) e Veinard al Maury (più volte capolista in Italia), ha prodotto un miriade di vincitori che hanno giustamente messo in evidenza la qualità dell’arabo allevato in Sardegna. Naturalmente non sono tutte rose e fiori : se l’allevamento sardo può vantare tanti allori, non bisogna dimenticare che esso deve fronteggiare, da un decennio a questa parte, una forte concorrenza interna ed esterna. Il mercato inoltre, sempre molto sensibile alle mode e alle novità, richiede dei soggetti che abbiano particolari caratteristiche, basti pensare alle discipline più praticate quali le competizioni giovanili di equitazione, il trekking e il turismo equestre, per non parlare del fenomeno “endurance” che sta assorbendo l’interesse di molti praticanti dell’equitazione. Anche in questa specialità i cavalli sardi si sono fatti apprezzare vincendo da ultimo anche un titolo mondiale in Spagna con il soggetto Uruguay. Dunque si impone una ulteriore pressione selettiva per i cavalli destinati alle competizioni di massimo livello e l’applicazione di programmi di allevamento mirati alla produzione dei soggetti richiesti dal mercato. Questa è la sfida che l’allevamento sardo deve accettare se vuole continuare a rivestire un ruolo-guida nel panorama equestre nazionale. A cura del Dott. Diego SATTA Direttore generale dell’Istituto Incremento Ippico della Sardegna

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1984. Nasce la prima biblioteca rurale nelle campagne di Berchiddeddu

S’Abboju di Giovanni Casu

ARRIVARE A PUNTA ’E ISCALA CON LE GAMBE INDURITE E LA SONNOLENZA DELLA NOTTE TRASCORSA DIETRO IL GREGGE IN TRANSUMANZA AL PASSO DELL’ASINO STRACARICO DI PENTOLE, TEGAMI, PROVVISTE, CAPPOTTI E COPERTE E CINQUE AGNELLI NELLA BERTULA, NATI A MAZZINAIU. ARRIVARCI ALL’ALBA NELLA SETTIMANA DI NATALE GRAFFIATO DA UNA BREZZA DI TRAMONTANA NON COSÌ AGGRESSIVA MA SUFFICIENTE A INTORPIDIRE ORECCHIE E NASO, IL CIELO È TERSO, LIMPIDO APPENA USCITO DALL’ACQUERELLO DEL CREATORE. LE GAMBE AD UN TRATTO SI SCIOLGONO E LA DESTRA CORRE ALLA ZIZIA CALCATA SULLA FRONTE: GLI OCCHI SI ACCENDONO DELLA LUCE CHE FA CAPOLINO INCERTA DIETRO TAVOLARA DOVE CIELO E MARE SI PERDONO UNO NELL’ALTRO.

L

o sguardo dall’orizzonte plana con ali di corvo alla vallata sottostante sciolta nel verde pallido del primo sole: morbida nelle ondulazioni e curve femminee, punteggiata di aggregati di case bianche dai comignoli fumanti e su una costa a destra Santu Tomeu la chiesetta abbarbicata alle radici delle querce secolari. Siamo nella valle di Olevà, sette insediamenti Sos Coddos, Battista, Mamusi, Trainumoltu, Pedru Gaias, Su Carru, Sa Castanza e Berchiddeddu distaccato, un tempo frazioni dei Salti di Buddusò e dal ’58 aggregate al Comune di Olbia. È una terra abituata agli scambi, luogo di pausa, dove il gallurese, parlato a Berchiddeddu, convive senza contrasti con il logudorese, lingua dei sette centri sino a

Gianfranco Trudda. Sa Castanza. Come pure lu sumbreri, il cappello a falde larghe di Berchiddeddu non fa ombra alla zizìa. Dal ballo liscio si passa ai tenores: due culture a confronto, l’ovile e lo stazzo. Santu Tomeu ne è il centro religioso, Sa Castanza si è conquistata i meriti sul campo, è la sede di S’Abboju, biblioteca rurale e centro culturale, associazione e incubatore di idee, luogo di incontro e scambio e allo stesso tempo di proposte, ricca di un contesto ambientale affascinante e archivio storico di

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usi e costumi tradizionali sopravvissuti, ma non per molto, luogo di ricerca sul passato e proiezione verso il futuro. Si è trattato di vincere una scommessa contro le leggi della fisica per far diventare centrale il periferico, qui il luogo comune piccolo è bello trova la sua giustificazione. La storia comincia nel 1984 per iniziativa di Gianfranco Trudda, disposto alle scommesse impossibili, con la creazione della biblioteca rurale nella casa di famiglia, mettendo a disposizione del pubblico circa quattrocento libri e altre testimonianze del passato: storia, saggistica, poesie, foto, documenti inediti di tema rigorosamente sardo. Questo primo nucleo si arricchisce col tempo con una ricerca presso case editrici, autori, enti pubblici e privati, la disponibilità e generosità dei quali, sollecitati dalla “strana” iniziativa, permette di incrementare il patrimonio librario sino agli oltre duemila volumi attuali. Ma nel frattempo si è cambiata casa, per la generosità stavolta di Domenico Ledda che mette a disposizione della biblioteca un locale accogliente. Intanto, nel ’95, viene data veste giuridica all’iniziativa con la costituzione davanti al notaio Giuliani dell’Associazione Culturale S’Abboju. Primo e attuale presidente è Gianfranco Trudda, motore dell’iniziativa con sette pionieri che col tempo sono diventati sempre più numerosi. Abboju come luogo di incontro, di passaggio e accoglienza per Logudoro e Gallura in cui si offre disponibilità e ospitalità ricevendo in cambio contributi di presenze, idee ed esperienze. Qui il visitatore ha la possibilità di fermarsi, prendere respiro, come i pastori buddusoini e bittesi nella loro transumanza: un’opportunità per riscoprire il senso di sé tra libri e soprattutto foto ingiallite dalla patina del tempo che raccontano la cultura materiale che ha permeato quest’angolo di mondo nel secolo scorso con escursioni nell’Ottocento. E non manca, secondo tradizione, un bicchiere del vino generoso di queste parti, contorno naturale di una biblioteca in mezzo alla campagna che rurale ha voluto definirsi sin dalla nascita. Nelle intenzioni dei soci c’è l’idea di aprire le porte

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Il comitato di S’Abboju.

alle scuole del territorio, intessere relazioni con altre associazioni per scambi culturali, organizzare manifestazioni. La prima fu il convegno dedicato all’ “Autonomia materiale del contadino e del pastore nella vita quotidiana. Tra passato e presente” in cui Bachisio Bandinu sintetizza con efficacia che “siamo immessi nel villaggio globale, ma questa dimensione apolide spesso cancella e snatura quella locale. Quando ci si chiede se gli oggetti di riferimento dei giovani della vallata di Sa Castanza oggi differiscano poi tanto, nel gioco delle differenze e identificazioni, dai coetanei americani, tedeschi o continentali”. Vengono posti sul tappeto anche altri temi che rimarranno il cardine dell’attività di S’abboju nel corso degli anni: la lingua sarda come fonte necessaria di identità, l’importanza degli oggetti materiali dell’artigianato locale, il rapporto con la scuola, la riscoperta e conservazione dei canti popolari dell’isola per costruire un archivio, la nascita di una manifestazione di musica e ballo popolare, la valorizzazione di un archivio fotografico straordinario. Ma è la transumanza ad occupare un posto centrale a partire dal 1996. La data è solenne, come si addice agli eventi di rilievo, il 25 aprile del 1996, Sa die ‘e sa Sardigna. La cornice è Santu Tomeu. Gianfranco Trudda chiama a raccolta tutte le forze della campagna, a titolo individuale e organizzato, dai Coltivatori diretti alla Confederazione italiana allevatori. L’obbiettivo esplicito è favorire l’incontro tra interno e la costa, tra il mare di Terranova e l’economia pastorale dell’Altipiano di Buddusò. Una scultura di Pinuccio Derosas, in prossimità del riu Iscalàrinos suggella il patto in nome della transumanza. Nel convegno successivo a Santu Tomeu Umberto Cocco si soffermerà sulla transumanza come fenomeno tipico della pastorizia sarda che, dal centro dell’isola, preme sulle coste e addirittura salta il mare colonizzando vaste aree di Lazio, Toscana ed Umbria. Viene segnata una via che in un primo momento nasce

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Interno della biblioteca rurale.

dall’esigenza di salvaguardia del gregge e, col passare del tempo, diventa flusso umano che rompe l’isolamento dei paesi dell’interno e cambia la fisionomia di Olbia, meta dell’inurbamento. La predica in sardo di Don Ruju si salda con l’itinerario identitario sottolineando la valenza religiosa del fenomeno e la necessità di un recupero linguistico necessario per scoprire e consolidare le proprie radici. Le tavole sono apparecchiate sotto le querce, i pentoloni con le pecore, le cipolle e le patate, il sole o il vino rosso che infiamma: Sa Die ‘ sa Sardigna viene onorata con il ritorno autentico alla tradizione, nello stile di S’Abboju, con l’impronta datagli da Gianfranco Trudda. Nell’agosto del ’96 S’abboju mette in campo un’altra tessera della cultura gallurese dedicando una manifestazione allo Scottis cui accorrono i fisarmonicisti più celebri della tradizione popolare gallurese. Capire come lo Scottis sia stato introdotto nel nostra regione non è facile e la tradizione orale non è univoca. Comunque sia, provenga dal Nord Europa, dalla Scozia, dalla Corsica o dalla Toscana, costituisce una realtà significativa del folklore gallurese: nella manifestazione se ne è avuta una dimostrazione quando a fianco del gruppo folk di Olbia sono scesi in campo a ballarlo numerosi esponenti del pubblico. Per uno dell’interno non è facile associarlo alla tradizione diffusa nell’isola. Gli anni successivi, ai fisarmonicisti si aggiungono i Cordas e Cannas e la chitarra di Marino Derosas. Logudorese e gallurese si alternano e si mescolano come gli abitanti di questa vallata. Mario Cervo, a sua volta aggiunge un ennesimo tassello in questo percorso in un convegno alla fine del ’96 sulla “Cronistoria delle espressioni musicali in Sardegna: il suo discorso alterna parole a brani vocali e strumentali colti nella loro immediatezza, a casa, nella bettola o in piazza, dal ’48 ai giorni nostri: strumenti gracchianti e incisioni introvabili. Lorenzo Mariano, poeta estemporaneo gallurese, invece dà un saggio sulla

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crisi della improvvisazione poetica. A partire dal ’96 la festa della transumanza diventa un appuntamento canonico che però non ha niente di rituale. Ogni anno viene scelto un aspetto particolare della tradizione. “Transumanza e postale” è il tema del ‘97. L’argomento viene approfondito da Bachisio Bandinu che sottolinea l’importanza del postale per dei pastori che partivano con gli oggetti d’uso essenziali e che, per i loro rapporti con il paese, potevano contare solo su questo mezzo pubblico. Nella relazione successiva Umberto Cocco analizza l’importanza dei sentieri come luoghi della memoria. I sentieri della transumanza oggi si coprono di rovi, in parte sono fagocitati dalle strade. Non sarebbe fuori luogo pensare a un Progetto di rivitalizzazione, sull’esempio della Corsica, degli antichi percorsi, dando loro un significato in grado di attivare flussi di turismo alternativo ed ambientale, oltre che enogastronomico per la presenza nella valle di Olevà di numerose e valide aziende agrituristiche. La festa si conclude con l’inaugurazione della statua del pastore, in trachite, donata dal Comune di Buddusò,come pegno affettivo nei confronti di un’iniziativa che alla ricerca delle radici della valle di Olevà pone in risalto anche un pezzo importante della storia di Buddusò. L’opera proviene dalla scuola di Pinuccio Sciola e vi si colgono i segni di una mano che evidenzia le potenzialità della materia prima, la roccia che riproduce immagini di cui sono maestri il vento e la pioggia, la storia che tracima dai confini paesani per creare una comunità più vasta in grado di superare i municipalismi. L’anno si conclude in bellezza con l’incontro natalizio di Sa conca e l’invito di Gianfranco Trudda a scoprire il grande patrimonio naturalistico del territorio, da presentare come complemento necessario, insieme a cultura, archeologia, enogastronomia ed artigianato al turismo balneare. Il terzo anno della festa della transumanza, il ’98, vede come protagonista la donna del pastore. Nella riflessione tra passato e presente, Sa die ‘e sa Sardigna con i suoi referenti storici, la cacciata provvisoria dei Piemon-

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tesi nei moti del 1793-96 che non infiamma nessuno assume un sovrappiù di senso il tema dell’identità ritrovata del popolo sardo nelle poliedriche manifestazioni della vita quotidiana, a partire dai rapporti sociali e linguistici. Nel raccoglimento della chiesetta di Santu Tomeu Eugenia Tognotti presenta una relazione su “La donna dei pastori: ruolo femminile nella transumanza”. La donna con le sue fatiche, i riti quotidiani, le memorie, la responsabilità, in una società che separa ruolo e funzione solo in alcuni settori di pertinenza maschile e femminile e lascia una zona grigia in cui la donna collabora, avanza nella scala valori, diventa determinante. Come le donne che durante la transumanza rimangono in paese e si devono accollare il peso dell’educazione dei figli, dei rapporti burocratici, della scuola e dell’amministrazione del patrimonio familiare in totale solitudine e responsabilità. Un contributo particolare viene da Giuseppina Sanciu di Buddusò che ricostruisce l’esperienza delle donne del suo paese coinvolte nell’esperienza della transumanza verso la piana di Olbia. Al contrario di altri centri, le donne di Buddusò seguivano gli uomini nello svernamento. Sempre nel ’98 torna lo Scottis, ma manca l’ideatore e animatore, Mario Cervo, con lui S’Abboju perde un punto di riferimento sicuro, un uomo innamorato dell’espressione canora della Sardegna. Nel ’99 è la volta di “Il ruolo dei barracelli in Sardegna”. Una forma di polizia rurale e contemporaneamente di assicurazione del gregge, che sopravvive sino ai giorni nostri: uomini dell’ambiente pastorale e contadino che ben conoscono il territorio e anche gli abitanti della zona per prevenire una piaga diffusa in tutta la Sardegna, l’abigeato. Ma Gianfranco Trudda, non si accontenta dei risultati raggiunti, vorrebbe raccogliere la storia di tutti i paesi della Sardegna e fiducioso invia una richiesta in tal senso, benedetta dall’assessore regionale alla Cultura. Le risposte non corrispondono alle aspettative. I sindaci non saranno disponibili neanche per un’altra iniziativa importante: discutere con tutti i sindaci di lingua sarda: beghe di piccolo cabotaggio e interessi di bottega tagliano le gambe a una proposta di fondamentale importanza per la nostra identità. Ma siamo sicuri che il tempo lavori per noi sino a dare risposte soddisfacenti

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Bachisio Bandinu.

nell’applicazione della legge regionale 26/97 e della legge nazionale 482/99. Nel 2000 il tema affrontato nella festa della transumanza sembra marginale , “Il ruolo del ballo nelle migrazioni dei pastori”, in realtà riguarda il tempo dello svago e dei rapporti sociali con l’altro sesso: cominciano approcci e conoscenze nel campo delicato dei sentimenti. Non solo ballo ma rituale di gesti, occhiate, cose non dette che preludono a delusioni o pregunte decisive per la storia dei pastori e delle popolazioni galluresi: si esprimono modelli diversi di ballo, quello “civile” e lo Scottis (imparate a ballare o non troverete moglie!) da un lato e quello tradizionale dall’altro. Nel 2001 Sa Rujada di Pinuccio Canu interrompe il rito del convegno col racconto in versi di un’esperienza di transumanza vista attraverso gli occhi di un bambino: la memoria dipana versi in sardo nel ricordo di un viaggio legato alla transumanza del padre, rivissuto come una sorta di mito nella formazione umana dell’autore e dei fratelli. L’associazione è matura e nel 2000 si pone un quesito quanto mai impegnativo: può andare oltre il ruolo di contenitore sentimentale? Cresciuta senza finanziamenti e fuori dal circuito dei professionisti della cultura, apre le porte ai giovani, soprattutto locali: il futuro è nelle loro mani. Arriva Lilliu per un convegno ma pochi sindaci sono sensibili all’appello lanciato da Gianfranco Trudda, nonostante l’ambizione del tema:”Il paesaggio da bene culturale a risorsa economica”. Se il futuro della Sardegna è nel turismo, allora i suoi beni culturali e ambientali sono di vitale importanza, soprattutto per i paesi dell’interno. L’attività continua, anno dopo anno, perché ormai la festa della transumanza o la manifestazione dello Scottis sono entrate nella vita della gente del luogo e dei suoi numerosi estimatori, in modo non dissimile dalle feste patronali; per il futuro è necessario che le energie della gente della vallata di Olevà si trasformino in un moto di orgoglio e prendano in mano il destino della loro associazione. Gli altri soci resteranno sempre al loro fianco.

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8 maggio 1804. Diciotto pastori di Aggius si dividono le â&#x20AC;&#x153;cussorgieâ&#x20AC;? dei sette fratelli Stangoni

Dal passato al futuro di Gian Mario Garrucciu Foto e riproduzioni di Giacomo Carbini

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Donna alla fontana (anni ’60). La facciata rifatta della prima chiesa (anni ’50).

gius si dividono le cussorgie indivise dei sette fratelli Stangoni. Questa collocazione storica, questa prima pietra dell’identità locale porta con se un valore simbolico che trascende l’assetto formale di un pur importante atto amministrativo. Eppure, è emozionante individuare un punto nel tempo in cui la nostra storia inizia, ha una svolta, dove parte e prende forma una identità di luoghi e consuetudini che a quei luoghi sono legate, indissolubilmente. Puzzu di Multa, Li Mindi, Zilvara, La Sarra, Li Pinnetti di lu Riu, Suttanu, Lu Poltu Biancu, e tanti altri, sono nomi che hanno una loro epica familiare; potrebbero, per qualcuno, apparire superati, antichi, ma, personalmente, non condivido i facili cambi di nome delle località, la loro italianizzazione ad uso e consumo di una toponomastica più facile e alla moda. Trovo riduttivo e vagamente auto-colonialista rinunciare alla propria identità per venire meglio nei depliants e nella segnaletica turistica; si può essere italiani ed europei rimanendo tranquillamente e dignitosamente se stessi, ad iniziare dai luoghi che si abitano. Mi piace ricordare qui un breve capitolo di un libro di Marcello Fois, scrittore nuore1857 abitanti, distribuiti tra l’abitato di Badesi e le frazioni di La Tozza, Muntiggioni e Azzagulta, gli stessi di dieci anni fa, 4000 ettari di territorio comunale avuti in dote dal Comune di Aggius nel 1969, pochi se paragonati all’estensione del territorio comunale dei cugini di Trinità d’Agultu, molti se si considera un litorale di 8 chilometri, quando Viddalba, altra ex frazione di Aggius, non ha questa fortuna. Si può dire, dunque, che potevamo aver qualche migliaio di ettari in più, non si può invece dire cosa di questa ulteriore porzione di territorio avremmo fatto. 200 anni di “identità locale”, da quando cioè, come ricostruito da Don Gianni Satta, Parroco di Badesi, nel suo “La Bulgata di Badesi”, nel non troppo lontano 10 maggio 1804, “alle ore sei di sera” per atto di Salvatore Delrio Pubblico Notaio, 18 pastori di Ag-

Benvenuti nelle piazze e nel lungomare di Badesi Lâ&#x20AC;&#x2122;Estate a Badesi LUGLIO Sagre Manifestazioni folkloristiche Mostre Musica Balli

Pro Loco Badesi

AGOSTO Sagre Manifestazioni folkloristiche Mostre Musica Balli Gruppi Folk Piano Bar Cinema

Venerdi 13 Agosto Carnevale Estivo Sfilate, Musica, Frittelle, Coriandoli, Maschere etniche e medievali Per informazioni: Roberto Mazzei, Presidente Pro Loco 338 7317137

Foto di Giacomo Carbini

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Badesi, la squadra di calcio. Il calzolaio (anni ’30). Lezione all’aperto presso la “Madonnina” (anni ’60).

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La Festa degli alberi (anni ’60). Nella pagina seguente: La costruzione del lungomare (anni ’50). Famiglie nelle baracche (anni ’60). Cavalieri di Vittorio Veneto (anni ’70).

se, quindi nostro conterraneo, che in “Dura madre” a proposito dei luoghi dice: “I posti hanno un’anima. Noi lo sappiamo da tempo, da molto tempo… Da sempre. Lo sappiamo che dentro il cuore pulsante di un luogo risuona la voce delle acque e il murmure ventoso. Sappiamo che il respiro della terra produce messaggi, e lamenti, e rimproveri. Che i posti sono tavole imbandite, tavole senza padroni, dove gli affannati trovano cibo: basta piegarsi a raccoglierlo, basta piegarsi a seminarlo…Sappiamo che questo non è il mondo che volevamo, ma quello che abbiamo. La sua differenza la fa, altrochè se la fa. Perché da qualche parte qualche cosa si è rotto: a quelle tavole mangiano in pochi. E respira affannato, questo posto. E la sua anima è un cristallo incrinato. Questo lo sappiamo…” condivido molto di questi pensieri: se un gallurese è legato ai luoghi e all’identità, un nuorese non lo è certamente meno, anche se, come Fois, è trapiantato a Bologna. Badesi, dunque, compie quest’anno 200 anni, : il cambiamento, grande, è avvenuto e sta avvenendo sotto gli occhi di tutti i badesani: dai famosi fratelli Stangoni che la leggenda, forse più che la storia, fa arrivare dalla Corsica, oggi siamo evoluti in una generazione di operatori di varie attività, seguendo probabilmente l’istinto; qualcuno ha iniziato a fare cose diverse e gli altri hanno seguito. Chi ha inventato il turismo a Badesi? Forse Ziu Minniu Nieddu, primo Sindaco dell’autonomia, da poco scomparso, con il suo “albergo”, se vogliamo un prototipo di residence, a Li Junchi, la spiaggia grande di Badesi, e dove ai tempi, belli, delle

baracche, si celebrava la messa domenicale sulla pista da ballo, con la sabbia intorno. Ma, forse, il turismo l’ha inventato Zia Ziromma Minori, la prima pensione sulla spiaggia della provincia, forse. Turismo, dunque: un campeggio comunale, di breve esistenza e da molti anni non più in funzione; poi qualche albergo, poi i residences e quindi il turismo organizzato, che viene a Badesi perché Badesi vende il suo prodotto sul mercato, e lo vende bene, evidentemente, se le presenze sono in costante aumento anno dopo anno. Mi auguro che cio che porta il turista in vacanza a Badesi sia frutto di una scelta consapevole di andare in un posto “diverso” dagli altri, e allora coltiviamo questa diversità, non ci omologhiamo; e mi auguro, anche, che siano consapevoli la programmazione, gli investimenti e le scelte su “quale turismo” Badesi debba costruire. Voglio credere, e sperare anche, che questa e le successive generazioni di imprenditori sappiano conciliare lo sviluppo economico e la tutela dell’ambiente, la creazione di occupazione e il rispetto delle risorse non rinnovabili. Il turismo, dunque, oggi, e l’edilizia, e le attività artigianali e commerciali ad essi legate e da essi dipendenti. Ma cosa eravamo prima, di che cosa vivevamo insieme ai nostri genitori e ai nostri nonni? L’agricoltura prima di tutto, la monocultura del carciofo nella Bassa Valle del Coghinas, generazioni che si sono tramandate conoscenze e competenze, una consuetudine che oggi appare meno scontata.

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E poi la viticoltura, il vino di Badesi ben conosciuto per la sua forza ed il suo sapore, la breve meteora della Cantina Sociale Cooperativa “La Marina”; e poi il progressivo abbandono dei vigneti, il frazionamento delle proprietà, gli incentivi per gli espianti, la destinazione dei vigneti all’estrazione della sabbia. Qualcuno, oggi, sta ricominciando a fare viticultura, chi ha espiantato vorrebbe reimpiantare, il fabbisogno di prodotto in Sardegna è altissimo e il mercato promette molto bene. 200 anni, quindi; certo, i cambiamenti degli ultimi 25 stanno disegnando una comunità diversa, le cose viaggiano veloci, i badesani cambiano stili di vita, abitudini, prospettive. Recentemente, una pubblicazione dell’Istituto Scolastico Comprensivo di Badesi, “ I giovani, il fiume, il mare”, ha percorso con gli alunni e i docenti un viaggio tra geografia e memoria, un lavoro serio, appassionato, una testimonianza di identità fortemente voluta, volontà di ragazzi che non sembrano disposti a rinunciare a buon mercato all’appartenenza e all’identità, pur dimostrando grande modernità e apertura al nuovo. A proposito di memoria, mi sono sempre chiesto, e con me credo molti miei compaesani, perché, nel 1959, sia stato necessario demolire la vecchia chiesa per poter costruire quella attuale, consacrata al Sacro Cuore di Gesù; le poche informazioni che ho potuto raccogliere indicano nella mancanza di spazio per una chiesa la demolizione di quella vecchia: certamente non ho elementi per giudicare, ma è anche difficile pensare che a Badesi, nel 1959, non sia stato possibile individuare un altro sito per la chiesa.

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A parziale risarcimento della comunità per questa perdita, quest’anno ha visto la luce il nuovo sagrato della Chiesa, che ha forse ristabilito un pò di giustizia. Vari avvenimenti celebrano quest’anno il bicentenario, alcuni programmati, altri per felice coincidenza: la Croce Azzurra, l’associazione locale che garantisce soccorso sulle strade e nelle più svariate emergenze, tocca quest’anno i 20 anni di intensa, ininterrotta e preziosa attività, tanto da costituire parte integrante del sistema 118. Sono tante, a Badesi, le associazioni di volontariato, una risorsa che in molti settori contribuisce in modo importante alla coesione sociale, a dare tessuto connettivo e identità alla comunità locale. Badesi, paese a suo modo di frontiera, di confine, paese gallurese con molti legami con l’Anglona, con cui ha condiviso in questi anni molti percorsi di sviluppo. La collocazione amministrativa nella nuova provincia Gallura, o meglio OlbiaTempio, senza tagliare alcun ponte alle spalle, arricchisce le prospettive, di sviluppo comune con una area geografica diversa, quella gallurese, appunto. Come tutti i territori “di mezzo”, Badesi può avere più carte da giocare nella partita dello sviluppo, che deve essere certamente economico, ma anche sociale, culturale, che non faccia venir meno l’identità ma che, anzi, la rafforzi e la renda moderna e aperta.

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Buddusò. Luca Cubeddu

Un cantore classico di Tomaso Tuccone

Ricordo che queste sono B’idu bi l’azis su padre ballende nel collegio degli Scolopi a Temlunis e martis de carrasegare; due delle tante quartine, ma sopio e che molto probabilmente cun s’abitu pijadu anninnijende no quelle che mi sono rimaste abbia continuato gli studi a Rosu ballu a bolos faghiat andare. maggiormente impresse nella ma. Unu caddu de linna sun formende memoria, che trenta quarant’anGià dai 16 anni si divertiva mannu e altu cantu una muntagna; ni fa, spesse volte, nel corso di a comporre ottimi versi in linsubra rodas de ferru est caminende festeggiamenti sia pubblici che gua sarda logudorese. Frequentò pienas de fogu giughet sas intragnas privati, non avendo a disposiziol’Istituto delle Scuole Pie dove ne un’armonica oppure una fifu ordinato sacerdote. In seguito sarmonica, si cantavano per cainsegnò grammatica latina presdenzare il ritmo del ballo sardo so diversi istituti degli Scolopi buddusoino “su passu”. della provincia di Sassari: in questo periodo compose Quartine e ottave che sentivo spesso declamare ne- poesie dal contenuto sacro e profano di vario metro. gli anni della mia infanzia e giovinezza senza sapere chi Dopo alcuni anni, a causa del suo temperamento fosse l’autore ma, assorbendo involontariamente nella incostante ed insofferente ai regolamenti e al continuo memoria quei versi sia per la loro semplicità che per la contrasto con i suoi superiori, si ammalò di ipocondria loro musicalità. spasmodica, come si poteva rilevare dalla diagnosi scritIn seguito seppi che l’autore di quelle ottave e quar- ta nel novembre del 1798 dal suo medico ed amico Protine era il poeta di origini pattadesi Giovanni Pietro Cu- fessor Antonio Virdis. Il poeta chiede al Viceré e al Debeddu conosciuto come Padre Luca Cubeddu o Padre legato Apostolico di Sassari una licenza di tre anni da Solle. trascorrere fuori dal chiostro habitu vestendo. (Svestì le Pasquale Tola nel Dizionario biografico degli uo- lane dell’ ordine scolopio, e ritirossi alla sua patria in mini illustri di Sardegna scriveva che era nato a Patta- fortuna più misera di quella in cui ne era partito Tola: da il 6 aprile 1748, mentre Padre Pietro Martini in Bio- Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna grafia Sarda affermava che era nato il 20 marzo 1749. 1837. Il padre un modesto e povero pastore, vedendo che il fiOttenuto il permesso cominciò un’altra vita, dura e glio possedeva un’ intelligenza superiore alla media de- selvaggia tra i pastori dell’ altopiano di Buddusò e di dicise di farlo studiare, mandandolo all’età di 11 anni a verse zone del Nuorese. Qui per necessità di vita fu coSassari dove si distinse nello studio del latino, della stretto a custodire il bestiame di alcuni pastori che vivegrammatica e delle lettere umanistiche. vano in queste contrade: questo fu il periodo in cui Emanuele Scano nell’opuscolo Padre Luca Cubed- compose la maggior parte e le migliori opere della sua du nella vita e nell’ arte scriveva, era il 1892, che il poe- produzione poetica. Per molti anni sopravisse in queste ta apparteneva ad una famiglia di modesta agiatezza che contrade ed in particolare nella regione di Solle, tra i potè consentire al giovane Cubeddu di frequentare le territori di Buddusò e Bitti. I pastori del luogo lo chiascuole minori a Pattada e di poter proseguire gli studi mavano con l’ appellativo di Padre Solle. Un giorno ad

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un pastore che lo chiamò con questo soBuddusò anni ’30: gruppo zione, e per questo era chiamato , anche di “Figlie di Maria”. pranome rispose: A numene mi naro su chercu iscriptu. Padre Luca – a provegliu mi naran PaG. Antonio Campus, nel periodico dre Solle, – sos versos chi mi essin dae letterario sardo “Granelli d’oro”, così ucca – parent esser bettados a su moldescriveva le accoglienze che il poeta rile. ceveva nei luoghi ove soggiornava: “la Famosa è rimasta la colossale querfama solea sempre, ovunque egli si recia detta Su chercu de su liberu, ove Pacasse, precorrere la sua venuta, ed allora dre Luca, in un buco del tronco di questa era solito un numero grandissimo di pastori e di banditi accorremettere il suo breviario. Lo Spano in Emendamenti e va intorno a lui, tratti com’erano dal desiderio irresistiaggiunte all’itinerario di Alberto Lamarmora afferma- bile di vederlo e di udirlo. Quei fierissimi uomini, duva che questa fessura, nel tempo, era diventata una vera rante il suo canto, parevan come rapiti in estasi, e chiue propria capanna di metri 2,5 di diametro e di un’ al- si ad ogni altra impressione, ficcavano sereni e calmi e tezza di metri 2,25. Il tronco di questa quercia aveva colla fronte spianata dalle rughe, che il delitto e la venuna circonferenza di 11 metri, e l’ altezza di 7,25 metri. detta vi avevano solcate, i loro occhi sanguigni sul volI rami che si diramavano dal tronco erano 20 e sembra- to del poeta inspirato”. Emanuele Scano affermava che vano tanti alberi. Questi, intorno alla pianta, ricopriva- il poeta prima che improvvisasse, forse, per l’originale no un’area di circa 300 metri. Purtroppo questa quercia effetto dell’ispirazione, si sfregava con le mani la fronte, è scomparsa, sicuramente a causa dell’annuale dirada- gli si arruffavano i capelli, il sangue gli affluiva in gran mento a cui era sottoposta dai pastori del luogo per for- quantità al viso e gli occhi gli scintillavano come due nire frasche al bestiame e dai continui incendi che pe- purissimi diamanti. riodicamente attraversavano quei territori. In una delle tante visite che fece a Buddusò duranSempre il canonico Spano affermava che nella par- te il suo soggiorno a Solle conobbe una giovane del pote esterna del tronco si potevano leggere delle frasi. Si sto, Maria Fumu famosa per la sua bellezza e che gli diceva, inoltre, che il poeta vi avesse lasciato un’ iscri- ispirò questi versi:

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Sos chi t’hana famada pr’esser bella Istaia mirendemi unu die: Dai pustis chi miro in cara a tie Non mi paren bellas sas hermosas; Non nego chi non sian graziosas, Ma tue ses in tottu singolare. Chi bind’hat bellas non poto negare Però che tue no bind’hat manc’una. Si sas ateras sun chei sa luna Tue ses sole in mesu sas istellas. Il poeta oltre che soggiornare nell’ altipiano di Buddusò, trascorse una vita errabonda visitando tantissimi centri della provincia di Nuoro, di questi ricordo Dorgali, Sorgono, Bitti, Nuoro, Lodè. A Dorgali in una tranquilla e bellissima località vicino a Cala Luna curava il bestiame di un pastore dorgalese e si raccontava che ad una certa ora del giorno entrava in una grotta ove trascorreva qualche ora in preghiera. La grotta esiste ancora e viene chiamata “Sa rutta de padre Luca“. Narrano ancora gli anziani del paese che a Sorgono, ospite di un suo amico, un giorno, avendo colto tre rose da un rosaio che adornava il cortile della casa in cui era ospite, mentre le teneva in mano beandosi del loro gradevole odore, una fanciulla che in quel momento passava per strada gli chiese se poteva offrirgliele, di rimando il poeta le chiese come si chiamasse ed ella rispose, mi chiamo Rosa. Dopo un breve silenzio il poeta improvvisò questi versi: A tie ti naran Rosa E dimandas rosa trese Ma si tue Rosa sese Domandami atera cosa. A detta di diversi autori fra cui Emanuele Scano durante i tre anni di permesso il poeta fu perseguitato da numerosi detrattori che lo accusavano di aver ripudiato in pubblico la religione cattolica (apostasia), di esser causa di continui scandali e di essere un falsario; con queste false accuse fu denunciato all’ autorità ecclesiastica e civile. I suoi nemici, inoltre, gli aizzarono contro i suoi parenti più prossimi: al riguardo Emanuele Scano nell’opuscolo Padre Luca Cubeddu nella vita e nell’arte riportava una lettera inviata dai familiari al Provinciale delle Scuole Pie Edoardo Pintor di S. Stefano, che allegava ad una sua supplica che inviò all’ autorità e che qui ne riporto una parte: “Stanchi pur troppo d’acconsigliare, avvertire e correggere il nostro (pensato gran

Buddusò, donna con scialle. campione) P.P.L. Cubeddu di essa religione scolapina a por fine al suo malo agire e capriccioso vivere per salvezza dell’ anima sua, decoro del parentado e professata religione… adopri ogni diligenza e modo, anche implorando il braccio secolare a farlo contro sua voglia, ritirare il dominio di Vostra Paternità e regolamento della abbracciata religione; mentre non solamente siamo ripieni e svergognati degli affronti per il medesimo ricevuti, ma eziandio siamo d’ ora in ora aspettando meste notizie del suo fine per quanto siamo ben certi che in ogni luogo che per poco risiede altro non fa che seminar discordie ed infamie turbando la pace e la tranquillità dei medesimi”. Sempre lo Scano affermava che questa lettera fu suggerita e dettata sicuramente dal Pintor come si poteva rilevare dallo stile e dalle espressioni ivi riportate. Don Giovanni Battista Demelas nell’opuscolo La

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vita di Padre Luca Cubeddu affermava: “in tutta questa amalgama di sozzure, che erano già di dominio pubblico, venne edotto, un po’ in ritardo Padre Luca e tale dolorosa, impensata notizia fu una raffica violenta che gli dilaniò il cuore”. Il poeta lasciò la campagna e si recò a Buddusò presso il parroco di questo piccolo centro, l’arciprete Antonio Campus suo compaesano per confidarsi con lui e ricevere qualche consiglio. L’arciprete Campus gli consigliò di rientrare in convento prima della scadenza del permesso ottenuto per dimostrare l’inattendibilità delle chiacchiere messe in giro dai suoi detrattori. Lo Scano al riguardo scriveva che il Cubeddu seppe sventare ogni trama ordita contro di lui e sorridere ad ogni minaccia ed intimidazione trascorrendo imperturbato i tre anni della sua licenza. Di tutt’altro avviso a quanto detto sopra era Raimondo Carta Raspi che nella prefazione al volume Collezione poetica dialettale sarda. Luca Cubeddu, poesie. Scriveva: “Alcune brave persone di questo e del secolo scorso, che certo per non aver altro di meglio da fare, si dettero a razzolare nell’ameno campo della letteratura dialettale sarda, credettero necessario riabilitare il bollente poeta scolopio, attribuendo alle male arti del Padre Provinciale la cattiva fama che il Cubeddu si era creata. Con quale scopo così generosa impresa? Per accrescere forse al poeta rinomanza e popolarità, o per dargli un’ aureola di martirio e… poco ci manca, di santità? Ma no, no: il Cubeddu bisogna accettarlo così com’è, così come riteniamo debba aver vissuto, e cioè non da santo o da buon religioso, perché a far lo scolopio aveva anche poca inclinazione, ma da buon tempone, da gioviale religioso campagnolo, disposto a dimenticare i santi e le rigide norme dell’ordine e il noioso Padre Provinciale, per un’hermosa Elena, per un colmo bicchier di vino, per un’ allegra brigata, per il piacere di accapigliarsi coi poeti estemporanei che forse allora pullulavano anche più di oggi per le troppe fiere dell’isola”. Dopo tanti anni di vita errabonda padre Luca rientrò nel suo ordine monastico presso l’ istituto calasanziano di Cagliari. In questa nuova fase della sua vita riprese a scrivere, ma la vivezza e la spontaneità del verso sparirono. Morì ottantenne ad Oristano il 12 gennaio del 1829 presso l’istituto di San Vincenzo. Diversi letterati hanno elogiato oppure stroncato l’opera poetica di padre Luca, di questi ricordiamo: - Padre Martini che nell’opera “Biografia sarda” valuta il poeta come improvvisatore vernacolo scriveva: “In tal guisa giunse a dettare, stando sur un piede, versi non di spregevoli, non che a vincere la volgare schiera degli improvvisatori, onde tanto abbonda la Sardegna, anche fra i pastori ed i contadini, digiuni d’ogni

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sorta di sapere. Il pregio del poetare tanto più brillava in questo religioso, in quantochè vedevasi congiunto a molta istruzione nella storia sacra e profana e nella teologia morale, ed a singolare candidezza di costumi, umiltà, e tendenza al benefizio” . Il Martini, inoltre, scriveva che improvvisava versi con estrema facilità in logudorese, in ottava rima ed in altri generi di metro, e non rifiutava di confrontarsi con altri improvvisatori che superava grazie al suo bagaglio culturale ad alla sua superiore arte del poetare. - G. Siotto Pintor in “Storia letteraria di Sardegna vol. IV” definiva padre Luca il Pindaro della Sardegna affermando: “Estro ebbe quasi meraviglioso, e perciò grandi sono le sue immagini, forte l’espressione, alto il concetto, armonioso il canto, facile e naturale l’andamento del verso… Pochi scrissero con tanta purità quanto egli fece, e quello che è più stimabile, nel numero stragrande dei versi di quest’uomo, del quale niuno forse al mondo menò una vita più poetica, non havvi una sola composizione che nobile e altissima non sia”. Siotto Pintor conclude affermando che Cubeddu rimarrà, fra i poeti sardi, uno dei più eccellenti. - P. Tola nell’ opera “Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna” scriveva che la maggior parte delle poesie del Cubeddu erano scritte tutte in logudorese e: “sono pregevoli per lo stile raffinato che egli cercò di introdurre nel linguaggio poetico della Sardegna e per l’erudizione mitologica”. - Pietro Nurra, in “Antologia dialettale dei classici poeti sardi” scriveva: “Più che poeta fu valente improvvisatore… le sue poesie piene di reminiscenze mitologiche, calcate troppo servilmente sui modelli latini, mancano di sentimento e di originalità. Nurra conclude affermando che tra la vita rozza e le sue idee poetiche vi è uno stridente contrasto: pur fra deserte lande e macchioni, sulla nuda terra o nelle spelonche affumicate, egli canta sale dorate e triclini sontuosi, vezzi e grazie signorili, amori civettuoli e passioni svenevoli”. - Prunas Tola nell’ opera) “Il barone di Maltzan in Sardegna” (a cura di) scriveva che il Maltzan riguardo all’opera del Cubeddu affermava che: “La maggior parte delle sue poesie sono religioso-didascaliche, sono composte in ottave e si distinguono per la loro gran lunghezza. Una tratta la dottrina fondamentale di tutta la religione cristiana, un’ altra la disposizione dell’anima, la fragilità umana e così via. Che esse sieno noiose è innegabile, e quindi debbo porre in dubbio se furono mai imparate a memoria dalle persone del popolo”. A quanto detto dal Maltzan ribadiva Emanuele Scano affermando che se lo studioso tedesco avesse chiesto, nel Monteacuto, delle informazioni sulle poesie del Cubeddu, anche i bifolchi avrebbero gareggiato nel recitargliene a memoria di vario soggetto e metro. Lo Scano continuava affermando che i sardi avevano

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Buddusò. Di ritorno dalla festa.

tutt’altra opinione del poeta, nel quale ammiravano la dolcezza delle frasi, spontaneità, trasporto lirico, affetto, novità d’immagini, massima cura della lingua, eleganza ed armonia nel verso ed una grande nobiltà di idee che gli procurarono l’appellativo di Pindaro della Sardegna. Secondo lo Scano Padre Luca ebbe il favore popolare grazie alla lirica, che seppe insuperabilmente coltivare sotto ogni aspetto e in special modo cantando l’amore. Inoltre faceva sapere che il poeta aveva tradotto in sardo l’Iliade, l’Eneide e la Bibbia andati distrutti dopo la sua morte dai confratelli. Raimondo Carta Raspi nella prefazione a Collezione poetica dialettale sarda. Luca Cubedu. Poesie. Scriveva: “Avuto dalla natura freschezza e agilità d’improvvisatore, non seppe però sempre conservare la naturale semplicità ai suoi canti; a mano a mano che si addentrava negli studi classici, la musa paesana spontanea e originale faceva posto a quella letteraria riflessa e di imitazione. Nonostante questo il Carta Raspi affermava che le migliori poesie del Cubeddu erano quelle che rimasero immuni dalle mal digerite e confuse reminescenze storiche, dall’ inutile bagaglio di notizie e di nomi mitologici e biblici. La poesia del Cubeddu s’alternava, continua Carta Raspi, fra un verseggiare armonioso e cristallino e una grave e monotona andatura, fra una freschezza e un’ingenuità di concetti e un fastidioso arzigogolare arcadico, fra una briosa favola e una vanitosa sardizzazione del mondo greco, fra una vivace saltellante anacreontica (ode con strofe di versi brevi) e un’interminabile snervante predica.

Era nato con una vena ricca e freschissima per cantare, fra i monti di Pattada o randagio ma libero nell’ isola, la vita patriarcale della Sardegna e avrebbe certamente superato tutti gli altri poeti e il suo nome avrebbe varcato il breve confine della patria; l’influenza che subì dagli studi necessari al suo insegnamento e il rigido saio che indossò per volontà paterna o per necessità, gli offuscarono quel piccolo mondo che aveva intravisto giovinetto, che adulto più non seppe ridarci e artisticamente falsò”. Con l’avvicinarsi della vecchiaia ed il rientro in convento la vena poetica del Cubeddu s’inaridiva, il verso mancava di spontaneità e di freschezza, senza alcun dubbio le mancarono la vita libera, spensierata e indipendente, la solitudine dei boschi e dei campi, la compagnia dei pastori. “Altro tempo, quello: tempo della sua giovinezza,– affermava il Carta Raspi–; ed altro poeta, il poeta che noi tutti amiamo, il poeta veramente degno della gran fama che lo circonda”. In poche regioni d’Italia il sentimento per la poesia è stato sviluppato come nella popolazione della Sardegna e nessuna popolazione apprezzava e forse ancora apprezza ed onora i poeti estemporanei come il popolo sardo. Questo sentimento, questo amore per la poesia era diffuso in particolar modo fra i pastori, i contadini e gli artigiani dell’isola ed infatti, era fra questi che la popolarità del Cubeddu fu immensa in special modo nelle regioni del Monte Acuto e del Nuorese. Ancora oggi la sua fama, nonostante siano trascorsi circa 250 anni, è viva fra la popolazione della Sardegna ed ancora oggi si sentono declamare i versi delle sue poesie.

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Ricordo di Matteo Peru

Voce di Gallura di Maurizio Melis

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Roma, anni ’30. Durante la Scuola della Milizia per capi squadra addestratori pre e post militare. Da sinistra: zio Nanni Peru, zio Matteo Peru, mio nonno Salvatore Peru noto “Balori”.

Con questo mio scritto, voglio ricordare un uomo che, per tanto tempo ha dato lustro al paese di Aggius e agli Aggesi; alla Sardegna tutta, nel canto tradizionale sia sacro che profano. FACCIO MEMORIA! Con l’aiuto di Jacques Le Goff: “Ricordiamo che il concetto di memoria è un concetto cruciale. La memoria, come capacità di conservare determinate informazioni, delle quali l’uomo è in grado di attualizzare impressioni o informazioni passate. Il processo della memoria nell’uomo fa intervenire non soltanto l’approntamento di percorsi, ma altresì la rilettura dei ricordi. Allora riteniamo che l’atto del ricordo sia fondamentale al comportamento narrativo; quindi la memoria a alla sua base una funzione sociale poiché essa è una comunicazione di un’informazione fatta ad altri in mancanza dell’evento o dell’oggetto che né costituisce il motivo.” Riprendendo, chi è questo uomo ? E zio Matteo Peru. che ci ha laciato alla veneranda età di 89 anni, tutta una vita, dedicata alla famiglia, alle sue attività, la sua campagna e la sua vigna, ma soprattutto al canto che ha divulgato in tutte le parti d’Italia e dell’Europa. Lo conoscevo bene, grazie alla parentela che ci univa: mio bisnonno Giuseppe Andrea Peru noto come Gjaseppa Andria minori, per distinguerlo dal padre di zio Matteo Gjaseppa Andria mannu, erano cugini cioè fratili. Nei miei confronti è stato sempre cordiale, quando mi incontrava non mancava mai di salutarmi, sincerarsi della mia salute e parlare, raccontarmi tante storie. Ci si incontrava anche il sabato in occasione della messa vesper-

tina. Scherzosamente gli facevo il saluto romano che suscitava in lui buon umore e desiderio di conversare. L’ho incontrato per l’ultima volta nel periodo natalizio. Quando ho avuto notizia della sua morte, era sabato e, dopo la messa vespertina, sono andato con un amico a fare la visita e le condoglianze alla famiglia. L’ultima immagine impressa nella mia mente è quella di zio Matteo Peru, nel letto di morte. Era il sabato 9 gennaio 2004; come in un film ho rivissuto tutti i nostri incontri canori. Il giorno dopo, il funerale, una giornata di sole e di domenica, la santa messa cantata dal coro e la lettura di

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sue poesie poi cantate dal coro diretto da suo nipote. Vorrei citare tutte le volte che mi sono esibito con zio Matteo e il coro che lui dirigeva; coro voluto dalla pro-loco di Aggius. Le nostre prime esibizioni in pubblico, come primo banco di prova settimana santa 1987, riapertura della chiesa di Santa Croce maggio 1987, mostra del tappeto 1987, in occasione della trasmissione “Piccoli Fans” in diretta su Rai Due 1988, convegno avvocati a Palau 15 Maggio 1988, Cavalcata Sarda 22 Maggio 1988, Porto Cervo, Costa Smeralda in occasione di vari matrimoni 1988, in occasione del cinquantesimo della fondazione della Banda Musicale S.M.S Aggius, ogni anno alla Settimana Santa e relative feste Patronali 1987-1992, I° giornata del Granito Aggius 26 giugno 1988, nel Carnevale dell’anno 1988 effettuata registrazione da professori università Polacca di Etnomusicologia presso i locali della Pro-loco, Oliena per rappresentazioni canti Settimana Santa 1991, in occasione del centenario di Preti Migali Andria 1988. In questa occasione dopo il canto del coro, zio Matteo si esibì cantando l’ EX TRACTATU SANCTI AUGUSTINI SUPER PSALMOS, dal secondo notturno del mattutino del Venerdi Santo. Canto ormai scomparso dalla liturgia, per il cambiamento voluto dalla non felice riforma liturgica della Settimana Santa e la relativa scomparsa di tutto “l’ufficio delle Tenebre”. A Gallarate (Prov. di Milano) 1991, su invito di Silvano Muzzeddu. Estate 1991 a Poltu Quatu per una trasmissione televisiva nazionale. Ma l’apice delle nostre tournè le abbiamo avute nel 1991, precisamente Luglio 1991. Tre concerti a Parigi, per la manifestazione “Paris Quartier d’Etè”, organizzato dal ministero della cultura Francese e, sostenuto dal ministero del turismo e dello spettacolo italiano, durata tre giorni, 19, 20 e 21 Luglio 1991. Rappresentando canti religiosi della Settimana Santa e canti profani. Vedendo l’accorso di moltissime

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persone francesi e di altre nazionalità, ma più importante gli immigrati Sardi che vedendoci nella televisione francese, accorrevano per sentirci cantare e parlare con noi della Sardegna, giornate ricche di esperienze e di divertimento, anche zio Matteo col suo spirito giovanile scherzava con noi. Qualche volta l’ho abbiamo fatto arrabbiare, ma subito dimenticava tutto e si rincominciava. Venne anche la Rai a riprendere le nostre esibizioni e trasmetterci su Rai uno. Passammo tutto Giugno a prepararci sotto l’occhio vigile di Zio Matteo, ma anche di Prof. Luciano Biancareddu e Andreino Biancareddu, furono giorni di avventure meravigliose, io ero sempre con Zio Matteo. Devo anche ricordare i due presidenti della Pro-Loco di Aggius che dedicarono il loro impegno per la costituzione del coro: Benito Pisano e Angelo Sanna. Il Coro era così formato: Zio Matteo Peru Direttore Nicola Tola Trippi Antonio Peru Trippi Francesco Addis Bassu Salvatore Lutzu Contra Tonello Peru Contra Giovanni Matteo Bianco noto Giannetto Bozi Maurizio Melis Falzittu Giuseppe Masu e Pietro Fadda pur componenti del coro, non erano presenti a Parigi. Per un certo periodo era presente anche Angelo Addis Bozi e Trippi. Zio Matteo Peru calcò i palcoscenici e teatri di tutta Europa : Svezia, Danimarca, Inghilterra, Spagna, Belgio, Egitto. Non si può dimenticare un personaggio così importante che ha contribuito alla divulgazione della nostra cultura in tutto il mondo, oltre a trasmetterla alle nuove generazioni.

Tutto il gruppo sul ponte della Senna.

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La Gallura patria di famosi cantanti. Breve storia del grandissimo mezzosoprano Simionato-Truddaiu

Giulietta da Bortigiadas di Vanni Loriga (Le foto sono tratte dal libro per gentile concessione dell’Autore)

HO SEMPRE SENTITO DIRE CHE GIULIETTA SIMIONATO ABBIA SOLIDE RADICI SARDE MA AVEVO ANCHE PENSATO, COME MOLTI ALTRI, CHE SI TRATTASSE DI UNA DELLE TANTE LEGGENDE METROPOLITANE. CONOSCO INVECE ORA TUTTA LA VERITÀ E SONO RIUSCITO AD ARRIVARCI GRAZIE ALLA MIA PROFESSIONE DI GIORNALISTA SPORTIVO, SPECIALISTA IN SPORT OLIMPICI, CAPORUBRICA PER L’ATLETICA LEGGERA PRESSO IL CORRIERE DELLO SPORT PER OLTRE 25 ANNI.

“C

osa c’entra l’atletica con il melodramma?” si chiederanno gli attenti lettori dell’Almanacco Gallurese: ed invece è stata la mia ultrassessantennale frequentazione con lo sport a fornirmi la chiave per risolvere l’enigma. Gli appassionati di atletica sanno benissimo che il primato italiano della staffetta 4x100 fu stabilito ad Helsinki il 10 agosto 1983 con il tempo di 38’37: ora che scrivo queste righe, nella primavera del 2004, è ancora insuperato e pertanto vive da circa 21 anni. I componenti della squadra italiana, che in quella occasione si classificò seconda nei Campionati Mondiali, erano Stefano Tilli, Carlo Simionato, Pierfrancesco Pavoni e Pietro Menna. Carlo Simionato, che ad Helsinki disputò come Mennea anche la finale dei 200 metri, a precisa e casuale domanda dei giornalisti, rispose che la sua omini-

mia con il più famoso mezzosoprano del mondo derivava dal fatto che Giulietta fosse la sorella di suo nonno, che appunto si chiamava Carlo come lui. C’erano elementi sufficienti per fare un titoletto sul “nipote di Giulietta” ed il discorso per il momento si concluse. Ma recentemente il quartetto più veloce del mondo si è riunito a Roma per presentare l’ultimo libro dell’Onorevole Pietro Paolo Mennea (per chi non lo sapesse, la famosa “freccia del Sud” è parlamentare europeo e nel suo ideale biglietto da visita può ricordare tre lauree ed alcuni master alla Bocconi ed alla LUSIS). Considerato che Mennea era più interessante come velocista che come scrittore, abbiamo profittato dell’occasione per parlare di vicende galluresi. E così, con l’aiuto di Carlo e soprattutto del padre Olindo, abbiamo esattamente verificato la sardità dei Simionato. Infatti Giulia (cosÏ all’anagrafe) Simionato è nata a ForlÏ il 12 maggio 1910, terza figlia di Felice Simionato da Mirano (Venezia) e di Giovanna Maria Truddaiu Barroccu da Bortigiadas. La coppia aveva già due figli, Regina e Carlo nati entrambi a Tempio Pausania, rispettivamente il 15 maggio 1901 ed il 20 agosto 1903. In base ai ricordi di Olindo Simionato e sulla scorta di due biografie sulla cantante in suo possesso (la preziosissima opera del magistrato francese Jean Jacques Hanine Roussel e quella della giapponese Naomi Takeya Uchida) è stato facile ricostruire la storia di Giulietta. Felice Simionato, il padre di Giulietta, era l’ultimo di ventiquattro fratelli ed in famiglia avevano scelto per lui la carriera ecclesiastica. Frequentò il seminario di Venezia ma non se la sentÏ di pronunciare i voti, lasciò la vita ecclesiastica, si arruolò come guardia carceraria. Prestò servizio presso il Carcere giudiziario di Tempio

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Fedora Messico. Sotto: Giulietta Simionato all’età di 11 anni.

Pausania ma intanto intraprese gli studi in giurisprudenza. Dopo la laurea, vinto il necessario concorso, diventò Direttore dello stesso stabilimento. Il suo carattere era dolcissimo, ritenuto inadatto alla professione che svolgeva: ma la sua mitezza diventava vincente quando era incaricato di sedare sommosse e di ridurre all’ordine le proteste dei più duri fra i detenuti. Di tutt’altro carattere era invece la moglie, la già citata Giovanna Maria: severissima, educava i figli con estremo rigore. Più che le carezze, di cui pare fosse avarissima, usava un frustino “che adoperava senza economia sulle gambette dei propri bambini”. Comunque, quando Felice Simionato venne trasferito da Tempio a Forlì, Maria Giovanna era in attesa di Giulietta. La nuova sede non giovò alla salute della signora Truddaiu, perseguitata da una grave emicrania. Il male non fu esattamente diagnosticato ed il marito Felice ritenne che il clima natio potesse giovare alla moglie. Per cui chiese ed ottenne il ritorno a Tempio e fu preceduto dalla famiglia, con Giulietta di appena quaranta giorni. Così la futura cantante trascorse gli anni della sua fanciullezza in Gallura. Nelle gite con il nonno, visita-

va le terre dei Truddaiu alle pendici del Limbara ed a Caraddu; era brava a cavalcare Pariggeddu, un cavallino che proprio il nonno aveva regalato ai nipoti; si arrampicava sugli alberi e e nuotava nei fiumi dove non aveva nessun timore a giocare con le sanguisughe. Ma il comportamento troppo sventato di alcuni amici di gioco la indusse ad abbandonare il nuoto, così come fece anche con il salto in alto ed in lungo che praticava con molto piacere. Insomma, il bacillo dell’atletica già allignava in casa Simionato. Come quello del canto: Giulietta voleva imitare la sorella Regina, che però la rimproverava, giudicando troppo stridula la sua voce. Nel 1918, dopo otto di vita a Bortigiadas, il ritorno in Continente: Felice Simionato fu trasferito a Rovigo, dove Giulietta frequentò le scuole dell’Istituto Silvestri presso il Collegio delle Suore di Maria Bambina. Le furono impartite anche lezioni di pianoforte e le insegnanti si accorsero ben presto che la ragazza era dotata di grossa inclinazione al canto. Per meglio impostarla, racconta il citato Hanine-Roussel, “la istruirono ad aprire correttamente la bocca e dato che lei era abituata a cantare a denti stretti, come usano i vendemmiatori sardi, la obbligavano a stringere fra i molari un turac-

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La Simionato con Maria Callas e con Herbert Von Karajan.

ciolo di sughero, che per qualche tempo le procurÚ una dolorosa sensazione alla mandibola”. Segnalata la bambina prodigio al Maestro Guido Cremosini, direttore del Liceo Musicale Francesco Venezze, questi ne intuÏ le superbe qualità vocali e propose alla mamma Maria Giovanna Simionato di avviarla al canto. Perentorio il rifiuto: ìPiuttosto che fare di mia figlia una donna di teatro, l’ammazzo con le mie stesse mani!î Nel 1922 Maria Giovanna si ammalò di bronchite; dopo lunga degenza in cui rifiutÚ cure e medicine, venne a mancare il 31 maggio 1925. Il Maestro Cremosini tornò alla carica ma anche papà Felice, rispettando le volontà della moglie, oppose il suo rifiuto. Il momento di svolta si ebbe all’inzio dell’anno 1927. Per l’inaugurazione della stagione musicale del Dopolavoro di Rovigo mancava chi potesse coprire il

ruolo di protagonista in ìNina, no far la stupidaî di Arturo Rossato ed “Ostrega, che sbrego” di Arnaldo Fraccaroli. Finalmente ci fu il permesso paterno ed abbiamo quindi la data ufficiale del debutto di Giulietta Simionato: 14 maggio 1927, Teatro Sociale di Rovigo. Fu subito trionfo ed immediate le repliche. Particolare curioso: il 5 ottobre, sempre al Teatro Sociale, la ìsignorina Giulietta Simionato – svelava Gida, il recensore musicale della “Voce del Mattino” – è stata brava e garbatissima nella parte di Amalasunta e del tenore! Era successo che il tenore di “Ostrega, che sbrego!” fosse diventato improvvisamente afono e che Giulietta , dietro le quinte, cantasse per lui la romanza “Ecco ridente in cielo”. La carriera di Giulietta Simionato era praticamente cominciata: si affidò alle lezioni del Maestro Ettore Lucatello (che la ammonì: “Ti diranno che sei un soprano, ma non lasciarti ingannare: pur avendo una voce molto estesa, sei un mezzosoprano”); di Guido Palumbo; della maestra Tandura in Venezia. Un momento di svolta si ebbe nel 1933, quando la Simionato partecipò ad un corcorso di canto indetto a chiusura del Maggio Fiorentino. I concorrenti erano 385 di cui 18 mezzosoprani. La giuria, presieduta da Umberto Giordano, la proclamò vincitrice: ottenne una borsa di studio di 5000 lire. Ed un membro della Commissione giudicatrice, il famoso maestro Tullio Serafin, la segnalò alla Scala per una audizione: la sua vo-

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Giulietta Simionato nella sua casa di Milano. A 23 anni, dopo il concerto di Firenze. Nella pagina a fronte:

ce fu perÚ giudicata acerba ed immatura e venne invitata a ripresentarsi dopo due anni. In quei due anni Giulietta frequentÚ teatri italiani e stranieri (una volta a Malta fu costretta, nel Boris, a coprire nella stessa sera i ruoli di Teodoro, dell’ostessa e di Marina) e finalmente si ripresentò alla Scala per la definitiva audizione. Fu scritturata, anche se con un contratto capestro. Iniziò così un’attività sempre più frenetica che la portÚ ad esibirsi nei più famosi teatri del mondo, in una carriera che si esaurì dopo 52 anni di attività. Partita, come detto, il 14 maggio del 1927 al Sociale di Rovigo cantò l’ultima volta a Salisburgo il 27 agosto 1979 in un concerto in onore di Karl Bohm, diretto dai maestri Karajan, Bernstein e Levine. Ma la sua ultima vera apparizione era stata quella del 24 gennaio 1966 alla Scala nella “Clemenza di Tito”. Mi accorgo che, attingendo a piene mani alla sua biografia , mi sono inoltrato in un campo che non mi compete e che altri conoscono molto meglio di me. Posso solo dire che Giulietta Simionato è ancora viva e vegeta e che lo scorso anno una sua vicenda riempÏ le pagine dei rotocalchi. Ne parlò soprattutto la radio ed in una puntata de la “La barcaccia” su RAITRE fu intervistata dai conduttori Suozzo e Stinchelli. Ricordiamo che Enrico Stinchelli, nel suo prezioso libro “Le stelle della lirica”,

scrisse: “La morbida e duttile voce della Simionato, governata da una tecnica e da uno stile davvero sopraffini, potè prodursi in molte opere. Più che la potenza vocale fine a se stessa, si ammirò nella Simionato il senso della misura e l’estrema adattabilità a ogni genere vocale, sia esso belcanto o verismo. Un rigore ed una sicurezza tecnica che le consentirono di cantare ad altissimi livelli per oltre trent’anni”. Il fatto di cui tanto si parlò era il seguente: la signora Simionato, di anni 93 anche se lei aveva la civetteria di dichiararne 39, aveva improvvisamente lasciato la casa che divideva con le nipoti a Milano per trasferirsi a Roma, presso la famiglia Nardis. E perchè? Per seguire più da vicino un suo allievo, il tenore rossiniano Marcello Nardis di anni 26. Parlare di fuga di amore ci pare del tutto esagerato. Anche perchè nella vita di Giulietta non sono mancati veri amori di altro livello.Il suo

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secondo marito fu il famoso clinico Cesare Frugoni; il terzo l’industriale farmaceutico Florio De Angeli. Pettegolezzi a parte, ci piace chiudere la parentisi dedicata a Giulietta Simionato riportando quanto di lei disse la grande soprano Gilda Dalla Rizza: “Ci sono state tanti grandi cantanti ma pochi lasceranno un ricordo permanente nella storia della lirica. Nel gruppo degli interpreti che arrivarono dopo di me, metterei la Simionato all’inizio della lista e non la Callas”. Le radici galluresi di Giulietta Simionato ci inducono ora ad alcune considerazioni che non mi paiono del tuttto peregrine. Non possiamo dimenticare che altri famosi interpreti del bel canto erano di Tempio Pausania. Il 3 novembre del 1881 vi nacque Bernardo De

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Muro, operaio del sughero che nel 1902 si presentò senza alcuna credenziale a Santa Cecilia a Roma. Vinse a pieni voti il concorso di ammissione, diventò uno dei più bravi tenori del mondo. Non aveva paura di nessuno ed era molto schietto nel parlare: “Birraldinuî, com’era soprannominato, dopo una trionfale interpretazione a Buenos Aires, dichiarò spavaldo che ìse il teatro Coon non era crollato quella volta non sarebbe crollato mai più”. Ma la sua piazza preferita fu New York: i suoi cavalli di battaglia Trovatore, Aida, Carmen, Andrea Chenier. Il 1° agosto del 1895 era la volta di Giovanni Manurita (pare che originariamente il suo cognome fosse Manuritta), laureato in giurisprudenza, tenore di gra-

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Nel 1970 a Roma.

zia, che toccò vertici di altissima popolarità alla fine degli anni ‘30 quando donÚ la sua voce al Principe di ìBiancaneve ed i sette nani,î film della Walt Disney che nel 1935 aveva ricevuto il Premio Oscar. InterpretÚ parecchie pellicole dell’epoca, fra cui ìL’allegro tenoreî (1936); “Voce senza volto” (1938) e “Non ti conosco più” (1936 ) a fianco di Vittorio De Sica, Elsa Merlini ed Enrico Viarisio. Ma ricordarlo solo per l’attività cinematografica sarebbe limitativo: D’Annunzio lo aveva definito ìcantore alatoî. Il suo repertorio era eccezionale: e mio padre Ferdinando, assiduo frequentatore del Teatro Regio di Torino e che lo aveva conosciuto in guerra nella Sassari, giurava che fosse inimitabile nella Sonnambula. Coetaneo di De Muro fu anche Gavino Gabriel (Tempio, 15 agosto 1881 Roma 1981), grande studioso della musica e studioso appassionato delle tradizioni popolari . Sappiamo che questo Gabriel era più noto a

mio padre di quanto non lo sia ai nostri giovani il suo quasi omomino Peter Gabriel. Che da parte sua è londinese ma da anni vive ad Arzachena, anche lui gallurese per elezione e candidato alla cittadinanza onoraria, Non è il solo ad aver eletto la Gallura a seconda e definitiva patria. Come tutti sanno fu una scelta che un altro mito della canzone fece a suo tempo, Fabrizio De Andrè. Perchè si trasferì all’Agliata, nei pressi di Tempio? Lo raccontÚ lui stesso con le sue canzoni. “Quando arrivai in Sardegna – raccontava – mi innamorai sia della natura che della gente. In Sardegna le tensioni sociali esistono, ma sono temperate dal contatto diretto con la natura e da una profonda moralità che si estrinseca nel rispetto di alcuni valori fondamentali, come l’ospitalità”. Giudizio che non mutò neanche dopo aver subito il massimo torto del sequestro. In definitiva, come afferma ancora Dori Ghezzi, Fabrizio De Andrè “più che italiano si sentiva genovese o sardo”. Tornando a Gavino Gabriel tutti sanno che con il coro di Aggius effettuò nell’anno 1928 una tournèe nella Penisola. Ospite al Vittoriale del solito Gabriele d’Annunzio, il Vate fu entusiasta dei canti di questi armoniosi galluresi. Li definì i Galli di Gallura e rimase ammirato soprattutto di Salvatore Stangoni, detto “Balori Tundu” e da lui definito “il galletto di Gallura”. Proprio il nostro Almanacco ricorda una autografa invocazione del Poeta: “portatemi ad Aggius” e ch’io sia svegliato ogni alba dal “Gallo di Gallura”. Ed allora è facile concludere, come disse proprio Manurita, che da una parte la Gallura è il luogo dove bisogna “cercare le voci grezze da educare” e dall’altra è il sito della salute e della felicità, approdo per chi ricerca ispirazione e serenità. E da buon lurisinco non posso chiudere senza ricordare che uno dei più illustri poeti dialettali sardi, Pasquale Dessanay da Laconi (famosa la sua ode Sas campanas de Santa Maria), trascorse gli ultimi anni della sua vita, “quasi in fuga da Nuoro che era diventata per lui terra pericolosa” (Tonino Puddu). Per concludere, Gallura come rifugio del corpo e dello spirito.

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L’interprete ideale di Jean Mongrédien IL LIBRO

GIULIETTA SIMIONATO Come Cenerentola divenne regina Di Jean-Jacques Hanine Roussel (2° Edizione) Pagg.320 € 34,50 Azzali editore Per eventuali richieste tel.0521-232929

TUTTO, O QUASI, È STATO GIÀ DETTO MILLE VOLTE SUL POTERE MAGICO DELLA VOCE UMANA, CAPACE, PER RIPRENDERE LE PAROLE STESSE DI BALZAC, DI “COMMUOVERE COSÌ PROFONDAMENTE LA NOSTRA ANIMA”.

L’AUTORE Jean-Jacques Hanine Roussel, eccezionale personaggio, uomo di squisita sensibilità e di grande cultura. È dottore in Giurisprudenza dell’Università di Modena e Docteur d’Etat en Droit francaise dell’Università di Parigi. La sua passione per la lirica lo ha spinto a studiare canto nel 1980; canta in concerto nel 1986 e debutterà nell’Elisir d’Amore nell’agosto 1998. La biografia della Simionato (giunta alla seconda edizione) è il suo primo libro cui ne sono seguiti altri, tutte biografie. È stato anche promotore ed organizzatore di manifestazioni musicali di alto livello nella capitale francese cui spesso partecipa. È nato nel 1950.

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tuttavia, leggendo queste pagine, ci rimettiamo a sognare: tutta la critica è unanime nel vantare le doti eccezionali di una donna, il cui passaggio nel mondo artistico ha lasciato un’impronta indelebile. È infatti privilegio degli esseri di eccezione, troppo rari, quello di poter diffondere, generosamente e senza limiti, la felicità pura. Fortunata dunque Giulietta Simionato, messaggera inviata da un altro mondo –ma da quali Dei?– per far conoscere all’umanità quel “richiamo verso una gioia ultraterrena” che ha così profondamente impressionato Marcel Proust. Sempre desiderosa di perfezionarsi, dubitando di sè stessa, anche in pieno trionfo, questa artista dà una magnifica lezione di energia e di coraggio alle generazioni future. Si sentiva investita di un dovere che le imponeva la padronanza assoluta e costante di una tecnica perfettamente dominata, la sola atta a condurla verso le forme più perfette dell’arte. Nemica dello scandalo e della pubblicità troppo vistosa, che considerava non consona alla grandezza di una Diva, fu infatti, nel senso più perfetto del termine, l’interprete ideale: seppe tradurre agli uomini il linguaggio degli Dei. Aprite questo libro, frutto delle ricerche di un biografo appassionato fin dalle prime pagine, sarete immersi in uno dei più bei racconti di fate dei nostri tempi.

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Chiaramonti. Mario Unali e l’archeologia

Storia di una

passione

A CHI NON È MAI personaggio è proprio la CAPITATO DI CEDERE sua enorme disponibilità ALLA TENTAZIONE, a condividere con gli alSPESSO ANCHE tri il piacere della scoperMOLTO FREQUENTE, ta, a confrontare e discuDI DARE LA COSIDdi Mauro Tedde tere le sue tesi, ad assapoDETTA DRITTA AL rare insieme ad altri il PROPRIO FIGLIO CHE gusto delle esplorazioni e SI CONTORCE CERCANDO LO “SPUNTO”, L’ATTACCO O, COME LE dei ritrovamenti. Per farlo al meglio ha infatti aperto CHIAMANO LORO, LE IDEE, PER IL COMPITO IN un suo sito su internet dove immette ogni sua conoCLASSE DEL GIORNO DOPO. O DI COLLABORA- scenza, ogni sua scoperta, ogni sua ipotesi e persino RE CON LUI NELLA STESURA DELLA CLASSICA tante gustose curiosità e dove dialoga con quel mondo “RICERCA A CASA” RIASSAPORANDO COSÌ L’E- infinito di studiosi ed appassionati che vi naviga. VisiMOZIONE (E RACCOGLIENDO QUASI LA SFIDA) tare il sito di Mario Unali, che ha chiamato archeoloDI CIMENTARSI IN UN LAVORO ORA TANTO gosardos.it, è un po’ come visitare il suo piccolo studio, APPASSIONANTE MA CHE ALLORA, DA STUDEN- nella sua casa nel cuore del centro storico di ChiaraTE, CAUSAVA INVECE SOLO PATEMI D’ANIMO, monti, al cospetto dell’antica rocca medievale dei Doria. C’è praticamente di tutto. Ma solo apparentemenSMISURATE PAURE E PERENNI PERPLESSITÀ.

È nata così, grazie proprio ad un episodio di questo genere, la grande passione che ha portato in seguito Mario Unali, un eclettico e cordiale insegnante di scuola media di Chiaramonti, ad approfondire una sua personale ricerca su alcune importanti emergenze archeologiche del territorio chiaramontese che in pochi anni si è poi trasformata in un vero e proprio studio, di sorprendente ricchezza e completezza. Mario Unali, 55 anni, tre figli, insegna Educazione tecnica nella scuola media di Ploaghe. Appassionato di musica, di archeologia, di storia e di tutto ciò che può solleticare la sua inesauribile sete di sapere e la sua sensibilità, da anni si è letteralmente tuffato nella campagna chiaramontese alla ricerca di tutto quello che in qualche modo può testimoniare il passaggio dell’uomo in questa fetta di Sardegna, raccogliendo immagini, localizzando reperti e siti, in buona parte ancora sconosciuti e soprattutto documentando e catalogando tutto ciò che trova. Non c’è però nessun istinto maniacale in quello che Mario Unali fa anzi ciò che rende veramente amabile questo

te disposto in modo caotico. Ogni reperto, ogni immagine, ogni oggetto, ogni libro è li a raccontare e testimoniare qualcosa. E ovviamente anche Mario Unali racconta. È uno squisito affabulatore, di quelli che non riescono a nascondere l’entusiasmo ed il piacere che provano quando parlano di certi argomenti. “Il territorio di Chiaramonti riveste dal punto di vista storico e artistico una importanza di rilievo - spiega con piglio quasi accademico - perché raccoglie un’altissima concentrazione di siti archeologici, la maggior parte sconosciuta ai più, dalle numerose domus de janas ai nuraghi (se ne contano oltre un centinaio) dalle tombe dei giganti ai dolmen, dai menhirs alle necropoli romane e ai circoli megalitici. Purtroppo si deve rilevare lo stato di degrado e di abbandono della maggior parte dei siti, dovuto all’incuria delle istituzioni preposte alla loro conservazione o più semplicemente all’intervento grossolano dei vari operatori a seguito di lavori di miglioramento fondiario. Buona parte di essi presenta però un discreto grado di conservazione che potrebbe quanto meno essere mantenuto tale. Un popolo - sostiene Unali - ha piena coscienza di se e del proprio vissuto se conosce il territorio in cui vive, la propria storia attua-

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le e quella che lo ha proceduto. Ed è in funzione di questo che può progettare il proprio futuro e magari uno sviluppo sostenibile, il migliore possibile, dal punto di vista politico-sociale ed economico”. Il sito archeologosardos.it ( lo ha chiamato così perché funga quasi da specchietto per le allodole per i veri archeologi e, in effetti, come conferma lo stesso Unali, ne attira spesso l’interesse) è insomma una enorme, dettagliatissima e gradevole cartolina di Chiaramonti e del suo territorio. Oltre alle notizie sul paese e su quello che è il simbolo di questo antico centro, la rocca dei Doria, che qui viene comunemente definita il “castello di Chiaramonti”, vi si trovano ampie pagine dedicate ai nuraghi, alle tombe dei giganti, alle domus e alle chiese del territorio. Particolare attenzione l’auto-

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re riserva alla storia di Chiaramonti, al suo antico mulino a vento che sorge sulla collina di Codina Rasa ma anche ai personaggi e alle persone, agli avi, alle storie e leggende del posto e a quello che definisce amarcord. Grazie alla fotografia digitale tutto è copiosamente corredato con immagini spesso di grande qualità e gusto. Un lavoro che ha dell’incredibile e che solo una grande passione può produrre. Ma che non poteva passare inosservato. Il Comune di Chiaramonti ha infatti re-

a cura dell’Amministrazione Comunale

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Grafimedia 079395515

hiaramonti, con i suoi 2000 abitanti, è un borgo d’altura situato su un rilievo a 440 metri s.l.m., tra le valli del rio “Is Canneddu” e del rio “Alideru”. Il paese è sovrastato dall’imponente castello dei Doria costruito nel XIII sec., successivamente trasformato in chiesa parrocchiale nel 1600 (si distinguono ancora le cappelle e la torre campanaria ricavata dal mastio) e quindi definitivamente abbandonato. Dal promontorio su cui si erge, si gode un panorama esteso alla valle del Coghinas e ai monti della Gallura. Da segnalare in paese la parrocchiale di S. Matteo (1888) e la chiesa del Carmelo (1587), con altare maggiore ligneo e un grande dipinto raffigurante S. Agnese del sec. XVIII.

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centemente mostrato grande interesse per un progetto da lui realizzato e finalizzato ad un rilevamento sistematico dei siti archeologici in modo che tutti i soggetti interessati possano disporre di una mappa e quindi della dislocazione esatta sul territorio di questi siti. Grazie a questo lavoro si potrà conoscere il sito anche dal punto si vista storico indicandone il periodo di costruzione e le origini e persino dal punto di vista architettonico evidenziandone le finalità e la destinazione costruttiva. La mappa potrà fornire un supporto didattico alle scuole e alle biblioteche e più in generale mettere a disposizione dei cittadini di Chiaramonti e di tutti coloro che dovessero farne richiesta il materiale utile alla ricerca sotto l’aspetto storico, geografico e tecnico. Destinatario privilegiato, oltre al Comune, può essere anche la Comunità Montana n° 2, di cui Chiaramonti fa parte, che potrebbe disporre di un supporto tecnico e di una carta del territorio aggiornata per quanto riguarda i siti archeologici e storici consentendo la programmazione e l’attivazione di interventi mirati. Un’opera ponderosa costituita in pratica da circa 144 schede generali ed individuali (103 di queste riguardano altrettanti nuraghi) e la bellezza di oltre 606 foto. Ma il lavoro è ancora…in corso ed è suscettibile di ulteriori contributi e approfondimenti e soprattutto di nuove scoperte. Ad elencare questi numeri l’appassionato studioso chiaramontese quasi non crede a se stesso proprio per il fatto che questo studio, che lui insiste a definire un passatempo, è il frutto di poco più di cinque anni di lavoro. O meglio, di salutari momenti di relax trascorsi nei boschi della campagna chiaramontese esplorando alture, forre, piccoli anfratti, fiutando le presenze antiche dell’uomo e percependo ogni segnale che la natura ha lasciato ancora allo scoperto, quasi ad implorare aiuto. Proprio recentemente Mario Unali è quasi certo di aver ritrovato il sito dove sorgeva la chiesa di Santa Giusta di Magola. Probabilmente non tutti sanno, a Chiaramonti, che esistevano in questo territorio due chiese intitolate alla Vergine e Martire Santa Giusta. Una, molto conosciuta perché meta di pellegrinaggi da tutta l’Anglona, che sorge ad occidente e che è denominata anche Santa Giusta di Orria Pizzinna o anche Santa Giusta de S’Abba, che si festeggiava anticamente a settembre ed un’altra, Santa Giusta di Magola, di cui non resta praticamente niente, che sorgeva ad oriente e che si festeggiava a maggio. “Nonostante le ricerche fatte fra gli anziani del paese nessuno di loro, pur confermando l’esistenza delle due chiese ha saputo dare indicazioni per l’identificazione del territorio in cui sorgeva e tantomeno del sito. Delle ipotesi sono comunque sorte - spiega Mario Unali - e si è tentata una identificazione del luogo senza peraltro raggiungere alcuna conferma. Dopo diverse escursioni e seguendo alcune indicazioni di amici ho comunque rilevato in agro di

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Chiaramonti un reperto, che credo possa trattarsi di una acquasantiera, in quanto alla base presenta una sorta di colonna lunga qualche decina di centimetri. A qualche centinaio di metri, all’interno di un’azienda agricola, mi risulta esistano dei resti di una colonna dello stesso materiale e con le stesse caratteristiche che potrebbe essere proprio la parte mancante dell’acquasantiera. Inoltre a poca distanza si apprezzano, bene evidenti, le fondamenta di una costruzione che potrebbero essere proprio quelle della chiesa di Santa Giusta di Magola. Sparsi qua e la ancora dei cantoni lavorati, altri utilizzati per la costruzione di una casa colonica e di altri manufatti”. Nel medesimo sito inoltre sono state ritrovate delle monete e una misteriosa croce di un materiale che ricorda l’argento. Fra i tanti ritrovamenti fatti in questi anni molti potrebbero rappresentare realmente delle autentiche rarità. Come ad esempio un reperto che sembrerebbe un “idolo” di grosse dimensioni o la parte terminale di un betilo o di un menhir che si trova nei pressi della tomba dei giganti di “Su Caddalzu”. Il reperto presenta tre insoliti alloggiamenti che probabilmente contenevano altrettanti ex voto. Il nostro studioso non vuole però avventurarsi in ipotesi troppo rischiose e lascia ad altri la facoltà di esprimere le giuste interpretazioni ponendo però delle domande riguardo alla vera o presunta finalità di questo idolo nuragico piuttosto enigmatico. Invita chi ne ha interesse a cimentarsi in merito alla questione per fornire contributi alla discussione. “Resta il fatto - sostiene lo studioso - che l’inserimento del monolito all’interno del contesto in cui si trova è degno di seria considerazione e attenta lettura proprio trovando il collegamento con gli altri siti presenti”. Il misterioso manufatto si trova infatti in un luogo cioè dove emergono diverse tombe dei giganti, poco distante da un muro megalitico di oltre cento metri, apparentemente scollegato con i siti nuragici ma abbastanza vicini ad esso e ancora a poca di stanza da un’altra tomba dei giganti che però è totalmente diversa da altre conosciute tanto che sembrerebbe piuttosto un sito cerimoniale o iniziatorio. E ancora un’altra rappresentazione che richiama le corna taurine. Il tutto circondato ad una certa distanza dalla presenza di più nuraghi. “ Mi piace fantasticare – confessa sorridendo Mario Unali - e cimentarmi in ipotesi nell’attesa che possano essere suffragate da valide tesi”. P.S. La “ricerca a casa” del giovane figlio studente, Iuri, venne poi realizzata interamente dallo stesso e ovviamente fu molto apprezzata di suoi insegnanti. Il supporto di idee fornito dal genitore fu importante e gradito. Ma Iuri non avrebbe certo immaginato che quella normale richiesta di aiuto avrebbe scatenato in suo padre una così impetuosa passione per questa materia e, di conseguenza, un così profondo amore per il suo paese.

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Ricordo di Aldo Faconti, ingegnere lombardo innamorato di Tempio. A lui si deve la costruzione del ponte sul lago del Coghinas e del Teatro del Carmine a Tempio

Il professionista di Luigi Stazza

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ALDO FACONTI, AL SUO ARRIVO IN SARDEGNA, NEL SECONDO DECENNIO DEL SECOLO SCORSO, CAPÌ SUBITO CHE IL COMPITO CUI SI ACCINGEVA DOVEVA ESSERE IMPEGNATIVO NON SOLO SOTTO IL PROFILO PROFESSIONALE, MA ANCHE PERCHÉ ANDAVA SVOLTO, IN UN PERIODO STORICO DIFFICILISSIMO, IN UNA DELLE AREE PIÙ POVERE E DEPRESSE DELL’ISOLA. AVEVA COMPIUTO UN SALTO NON DA POCO; DA MILANO, DOVE ERA NATO NEL 1883 E DOVE AVEVA FREQUENTATO GLI STUDI LAUREANDOSI IN INGEGNERIA PRESSO L’ISTITUTO TECNICO SUPERIORE, POI DIVENTATO POLITECNICO MILANESE, AVEVA PENSATO DI TRASFERIRSI IN SARDEGNA INSIEME A QUELLA SCHIERA DI PROFESSIONISTI INCARICATI DI SEGUIRE I LAVORI DI COSTRUZIONE DELLA DIGA SUL FIUME TIRSO.

apeva che la permanenza sarebbe stata lunga e aveva portato con sé la famiglia. Ghilarza, il paese più vicino al cantiere di lavoro, a circa quattro chilometri, era povero ed isolato. Nelle case non vi era energia elettrica né acqua corrente. Si viveva al lume di candela; ogni abitazione, nel cortile interno, aveva il pozzo per l’approvvigionamento dell’acqua di consumo. A Ghilarza l’ing. Faconti aveva sistemato la moglie e le figlie; lui, per evitare gli spostamenti quotidiani, aveva preso alloggio vicino al cantiere, nei locali destinati a maestranze ed operai. Nel 1910 l’ing. Angelo Omodeo aveva progettato lo sbarramento nel medio corso del fiume Tirso, la diga di Santa Chiara d’Ula e la conseguente realizzazione di un lago artificiale, che da Lui prese il nome, appunto, di Omodeo, capace di una riserva d’acqua di 400 milioni di metri cubi. Si volevano creare le condizioni per la razionale irrigazione di uno dei territori più fertili della Sardegna, quello del comprensorio di Oristano – Arborea – Terralba, oltre che per un sistema di idropotabilizzazione e di produzione di energia elettrica da distribuire nella parte centro meridionale dell’ Isola. Si pensava anche di porre rimedio alle imprevedibili alluvioni provocate dal più ribelle e tempestoso fiume della Sardegna, il Tirso, che con le sue piene aveva causato, in passato, danni e distruzioni. È rimasta memorabile l’inondazione del 1862. Si era nel pieno dell’ inverno e, in seguito a piogge intense durate molti giorni, il fiume, ingrossato a dismisura, uscì dall’ alveo invadendo la città di Oristano. L’acqua aveva raggiunto, nell’abitato, l’altezza di oltre due metri, provocando

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molti morti tra la popolazione. I Ponte sul Tirso a Tadasuni. massacrante e a cottimo consisteva danni furono particolarmente gravi nel trasportare sul capo dal punto anche per l’ostruzione della foce di raccolta a quello di utilizzo, sacdel Tirso, causata dai detriti trachi di sabbia da 50 chili per un sportati da un forte maestrale che aveva impedito al- compenso di due lire al giorno. l’acqua di defluire. L’evento viene ricordato come “s’unLa conduzione dei lavori era complessa, anche in da manna” del 1862. virtù dell’elevato numero degli Operai che arrivarono Le cronache del tempo raccontano che anche otto fino a sedicimila. religiosi, rinchiusi in attesa di giudizio nella “prisoi de Dopo sei lunghi anni la diga di Santa Chiara fu ulMonsignori”, morirono annegati nelle celle. timata. L’inaugurazione avvenne nel 1924 alla presenza I lavori di costruzione della diga iniziarono nel del Re Vittorio Emanuele III. Si trattava dell’invaso più 1918, quando era ancora in corso il primo conflitto grande d’Europa. Oggi, a quella splendida opera d’inmondiale. Ad acuire i disagi contribuirono le epidemie gegneria, ne è stata affiancata una molto più grande, di febbre Spagnola e di malaria; Tutta la zona piena di realizzata a valle ed inaugurata nel 1999. Anche questa acquitrini era infestata dalle zanzare. Due delle figlie volta il bacino artificiale, capace di ottocento milioni di dell’ing. Faconti si ammalarono. Molte furono le vitti- metri cubi, è iscritto nel “Guinness” dei primati. me, soprattutto fra gli operai, fra queste la sorella di Nel 1924, quando si spostò in Gallura, l’ingegner Antonio Gramsci. Faconti possedeva una esperienza professionale resa anNon era facile reperire la manodopera necessaria cor più solida dall’aver seguito i lavori di costruzione di per i lavori poiché gli uomini validi erano al fronte. un’altra diga in Toscana e del ponte di Tadasuni. Si staIl primo nucleo di lavoratori fu costituito da quat- bilì a Tempio. Fu amore a prima vista. Nel capoluogo trocento prigionieri austriaci. A questi si aggiunsero gallurese, che si distingueva per tradizioni culturali, si presto molti giovani provenienti dal Veneto e dalla era fatto conoscere nella cerchia di imprenditori, proLombardia. L’occasione per una occupazione stabile era prietari terrieri, liberi professionisti che lo apprezzaroperò di vitale importanza anche per la popolazione lo- no per la sua professionalità. cale, viste le condizioni di generale indigenza. Gran In collaborazione con l’Ing. Perotto progettò e diparte della manovalanza era femminile, quel lavoro resse i lavori per la costruzione del ponte in cemento ar-

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mato sul lago del Coghinas. QueLa diga sul Coghinas in costruzione. per aver subìto l’esproprio di terrest’opera si era resa necessaria poini fertili sottratti al pascolo. Questa chè, con la formazione del lago arti- Il ponte sul Coghinas in costruzione. speranza era alimentata dal fatto ficiale, il vecchio ponte in pietra doche in ogni campata si notava una veva essere sommerso, interromfenditura trasversale che ai profani pendo la viabilità fra Tempio e faceva pensare ad un errore costrutOschiri. Il ponte “Diana”, sull’invaso artificiale del lago, tivo. Si trattava invece dei necessari giunti di dilatazione era una costruzione ardita. Destò stupore già in fase di poi sigillati e ricoperti dal manto carrabile. realizzazione e non pochi si mostravavo scettici e soIl collaudo avvenne nel 1925 di fronte ad un pubspettosi sulla sua stabilità. Molti speravano che la strut- blico numeroso, incuriosito e perplesso. tura cedesse, soprattutto coloro che nutrivano rancore Fu necessario utilizzare un potente mezzo mecca-

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L’ingegner Faconti a Tempio. La casa dell’ingegnere a Tempio.

A Tempio, in quegli anni, vi era un notevole fermento culturale. Era già famoso il grande tenore Bernardo De Muro e numerose arrivavano le notizie dei suoi successi nei più importanti Teatri del mondo; erano ormai famosi i tenori Giovanni Manurrita e Giovannino Corda, il soprano Delia Demartis, il musicologo Gavino Gabriel, il drammaturgo Nicolino Spano. nico che era servito per trainare un poderoso cannone durante la prima guerra mondiale. Si rintracciò uno dei due autisti sardi in grado di guidare il “Il Carromatto” , un certo Raimondo Azuni di Orotelli. Su un carrello furono caricati 400 quintali di sacchi di cemento, che venivano spostati lentamente, come carico dinamico, per tutta la lunghezza del ponte. Per dimostrare a tutti quanto fosse sicuro dei calcoli statici eseguiti, l’ing. Faconti aveva preso posto sotto l’arcata centrale insieme alla famiglia, e con il flessimetro appeso alle travi misurava le frecce di deformazione. La prova di collaudo fu positiva ed il ponte, a distanza di ottant’anni, gode ancora oggi ottima salute. Il lavoro di un ingegnere imponeva anche allora frequenti spostamenti e poiché i collegamenti pubblici erano carenti, l’ing. Faconti aveva deciso di acquistare un’automobile, una delle prime e delle poche che circolavano in quel periodo a Tempio, guidata da Efisio Murenu, suo autista personale. Nel 1926 costruì a Tempio la propria casa, a ridosso del viale della Fonte Nuova, allora estrema periferia dell’abitato cittadino. Un progetto così nuovo, stile Liberty, per una abitazione dovette destare non poco scalpore con l’uso del granito locale finemente lavorato in un contesto urbano austero com’era quello di Tempio dove tutte le case venivano realizzate in cantonetti a vista appena sbozzati. Il risultato finale piacque molto, soprattutto a quel gruppo di professionisti e imprenditori che, in quel periodo, programmavano la costruzione di un nuovo Teatro. Era rivolto proprio a loro il piano urbanistico da Lui realizzato, rimasto però sulla carta, che prevedeva la costruzione di dodici ville simili alla sua, immerse nel verde, nell’area ove oggi sorgono il tribunale, l’ospedale e l’Istituto Tecnico.

Si sentiva l’esigenza di un luogo idoneo ove programmare spettacoli teatrali, esibizioni canore e assecondare le tendenze e valorizzare le qualità di molti artisti. Nel 1928 il Comune di Tempio era amministrato dal Commissario prefettizio Cavalier Celestino Manca, una persona sensibile e capace che aveva a cuore le sorti e il prestigio del luogo. Si devono a lui, in quel periodo tra l’altro, l’impianto della pineta di San Lorenzo, allora “bosco del Littorio”, che oggi è il polmone verde della città ed il completamento dell’impianto di illuminazione pubblica. Fu proprio lui ad incoraggiare un gruppo di cittadini perché rilevassero la ex chiesa del Carmine, un edificio non più adibito al culto, per trasformarla in un teatro. L’ing. Faconti accettò l’incarico di progettare l’opera e dirigere i lavori; come compenso professionale propose di entrare a far parte della società come socio fondatore. La costruzione fu finan-

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Aldo Faconti. La casa dell’ingegnere a Tempio e via San Lorenzo, com’erano. Operai che parteciparono alla costruzione del ponte sul Coghinas.

ziata dai privati, né poteva essere diversamente, vista la limitata possibilità del Comune che, con il suo magro bilancio doveva risolvere ben altri primari bisogni. Gran parte della popolazione non vedeva di buon occhio che si demolisse una chiesa per farne un teatro. Da professionista esperto e sensibile l’ing. Faconti capì l’esigenza di coinvolgere i cittadini rendendoli partecipi di un così importante progetto ad essi destinato. Dopo averlo sviluppato consigliò di esporlo nelle vetrine del negozio dei fratelli Corda, prospiciente piazza del Municipio, dove rimase a lungo e dove tutti poterono vederlo e giudicarlo. Si trattò, insomma, di una sorta di consultazione popolare e non pochi che erano contrari divennero favorevoli. I lavori ebbero inizio nel mese di marzo del 1928 e furono ultimati in poco più di un anno. L’inaugurazione del Teatro del Carmine avvenne nel Luglio del 1929. Il tempo di esecuzione così rapido per una struttura così complessa, dimostra tra l’altro il grande impegno professionale e le capacità organizzative del suo progettista. Sempre a Tempio, L’ing. Faconti progettò e diresse la costruzione dell’orfanotrofio e dell’enopolio. Nel 1933 venuto a mancare il lavoro, fu costretto a spostarsi nelle vicina Corsica dove progettò strade e ponti nelle zone interne. Nel 1940 si recò in Albania per occuparsi della realizzazione di un acquedotto nei pressi del lago di Ocrida. Rientrò in Italia nel 1941 per dirigere i lavori della costruzione di una centrale idroelettrica sul fiume Livo a Gravedona dove la morte lo colse all’improvviso nel 1943, ponendo fine prematuramente ad una esistenza umana e professionale che aveva ancora molto da esprimere.

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Il “caso” Salvatore Satta

Scrittore post-mortem di Paolo Sanna

NEL BENE E NEL MALE, IN ITALIA E NEL MONDO, IL NOVECENTO NON È STATO CERTO PRIVO DI AVVENIMENTI STRAORDINARI O, QUANTOMENO, DI ACCADIMENTI CHE SONO STATI AL CENTRO DI UNA ATTENZIONE TUTTA PARTICOLARE DI ACCESE DISCUSSIONI: ORA PER L’EVIDENTE ED INELUDIBILE INTERESSE DELL’ARGOMENTO, ORA PER QUEI CONTRASTI PIÙ O MENO COMPRENSIBILI CHE IL CONFRONTO DI IDEE E OPINIONI, DIVERSE E MAGARI LONTANE, PORTA CON SÉ. FINO A FAR MONTARE VERI E PROPRI “CASI” CHE FINISCONO COL SEGNARE INDELEBILMENTE, DIREI QUASI “MARCHIARE” CON LETTERE DI FUOCO, UNA VICENDA, UNA STORIA, UN PERIODO, UN’EPOCA. ÈACCADUTO RIPETUTAMENTE IN TUTTI I CAMPI E LA LETTERATURA NON HA FATTO CERTO ECCEZIONE.

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ra i “casi” letterari più recenti e più clamorosi che il Novecento letterario ci ha consegnato vi è sicuramente quello di Salvatore Satta, un sardo di Nuoro (dove nacque da famiglia borghese il 2 agosto 1902), quindi conterraneo e concittadino del Premio Nobel 1926 Grazie Deledda, ma che, a differenza di questa, ha avuto la sua consacrazione letteraria soltanto post mortem, dopo la sua scomparsa avvenuta a Roma il 19 aprile del 1975. Il che accadde, occorre dirlo subito, un po’ perché Satta era –come dire?- esterno al mondo letterario inteso in senso stretto (essendo stato egli nella vita di tutti i giorni soprattutto un insigne giurista ed un apprezzatissimo

docente universitario di diritto processuale fallimentare), un po’ perché vittima di incomprensioni, riserve, ostilità e superficialità non sempre “innocenti”. Cosi Il giorno del giudizio, romanzo di Salvatore Satta giustamente definito autentico capolavoro non soltanto della letteratura italiana e che molti paragonano come “spessore” e come valenza a Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, è stato pubblicato soltanto nel 1977 dall’editore Cedam di Padova che l’anno successivo ne curò una seconda edizione. Non a caso, perché, nonostante l’assenza e la pressoché totale indifferenza della critica ufficiale (basti pensare che tutte le recensioni tranne una uscirono sui giornali sardi) il libro cominciò ad incontrare sempre più il favore dei lettori e suscitare il meritato interesse ed un crescente apprezzamento. Grazie, oltrechè alla Cedam, ad un filosofo (ma anche grande cultore di letteratura) come Francesco Mercadante, dell’Università di Roma, ed al direttore editoriale dell’Adelphi, Roberto Calasso, che nel 1979 ripubblicò Il giorno del giudizio in tirature sempre crescenti subito esaurite. Soltanto allora, quasi presa per mano e costretta dagli eventi (comprese alcune traduzioni di successo in varie lingue), la critica si accorse del bel libro di Salvatore Satta e cominciò a decantarne le indubbie qualità e i giusti meriti. Fino al punto che al romanzo fu assegnato il “Premio Com’isso 1979” quale “rivelazione letteraria dell’anno”. Per i familiari di Salvatore Satta una legittima soddisfazione, ma anche una beffa piuttosto amara, visto che il libro, peraltro rimasto incompiuto, era stato scritto dall’autore negli ultimi anni della sua vita (più precisamente tra il 1970 e il 1974) per poi fare i conti con l’ottusa indifferenza di alcune importanti

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casi editrici. Ed anche con la “miopia” di molti ed anche autorevoli “osservatori”, come ad esempio, un uomo di cultura di conclamato valore come Carlo Bo, che nel 1989 ha fatto pubblica ammenda (e questo gli fa onore) dolendosi di non aver saputo riconoscere per tempo il grande spessore letterario de Il giorno del giudizio”. Ma il “caso Satta” non è tutto qui. Tra il 1926 ed il 1928, infatti, sulla spinta di un dolorosa esperienza personale vissuta in sanatorio, Salvatore Satta, la cui vocazione letteraria era particolarmente forte e sentita (fors’anche di più di quella giuridica) scrisse il suo primo romanzo, La veranda anch’esso puntualmente snobbato da editori e critici (fu anche bocciato al Premio Viareggio-Sezione inediti, per di più in una sezione, quella del ’28 , in cui il premio non fu assegnato: “Non allineato con lo spirito del tempo” aveva sentenziato Benedetto Croce. Fino al punto di determinare nell’autore comprensibile, cocente delusione ed una profonda depressione mai risolte. Scomparso, ricomparso e poi nuovamente scomparso, il manoscritto de La veranda(rivisitato dall’autore negli anni successivi al 1928) è riemerso soltanto nel 1981. Subito pubblicato da Adelphi, il libro ha riscontrato un grande successo e tutti oggi ne riconoscono il grande valore tanto sotto il profilo della scrittura quanto dal punto di vista dell’impianto narrativo e del valore letterario. Non a caso è continuo oggetto di studio e di analisi, anche nelle scuole e nelle Università. Per non parlare di De Profundis, la terza (seconda in ordine di tempo) opera letteraria di Salvatore Satta, scritta tra il 1944 e il 1945, sull’onda emotiva determinata da una guerra perduta, una sanguinosa guerra civile e un tormentato passaggio dal ventennio fascista ad una democrazia appena modellata ed ancora tutta da perfezionare e rafforzare. Pubblicato nel 1948 dalla casa editrice Cedam, anche questo libro non ebbe subito grande fortuna e, per gradimento di critica e pubblico, si dovette attendere le edizioni Adelphi del 1989 e del 1993. Insomma, sempre e comunque un “risarcimento” tardivo per Salvatore Satta che, senza le “avversità letterarie” che ha incontrato sulla sua strada, sicuramente avrebbe potuto dare molto di più alla letteratura italiana e mondiale. E se è anche vero che, nonostante il limitato numero di opere prodotte, egli è entrato di diritto nell’Olimpo non solo nazionale degli scrittori, è anche vero che restano legittimamente il rimpianto e la rabbia per ciò che Satta-letterato e, di conseguenza, per la storia della letteratura poteva essere e, purtroppo, non è stato. “La scienza letteraria –ha detto di recente Francesco Mercadante in un convegno su Salvatore Satta svoltosi all’università di Sassari- ha compiuto il suo dovere nei confronti di Satta malvolentieri”. E Aldo Morace, ordinario di letteratura italiana nell’ateneo turritano, ha aggiun-

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to:”Venne bloccata alla sua prima tappa –con la dura determinazione dell’amante ferito- una carriera di scrittore, della quale è impossibile ipotizzare gli sviluppi futuri, ma che sicuramente non avrebbe visto Satta vegetare tra le figure do secondo piano del mondo letterario”. Il che bisogna dirlo, chiama in causa precise, indiscutibili responsabilità. Ad esempio quelle di una critica, ieri come oggi, troppo spesso inadeguata e disattente, quando non faziosa o schierata aprioristicamente o legata a “cordate” ed interessi non sempre squisitamente letterari: basti pensare alle gratuite accuse di fascismo ripetutamente rivolte (e fatte “pesare”) a Satta, prima di ammettere, ma è storia recente, di avere reso nei suoi confronti l’ennesima “cantonata” scambiando per reazionario ciò che per lui era semplicemente il frutto di una trasparente onestà intellettuale, di un profondo, radicato senso di libertà interiore, di lucido, assoluto sganciamento da ogni sorta di condizionamento, compreso quello politico. Il tutto “filtrato” da una fine ironia di fondo quando non da un tagliente sarcasmo più o meno dolorosamente incompresi. Ci sono poi le responsabilità delle case editrici, frequentemente sensibili (e questo vale non soltanto per il passato e per Salvatore Satta) più all’aspetto prettamente economico che a quello culturale del loro delicato ed importante lavoro. Capita così (come è stato per Satta, ma non soltanto per lui) che un pur valido manoscritto peregrini inutilmente da un editore all’altro senza che lo si stampi e lo si faccia conoscere, se non per l’intervento provvidenziale di qualcuno non sempre “addetto ai lavori” ma più semplicemente “persona che può” e, in quanto tale, in grado di trarre via dalla “palude” che l’imprigiona l’opera proposta. Il che accade evidentemente, anche a causa di un più articolato “sistema”, nel caso specifico quello italiano, che frequentemente non consente ad autori pur meritevoli di emergere, di farsi conoscere ed apprezzare per tempo, se non adeguatamente sostenuti e sponsorizzati o inseriti in circuiti per i più assolutamente “blindati” e inaccessibili. Fino al punto di dover parlare, a detta di qualcuno , di “cattiva coscienza di un sistema letterario i cui scrittori, anche quelli di grande livello, non trovano un editore se non –come è accaduto a Salvatore Satta- post mortem”. Non irrilevanti, inoltre, le responsabilità delle librerie, molte, anzi troppe delle quali sono ridotte ad inestricabili, confusi e confusionari, supermarket della scrittura, in cui finiscono per prevalere i soliti nomi e i soliti libri largamente pubblicizzati, ma non per questo necessariamente i migliori tra quelli in circolazione. A tutto svantaggio, evidentemente, di quanti, per un motivo o per l’altro, sfuggono a questa logica, chiaramente inaccessibile e perversa, non foss’altro perchè poco o nulla a che fare con l’obiettivo merito dell’autore e con il reale valore dell’opera letteraria. Per non parlare delle grandi responsabilità dei mezzi di in-

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Salvatore Satta.

formazione e della scuola, non sempre adeguatamente presenti ed attenti nel promuovere puntualmente le buone letture, una lettura degna di tal nome e più in generale tutto ciò che è vera cultura. E troppo spesso sotto lo sguardo, se non compiacente, indifferente o pilatesco delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche e private. Quando mori, di Salvatore Satta, si pianse soprattutto la perdita dell’uomo, del giurista e del docente universitario; non certamente quella di un grande scrittore. Quale invece poi, ad una più attenta e onesta lettura delle sue opere, si è universalmente rilevato (anche se non mancano tuttora le “resistenze”). Sino a farne giustamente, tanto per citare alcune delle definizioni che ne vengono date “un grandissimo scrittore, uno dei sommi” (Francesco Mercadante), “un autentico genio della scrittura e della letteratura” (Aldo Maria Morace), “paragonabile a Thomas Mann” (Marino Moretti), “con venature riconducibili a Dostoievski” (Giovanni Pirodda), “come Cecov” (Stefano Brugnolo), “un narratore onniscente e molto pirandelliano” (Giovanna Cerina), “uno scrittore che esprime quel senso di verità corrispondente al bisogno dell’anima” (Carlo Bo), “un autore che ci guarda dall’alto della sua inattualità” (Salvatore Mannuzzu), “Un uomo, un giurista ed uno scrittore il cui pensiero ha l’inattaccabilità dei metalli nobili” (Vanna Gazzola Stacchini). E nonostante ciò, come ha rilevato Ugo Collu, “non ancora valorizzato nella misura della sua grandezza e della sua forza”. Il che vale anche ed interamente per il Satta giornalista. Si, perchè Salvatore Satta è stato anche un pubblicista attento ed efficace, che non solo ha scritto molto su

pubblicazioni di carattere giuridico o comunque specialistiche, ma anche su quotidiani quali il “Gazzettino” di Venezia (dove è apparsa la stragrande maggioranza dei suoi articoli) e il “Tempo” di Roma. Ma, così, come è accaduto al Satta letterato, anche il Satta giornalista stenta ad essere riconosciuto per ciò che realmente è stato ed ha saputo esprimere. Non vi è dubbio alcuno, però che anche i contributi giornalistici di Salvatore Satta sono intrisi dello stesso “senso di verità e di bisogno dell’anima” che caratterizza la sua opera letteraria. Una parte della quale opera, quella più importante e più decantata (mi riferisco evidentemente a Il giorno del giudizio) non a caso è coeva e parallela all’attività pubblicistica dello scrittore nuorese, chiaramente e, lucidamente impegnato, anche sul fronte giornalistico, “nello svolgere la propria vita fino in fondo –si può leggere nel suo capolavoro letterario- fino al momento in cui si cala nella fossa”. Raccontandosi, come attraverso il narrare letterario o il fitto esercizio epistolare (quest’ultimo esercitato soprattutto con Bernardo Albanese, docente di diritto romano all’Università di Palermo), ma anche raccontando, comunicando, “porgendo” in chiave giornalistica. Per conoscere e far conoscere oltrechè conoscersi. Come dire, insomma –per dirla con le parole di uno studioso come Sandro Maxia- “la scrittura come morte, ma anche come vita”. Quasi a dispetto 8perchè anche se morto salvatore Satta vive e continuerà a vivere) di quanti, pur essendo tenuti a farlo, non l’hanno capito o voluto capire per tempo.

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Stefano Nurra, sommergibilista, ufficiale comandante, pittore e fotografo. Una vita sulla cresta dell’onda

Il grande navigatore di Maurizio Mannoni

IL MARE SA BADARE AI PROPRI FIGLI, SOLTANTO CON LUI RESPIRI L’ETERNO FLUIRE, L’ESPERIENZA MITICA DEL VIAGGIO; RAPISCE, L’IMMENSO NETTUNO, CON LE SUE ONDE CHE CORRONO, SI INFRANGONO, PER DIVENIRE ALLA RIVA, CALMA, PACE ASSOLUTA. SENSAZIONI SIMILI SI AFFACCIAVANO NELL’ANIMO DI STEFANO NURRA, QUANDO FINITA LA VITTORIOSA MA DOLOROSA GRANDE GUERRA, NEL 1919 ALL’ETÀ DI SEDICI ANNI, RIUSCENDO A CORONARE UN AUTENTICO SOGNO, VARCÒ LA SOGLIA DELLA REGIA ACCADEMIA NAVALE DI LIVORNO.

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ra nato ad Oristano, Stefano Nurra, e nella città arborense, sotto l’amorevole cura del nonno materno rimasto vedovo in età giovanile, aveva compiuto i primi studi scolastici. Primogenito di un avvocato, Attilio Nurra, e di Eva Loffredo, Stefano sino all’entrata in Accademia, trascorreva le sue giornate tra Oristano, Bono - paese d’origine del padre Attilio - e Tempio, città dove la famiglia della madre, vantava lontanissime origini parentali. La bisnonna materna di Stefano, Caterina Terzitta, (il cui marito Gaetano Loffredo fu sindaco di Tempio nel 1877) era figlia del celebre notaio tempiese Nicolò Terzitta Azara e di Maria Spano esponente di una delle famiglie più in vista della Tempio dell’epoca. Il soggiorno a Bono e a Tempio era per Stefano Nurra particolarmente gradito in quanto coincideva con le agognate vacanze da trascorrere con la compagnia dei propri cari e del l’adorato fratello Giuseppe, nei confronti del quale provava un profondo senso di protezione. Gli anni dell’ingresso di Nurra nell’Accademia di Livorno, coincisero con un periodo assai difficile per l’I-

talia. Il paese saggiava in tutta la drammaticità le nefaste conseguenze del primo conflitto mondiale. A Parigi i grandi del mondo, riuniti in Conferenza, decidevano il da farsi per gettare le basi della c.d. ricostruzione. Erano gli anni del felice ritorno al paese del Trentino-Alto Adige, del Friuli-Venezia Giulia e dell’Istria, ma erano anche gli anni della “vittoria mutilata”, con la cocente delusione della mancata acquisizione della Dalmazia e della città italiana di Fiume. Il senso della Patria, l’ideale del combattere per la propria nazione, permeando da sempre l’animo degli italiani, riportò in auge quell’orgoglio nazionale che tanto aveva infuocato le lotte risorgimentali. Divenuto ufficiale, Nurra avvertì da subìto il fascino del sommergibile. A bordo dell’audace battello, trascorse quindici anni di carriera, partecipando a dodici missioni di guerra. In seguito alla conclusione degli studi la sua carriera si sviluppò tra imbarchi su navi di superficie ed imbarchi sugli amati sommergibili per i quali ebbe decorazioni al valore militare. Una vita, quella a bordo dei sommergibili, non certo delle più facili. Gli equipaggi erano costretti a rimanere a lungo in ambienti angusti, umidi e malsani e a fronteggiare, tra l’altro, la continua scarsità di acqua non salata necessaria per l’igiene personale; quando si navigava in superficie stare in torretta equivaleva a venire inzuppati dalle onde e, col freddo, gelare. Ma la vita gomito a gomito con l’equipaggio si colorava per Nurra di una ben più profonda valenza, qualcosa di infinitamente più grande di tutte le pur aspre difficoltà incontrate nelle missioni. Era il legame che s’instaurava tra uomini che condividevano la stessa esperienza, gli stessi duri momenti, le stesse emozioni. Quel clima di affetto e di reciproca solidarietà ri-

Torre Spagnola di Longonsardo (XIV-XVI sec) INFO: AAST tel. 0789/754127 - Fax. 0789/754185 e-mail: aaststg@tiscali.it

Spiaggia "La Rena Bianca" dal 1987 Bandiera Blu d'Europa

Santa Teresa Gallura ha una storia "relativamente" recente e, non a caso, è stata definita "un paese nuovo su una terra antica"; Il 12 agosto 1808, Vittorio Emanuele I° in seguito alle reiterate insistenze di Pietro Francesco Maria Magnon, ufficiale piemontese appartenente al Corpo dei Cacciatori Esteri e Comandante delle Torri di Longonsardo, Vignola e Isola Rossa, emanò il D.R. con il quale si ordinava la creazione di un nuovo paese. "Sarà eretta e formata - sanziona testualmente al primo punto il Real Diploma - una popolazione, che prenderà il nome di S. Teresa da quello della Regina mia amatissima consorte, tra la torre, il porto di Longonsardo ed il tenimento di Valdigalera formante ora parte dei territori ceduti alla popolazione

secondo la pianta ed il piano già da Noi approvato e trasmesso al Capitano delle Regie Armate Pietro Francesco Maria Magnon, da me già costituito Comandante della suddetta popolazione e della Torre di Longonsardo, Vignola ed Isola Rossa, compresi i Littorali aggiacenti, ed ora destinato Direttore della medesima, coll'autorità di attendere all'inseguimento della fondazione, e a mettervi il buon ordine, giusta le istruzioni delle quali è munito". Il 15 novembre 1821 Santa Teresa Gallura venne eretto a Comune affrancandosi da Tempio Pausania. Oggi Santa Teresa Gallura è una rinomata località turistica con una costa incontaminata grazie a quella grande ARTISTA che è la Natura.

LA TORRE SPAGNOLA DI LONGONSARDO, costruita tra il XIV° e il XVI° sec. , si erge maestosa su un pianoro roccioso dominante la spiaggia "Rena Bianca" , le Bocche di Bonifacio e l'imboccatura del porto. In origine la Torre era protetta da una imponente cinta muraria della quale rimangono delle mura diroccate. Al suo interno contava di tre stanze, con un pilastro centrale che regge la volta a forma di cupola, e probabilmente anche di un soppalco in tavolato.Adiacente alla scala che conduce alla terrazza della Torre è ubicata una cisterna nella quale, attraverso una canaletta, veniva raccolta l'acqua piovana.Il pavimento, un "opus incertum", è stato realizzato con pietre irregolari recuperate sul posto come pure il citato pilastro e buona parte della struttura del manufatto.La Torre è visitabile tutto l'anno e normalmente viene utilizzata per mostre e rassegne d'arte. Due potenti binocoli panoramici, installati nella terrazza, consentono la visione di stupendi panorami compresi quelli della vicina Corsica. LA TOMBA DI GIGANTI. Situata a poche decine di metri dalle ultime propaggini Sud-Est del Villaggio (Lu Brandali) è il primo monumento che si incontra quando si raggiunge l'insediamento. Le caratteristiche della costruzione con pietre di grosse dimensioni ha fatto sì che la tradizione attribuisse questo tipo di tomba a leggendarie figure gigantesche; si tratta, in realtà, della tomba del villaggio. Quella di Lu Brandali accoglieva diverse decine di inumati di entrambi i sessi, che lo scavo archeologico ha restituito insieme a qualche monile di bronzo e di ambra. Due ciotole di terra cotta rinvenute in prossimità dell'ingresso dovevano essere legate a rituali di inumazione, forse dopo un particolare uso. Nell'area antistante il sepolcro, frammenti di stoviglie in ceramica d'impasto costituivano i resti delle offerte deposte in onore dei defunti, successivamente alla sepoltura. Sulla base di questi materiali si è potuto stabilire il momento cronologico al quale le sepolture si riferivano: l'età del Bronzo Medio avanzata e l'età del Bronzo Finale (XIV - X° sec. a.C.). (Testo a cura dell'archeologa Dott.ssa Angela Antona) Info: Comune Tel 0789/740944 - Biblioteca Tel. 0789/741317

Pagina a cura dell'Azienda Autunoma Soggiorno Turismo di Santa Teresa Gallura - Sardegna / Italia

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marrà scolpito nel suo cuore, per sempre. Le innumerevoli lettere che Nurra scrisse ai suoi cari, che volle sempre render partecipi dei suoi viaggi, paiono dirla lunga sul fondamentale insegnamento umano che egli trasse dalla vita di bordo. Spesso furono proprio i suoi uomini a scrivere al loro comandante calorosi messaggi epistolari, quando ormai i rumori della guerra parevano divenuti solo echi lontani. “[…] L’ho sempre presente quando stanco si sedeva sul gradino della porta della cabina idrofonica per ascoltare il bollettino e mi chiedeva: vedrai che la guerra finisce presto, che ne dici? Eravamo nel periodo della capitolazione della Francia. Mentre la radio parlava gli occhi le si chiudevano pian piano per la grande stanchezza. Per timore che lo svegliassero mandavo via i marinai che dietro di lei erano venuti per ascoltare anch’essi la voce della patria lontana. Il suo sonno però era breve. Solo pochi istanti il senso del

dovere e della responsabilità non le davano la possibilità di dormire se pure su di un gradino di una porta. A vederlo così il cuore mi si dilaniava. Cosa non avrei pagato per averle potuto dare la possibilità di un buon riposo ristoratore![…] ”. Nel maggio del 1928 il sommergibile Balilla, appena varato, salì agli onori delle cronache internazionali, poiché, raggiungendo 100 metri in immersione, riuscì a battere il record mondiale di profondità. In riferimento a Stefano Nurra, ufficiale di rotta, la stampa isolana sottolineava che “un figlio della nostra terra” aveva contribuito alla riuscita dell’impresa “dimostrando doti di esperto e valoroso navigatore” (Unione

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Il sommergibile “Balilla”. Sarda del 25 Maggio 1928). Durante la L’incrociatore “Eugenio di Savoia”. guerra civile di SpaNurra in una foto giovanile. gna, nel 1937 a seguito dell’appoggio Nurra negli anni della 2ª Guerra dato dal Governo Mondiale. italiano alla Falange di Franco, come comandante del sommergibile Ondina, pattugliò le coste della Catalogna. La dichiarazione di guerra, il 10.06.40, lo colse a Capo Bon, sotto costa tunisina, comandante del sommergibile Alagi di base a Cagliari. Uomo devoto, dal profondo sentimento religioso, Nurra, aveva fatto consacrare il suo Alagi alla Vergine di Bonaria, protettrice dei naviganti. Tale sentimento permeava tutti i membri dell’equipaggio, così che ad ogni rientro alla base tutti uniti erano soliti recarsi a rendere grazie alla Celeste.

Nella seconda parte della seconda guerra mondiale, Stefano Nurra divenne comandante in seconda dell’incrociatore Eugenio di Savoia. Come tale fu partecipe dei giorni dell’armistizio e della conseguente svolta storica. Svolta storica che ebbe come prologo l’immane tragedia dell’affondamento della corazzata Roma, nave ammiraglia della flotta, avvenuta il 9 settembre 1943 al largo dell’Asinara. L’Eugenio di Savoia era una delle navi componenti la flotta della “Roma”, la prima che, dopo il drammatico evento, avendo a bordo l’ammiraglio più anziano e divenuta pertanto Ammiraglia, entrò in contatto con gli alleati a Malta. Il comandante Nurra vide il drammatico bombar-

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damento consumarsi sotto i propri occhi; oltre mille uomini, tra cui molti suoi conoscenti ed amici, perirono avvolti dal fumo e da un’immensa fiammata. Fu proprio l’Eugenio assieme alle altre navi di scorta a trarre in salvo i superstiti dell’equipaggio della Roma. Ancora oggi i suoi parenti conservano un suo bellissimo dipinto dedicato al tragico evento, raffigurante

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la grandiosa e sventurata corazzata colpita al cuore dalla bomba razzo tedesca. A bordo dell’Eugenio di Savoia Nurra ebbe modo di affrontare le sfide più insidiose. La sera del 24 ottobre 1943 un rapido e improvviso incendio si sviluppò nel deposito a poppa; l’intervento immediato di Nurra e degli altri ufficiali, impedì l’estendersi delle fiamme. Il

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Ministro della Marina De Courten in persona volle esprimere vivo elogio per l’opera svolta con “slancio e sprezzo del pericolo”. In un’altra circostanza si sfiorò la tragedia: era il 29 febbraio 1944 e l’Eugenio di Savoia incappò malauguratamente in una mina. Nonostante Nurra avesse appena ceduto il comando ad altro ufficiale, seppe infondere animo all’equipaggio e la nave pur danneggiata, poté raggiungere Taranto e rimanervi sino alla fine del conflitto. Insomma, come scrisse il comandante Tallarigo nello Specchio caratteristico, Stefano Nurra assommava in sé “tutte le tipiche virtù della gente di Sardegna”. Sbarcato dall’Eugenio, Stefano Nurra venne destinato alla base di Cagliari, città pesantemente colpita dai bombardamenti. Si può dire che di quella base (di cui poi divenne comandante) fu il ricostruttore. Per motivi di salute dovette chiedere l’aspettativa rientrando in servizio con destinazione al Ministero. Dopo diversi incarichi finì il lungo cammino nella sua amata Marina,

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guadagnando la Medaglia Mauriziana concessa a chi aveva trascorso i cinquanta anni di servizio e di guerra. Servizio prestato con la massima professionalità ed addolcito da numerose passioni, come quelle per la fotografia e la pittura di cui, senza retorica, era davvero un maestro esemplare. Spesso sue creazioni vestivano i giornali e le riviste della Marina e rendevano possibile la realizzazione di opere di carattere sociale. Come quando contattato dall’Istituto Andrea Doria, disegnò illustrazioni per calendari il cui ricavato era destinato alle famiglie ed agli orfani del personale caduto nelle missioni. Nei suoi quadri amava raffigurare i luoghi a lui cari, realizzò varie tele su siti di Bono e Tempio, luoghi che conservarono sempre una parte importante

Una foto storica: il primo equipaggio del sommergibile italiano “Balilla”.

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Tempio. Bernardo Sansan

Umanista sommesso di Giulio Cossu

NELL’ANNO ACCADEMICO 1986-87 UN’OCCASIONE FELICE MI IMPEGNÒ NELLO STUDIO CRITICO DI UN’OPERA INEDITA ALLORA, E ANCORA NON PUBBLICATA, DI BERNARDO SANSAN. L’UNIVERSITÀ DI SASSARI MI NOMINÒ SECONDO RELATORE PER UNA TESI DI LAUREA DELLA FACOLTÀ DI LETTERE. UNA STUDENTESSA PRESENTAVA COME ARGOMENTO UNA GRAMMATICA GALLURESE DI BERNARDO SANSAN. FORSE SOLO ALLORA CAPÌI LA STATURA NOTEVOLE DI QUESTO STUDIOSO CHE ERA GIÀ MORTO DA QUALCHE TEMPO E IN MEMORIA DEL QUALE FU INTITOLATO IL LICEO SCIENTIFICO ISTITUITO A TEMPIO. LA TESI FU DISCUSSA E APPREZZATA DUNQUE IN AMBIENTE ACCADEMICO E IO NE IMPOSTAI LA DISCUSSIONE NEL SOTTOFONDO UMANISTICO SUL QUALE ERA STATA BASATA LA RICERCA, DI INDISCUTIBILE VALORE SCIENTIFICO.

In alto: Tempio, 1907-8, la V ginnasiale. Bernardo Sansan è il primo a destra.

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ì, perché Bernardo Sansan fu un vero umanista oltre che un insegnante e un preside famoso, anche per la lunga durata della sua attiva azione scolastica. Un destino imponderabile aveva disegnato che proprio io, dopo molti anni, sarei diventato preside come lui nello stesso Liceo Classico di Tempio. Giochi della sorte! Chi sa? Certo è che la nobilissima figura io la sento tutta mia e posso risalire per rievocarla fino a uno dei primi giorni importanti della mia vita scolastica. Avevo dieci anni, in piena era fascista, e dovevo sostenere la

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Il “mitico” corpo docente del Liceo Classico di Tempio. Da sinistra: Salvatore Sanna (noto Bureddu), Nicolino Orecchioni, Andrea Cannas, Bernardo Sansan, Mario Sanna. In basso: Bernardo Sansan durantela Prima Guerra Mondiale.

prova difficile dell’esame di ammissione al Ginnasio Dettori. Conobbi allora Bernardo Sansan come presidente di commissione di un esame di passaggio obbligato che, in rapporto all’età dei candidati, era stato reso difficile dalla riforma Gentile che aveva creato la severa scuola selettiva imposta dal fascismo. L’esame lo superai con disinvolta naturalezza, superando la piccola ossessione dell’analisi logica e grammaticale che bisognava conoscere alla perfezione. Ebbi poi come preside, da scolaro, Bernardo Sansan nei cinque anni di ginnasio e nei tre anni di liceo classico, che fu istituito a Tempio per merito suo e per il suo impegno di Podestà affidatogli dal governo fascista anche per le benemerenze di ex combattente della guerra 14-18. Devo necessariamente evitare gli elogi puramente celebrativi. Me lo vieta l’ammirazione sincera che a distanza di anni e, dopo le mie consimili esperienze di vita scolastica e di insegnamento, rimane uguale e forse rafforzata. Bernardo Sansan era un grecista e latinista perfetto e aveva imposto una sua linea personale specialmente al corso liceale da lui diretto per tanti anni, stemperando la retorica fascista sulla romanità e sul classicismo visto solo attraverso l’esaltazione dell’Impero di Roma che l’Italia doveva ritrovare, secondo l’ambizione di Mussolini. Acqua passata, con i noti risvolti negativi della storia. La grandezza di Roma fu rievocata a Tempio da Bernardo Sansan che come podestà fece erigere un monumento ai Caduti con facciata di tempio romano, quella che si può ammirare in fondo alla Fonte Nuova, il viale salotto di Tempio. Ma a distanza di tanto tempo sento con commozione più sofferta la vita privata di Bernardo Sansan, la sua tragedia familiare. Un’ombra inconfessata oscurò tutta la sua esistenza. Egli infatti nacque postumo, da un padre venuto dalla Francia per impiantare una industria del sughero. Questo straniero Bernardo Sansan fu ucciso

barbaramente con una coltellata da un certo Mastru Mauru. In Piazza Gallura, un martedì di carnevale. Il figlio nato postumo ne ripeté il nome. Che ora figura sulla modesta lapide di un loculo del cimitero di Tempio. Il sottoscritto ne fece l’elogio funebre e oggi lo ricorda ancora con affetto. Sì un affetto anche di affinità culturale. Bernardo Sansan fu anche poeta dialettale e ha lasciato anche un canzoniere completo di poesie galluresi, che io pubblicai in parte nel volume Poesia Dialettale in Gallura, della Fondazione Sechi. Quel canzoniere e la grammatica citata all’inizio di questa rievocazione, hanno precorso i tempi in cui studi di questo genere e creazioni tali trovano la valorizzazione internazionale della sociolinguistica e dell’etnologia. Merito attuale di un personaggio indimenticabile che ha onorato nel secolo scorso la cultura tempiese.

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297 Ricordo di Pietro Pintus. A lui è stato dedicato un centro di documentazione cinematograafica. Era nato a Sassari nel 1920

Cinema, critica e tanto altro

N

di Viviana Simonelli Dirige inoltre rubriche ato a Sassari settimanali di attualità culnel 1920, a turale di grande popolarità, IL CINEMA È “UN SOGNO DA CONDIVItre anni resta fra cui Cinema d’oggi, AnteDERE INSIEME”, HA SCRITTO JEAN COCorfano di padre, a dieci si prima, e, dal 1966 al 1968, TEAU. trasferisce a Torino con la Zoom. SE QUESTO È VERO, COME È VERO, PIEmadre e qui completa gli Tra la seconda metà deTRO PINTUS, CON LE SUE RECENSIONI studi, laureandosi in lettere. gli anni ‘70 e i primi degli CRITICHE, HA REGALATO ALLORA AD ALDopo la guerra e la tri‘80, propone e cura una seMENO DUE GENERAZIONI IL PIACERE DI ste esperienza della prigionia rie di rassegne dedicate ai ciVIVERE QUEL MAGICO SOGNO IN THE in Polonia e Germania negli neasti dell’Est europeo, coMOVIE anni dal ‘43 al ‘45, si sposa me quella relativa a DI ORIGINI SARDE E DI FORMAZIONE con Nella Fiorentino, che Krzysztof Zanussi: è quasi CULTURALE PIEMONTESE, EGLI ASSOMera stata esule in Francia, e una sorta di cineclub assoluMA IN SÉ DUE IDENTITÀ ALTRETTANTO nel 1949 nasce sua figlia, tamente innovativo, per una FORTI, CHE PER TUTTA LA VITA NE IMAnna. televisione non ancora apDal 1955 al 1960, è cripiattita sulle spietate logiche tico cinematografico del di mercato, entro cui oggi è quotidiano torinese diretto avviluppata. da Ugo Zatterin, La Gazzetta del popolo, sul quale firQueste rassegne, come nei migliori cineforum, erama alcune delle sue più belle recensioni sul cinema in- no precedute da interventi di illustri critici, accompaternazionale. gnate spesso da interviste a registi o attori protagonisti Nel 1960, con una sofferta decisione, si trasferisce del film scelto in visione per la serata. Nei ricordi di chi a Roma, e fonda, con Ugo Zatterin, il quotidiano Tele- in quegli anni aveva la gioventù e tanta curiosità di cosera, come scommessa editoriale concorrente al giorna- noscere, Pietro Pintus conserva ancora l’altissimo merile Paese sera. Ma l’esperienza dura solo due anni: Pietro to di aver fatto circolare, per il piccolo schermo, una Pintus, in aperto contrasto con le disposizioni imposte cultura internazionale, diversificata e interclassista che dal governo Tambroni, rassegna le dimissioni, vivendo solo un vero intellettuale sa esprimere. Sempre con garun periodo di dolorosa disoccupazione. bo discreto, riservato, pieno di pudore e buon gusto, e Poi viene chiamato alla RAI, ove presta la sua pre- con ferma consapevolezza che la cultura non deve aveziosa collaborazione, sia in radio che in televisione, come re né confini, né censure. autore di rubriche da cinéphile e come responsabile della Figura poliedrica per i molti interessi ed incarichi programmazione cinematografica della Rete Due, nei svolti, Pietro Pintus, oltre a scrivere libri e moltissimi difficili anni dell’attuazione della riforma radiotelevisiva. articoli sulla storia del cinema, partecipa a convegni, se-

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minari e festival in tutto il mondo. A lui molti registi e “divi” rilasciano interviste storiche che lasciano il segno, come quella a Michelangelo Antonioni, che fa per lui una eccezione, in nome della reciproca stima e amicizia che li univa. È quindi dirigente, poi Vicepresidente del Sindacato critici cinematografici, sotto la presidenza di Lino Miccichè, e, per oltre un decennio (1980-1990), docente di storia del cinema presso il Centro sperimentale di Cinematografia di Roma. Per diversi anni è membro nella giuria del Premio Solinas che, fino allo scorso anno (ora si svolge a Bologna), si è tenuto a La Maddalena, dove egli voleva ritornare, perché in Sardegna conservava i ricordi dei suoi cari e dove ora riposa accanto alla moglie, nell’isola di Carloforte. A Pietro Pintus, che nel settembre 2001 se ne è andato in punta di piedi, così come sempre aveva vissuto, è stato dedicato, nel febbraio del 2004, a Bella, in provincia di Potenza, un Centro di documentazione cinematografica “Pietro Pintus”. Studi e ricerche. Il Centro, che raccoglie tutto il fondo della biblioteca e della cineteca personale di Pintus, rappresenta, per l’intera regione della Basilicata, un punto di riferimento per gli studi di settore, e un anello di congiunzione con altre organizzazioni e associazioni culturali legate al mondo del cinema. È stato istituito anche un Premio Pietro Pintus, sotto la presidenza della figlia Anna, da assegnarsi ogni anno alla migliore tesi di laurea discussa in Italia sulla storia del cinema, premio che consentirà agli studiosi di perfezionare le loro ricerche. Come un intellettuale sardo-piemontese, vissuto e morto a Roma, abbia ricevuto questo riconoscimento in una area del Meridione, è anomalia solo apparente. Pietro Pintus, infatti, a Bella aveva coltivato amicizie personali di istintiva familiarità e per ciò la sua persona era amata come quella di un cittadino d’elezione. Proprio da questa calda amicizia corale, cresciuta lontano dai luoghi più mondani della sua attività professionale, nasce questa lodevole iniziativa culturale, che ci auguriamo possa avere uno sviluppo proficuo, soprattutto per la raccolta di altre collezioni, sia di opere a stampa che di video sulla storia del cinema, con particolare riguardo al Mezzogiorno d’Italia.

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Nel corso della cerimonia di inaugurazione, è stato presentato anche il progetto del volume antologico Il lungo sguardo. Studi critici sulla storia del cinema, che raccoglie alcuni degli scritti più significativi di Pintus. L’opera, corredata da foto inedite, patrocinata e finanziata dal Centro Pietro Pintus di Bella, sarà pubblicata a Bologna per le edizioni de “Il battello ebbro”, per la cura scientifica del suo amico Andrea Mulas, che, durante alcune delle loro frequenti conversazioni, aveva incoraggiato nell’autore, ormai ottantenne, l’idea di questa raccolta, appena pochi mesi prima della sua improvvisa morte, consegnando così a lui l’impegno morale e scientifico di portarla a compimento. Il comitato scientifico del Centro studi presenterà il volume nei luoghi dove Pietro Pintus ha vissuto, lasciando intatta la sua alta testimonianza umana e culturale.

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Francesco Sanna Randaccio, uno dei più valenti penalisti

l’avvocato poeta di Giorgio Scano Nato ad Iglesias il 10/11/1877 e deceduto ad Oristano il 21/12/1962. Ottantacinque anni di vita intensa dal punto di vista professionale. Nel 1899 si laurea brillantemente in Leggi. Entra in Magistratura e ne percorre in breve tempo tutti i gradi sino a diventare nel 1912 procuratore del Re. Nel frattempo dirige il Tribunale di Lanusei e diventa cittadino onorario di Guspini. Nel 1922 lascia la Magistratura e ad Oristano esercita la professione forense per più di trent’anni, affermandosi in tutta la Sardegna come uno dei più valenti ed apprezzati penalisti. Negli ultimi sei anni della sua vita si dedica a riordinare gli scritti di prosa e a raccogliere, scegliere e limare la sua produzione poetica. Coltivò, nella lunga vita pubblica, due nobili ideali : Patria e Famiglia. Notissima è la conferenza che tenne nel 1954 ad Oristano in occasione della “Giornata della Madre e del Fanciullo”. Noto per la sua trascinante eloquenza, pose all’attenzione degli studiosi il problema dell’autenticità delle “Carte di Arborea” (cui dedicò un sonetto). Nelle “Carte di Arborea” si affermava che sotto le sabbie di Tharros si celava un anfiteatro. Il mistero non è stato ancora risolto. La sua produzione poetica si raggruppa in dieci liriche e trenta sonetti; quella filosofica in quattrocento “Pensieri al vento” .

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Tempio. Don Bernardino Pes. L’immagine della città nelle strofe di un poeta sociale

Versi felici di Margherita Achenza NELLA FREDDA MATTINA DEL 2 GENNAIO 1825, LA CAMPANA SUONÒ “LU SPERU”, IL RINTOCCO CHE ANNUNCIA LA MORTE DI QUALCUNO. LA NOTIZIA SI DIFFUSE IN UN BALENO IN TUTTA TEMPIO: “È MOLTU BIRRALDINU!” (È MORTO BERNARDINO!). SUBITO S’INTRECCIARONO I COMMENTI, COME SEMPRE SUCCEDE IN QUESTI CASI. QUALCUNO RICORDÒ LE QUALITÀ MORALI E UMANE DEL DEFUNTO, QUALCUN’ALTRO, SENZA DUBBIO QUELLE POETICHE, ALCUNI INVECE, FACENDOSI IL SEGNO DELLA CROCE, A MEZZA VOCE HANNO FORSE SUSSURRATO: “GJÀ ERA ORA, NO LI SIA DI PESU, MA CANDU L’INFILAA, NO SAPIA DA UNDI FURRIÀ...”1. EH SÌ, PERCHÉ QUESTO PRETE “CASTIGAMATTI” DEVE AVER DATO FASTIDIO A PIÙ DI UNA PERSONA, CON QUELLA SUA MANIA DI COMPORRE “CANZONI” CON LE QUALI METTE ALLA BERLINA VIZI E VIRTÙ DELLA POPOLAZIONE LOCALE. QUELLE CANZONI, POI, CIRCOLAVANO DI BOCCA IN BOCCA, PERPETUANDO COSÌ LA MEMORIA DI FATTI PERSONALI O COLLETTIVI, NON SEMPRE ADAMANTINI.

Ma chi era quest’uomo che i compaesani amavano e odiavano, a seconda dei casi, e soprattutto, a quasi duecento anni dalla morte, vale la pena parlarne ancora? 2 Pasquale Tola3 si esprime così: “PES Bernardino, altro poeta gallurese (...) nacque in Tempio nel 16 febbraio 17394 da D. Felice Pes Valentino e da donna Agne-

se Sardo, persone nobili e facoltose. Intraprese nella sua gioventù la carriera degli studi legali nella regia università di Sassari; ma poi l’abbandonò del tutto, e restituitosi in patria, tolse in moglie Costanza Gabrielle, giovinetta di avvenenze molto celebrate, dalla quale ebbe una figlia chiamata Agnese, che fu poi maritata a D. Maurizio Falqui. Pochi anni di matrimonio felice furono contristati dalla morte immatura della sua donna, di cui fu tanto dolente, che rinunziando a tutti i piaceri mondani, indossò subito l’abito clericale, e si sagrò sacerdote. La vita che menò in appresso provò che era stata ben ponderata da lui l’elezione del nuovo stato, non già una conseguenza di dolore incomportabile della domestica sventura. Gli fu conferito, dopo alcuni anni, un canonicato nella chiesa collegiata della sua patria da Don Michele Pes vescovo ampuriense, ch’era suo zio; ed egli non smentì la felicità della scelta, perciocché impiegossi con frutto nella spiegazione del vangelo e del catechismo, e con frequenti spirituali esercizi accrebbe lo spirito di pietà nel monistero di femmine già esistente in Tempio sotto la stretta regola francescana. Perdette poi la figlia ed il genero, mancati entrambi ai viventi in giovanissima età, e dovette perciò altra volta esercitare i paterni amorevoli uffizi di educazione con quattro suoi nipoti rimasti orfani dei parenti. Avo, padre e marito sfortunato, non cambiò per tanti suoi disastri il suo umore giulivo, e composto sempre a serenità; ma riguardando tutti gli accidenti della sua vita come disegni e voleri della Provvidenza, continuò ad occuparsi con calma dei suoi doveri, e ad alleviare le moleste cure col frequente poetare nel suo idioma nativo. I suoi componimenti sono tutti bernieschi e satirici, né videro finora la pubblica luce. Il suo umore gaio, ed una certa acutezza di ingegno che avea sortito dalla natura, lo inclinarono di preferenza a questo genere di poesia. Quindi, ed

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epistole ai congiunti e agli amici piene di facezie e di sali, ed epigrammi sopra soggetti varii delle cose che accadevano nel suo paese (...). Nelle satire fu talvolta troppo pungente, né risparmiò persona: egli non seppe mai sacrificare l’arguzia di un concetto, se gli correa per la mente, e gli sembrasse o nuovo o spiritoso. (...) Così, nota il Tola, per mettere in ridicolo un vicario del capitolo di Tempio, il quale, dismessa l’antica alterezza, facea corte umilissima al maggiordomo del nuovo vescovo eletto, il di cui casato era quello dei Giua, cantò in questo modo: Lu chi curria di fua\ Piddendi a tutti l’imbutu,\ Abà camina a palputu\ Appiccicatu a la giua. Negli altri suoi capitoli ed epigrammi sono frequentissimi codesti modi di pungere e di poetare. (...) Dopo avere, così poetando, trascorsi gli anni della gioventù e della virilità, cominciò il Pes nella sua vecchiaia un tenore di vita molto ritirata ed esemplare; finalmente cessò di vivere in Tempio il 2 gennaio 1825”. Anche Pietro Martini5 si è interessato di Don Bernardino Pes e ce ne parla in questi termini: “...coltivò con grandissimo successo le muse massimamente galluresi: talchè uguale era la fama sua a quella di Gavino Pes. Né in altro da questo si differenziava salvo sul genere degli argomenti: giacché mentre uno inclinava all’amoroso, l’altro si pasceva del satirico e del giocoso. In questa sorta di poesia D. Bernardino Pes diede a divedere che erano a lui familiari i delicati sali di Orazio, e le piacevoli fantasie del Berni...”. Don Bernardino, dunque, era un uomo colto, sagace e spiritoso, ma dotato di una morale irreprensibile, è forse per questo che era così apprezzato (e anche un po’ odiato) dai contemporanei, tanto che alcune delle sue “canzoni” sono ancora oggi ripetute a memoria dagli anziani. In un manoscritto, conservato nella Biblioteca Comunale di Tempio, sono state riportate ben 783 poesie di vari autori galluresi, tra queste, 23 sono state scritte dal nostro Don Bernardino. La paternità dell’opera ci viene fornita dall’anonimo copista che, a monte o in calce, appone delle note esplicative del contesto che ha portato alla composizione della poesia, oltre al nome dell’autore; in alcuni componimenti, però, questo è riportato in modo ipotetico dallo stesso scrivano, per due motivi fondamentali: il primo dovuto dal fatto che molte poesie facevano parte della tradizione orale, per cui, al momento della trascrizione, non sempre era certa la paternità; ci si doveva basare su informazioni di seconda mano o sull’analogia del modo di scrivere i componimenti poetici; il secondo motivo è da individuarsi nel fatto che la consuetudine, radicata nelle famiglie, di apporre ai propri figli il nome degli ascendenti, porta ad avere contemporaneamente in vita più persone con lo stesso nome e cognome; abbiamo, così, in quel periodo almeno due Don Bernardino Pes e due Don Gavino Pes, coevi, poeti e scrittori; per risolvere l’inghippo, qualche vol-

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ta, ci viene in aiuto il cognome materno o il sopranome di famiglia (lu stivignu)6, ma non sempre è risolutivo. Per ovviare a queste incertezze, nel presente articolo, sono prese in considerazione soltanto le poesie con l’indicazione certa dell’autore. Esse costituiscono un’interessante e gustosa testimonianza del “malcostume” dell’epoca. Probabilmente i componimenti riportati non contengono solo il pensiero del poeta su quegli avvenimenti, ma anche ciò che era patrimonio morale comune della Tempio del ‘700. Qualche “canzone” di Don Bernardino è stata pubblicata nelle varie raccolte di poesie galluresi. L’ultima risale al 1957 ad opera della Tipografia Tortu di Tempio7. Dopo questa data, la figura di Don Bernardino cade nell’oblio. Il motivo dell’ostracismo nei suoi confronti è da individuare, quasi certamente nel fatto che l’immagine di Tempio e della Gallura che il suo canto ci rimanda, è abbastanza contraddittoria, quando non addirittura, negativa in assoluto (almeno riferita ad alcuni componenti del ceto dominante di quel periodo). Si è ritenuto forse preferibile farlo tacere del tutto, piuttosto che ricercare gli aspetti positivi del messaggio che egli ha voluto comunque trasmettere. Profondo conoscitore del suo tempo, vedeva chiaramente i giochi di potere che si stavano organizzando presso le “alte sfere” a discapito della popolazione indifesa, e, da uomo morigerato quale era, non poteva esimersi dal farlo notare. Tempio, come tutta la Sardegna del resto, sta tentando, in questo particolare momento storico, il passaggio da un’economia di tipo feudale a quella borghese, ma: “... Benché non mancassero le basi finanziarie per un’evoluzione in questo senso, era invece del tutto inesistente il substrato culturale e giuridico: si assiste così ad un elevamento sociale ed economico di alcune famiglie, attuato però nell’ambito tradizionale del sistema feudale in direzione di un miglioramento consistente nella scalata a nuovi titoli nobiliari ed a rendite parassitarie, con l’inserimento nella corte viceregia e nelle gerarchie ecclesiastiche...”8. Ed ecco che D. Bernardino si erge a paladino dei diritti dei cittadini comuni, vessati dalla prepotenza di pochi ma astuti individui, e lo fa col mezzo che conosce meglio e che ha maggior presa sull’opinione pubblica, la poesia. Dalle sue canzoni, a distanza di duecento anni, è possibile conoscere i protagonisti di quel tempo. Sono indicati, a volte, con nome e cognome, inclusi fatti e misfatti da loro perpetrati. Eventi sociali che ci sorprendono per la precisione con cui sono esposti, per la particolarità della notizia e la sua perfetta corrispondenza con le fonti storiche ufficiali. Emerge con vigore anche il sentimento di compassione umana e spirituale del poeta nei confronti dei suoi compaesani e il pathos che lo pervade quando, attraverso i suoi versi, si rivolge ai colpevoli. Per esempio, quando Il vicario Spano – an-

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nota il trascrittore del manoscritto- ritorna dalla Spagna colla carica di Podatario9 del feudo di Gallura e di Orani, essendo capo della Curia10 maggiore dello stesso feudo, in cui faceva parte in qualità di Regidore il di lui nipote Quirico Antonio Azara Buccheri, ed avendo una qualche alterigia, come spesso accade a chi diventa superiore, Don Bernardino Pes Sardo compose i seguenti versi: Abali si, chi la curia è posta in bonu statu. Tempiu abali è turratu a chiddu anticu rigori. Oggi massaiu e pastori Di fa tantu mali laca Palchì a doppiu si paca Chidda più minima ingiuria. Abà già ch’è la curia In chistu statu, dugnunu procuria A middurà di vita. Abà ch’è la giustizia ristituita A l’anticu governu, Lu dillittu più occultu e più internu Si manifesta reu. Mancu mali chi ca no timi a Deu, Lu mundu de’timì. Ca faci tantu mali di cussì, Si no si casticaa, Saria statu Tempiu postu a faa, Da una dì a l’alta. Di fà mali dugnunu oggi s’appalta Oldini di Sua Eccellenzia; Chi ca cummetti una disubbidienzia La paca un duppioni. Aggia toltu, o aggia rasgioni Si li da lu casticu...11. Come vediamo in questa prima parte del componimento, il poeta sembra apprezzare l’operato del nuovo Podatario, anche se inizia ad insinuare qualche dubbio. Nei versi successivi “rincara la dose” fino ad arrivare ad ammettere che: ...Di giustizia no ci n’ha signali. Si dici d’esse molta. Tempiu meu, come chista olta No ti se’ vistu mai. Mancu a tempu di Canu tanti guai Non hai suppultatu. Tempiu meu, e comu se’ paratu!... Insomma, la giustizia è latitante, si promettono posti di favore, regali e opere che difficilmente arriveranno, e sempre dando la “ parola d’onore” ma:

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...Lu Rigidori in chistu è impignatu, E faci come chiddu, Chi siddu lu so’ onori dà a iddu Dapo’ no nill’arresta...12. Da questi pochi richiami possiamo capire quanto stesse a cuore al poeta la situazione di Tempio, tutta la poesia è impregnata di un pessimismo di fondo, dettato dal fatto che egli non intravede nessuna possibilità di cambiamento. Anche in altre opere troviamo lo stesso spirito e la stessa preoccupazione per le sorti del suo paese. Sempre nel manoscritto, a premessa di un’altra poesia leggiamo: “L’infra di Don Bernardino Pes a Don Gavino Pes, sotto il nome di Don Baignoni, deputato di sanità che non permetteva vendere sardelle e simili”. In questo testo, già dalla prima strofa appare chiara la preoccupazione dell’autore per le sorti della sua città, il divieto imposto dal neo deputato alla sanità diventa il pretesto per dare la stura ad una lunga serie d’invettive contro il malcostume imperante: Chi è chist’altu ziminu Pal dà a Tempiu svariu? Di l’arenga è cummissariu Lu prutettol di lu ‘inu? Ni vidimu d’usanzi? Ca no campaa una saldina innanzi Oggi è tutta curina Contra l’arenga e contra la saldina Palchì la vò brusgiata. E chi mali t’ha fattu l’aringata Pal pissighilla tantu?... Ovvio che la proibizione di vendere aringhe è solo un modo per il delegato, tra l’altro ubriacone e malato, (come apprendiamo da un’altra strofa) di iniziare la scalata sociale che lo porterà ad occupare qualche posto di maggior prestigio a Cagliari, come ci fa notare l’autore in un altro passaggio di questa lunga poesia: ...La cosa è ben trigliata O fora da l’impleu o l’aringata Pal focu de’ passà. Lu bracciu folti è palchì no li dà Lu nostru Dilicatu, In Cagliari che porru pastinatu Prestu vidé si dé Che magnendi ancor’iddu da lu Re Lu so’ panittu a trampa Di pultallu saria par istampa Sinnò fussi cussì... La malattia di cui soffre, ma soprattutto preoccupazione che qualcosa non vada per il verso giusto lo rendono nervoso e irascibile, dunque:

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Tempio nel 1904.

...Com’è cun chista gratta è invisputu E d’un’aria brusca; Com’è cun chissa rugna cu la musca La pidda a tutti l’ori. No aspitteti, malcanti, faori, Alleviu o caritai Chi focu, brasci, tizzoni e irrai Caccia da dugna locu; In manu polta pal battì lu focu Lu so’ beddu fucini...13. Anche in occasione del matrimonio di Don Michele Pes, Don Bernardino compone una poesia che ci porta a conoscenza delle abitudini del tempo. È sempre il trascrittore che annota: “Canzone di Don Bernardino Pes a D.na Antioca Sechi di Ghilarza maritata in Tempio a Don Michele Pes” Dielti la me diosa Tuttu chissu mal’umori La pena chi hai in lu cori No cridé ch’è poca cosa. Dieltiti Antioca Chi to’ cugnatu dapoi chi foca Veni a datti un abbracciu In chissu poi d’esse cumplitacciu

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Lassini fa a iddu Come in chissu, e in datti un cunsiddu È tuttu lu so’ folti Ch’è omu ch’è statu in tanti colti Un infinitù d’anni E ha vistu più iddu omini manni Ch’aemu pili noi... Sembra quasi di vederla la povera Antioca, maritata ad uno sconosciuto per ragioni forse d’interesse o di rango, trasportata a chilometri di distanza dal suo paese, sopportare l’abbraccio del cognato, al ritorno dalla marchiatura del bestiame, possiamo immaginare in quali condizioni! Ma questo cognato non è una persona qualsiasi, infatti: ...Si lu Re no si penti L’hai a vidé dunosa di ripenti Vescamu, e forsi più. Baignu faci stà tutti a cacciù Fina chi iddu pisca E cun chistu però chi no si mischia Cun genti pupulari Solu la vigna, l’oltu e lu Pilari Cunzidutu si l’è Dunosa mea cha c’è come te Già sé nata in bon astru! Tu dei haé un vescamu pal mastru Pal babbu e pal frateddu.... Ed infatti, nel 1785 D. Michele Pes (Misorro) vie-

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Tempio, caseggiato scolastico e Regio Ginnasio.

ne nominato vescovo, mentre nel 1775, il marito di Donna Antioca, Don Michele Pes (Pilo), aveva ricoperto la carica di sindaco di Tempio, e, probabilmente, lo era stato già nel 1770 quando la sede era vacante ...Desajer l’ha cunvitatu tanti volti ...In Tempiu a la mesa Dacchì ni cunniscisi la sudesa Sindacu l’ha lassatu... I giochi sono fatti, Antioca ormai moglie di sindaco, avrebbe di che essere contenta,ma evidentemente per Bernardino non è la carica che conta, infatti conclude: Dunosa mea la to’ disvintura No cridé ch’è minori Dielti la me’ diosa ...14. In un’altra poesia D. Bernardino affronta un problema di non lieve entità per il suo paese: come comportarsi quando le persone morivano di morte improvvisa. Era consuetudine che, in questo caso, non si po-

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tesse ricorrere alla sepoltura nella zona sacra; la salma doveva essere deposta nella fossa comune e, sembra di capire, senza alcun ufficio religioso, soprattutto se erano persone di bassa condizione sociale. Nonostante l’argomento si presti abbastanza poco ad uno sviluppo satirico, il nostro non demorde ed in forma d’interpellanza si rivolge al Decano Demartis, all’epoca Vicario Capitolare in questi termini: Per esempiu: si murissi Di gutta (comu po’ dassi) Lu Daganu: undi intarrassi In sagratu o in chiappittu: Con chi pompa, cun chi rittu, Senza suffragi, o cun missi?...15. Seguono cinque sestine nelle quali l’autore analizza senza risparmio la personalità e l’operato del decano e, inutile precisarlo, lo annienta. Del resto, questo Decano Demartis, doveva essere un tipo abbastanza particolare se anche in un’altra poesia si riferisce a lui definendolo asinone e pazzo. Non risparmiava nessuno, dunque, Don Bernardino? Pare proprio di sì. Per lui la diatriba verbale era, come si dice oggi, un invito a nozze; non risparmiava i parenti come abbiamo visto, ma non risparmiava neanche se stesso, come nella poesia nella quale confessa, pur con un certo compiacimento, i propri peccati di gola.:

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Tempio, arco medioevale e Chiesa del Rosario.

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Tempio, piazza Purgatorio, inizi ’900.

E cha c’è come me istravaganti Chi no’ mi piaci nè ciudda nè porru S’haggiu trotta e anghidda pensu un corru Di cantu po’ nascì in l’oltu pianti.16 O ancora in altre nelle quali ammette la propria debolezza umana, la sua ammirazione per il gentil sesso o il disappunto per la vecchiaia che incombe: In una in una chist’annu Aggiu paldutu li denti Amichi cari e parenti Eccu lu me’ disingannu. Paldutu aggiu in una in una Tutti li me’ denti folti; E senza duta nisciuna Si n’accosta la me’ molti, Chi la bramu middi volti In chistu presenti affannu.17 Don Bernardino è stato anche coinvolto nelle operazioni militari di difesa del territorio dall’invasione francese, come apprendiamo dalla nota alla poesia “Cussì è padri meu” “composta da Don Bernardino Pes (...) nel 1786 al 1787 in occasione di essere stati tutti i sacerdoti di ogni qualità, grado e condizione non esclusi i regolari di ogni ordine, obbligati a fare le ronde maritime per impedire l’invasione dei Francesi in Sardegna e massime nei litorali della Gallura”. Anche in questo caso, non manca di descrivere, nel suo solito modo, i fatti, le persone e i luoghi interessati in alcune poesie e in numerose lettere dal fronte. La lingua usata è il gallurese. Un gallurese ricco di termini specifici, grammaticalmente evoluto e ben

strutturato che denota, già durante il secolo XVIII°, una lunga consuetudine d’uso. Ci ha lasciato, insomma, una cronaca precisa e critica dei fatti salienti che hanno caratterizzato il Settecento sardo, ma mentre gli autori che hanno fatto la stessa operazione in altre zone della Sardegna sono stati pienamente valorizzati, le poesie di Don Bernardino sono state dimenticate. Sembra quasi che ci si vergogni dei nostri trascorsi, mentre si dovrebbe essere orgogliosi del fatto che un autore locale abbia avuto il coraggio di ergersi a difensore dei “vassalli” sottomessi e sfruttati, nonostante egli stesso facesse parte, come nobile, del ceto dominante. Forse vale la pena di parlarne ancora!

Note 1

La trascrizione in lingua italiana, delle frasi scritte con la parlata locale, da questo momento in poi, viene effettuata in forma letteraria. Questo consente, anche se con una piccola perdita stilistica, di avere una maggiore corrispondenza semantica delle parole usate, inoltre, per gli estimatori della lingua gallurese, la comparazione delle frasi facilita il recupero stesso dell’espressione locale. Tutte le poesie e le premesse alle stesse sono riportate fedelmente dal manoscritto. “Finalmente! Non le sia di aggravio per l’anima, ma quando iniziava a parlare non sapeva quando era il momento di concludere!”. 2 Forse vale la pena ricordare don Bernardino perché, finora, nessuno si è preoccupato di far conoscere le opere integrali di questo poeta gioco e burlone, distinguendolo dal cugino “don Baignu”. Egli ci ha lasciato una meravigliosa testimonianza di Tempio e della Gallura, soffermandosi con garbo, ironia e morigeratezza sugli avvenimenti più importanti che hanno caratterizzato questo territorio (e la Sardegna) nella seconda metà del XVIII secolo. 3 PASQUALE TOLA, “Uomini illustri di Sardegna”, Volume Terzo, edizione 3T Cagliari –Ristampa anastatica, 1970, pagg. 54/56. 4 In realtà Tola è incorso in errore. Dai dati forniti dai documenti d’Archivio della Cattedrale di Tempio (ACT), -atto di battesimo redatto dal Canonico Andres Gabriel- don Bernardino risulta nato il 5 feb-

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braio 1739 e non il 16. Per i dati dell’Archivio Parrocchiale si ringraziano Don Antono Addis e la sig.ra Antonella Curis; per la consultazione del manoscritto la Dott.ssa Tonina Sanna . 5 PIETRO MARTINI, “Biografia Sarda”, Volume Terzo, edizioni Forni BO. –Ristampa anastatica, 1971, pagg. 26/27. 6 A pagina 95 della “Raccolta di Canzoni popolari”, per esempio, troviamo scritto, nelle note che precedono la trascrizione delle poesie: “Trovandosi i due fratelli, d. Gavino Agostino e d. Bernardino Pes, passeggiando, ed essendo venuto loro incontro il poeta Antonio Nou Tagliapietra, che dopo una lunga assenza ritornava in patria, improvvisarono la seguente canzone, dicendone una strofa per caduno (...); o ancora, a pagina 81, d. Bernardino Pes Sardo, soprannominato Lu Denticiu”, in occasione che d. Carlo Serafino lasciò curatore testamentario, anzi erede l’altro d. Bernardino così cantava (...). È facile, a questo punto capire come sia importante, per identificare il nostro personaggio, avere tutti i dati di riferimento: nome patronimico e soprannome. 7 Alcune di queste poesie sono state pubblicate dalla Casa Editrice Dessì nel 1859 (fino al 1857 Ciceri), in un volume di CANZONI POPOLARI, ossia RACCOLTA DI POESIE TEMPIESI (anonimo), e, successivamente, in CANTI DI GALLURA –DON GAVINO PES E POETI MINORI, editi dalla Tipografia Tortu, Tempio 1957, e da GIULIO COSSU in “Don Baignu –Tutti li canzoni”, edizioni Della Torre, CA. 1981. 8 GIUSEPPE DONEDDU, “Una regione feudale nell’età moderna”, edizioni Iniziative Culturali Società Cooperativa srl. SS, 1977, pag. 90. 9 Il Podatario (Podatariu): procuratore dei feudatari e loro rappresentante per la parte amministrativa ed economica dei beni. Dopo il 1720, con la cessione della Sardegna dalla Spagna ai Savoia, la nomina del podatario divenne di esclusiva pertinenza del re. Il poeta Bernardino Pes, in occasione della riconferma, nel 1800, di Quirico Antonio Spano alla carica di podatario e amministratore unico della Curia maggiore della Gallura, scrisse la canzone riportata. Essa è un interessate spaccato di “mal governo” politico e giudiziario, oltre che una chiara denuncia della mancanza di pudore nell’allegra amministrazione dei feudi. Cfr. LEONARDO GANA, “Vocabolario del dialetto e del folklore gallurese”, edizione Sarda Fossataro- CA. 1970. 10 Nell’Ottocento due erano le corti di giustizia: La Curia Maggjori (che corrispondeva all’odierno tribunale) e la Curiedda (la pretura). Cfr. L. GANA, op. cit. 11 Adesso si, che la curia\ E’ messa in buone condizioni\ Adesso Tempio è tornato\ A quell’antico rigore\ Oggi contadino e pastore\ cessa di fare tanto male\ Perchè si paga il doppio\ Anche la minima ingiuria\.Adesso che è la curia\ In questo stato, ognuno procuri\ Di cambiare vita\. Adesso che la giustizia è restituita\ All’antico governo,\ Il delitto più nascosto e più interno\ Si rivela colpevole.\ Meno male che chi non teme Dio,\ Deve temere il mondo.\ Chi fa tanto male in questo modo,\ Se non lo si castigasse\ Tempio sarebbe coltivato a fave,\ Da un giorno all’altro.\ Oggi tutti si guardano dal fare del male\ Ordine di Sua Eccellenza;\ Perchè chi commette una disobbedienza\ La paga al doppio.\ Abbia torto o abbia ragione\ Viene castigato... 12 ...Non c’è segno di giustizia.\ Si dice che sia morta.\ Tempio mio, come

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questa volta\ Non ti sei visto mai.\ Neanche al tempo di Canu tanti guai\ Hai sopportato.\ Tempio mio, come ti sei ridotto! (...). Il regidore in questo è impegnato,\ E fa’ come colui,\ Che da il suo onore\ E poi ne rimane privo... 13 Cos’è quest’altro pasticcio\ Per dare a Tempio svago?\ Dell’aringa è commissario\ Il protettore del vino?\ Ne vediamo di usanze?\ Colui che prima non lasciava una sardina\ Oggi è tutto rabbia\ Contro l’aringa e contro la sardina\ Perchè vuole che la si bruci.\ Ma che male t’ha fatto l’aringata\ Per perseguitarla tanto? (...). La cosa è ben congegnata\ O via dall’impiego o l’aringata\ Deve essere bruciata.\ Perchè non gli dà il braccio forte\ Il nostro Delegato,\ A Cagliari come un porro zappettato\ Presto dovrà vedersi\ Perchè sta mangiando anche lui dal Re\ Il suo panino con l’inganno\ Sarebbe da mettere per iscritto\ se così non fosse (...). Avendo questo prurito è irritato\ E d’aspetto burbero;\ Avendo questa rogna, con la mosca\ Si arrabbia di continuo.\ Non aspettatevi, mercanti, favori,\ Sollievo o pietà\ Perché fuoco, braci, tizzoni e fulmini\ Emette da ogni posto;\ In mano porta per dare fuoco\ il suo bell’acciarino... 14 Il Conte Hallot des Hayes, cui fa cenno nella poesia, ricopriva, in quel periodo, la carica di Viceré; il sindaco di Tempio, don Michele Pes, è del ramo Pes-Pilo mentre il don Michel Pes Vescovo della Diocesi è della famiglia Pes-Misorro. Cfr. CARLINO SOLE, “La Sardegna Sabauda nel Settecento”, edizione Chiarella, SS, 1984, pag. 103; GIUSEPPE MELE, “Da pastori a signori”, edizione Edes-Clio, SS, 1994, pag. 189/198. Divertiti mia divina\ Tutto quel malumore\ La pena che hai nel cuore\ Non credere sia cosa da poco.\ Divertiti Antioca\ perchè tuo cognato\ Dopo la marchiatura Viene ad abbracciarti\In quanto a d essere compito\ Lo lascino fare\ Come in questo, e nel darti un consiglio\ E’ veramente capace\ Perchè è un uomo che è stato in tante corti\ Un’infinità d’anni\ Ed ha visto più grandi uomini lui\ Di quanto non abbiamo noi capelli (...). Se il Re non ci ripensa\ Lo vedrai cara improvvisamente\ Vescovo, o forse più.\ Gavino tiene tutti alla larga\ Finchè lui non ha pescato\ A patto però che non si unisca\ Con il popolino.\ Solo la vigna, l’orto e il Pilare\ Gli sono stati concessi\ Preziosa mia chi c’è come te\ Sei nata proprio sotto una buona stella!\ Tu avrai un vescovo per maestro\ Per padre e per fratello (...). Desajer invitato tante volte\ In Tempio a tavola\ Dopo averne apprezzato la fermezza\ L’ha lasciato sindaco (...). Mia cara la tua sventura\ Non credere sia cosa da poco\ Divertiti mia cara... 15 Per esempio: se morisse\ Di apoplessia fulminante (come potrebbe succedere)\ Il Decano: dove sotterrarlo\ Nel sagrato o nella fossa comune:\ Con quale pompa, con quale rito,\ Senza suffragi o con messe?... 16 E chi c’è come me stravagante/ perché non mi piace né cipolla né porro/ se ho trota e anguilla penso un corno/ di tutte le piante che crescono nell’orto. 17 Improvvisamente quest’anno/ ho perso i denti/ amici cari e parenti/ ecco la mia disillusione.// Ho perso improvvisamente/ tutti i miei denti forti/ e senza alcun dubbio/ si avvicina la mia morte/ che desidero mille volte/ in questo momento gravoso. Questa canzone nel manoscritto è attribuita a Don Gavino Pes, per dimostrare la di lui debolezza essendo vecchio. La raccolta “Canzoni popolari” l’attribuisce a Don Bernardino, così pure Leonardo Gana, nel suo “Dizionario Gallurese”.

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Patagonia. Alla ricerca di un naturalista (sardo?) morto in sud-America nel 1821.

Sulle tracce di Felix De Azara di Caterina Azara

NON SO NEANCHE IO DA QUANTO TEMPO ORMAI DURI LA MIA PASSIONE, LA MIA OSSESSIONE, POTREI QUASI DEFINIRLA, PER UN PERSONAGGIO DELLA STORIA CHIAMATO FELIX DE AZARA, NÉ QUANDO ESATTAMENTE QUESTA SIA NATA. RICORDO SOLO UNA FOTOCOPIA DI PERGAMENA APPESA ALLA PARETE DEL SOGGIORNO DI UN MIO ZIO, CON UNO STEMMA ARALDICO A FARGLI DA CORNICE, E QUELLE POCHE RIGHE IN CUI SI DICEVA CHE IL MIO COGNOME, ‘AZARA’, È DI ORIGINE SPAGNOLA, CHE UN DIPLOMATICO SPAGNOLO DAL NOME ALTISONANTE… JOSÈ NICOLAS, ERA IL NOSTRO CAPOSTIPITE, VISTO CHE UNA PARTE DELLA SUA FAMIGLIA SI ERA STABILITA IN SARDEGNA, E CHE UN FRATELLO DI ESSO, UN CERTO ‘FELIX DE AZARA’, ERA UN NATURALISTA, CHE MORÌ IN SUD AMERICA INTORNO AL 1821.

I

n effetti sapere che il nostro ‘avo diretto’, era stato Josè Nicolas, il diplomatico, fu interessante, ma il personaggio che a partire da quel momento suscitò in me una grande curiosità fu invece il fratello di questi, Felix …il Naturalista. Mi immaginavo questo signore con in mano un retino da farfalle ed un cappello da esploratore in testa, che si guardava intorno meravigliato, fra piante ed animali esotici a lui assolutamente sconosciuti. Mi ero sempre chiesta dove fosse stato sepolto, e chissà quali sentieri del Sud America avesse percorso. Chissà se era rimasta qualche traccia del suo passaggio in qualche angolo sperduto del-

l’immenso Continente sudamericano. Il Sud America, che dire della mia passione di sempre per il Sud America. Il mio profondo amore per tutto ciò che aveva a che fare con popoli andini, con la civiltà Incaica, Atzeca, Maya con quella struggente musica che pareva quasi un profondo, muto, grido di sofferenza di un intero popolo costretto ad abiurare le proprie radici in nome di un ‘conquistatore’ spietato. Macchu Picchu, quante volte ho sognato di arrampicarmi per quei sentieri che portano alla città sacra degli Inca, di seguire con lo sguardo il volo del condor, di scrutare le profonde rughe sui volti delle donne andine, vestite con colori talmente sgargianti da sembrare quasi inverosimili, di spiare le loro semplici e ancestrali gesta quotidiane. Quante volte ho immaginato di ammirare la calma innaturale delle acque di quel lago nascosto in cima alle Ande, il Titicaca, e in mezzo ad esso il lento e cadenzato scivolare, sulle sue acque calme, di canoe in giunco che tanto ricordano i nostri ‘fassois’ di Cabras. Più di una persona mi ha detto, sentendomi descrivere queste emozioni, che forse ci sono già stata, in un’altra vita…chissà. A queste persone ho sempre risposto con fermezza di non essere mai stata fatalista, ho sempre pensato di essere la sola artefice del mio destino… A gennaio del 2003, nel corso di una mia personale ricerca sull’albero genealogico della mia famiglia, mi sono imbattuta nuovamente in questo strano rompicapo delle…origini degli Azara galluresi, ed arrivata, con l’ausilio delle gradite testimonianze dei miei numerosissimi parenti, alle soglie… del trisavolo, un certo Jon Micheli Azara, ho deciso di fermarmi. Mi sono infatti chiesta se il formidabile strumento che ormai tutti noi abbiamo a disposizione nei nostri computer, la rete di Internet, mi sarebbe stato d’aiuto per trovare…l’anello

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mancante che ci lega alla famiglia Azara di cui parlava la pergamena di mio zio. A dir la verità la cosa mi sembrava assai improbabile. Il nome del misterioso naturalista spagnolo inserito in un motore di ricerca avrebbe dato i suoi frutti? Con mia grande sorpresa, già al primo tentativo trovai una marea di siti web legati al suo nome….tutti riferibili all’ambasciata italiana in Argentina, a Buenos Aires, che si trova in una via intitolata proprio…a Felix De Azara. Da qui la frenetica ricerca in altri siti non italiani, in lingua spagnola in particolare, che ha dato finalmente un volto a questo mio amatissimo ma sconosciuto personaggio del passato. Un ritratto importante, dipinto dal grande Francisco Goja, che mi fissava dallo schermo del computer. Lui era dunque Felix De Azara, con quei buffi capelli bianchi e un atteggiamento impettito, fiero, nella sua divisa di ufficiale della Marina Spagnola. È stato un momento memorabile. Ho naturalmente condiviso questa piacevole scoperta con la mia famiglia, ed è stato buffo osservare i miei genitori, fratelli e sorelle mentre si accalcavano incuriositi davanti allo schermo del computer per vedere finalmente il personaggio di cui tanto avevo parlato. Grande è stata la mia sorpresa quando ho letto un dettagliato articolo apparso in due parti sul sito in lingua spagnola ‘Mapping interactivo’ nel luglio del 2001, a cura di Ricardo Vergara. Tra i tanti interessi di Felix, l’etnografia, l’antropologia, lo studio del clima dei paesi che ebbe occasione di visitare per più di un ventennio in Sud America, ci fu anche la biogeografia, della quale pare che sia stato definito… il precursore. Si reputa infatti tra i primi scienziati che si occuparono dello studio degli effetti climatici in relazione alla presenza di suoli indicatori di alta salinità. Azara stette poco tempo in Patagonia, nella Regione del Chaco, la più a Nord di questa sconfinata terra, ma qui fece una scoperta di grande importanza sul piano eco-fisiologico: a partire dal quarantesimo grado di latitudine fino al Sud, i suoli presentano un elevato contenuto di salinità; per tale motivo egli giudicò tale terreno inadatto alla coltivazione dei cereali. Questo limite è esattamente il medesimo che segnalò Hartley (1966) per la distribuzione delle praterie in Sud America. A causa di questo fenomeno, la vegetazione è strettamente xerofila e in alcuni luoghi manca completamente. È caratterizzata da arbusti bassi con zone ad alofite e raggruppamenti erbacei in pulvini. Le sue osservazioni a riguardo permettono di considerarlo come antecedente dell’opera di Schimper, che con la sua opera pubblicata nel 1899, stabilì i fondamenti della biogeografia delle piante da un punto di vista ecologico-fisiologico. Strana coincidenza…io mi sono laureata con una tesi in biogeografia! Altra strana coincidenza? Mi occupo da anni di ricerca in campo ornitologico e zoologico, argomenti trattati ampiamente tra le sue opere di maggior rilievo. In Argentina esiste anche un piccolo marsupiale, il Didelphus azarae, che il

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suo appellativo specifico è dedicato al cognome di Felix. Altra sorpresa su internet? Lo scoprire che sulla Luna, nel bel mezzo del ‘Mare Tranquillitatis’, vi sia un ‘Dorsum Azarae’, una collina dedicata proprio a Felix De Azara. In famiglia questa notizia ha suscitato un certo interesse. Qualcuno dei miei fratelli ha commentato che, male che vada, potremmo sempre contare su un pezzo…di Luna in eredità! -. Azara di tutto il mondo...meditate su ciò! Ho passato ancora dei mesi a spulciare i siti web più inconsueti per cercare di conoscere meglio la personalità di questo illustre…Aragonese . Questi i punti salienti della vita avventurosa di Felix De Azara. Nato a Barbuñales il 19 maggio del 1742 da Alejandro de Azara y Lacertales, ultimo di sei fratelli: Eustachio, che fu vescovo di Barcellona; Lorenzo, che assunse importanti funzioni amministrative nella città di Huesca; Mateo, uditore nell’Audiencia barcelonesa; Eusebio, ministro di Stato; Anselmo, marinaio di grande fama; Dioniso, cardinale. Un altro fratello, Josè Nicolas, fu probabilmente, il più valente fra i diplomatici di Carlo III e Carlo IV. Amico di tre papi, dell’Imperatore Giuseppe II, di Caterina di Russia, di Federico di Prussia, ammirato da Napoleone, fu nobile con titolo italiano, mecenate e protettore del pittore Antonio Rafael Mengs, acclamato a Roma per il suo zelo nel proteggere la Città Eterna di fronte alla minaccia delle armate napoleoniche. Felix compì i suoi studi universitari a Huesca e Barcellona, dove diventò ingegnere militare. La scelta dell’Accademia fu probabilmente dettata dal desiderio di avvicinarsi ad un moderno corso di studi, poiché le Università rette da istituzioni religiose non avevano ancora accolto fino in fondo le rivoluzionarie innovazioni scientifiche in campo matematico. Come ufficiale si distinse per il suo valore in azioni di guerra ad Algeri, dove nel 1775 rischiò di perdere la vita nel corso di una battaglia. I postumi della grave ferita riportata lo condussero fin quasi in fin di vita, e non si era ancora ripreso del tutto quando, da militare, fu inviato dal Re, nel 1781, come componente di una Commissione che aveva il compito di stabilire i Limiti ispano-portoghesi nell’America meridionale. Felix passò ben dodici anni a studiare quegli immensi confini, ma non si occupò soltanto dei doveri imposti dal suo incarico ufficiale. I suoi diari divennero ben presto una sorta di biblioteca, dove si toccavano argomenti che spaziavano dalla geografia, alla fauna e flora, all’etnografia dei popoli che abitavano quei luoghi selvaggi. La maggior parte della sua permanenza in Sud America fu nel Paraguay, l’ultima tra le colonizzazioni spagnole, e nell’Uruguay, dove Felix assunse incarichi di grande prestigio, in particolare a fianco di Antigas, futuro padre di quella Repubblica. Si

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Falesie a Punta Pardellas. Leoni marini.

spiega perciò la fitta presenza di attestazioni di merito a questo personaggio così eclettico, come le numerose statue a lui dedicate nelle città di Montevideo, Barcellona, Buenos Aires e Asunciòn. Le sue numerose pubblicazioni in campo naturalistico indussero la scienza

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europea a rettificare l’opera sino allora intoccabile di Buffon, e le sue osservazioni scientifiche costituirono un valido punto di partenza per la stesura, poco meno di mezzo secolo della teoria sull’Origine delle specie di Charles Darwin. Proprio quest’ultimo citò il De Azara diverse volte nelle sua opera di maggior spicco. Grande divenne la sua celebrità in occasione della pubblicazione di alcune sue opere tradotte in francese a Parigi, grazie all’aiuto del fratello Josè Nicolas, che lo introdusse negli ambienti dei salotti culturali della Capitale nella

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Pinguini. Deserto. Scheletro di dinosauro nel museo paleontologico di Treleu.

quale egli prestava servizio presso il Corpo diplomatico spagnolo. Lo stesso Napoleone Bonaparte lo presentò pubblicamente, dando grande rilievo alla sua figura di ricercatore e di studioso, presso il Museo di Scienza Naturale, la maggiore istituzione scientifica di quel tempo. Nell’archivio informatizzato di una biblioteca argentina ho trovato persino uno dei suoi diari di viaggio, pubblicato postumo alla sua morte. Alcune sue biografie parlano di una malattia che per anni lo tormentò: pare soffrisse di una grave intolleranza ai cereali, e questo lo costrinse, negli anni trascorsi in Sud America, e anche al suo ritorno in Spagna, a seguire una ferrea dieta a base di sola carne. Nel 1802, al suo rientro dal Sud America, gli offrirono di diventare il viceré del Messico, ma egli rifiutò l’importante carica. Nell’anno 1805, in occasione della firma di un im-

portante Trattato con un paese straniero, che apportò ampi benefici al suo Paese, il suo amico e pittore Francisco Goja lo ritrasse in uno splendido Olio su tela , in mezzo ai suoi animali impagliati e ai suoi libri, con in mano il prezioso documento per il quale godete di tanta ammirazione. Sempre nel 1805 fu nominato membro della commissione sulle fortificazioni delle Due Americhe. Nel febbraio del 1808 scrisse due pubblicazioni per conto della Real Sociedad aragonesa de Amigos del Paìs . La prima concernente argomenti di zoologia, la seconda di botanica ed agronomia della sua regione d’appartenenza. Gli ultimi anni della sua vita furono segnati dal grave lutto che colpì la sua famiglia, con la morte del

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fratello maggiore Josè Nicolas, e a niente valsero i numerosi attestati di riconoscimento da parte della Corona Spagnola di fronte al grande dolore per la perdita del suo adorato congiunto. Felix De Azara si spense, a causa di una polmonite fulminante, dopo aver raggiunto la carica di generale della Marina Spagnola, nel suo paese Natale, Barbuñales, nel 1821. Fu seppellito presso Los Lastanosa, nella Cattedrale di Huesca, dove tuttora si trova, circondato da altri ‘illustri Aragonesi’. Fu anche un botanico assai valido, e diede il nome a diverse piante, tra le quali una, Azara microphylla, chiamata localmente chin chin, della quale conobbi l’esistenza una decina di anni fa, mentre sfogliavo un’enciclopedia di botanica. - Che sia lui il famoso…naturalista spagnolo di cui parlava la pergamena? – pensai allora. Tale indizio mi consentì di delimitare meglio il campo di ricerca su Felix de Azara all’Argentina, paese d’origine di questo vegetale che porta il mio stesso ‘cognome! Dunque Felix era passato di là, forse vi era morto, come era scritto nella pergamena. Argentina…che vi sarà mai in Argentina da poter affascinare a tal punto un naturalista da dedicargli quasi l’intera esistenza? Io al posto suo sarei andata in Patagonia! È da sempre considerato paradiso terrestre dei naturalisti! Balene, pinguini, leoni ed elefanti marini, orche, condor andini, straordinari scheletri di dinosauri, immense piante di araucarie e…la pianta di Azara microphilla, da lui scoperta e descritta! Questo potrebbe esser andato a cercare, prima ancora di Darwin, il mio intrepido esploratore! Si, avevo deciso. Un giorno o l’altro sarei andata in Patagonia. Ciò divenne il Tormento di tutti i miei amici. Ogni qualvolta qualcosa mi andava storto, la mia scherzosa minaccia la conoscevano a memoria: Basta! Ho deciso! Ora parto in Patagonia a cercare la tomba del mio avo!-. Arriva poi un giorno della tua vita in cui decidi di fare un po’ di bilanci, e ti accorgi che esiste, in fondo all’ultimo dei tuoi cassetti, un sogno sepolto che non hai mai avuto il coraggio di realizzare, e all’improvviso ti convinci che è giunto il momento di provare nell’impresa. Quante serate ho passato, nei primi mesi del 2003 a studiarmi il percorso del viaggio dei miei sogni. In realtà ho incominciato a crederci solo quando a metà novembre dello stesso anno, un giorno sono uscita da un’agenzia di viaggi con in mano un biglietto di andata e ritorno…per la Patagonia. Ormai non potevo più tirarmi indietro. Era fatta! Un viaggio di un mese e mezzo da sola verso…l’ignoto. Di fissato, solo il giorno della partenza e quello del ritorno. Da brava pronipote di esploratore…non potevo certo permettermi di programmarmi le giornate nei minimi particolari. Questi alcuni brani del mio diario di viaggio, la partenza e il rientro, ed alcune foto scattate in questa terra affascinante, estrema, lontanissima, alla ricerca

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delle tracce del mio avo Felix. Mercoledì 3 dicembre 2003, ore 17.30, aeroporto di Fiumicino, Roma. Devo ancora darmi i pizzicotti sul viso…non riesco ancora a credere che il mio sogno di sempre si stia finalmente per realizzare! Fra circa un’ora mi imbarcherò sull’aereo per Madrid, dopo un lungo, ma molto rilassante pomeriggio passato nella sala d’aspetto del terminal per i voli internazionali. Stranamente, mi è bastato staccarmi dal suolo sardo per sentirmi straordinariamente leggera. Tutti i miei dubbi, le mie preoccupazioni, le ansie di ieri si sono dissolte come per incanto, lasciando il posto ad una grande serenità. Persino il grande ritardo con cui mi sono stati riconsegnati i bagagli mi ha lasciata indifferente. Ho aspettato con un’insolita pazienza che il mio vistoso bagaglio color ‘violetto’ sbucasse dalle fauci del nastro trasportatore e si dirigesse sicuro verso di me. È un buon modo, questo, di incominciare un’avventura. Sto osservando un signore seduto di fronte al mio tavolino: sta sorridendo mentre muove velocemente le dita sulla tastiera del suo portatile, e mentre armeggia con il suo cellulare. Mi sembra di essere antica, con la mia penna e la moleskine nuova di zecca, ma antica anch’essa. Forse stiamo facendo la stessa cosa. Forse lui descrive una donna al tavolino di fronte che scrive sulla sua moleskine e sorride..di tanto in tanto. Sono felice, proprio come scriveva Pablo Neruda in una delle sue splendide odi… ‘Questa volta lasciate che sia felice, non è successo niente a nessuno non sono da nessuna parte, succede solo che sono felice fino all’ultimo profondo angolino del cuore... Le emozioni più forti di questo viaggio? Ecco alcuni stralci del contenuto della ‘moleskine’. 4 dicembre 2004-03-24 L’arrivo all’aeroporto di Trelew, un puntino in mezzo all’infinito… finalmente in Patagonia. Finalmente la visita al Museo Paleontologico Egidio Feruglio di Trelew. Un giorno intero in mezzo ai miei adorati dinosauri! È stato come fare un tuffo nel passato, con le gigantesche sagome di immensi erbivori e di minacciosi predatori stagliarsi nella penombra delle sale di quella… filiale di Giurassic Park. 5 dicembre 2004-03-24 Punta Tombo. Il primo incontro con i Pinguini di Magellano… un milione e mezzo di questi buffissimi pennuti ciondolanti! Punta Tombo, Riserva naturale a Sud della Cit-

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tà di Trelew, è un luogo magico, brulicante di questi strani uccelli che…volano nell’acqua, e che sulla Terraferma assumono un portamento goffo e impacciato. ‘Pajaros bobos’, uccelli stolti, così li chiamano scherzosamente gli argentini. Lunedì 8 dicembre… L’arrivo al villaggio di Puerto Piramides, in Peninsula Valdès, dopo averlo tanto sognato, mi è parso ancor più bello del sogno. Qui ho avuto la sorpresa di vedere per la prima volta un ‘diente de Tiburon’, il mitico dente di squalo fossile, scovato tra le sabbie grigie di una immensa spiaggia. Un segno del destino ed un buon auspicio per il mio viaggio, dopo aver sentito per settimane gli abitanti di Puerto Piramides raccontarmi che la sorte sarà benevola con chiunque ne trovi uno, e la ricerca di un tale potente ..talismano è praticamente il principale passatempo dei piramidensi! Lunedì 15 dicembre Escursioni a Punta Pardelas, nella Peninsula Valdès in mezzo alle eteree dune di sabbia finissima, alle falesie stracariche di fossili e minerali di ogni genere. Sono stata per un’intera giornata..l’unico essere umano ad andersene in giro per questo luogo estremo. La marea in Peninsula Valdès Ho ancora negli occhi la splendida immagine di stamattina, giù sulla spiaggia. Un’alba riluccicante di un tenue colore rosato sulle increspature della sabbia bagnata, dopo il ritiro delle acque. La spiaggia di Puerto Piramides si trasforma completamente con l’arrivo dell’alta marea. Le piccole ma insistenti onde divorano la sabbia come un mostro dalle mille bocche, coprendo lo spazio che avevano perso qualche ora prima. È come visitare un altro luogo, il paesaggio cambia completamente! Il vecchio levriero che di tanto in tanto mi accompagna nelle mie passeggiate si cimenta in un giocoso inseguimento dei gabbiani che fino ad un attimo prima riposavano sulla battigia. Il matè con i pinguini… di Puerto Deseado Domenica 4 gennaio 2003. Puerto Deseado Che strano posto! Potrebbe essere tranquillamente un porticciolo dei Fiordi norvegesi. Jeorghe, il guardiafauna di Punta Piramides aveva ragione, Puerto Deseado non è un ‘lugar turistico’, non è un posto per turisti, lo si sente anche dalla leggera diffidenza che la gente dimostra nei confronti de ‘los etrañeros’. Poco male…ho già fatto amicizia con le due signore che gestiscono l’ufficio turistico, simpaticissime e disponibili al massimo, i proprietari dell’Hotel El Olmo sono squisiti, l’atmosfera è piacevole, molto familiare. Un momento di scoramento l’ho vissuto ieri sera, quando, dopo aver speso

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gli ultimi due pesos per il taxi (qui lo chiamano ‘Remis’ ed ha un prezzo fisso) che mi ha portato all’albergo, mi sono ritrovata a girare per questa cittadina a me sconosciuta senza riuscire a trovare un negozio o un’agenzia che mi cambiasse i dollari in pesos, o che accettasse la valuta straniera. Ad un certo punto mi è sembrato di vedermi dal di fuori, e questa grottesca situazione mi ha anche fatto sorridere. In effetti mi sentivo alquanto… fantozziana, tutta sola in un paese straniero, con poche persone che comprendevano il mio terribile spagnolo, e senza il becco di un quattrino. Questo pensiero è bastato a farmi tornare il buon umore. In fondo si trattava solo di passare la serata di sabato e la giornata di domenica, perché già al lunedì avrebbero riaperto le banche e le cose si sarebbero risolte. L’escursione con il gruppo Darwin, un agenzia turistica locale che propone itinerari naturalistici nei dintorni di Puerto Deseado, è stata a dir poco stupenda. Ero emozionatissima. Come tutti coloro che stavano nella piccola lancia con me, una quindicina in tutto, tra adulti e bambini. Dieci minuti dopo aver salpato dal porto, eravamo già all’imboccatura della fantastica Ria. Qui l’acqua salata si insinua per ben quaranta chilometri sull’antico alveo del Rio Deseado, a seguito di un fenomeno detto di ‘ingressione marina’, e tutte le attività umane, le abitudini di vita degli animali e i cicli vitali delle piante ed alghe di questo posto così singolare vengono scanditi dai ritmi delle maree, che hanno cicli brevissimi, di circa due ore, e che cambiano completamente, con il loro eterno susseguirsi, il paesaggio della Ria. All’ingresso del Porto abbiamo avuto la gradita sorpresa di incontrare ‘las toninas overas’, così gli argentini chiamano dei piccoli delfini bianchi e neri, molto confidenti. Ne abbiamo visti tre, e fra loro c’era anche una tonina oscura, altra specie tipica di questo mare. Pareva che i piccoli delfinidi stessero lì solo per giocare con noi. I bimbi sulla barca erano strabiliati dalle evoluzioni delle toninas, che passavano sotto la chiglia e ricomparivano dall’altro lato della barca, o sfruttavano mirabilmente l’onda di prua per sfrecciare a fianco di questa, o di tanto in tanto rispondevano ai richiami acustici improvvisati dagli ospiti della lancia, che battevano una mano sull’acqua, emergendo a pochi centimetri dalla fiancata e lasciandosi sfiorare la pinna o il dorso dalle piccole mani dei bambini. Incredibili! Un’altra forte emozione è stata la visita alla falesia che ospita la più grande colonia di cormorani grigi (cormoran gris) dell’intero continente Sudamericano. I miei amici di Puerto Piramides avevano ragione. Sono animali bellissimi, con il loro piumaggio grigio perla e i loro becchi rossi e gialli, le loro zampe rosse. In mezzo a loro di tanto in tanto si potevano scorgere anche las gaviotas gris, i gabbiani australi, o le palomite antartiche, unico genere della famiglia dei Chionidi, i cormorani reali e quelli dal collo nero, o i cormorani delle rocce,

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Sierra del Fuego: lupini in fiore.. Infiorescenza di “Botria”. Volpe grigia patagonica a Punta Piramides.

chiamati ‘biguà’. Abbiamo continuato la traversata della ria, e abbiamo fatto una breve sosta all’isola di Choffers, dove abbiamo sorseggiato un buon matè offertoci dalle nostre guide…letteralmente circondati da Pinguini di Magellano, che qui nidificano insieme ai gabbiani dominicani e alle beccacce di mare. Qui ho scoperto, nonostante ormai siano parecchie le volte che ho avuto a che fare con questi animali, qui in Patagonia), che i pinguini sono animali estremamente curiosi. Una volta scesi dalla lancia, dopo un attimo di sconcerto iniziale, questi buffissimi animali si sono avvicinati a noi ondeggiando sulla spiaggia, incuriositi non tanto dalla nostra presenza, quanto dall’ancora della barca, che era stata conficcata sulla sabbia a pochi metri da noi. La osservavano come fosse una cosa rara, talvolta si avvicinavano piano, con circospezione, poi provavano a becchettarci sopra. La cosa non li convinceva affatto!. Si, il matè con i pinguini resterà senz’altro uno dei più bei ricordi di questo stupendo viaggio. Abbiamo poi costeggiato una piccola colonia di leoni marini (lobos de un pelo) su un piccolo isolotto roccioso. Curiosamente erano tutte femmine. Il maschio dell’harem non c’era. Di solito, come ci ha spiegato Ricardito la guida, troneggia al centro dell’isolotto come un vero …sultano! Ultimo incontro, all’isla de los Pajaros, con una ‘nuvola di gaviotinas sudamericanas, le leggiadre rondini di mare che al nostro apparire si sono alzate in volo e per un momento hanno oscurato il cielo, per poi posarsi nuovamente sull’isolotto, tra acuti schiamazzi e battiti d’ali. ….non è l’ultima onda col suo peso salino quella che frange le coste e genera la pace di arenile che contorna il mondo: è il centrale volume della forza, la potenza distesa delle acque, l’immota solitudine affollata di vite……….. Pablo Neruda L’INCONTRO CON LE BALENE… Mercoledì 10 dicembre, Puerto Piramides. Straordinario il mio incontro con le balene franche australi, immense amiche del mare, in mezzo alle acque, oggi agitatissime, del Golfo Nuevo, in Peninsula Valdès… Riuscire ad incrociare per un attimo lo sguardo curioso di una di esse tra le onde mi ha riempito di emozione. Nel suo gigantesco occhio non vi ho trovato

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diffidenza o ostilità, ma solo una sincera curiosità. Questi animali si avvicinavano intenzionalmente alla barca che ci ospitava per cercare…un contatto. Talvolta inscenavano una vera e propria cerimonia di saluto, girandosi sul dorso e sbattendo una delle pinne pettorali sulla superficie dell’acqua, giocando tra loro. Sembravano quasi richiamate dal fortissimo sentimento di simpatia che si sprigionava tra i passeggeri accalcati sul ponte della piccola imbarcazione alla loro vista. E pensare che c’è ancora qualcuno che sarebbe capace di vedere in questi dolci giganti solo una montagna di grasso da sciogliere. È un vero assassinio, ve lo dice chi ha guardato negli occhi un essere intelligente, che ha il solo torto di essere profondamente pacifico! Ho portato per anni una simpatica t-shirt con il disegno di un balena sorridente con sotto una scritta in inglese: ‘save your friends’, salva i tuoi amici. Ora ne sono più che mai convinta, occorre fare di tutto affinché le nostri grandi amiche possano salvarsi dall’estinzione. Ho visto giocare tra i flutti una madre con il suo piccolo, al tramonto, nel mare di fronte al Puerto Piramides. Il ‘giocare’ delle balene non è diverso dal nostro, come non è diverso dal nostro il profondo amore che lega indissolubilmente una madre balena a suo figlio. Lunedì 22 dicembre 2003 Puerto Piramides Una Traccia del passaggio di Felix…finalmente! Giornata memorabile! Oggi ho avuto la magnifica opportunità di fare un’escursione... un pò diversa dal solito. Alcuni amici conosciuti a Puerto Piramides mi hanno invitata a fare un viaggio di quasi settecento km per andare ad assistere con loro alla liberazione di cinque condor andini, che si è svolta sulla cima di un immenso monolito di arenaria rossiccia ubicato in mezzo alla steppa patagonica. La Meseta di Somuncurà, così si chiama il luogo, ai confini tra la regione del Chaco e quella del Chubut, che ha visto cinquant’anni fa scomparire definitivamente l’avvoltoio più grande e raro del mondo, dalle sue vette, a causa delle persecuzioni inflittegli dall’uomo. In realtà le persecuzioni sono state inflitte…anche agli esseri umani, ai ‘nativi’, come si dice da queste parti, tanto che essi stessi hanno rischiato di scomparire dalla faccia della Terra. I coloni europei hanno perseguito, fino ai primi del 1900, una sorta di macabro obiettivo, che era quello di ‘risanare’ il Territorio dalla scomoda presenza degli indios Mapuches, indomabili guerrieri e di fatto legittimi proprietari di queste terre sconfinate, dove per millenni avevano condiviso in perfetta armonia l’ambiente circostante, prelevandone solo il necessario per vivere. L’obiettivo di sterminarli è stato in effetti raggiunto, con tutti i mezzi possibili. Si racconta ancora a Puerto Piramides di ‘cacciatori di uomini, che ricevevano il loro compenso dai proprietari delle ‘Estancias’ solo dopo aver mostrato la prova del loro

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misfatto, un orecchio staccato all’indigeno ucciso. Ho potuto vedere le fotografie di questi loschi individui, con il fucile sulle spalle, mentre mostravano orgogliosamente sotto il piede il loro macabro bottino di caccia. Pare fossero soliti vantarsi del fatto che riuscivano a fotografare i Mapuches solo da morti. Da vivi questi ‘selvaggi’ avevano paura che la fotografia rubasse loro l’anima. Fortunatamente nella giornata di oggi, i nuovi .’conquistadores’ mi sono sembrati più inclini a conservare, piuttosto che a distruggere. I fautori del ‘Projecto Condor al Mar’, seguito dallo Zoo di Buenos Aires, si pongono come fine ultimo la reintroduzione del condor nelle zone costiere della Patagonia, ed hanno organizzato una campagna di sensibilizzazione delle popolazioni locali sulla necessità di ristabilire un equilibrio tra le varie componenti dell’ecosistema steppico, estremamente delicato, oltre che per orientare tali comunità verso uno sviluppo sostenibile, non più basato sullo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali. Il ritorno del condor può essere considerato un buon auspicio, per la riuscita di questo ambizioso fine. Il coinvolgimento emotivo provato dai discendenti degli indios Mapuche, presenti in maniera massiccia alla manifestazione, è stata un’esperienza straordinaria anche per me, gallurese proveniente dall’altro capo del mondo. Abbiamo assistito alla cerimonia di saluto per la liberazione dei giovani condor, celebrata dal più autorevole tra i detentori dell’antica cultura Mapuche, una sorta di sciamano, con il viso coperto di rughe, ma con una luce brillante in fondo agli occhi profondi e nerissimi. È Salito in cima alla montagna, accompagnato da fotografi e giornalisti di tutto il mondo, accorsi in questo sperduto angolo di Patagonia per documentare l’evento. L’anziano Mapuche ha recitato una sorta di preghiera di buon auspicio, nell’incomprensibile lingua dei suoi avi. Il vecchio ha proseguito la cerimonia prendendo tra le mani da un sacco delle piume e penne raccolte presso lo zoo di Buenos Aires dalle passate mute dei genitori dei giovani condor in procinto di essere liberati. Le ha quindi lanciate simbolicamente al vento, il freddo vento patagonico che sempre mi ha accompagnato in questo viaggio. Questo gesto così plateale ha suscitato un’ovazione tra la gente che assisteva, fino a quel momento silenziosa, ai piedi della montagna. Infine rivolgendosi verso il deserto, il vecchio ha suonato un antico corno in pietra, restituito per l’occasione al popolo Mapuche dopo essere rimasto a lungo muto, conservato in un museo, per annunciare finalmente al deserto stesso e ai suoi abitanti il ritorno del condor. L’eco di questo strumento ancestrale è echeggiato per chilometri, facendo ammutolire di nuovo, per l’emozione, il folto pubblico ben nascosto dentro i capanni mimetici costruiti in occasione dell’evento. L’apertura della grande gabbia per

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l’ambientamento.. e il comparire del primo timido condor sulla soglia della porta della stessa, i suoi primi curiosi saltelli, lo sbattere ripetuto delle immense ali ed infine il librarsi nel primo maestoso volo sulle nostre teste del re del vento, hanno fatto il resto. Ho visto gente accanto a me piangere di gioia, ed non mi vergogno di scrivere che, trascinata dall’emozione generale, anch’io ho pianto con loro. Dopo aver atteso che l’ultimo dei condor riacquistasse finalmente la libertà, abbiamo lentamente ripercorso, sballottati sul cassone di una jeep, il sentiero in mezzo alle sterpaglie del deserto che separava il luogo della liberazione dei Condor dal luogo di partenza, una piccola abitazione in mattoni di fango dove abitano i proprietari dell’estancia che ci ha ospitato. Guardandomi intorno, continuavo a chiedermi cosa fosse quella strana pianta che compariva dappertutto, che dava una fisionomia peculiare ed un fascino inconsueto all’intero paesaggio: un cespuglio molto ramificato sin dalla sua base, di un paio di metri d’altezza. Agli apici dei rami spuntano minuscole foglie di un colore verde chiaro, I suoi fiori sono delicati, di un colore giallo pallido, con stami molto numerosi che li fanno somigliare quasi a quelli dell’acacia. Nel mio terribile castigliano, ho chiesto ad un vecchietto che stava di fianco a me sul cassone della Jeep se conoscesse il nome dell’arbusto. Mi ha risposto che da quelle parti tutti lo conoscono bene, visto che è la loro fonte principale di legna da ardere. - Si chiama ‘chin chin’ – mi ha detto. In quel momento ho avuto un tuffo al cuore! Era proprio lei, la pianta che avevo sognato di vedere per tutti questi anni, la pianta descritta per la prima volta da Felix, l’Azara microphilla della mia enciclopedia di botanica. Mi trovavo in mezzo ad un deserto circondata da migliaia di piante...il cui nome era uguale al mio cognome! I miei compagni di viaggio, ai quali avevo raccontato le motivazioni della mia avventura in Patagonia, hanno condiviso con me l’entusiasmo per la scoperta ...di una traccia del passaggio di Felix, e tutti insieme abbiamo festeggiato l’avvenimento, ballando e cantando sul cassone del fuoristrada, tra lo stupore della gente che ci circondava. A questo punto potevo tornare a casa soddisfatta, e un indimenticabile tramonto sulle dune di Puerto Piramides, che ha dipinto il cielo di uno splendido colore aranciato, ha chiuso in bellezza una delle giornate più intense che io abbia mai vissuto. Antropologia, etnografia, botanica, geologia, zoologia, credo che Felix sarebbe stato fiero di me, se avesse potuto vedermi quel giorno in Patagonia, o forse è stato proprio grazie a Felix se il mio viaggio in Sud America non ha assunto i connotati di una semplice vacanza in un paese straniero. Attraverso i suoi occhi curiosi ho potuto ‘vederlo’ in un modo del tutto inusuale. Èdivenuto soprattutto uno strumento di profondo coinvolgimento emotivo che mi ha fatto meglio comprendere ed apprezzare le radici

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culturali di un popolo, quello Argentino, e le affascinanti risorse naturali del suo Territorio. Le mie ricerche su Felix De Azara continuano ancora oggi. Se nel corso di tale ricerca, dovessi scoprire che non siamo affatto parenti… poco male. L’esperienza vissuta in Patagonia basterebbe di per se a giustificare tutto il mio interesse per questo interessante personaggio storico vissuto tra La Spagna e il Sud America. FINE DEL VIAGGIO Giovedì 15 gennaio 2004 Aereoporto Ezeiza di Buenos Aires Sono qui, tutta sola , nella sala ‘vip’ della Iberia Airlines, ad attendere il volo che mi condurrà, alle 14.55 a Madrid. La mia avventura finisce qui, in questo ovattato ‘paradiso artificiale’ dove anche il rombo assordante degli aerei in partenza e in arrivo giunge lontanissimo. Dovrei essere felice di tornare a casa. In fondo manco dalla Sardegna da ben quaranta giorni, se non altro per una forma di cortesia dovrei sentire almeno un pochino di nostalgia. E invece…niente. Sono stata talmente bene in Patagonia che ora mi sembra quasi di partire da casa per una destinazione sconosciuta. Molte delle persone che ho incontrato nel corso di questo strano viaggio mi hanno confessato che questo sentimento l’hanno provato anch’esse. La Patagonia è uno strano virus che ti entra nel sangue, e del quale non riesci più a liberarti. Ho vissuto questa esperienza guardandomi intorno con gli occhi di un bambino, o forse con gli occhi di un fiero e curioso signore della fine del ‘700, con in mano il retino da farfalle e il cappello da esploratore in testa. Ho vissuto i rapporti umani di questo viaggio con l’animo di un’adolescente che si lascia attraversare dalle emozioni più forti senza aver la forza, o la volontà di contrastarle. Ho vissuto l’amicizia con altri ‘viaggiatori e viaggiatrici’ con la consapevolezza di una donna adulta, che apprezza sino in fondo la solidarietà, la tolleranza, l’allegra complicità di brevi incontri che lasciano tuttavia un segno profondo nella propria anima e in quella degli altri. Questo viaggio ha cambiato la direzione della mia vita, mi ha restituito il mio libero arbitrio, ora sento che la mia pelle respira di nuovo, le finestre del mio cuore sono di nuovo aperte, i miei occhi guardano al futuro con una nuova curiosità. Non domandatemi mai se andrei a vivere in Patagonia, ora che l’ho potuta finalmente vedere e vivere… Potrei rispondergli senza esitazione che si, andrei a viverci anche domani, se il mio rinnovato senso di responsabilità verso chi mi aspetta in Sardegna non mi frenasse… almeno per il momento. È comunque stupendo sapere che in qualche parte del mondo esiste una terra che in qualunque momento potrebbe farti felice. È come tenere una porta d’emergenza sempre aperta, se le cose non dovessero andare come dovuto!

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Apprezzate iniziative della Stazione Sperimentale del Sughero per far conoscere e rispettare la Quercus suber

L’AMICO SUGHERO di Antonio Delitala

DICI SUGHERO E PENSI ALLA GALLURA. BINOMIO INSCINDIBILE, QUESTO, FRA UNA RISORSA RINNOVABILE E UN’AREA GEOGRAFICA CHE COSTITUISCE UN HABITAT FAVOREVOLISSIMO PER UNA PIANTA, LA QUERCIA DA SUGHERO, RUSTICA E TENACE, CAPACE DI SOPRAVVIVERE ALLE AVVERSITÀ PIÙ DI QUALUNQUE ALTRA.

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erché la sughera (che nome prosaico. Meglio la Quercus suber) resiste persino agli incendi, come una strega sul rogo; unica pianta a difendersi dai piromani, a riuscire a sopravvivere a scapito, però, del prodotto. Pianta decisiva per tutelare il sottobosco ricco di presenze, umili e spetta-

colari, di flora e fauna e per caratterizzare, come una cartolina illustrata, il paesaggio. Chiome scure e fusti rossi sono un incredibile colpo d’occhio di un’artista inimitabile: la natura. Ma la sughera è diffusa in molte altre zone della Sardegna, anche se in Gallura ha la sua concentrazione, il suo “distretto”, appunto nato per vocazione e per conseguenza di una presenza sistemica di boschi e di fabbriche, alcune importanti, a respiro industriale, altre modeste, artigianali, ma non per questo meno importanti. Ma fuori del “distretto” – che qui ha raggiunto il suo equilibrio economico fra produttori di materia prima, imprenditori per la trasformazione, circolazione di saperi, servizi e produzione di beni (macchinari) per la lavorazione, di esperienze di mercato anche internazionale – i boschi di sughero si estendono in molte altre zone, con habitat favorevole e fanno massa critica per un’economia che supera i 170 milioni di euro e, com-

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Tempio, la Stazione Sperimentale del Sughero. Esami di laboratorio.

plessivamente, i tremila occupati. Numeri che parlano da soli e indicano questo frutto del bosco come una possibile “via sarda” allo sviluppo, se la classe politica vorrà investire in un programma di forestazione che appare sempre più necessario da un lato a sostenere la capacità produttiva, dall’altro a presidiare significative quote di mercato. Insomma, c’è anche il sughero nel nostro futuro. Ma quando parli di forestazione e di investimenti, qualcuno arriccia il naso. Perché tra le piantine messe a dimora e la

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Da secoli il Sughero e la Sardegna rappresentano due grandi tradizioni culturali che camminano fianco a fianco

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Con Disney alla scoperta del sughero.

produttività delle stesse trascorrono di media 30 anni, che sono più d’una generazione. Perciò c’è chi preferisce investire in attività capaci di creare reddito più rapidamente, qualche volta in assistenzialismo anziché creare le condizioni per costruire, pazientemente, il futuro. Di fronte a questa prolungata riflessione sulle cose da fare, bisogna far capire l’utilità del bosco, la ricchezza delle sugherete, la ricchezza di una politica forestale che abbia come obiettivo la valorizzazione di questa pianta che ogni dieci anni dà un frutto prezioso; lo dà generosamente, diventando, quella del sughero, una cultura agricola alternativa capace di reddito anziché

una produzione del tutto residuale del lavoro della terra. L’obiettivo è, dunque, quello di una coscienza diffusa sull’importanza del sughero e della quercia che lo produce. Con queste finalità, la Stazione sperimentale del sughero di Tempio Pausania ha avviato il progetto “cultura del sughero” con lo scopo di far meglio conoscere la risorsa. La definizione “cultura” non è né impropria, né azzardata. Quella del sughero è davvero una “cultura”, un modo di essere che suscita emozioni, riflessioni, interesse. Col sughero i sardi hanno coesistito da sempre; fin da epoche remotissime avevano scoperto le peculiarità di questo prodotto naturale con solo per la duttilità della lavorazione, ma anche per il forte potere isolante. Via via nel tempo il rapporto si è intensificato e il sughero è stato usato sempre più nella vita domestica. Anche per questo motivo, per la familiarità fra uomo e sughero, ha raccolto un grande successo il concorso scolastico, bandito, nell’ambito del progetto, dalla Stazione sperimentale; concorso aperto a tutte le scuole dell’isola, dalle elementari alle superiori, che, nella prima edizione 2002-2003 ha registrato l’adesione di un centinaio di classi e di oltre 2500 alunni. Libera la scelta del tema, che ha consentito alla fantasia di spaziare; alto il livello degli elaborati, appassionata la partecipazione delle scuole alle fasi della premiazione

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Tempio, operaie al lavoro (1902).

finale. In palio viaggi d’istruzione, in Italia e all’estero, in aree dove il sughero è di casa, dalla Toscana alla Corsica, al Portogallo. Accesa la competizione e vittoria, in alcuni casi, al rush finale tra classi molto competitive sul piano della creatività, della manualità, della conoscenza della materia. Il successo è stato condiviso dal mondo della scuola, che ha condiviso l’importanza dell’iniziativa. Della Commissione giudicatrice hanno fatto parte (e fanno parte nella seconda edizione 2003-2004), la direzione scolastica regionale e i responsabili dei quattro CSA (gli ex provveditorati), oltre a tecnici e giornalisti. Lusinghiero il giudizio della scuola, che ha apprezzato l’iniziativa e continua a sostenerla. Il presidente della Stazione sperimentale, Francesco Baule, promotore dell’iniziativa, segnala l’importanza didattica ed affida idealmente alle nuove generazioni – futura classe dirigente – il messaggio: la difesa della quercia da sughero passa attraverso la consapevolezza dell’importanza economica, ambientale e paesaggistica che questa risorsa rappresenta per la Sardegna. Ma la Stazione sperimentale ha fornito anche un prezioso corredo per far conoscere il sughero nella sua filiera – dalla ghianda al prodotto finito – realizzando un manuale – “Alla scoperta del sughero” – con la Walt Disney, un opuscolo a lettura facilitata nel quale i personaggi del fumetto principe per l’infanzia assecondano gli studenti nell’apprendere senza fatica i “segreti” del sughero. Il manualetto è stato distribuito a tutti i 230 mila scolari e studenti sardi ed è servito a numerosi insegnanti per dedicare lezioni specifiche. Un’altra importante iniziativa è stata la realizzazione di un documentario, affidato alla mano di un grande regista italiano, Ugo Gregoretti; un documentario piacevole e interessante che consente di ripercorrere la storia del sughero, dalla decortica alla lavorazione, alla sua incredibile duttilità d’impiego (dai tappi, prodotto principe, all’edilizia; dagli accessori della moda all’oggettistica, dalle palle da baseball ai galleggianti delle lenze, dalle carte da parati alle “stoffe” e persino alle

valvole dello shuttle, meglio protette di qualunque isolante artificiale nelle altissime temperature d’impatto con l’atmosfera. Una lunga storia, raccontata con brio e con ironia dal regista. Il progetto – assicura il presidente Baule – andrà avanti. Toccherà le scuole e l’università (sono state bandite quattro borse di studio per le lauree sul sughero dei due atenei sardi), la comunicazione e l’arte, per dimostrare l’utilità a valorizzare un prodotto del bosco che non richiede la morte della pianta. In questa vicenda assume un ruolo decisivo la Stazione sperimentale, vera e propria università del sughero, dove ricerca e sperimentazione, l’una e l’altra avanzatissime, aiutano produttori e imprese di trasformazione a presentarsi con credenziali assolute sul mercato, battendo, per qualità, la concorrenza internazionale. In questa vicenda, si diceva, alle scuole è affidato il compito di trasmettere ai giovani un patrimonio di valori e competenze che ci collocano ai primissimi posti nel mondo.

Stazione Sperimentale del Sughero Regione Autonoma della Sardegna

UFFICI E LABORATORI VIA LIMBARA, 9 - 07029 TEMPIO PAUSANIA (SS) ITALIA - TEL. 079/672200

Le cave di Capo Testa per i palazzi e le tombe romane

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Le cave di Capo Testa per i palazzi e le tombe romane

Il granito sardo nella Roma imperiale di Caterina Massimetti

Foto di Giulio Gelsomino

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PLINIO IL VECCHIO NEL TRENTASEIESIMO LIBRO DELLA “NATURALIS HISTORIA” COMMENTA COSÌ LA PASSIONE DEI ROMANI PER LE PIETRE ORNAMENTALI: “LE MONTAGNE LA NATURA LE AVEVA FATTE PER SÉ COME UNA SORTA DI SCHELETRO CHE DOVEVA CONSOLIDARE LE VISCERE DELLA TERRA E NEL CONTEMPO FRANGERE I FLUTTI MARINI, NONCHÉ STABILIZZARE GLI ELEMENTI PIÙ TURBOLENTI CON L’AIUTO DELLA LORO SOLIDISSIMA MATERIA, NOI INVECE TAGLIAMO A PEZZI E TRASCINIAMO VIA, SENZA NESSUN ALTRO SCOPO CHE I NOSTRI PIACERI, MONTAGNE CHE UN TEMPO FU OGGETTO DI MERAVIGLIA ANCHE SOLO VALICARE… MONTI STESSI VENGONO FATTI A PEZZI PER RICAVARNE MARMI DELLE SPECIE PIÙ VARIE… SI FABBRICANO NAVI PER CARICARVI I MARMI, E LE VETTE MONTANE SONO PORTATE A DESTRA E A SINISTRA SUI FLUTTI”.

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uesto passo del celebre naturalista romano ci testimonia da una parte la fervente attività di sfruttamento della pietra che si svolgeva nel primo secolo d.C., dall’altra la presenza di una sensibilità ecologista nel contesto di una società e di un’economia improntata sicuramente più al dominio che al rispetto della natura. Questa sensibilità, seppure contraddetta dalle fiorenti attività economiche e commerciali dell’impero romano, era presente in un ampio gruppo di intellettuali romani che avevano abbracciato la filosofia stoica e la sua teoria fondata sulla centralità della natura. Vorremmo invece riflettere sulle parole di Plinio che mettono in evidenza la rilevanza dello sfruttamento delle pietre da decorazione nell’antichità. Innanzitutto una precisazione: per marmo Plinio, come anche le sue fonti greche, non intende solo il carbonato di calcio, ma qualsiasi pietra che possa essere lucidata ed impiegata sia per la statuaria che per la costruzione di elementi architettonici. Il marmo per eccellenza è certo quello bianco della statuaria, in particolare il greco di Paro, ma nell’esposizione del trentaseiesimo libro della Naturalis Historia molto spazio è dedicato alle pietre per costruzioni. Plinio ricorda come episodio scandaloso il trasporto a Roma di ben 360 colonne di marmo e la diffusione in architettura dell’uso di elementi architettonici completamente in pietra a partire dall’età tardo repubblicana (fine II sec. a.C.), prima nell’edilizia pubblica e subito dopo in ambito privato. La pratica dell’uso del marmo aumentò in epoca imperiale tanto che “[Augusto] a buon diritto si gloriò di lasciare Roma marmorea mentre l’aveva trovata di mattoni.” (Svetonio “Le vite dei dodici Cesari”

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II, 29). Dalla lettura delle fonti antiche emerge chiaramente che in un primo momento Roma importa dalle province, in particolare dalla Grecia, manufatti di spoglio da monumenti preesistenti (colonne e statuaria), in un secondo momento, presumibilmente a partire dall’età di Augusto, sono ricercati nuovi siti di estrazione anche in località in cui è assente la tradizione statuaria e dei lapicidi in genere; è proprio in età augustea che, per rispondere alle aumentate esigenze della capitale, inizia lo sfruttamento delle cave di marmo lunense a Carrara dove si trova una pietra di ottima qualità e dove lo sfruttamento può avvenire con ben comprensibili risparmi nel trasporto rispetto alle località greche. Verso la fine primo secolo dopo Cristo inizia lo sfruttamento delle cave di granito grigio dell’isola d’Elba, dell’isola del Giglio e delle cave di Nicotera in Calabria. Solo a partire dal secondo secolo dopo Cristo è possibile datare l’inizio dell’attività estrattiva delle cave di granito sardo. Il sito più noto agli studiosi, e non, è indubbiamente quello della penisola di Capo Testa (a pochi chilometri da S. Teresa di Gallura), inserito in un contesto naturalistico molto suggestivo e visitato dai turisti estivi che, per lo più inaspettatamente, aggiungono alle delizie del bagno marino un tuffo in una realtà storica che fa riflettere sulla diversa destinazione che questa stessa località dovette avere duemila anni fa. Passeggiando sulla spiaggia di baia Santa Reparata ci si imbatte in manufatti (colonne o bacini) che denunciano la passata attività estrattiva e di lavorazione del granito che ebbe luogo sull’intera penisola di Capo Testa. Il granito qua è di tipo rosato, diverso dunque da quello che si trova in Italia nelle altre cave antiche già citate, e doveva essere particolarmente ricercato perché poteva fungere da valida alternativa al granito egiziano di Assuan (l’antica Syene) che è caratterizzato da feldspati di un colore rosa-rosso più acceso. La datazione dello sfruttamento al secondo secolo dopo Cristo può essere affermata con una certa sicurezza perché il sito è ricco di rinvenimenti di superficie quali frammenti di anfore e di ceramica che in archeologia hanno lo stesso valore che in geologia hanno i “fossili guida”. Nel sito delle cave di Capo Testa fu scoperto inoltre un monumento funerario rifinito con cura e dedicato dai genitori ad una giovane donna: Cornelia Tibullesia. Il tipo di monumento, come anche l’iscrizione concordano con una datazione risalente al II secolo dopo Cristo, in linea dunque con tutte le altre testimonianze del sito. Un’altra iscrizione funeraria rinvenuta presso la zona dell’istmo riporta il nome di una certa Helia Victoria che qualche studioso ha avvicinato all’entourage dell’imperatore Adriano (II secolo dopo Cristo). Nel corso del Novecento ci sono stati diversi rinvenimenti di tombe ad incinerazione e dentro anfo-

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frattura gli operai inserivano a re (cosiddette ad enchitrismòs) La cava con massi e colonne abbandonati. distanze regolari dei cunei in leche attestano la presenza sul gno che, bagnati, si gonfiavano luogo di una comunità che può ed esercitavano una forza tale da essere messa in relazione con l’antico sito di Tibula, citato nell’Itinerarium Antonini staccare dalla parete grosse fette di materiale (si veda come estremo riferimento settentrionale dell’antico l’immagine n 1). Questa tecnica è antichissima ed è testimoniata in tracciato viario della Sardegna. Come segnalato nella cartina, la penisola di Capo Sardegna già dall’epoca preistorica ; inoltre era impieTesta presenta almeno tre punti distinti in cui sono evi- gata anche nelle altre cave di granito di età romana perdenti le tracce di estrazione del granito; percorrendo i li- ché tracce uguali si trovano proprio nelle grandi cave miti costieri ci si imbatte in veri e propri “teatri”, zone in egizie di Assuan. I punti di estrazione che nei toponimi moderni socui la pietra veniva cavata con il sistema a “gradoni”, sistema che consentiva di attaccare la roccia gradualmente no indicati come “Porticciolu”, “Petri Taddati” e “Cala dall’alto verso il basso fino a che non fosse completa- Romana” si affacciano sul mare, una condizione ideale mente spianata la parte emergente. I lapicidi si servivano per le operazioni di carico dei manufatti che talvolta di una tecnica che è rimasta in uso sino a circa cinquan- consistono in colonne del diametro di circa 120 cm ; t’anni fa: attaccavano la roccia lungo le naturali linee di nella roccia sono ancora visibili dei fori quadrangolari frattura che nel granito, nonostante la nota durezza del nei quali erano infissi con molta probabilità i pali di sospensione degli argani necessari per sollevare gli enormi materiale, agevolano straordinariamente l’estrazione. Dopo aver inciso un piccolo solco per la profondi- carichi. Un altro sito simile a questi, se non più suggestivo, tà di qualche centimetro e per la lunghezza di tutta la

el Medioevo i Pisani fondarono il borgo di Longonsardo, avamposto strategico per la sorveglianza della Corsica, governata da Genova. In epoche successive, per il controllo della costa, furono edificati il castello catalano-aragonese di Longonsardo e la cinquecentesca torre spagnola, dalla quale si gode uno splendido panorama. Di fronte si stagliano le coste della Corsica, con le scogliere di Bonifacio e le isole dell’arcipelago maddalenino. A Santa Teresa si trova la splendida spiaggia della “Rena Bianca”. Dal 1987 Bandiera blu d’Europa, nell’insenatura protetta dall’isola Municca. A pochi minuti dal centro un ventaglio di altre spiagge consente di percorrere un itinerario particolarmente affascinante sulla riviera gallurese. La fondazione di Santa Teresa Gallura risale al 12 agosto 1808, quando Vittorio Emanuele I emanò un decreto reale nel quale vennero stabiliti i confini territoriali del nuovo paese e le caratteristiche urbanistiche. Il nome è un tributo dato in onore a Maria Teresa d’Austria, moglie del re di Savoia. Fu lo stesso sovrano ad ideare e disegnare la pianta della cittadina, con le due piazze principali di forma quadrilatera e le strade che si incrociano ad angolo retto. Nei pressi dell’attuale paese esistevano due centri abitati, già in epoca romana “Longonis”, nome che si presume derivi dal lungo fiordo sul cui lato si ergeva il centro abitato e Tibula. La costa è tratteggiata da rientranze, promontori e calette. Si contano una miriade di isolette e scogli che si stagliano possenti dall’ambiente marino verso il cielo. I fondali dei mari del territorio gallurese offrono spettacoli incantevoli. Santa Teresa Gallura è circondata da spiagge

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Piazza Villamarina - 07028 Santa Teresa Gallura (SS) Tel. 0789 740900 (centralino) • Fax 0789 754794

meravigliose come la Marmorata, Porto Quadro, Valle dell’Erica, Conca Verde e Porto Pozzo. Per un viaggio immerso nella natura basterà percorrere il versante opposto, un itinerario con paesaggi da favola tra la collina ed il mare. Andando verso Capo Testa si possono ammirare gli splendidi graniti di Cala Spinosa e Cala Grande, che ritraggono forme meravigliose, come il dinosauro, il cammello e l’elefantino. Nello stretto istmo che unisce il promontorio di Capo Testa alla Sardegna si trova la spiaggia dei Due Mari con Capicciolu a destra (est) mentre a sinistra la Rena di

Ponente. Il mare è l’elemento principale che offre tante opportunità per essere goduto in tutti i periodi dell’anno, dallo sport della vela alla pesca d’altura, da vivere nei pescherecci insieme ai pescatori locali, o nelle battute organizzate. Un modo insolito di trascorrere le vacanze in Sardegna è legato all’archeologia. Il comune di Santa Teresa Gallura propone a volontari un’iniziativa per ripor-

Comune di

Santa Teresa Gallura

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tare al primitivo splendore monumenti di storia sepolta. Le operazioni di scavo si effettuano negli insediamenti prenuragici e nuragici di Lu Brandali, che comprendono una Tomba dei Giganti (la necropoli nuragica del villaggio), un nuraghe, circondato da un antemurale provvisto di diverse torri, un villaggio di capanne e ripari sotto roccia. Testa di ponte nei traffici transmarini fin dal Neolitico, Santa Teresa Gallura conserva importanti vestigia in estesi villaggi nuragici, quali quello di Lu Brandali, situato a ridosso di formazioni rocciose, fra suggestivi effetti cromatici di lentischi ed euforbie multicolori. Di particolare pregio naturalistico ed archeologico è il promontorio di Capo Testa, una delle roccaforti granitiche che caratterizzano la terra gallurese. Ancora oggi sono visibili le tracce della fiorente attività di cava all’epoca romana: colonne, blocchi squadrati, resti di un molo al centro della spiaggetta presso l’estrema punta di levante.

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Capo Testa

Santa Teresa Gallura e la spiaggia di Rena Bianca dal 1987 Bandiera blu d’Europa

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Capo Testa, resti della cava romana.

ma sicuramente meno noto è l’isoletta di Marmorata, a pochi chilometri da Capo Testa, in prossimità di punta Falcone. Il nome stesso esprime la ricchezza dell’isola che fu chiamata anticamente così come era definito il porto fluviale dell’antica Roma dove approdavano le navi onerarie deputate al trasporto dei marmi. Questa isoletta (in realtà il toponimo ne indica due, ma solo quella meridionale mostra tracce di estrazione) dista dalla terra ferma pochi metri e il granito presente è molto simile a quello di Capo Testa. L’attività estrattiva si concentra nella parte sudorientale e i settori più interessanti sono almeno cinque: qui si trovano lunghi pilastri e colonne del diametro di 30 e 60 cm, spesso con la base sagomata (vedi la cartina). Il sistema di distacco della roccia testimoniato è sia quello “a gradoni”, sia quello “a trincea” (vedi immagine n 2) e sono visibili le caratteristiche tracce lasciate sulla parete dai cunei in legno; anche qui come a Capo Testa affiorano frammenti di vasellame romano del secondo secolo d.C. Ma quale impiego ebbe il granito sardo? Una tradizione priva di fondamento sostiene che sia stato impiegato per le colonne del Pantheon di Agrippa, ma da un esame autoptico effettuato da chi scrive risulta che il granito in questione appartiene alla varietà egiziana della syenite (il granito rosso-rosa di Assuan) cui il granito sardo assomiglia; è molto probabile invece che il granito sardo sia stato impiegato per la costruzione del foro e dei mercati traianei dove si trovano delle colonne di sicura provenienza sarda. Qualche colonna è stata segnalata nella chiesa romana di S. Lorenzo in Lucina, ma è chiaramente di spoglio e non ci sono testimonianze che ci riconducano all’utilizzo primario della pietra. Sappiamo che anche i Pisani, durante il loro dominio si impossessarono di colonne di granito sardo, ma non furono impiegate nella costruzione del Duomo, se ne trova solo qualcuna in edifici nobiliari della città. Tra le tante ipotesi è possibile affermare che lo

sfruttamento del granito sardo da parte dei romani sia coinciso o con un momento di grande richiesta di marmora o con un momento di crisi nell’importazione della syenite, crisi dovuta presumibilmente ad un innalzamento dei prezzi per difficoltà di trasporto o difficoltà nella gestione delle cave egizie. Il granito sardo si inserì nel grande mercato dell’Urbe come sostitutivo a basso costo del granito di Assuan. Questa relazione o meglio interscambiabilità tra granito sardo e granito egiziano sembra sussistere anche in età cristiana, quando le colonne delle due differenti pietre, reimpiegate nei luoghi di culto, si trovano spesso abbinate (così in S. Lorenzo in Lucina o in S. Clemente); il granito sardo è infatti molto simile alla varietà pallida del granito egiziano. Un’altra questione da risolvere è quella della proprietà delle cave sarde: a questo proposito si può considerare che lo sfruttamento di una pietra come il granito, così impegnativa, ma anche carica di valenze ideologiche – il granito richiamava alla mente l’Egitto e la potenza faraonica – dovesse richiedere gran dispendio di mezzi e coinvolgesse grossi interessi. Perciò così come accadeva per la maggior parte delle antiche cave, pare lecito supporre che anche in Sardegna l’amministrazione di una tale risorsa fosse affidata a liberti imperiali. A questa ipotesi farebbe propendere anche il ritrovamento della già citata epigrafe funeraria di Helia Victoria che secondo la Sotgiu potrebbe essere “se non una liberta imperiale, perlomeno discendente di liberti di Adriano o di suoi successori”.

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L’azione del Tribunale Speciale per la difesa dello stato fascista nel nord Sardegna

IN

NOME DEL

DVCE

di Antonello Ara Foto coll. G. Gelsomino

DAL PUNTO DI VISTA SOCIALE, ALL’INTERNO DELL’ANTIFASCISMO SARDO SI DISTINSERO SOSTANZIALMENTE DUE GRUPPI, UNO DI MATRICE OPERAIA (PROVENIENTE DA ALCUNE TRADIZIONALI ZONE ROSSE), UNO DI MATRICE BORGHESE (COSTITUITO SOPRATTUTTO DA LIBERI PROFESSIONISTI, LA CUI RELATIVA INDIPENDENZA ECONOMICA CONSENTIVA DI SFUGGIRE IN PARTE AI CONDIZIONAMENTI DEL REGIME), MA NON MANCARONO NEANCHE LE INIZIATIVE ISOLATE, AD OPERA DI ANARCHICI: FAMOSO È SOPRATTUTTO IL CASO DI SCHIRRU, CONDANNATO A MORTE PER AVER ORDITO UN ATTENTATO CONTRO MUSSOLINI.

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roprio una serie di attentati contro Mussolini, iniziata nel 1926, aveva offerto al fascismo il pretesto per una serie di provvedimenti volti a cancellare ogni tipo di opposizione. Si trattò di un insieme di leggi (legati al nome del ministro della giustizia, Rocco) da cui derivò un’accentuazione del carattere autoritario e re-

Mussolini a 15 anni.

pressivo dello Stato e una profonda modifica dell’assetto costituzionale dell’Italia. Tra i nuovi provvedimenti, la legge 25 novembre 1926 n. 2008 divenne uno degli strumenti più efficaci contro ogni organizzazione antifascista. Questa legge (che come molti altri interventi legislativi era stata elaborata e proposta dal Guardasigilli Rocco) stabiliva anche la pena di morte per chi attentasse alla vita del re, della regina, del principe ereditario e del capo del governo o cospirasse contro la sicurezza dello Stato. La legge, inoltre, istituiva il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, un organismo composto da ufficiali della milizia e delle forze armate; contro le sue sentenze non esisteva possibilità di appello. Benché la legge fosse stata presentata come eccezionale per la durata di cinque anni, essa restò in vigore fino alla caduta del regime. Il Tribunale Speciale iniziò ad operare nel gennaio del 1927, dimostrando subito grande efficacia nel colpire le organizzazioni antifasciste. Centinaia e centinaia di oppositori al regime (in gran parte comunisti, ma anche giellisti, anarchici, socialisti) vennero colpiti con provvedimenti di estrema durezza. I sardi giudicati dal Tribunale Speciale furono ben 210 (il 3,2 per cento dei 6495 imputati portati davanti al Tribunale): furono eseguite 44 condanne, per un totale di oltre 223 anni di carcere. Gli episodi più importanti di

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mento cospirativo (con corriantifascismo isolano (legati quasi Il Duce a Napoli (ottobre 1931). spondenza cifrata o scritta con esclusivamente all’iniziativa di l’inchiostro simpatico). gruppi comunisti e sardisti) ebbeOltre a lettere informative ro per ambito soprattutto la procirca il movimento in Italia, mandava articoli che venivincia di Cagliari. Nel Nord Sardegna, naturalmente, ebbe un ruolo vano pubblicati negli organi di G.L.. Dalla centrale deldi rilievo Sassari, ma anche molti paesi richiamarono l’associazione in Parigi, inoltre, Michele Giua era stato l’attenzione del sistema di controllo fascista. A est e a incaricato di predisporre e dirigere l’introduzione in ovest del Coghinas i centri di cui si occupò particolar- Italia di materiale di propaganda, “in concerto con almente il Tribunale Speciale furono rispettivamente cuni elementi del partito comunista”. Gli atti processuali sono molto interessanti, sotto Tempio e Castelsardo. Ben tre i castellanesi perseguiti dal Tribunale Spe- diversi aspetti: da una parte, ci informano su come si ciale per la Difesa dello Stato, fra i quali Michele Giua, era messa in moto la macchina investigativa; dall’altra, processato assieme ad alcuni fra i nomi più importanti riportano un tentativo di analisi politica fascista sull’azione di G. L.. dell’antifascismo italiano. Secondo tale interpretazione, i cospiratori di “GiuMichele Giua, ex professore universitario a Torino, appartenente a “Giustizia e Libertà”, fu condannato nel stizia e libertà” (definiti “espressione di detriti di for1936 dopo un processo celebre che coinvolse alcuni fra mazioni politiche che, sommerse dalla marcia travoli più noti intellettuali torinesi, da Vittorio Foa all’uma- gente del fascismo, avevano riparato in Francia) avevanista Augusto Monti, maestro di generazioni di pie- no accentuato la loro attività quando si era profilata l’eventualità di un conflitto italo-etiopico per la difesa e montesi (fra i quali Cesare Pavese). Michele Giua fu accusato di “avere, precedente- l’affermazione della dignità e degli interessi dell’Italia in mente e fino al maggio 1935 in territorio di Torino, Africa Orientale. “Da tal gruppo di antitaliani, vilissime falsità, reCuneo, altrove ed in territorio estero, partecipato al movimento rivoluzionario clandestino Giustizia e Li- pugnanti e ciniche diffamazioni sono state imbastite, bertà, mirante a commettere fatti diretti a mutare la co- stampate e diffuse contro l’Italia e contro il nostro Eserstituzione dello Stato, a promuovere un’insurrezione ar- cito, col manifestato intento di incrinare, comprometmata contro i poteri dello Stato e a suscitare la guerra tere e discreditare la nostra preparazione militare e procivile”. Nell’associazione, Michele Giua aveva assunto curare un successo all’Abissinia. Largo accoglimento e lo pseudonimo di Branca, col quale corrispondeva col apologistico consenso, tale campagna parricida trovò figlio fuoruscito Renzo per questioni relative al movi- naturalmente all’Estero in elementi e in giornali inte-

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ressati.” Anche in Italia –si osserva- era stato notato qualche movimento di riflesso, per cui la polizia, intensificando l’azione di controllo su elementi noti per i loro sentimenti antifascisti, aveva potuto accertare i frequenti contatti “fra costoro e i ricordati detriti all’estero” venire in possesso di lettere compromettenti (scritte con inchiostro simpatico).Pertanto, nella primavera del 1935, procedette a perquisizioni e all’arresto delle persone coinvolte, appartenenti alla “predetta setta” “Giustizia e Libertà”. Gli atti processuali, naturalmente, avevano confermato che “ciascuno di essi o con scritti pubblicati sui libelli della setta o adoperandosi per l’introduzione clandestina di stampe nel Regno o ravvivando, con lettere e informazioni menzognere, le aberrazioni del fuoruscitismo, aveva concorso al rafforzamento e alla divulgazione del piano criminoso.” La posizione processuale di Giua era strettamente collegata a quella dell’avvocato torinese Vittorio Foa, il quale, “dopo ostinati dinieghi predibattimentali, ormai coperto dalle prove scritte e dalle concordi indicazioni di coimputati”, aveva confessato di essere affiliato alla setta, di avere scritto articoli rivoluzionari (che venivano pubblicati nel periodico e nei quaderni intitolati “Giustizia e Libertà”) e di aver corrisposte col Giua mediante lettere cifrate e scritte con inchiostro simpatico. Alla fine, Michele Giua e Vittorio Foa si ritrovarono accomunati dalla stessa condanna: mentre Monti fu condannato a cinque anni di reclusione ed altri antifascisti ad altre pene più o meno lunghe, Foa e Michele Giua furono condannati ad anni quindici ciascuno, al pagamento delle spese processuali e delle spese della propria custodia preventiva. Giua Michele, Castelsardo, 26/4/1889. Professore di chimica a Torino, iscritto al PSI dal 1906, si ritira dall’insegnamento nel 1933 per non prestare giuramento al regime fascista. Raccoglie nel 1935 dei fondi destinati a E. Lussu, allora in sanatorio in Svizzera; denunciato nel maggio 1935 al Tribunale speciale come componente del gruppo torinese di Giustizia e Libertà, è arrestato e condannato a 15 anni di reclusione. Mentre è in carcere, perde la vista e gli muoiono i due figli maschi, Franco e Renzo (quest’ultimo, espatriato clandestinamente in Francia nel marzo 1934, muore in Spagna nel febbraio 1938). Liberato nell’agosto 1943, partecipa alla guerra partigiana e dopo la liberazione diventa di diritto Senatore della Repubblica Italiana. Al di là del nome altisonante e drammaticamente serio, e delle pene altrettanto serie assegnate, il Tribunale speciale per la difesa dello Stato si occupava anche di questioni incredibilmente banali, le quali fanno assumere al dibattimento toni farseschi e sembrano ripre-

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se dai film di Totò e Aldo Fabrizi (o, ai nostri giorni, da trasmissioni quali“Forum” o “Un giorno in Pretura). Assolutamente singolare, ad esempio, appare oggi ai nostri occhi il processo a carico del nulvese Giovanni Fais (di Giovanni e di Canu Caterina, nato a Nulvi il 16 febbraio 1914), celibe, alfabeta, detenuto dal 3 maggio 1937 con l’imputazione di aver vilipeso pubblicamente nel suo paese la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, con l’espressione “Abbasso la Milizia”. Questi i fatti: la sera del 4 febbraio 1937 nella sede della sezione fascista di Nulvi veniva effettuato un trattenimento danzante, promosso dal direttorio del fascio, a favore delle opere assistenziali; erano state invitate le camicie nere del luogo. Verso mezzanotte, mentre il trattenimento volgeva alla fine, certi Pasquale Canu e Gavino Carrucciu si misero a scherzare, esibendosi nella una lotta sarda. Finiti i due a terra, intervenne un certo Laino per aiutare entrambi a rialzarsi, ma l’opera buona di costui fu male interpretata dal fratello del Canu ed il suo amico Farre. Insomma, finita la lotta tra Canu e Garrucciu, ne cominciava una tra i due intervenuti in loro appoggio. Per impedire al Farre di colpire ancora, intervenne una camicia nera, afferrandolo alle spalle. Mentre si svolgeva questo episodio, da un gruppi di amici del Farre (di cui faceva parte l’imputato Giovanni Fais) partiva l’oltraggioso grido: “Abbasso la milizia — milizia di merda”. Non basta. Dopo il grido, i compagni del Farre si buttarono subito addosso alla camicia nera, la quale venne immobilizzata e colpita con un forte pugno sul viso (diagnosi: ecchimosi all’occhio sinistro, guaribile in otto giorni). Naturalmente, intervennero le altre camicie nere, per cui fra i due gruppi si venne a collutazione. In definitiva, Giovanni Fais affrontava una camicia nera –Marra- domandandogli: “Chi sei tu?” Alla risposta: “Sono un milite ed intervengo a mettere il buon ordine”, il Fais aggiungeva a voce alta: “Abbasso la milizia!”; non solo: nella mischia che si stava svolgendo fra i due gruppi, Marra venne trascinato in un angolo oscuro e là ripetutamente colpito con pugni. Le camicie nere non avevano fatto una bella figura, ma a questo punto la sentenza deve difendere l’onore fascista, per cui fa finire la lite con un intervento pronto ed energico delle camicie nere, che riportarono la calma ed “il gruppo dei prepotenti e provocatori precipitosamente si dileguò”. L’onta andava lavata, magari individuando delle aggravanti. Secondo le affermazioni di taluni testi, prima del grave incidente il gruppo di provocatori aveva preso in mezzo una camicia nera in borghese (mentre le altre camicie nere suaccennate indossavano la divisa della M.V.S.N., in quanto erano nel pomeriggio rientrate a Nulvi provenienti da Roma, ove avevano partecipato

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fortuna dell’imputato, si tenne alla cerimonia dell’annuale della Isola Rossa “quando c’era lui”. conto del fatto che il Fais era milizia) e lo avevano preso in giro iscritto al partito fascista e apparsballottandolo a destra ed a siniteneva ad una famiglia di benestra, lasciando così supporre che meriti tesserati fascisti, mentre nel già mirassero a voler provocare le gruppo dei provocatori vi erano anche individui non camicie nere. Dai fatti non emergevano chiaramente tutte le re- iscritti al fascio, per cui si poteva concludere che egli sponsabilità individuali dei provocatori, ma si riuscì a poteva essere stato trascinato da questi a commettere il provare che il Fais avesse detto a voce alta “abbasso la reato. Insomma, valutate le circostanze e le attenuanti, il milizia”, proprio quando la camicia nera, che indossava la divisa di milite, dichiarava al giudicabile che interve- Collegio ritenne equa una condanna a due di reclusione, con le spese di giudizio e di preventiva custodia (“olniva come milite per mettere il buon ordine. Insomma, il Fais si era reso responsabile del delitto tre ad ogni altra conseguenziale di legge”). Secondo la migliore tradizione della commedia alpunito dall’art. 290 del Codice penale, “in quanto nella fattispecie si vengono ad integrare tutti gli estremi og- l’italiana, in realtà la storia ha un lieto fine (Fais doveva gettivamente e soggettivamente considerati, costituenti la essere nato con la camicia): fortuna volle, infatti, che il configurazione giuridica del reato ascrittogli”. La realtà reato fosse stato commesso solo nove giorni prima delsembra imitare la fantasia: sono ricavati dal codice pe- la promulgazione di un provvidenziale decreto regio di nale, ma sono passi che riecheggiano la straordinaria condono, per cui -“non ostandovi precedenti penali”prosa utilizzata da Gadda nei suoi romanzi e la vicenda l’intera pena del Fais fu condonata con la condizionale. Altro caso assolutamente pazzesco per un Tribunasi conclude proprio come un’invenzione gaddiana: per

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le speciale per la difesa dello Stato Tempio, un “sabato fascista” nel cortile to a ben “quattro anni di reclusione e sei mesi di arresto” (nonché è quello che riguarda un bracciandella scuola elementare (1936). con l’interdizione dai pubblici ufte di Castelsardo, Silvio Spano, fici, l’obbligo di pagare le spese di confinato politico nella Colonia di Polizia di Ustica per ragioni che non conosciamo giudizio e per la detenzione, ecc. ecc.). Processi talmente assurdi che verrebbe da ridere, se (ma certamente riconducibili al fatto di essere stato schedato come anarchico dalla prefettura di Sassari, fin non si pensasse al fatto che nell’Italia del tempo si potevano classificare come “pericolosi per la salvezza nadal 1931). Fatto sta che Silvio Spano, figlio di Lorenzo e di zionale” casi del genere. Un insieme considerevole dei provvedimenti del Francesca Pilo, nato 1874 a Castelsardo, vedovo senza figli, alfabeta fu rimandato a giudizio del Tribunale spe- Tribunale Speciale, comunque, riguardò l’attività anticiale per avere offeso -assieme ad altri confinati politici- fascista svolta da sardi nei luoghi di emigrazione. Fra i il prestigio del Capo del Governo: gli appartenenti al galluresi, assume una certa rilevanza –se non altro per gruppo avevano tentato di strappare ad uno di loro un la condanna inflittagli- la figura di Armando Gentiluodistintivo con l’effige del Duce e qualcuno aveva pro- mo, nato a La Maddalena nel 1920. Appena finito il nunciato le parole: “Si levi quella schifosa testa”. Un ol- servizio di leva, trova un lavoro di meccanico tornitore traggio simile non poteva non essere demandato al Tri- e si ferma a Firenze, dove entra a far parte di una orgabunale speciale, che si occupò seriamente del caso e in- nizzazione clandestina comunista operante negli stabiflisse una pena esemplare al colpevole: certo, Spano e limenti di Rifredi (Firenze). La maggior parte dei suoi compagni era costituita gli altri dovettero essere assolti per insufficienza di prove dall’accusa di lesioni, ma Abele, il confinato indivi- da operai dello stabilimento i quali, assieme ad altri duato come colpevole dell’offesa al duce, fu condanna- compagni di fede, pare si fossero organizzati e tenesse-

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ro segrete riunioni “per un continuo scambio di idee antifasciste, per raccogliere fondi “pro soccorso rosso” (per un detenuto politico), per diffondere stampa comunista e fare nuovi proseliti”. Denunciato nell’aprile del 1940 al Tribunale speciale, Gentiluomo non risultò uno dei maggiori responsabili dell’associazione (costituita da gruppi di comunisti di 3 o 5 elementi), ma pur sempre un attivo gregario, per cui fu condannato -per associazione e propaganda sovversiva- a quattro anni (due saranno condonati con la condizionale poiché tale attività si era interrotta prima del regio decreto di condono del febbraio 1940). Altro maddalenino rinviato a giudizio per antifascismo è Carlo Ortalda, studente universitario a Genova: nell’estate del ’40, appunto, è denunciato al Tribunale Speciale in quanto componente del Movimento Universitario per la Ricostruzione Italiana, un’associazione di studenti e intellettuali considerata colpevole di propaganda sovversiva. Più singolare il reato di un altro maddalenino (già segnalato in passato come simpatizzante comunista e poi per non essere iscritto al partito fascista): Pasquale Palitta è sorpreso nel 1933 a cantare una canzone fascista applicandovi un finale sovversivo, è sentito da un milite della milizia fascista e ne scaturisce una colluttazione. Inevitabile la condanna: “6 mesi e 15 giorni di reclusione e un mese di arresti”. In definitiva, comunque, pochi i casi di Galluresi implicati in casi gravi di antifascismo, ma sono molti gli individui denunciati per antifascismo. Giovanni Michele Garau, residente a Tempio, dove svolgeva l’attività di bracciante, è denunciato nel marzo 1939 per avere pronunciato parole “poco riguardose verso il Duce”, che gli procurano una “ammonizione”; le nuove offese al Capo del governo nel dicembre del ’41, invece, gli valgono l’arresto e la denuncia al Tribunale speciale. Denunciato al Tribunale Speciale per vilipendio delle istituzioni e offese al capo del governo anche l’aggiese Giuseppe Secchi. Diversi i casi di galluresi inviati al confino: il socialista Pietro Meloni, insegnante di Berchidda trapiantato a S. Teresa, nel 1929 è assegnato al confino -dove morirà due anni dopo- per sospetto di spionaggio e favoreggiamento di espatrio clandestino (la vicinanza con la Corsica, faceva di S. Teresa un punto di riferimento particolare per chi voleva espatriare in Francia). Il bracciante olbiese Salvatore Spano, invece, è denunciato nell’estate 1941 per attività antifascista all’estero: assegnato al confino per due anni. Molti i nomi di galluresi schedati nel 1931 dalla Prefettura di Sassari come anarchici, comunisti, sovversivi pericolosi (alcuni anche come socialisti): fra gli schedati come anarchici troviamo Antonio Giorgioni, contadino di S. Teresa (l’altro teresino schedato come sovversivo

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pericoloso è G. A. Usai, emigrato a New York), Battista Tamponi (di Luras), l’aggiese Paolo Lutzu, i tempiesi Matteo Pedroni (“sospetto anarchico”) e Michele Salvano (un pericoloso sovversivo), l’olbiese Vittorio Petta, il bracciante maddalenino Giovanni Maria Pinna (già arrestato a Nizza ed espulso dalla Francia perché sorpreso a distribuire manifestini di propaganda comunista e antimilitarista); fra i socialisti troviamo gli olbiesi Antonio e Giuseppe Sotgiu e il tempiese Gerolamo Sotgiu (tutti “sovversivi pericolosi”); fra i comunisti, invece, troviamo Agostino Angelo Manconi, cameriere di Tempio, segnalato nel bollettino delle ricerche in quanto emigrato a Marsiglia; nella stessa situazione il tempiese Pietro Sini, il quale emigra in Francia e al rientro in Italia viene arrestato, nel novembre del 1939: assegnato al confino per due anni, è poi internato e viene liberato solo dopo la deposizione di Mussolini. L’operaio sugheriero Andrea Macciocco, di Tempio, è tra i fondatori della sezione tempiese del PCd’I. Nel febbraio 1923 è arrestato e rinviato a giudizio con S. Brigaglia, N. Manconi e G. Tamponi “per avere, in correità fra loro, in obbedienza agli ordini impartiti dal comitato esecutivo centrale comunista di Roma, fatto opera di propaganda fra le masse, allo scopo di cooperare , onde far insorgere gli abitanti del Regno contro i poteri dello Stato”. Le prove di un simile reato, evidentemente, non dovevano essere ancora grande cosa, tant’è vero che Macciocco dovrà essere scarcerato dopo un mese; continuerà ad essere sorvegliato, comunque, durante tutta l’era fascista. Anche l’avvocato G. Tamponi (di Luras, poi trasferitosi a Calangianus), continuerà ad essere sottoposto a sorveglianza per tutto il ventennio fascista; dopo il 25 luglio sarà il primo segretario regionale del PCI. Il tempiese Nicola Manconi si era già distinto a Genova (dove si era trasferito per imparare il mestiere di sarto) nelle manifestazioni contro l’intervento nella prima guerra mondiale. Tornato a Tempio, organizza e anima il movimento operaio tempiese negli anni 1919’22, quando i sugherieri sono impegnati nella rivendicazione delle 8 ore lavorative e di salari più adeguati; fonda la cooperativa dei sugherieri. Alla nascita del partito comunista, vi aderisce immediatamente ed è tra i fondatori della sezione tempiese del PCd’I, assieme a S. Brigaglia (che poi sarà sua moglie), A. Macciocco e G. Tamponi, con i quali è arrestato nel febbraio del 1923. Scarcerato dopo un mese, la sua casa sarà un punto di riferimento per tutto l’ambiente antifascista gallurese (la bandiera della sezione continuerà a restare sepolta nel cortile, in una cassa di zinco). Sorvegliato durante tutti gli anni del regime, riuscirà comunque a introdurre materiale clandestino di propaganda dalla Corsica e nel dopoguerra sarà consigliere comunale di Tempio per quasi vent’anni.

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S. Teresa Gallura. Storia della Torre di Longosardo

la sentinella

IL GIUDICE MARIANO dell’isola per un gettito IV DI ARBOREA, PRIpresunto annuo di MA DELLA MORTE 12.000 ducati. Si stabilì AVVENUTA NEL 1376, che i tratti di costa non AVENDO ESTESO IL attribuiti alle città di CaSUO POTERE ANCHE gliari e di Sassari fossero di Natale Ferro SUL GIUDICATO DI affidati ad un’ “AmminiGALLURA, AVEVA FATstrazione delle torri”, TO ERIGERE IL CAcomposta dallo stesso viSTELLO DI LONGONceré e da tre rappresenSARDO (O LONGOtanti del parlamento loSARDO) SULLA SPONDA ROCCIOSA A SUD-EST, cale, coadiuvati da funzionari operanti nelle città di cui OLTRE LA METÀ DELL’INSENATURA, CHE NELLE sopra. BOCCHE DI BONIFACIO SI ADDENTRA A MO’ DI Nel programma definito nel 1587 fu compresa la FIORDO DENTRO LA COSTA SARDA SU CUI, A torre di Longosardo. Il sito fu scelto all’estremo nord OVEST SORSE MOLTI SECOLI DOPO L’ATTUALE dello sperone roccioso che si erge a ovest dell’imboccaCENTRO TURISTICO DI SANTA TERESA GALLU- tura del porto omonimo, dove sono visibili tuttora i ruRA. deri del vecchio castello, a 41 metri sul livello del mare

P

oiché quel fortilizio con il piccolo borgo cresciuto nei pressi venne nel 1422 assalito e saccheggiato da una flotta genovese al comando di Francesco Spinola nel quadro della lotta finale, ormai perduta, dei Giudicati sardi contro il predominio della monarchia catalana, il re Alfonso V d’Aragona nel 1423 ne ordinò la distruzione e, per oltre un secolo, le coste galluresi rimasero esposte senza tutela agli assalti di corsari, banditi e contrabbandieri. Nel 1578 Miguel de Moncada, viceré in Sardegna di Filippo II di Spagna, figlio dell’imperatore Carlo V, il Filippo prototipo dell’assolutismo tirannico di cui all’omonima tragedia alfieriana, concordò con il suo re un piano di difesa globale per garantire la sicurezza dei litorali, mediante un circuito di “torri d’avvistamento”, che segnalassero i pericoli alle forze di primo intervento. Moncada all’apertura del parlamento sardo, nel 1583 mise a punto con i rappresentanti degli “Stamenti” un progetto e un preventivo per la costruzione e la gestione del suddetto sistema di torri, da finanziarsi mediante un tributo su formaggi, corallo, cuoio e lana

ed il costo della costruzione fu di 300 scudi spagnoli. Non si sa esattamente quando essa fu realizzata, ma certo era in attività nel 1599. Costruita con blocchi di granito, essa ha un diametro di circa 19 metri e quindi una superficie di 285 mq.; è alta 11 metri sulla roccia, con la porta d’accesso senza scala fissa esterna (per molto tempo si utilizzò una scala di corda a piuoli gettata dall’alto) a 6 metri dal suolo nel versante non esposto al mare. Al centro dell’area abitabile si eleva una grossa colonna che sorregge la volta ricurva ed esiste tuttora un pozzo scavato vicino al muro che, entro la mole, a sud-est riforniva la guarnigione di acqua piovana. Una cinta muraria o cortina e un “rivellino” la proteggevano nei due versanti marini, quello delle Bocche e quello del porto. La mole dista 9 miglia dalla Corsica e dal costone tufaceo su cui poggia la città di Bonifacio, di origine genovese. All’interno una scaletta a chiocciola, partendo nei pressi del pozzo, porta sulla volta, intorno alla quale fu eretto un muro protettivo alto circa un metro e interrotto da feritoie, che conferiscono alla torre quasi una merlatura guelfa. Dalla parte opposta alla porta d’accesso, verso levante c’è un’altra apertura rettangolare che serve a dar luce e per l’avvistamento sul mare o anche per l’impiego di armi leggere, in aggiunta a quelle pesanti da piazzarsi sul terrazzo. C’è chi ha rilevato che anche questa finestra, meno alta sulla roccia sottostan-

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te rispetto all’apertura di ovest Dipinto (un po’ fantastico) della torre. Il viceré in carica negli anni poteva, scavalcando la cortina, Autrice Philippine La Marmora, nipote del 1790/94 era Vincenzo Balbiano, più celebre Alberto. dare accesso all’interno della torgià menzionato, il quale non solo re, sempre con l’aiuto di una scanon assunse le misure necessarie a la. rinforzare la difesa dell’isola, coVi risiedeva un “alcaide”, che inizialmente aveva il me prescrivevano le direttive regie (la Francia della ricompito di sorvegliare 57 miglia di costa, solo in parte voluzione nel 1791 aveva occupato Nizza e la Savoia, visibili dal fortilizio, che poi fu anche dotato di quattro culla della monarchia), ma aveva consentito lo sbarco a “dragoni”, prelevati dal distaccamento di Tempio, ma Cagliari di un bastimento francese e tollerato la prela forza avrebbe dovuto comprendere otto uomini, ol- senza del console della repubblica giacobina; inoltre tre l’alcaide. aveva dato assicurazioni al re di aver attuato molte iniLe cronache del tempo registrarono nel 1658 un ziative per la difesa, inclusa quella dei porti e delle torattacco “barbaresco” e cioè di musulmani dal mare e ri litoranee. In una lettera al ministro piemontese Granumerosi documenti accennano alla sorveglianza e neri, dichiarava: “Quattro cannoni ho aggiunto all’isoquindi ad interventi contro il contrabbando con la la Maddalena, due ne ho accordati all’isola (evidenteCorsica. mente non conosceva bene la zona) di Longosardo”. Nel 1792 furono effettuate riparazioni e apportate Nel 1794, ultimo anno della gestione Balbiano, la modifiche alle strutture e, in previsione di attacchi guarnigione alla nostra torre, prima composta, secondo francesi, si programmò di installarvi 4 cannoni di cali- il Casula, di tre soldati, si ridusse ad una sola unità, bro 16, impiegando fino a 10 uomini di guarnigione perché gli altri due uomini si erano licenziati per la pacon la paga di cinque soldi al giorno. Questa notizia di ga troppo esigua. Francesco Casula, autore del “Dizionario storico sardo” Intanto già nel 1793 a Cagliari un’imponente inpubblicato a Sassari nel 2001, coincide con quanto ri- surrezione popolare aveva respinto un attacco navale sulta in alcuni manoscritti senza data dell’Archivio di francese, meritandosi l’apprezzamento del re Vittorio Stato di Torino risalenti, secondo esperti dello stesso Amedeo III, al quale furono poi presentate dai rappreArchivio, agli ultimi decenni del secolo XVIII, dopo la sentanti dei tre Stamenti, recatisi a Torino, varie istangestione del viceré Balbiano e intitolati: Calcolo del si- ze per ottenere maggiori diritti e una più ampia autostema progettato per la guarnigione delle torri . Nel pri- nomia nelle attività economiche e sociali dell’isola, mo foglio sono indicate le paghe dei militari impiegati istanze che, dopo mesi di attesa, furono respinte. (o da impiegare) nella torre di Longosardo: un sottotePer questo e per altri motivi il 28 aprile 1794 scopnente, lire 425 – un caporale, lire 171,10 – 10 canno- piò a Cagliari una rivolta antipiemontese, ricordata tutnieri, lire 1179. tora come “Sa die de sa Sardigna”, che costrinse il viceIl foglio successivo, in riferimento ai lavori di ri- ré Balbiano e tutto il suo apparato burocratico ad abstrutturazione della torre, annota: “Riparata con frode, bandonare la Sardegna. Gli succedette nel settembre non essendo il travaglio (= lavoro) fatto come richiede dello stesso anno il marchese Filippo Vivalda, che vi rel’arte”. Se furono gli stessi lavori di cui parla il Casula, sterà fino al 1799. eseguiti nel 1792, il responsabile era il “maeNel 1796 Napoleone inizia la campagna d’Italia e stro”Fabrizio Brizi di Ozieri. nello stesso anno muore il re Vittorio Amedeo III, a cui

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succede sul suo trono traballante il figlio Carlo Ema- un figlio maschio di nome Carlo Emanuele, morto a nuele IV, che a causa dell’occupazione francese del Pie- Cagliari di vaiolo all’età di due anni e quattro figlie: mi monte, nel Dicembre 1798 fugge con la fami- sono soffermato su questo re, perché a lui è dovuta, coglia,imbarcandosi nel marzo successivo per la Sardegna, me è noto e come riferirò, la fondazione di Santa Teredove fu bene accolto dalla popolazione, ma nel settem- sa Gallura. Giunto in Sardegna Vittorio Emanuele I, cessò l’atbre del 1799 rientrò a Torino, liberata dagli austro-russi, affidando il governo dell’isola al fratello Carlo Feli- tività del viceré Carlo Felice. Tornando ai Sardi, il vento della rivoluzione france, con la qualifica di viceré. Dopo la battaglia di Marengo del 14.6.1800 gli rimasero ben scarse speranze di cese aveva raggiunto anche l’isola, dove i principali faumantenere il trono e il 4 giugno 1802 abdicò in favore tori, fieri avversari del perdurante regime feudale, furodell’altro fratello, Vittorio Emanuele I, duca d’Aosta. no Gio.Maria Angioy, nato a Bono (SS), giudice della Questi risiedette per alcuni anni a Roma, poi a Napoli reale udienza e con lui l’avvocato-notaio cagliaritano e a Gaeta e solo nel 1806 si ritirò in Sardegna, ultimo Francesco Cilocco, nonché un prete: Francesco Sanna lembo del suo regno, che peraltro aveva conferito ai Sa- Corda, parroco di Torralba (SS), suo paese natale. voia il titolo di re, ma che era da essi considerato terra L’Angioy, inviato nel 1796 a Sassari quale “alternos” per d’esilio. Si accasò a Cagliari nel quartiere del Castello, sedare la rivolta dei pastori e dei contadini contro i feuin un vecchio edificio vicino alla Cattedrale, che i sud- datari, abbracciò e sostenne la causa dei rivoltosi non diti sardi contribuirono ad arredare e nel quale riman- solo nel Sassarese, finché, inseguito dalle forze del vicegono modesti cimeli di famiglia. I Sardi donarono poi, ré, abbandonò la Sardegna, raggiungendo attraverso la nel 1844 ai re sabaudi, l’inno “Conservet Deus su Re”, Corsica e il continente italiano, la Francia e stabilendoscritto dall’abate Vittorio Angius e musicato dal sassa- si poi a Parigi. rese Giovanni Gonella. Il Cilocco, che nel 1795 fu Vittorio Emanuele aveva spoprotagonista dell’insurrezione di sato giovanissima Maria Teresa di Sassari, fuggì nel 1796 in Corsica, Lorena Este,figlia dell’arciduca La torre in una cartolina forse del 1926. mentre il prete Sanna, sempre Ferdinando d’Austria, da cui ebbe convinto e fedele sostenitore del(Coll. G. Gelsomino).

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l’Angioy, rimase ancora in Sardegna, che lascerà alcuni anni dopo, raggiungendolo poi a Parigi, dove trovò anche l’appoggio di Letizia Ramorino, madre di Napoleone. I nostri fuoriusciti nel 1799 propugnarono una spedizione franco-corsa in Sardegna, per liberarla dalla feudalità e a tal fine il prete Sanna tra il 1799 e il 1801 si recò più volte ad Ajaccio, poi fu a Torino dall’ottobre dello stesso anno all’aprile del 1802, quando tornò ad Ajaccio, per incontrare il Cilocco, con cui reclutò altri cospiratori, per l’impresa che lo porterà alla morte presso la torre di Longosardo. Il loro obiettivo era di abbattere il regime feudale e, forse, d’instaurare in Sardegna un regime repubblicano sotto la protezione francese, partendo dalla Gal